martedì 8 dicembre 2009

RATTO D’EUROPA (1732-1734) - François Boucher


RATTO D’EUROPA (1732-1734)
François Boucher (1703-1770)
Pittore francese del XVIII secolo
Wallace Collection di Londra
Tela cm. 234 x 277

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Pixel 2140 x 1790 - Mb 1,92


Il soggetto è tratto dalle “Metamorfosi” di Ovidio (II, 835-875).
Europa, figlia di Agenor, re di Sidon, viene attirata da Giove in veste di toro.
La giovane fanciulla dai biondi capelli è seduta tranquillamente sulla schiena del toro, al centro della composizione.
L'animale appare placido, con le piccole lucide corna ornate di fiori.
All’estrema destra una ninfa seduta su un drappeggio turchese e una ragazza dai capelli scuri, in abito arancione, accompagnano Europa.
Il bestiame è quello di re Agenor, guidato alla spiaggia da Mercurio in modo che il travestimento di Giove possa sembrare meno straordinario.
In alto tra uno stuolo di puttini, dietro una nuvola temporalesca, s'intravede l'aquila, attributo di Giove.
La composizione è piuttosto equilibrata, i ricchi effetti decorativi e delle luci suggeriscono che Boucher ha presente gli esempi veneziani di ugual soggetto di Sebastiano Ricci e Veronese.
Fino al matrimonio con Jean-Marie Burzeau, avvenuto il 21 aprile 1773, Boucher tratta i temi più disparati dando via via maggior rilievo all’amabile “pastorale” ma senza trascurare i soggetti mitologici a lui cari.
La sua maniera va gradualmente precisandosi e i suoi dipinti assumono a poco a poco maggior compattezza e profondità.
Nonostante l'artista risenta ancora dell'influenza di Lemoyne, suo maestro, in questo lavoro egli non è più un semplice allievo.

Lo stesso soggetto, il “Ratto d'Europa”, è trattato più volte da Boucher…, una versione successiva è conservata al Museo del Louvre, prima, in ordine di esecuzione, dei sette arazzi della serie “Gli amori degli dei”.
L'episodio in questo caso si svolge in un paesaggio che combina il mare con la terra ferma, e oltre alle compagne d'Europa compaiono anche tritoni e nereidi.
La testa della fanciulla sembra derivare dalla maniera di Rosalba Carriera.

Il “Ratto d'Europa”, con il suo pendant, la “Nascita di Bacco”, fece parte del gruppo di otto grandi pitture che Boucher dipinse tra il 1732 e il 1734 per François Derbais, uno scultore parigino.
Nel 1779 questo quadro si trovava nel Cabinet Basan, quindi passò nella collezione Watelet, infine nel 1843, in quella di Lord Hertford.
Attualmente è nella collezione di Richard Wallace a Londra, aperta al pubblico.


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lunedì 7 dicembre 2009

POLITTICO STEFANESCHI (1320 - 1330 circa) - Giotto di Bondone


POLITTICO STEFANESCHI (1320-1330 circa)
Giotto di Bondone (1267 circa – 1337)
Pittore italiano del XIV secolo
PINACOTECA VATICANA ROMA
Tempera su tavola cm. 178 x 245 (senza la predella)
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Pixel 2150 x 1860 - Mb 1,63



Il polittico è composto da tre scomparti e da una predella ed è dipinto su due facce.
Il pannello centrale rappresenta Cristo benedicente, contornato da angeli, mentre ai suoi piedi è inginocchiato il donatore, il cardinale Stefaneschi.
Sullo scomparto sinistro è raffigurata la crocifissione di San Pietro e sullo scomparto destro la decollazione di San Paolo.
Per quanto riguarda la predella, vi sono rappresentati la Vergine e il Bambino circondati da angeli e dai dodici apostoli.
Nella parte posteriore del polittico il pannello centrale rappresenta San Pietro in cattedra, lo scomparto sinistro San Pietro e San Paolo, e lo scomparto destro Sant'Andrea e San Giovanni Evangelista.
Sul pannello centrale posteriore, che riprende la composizione del Cristo in maestà della parte frontale, San Pietro è circondato da Santi e si distinguono, davanti ai gradini del trono, due personaggi inginocchiati.
A sinistra si trova Jacopo Caetani Stefaneschi che è protetto da San Giorgio in quanto cardinale diacono di San Giorgio in Velabro.
Egli offre a San Pietro il modello ridotto del polittico commissionato a Giotto: la tavola prende così valore di testimonianza della sua propria storia, poiché ci mostra le condizioni primitive del polittico che era originariamente inserito in una magnifica cornice scolpita e dorata.
A destra del trono il secondo personaggio inginocchiato è Celestino V (1215-1296), papa per qualche mese nel 1294, che fu canonizzato con il nome di Pietro Celestino nel 1313, poco tempo prima dell'esecuzione del polittico.
Le fonti antiche attestano che il polittico fu commissionato dallo Stefaneschi per l’altar maggiore dell'antica basilica di San Pietro, elevata da Costantino sulla tomba dell'apostolo.
Era una basilica classica a cinque navate con transetto e l'altare si trovava all'ingresso dell'abside, proprio sopra la tomba del Santo.
I critici si accordano nel riconoscere la mano di Giotto nella concezione generale dell'opera, nell'uso della prospettiva e nell'alta qualità esecutiva di certe parti, come la testa di Cristo e la crocifissione di San Pietro.
La maggior parte del polittico è però dovuta all'atelier del maestro ed in particolare a due collaboratori, Taddeo Gaddi e il cosiddetto «Parente di Giotto».

Il polittico proviene dall'altar maggiore dell’antica basilica di San Pietro a Roma e fu commissionato a Giotto durante il secondo decennio del XIV secolo dal cardinale Stefaneschi.
Il necrologio del cardinale, datato 10 luglio 1343, ci informa della commissione affidata a Giotto dal prelato romano.
Il dipinto fu eseguito sicuramente dopo i11313, anno di canonizzazione di Celestino V, che qui è rappresentato con l'aureola dei santi.


IL CARDINALE STEFANESCHI

Jacopo Caetani Stefaneschi apparteneva ad una famiglia della nobiltà romana.
Fu nominato cardinale diacono di San Giorgio in Velabro da papa Bonifacio VIII (Benedetto Caetani).
Uomo intelligente ed amatore d'arte, si mostrò anche un grande mecenate: oltre a questo polittico egli affidò a Giotto, per la facciata della basilica di San Pietro, l'immenso mosaico della “Navicella” (1310).
Dopo la morte di Bonifacio VIII (1303), il cardinale si trasferì ad Avignone, dove proseguì la sua opera di mecenatismo.
Fu durante un suo soggiorno a Roma che commissionò il polittico di San Pietro a Giotto, al quale affidò anche la decorazione murale della tribuna della basilica, della quale purtroppo non resta più nulla.


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DON GIOVANNI MINZONI


Di don Giovanni Minzoni non si può dire che abbia lasciato una grande impronta per­sonale nella storia d'Italia. Non fu né un po­litico, né un intellettuale, né un santo; fu so­lo un prete di carattere, generoso, attivo, po­co colto, legato soprattutto al mondo della sua milizia sacerdotale e dei suoi parrocchia­ni, le terre di Romagna, fra Argenta e Ravenna. Un prete, insomma, come tanti altri, che, con la sua opera, i suoi ideali, i suoi stessi li­miti di pensiero e di azione, attesta il vivo rapporto che nell'Italia prefascista lega il cle­ro a tanta parte delle popolazioni rurali. Ma, proprio per questo, il suo sacrificio assume in sé l'importanza e il valore di un simbolo: il simbolo della persecuzione fascista non solo contro il movimento socialista, ma anche, contro il movimento cattolico democratico.
Don Minzoni proveniva da una famiglia della piccola borghesia benestante di Ravenna, dove nacque il 29 giugno 1885, terzo di cinque fratelli e sorelle. A undici anni, nel 1896, entrò nel Seminario Arcivescovile di Ravenna e vi rimase tredici anni, uscendone sacerdote nel settembre del 1909. Quattro mesi più tardi, nel febbraio 1910, fu nomi­
nato cappellano nella parrocchia di San Nicolò ad Argenta: vi sarebbe rimasto per tut­to il resto della sua vita, allontanandosene solo durante i due anni passati in guerra co­me cappellano militare.
« Ad Argenta, un grosso `centro agricolo della bassa ferrarese, a pochi chilometri dal­le Valli di Comacchio, i socialisti costituiva­no la forza politica dominante, come del re­sto in tutte le cittadine di quella zona: Molinella, Portomaggiore, Conselice... Erano le terre classiche delle bonifiche, delle risaie, del bracciantato, delle lotte agrarie; le terre nelle quali il socialismo si era affermato fra la fine dell'Ottocento e i primi anni del nuo­vo secolo, sconvolgendo l'equilibrio politico e sociale preesistente. La mezzadria e le a1­tre forme di compartecipazione vi erano po­co diffuse, predominavano le grandi aziende agricole a salariati: di conseguenza, cattolici e repubblicani, con la loro difesa della picco­la proprietà e degli interessi contadini, alli­gnavano poco; il proletariato agricolo si rac­coglieva nelle leghe e nelle cooperative ros­se, sotto la guida dei sindacalisti rivoluziona­ri o dei riformisti ».

Il clima politico era dominato dall'estre­mismo rivoluzionario, che caratterizzava so­vente l'azione delle masse, e da un diffuso anticlericalismo, accentuato, oltre che da motivi di classe, dalla tradizione di lotte ri­sorgimentali e dall'antica appartenenza di quelle terre ai domini pontifici.
Argenta era un elemento di questo tutto, ma, in parte almeno, costituiva anche un'ec­cezione. Se non ospitava il socialismo evange­lica di Prampolini, non vi si verificavano nep­pure gli episodi di Molinella, dove i leghisti di Massarenti si gettavano in terra davanti al cimitero, impedendo il passo al vescovo e alla processione per i defunti. Anzi, a diffe­renza dei centri vicini, Argenta aveva cono­sciuto la diffusione dei democratici cristiani e annoverava una lega e una cooperativa bian­che- accanto alle organizzazioni sindacali dei socialisti. Forse perché, di fronte alla intran­sigenza degli agrari e alla tensione sociale esistente nelle campagne argentane, anche x pochi lavoratori cattolici, mezzadri e terzia­ri, avvertivano più che altrove la necessità di una difesa comune dei diritti del proleta­riato.
Circa tre anni prima che don Minzoni vi arrivasse, ad Argenta si era avuto un grande sciopero agrario, diretto dai sindacalisti ri­voluzionari. I contadini l'avevano proclama­to per protestare contro l'escomio di alcuni coloni della zona; la Camera del Lavoro col­se l'occasione per muovere un attacco a fon­do contro l'estendersi dei contratti di compartecipazione, che limitavano le possibilità di lavoro del bracciantato. Dall'aprile al giugno 1907 lo sciopero fu generale, nono­stante l'intervento dell'esercito, il recluta­mento dei crumiri, i danni alle stalle e ai rac­colti. Anche i cattolici della locale Lega del Lavoro, una settantina di famiglie coloniche, vi aderirono e si mantennero solidali fino in fondo con gli scioperanti. Furono aiutati dai democratici cristiani autonomi, i seguaci di don Romolo Murri, sconfessati dall'autorità ecclesiastica, i quali lanciarono una sottoscri­zione pro-scioperanti in tutta l'Italia, men­tre un altro cattolico democratico, l'ori. Antonio Chiozzi, deputato del collegio di Portomaggiore, riusciva, nel giugno, a comporre la vertenza con un compromesso. Nei conflitti sindacali di quegli anni era difficile che i cattolici dessero simili prove di solida­rietà.
Quando don Minzoni giunse ad Argenta, l'unione professionale cattolica e l'attività sociale in genere (la cassa rurale, la cooperati­va femminile, la biblioteca circolante, il doposcuola) furono al centro dei suoi interessi. Non aveva una preparazione specifica in que­sto campo e non fu mai un prete « sindacali­sta », come tanti altri suoi contemporanei, che dirigevano gli uffici del lavoro e le leghe bianche; ma il diffondersi dell'anticlericali­smo fra le masse popolari dell'Emilia Romagna, le idee che correvano nel movimento cattolico e la stessa struttura organizzativa di questo, tendente ad accentuare i1 momento sindacale rispetto all'attività politica, favori­vano, e in certa senso imponevano, un, impe­gno sociale da parte del giovane sacerdote, Nelle file cattoliche erano ancora vivi gli en­tusiasmi suscitati da don Romolo Murri e suo movimento della democrazia cristiana, la « sinistra cattolica » di allora che, sviluppan­do certi spunti dell'enciclica “Rerum Novarum”, sembrava avesse individuato una via originale fra liberalismo e socialismo e pro­pugnava la liberazione del proletariato dallo sfruttamento capitalistico, la rottura delle al­leanze con i moderati, la concorrenza, se non l'intesa, con i socialisti sul piano sindacale e politico.
Don Minzoni aveva conosciuto Murri per­sonalmente e ne aveva condiviso con entu­siasmo le idee. Durante la permanenza in se­minario era entrato in relazione con alcuni esponenti murriani, come l'avv. Eligio Cacciaguerra di Cesena, aveva cominciato a leg­gere i giornali, gli opuscoli di propaganda, i programmi sociali della democrazia cristiana, pieno ,di fervore per le « nuove idee democra­tiche soleggiate dal Vangelo di Cristo ». Quando Murri fu scomunicato e gettò l'abito sacerdotale, don Minzoni ricevette un duro colpo. Tuttavia, come 1a maggior parte dei democratici cristiani, pur non seguendo il leader nel suo distacco dalla Chiesa, rimase fedele alle proprie idee, cercando silenziosa­mente di tradurle nell'impegno organizzati­vo. Del resto non era nella sua indole di uomo pratica, attivo, poco portato ai proble­mi della cultura e alla meditazione filosofica, l'affrontare la complessa tematica ideologica - sull'autonomia del laicato, la riforma de­mocratica della Chiesa, l'aggiornamento cul­turale del clero, ecc. - che le tesi murriane avevano agitato fra i cattolici. Così si limitò a contenere la sua democrazia cristiana nell’ambito dell'attivismo sociale.
Nel novembre 1910 prese parte al con­gresso nazionale cattolico di Modena, nel quale i democristiani ortodossi (Sturzo, Miglioli...) par­tirono all'attacco delle posizioni ufficiali, ri­vendicando criteri più moderni di organizza­zione sindacale e, di riflesso, una nuova poli­tica del movimento cattolico. Don Minzoni era fra quelli che desideravano un maggiore impegno del clero fra le masse operaie: vole­va l'apostolato sociale, non solo la pietà reli­giosa o, peggio ancora, l'isolamento e la ri­nuncia. Si era fatta un'idea tutta particolare del socialismo, confusionaria, magari, ma cer­to non paragonabile a quella reazionaria che ne avevano in genere i cattolici ufficiali. Se­condo lui, il socialismo era « un organismo ibrido » che, una volta superate le proprie contraddizioni, doveva sboccare « o nella anarchia più schietta o nel Cristianesimo più puro ». Di questo « ibrido » però egli av­vertiva tutto il fascino, non per l'ideologia in se stessa, ma per la presa che aveva sulle masse, per il fervore di entusiasmi e di ener­gie popolari che sapeva suscitare.
« Tutte le sere che ritorno a casa - scri­veva sul suo diario - passo dinanzi alla Ca­mera del Lavoro e ( ... ) ogni volta m'assale un sentimento d'invidia: quanto amerei d'es­sere là dentro; quanto bramerei d'affratellar­mi a questa religione nascente; sentire più da vicino pulsare il cuore di questo organi­smo nuovo che è destinato - qualunque sia il suo atteggiamento odierno - a divenire una religione, e Dio voglia la religione dell’avvenire ».
Seguendo queste sue inclinazioni, nel no­vembre 1912, si iscrisse alla Scuola Sociale di Bergamo, un istituto di studi e di ricerche sui problemi sociali, destinato alla formazio­ne dei propagandisti cattolici. Nel 1913 ot­tenne la licenza con lode e nel 1914 la lau­rea. Ma lo scoppio della prima guerra mon­diale non gli dette il tempo di mettere a frut­to gli insegnamenti di quegli anni di studi. Comunque, già nel giugno 1914, di fronte all'estendersi del movimento sindacale cattolica e all'ostilità che questo suscitava fra í conservatori, la Santa Sede aveva proibito ai sacerdoti di impegnarsi nelle leghe bianche. Nell'agosto dello stesso anno fu emanato un divieto ancor più radicale, riguardante tutte le riunioni, conferenze, congressi, ecc., per evitare che la Chiesa fosse comunque com­promessa con le vicende belliche. Così don Minzoni passò direttamente dagli studi di Bergamo al clima dell' intervento. Partirono i suoi parrocchiani e alla fine, nell'agosto del 1916, fu chiamato anche lui: dapprima nel­la Sanità, ad Ancora e negli ospedali militari di Cagli e di Urbino, nel 1917, su sua richie­sta, al fronte, come tenente cappellano di un reggimento di fanteria.



L'organo del partito popolare
commemora con un impegno di lotta
l’anniversario dell'assassinio di don Minzoni

L'intervento non lo entusiasmò; il lirismo patriottico della borghesia nazionalista non si addiceva ad un prete di contadini. Più che accettare la guerra, la subì ed anche in questo si identificò con la massa dei cattolici italiani, i quali, tranne sparute minoranze apertamente favorevoli o apertamente con­trarie, nella stragrande maggioranza si lascia­rono trascinare a rimorchio dalla classe diri­gente liberale, fornendo ad essa una collabo­razione anonima e una preziosa massa di ma­novra.
« Devo cercare di conciliare la mia vocazione col dovere di servire la patria - scrisse. - Mi vedranno non un eroe, é vero, ma almeno un sacerdote che senza aver gri­dato evviva la guerra, ha saputo accorrere là dove vi era una giovane vita da confortare, una lacrima da sublimare... ».
Quello che per molti interventisti democratici fu lo spi­rito della trincea, cioè non sola un'idealità sinceramente sentita, ma la fraternità col popolo, la presa di coscienza dell'unità e dell'uguale dignità di tutti í cittadini chiama­ti a morire insieme per don Minzoni non fu che una verifica pratica di quella vita col popolo e per il popolo, che era implicita nella sua vocazione sacerdotale. La sua guer­ra, cioè, volle significare la riaffermazione della presenza del prete anche fra i combat­tenti (quelli più umili, la fanteria), testimo­nianza vissuta di una religione attiva e non meramente contemplativa.
Di fatto, però, questo intento generoso, non accompagnato dalla coscienza critica delle cause e del significato della guerra, po­teva facilmente venire assorbito e travisato
nel clima di esaltazione nazionalistica della prima linea. Ossia, quella che era soltanto una testimonianza di sacrificio accanto al po­polo delle trincee si prestava ad essere tra­sformata in un avallo al patriottismo ufficia­le e alla concordia nazionale pretesa dalle classi dirigenti. Accadde a molti cattolici e toccò anche a don Minzoni. Il battesimo del fuoco, prima, nel giugno 1917, poi le sortite sempre più arrischiate. Caporetto, il Piave, infine gli assalti del giugno 1918, nei quali il sacerdote impugna il fucile e guida all'at­tacco le pattuglie degli arditi, sono tante tap­pe di una progressiva trasformazione, che ve­de la pietà universale del cristiano cedere a poco a poco alla partigianeria del cappellano militare. La fiducia dei soldati si unì alla fa­miliarità e alla benevolenza dell'Alto Coman­do, alla giustificazione dell'intervento, agli ardimenti guerreschi e infine alla medaglia d'argento - e alle altre decorazioni minori - che il duca d'Aosta e il generale Diaz gli appuntarono sul petto, il 28 giugno 1918.
Nel diario di guerra di don Minzoni non c'è traccia della dolorosa protesta di Bene­detto XV contro l’« inutile strage ». E' vero che la parte riguardante i1 perioda giugno­ottobre 1917 è andata perduta, ma, sia nel­le lettere da lui scritte in quei mesi sia negli appunti successivi, è assente ogni eco delle drammatiche polemiche suscitate dalla nota pontificia. Invece, in un rapporto redatto su di lui nel settembre 1917, il colonnello del reggimento mostrava di apprezzarlo, altre che per la sua missione di pietà, per l'opera prestata « riconducendo in linea glî sbanda­ti » e « conservando nelle truppe ( ... ) lo spi­rito di disciplina e di adattamento ai disagi della guerra che si rendono sempre più ne­cessari col prolungarsi della campagna ». Più volte, in effetti, don Minzoni accettò di tenere ai soldati conferenze di propaganda, nelle quali sostenne l'ineluttabilità della guer­ra e del sacrificio presente, come pegni di « una nuova civiltà » di pace, democrazia e progresso. Erano le tesi correnti dell' inter­ventismo democratico: « sei diventato inter­ventista anche tu », gli dissero infatti i commilitoni. Tuttavia, nel suo intimo, ave­va frequenti scatti di ribellione, non solo per la disumana crudeltà della guerra, ma per la coscienza dell'ingiustizia che essa costituiva verso le classi popolari, costrette a battersi per gli interessi altrui.
« Quanto male mi hanno fatto queste no­tizie! - scrisse sul diario, quando il Coman­do invitò gli ufficiali ad intensificare la so~r­veglianza contro la "propaganda disfattista" fra le truppe. - Mi hanno il senso che la guerra attuale sia condotta per la forza cieca e bruta che spinge e caccia innanzi verso il sacrificio delle masse enormi di esseri rilut­tanti a ciò, ma che ci si assoggettano per la tema della sferza o meglio della fucilazione ( ... ). Si grida "armiamoci e partite" e le vittime (chiamo vittime, perché sono condotte ad una guerra non sentita e non voluta) par­tono, si sacrificano e muoiono con la visione assillante di una famiglia che lotta con i bi­sogni della vita; mentre chi ha gridato "guer­ra, guerra" si è gettato a raccogliere l'oro creato dal sacrificio e dal sangue di tanti che non oso chiamare martiri, perché martire è chi spontaneamente e scientemente va al sa­crificio. E costoro scandalosamente guada­gnano milioni, e costoro pagana la stampa perché abbia ed alimenti i programmi, mas­simi, e costoro pagana le anime sane perché attacchino coloro che osassero esprimere un pensiero, una parola in contraria. Vili pa­rassiti della guerra che sfruttate la società in un momento di crisi micidiale, rammentate che in un domani, forse meno lontano di quello che non vi pensiate, il soldato che avrà salito il Calvario, non come un, Cristo ma come un forzato Cireneo, vi verrà incon­tro e vi griderà una parola che farà tremare voi e i vostri figli: "Giustizia!' (...). Il dopo­guerra avrà delle convulsioni sociali assai profonde. La guerra ha agitato troppi proble­mi e credo non avrà la forza di scioglîerli; la rivoluzione forse raggiungerà lo scopo, per­ché la rivoluzione pur avendo i caratteri della guerra ha con sé coefficienti morali più pro­fondi. La rivoluzione ha con sé più intelletti capaci di dirigere, ha un esercito di coscien­ze. Con simili forze, mille volte più potenti, dei cannoni e della gelatina, si potrà minare e tracciare solchi profondi nel pensiero uma­na e nelle coscienze dei popoli! ».
Soprattutto questo motivo del grande mo­vimento sociale suscitata dalla guerra. torna di frequente nelle pagine del diario. Più che l'eco della propaganda interventista demo­cratica, esso rifletteva la spinta verso l'orga­nizzazione proletaria diffusa anche nelle file cattoliche e l'ansia di giustizia sociale che fer­mentava fra i combattenti.

Don Minzoni al fronte durante la grande guerra
Gli anni di trincea di don Minzoni trascor­sero così, in mezzo a queste contraddizioni, indici di una fondamentale ingenuità, che non gli consentì di tradurre politicamente la sua naturale e cristiana avversione per la guerra e si risolse, in conclusione, nell'accet­tazione passiva del sacrificio imposta al po­polo dalla classe dirigente italiana.
Tuttavia, una volta smobilitato, nell'apri­le del 1919, don Minzoni ritornò nel clima della sua Argenta. Grigioverde e medaglie gli servirono solo per celebrare solennemente l’anniversario della vittoria, ma, al tempo stesso, il suo atteggiamento semplice e uma­no impediva che il ricordo della guerra fosse elemento di divisione fra i cittadini di diversa fede politica. Per il resto continuò l'atti­vità di prima: in parrocchia, fra i giovani, nelle opere pie. Due settori lo interessavano in particalar modo: l'unione professionale e il movimenta giovanile. Aveva riorganizzato la prima, facendole assumere anche una affít­tanza collettiva per i braccianti disoccupati e un'altra ne progettava, assieme ad una coo­perativa di produzione. Quanto al secondo, rafforzò l'organizzazione maschile, creò quel­la femminile e, nell'agosto 1923, mise su una sezione di « esploratori ». Dalla propaganda politica si era sempre tenuto lontano e anche ara evitava di impegnarsi nelle battaglie elet­torali del nuovo partito cattolico, il Partito Popolare Italiano di don Luigi Sturzo. Non gli tornava soprattutto l'idea che la veste ta­lare potesse essere un simbolo di parte, co­sicché anche le famiglie dei socialisti sapeva­no di poter ricorrere a lui in caso dì bisogno: “amico dei sovversivi”, lo chiamavano i fa­scisti.
Ad Argenta e in tutta la provincia ferra­rese il fascismo si era impasto fin dai primi mesi del 1921. Distrutti rapidamente il mo­vimento sindacale e cooperativo socialista e messi a tacere gli altri partiti politici, essa pretese ben presta di « ricostruire », assor­bendo tutte le organizzazioni di massa esi­stenti. Dopo i sindacati e le amministrazioni locali, si volse ai circoli giovanili cattolici, per assicurarsi una base di consenso più ampia. Dove non riuscì con le buone, ricorse alle maniere forti, come a Bologna, nel marzo 1922, quando le squadre dispersero il radu­no nazionale della gioventù cattolica, basto­nando i partecipanti per le strade della città.
Ma ad Argenta i fascisti si scontrarono con la resistenza di don Minzoni. Al tentativo di incendiare il locale circolo cattolico, questi rispose potenziando l'intera organizzazione. Nell'aprile del 1923 convocò un grande con­vegno dei giovani cattolici del basso ferrarese e del ravennate; per lo stesso giorno i fascisti di Argenta decisero di inaugurare il. gagliar­detto e la sezione del fascio. Nonostante le :pressioni delle autorità, il convegno cattolico si tenne ugualmente: don Minzoni lo sospese solo quando si sparse la notizia che un socia­lista del luogo era stato assassinato dai fasci­sti. Allora i giovani sfilarono in corteo con le bandiere a mezzasta per andare a sentire il fiero discorso di denuncia che don Minzoni pronunciò contro i fascisti.
Nella provincia di Italo Balbo l’oasi di Ar­genta non poteva durare a lungo. La Milizia considerava pericolosa don Minzoni per la sua popolarità e per il suo ascendente sui gio­vani. Tentarono di comprarlo, offrendogli di divenire cappellano della M.V.S.N., col gra­do di capitano. Rifiutò. Non solo, ma, dopo il congresso di Torino dell'aprile 1923, che segnò l'uscita dei « popolari » dal governo Mussolini, prese la tessera del Partito Popolare Italiano, si ab­bonò al nuovo giornale del partito, “Il Popolo”, promuovendo una sottoscrizione in suo favo­re, e si iscrisse all'Unione Nazionale Reduci, l'ala cattolica-popolare degli ex combattenti, avversata dai fascisti.
« Quando un partito - scrisse ad un amico sacerdote - quando un Governo, quando uomini in grande o in piccolo stile denigrano, violentano, persegui­tano un'idea, un programma, un'istituzione quale quella del Partito Popolare e dei Circoli Cattolici, per me non vi è che una sola so­luzione: passare il Rubicone e quello che suc­cederà sarà sempre meglio che la vita stupida e servile che ci si vuole imporre ».
Al principio di agosto del 1923 fallì un primo attentato contro di lui; altri minori in­cidenti dimostrarono che la situazione stava precipitando. Don Minzoni reagì, accusando dal pulpito i suoi avversari. La sera del 23 agosto, dopo le 22, mentre tornava verso ca­sa assieme ad un giovane cattolico, fu aggre­dito a randellate da due sicari inviati dai dirigenti della Federazione Fascista di Ferrara: col cranio fracassato, sorretto dal giovane compagno, anch'egli ferito, si trascinò fino alla canonica, spirandovi poco più tardi.
Le indagini, ostacolate dall'omertà e dalle pressioni delle autorità, non approdarono a nulla, nonostante che i nomi degli assassini e dei mandanti corressero sulle bocche di tut­ti. Lo stesso ministro della Giustizia, Oviglio, seguì lo svolgimento dell'istruttoria, che na­turalmente si concluse con l'archiviazione. Ma, nell'agosto del 1924, “La Voce Repubbli­cana” pubblicava un memoriale del segretario provinciale del fascio di Ferrara, che docu­mentava la responsabilità di Balbo nell'assas­sinio e nell'affossamento delle indagini. Ne seguì, nel novembre, un processo per diffa­mazione contro la “Voce”, nel corso del quale le accuse furono suffragate da numerose te­stimonianze a carico del quadrumviro é del rassismo fascista. A sua volta, Giuseppe Do­nati, direttore de “Il Popolo”, presentava una denuncia contro il capo della polizia, De Bono, accusandolo, fra l'altro, anche di avere insabbiato deliberatamente il caso di Argen­ta.. L'istruttoria fu così riaperta, ma il processo si tenne a Ferrara nell'estate del 1925, quando cioè la crisi politica provocata dal de­litto Matteotti era stata superata, e gli impu­tati, protetti da Balbo, furono assolti e por­tati in corteo per le vie della città.
Il ricordo di don Minzoni rimase vivo nell’animo popolare e il suo sacrificio venne ce­lebrato come la suprema testimonianza della opposizione cattolica al fascismo. In tal senso lo esaltarono í cattolici democratici e antifa­scisti, come Donati, Ferrari, Miglioli, Sturzo.
« In don Giovanni Minzoni - disse Donati alla commemorazione ufficiale, un anno dopo la sua morte - venne colpita, come si vuol colpire, l'idea politica popolare, cioè l'idea democratica cristiana, che egli sosteneva e onorava da sacerdote e da combattente».
I conservatori, invece, e tutti i clericali filofa­scisti, a cominciare dalla stampa vaticana, si affrettarono a dimenticarlo. Ed era logico, del resto, dal momento che non per altro era stato soppresso, se non come rappresentante di un movimento cattolico popolare, preva­lentemente contadino, poco preparato sul pia­no ideologico e su quello politico, ma ten­denzialmente democratico e con ciò stesso inassimilabile dalla reazione fascista.
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sabato 5 dicembre 2009

PENSANO ALL’UVA? (1747) François Boucher


PENSANO ALL’UVA? (1747)
François Boucher (1703-1770) 1703-1770
Pittore francese del XVIII secolo
Art Institut di Chicago
Olio su tela (ovale) cm. 80 x 68,5

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Pixel 2150 x 1820 - Mb 1,46



Si tratta di uno dei molti dipinti di Boucher a soggetto pastorale.
La scena è ambientata in un lussureggiante paesaggio.
L'aria è tersa, il sole colpisce le fronde degli alberi che assumono un colore dorato.
Siamo alla fine dell'estate e due giovani amanti, seduti in una radura, si scambiano con aria maliziosa e complice alcuni acini d'uva.
Lui è un giovane pastore circondato dal suo gregge di pecore e capre, e accompagnato da un bambino.
Lei è una delicata fanciulla bionda con un ricco abito dall'ampio décolleté e nastro rosa tra i capelli.
Entrambi sono scalzi.
Boucher vagheggia in questo quadro una mitica età arcadica, rappresentata dalla vita naturale e dall’amore giovanile e spontaneo.
Loris, il giovane pastore, è seduto ai piedi della fanciulla Rosalba... e si rivolge a lei con espressione intensa proponendo le sue offerte d'amore.
La ragazza sembra accettare e ricambiare porgendo alla bocca del pastorello un acino dell'uva che ha appena raccolto nel cesto.
Il soggetto di questo quadro s'ispira all'opera “Vendanges de Tempé” scritta da un amico di Boucher, Charles-Simon Favart.
Appare singolare la maniera con la quale l'artista tratta i personaggi: sovente i suoi contadini portano eleganti abiti, molto lontani dalla realtà, e forse è per renderli più credibili che li raffigura a piedi nudi.
È possibile che con queste scene pastorali Boucher voglia dare forma al suo sogno di vivere in un paese idilliaco dove poesia, giovinezza e amore sincero possono essere paragonati solo alla natura.
Il sonno interrotto è un altro lavoro dove il nostro artista illustra uno dei suoi sogni: un giovane pastore solletica con un filo d'erba il collo di una graziosa fanciulla addormentata ai piedi di un albero.

La tela è firmata e datata «F. Boucher 1747».
Dello stesso soggetto esiste una versione rettangolare al Museo Nazionale di Stoccolma che fu probabilmente esposta al Salon nel 1746 insieme al suo pendant “Il suonatore di flauto” (1746), anch'esso ispirato ai Vendanges de Tempé.
Fino al 1959 l'opera è appartenuta al conte di Rohan-Chabot che l'ha poi ceduta ai Wildenstein che, a loro volta, l'hanno venduta all'Art Institut di Chicago.


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MADAME DE POMPADOUR (1758) - François Boucher

VENERE DOMANDA LE ARMI A VULCANO PER ENEA (1732) - François Boucher

RATTO D’EUROPA (1732-1734) - François Boucher

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VENERE DOMANDA LE ARMI A VULCANO PER ENEA (1732) François Boucher


VENERE DOMANDA LE ARMI A VULCANO PER ENEA (1732)
François Boucher (1703-1770)
Pittore francese del XVII secolo
MUSEO DEL LOUVRE a PARIGI
Olio su tela cm. 252 x 175

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Pixel 2500 x 1640 - Mb 1,84


La composizione si svolge su tre piani: la parte superiore è occupata da due cigni, in quella mediana sono, sedute sulle nubi, a destra, Venere, in posa lasciva, in compagnia di un amorino, e sulla sinistra delle ninfee, una delle quali tiene stretti al petto dei colombi…, in primo piano è Vulcano, seduto su una roccia nei pressi della sua fucina dove sono impegnati a lavorare due uomini, che preparato l'armamentario richiesto offre una spada alla moglie.
Alla sensualità delle figure femminili si contrappone il vigore muscolare del corpo di Vulcano, messo in risalto dall'audace posa.
I colori sono piuttosto forti e acidi.
Nel corso della sua attività Boucher ha più volte trattato questo soggetto: il medesimo taglio compositivo di quest'opera compare nella versione del Kimbell Art Museum di Forth Worth, datata 1769, e anche in quella, sempre al Louvre, eseguita probabilmente per il gabinetto del delfino.
In realtà durante il Settecento, in Francia questo soggetto era molto in voga, tanto che oltre a Boucher fu ripreso anche da C.-J. Natoire e Van Loo.
Il quadro è la prima opera di Boucher datata con certezza e probabilmente nacque come pendant di “Amore e Cephale” (Nancy, Musée des Beaux-Arts).
La sua esecuzione cade al tempo del ritorno dell'artista dal viaggio formativo in Italia dove era rimasto particolarmente impressionato dalla capacità illusionistica dei decoratori barocchi, come Francesco Trevisani e Benedetto Luti, ma soprattutto era rimasto affascinato dalla calda sensualità della pittura del Correggio.

L'opera è firmata e datata in basso a destra: «F. Boucher, 1732».
Con molta probabilità fu realizzata insieme al suo pendant “Amore e Cephale”, per l'avvocato Frani Derbais.
È appartenuta alla Collezione Watelet e poi a quella di de la Couronne.
Fu acquistata nel 1785 per il Museo del Louvre, grazie alla mediazione del conte d'Angivillier.
Nel 1861-1863 venne trasferita al Palazzo di Fontainebleau.
Esiste un'incisione raffigurante la testa della Venere.


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PENSANO ALL’UVA? (1747) François Boucher

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Video di Caserta



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. . . p e r R o s a l b a . . .

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venerdì 4 dicembre 2009

Michael Bolton - When a Man Love a Woman


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giovedì 3 dicembre 2009

Morale ellenica – Platone e Aristotele

Il cittadino, il suddito e il sapiente


Platone
Verso la metà del IV secolo a.C. la morale ha assunto nella cultura greca un assetto filosofico ben definito, e si presenta come una teoria della virtù, cioè come l'illustrazione delle qualità positive dell'uomo ricavata dall'esame della sua natura. In generale si ammette che l'etica è una scienza, cioè una forma di conoscenza sicura, che si giustifica da sé, cioè in base a principi propri evidenti; e che non ha bisogno dell'appoggio della religione, della tradizione, dell'autorità ecc. Il modello scientifico al quale questa concezione della morale si ispira si è già largamente diffuso, ha trovato le applicazioni più fortunate nella sfera della matematica, ma cerca di affermarsi anche in quella delle scienze naturali. Una concezione dell'etica di questo tipo non implica necessariamente che le virtù siano qualità sempre presenti in tutti gli uomini. Proprio il tipo di scienza nato nella civiltà greca permetteva alla morale scientifica di adattarsi a una condizione che abbiamo riscontrato in tutta la storia della morale antica: quasi sempre la morale propone regole, comportamenti, virtù che non sono praticati, perché rappresentano aspetti di un modo di vita che entra in crisi o perché la raccomandazione di certe norme nasce proprio dal disagio per situazioni alle quali si vuol metter fine. Ma per i Greci la matematica scientifica ha per oggetto non le cose sensibili, che non riproducono mai le condizioni astratte che la matematica postula nei suoi oggetti, ma oggetti ideali appunto, come i numeri o le grandezze geometriche. In un certo senso questi oggetti esistono più delle cose, nel senso che sono eterni, immutabili e perfetti, mentre le cose nascono e muoiono, e non sono mai perfette; ma certamente non esistono nel senso delle cose: tra le cose che si vedono o si sentono non si trova mai un quadrato perfetto, come quello che studia la geometria, o il 2 in sé, come quello che studia l'aritmetica scientifica, ma si trovano solo sempre esemplari approssimativi di quadrati, coppie di sposi, di gemelli, di buoi, che sono esemplari empirici del numero 2. La stessa cosa pareva si potesse dire della morale: non si trova nessun uomo assolutamente giusto o del tutto coraggioso; e tuttavia esistono la giustizia e il coraggio. Se gli oggetti delle scienze sono colti dal pensiero (una facoltà propria dell'uomo, diversa dalla sensibilità) gli oggetti della morale, cioè le virtù, sono qualità relative a una realtà particolare, l'anima dell'uomo, che ha una struttura interna fatta di parti e di relazioni tra parti, disciplinate appunto dalla morale. Proprio per il suo particolare tipo di esistenza, per essere cioè il principio della vita e non l'insieme degli atti che costituiscono la vita, l'anima può essere il centro di riferimento di una scienza che dica come l'uomo deve essere senza tener solo conto di come l'uomo è. L'anima ha questo di caratteristico: che può esistere in molti modi, alcuni migliori e altri peggiori, e compito dell’etica è proprio quello di indicare i modi migliori.
In ambiente pitagorico era nata la filosofia dell'anima, non a caso in un ambiente nel quale in qualche modo si era sviluppata anche la concezione della scienza matematica, che ora abbiamo indicato. I Pitagorici avevano insistito sulla differenza tra anima e corpo, anzi sull'opposizione dell'una e ,corpo, avevano indicato nella connessione con il corpo una condizione negativa per l'anima, e avevano rintracciato certe zone della vita umana dove si manifestano le limitazioni negative che l'anima deve subire a opera del corpo. Ma a parte le concezioni etico-religiose che i Pitagorici avevano collegato alla teoria dell'anima, un'accumulazione imponente di osservazioni e di teorizzazioni sui comportamenti effettivi degli uomini si erano costituite intorno al presupposto che i comportamenti umani avessero un principio proprio diverso in qualche modo dal carpo. Accanto alla letteratura e alla storia, che menzionavano l'intelletto, la ragione, le virtù, le emozioni ecc., il diritto aveva costituito una classificazione di comportamenti e aveva avviato l'analisi del comportamento in relazione al problema della volontarietà e dell’imputabilità delle azioni umane; un problema che per altri versi era al centro anche degli studi dei retori, cioè di quelli che coltivavano la tecnica di scrivere discorsi da pronunciare in pubblico, per ottenere l'assenso della maggioranza di un'assemblea o della giuria di un tribunale. Non è da stupire, perciò, che le grandi costruzioni etiche del IV sec. pongano al centro proprio la nozione di anima, e presentino l’etica come il tentativo di disciplinare funzioni e relazioni interne tra le parti dell'anima.
Per stabilire rapporti corretti tra le parti dell'anima Platone e Aristotele usano la relazione di mezzo a fine. Il fine vale più del mezzo, e certe parti e funzioni sono mezzi, mentre altre sono fini rispetto alle prime. Per l’uomo il corpo è solo un mezzo, e tutte le funzioni dell'anima legate al corpo, come le emozioni, sono mezzi, rispetto alle funzioni che presuppongono solo l'anima, come l'intelligenza, che ha il suo culmine nella capacità di far scienza. La morale si configura perciò essenzialmente come una disciplina dei bisogni dell'uomo, di quei bisogni che sono da ultimo gli stimoli delle tecniche produttive e dell'accumulazione di ricchezze. La scienza pura, distaccata dalle tecniche, che conosce la natura, ma non per sfruttarla, ha da essere metro e norma delle azioni dell'uomo. L'antica fiducia, che era stata dei Sofisti, di Anassagora, della generazione periclea, che il coraggio di sapere e di cercare la ricchezza rendessero gli uomini più disciplinati e meno ferini, si era dissipata. I bisogni umani andavano frenati e disciplinati: qualcuno, come i Cinici, sosteneva che andavano addirittura nella gran parte aboliti; altri, come Platone, pensava che solo in una città ideale e non ancora esistente potessero essere_ ridimensionati; altri, come Aristotele, pensavano che potessero essere accettati i bisogni nella misura in cui non compromettessero la stabile e pacifica esistenza di una comunità rispettosa delle gerarchie naturali dell'anima. Parlavano di anima e di parti dell'anima, ma intendevano la società e i ruoli sociali. Per Platone le parti dell'anima, la parte inferiore e la superiore, erano chiaramente due parti e funzioni della società: quella degli uomini produttivi e quella degli uomini che comandano e combattono.
I Cinici rifiutavano la società che mirava a soddisfare bisogni ben lontani da quelli naturali. Per Aristotele era chiaro che ci sono gli uomini che lavorano, puri strumenti, e quelli che comandano, i quali sono a loro volta strumenti per quelli che conducono la vita più perfetta, quella della conoscenza.


L'ideale aristotelico

Aristotele
Aristotele aveva espresso una concezione morale, meno drastica di quella cinica, meno pessimistica e utopistica di quella platonica. In fondo riteneva che, bene o male, le gerarchie dell'anima fossero di fatto rispettate nella polis del suo tempo. Gli schiavi e gli uomini addetti al lavoro manuale erano di fatto gli strumenti della polis, nella quale dominavano i cittadini forniti delle virtù necessarie alla vita pratica, consistenti nella capacità di moderare le emozioni. Il tipo ideale del cittadino è quello che sa padroneggiare le proprie emozioni, senza perderne il godimento per non saperle assaporare, ma senza diventarne servo. Le emozioni, ben guidate, sono il primo segno di ciò che arreca vantaggio o svantaggio all'uomo, e fanno sempre riferimento alla posizione dell'uomo nella società. L'ira e la vendetta sono il risentimento per la propria dignità sociale offesa e il tentativo di ripristinarla, mentre le virtù sono la capacità di far scelte ispirate a quelle emozioni, ma con valutazioni esatte del concatenamento dei mezzi e dei fini per gli scopi più generali. Uomini padroni di sé, capaci di cogliere i fini delle azioni umane senza farsi ingannare dalle emozioni, provvisti di beni di fortuna, sebbene in misura moderata, dovevano essere i cittadini della città ideale, capaci di imporsi al nucleo familiare, costituito dalle donne, dai figli e dagli schiavi, di farsi rispettare dai loro pari, di creare una comunità coronata dal sapere. La scienza, completamente staccata dalla tecnica, intesa come la contemplazione dell'ordine dell'universo, diventa il fattore sommo del mantenimento dell'ordine sociale.
Nella scuola socratico-platonica era nata la ripartizione dei beni in beni esterni, beni del corpo e beni dell'anima; e uno dei modi in cui si erano espresse le teorie della morale era la diversa configurazione dei rapporti tra queste classi di beni. Se in alcuni circoli socratici, eredi di un certo naturalismo sofistico, si era sviluppato un edonismo, che privilegiava proprio i beni del corpo, le principali alternative erano costituite dal rigorismo cinico, che dava il primato assoluto ai beni dell’anima, con l'esclusione totale delle altre forme di beni, e dall'etica platonica e aristotelica, che tentava un'integrazione di tutte le forme di beni in una gerarchia bene ordinata. Proprio il rifiuto radicale del tentativo di conciliazione operato da Platone e da Aristotele, in modi diversi, doveva essere il segno delle teorie morali che nasceranno verso la fine del IV sec. in connessione con la fine della polis e con la nascita dei regni alessandrini.
Alessandro Magno aveva dilatato i confini del mondo greco a tutto il bacino del Mediterraneo orientale, portando profondamente la civiltà greca in Oriente e in Egitto, ma subendo anche profondamente l'influsso delle civiltà con le quali si era incontrato, influsso del resto tutt'altro che inesistente anche nella Grecia delle poleis:
I pensatori politici greci, da Platone a Isocrate, avevano spesso sostenuto che solo un sovrano liberale, illuminato e rispettoso della cultura greca avrebbe potuto risolvere il problema politico della Grecia. Aristotele aveva continuato a pensare che un sovrano dei greci non avrebbe mai dovuto atteggiarsi a despota orientale. Alessandro tuttavia non aveva esitato a dimenticare i1 programma del proprio precettore Aristotele e ad assumere forme di governo di tipo orientale. Alla sua morte il vasto impero da lui creato fu smembrato tra i successori (i diadochi), che diedero vita a regni personali nelle diverse province dell'impero di Alessandro. Anche la Grecia fu inserita in questo nuovo sistema politicoamministrativo, e, anche se le poleis in qualche modo continuavano a esistere, si trasformavano in unità amministrative, senza capacità di decisioni politiche di grande respiro. Era difficile teorizzare, in questa situazione, una morale che fungesse da garante dell'ordine sociale facendo leva su concetti che avevano perso senso con la dissoluzione del mondo greco classico. I problemi che avevano assillato le città greche, come la distribuzione equilibrata del potere, il disciplinamento della proprietà, il mantenimento della popolazione inurbata, l'entità e il tipo di estensione della sfera cittadina, acquistavano ora una nuova dimensione. Le città erano inserite in un sistema maggiore nel quale potevano trovare espansione le forze compresse entro la piccola sfera del sistema politico cittadino, mentre i problemi di equilibrio tra le élites locali governanti diventavano parti del più vasto problema di regni assai grandi, e con questo perdevano importanza. Anche il riferimento alla scienza, attraverso il quale le grandi scuole filosofiche avevano cercato di esprimere una morale che andasse al fondo dei problemi politici e si collocasse in un orizzonte assai vasto, dava ora un suono del tutto diverso. Il mondo curioso e operoso degli empirici, dei tecnici, creatori di quel tipo di sapere che spesso nel mondo greco classico era apparso come un fattore di squilibrio, e perciò sostanzialmente immorale, era ora uno degli aspetti più vivi e caratteristici dell'età alessandrina, in gran parte slegato dalla concezione della scienza platonica e aristotelica.


Morale edonistica e rigorismo cinico

Alessandro Magno
L'eredità dei tipi di morale che erano sembrate in più netta antitesi con il mondo della polis, la morale edonistica e il rigorismo dei cinici, dovevano diventare i modelli più fortunati del mondo alessandrino. Via via che alla figura del cittadino, che vede la propria vita privata strettamente legata alle decisioni collettive, cioè politiche, si sostituisce la figura del suddito di un regno, che ha una sfera privata assai ben garantita, modelli di comportamento uniformi e indiscussi, un minimo di beni garantito, la morale platonica e aristotelica tendono a regredire, per lasciar posto alle teorie morali degli epicurei e degli stoici. La loro non è la morale dell'uomo comune, del suddito medio, è la morale del sapiente e del saggio, cioè di quello che ha scelto di vivere in modo diverso dalla comunità dei sudditi. Stoici ed epicurei hanno questo in comune: rifiutano il tentativo della morale classica di conciliare le diverse classi di beni. Il saggio deve vivere in modo da poter fare a meno dei beni esterni e della maggior parte dei beni del corpo. Nel momento in cui i beni esterni non sono più materia di decisione della comunità politica, perché dipendono da una struttura gerarchica della società sottratta alle decisioni pubbliche, la morale non si occupa più di regolare e assicurare in qualche modo il possesso di quei beni e l'ordine politico che deve garantirne il godimento, ma si pone come problema la difesa dell'individuo da quei beni. Lo scopo della morale diventa l'assicurazione della tranquillità personale di fronte ai beni che ora sono a portata di mano e dai quali l'individuo potrebbe troppo strettamente dipendere. La morale si configura ancora come disciplina dell'anima, ma è caduta quella sorta di corrispondenza tra la struttura dell'anima e la struttura della società, che l'etica classica aveva sempre mantenuto. Per le scuole post-aristoteliche í problemi e le strutture delle comunità storicamente esistenti sono problemi che non toccano il saggio, il quale o è cittadino del mondo, come per gli stoici, o vive nel culto dell'amicizia; le comunità storiche sono problemi solo per gli uomini comuni, che si affannano dietro i beni esterni e che non vivono per il culto della serenità personale.


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DE OFFICIIS - Cicerone

Sulla natura delle cose (DE RERUM NATURA) – Tito Lucrezio Caro


L'ASCETISMO DEL PIACERE - Epicuro

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MADONNA OGNISSANTI (1310 circa) - Giotto di Bondone


MADONNA OGNISSANTI (1310 circa)
Giotto di Bondone (1267 – 1337)
Pittore italiano del XIII - XIV secolo
GALLERIA DEGLI UFFIZI a FIRENZE
Tavola cm. 325 x 2104

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La Madonna raffigurata in trono come Regina del Cielo, circondata dalla sua corte celeste di angeli e santi, presenta ai fedeli il figlio, piccolo Re benedicente.
La “Madonna Ognissanti” è la più vicina cronologicamente agli affreschi di Padova, eseguiti da Giotto intorno a11304-1306.
In questa pala l'artista sperimenta ulteriormente la sua concezione dello spazio, sviluppa nelle tre dimensioni, sia attraverso la prospettiva del trono che con lo scaglionamento in profondità degli angeli e dei santi, il motivo tradizionale della Vergine, cercando di imporre la figura come ponderata struttura di volume e di colore.
L'esile architettura del trono accoglie e dà risalto alla massa azzurra del manto; il chiaroscuro delle vesti modella la forma del corpo facendo emergere il seno e le ginocchia, innovazione che poteva sembrare un'eresia agli occhi degli antichi fedeli.
Il fondo d'oro trasmette la propria luminosità alle aureole dorate degli angeli e dei santi e ai colori chiari delle vesti. L'equilibrio delle solide figure della Madonna e del bambino sono espressione di un nuovo linguaggio, di una nuova religiosità che si avvicina con la sua umanizzazione all'uomo stesso.
Se confrontiamo la “Madonna Ognissanti” con un'altra “Maestà”, come quella che Duccio eseguì per la compagnia dei Laudesi, in Santa Maria Novella nel 1285, è facile percepire le innovazioni giottesche: dove nella prima la linea determina il movimento della figura ed ancora non osa tradire del tutto la tradizione tardo-bizantina, nella seconda si contrappone la solida "massa" del volume giottesco.
Così come scrisse Cennino Cennini, pittore e scrittore suo contemporaneo, Giotto "rimutò l'arte di dipingere di greco in latino e lo ridusse al moderno".


L'opera

Il dipinto fu eseguito da Giotto nel 1310 circa per la Chiesa di Ognissanti, allora degli Umiliati, uno dei nuovi ordini monastici "poveri".
È citato per la prima volta come opera di Giotto in un documento della Chiesa risalente al 1418.
Nel 1810 fu rimosso da questa sede per passare successivamente alla Galleria dell'Accademia e, nel 1919, agli Uffizi dove attualmente si trova esposto.
La pala ha subito recentemente dei restauri, conclusi nel 1991.
Nella stessa Galleria possiamo ammirare anche il più giovanile "Polittico di Badia".


La pecora di Giotto

Nelle "Vite" Vasari ci narra del primo incontro tra Giotto e il suo futuro maestro Cimabue.
L'episodio accadde quando Giotto aveva appena dieci anni e si mostrava ancora in tutti gli atti fanciullesco.
Il padre, Bondone, lo mandava a pascere le pecore ed il piccolo artista, in qualunque luogo si trovasse, spinto dall'inclinazione naturale per l'arte del disegno, sia su lastre che in terra disegnava in continuazione ritraendo dal "naturale" oppure di fantasia.
Un giorno Cimabue, mentre andava da Firenze verso Vespignano per dei suoi affari, trovò Giotto che, mentre pasceva le sue pecore, sopra una lastra piana e pulita e con l'aiuto di un sasso poco appuntito ritraeva una pecora dal vero.
Cimabue si fermò meravigliato davanti a questo giovane prodigio che non aveva imparato da nessuno l'arte del disegnare che non da se stesso.
Gli domandò allora se voleva andare a stare con lui e il giovane, col consenso paterno, accettò ben volentieri.


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GIOTTO di BONDONE (1267 - 1337) - Vita e opere

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mercoledì 2 dicembre 2009

IL PRESEPE DI GREGGIO (1296 circa) - GIOTTO di Bondone


IL PRESEPE DI GREGGIO (1296 circa)
GIOTTO di Bondone (1266 – 1337)
Pittore italiano del XIII secolo
Basilica di San Francesco ad Assisi
Affresco cm. 270 x 230
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Pixel 1780 x 2060 - Mb 1,84


Secondo la versione più accreditata, Giotto nacque nel 1266 nei pressi di Firenze dove il padre, Bondone, si era stabilito da alcuni anni.
Dal 1280 al 1290 il pittore svolse il suo apprendistato nella bottega di Cimabue e tra il 1290 e il 1295 partecipò all'esecuzione degli affreschi della parte alta della basilica superiore di San Francesco ad Assisi.
Nello stesso periodo fece, con molta probabilità, un viaggio a Roma dove fu iniziato alla tradizione classica tramite le opere di Arnolfo e di Cavallini…, l'influsso romano è riscontrabile in numerosi elementi degli affreschi di Assisi.
Intorno al 1296-1297 Giotto affrescò la serie della Leggenda di San Francesco, nella basilica superiore di San Francesco ad Assisi.
Nel 1300 si recò nuovamente a Roma ove eseguì, nella Loggia delle Benedizioni in San Giovanni in Laterano, un affresco commemorativo del grande giubileo indetto da papa Bonifacio VIII.
Nel 1301, ritornato a Firenze, dipinse il polittico della Badia (oggi agli Uffizi).
Tra il 1304 e il 1306 si recò a Padova dove realizzò, per conto di Enrico degli Scrovegni, gli affreschi della cappella dell'Arena.
Dal 1311 Giotto fu di nuovo a Firenze e, dopo il 1317, affrescò forse quattro cappelle nella basilica di Santa Croce (attualmente sono rimaste solo le cappelle Bardi e Peruzzi).
Il pittore lavorò anche a Bologna e alla corte di Roberto d'Angiò a Napoli.
Nel 1334, nominato direttore dei lavori per il duomo di Firenze, fornì il progetto per l'edificazione del campanile, per il quale scolpì anche dei bassorilievi.
Nel 1335 lavorò a Milano per Azzone Visconti, successivamente il papa Benedetto XII gli commissionò un ciclo di affreschi, inerenti la storia dei martiri cristiani, per il palazzo pontificio ad Avignone, ma la morte, sopravvenuta 1'8 gennaio 1337 a Firenze, gli impedì di affrontare quest’ultimo progetto.


IL PRESEPE DI GREGGIO

Nel ciclo francescano risulta già evidente il pieno possesso dei mezzi espressivi che faranno dell'artista uno dei più grandi innovatori della pittura italiana.
Con Giotto vengono abbandonati i rigidi schemi dell'arte bizantina a vantaggio di un realismo che si risolve in un vivo senso dello spazio e del volume, e nella drammatizzazione delle espressioni.
Giotto racconta in questo ciclo di affreschi una storia reale, popolata da personaggi autentici che esprimono sentimenti profondamente umani.
Nell'episodio del “Presepe di Greccio” questi caratteri innovativi sono chiaramente evidenti.
Lo spazio è definito dagli elementi architettonici e dagli ornamenti sacri rappresentati in un'esemplare prospettiva, il pulpito monumentale, la tribuna sopraelevata e soprattutto lo splendido pannello dipinto della croce, visto dal retro e raffigurato tramite un audace scorcio prospettico.
Sono tuttavia le figure plastiche di San Francesco e del Bambin Gesù a costituire il vero fulcro della scena…, essi si pongono in rapporto con il leggio, la porta - dalla quale si affacciano alcune donne - e la croce di legno.
Ogni personaggio è raffigurato con una propria individualità: un nuovo modo di rappresentazione, sconosciuto fino ad allora, si affacciava nell’arte italiana.

Il Presepe di Greccio è uno dei ventotto episodi della vita di San Francesco dipinti da Giotto tra il 1296 e il 1300 sulla navata della basilica superiore di San Francesco ad Assisi.
I soggetti della scena prendono spunto dalla “Legenda Maior”, redatta da San Bonaventura di Bagnoregio.
Per la realizzazione dell'intero ciclo, Giotto si avvalse della collaborazione di numerosi aiuti, tra i quali il Maestro di Santa Cecilia, la cui opera più famosa, “Santa Cecilia e la sua storia”, è oggi conservata agli Uffizi di Firenze.


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