mercoledì 29 luglio 2015

LINA MERLIN - Contro la prostituzione (Against prostitution)



Lina Merlin, all'anagrafe Angelina Merlin (Pozzonovo, 15 ottobre 1887 – Padova, 16 agosto 1979), è stata una politica e partigiana italiana, membro dell'Assemblea Costituente e prima donna a essere eletta al Senato.
Il suo nome è legato alla legge 20 febbraio 1958, n. 75 - conosciuta come Legge Merlin - con cui venne abolita la prostituzione legalizzata in Italia.


Tutti i bambini delle scuole d'Italia si mobilitarono: chi portava una coperta sfilacciata ai bordi; chi un cappottino smesso; chi una sciarpetta di lana appena approntata dai ferri della mamma; chi un paio di scarpe più volte risuolate marron con i lacci. Al suono della campanella, le bidelle correvano da una classe all'altra, ficcavano rapide "gli aiuti al Polesine" nelle lenzuola vecchie, annodate, e li portavano in Direzione. Era la fine di novembre del 1951: il Po infuriato aveva sommerso i paesini spalmati sul suo delta. Alunne con il fiocco blu e alunni col fiocco bianco venivano fotografati accanto alle montagne di pezze. L'immagine confusa di qualche classe smunta e compunta veniva pubblicata sulle gazzette locali.
"Ecco il Polesine", invece di "buongiorno senatrice" o "Ciao, Lina". Così i colleghi partigiani (comunisti, socialisti) e gli avversi (tutti gli altri) salutavano l'arrivo a Palazzo Madama di Angelina Merlin. 
Classe 1887, nativa di Pozzonovo di Padova, membro della Costituente e senatrice socialista, vedova a vita (nel senso di ufficialmente singola) del compagno Dante Galliani, fervente socialista polesano, scomparso fin dal 1936. 
Lina era fissata con leggi per il Polesine. Già prima dell'alluvione-catastrofe del 1951 e fino a quando il "miracolo economico" non blandì anche quelle sfortunate terre fangose e malariche, tutti gli dnni, in occasione dell'approvazione delle leggi di bilancio, lei si metteva alle costole del ministro dell'Agricoltura e non mollava finché non aveva ottenuto pochi o tanti stanziamenti per i comprensori del Delta.
È difficile raccontare di Lina Merlin perché è un'icona del femminismo ante litteram ed è inchiodata alla legge che porta il suo nome. Ed è anche vituperata, per questo. 
Bacchettona, irresponsabile, utopista: da una decina d'anni ne abbiamo sentite e lette tante su di lei. Lina Merlin ha semplicemente pagato, in memoria, il prezzo di una troppo persistente notorietà, adulatoria o denigratrice, dovuta all'ignavia del Parlamento italiano che, fatta la riforma del 1958 che abolì il regime della prostituzione di Stato, non è stato più capace di legiferare in materia, di riformare quella legge diventata con gli anni sempre più inadeguata alla realtà cambiata, nella prostituzione e non solo.
Agiografici sono i pochi scritti commemorativi su lei oggi reperibili. Intrisi della retorica classista e progressista dell'epoca sono i suoi discorsi in Parlamento. La dipingono come una Giovanna D'Arco della virtù la maggior parte degli articoli sui giornali che si riferiscono al periodo di massima notorietà, a ridosso dell'approvazione della legge. Tra quelli denigratori spiccano gli attacchi al fiele di Gianna Preda, sul Borghese, che la definiva "nemica della famiglia e della salute pubblica". 
C'è, però, la sua autobiografia: La mia vita pubblicata postuma (Giunti 1989). 
Elena Marinucci, anche lei senatrice socialista e protagonista nel "movimento", sul cotè istituzionale del neo-femminismo degli anni Settanta del secolo scorso, andò a scovare Franca Cuonzo Zanibon, la figlla di una cugina di Lina Merlin precocemente scomparsa che Ie fu affidata. La Zanibon aveva il testo dell'autobiografia scritta dalla madre-cugina quando questa aveva quasi ottanta anni. La pubblicò, Marinucci, perché le si stringeva il cuore: nel Partito Socialista degli anni Settanta e Ottanta della nobile compagna "Polesine" nessuno parlava più.
Nobile d'animo Lina Merlin lo era, o comunque faceva di tutto per sembrarlo. E rispettosissima del marito. Il già famoso deputato Dante Galliani, quando la sentì commemorare Rosa Luxenburg in una sezione di partito, le disse: 
"Signorina, con quegli occhi e quella voce lei può affascinare le folle. Ha parlato bene, ma non conosce il socialismo teorico. Lei è colta e non farà fatica a studiare Marx". 
E lei rispose:
"Grazie, onorevole. Studierò". 
Sembra che i due abbiano continuato a darsi del lei anche dopo il matrimonio.
Per sdrammatizzare quella che rischia di essere una fin troppo facile celebrazione, cominciamo col dire che della sua vita "vera" non sappiamo niente. La sua autobiografia, che si legge volentieri, è scritta come un discorso "alle masse". E poi insinuiamo che le "case chiuse" non le abolì Lina Merlin bensì I'Onu. 
Con I'adesione all'Onu l'ltalia sottoscrisse la Convenzione del 1949 che, tra l'altro, ordinava "la repressione della tratta degli esseri umani e lo sfruttamento della prostituzione". 
Superare il regime delle Case di Tolleranza gestite dalo Stato era dunque obbligatorio. 
Il ministro degli Interni Scelba, già nel 1948, aveva smesso di rilasciare licenze di polizia per l'apertura delle Case e nello stesso anno la senatrice Merlin aveva presentato la prima e unica proposta di legge in materia. I colleghi e le colleghe, di govemo e d'opposizione, furono ben felici di delegarle quel delicato compito. Naturalmente lei ci mise del suo: richiamò l'articolo 3 della Costituzione (fu tra i membri che la scrissero) sull'uguaglianza di tutti i cittadini di fronte alla legge, per spiegare perché la prostituzione poteva essere abolita e basta, senza alcun controllo o permesso di esercitarla in luogo pubblico, ché altrimenti la dignità delle prostitute sarebbe stata oltraggiata. E tenne duro su quella impostazione per nove anni: l'iter della legge fu lento e costellato d'ostruzionismo, di destra e di sinistra, di parte laica e di parte cattolica. Ma lei era tenace, odiava la proprietà privata, lo sfruttamento "dell'uomo sull'uomo" e le "signore borghesi". Mentre aveva a cuore l'emancipazione delle donne oppresse.



Era rispettata, brava a parlare e a convincere. E non si perdeva in fronzoli. lndossava eleganti cappellini,  è vero, e c'è persino una foto che la ritrae in vestaglia di raso, i capelli riccioluti e le labbra dipinte. Come una prestante maitresse di bordello.
C'è un'altra drammatizzazione da sfatare, tramandata dalla vulgata femminista fino ai nostri giorni, che la vuole sola e contro tutti nella lunga battaglia per l'approvazione della legge "Per la chiusura delle case di prostituzione e lo sfruttamento della prostituzione altrui". 
Non è vero: la allora potente Unione Donne Italiane, di cui fu tra le fondatrici, l'appoggiava. La buona metà del Parlamento non fece mai mancare il suo sostegno: molti icolleghi di tutti i gruppi politici e le (poche) colleghe del suo schieramento. Andava in giro a visitare case chiuse, ospedali celtici e prigioni assieme all'inseparabile amica giornalista Carla Barberis. 
Il mestiere di parlamentare le piaceva perché le assicurava una vita indaffarata, un ruolo pubblico di tutto rispetto. E le piaceva anche destreggiarsi nelle lotte intestine al suo partito: allorquando i suoi successi e i suoi eccessi in difesa dei dannati della terra davano fastidio lei si batteva apertamente, forte della popolarità alla base del partito, dell'instancabile lavorio istituzionalele.
Come è noto, durante l'iter parlamentare della "sua" legge, Lina Merlin aveva contro la lobby dei tenutari delle Case e a favore le prostitute che ci lavoravano.
Tutte? Non lo sapremo mai. Le Lettere dalle case chiuse di Carla Barberis e Lina Merlin (Edizioni del Gallo 1951) rappresentano uno scenario univoco, a tinte fosche: corpi martoriati e menti umiliate per via dell"'indegna schiavitù". 
Effettivamente vivere e lavorare in un bordello di Stato doveva avere molti aspetti spiacevoli. Lina Merlin li trovava disgustosi. E non accettava le repliche di quante e quanti si opponevano alla chiusura delle Case di Tolleranza per la paura che sottraendo agli uomini il bordello garantito e controllato ne sarebbe derivato un cataclisma sociale e sanitario (il che, è ben" ricordarlo, non ebbe luogo). 
lnvitata da un gruppo di "signore borghesi" a tenere una conferenza nel loro circolo, quando si levarono le obiezioni apprensive delle madri che temevano per la salute dei loro figli, lei tagliò corto: 
"E voi teneteveli in casa". 
Inflessibile, la signora.
Nell'autobiografia Lina Merlin si rammarica di non aver lasciato il Parlamento dopo I'approvazione della "sua" legge. Perché subito come politica entrò nel cono d'ombra. Il Partito Socialista che cambiava per andare al governo non le piaceva né riusciva a governarlo. Praticamente fu estromessa proprio per via della sua inflessibilità. 
Nel 1961 il Psi le tolse il collegio di Rovigo. Lei restituì la tessera. Alle elezioni del 1963 che aprirono al primo governo di centro-sinistra non si presentò. Scrisse a conclusione della sua vita
"Sono stata coerente con la mia decisione, non ho accolto inviti né da sinistra né da destra, ho rifiutato interviste che avrebbero dato a un fatto serio e doloroso I'aspetto del pettegolezzo, dal quale rifuggo, e di una meschina vendetta derivante da un astio che non sento".
Morì a Milano, nel 1979, assistita dalla figlia-cugina Franca.


sabato 25 luglio 2015

L'INVIATO DI ALLAH - MAOMETTO (Mohammed - The envoy of Allah)

Maometto seduto tra gli altri profeti

L'INVIATO DI ALLAH - MAOMETTO 

Maometto ha quarant'anni. Da un po' di tempo usa ritirarsi per notti intere in una caverna del monte Hira, a qualche chilometro dalla Mecca, lungo la strada per Taif. Arido e spoglio, il monte Hira è un luogo propizio alla meditazione, dove nulla può distrarre lo spirito.


Gabriele, Gibril in arabo, l' "uomo di Dio", nella Bibbia è un arcangelo inviato sulla terra per rivelare la visione del profeta Daniele. Nella tradizione islamica gli angeli sono stati creati dall'aria, dall'acqua e dal fuoco: non mangiano e non bevono, non si sposano e non muoiono.

Una notte dell'anno 611, Maometto è sdraiato in una grotta avvolto nel suo mantello, la burda. Nonostante il freddo, si è addormentato. All'improvviso, una figura splendente, avvolta in un alone di luce, lo sveglia con queste parole: "Tu sei l'inviato di Dio, il profeta di Allah!"
Atterrito, tremando violentemente, Maometto scende con passo incerto il monte Hira. Un sudore freddo gli cola sulla fronte, stretta nella fascia che avvolge il viso sconvolto. Gli occhi scuri brillano di febbre, le spalle sono scosse da brividi convulsi. Il suo smarrimento è tale che per un momento pensa di gettarsi dall'alto della montagna. Si sente oppresso, costretto, soffocato.
Eppure è un uomo maturo, temprato dalla vita. Cosa ha visto per essere così sconvolto? Forse Satana, o forse l'angelo Gabriele, il messaggero di Dio, venuto per annunciargli iI suo destino? Ci vorranno altre apparizioni per convincerlo.
Quella notte, Maometto trova solo la sua donna, Khadigia, cui confidare il suo sgomento. A lungo lei sarà la sua unica confidente. E lo sosterrà sempre.


Maometto e l'Angelo Gabriele 


La Rivelazione: una prova terrribile che lascia Maometto sfinito, profondamente turbato

Khadigia, che ha ora cinquantacinque anni, è materna, rassicurante. Maometto, invece, teme di essere preda di quei ginn che turbano la mente degli uomini, condannandoli a errare impazziti nel deserto. Khadigia decide allora di chiedere consiglio a suo nipote, Waraqa ibn Naufal, che conosce bene le scritture ebraiche e cristiane.
Questi rassicura Maometto e aI tempo stesso lo inquieta. Lo rassicura, paragonando l'esperienza che Maometto vive a quella dei profeti, come Mosè, ma lo spaventa prevedendo che il suo popolo lo scaccerà, perché l'uomo che annuncia la Rivelazione necessariamente suscita l'ostilità della gente.
Le rivelazioni si ripetono e, a poco a poco, Maometto si abitua. Ma sono pur sempre una prova dolorosa, faticosa. Resta per ore e ore incosciente, come ebbro, sudato e scosso da brividi. Sente strani rumori, catene, suoni di campane, battiti d'ali.
"Sempre, a ogni Rivelazione, mi sembrava che mi strappassero l'anima."


Maometto, l'eletto di Allah, ha una missione: "recitare" agli uomini ciò che il Cielo gli detta

Quando l'Essere glorioso smette di manifestarsi a lui, Maometto prova quel senso di vuoto e di angoscia ben noto ai mistici. Si crede abbandonato, viene colto dal dubbio. Ma Maometto non è un mistico: non è un'esperienza personale e intima quella che lui vive, tesa all'incontro e alla simbiosi con Allah. Maometto si convince ben presto di essere stato scelto come Profeta, vale a dire come intermediario, come la voce di cui Allah si serve per trasmettere agli uomini la sua volontà.
Allah non parla mai direttamente agli uomini. In tutti i tempi le leggi promulgate dai profeti come Adamo, Abramo, Mosè, Gesù sono state trascritte dall'uomo. Maometto non fa che "recitare" quello che Ia voce divina gli ordina di trasmettere.
La recitazione orale, solenne, davanti a un uditorio, si esprime in arabo con Ia parola quran, da cui deriva Corano, il libro sacro dei musulmani.
La novità è che il messaggio viene rivelato a Maometto in lingua araba, la lingua parlata dai poeti dello Higiaz, compresa in tutta l'Arabia. Cosi l'arabo è elevato al rango di lingua sacra, la lingua del Corano.
La parola IsIàm significa "sottomissione alla volontà di Dio". È un sostantivo che deriva dal verbo aslama, "sottomettersi". Il participio di questo verbo, muslim, da cui deriva l'italiano "musulmano", designa colui che si sottomette, che obbedisce.
Sottomettersi ad Allah e obbedirgli, ecco il principio fondamentale del messaggio ricevuto da Maometto. Predicherà sempre che la saggezza sta nell'obbedire ad Allah, unico Dio, onnipotente, capace di resuscitare i morti e di annientare i miscredenti. Allah, che nell'ora del Giudizio prernìerà i buoni e punirà i cattivi.
Il messaggio è semplice. Come sarà accolto?


Maometto tenta innanzitutto di convertire i membri del suo clan. Ma trova soltanto indifferenza, disprezzo, ostilità

I suoi primi discepoli sono i parenti prossimi e gli amici: Khadigia, sua moglie, Ali e Zayd, i suoi figli adottivi. Il primo convertito che non fa parte della famiglia è un mercante agiato, Abu Bakr. È un uomo deciso, coraggioso ed equilibrato, stimato da tutti. Di tre anni più giovane del Profeta diventerà il suo fedele amico. Altri convertiti, molto più giovani, provengono da ricche famiglie appartenenti a clan influenti della Mecca, come un certo Uthman ibn Affan, bel ragazzo elegante, preoccupato più del proprio aspetto che della religione. I maligni della Mecca sostengono che la sua conversione è frutto soltanto della sua infatuazione per Ruqayya, una figlia di Maometto.
Le conversioni si fanno strada anche tra la povera gente, come il fabbro Khabbab ibn al-Aratt, figlio di una donna che effettua le circoncisioni, o come lo schiavo affrancato Sohayb ibn Sinan, detto il Rumi, cioè il bizantino, per i suoi capelli biondi. Infine, al livello più basso della scala sociale si convertono alcuni schiavi, come Bilal, un nero che Abu Bakr salverà dalla morte.
Maometto ha ricevuto l'ordine di convertire all'Islàm innanzitutto i suoi parenti cioè i figli di Abd al-Muttalib. L'attuale capo del clan degli Hashim è Abu Talib, lo zio che l'aveva accolto bambino. Ma Maometto sa già che le sue esortazioni saranno inutili. I figli di Abd al-Muttalib non si convertiranno mai.
Quanto ad Abu Talib, certo è un uomo onesto, ma è anche debole, un po' vile, e non avrà mai il coraggio di abbandonare la religione dei suoi antenati.
Il secondo uomo del clan è Abu Lahab, fratello di Abu Talib, un uomo ricchissimo, che tiene molto all'usanza del pellegrinaggio alla Mecca, poiché ne ricava profitti notevoli, come dal suo commercio. Religione e affari sono strettamente intrecciati, e le divagazioni di Maometto sul Dio unico minacciano la sua prosperità.
Il terzo è Hamza, un cavaliere del deserto che crede al codice d'onore beduino. Per lui la vita è una lotta, una dimostrazione di coraggio e di forza. La religione non lo preoccupa poi tanto.
Il quarto, Abbas, anch'egli membro ragguardevole del clan, è un usuraio, un uomo che fa affari alla Mecca, a Medina e a Taif. Non gli impotta nulla dell'unico Dio di cui gli parla il nipote.


I Qaurayshiti usano ogni possibile mezzo per ridurre Maometto al silenzio

È una delusione terribile per Maometto. Lui, che pensava di conquistare facilmente i fieri Qurayshiti, essendo uno di loro e per di più ricco, ottiene soltanto ostilità e disprezzo. Come può essere così presuntuoso da chiedere che abbandonino la religione degli antenati per credere aI suo messaggio come all'unica verità? Certo, Maometto è diventato pazzo, magnun in arabo. Farebbe meglio a tornare alle sue pecore e ai suoi cammelli.
Intanto, Ie sue parole fanno nascere una certa inquietudine.
Questo Allah di cui parla Maometto, questo Dio unico, nato dal nulla e che non ha figli, tollererà le altre divinità e i ginn? E se Maometto predicasse l'abbandono del santuario della Kaaba e la soppressione dei pellegrinaggi? Si perderebbe certamente un'enorme fonte di guadagni!
La vita di Maometto è nelle mani di Abu Talib, il capo del clan. Finché il Profeta fa parte del clan, tutti i membri gli devono aiuto e protezione. Ma se ne venisse escluso, non gli dovrebbero più nulla, e potrebbero ucciderlo impunemente. Così i Qurayshiti inviano degli emissari da Abu Talib, per convincerlo a escludere Maometto dal clan. Abu Talib non si è convertito, ma rifiuta di abbandonare il nipote. Anzi, lo protegge, come gli impone la legge del clan. I Qurayshiti sono delusi, ma non desistono, e si rivolgono direttamente a Maometto, inviandogli una delegazione, guidata da Utba, uomo freddo e deciso, per tentare una riconciliazione. Utba parla a Maometto:
"Sappiamo che sei un uomo ragionevole, quindi già conosci l'agitazione e il disordine che la tua predicazione ha provocato in città. QuaI è il tuo scopo? Se vuoi del denaro, te lo daremo. Se vuoi il potere e comandare sulla città, siamo pronti a sceglierti come capo. Ma per favore non dire più che le nostre divinità e quelli che le adorano sono condannati alle fiamme eterne delf inferno. Se sei soltanto malato, cercheremo per te i migliori guaritori del corpo e dell'anima".
Maometto ascolta con amarezza. No, i mercanti della Mecca non hanno capito nulla. Non vogliono credere, sono degli "infedeli". Per credere, gli chiedono miracoli: far scorrere nel deserto fiumi azzurri come in Siria, tagliare in due la luna, quasi fosse una focaccia. Desolato da tanta incredulità, triste per no nessere riuscito a riconciliarsi con il suo clan, Maometto afferma di non adorare le loro divinità, e recita loro un frammento di ciò che Allah gli ha ordinato di proclamare:
"Che ne pensate voi di al-Lat, di al-Uzza e di al-Manat, il terzo idolo? Voi dunque avreste i maschi e Lui le femmine? Divisione sarebbe iniqua! Esse non sono che nomi dati da voi e da' padri vostri, pei quali Iddio non v'inviò autorità alcuna" (Sura LIII).
L'affronto è gravissimo: non si possono insultare impunemente Ie divinità della Kaaba. Cominciano le persecuzioni.


Maometto è braccato, ma la solidarietà tribale lo salva: Hamza lo aiuta a rifugiarsi in casa di al-Arqam

Da tutte le parti Maometto viene contestato e deriso. La Resurrezione dei corpi, il Giorno del
Giudizio, elementi essenziali del messaggio di Allah, vengono ridicolizzati.
Quatre sarebbe la data del Giudizio? E anche gli antenati saranno condannati al fuoco eterno per aver adorato gli idoli della Mecca?
Non sono più neanche domande, ma insulti. Maometto è considerato un indovino, uno stregone, un poeta, peggio, un uomo pagato dai cristiani e dagli ebrei della città. Il suo avversario più feroce è Abu Jahl, potente capo del clan dei Makhzum.
Per fortuna, Maometto trova un sostegno insperato in suo zio Hamza, un uomo povero e collerico, amante del vino, ma energico e coraggioso. Un giomo, tornando dalla caccia nel deserto, Hamza sente da una comare che Abu Jahl ha insultato Maometto. Non può tollerare quell'affronto. Le questioni religiose lo interessano poco, anzi è piuttosto ostile alla predicazione di Maometto, che non rispetta le tradizioni. Ma insultare suo nipote è come ferire lui personalmente. Hamza ha la tipica reazione di un beduino: ciò che offende un membro del clan, offende tutto il clan. La solidarietà tribale lo lega a Maometto. Furibondo, armato, corre alla ricerca del colpevole e lo ferisce. Alla fine dello scontro, AbuJahl ammette di aver sbagliato, e Hamza, per solidarietà con il nipote, si fa musulmano.
Questa solidarietà tribale preserva Maometto da persecuzioni più gravi, ma i suoi seguaci sono vittime di continue pressioni morali e fisiche. Anche camminare per strada è diventato pericoloso: spesso vengono presi a sassate.
Maometto riesce a organizzarsi per resistere alle persecuzioni, aiutato proprio da un membro del clan dei Makhzum, il clan Qurayshita che più degli altri lo tormenta: al-Arqam ibn Abd Manaf, il quale gli offre rifugio nella sua grande casa. È significativo che Maometto abbia trovato asilo presio un estraneo: ormai il Profeta è solo, è un uomo senza clan. La vita alla Mecca è sempre più difficile, il commercio di Khadigia rovinato, la situazione economica dei seguaci insostenibile.


Le persecuzioni continuano senza tregua. I discepoli di Maometto non hanno scelta: sono obbligati ad andare in esilio

NeI 615, il Profeta consiglia ad alcuni musulmani di fuggire in Abissinia. Guidato da un cugino di Maometto, Giafar, figlio di Abu Talib e fratello di Alì, un piccolo gruppo, composto dall'elegante Uthman ibn Affan, da sua moglie Ruqayya e da pochi altri, si mette in marcia, attraversa il mar Rosso e giunge nell'attuale Etiopia, dove viene ben accolto dal Negus, un re cristiano la cui saggia amministrazione ha dato ricchezza e prosperità al suo paese.
Molti aspetti restano oscuri in questa vicenda. Forse Maometto li ha esortati a fuggire perché la loro fede gli sembrava fragile. O forse alla Mecca c'era rivalità tra I'elegante Uthman e il pacato commmerciante Abu Bakr, di cui il Profeta apprezzava molto i consigli.
Alcuni storici hanno visto in questa emigrazione una soluzione per placare i conflitti nascenti, o anche un pretesto per allontanare alcuni credenti le cui opinioni differivano da quelle di Maometto. Certamente, questa prima emigrazione rivela la nascente simpatia tra musulmani e cristiani.
Le relazioni con gli abissini sono così cordiali che alcuni arabi, impressionati dalle chiese e dal culto cristiano, si convertono al cristianesimo. È il caso di Sukran ibn Amr, ma sua moglie Sauda non lo segue, anzi, torna alla Mecca e si rifugia nella casa di Maometto.
Ben presto, altri emigrati si riuniranno ai musulmani rimasti in Arabia.


La conversione di Omar, feroce nemico dell'Islàm, infonde coraggio ai credenti

Mentre un gruppo fugge in Abissinia, un altro, formato da circa quaranta uomini e venti donne, cerca di resistere chiuso nella casa di al-Arqam. Vengono organizzati dei tumi di guardia per proteggersi dagli attacchi improvvisi. I Qurayshiti, esasperati dall'aumento delle conversioni, diventano sempre più aggressivi, finché uno di loro, Omar ibn al-Khattab, decide che sarà lui a uccidere Maometto.
Omar è un uomo pericoloso, violentissimo, orgoglioso, forte, così alto che deve piegarsi per entrare in una casa. Con la spada sguainata, Omar s'incammina deciso per la strada che porta a casa di al-Arqam. Ma ecco che incontra qualcuno a cui rivela il suo progetto e che gli dà un consiglio sorprendente. Farebbe meglio a guardare nella sua famiglia, dove sua sorella Fatima e il marito Said si sono convertiti alla religione islamica. Allora, Omar torna indietro, a casa sua, dove in quel momento l'umile fabbro Khabbab sta leggendo il Corano alla sorella e al cognato. Sentendo il rumore dei passi, Khabbab si nasconde in un'altra stanza. Ma Omar ha sentito delle voci. Vuole sapere chi c'era in casa. La sorella è imbarazzata, ma rifiuta di rispondere. Omar la colpisce e la ferisce alla testa. La vista del sangue gli fa capire di essere stato troppo violento. Profondamente pentito, chiede di poter leggere quello che aveva sentito. Il testo lo conquista, gli sembra sublime.
Corre ancora verso la casa di àl-Arqam, ma questa volta per convertirsi.
Nessuno immagina allora che, dopo Ia morte di Maometto, Omar diventerà uno dei più famosi califfi dell'Islàm. In quel momento, l'importante è che Ia sua conversione dà nuovo vigore alla giovane comunità. L'adesione di quell'uomo, fiero e appassionato nell'odio come nell'amore, rende i discepoli più arditi, spingendoli a pregare pubblicamente, vicino alla Kaaba.
I musulmani si distinguono dagli altri abitanti della Mecca per la pratica della preghiera, ma non sono ancora organizzati in comunità.


Nel 619, l'anno del lutto, Maometto, nonostante il dolore, proibisce a se stesso di piangere la morte di Khadigia e di Abu Talib

Khadigia muore a sessantacinque anni. Da venticinque era la moglie di Maometto, ed era stata per lui consigliera, amministratrice, compagna. Per prima ha creduto alle sue parole.
Maometto è inconsolabile, prostrato. Ma deve continuare a vivere e allevare le figlie. Sposa
allora Sauda, la donna che si era rifugiata da lui quando il marito si era convertito al cristianesimo.
I testi non dicono chiaramente se lei è vedova o divorziata. Certamente è una brava donna di casa, non molto bella, che saprà senz'altro occuparsi della famiglia.
Due giorni dopo Khadigia, muore anche Abu Talib, che ha quasi novant'anni. La sua scomparsa è un colpo terribile per Maometto: non solo ha perso il suo protettore, ma la carica di capoclan passa al fratello del defunto, Abu Lahab, accanito nemico del Profeta.
Abu Lahab lo odia, lui che ha affermato che Abd al-Muttalib e Abu Talib si trovano nelle fiamme dell'inferno insieme agli idolatri.
Per gli arabi, condannare gli antenati all'inferno è un crimine contro la stirpe, il peggiore dei crimini. Maometto non ha rispettato la legge del clan: quindi è una pecora nera, un escluso, un fuorilegge, un uomo socialmente morto. Chiunque può impunemente ucciderlo, venderlo come schiavo, torturarlo, tanto nessuno lo difenderà o vendicherà la sua morte.
La situazione diventa intollerabile. I suoi nemici non hanno più limiti, i vicini gli tirano addosso frattaglie di pecora mentre prega, un mascalzone gli getta della sabbia in testa...
Bisogna decidersi a lasciare la città maledetta.


Perseguitato a Taif e isolato alla Mecca, Maometto predica ai pellegrini. 
La provvidenza gli fa incontrare quelli di Jathrib

Nell'estate del 620, i pellegrini sono più numerosi del solito intorno alla Kaaba. Mentre cerca di convertire qualche straniero, Maometto incontra sei abitanti della città di Yathrib. Impressionati dalla sua personalità, essi pensano che forse lui potrebbe risolvere i numerosi conflitti che turbano la loro città.
L'anno dopo, cinque di quei pellegrini tornano, accompagnati da altri sette. Sono dunque dodici, come gli apostoli di Gesù. Si riuniscono vicino alla Mecca, presso le montagne di Aqaba, e prestano iI cosiddetto Primo Giuramento di Aqaba.
Maometto chiede agli abitanti di Yathrib di proteggerlo come farebbero con le loro figlie e le loro donne. È la formula classica per coloro che vogliono entrare a lar parte di un clan. Per questo il giuramento di Aqaba si chiama anche "giuramento delle donne".
La sua importanza è enorme. Nella società araba del deserto, in cui un individuo senza antenati e senza albero genealogico non è concepibile, Maometto taglia volontariamente ogni legame con la propria famiglia. Afferma così che la legge del clan è superata: non sono i legami del sangue che contano, ma i patti di alleanza, un'alleanza fondata su un ideale comune. Alla tribù succede la comunità, la umma.
Nel 622, settantacinque pellegrini giungono da Yathrib - settantatré uomini e due donne - e giurano a Maometto che combatteranno per lui.
È il "giuramento di guerra", il Secondo Giuramento di Aqaba. Maometto è diventato un capo: non un capo tribù, ma il capo di un popolo, come Mosè.


Dilaniata dalle rivalità fra le tribù, Yathrib ha bisogno di un capo al di sopra delle parti

Trecentocinquanta chilometri a nord-ovest della Mecca, Yathrib è una città molto antica, di cui si parla già in un testo babilonese del VI secolo a.C.
Conta circa tremila abitanti. Ci sono tre tribù ebraiche - i Qorayza, i Nadhir e i Qaynoqa, che hanno adottato in gran parte i costumi arabi e parlano un dialetto arabo - e due tribù arabe dominanti, gli Aws e i Khazrag.
Le continue lotte intestine convincono gli abitanti più pacifici a chiedere l'aiuto di Maometto. Per il momento sono gli Aws ad avere la meglio. Ma che cosa accadrà domani? La città teme nuovi combattimenti, nuove razzie, la spirale della violenza fratricida.


Yathrib è un'oasi ricca, ma minacciata

A Yathrib l'abbondanza di acque sotterranee permette un'agricoltura fiorente, che sarebbe impossibile alla Mecca. L'oasi è ricca di magnifici palmizi e frutteti e gli abitanti vivono soprattutto della coltura dei datteri e dei cereali. Sono, insomma, prevalentemente dei contadini.
Ma la minaccia dei beduini del deserto, che disprezzano profondamente chi lavora la terra, pesa sulla popolazione, e inoltre le relazioni tra i vari clan e tribù diventano sempre più tese.
Tra faide, vendette e controvendette, la vita è ormai insopportabile.
La prosperità della città è in pericolo: solo Maometto forse può ristabilire la pace.


giovedì 23 luglio 2015

IRMA BANDIERA - Partigiana italiana, Medaglia d'oro al valor militare


Irma Bandiera (Bologna, 8 aprile 1915 – Bologna, 14 agosto 1944)
Partigiana italiana, Medaglia d'oro al valor militare (alla memoria).

IRMA BANDIERA

Per ricordarla, a Bologna c'è una strada a lei intitolata, via Irma Bandiera. Proprio lì, su quel marciapiede, il 14 agosto 1944 i fascisti uccisero la giovane donna, una staffetta partigiana che si era rifiutata di collaborare col regime.

Cresciuta in una famiglia benestante lrma, che in casa chiamavano Mimma, quando l'ltalia entrò in guerra prese contatto con gli ambienti antifascisti bolognesi. Ben presto diventò militante dei Gap come staffetta e poi combattente della 7ma Brigata. 
All'insaputa dei genitori partecipò ad azioni sempre più rischiose: conosceva i rifugi dei compagni e manteneva i contatti fra loro. 

Grazie al suo aspetto di tranquilla ragazza perbene forse pensava di passare inosservata, anche quando si occupava di un trasferimento di armi. Fu proprio al termine di una consegna di munizioni alla base di Castelmaggiore della sua formazione che la catturarono. Con sé aveva documenti cifrati. 
Era il 7 agosto. 
Per una settimana fu sottoposta a sevizie e torture. I nazifascisti arrivarono persino ad accecarla per riuscire a sapere i nomi dei compagni e i posti dove erano nascosti. 
Irma riuscì a non parlare. 
E anche quando la portarono al Meloncello, davanti alla porta di casa, insanguinata ma ancora viva, Irma rimase in silenzio. 

La finirono con una mitragliata e il suo corpo fu lasciato come ammonimento sulla pubblica via per un intero giorno.

A Bologna, nella strada a lei intitolata, è presente una lapide alla sua memoria:

Irma Bandiera
Eroina nazionale
1915 - 1944
Il tuo ideale seppe vincere le torture e la morte
La libertà e la giovinezza offristi
Per la vita e il riscatto del popolo e dell'italia
Solo l'immenso orgoglio attenua il fiero dolore
Dei compagni di lotta
Quanti ti conobbero e amarono
Nel luogo del tuo sacrificio
A perenne ricordo
Posero 


* * * 

sabato 11 luglio 2015

CAMILLA RAVERA - Politica italiana (Italian politics)

Camilla Ravera 

Camilla Ravera (Acqui Terme, 18 giugno 1889 – Roma, 14 aprile 1988) è stata una politica italiana, senatrice a vita.


Nata ad Acqui Terme, maestra elementare, già a otto anni resta fortemente impressionata da un corteo di donne scalze e malvestite: 
"Fu allora che nacque in me coscientemente I'interesse per la condizione della donna lavoratrice", scriverà molto tempo dopo. 
Giovanissima, aderisce al Partito socialista.
Protagonista, con Antonio Gramsci, del gruppo torinese dell'Ordine Nuovo, è tra i fondatori, nel 1921, del Partito comunista d'ltalia, di cui guida l'organizzazione femminile e il periodico La Compagna. Al partito consapevolmente sacrifica ogni altra possibilità di autorealizzazione di autovalorizzazione: 
"Fin da giovane, sono stata tanto presa dalla politica da non avere né tempo né disponibilità per accettare l'idea di avere un compagno o un figlio. Infatti ho sempre creduto che per una donna formare una famiglia significhi rinunciare a molte aspirazioni, specie nel campo del lavoro e dei rapporti sociali". 
Ma sono le compagne che la hanno conosciuta in carcere, come Felicita Ferrero, le prime a testimoniare dell'umanità e della ricchezza affettiva di questa dirigente comunista che pure chiamano scherzosamente "la cattedrale".

Già dal congresso di Lione (1924) in cui si schiera con Antonio GramsciPalmiro Togliatti contro Bordiga, fa parte del Comitato centrale, dell'Esecutivo e dell'Ufficio di organizzazione del partito. In clandestinità prima con il nome di battaglia Micheli, poi Silvia, dopo la "svolta" è incaricata di ricostituire il Centro interno e di riorganrzzare il partito in Italia. 
Il 10 luglio 1930, ad Arona, dove deve incontrare altri dirigenti clandestini per preparare la giornata mondiale contro la guerra, in pogramma per il primo agosto, non trova ad attenderla i suoi compagni ma decine di poliziotti. Con vari stratagemmi, riesce a far sapere al partito il nome del delatore, Eros Vecchi.

Il tibunale Speciale la condanna a 15 anni e sei mesi di detenzione, che sconterà fino alla caduta del fascismo, salvo un brevissimo periodo dl libertà per l'amnistia del '32,incarcere a Trani e a Perugia,e al confino a Ponza e a Ventotene.
Dirà della sua detenzione in carcere: 
"Fui trattata con rispetto e non dovetti subire pressioni di sorta, ma ero considerata un'anima destinata alla dannazione [...]. Una suora entrava nella mia cella sempre tendendo in mano il crocefisso, così come i napoletani toccano il cornetto".
  
Camilla Ravera 

A Ponza, che definirà "una ciabatta abbandonata nel mare", arriva alla fine del '37, e viene subito messa al corrente dal collettivo carcerario delle "posizioni opportunistiche" del confinato comunista Umberto Terracini: non dà credito all'accusa. 
Trasferita, con gli altri, nella vicina isola di Ventotene, assieme a Terracini, a partire dall'autunno del 1939 è protagonista di un aspro conflitto con il direttivo comunista del Confino, composto da Scoccimarro, Secchia, Li Causi, Santhià, Cicalini e Pratolongo. 
In un documento non datato, ma comunque immediatamente successivo al patto Ribbentrop-Molotov, il direttivo sostiene che la lotta contro la guerra non coincide più con la lotta contro il fascismo, giacché "investe anche quei partiti democratici che ieri facevano blocco con il proletariato nella lotta per la democrazia e la libertà, e oggi fanno blocco con i ceti reazionari dell'imperialismo". 
Terracini e Ravera non condannano apertamente il patto russo-tedesco ma, in aperto contrasto con la posizione dominante tra i comunisti dell'isola, sostengono che ogni equidistanza è inammissibile: 
"Non si può non vedere non coincidente la vittoria del nazismo a conclusione della guerra con la fascistizzazione dell'Europa e l'aggravarsi estremo del pericolo di aggressione all'Unione Sovietica", sostengono. 
Accusati di "opposizione senza principi", vengono espulsi dal partito.
Scarcerata a 55 anni nel settembre del '43, malata, Camilla Ravera ripara con la sorella in un casolare del Pinerolese: dà lezioni ai figli dei contadini che, in molti casi, vanno a raggiungere i partigiani. 
Nel Pci potrà essere riammessa solo dopo la Liberazione. Palmiro Togliatti, a Torino, la abbraccia pubblicamente, e chiede ai dirigenti locali che cosa mai aspettino per farla tornare a lavorare nel partito. Lei accetta di ridurre al rango di "fesserie" le misure punitive cui è stata sottoposta al confino.

Nel 1946 è eletta consigliere comunale a Torino, dal '48 al '58 rappresenta il Pci in Parlamento. 
È a lungo dirigente dell'Unione Donne ltaliane. 
Nel 1982 il presidente della Repubblica Sandro Pertini la nomina senatrice a vita. 
Quasi centenaria, la maestrina dalla penna rossa del Pci muore a Roma nel 1988.


martedì 3 marzo 2015

IL NAZISMO E LA RESISTENZA (Nazism and Resistance)



L'oppressione nazista e la resistenza europea

Era ormai l'inizio della fine. Nel frattempo l'occupazione tedesca nei territori conquistati si faceva sempre più pesante e crudele. Secondo l'ideologia nazista l'umanità si divideva in due grandi categorie: i superuomini, cioè i po-poli di lingua tedesca, più forti e più intelligenti e destinati a governare il mondo, e i sottouomini, cioè il resto dell'umanità, incapaci di governare e di autogovernarsi, destinati quindi ad essere sottomessi o eliminati. 
Dei sottomessi, alcuni sarebbero stati gli schiavi della razza superiore, altri avrebbero trovato la morte in campi di sterminio scientificamente organizzati. Agli Ebrei era riservata la cosiddetta soluzione finale, cioè lo sterminio totale di tutta la razza.


Tale mostruosa ideologia, delineata nel Mein Kampf (La mia battaglia), l'opera che Hitler pubblicò nel 1926, trovò effettiva attuazione. A milioni Ebrei, Polacchi, Jugoslavi, Russi, Francesi furono uccisi nelle camere a gas dei campi di sterminio. I lager (campi di prigionia), tra cui Treblinka, Auschwitz, Mathausen, Buchenwald, divennero tristemente famosi.

Contro una simile oppressione sempre più forte si faceva il movimento di resistenza. Popoli interi si organizzarono nel movimento clandestino. Decine di migliaia di partigiani iniziarono la lotta nelle campagne e nelle città, dalla Francia agli Urali, dai fiordi norvegesi alle montagne di Grecia. Le retrovie tedesche, le strade, le ferrovie venivano continuamente attaccate dai partigiani. Agitazioni e scioperi bloccavano spesso la produzione e creavano serie difficoltà all'invasore.

Nel marzo del 1943 a Torino gli operai metallurgici incrociarono le braccia, dimostrando un coraggio ed una volontà di lotta che preoccuparono seriamente fascisti e nazisti.

Terribili erano le rappresaglie naziste. Gli ostaggi venivano uccisi indiscriminatamente secondo il rapporto, nei casi migliori, di dieci per ogni soldato tedesco. Con questo sistema abitanti di interi paesi vennero trucidati. 
Questa fu la fine di Lidice in Cecoslovacchia, Oradour sur Glane, in Francia, Marzabotto, presso Bologna. Ma le stragi perpetrate dai Tedeschi, invece di fiaccare la resistenza, accendevano sempre di più nei combattenti il coraggio di resistere e il desiderio di conquistare la propria libertà. Cosi Ia resistenza, da fenomeno italiano e tedesco, nata fin dai tempi dell'avvento del fascismo e del nazismo, si trasformò in fenomeno europeo.

La vittoria sovietica a Stalingrado galvanizzò tutti i movimenti partigiani e la resistenza europea cominciò a colpire più duramente Tedeschi e fascisti.


Lo sbarco in Italia

Stalin nel frattempo chiedeva con insistenza l'apertura di un secondo fronte in Europa, dato che il peso della guerra in vite umane era sostenuto soprattutto dai soldati, dai partigiani, dai civili sovietici, mentre I'azione anglo-americana in Europa consisteva unicamente nei massicci bombardamenti dei centri industriali e ferroviari e dei porti.

Aprire un secondo fronte significava attuare una poderosa operazione di sbarco, resa oltremodo difficile su tutte Le coste controllate dai Tedeschi, Le quali erano fortificatissime. Gli alleati preferirono quindi ripiegare sullo sbarco in Italia, più facile data la scarsissima difesa costiera, sbarco che avvenne in Sicilia nel luglio del 1943.


Il 25 luglio 1943

La classe dirigente italiana si sentì tremare la terra sotto i piedi. Pensò di salvare il salvabile liberandosi di Mussolini e indicando in lui l'unico responsabile delle situazione. La corte, lo Stato maggiore ed un gruppo di fascisti dissidenti tramarono allora un colpo di Stato.

Nella notte tra il 24 e il 25 luglio il Gran consiglio del fascismo, organo supremo del partito fascista, votò un ordine del giorno che metteva Mussolini in minoranza e nel quale si chiedeva il ripristino dello Statuto, cioè praticamente le dimissioni del duce.
Il giorno dopo il re congedò Mussolini e lo fece imprigionare. Quindi incaricò il generale Pietro Badoglio della formazione del nuovo governo.

La caduta di Mussolini fu accolta con grande favore dal popolo, il quale sentiva ormai imminente la fine della guerra. Il nuovo governo, pur dichiarando ufficialmente che la guerra sarebbe continuata secondo gli impegni contratti con i Tedeschi, cominciò tuttavia ad avviare trattative con gli Anglo-americani per un armistizio. Queste vennero condotte all'insaputa dei Tedeschi, i quali però, temendo lo sganciamento italiano dalla guerra, provvidero nel frattempo ad inviare truppe nella penisola.


L'8 settembre 1943

L'armistizio, firmato il 3 settembre a Cassibile, presso Siracusa, venne reso pubblico soltanto l'8, ma, per il modo in cui si procedette, costituì per gli Italiani una vera e propria tragedia. La classe dirigente italiana ed il re, che nel '22 avevano consegnato l'Italia a Mussolini e nel '40 avevano precipitato il paese nella guerra, nel '43 lo abbandonavano nelle mani dei Tedeschi.
L'esercito italiano, già demoralizzato dalle sconfitte subite in Africa, in Russia, in Grecia, in Sicilia, fu lasciato senza ordini dai generali, che, insieme al re ed al governo, seppero organizzare soltanto la loro fuga da Roma a Pescara e di qui, per mare, a Brindisi.

Nel giro della stessa notte I Tedeschi occuparono tutti i centri nevralgici del paese. L'esercito italiano si dissolse. I soldati gettarono la divisa; molti tentarono di tornare a casa, altri salirono sui monti per dar vita alla guerriglia partigiana.

Non mancarono isolati episodi di resistenza. A Roma, a Porta San Paolo, si combatté aspramente contro i Tedeschi i quali, superiori per mezzi ed efficienza, ebbero ben presto ragione dei difensori.
Tragico fu l'episodio dell'Isola di Cefalonia nel Mar Jonio, dove 8.000 soldati italiani, dopo molti giorni di accaniti combattimenti, furono sopraffatti e trucidati dai nazisti.




La Resistenza italiana

Nella situazione nuova che si era creata, il 9 settembre i sei partiti antifascisti che si erano ricostituiti all'indomani della caduta del fascismo (comunista, socialista, democratico cristiano, cioè l'ex partito popolare, il Partito di azione, di ispirazione liberal-socialista, il Partito liberale, il Partito democratico del lavoro) dettero vita in Roma al CLN (Comitato di liberazione nazionale) che si proponeva di mobilitare il popolo nella lotta armata contro i Tedeschi e contro i fascisti.

Nello stesso mese paracadutisti tedeschi liberarono Mussolini, prigioniero sul Gran Sasso.
Alla fine di settembre venne ricostituito il regime fascista, la cosiddetta Repubblica sociale italiana, il cui governo pose la sua sede a Salò, sul Lago di Ganda.
L'Italia era così smembrata. Nel Nord e nel centro vi era la RSI; il Trentino e la Venezia Giulia però venivano ceduti dai fascisti alla diretta amministrazione tedesca. Nel Sud vi era il governo del re a Brindisi, mentre gli Anglo-americani conservavano sotto la loro amministrazione i territori liberati dall'occupazione nazista.

Il 27 settembre si ebbe a Napoli la prima insurrezione popolare contro i nazisti. Per quattro giorni i napoletani combatterono casa per casa cacciando i Tedeschi. A liberazione avvenuta, il 10 ottobre, entrarono nella città le truppe anglo-americane, sbarcate a Salerno.

Gli Alleati anglo-americani, nella loro marcia verso il Nord raggiunsero Cassino,  ma qui i Tedeschi si attestarono su una linea difensiva formidabile che riuscirono a mantenere fino alla primavera del '44.

Il 12 ottobre il governo Badoglio dichiarò guerra alla Germania, proclamando lo stato di "cobelligeranza" con gli Alleati. Per tutto l'inverno nelle retrovie tedesche e soprattutto nell'Italia settentrionale il movimento partigiano si andò organizzando in modo sempre più massiccio. Il popolo italiano aveva ormai fatto la sua scelta, mettendo in pratica la lotta a fondo contro nazisti e fascisti.

Nel gennaio del '44 a Bari, i partiti del CLN, dopo accesi contrasti e lunghe discussioni, decisero di entrare nel governo del re, proponendo, nello stesso tempo che, alla fine della guerra, il popolo avrebbe scelto per il paese mediante libere elezioni la forma monarchica o quella repubblicana.

Nell'aprile Badoglio formò un governo di "unità nazionale" con i rappresentanti dei sei partiti. Il re si impegnava ad affidare al figlio Umberto la luogotenenza del regno quando Roma fosse stata liberata.

Nel gennaio 1944 gli Alleati erano intanto sbarcati ad Anzio, ma anche qui trovarono un'accanita resistenza tedesca. Tutte le operazioni militari ristagnarono per qualche mese. Finalmente nella primavera gli Alleati sferrarono l'attacco sul fronte di Cassino; ebbero ragione della linea difensiva tedesca e marciarono verso il Nord. Liberarono l'Italia centrale e nella notte tra il 4 e il 5 giugno entrarono in Roma.




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