martedì 21 maggio 2013

CULTURA E IDEOLOGIE NEL PRIMO NOVECENTO (Culture and ideology of early Twentieth Century)

Guttuso - Fuga dall'Etna
 
 CARATTERI GENERALI

Nessun secolo nuovo fu mai accolto, nella storia, con l'entusiasmo riservato al Novecento. Per quanto i decenni che I'avevano preceduto non fossero stati precisamente idilIiaci, pur tuttavia l'Europa nel suo insieme non era stata sconvolta da guerre generali. Lo sviluppo delle industrie e dei consumi, un innegabile miglioramento delle condizioni di vita, l'incessante evoluzione della scienza e della tecnica, tutto si riassumeva in una parola che da sola apriva gli animi alla speranza di un futuro ancora migliore: progresso.

Un ottimismo non ingiustificato, del resto, per chi si apprestava a festeggiare la nascita del nuovo secolo: nessuno avrebbe potuto infatti prevedere che nel volgere di soli quindici anni il mondo sarebbe precipitato nel baratro della guerra, e avrebbe vissuto uno dei momenti più tragici dell'intera sua vicenda.

Certo, il passaggio del capitalismo dalla libera concorrenza al monopolio, l'avvento minaccioso dell'imperialismo e dell'epoca colonialista, col loro triste bagaglio di violenze ai danni di popoli inermi, avrebbero potuto far sorgere dei dubbi sulle sorti, a breve scadenza, di quella che fu definita l'età felice, la I'belle époque. E però i fatti stavano, al momento, a giustificare la visione di un progresso sicuro e tranquillo sul piano economico (con I'attenuazione degli scontri di classe e l'allontanamento dello spettro della rivoluzione) ed esaltante su quello della conoscenza, della cultura, degli ideali.

Basti pensare alla enorme portata culturale della rivoluzione scientifica che maturò in quegli anni e al ribollire di idee e di orientamenti nuovi che caratterizzò la cultura del tempo. Una cultura il cui obiettivo principale fu quello di operare una rottura netta con la filosofia del positivismo, dominante negli ultim
i decenni dell'Ottocento.


 
Karl Marx

   
Contro il positivismo si mossero non solo le correnti che si richiamavano alle dottrine di Hegel e soprattutto di Marx (quest'ultima divenuta ormai materia viva di scontro politico, oltre che ideale), ma anche nuove filosofie che attaccavano il vecchio modo di pensare, accusandolo di aver ridotto entro i limiti di aride e immutabili leggi, la complessa realtà della natura, negando ogni valore alla volontà e all'azione umana.
   
Antonio Labriola

  
In Italia - ma con un'opera che travalica i confini nazionali per affermarsi a livello europeo - Antonio Labriola (1843-1904) porta la sua critica al positivismo, riaffermando la validità delle concezioni marxiste nella loro più autentica interpretazione. Ancora in Italia, Benedetto Croce, già seguace del Labriola, sollecita il ritorno alla filosofia di Hegel, proponendo una nuova visione della storia. Per Croce, tutta la realtà deve essere intesa come storia (storicismo assoluto) ovvero come prodotto dello spirito umano (idealismo).
  
 Henri Bergson
  
Assertore di nuovi orientamenti filosofici, in senso antipositivistico, fu il francese Henri Bergson (1859-1941), per il quale la realtà sta nello svolgersi, nel divenire del la vita, che è creazione continua, "slancio vitale". Una tale realtà può essere appresa solo mediante l'intuizione, poiché l'intelligenza - e quindi la scienza - ci offre di essa un'immagine frammentata, parziale, utile per i nostri scopi pratici ma incapace di renderne l'intima essenza.
    

William James
    
Per l'americano William James (1842-1910) sono l'esperienza, la volontà, l'azione che hanno, in sé, valore di verità in quanto servono a costruire un mondo ancora incompleto, irrealizzato. Questa filosofia prese il nome di pragmatismo p€er l'importanza che essa riserva al "fatto" (pragma), all'azione.
   
Friedrich Nietzseche

   
Una particolare corrente di pensiero, destinata a incidere in maniera rilevante nelle coscienze del tempo, fu quella che prese le mosse dalla filosofia del tedesco Friedrich Nietzseche (1844-1900), fondata sulla esaltazione della forza e della volontà di potenza. Espressione di un estremo romanticismo, segno, a suo modo, della crisi che stava per investire la cultura e l'intera società europea, la filosofia di Nietzsche poneva in primo piano il ruolo che nella storia appartiene non ai fatti, ai processi oggettivi, ma al soggetto eccezionalmente dotato, al superuomo, capace di sottrarsi ad ogni regola convenzionale, di porsi al disopra di qualsiasi principio morale e di utilizzare spregiudicatamente, ai suoi fini, la forza delle masse da lui stesso dominate. Tale concezione, che aveva al suo sorgere valore di rivolta contro la morale e il comportamento borghesi, doveva alla fine esser fatta propria dalle forze più reazionarie della borghesia, quale supporto ideologico dell'espansione coloniale e della guerra prima, del fascismo poi.
   
George Sorel 
   
La forza di penetrazione di questa dottrina - definita irrazionalista - fu tale che perfino il pensiero socialista ne fu in qualche modo influenzato. Le idee di George Sorel sullo sciopero generale come arma rivoluzionaria, sulla violenza delle masse, sul diritto di alcune minoranze d'avanguardia ad affermare la propria egemonia sulle grandi moltitudini umane, altro non sono che riflessi delle teorie irrazionaliste. Va rilevato, per inciso, che quanti ebbero a sostenere con convinzione tali idee finirono ben presto col ritrovarsi a fianco dei nazionalisti, cioè con Ie forze dell'estrema destra dello schieramento politico.

E il nazionalismo - componente ideologica, come abbiamo visto, dell'imperialismo moderno - rappresentò la bandiera della controffensiva che le classi conservatrici scatenarono, di fronte all'estendersi del movimento dei lavoratori e dei loro partiti.

Scrive Io storico Rosario Villarir:

"All'internazionalismo socialista, e agli ideali umanitari di collaborazione tra i popoli, i nazionalisti contrapposero l'idea della lotta tra Ie nazioni come strumento necessario di progresso; al principio della solidarietà sociale (che ispirava la legislazione protettiva del lavoro e le riforme democratiche) l'individualismo e il disprezzo del popolo; al sistema parlamentare una concezione autoritaria e dittatoriale del potere che oscillava tra le forme monarchico-assolutiste dell'antico regime e il modello napoleonico. 
Come alternativa popolare al principio socialista della lotta di classe, i nazionalisti proposero l'esaltazione esasperata dei valori nazionali e patriottici, la lotta fra le nazioni, il razzismo.
L'affermazione del diritto delle razze superiori a dominare i popoli arretrati apparteneva già alla pratica e alla teoria del colonialismo: ad essa si aggiunse la difesa della purezza della razza, che diede un nuovo fondamento ideologico all'antisemitismo (odio razziale contro gli ebrei) e nuova materia alle discriminazioni e ai contrasti etnico- razziali all'interno del mondo evoluto e della stessa Europa....
L'esaltazione della guerra fu infine iI tema centrale dell'ideologia nazionalista, il più adatto a esprimere in tesi tutte le sue componenti autoritarie, eroiche, irrazionaliste, antiumanitarie ed estetizzanti. Su questo terreno avvenne l'incontro tra l'ideologia nazionalista, il conservatorismo tradizionale e la spinta imperialistica del capitalismo giunto alla fase della esasperata concorrenza economica fra le nazioni; e fu proprio per questa convergenza che iI movimento di idee, che era apparso all'inizio come farneticazione di letterati decadenti in cerca di popolarità, si trasformò in concreta forza politica eversiva".


Forza politica che trovò spazio e momenti di aggregazione in tutta Europa. In Francia si era organizzata attorno al gruppo dell'Action française, diretto da Charles Maurras (1868-1952); in Italia attorno alla rivista Il Regno, diretta da Enrico Corradini (1865- 1931) e che si giovava della collaborazione di letterati quali Giovanni Papini, Ardengo Soffici, Giuseppe Prezzolini. Per i nazionalisti italiani l'alternativa alla democrazia borghese - alla Italietta giolittiana - e, soprattutto, allo "ignobile socialismo", era il ricorso alla guerra affinché l'Italia, nazione proletaria, potesse imporre i propri diritti alla espansione e alla conquista di nuovi spazi vitali.

Sotto la pressione della politica imperialistica delle grandi potenze, in un fermento di idèe irriducibilmente contrapposte, la belle époque si avviava al suo funesto epilogo.


La letteratura del decadentismo

L'avvento dell'epoca dell'imperialismo portò dunque a un capovolgimento di quelli che erano stati i grandi ideali del XIX secolo, aprendo nella cultura europea una crisi di ampie dimensioni. Una crisi che nel campo specifico della letteratura assunse un insieme di caratteri non del tutto omogenei ma che possono ricondursi sotto la comune definizione di decadentismo.
  
Arthur Rimbaud 


   

Paul Verlaine
   
Stephane Mallarmé
  
Questo termine - come molti altri nel passato (barocco, romanticismo, impressionismo, ecc. ) - fu coniato per esprimere una valutazione negativa: esso sintetizzava la critica mossa da certi ambienti letterari francesi all'opera di alcuni scrittori i quali, per tutta risposta, crearono attorno al 1880 un raggruppamento che chiamarono, in segno di sfida, decadente. Si trattava di Jean Arthur Rimbaud (1854-1891), Paul Verlaine (1844-1896), Stephane Mallarmé (1842-1898), fondatori e insuperati interpreti di questo nuovo indirizzo della letteratura europea. (Nota a fondo pagina).
  

Charles Baudelaire
    
Un indirizzo che nonostante il suo nome non testimonia certo di un periodo di decadenza artistica, bensì di una fase di particolare travaglio della cultura continentale sottoposta alle laceranti sollecitazioni di una società in grave fermento.

Vediamo, in sintesi, gli elementi peculiari del decadentismo:
 
1) rottura col passato o, per lo meno, esaltazione di quanto di nuovo veniva proponendosi rispetto alla tradizione...

2) disprezzo e rifiuto delle abitudini, dei modi di pensare, delle leggi della società del tempo, così come essa era organizzata (rifiuto cioè della morale borghese)...

3) esaltazione dell'individualismo sia in senso attivo (l'uomo forte, destinato ad emergere dalle masse e dominarle), sia passivo, come espressione della totale solitudine dell'uomo e della sua incapacità di comunicare con gli altri, con Ia società...

4) culto della violenza, tanto collettiva (Ia guerra) che individuale (il dominio del superuomo)...
 
5) evasione dalla società...  

6) totale sfiducia nella scienza e nella ragione umana, incapaci a comprendere la realtà, che può essere colta, soggettivamente, solo dall'artista...
 
7) rifiuto di qualsiasi tecnica o regola letteraria basata sulla logica e continua invenzione di tecniche e forme che, proprio per non essere logiche, possono consentire di cogliere, mediante la forza della suggestione, quegli aspetti della realtà che la ragione non potrà mai conoscere.
    
 Edgar Allan Poe 
  
(NOTA) Poeti di altissima levatura, essi ispirarono la loro opera a quella geniale e rinnovatrice di un altro grande della poesia d'ogni tempo, il francese Charles Baudelaire (1821-1867), che insieme all'americano Edgar Allan Poe (1809-1849) deve essere considerato l'iniziatore della letteratura moderna.


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venerdì 17 maggio 2013

I MARTIRI DI BELFIORE

I martiri di Belfiore (Edoardo Matania)
   
Il nome e la propaganda di Mazzini hanno ancora una notevole autorità dopo la caduta della Repubblica Romana, vasta è la rete di legami organizzativi che il 1848 non aveva distrutto nelle località soprattutto in cui esistevano ancora gli uomini, che avevano partecipato all'attività della Giovine Italia.
Quando, quindi, Mazzini dall'esilio cerca di riprendere le fila della cospirazione, organizzando I'Associazione Nazionale Italiana, non gli riesce difficile, soprattutto in alcune regioni, ritrovare collegamenti e punti di appoggio.

Uno dei centri del movimento mazziniano di questi anni è Mantova, la città che durante e dopo il Risorgimento, con l'organizzazione delle prime associazioni operaie e socialiste, ha avuto grande parte nella storia d'Italia. Mantova, che era stata nel periodo napoleonico centro attivo di vita politica, dopo il 1815 sente più che mai pesante la cappa di piombo dell'assolutismo austriaco. 
Dal 1821 al 1828 parecchi mantovani sono condannati allo Spielberg; altre condanne sono pronunciate dopo i moti del 1831 contro suoi cittadini che avevano tentato di far fuggire Ciro Menotti dal castello della città; e sempre dopo il '31 si iniziano i primi collegamenti con la Giovine Italia. 

Nel '48 Mantova è l'unica città della Lombardia che, dopo i moti di marzo, non riesce a liberarsi dagli Austriaci, anche per il rapido concentramento della loro resistenza nel Quadrilatero (Il Quadrilatero fu, tra il 1815 e il 1866, un sistema difensivo austriaco nel Lombardo-veneto che si dispiegava su un quadrilatero i cui vertici erano le fortezze di Peschiera del Garda, Mantova, Legnago e Verona, comprese fra il Mincio, il Po, l'Adige e, dal 1850 circa, la ferrovia Milano-Venezia, tramite la quale erano garantiti i rifornimenti. Difficilmente aggirabile, ostacolava i movimenti di truppe nemiche nella pianura padana): molti patrioti però si allontanano dalla città e costituiscono un Corpo franco di volontari, che, dopo Custoza, andrà a difendere la Repubblica Romana.

La situazione si aggrava come dovunque dopo il '49: viene allora costituito un attivo comitato diretto da don Enrico Tazzoli, professore del seminario mantovano, che nel 1851 prende contatti diretti con Mazzini.
Una delle attività più importanti è quella della vendita di cartelle del prestito nazionale, attraverso il quale si volevano raccogliere fondi per finanziare le spese cospirative e per acquistare armi per i ritenuti prossimi moti insurrezionali.
Tazzoli si dà da fare per raccogliere adesioni numerose ma, in una attività, che era per se stessa compromettente perchè non regolata dalle dovute norme cospirative, commette l'ingenuità di registrare, per motivi di onestà, in un quaderno gli incassi e le spese, sia pure con
un cifrario abbastanza elaborato., basato sulle lettere del Pater noster.

Il comitato svolge anche attività di propaganda; acquista un torchio per la stampa di manifesti e si mette in collegamento con la famosa tipografia, di Capolago presso Lugano.
All'abile polizia austriaca, che si appoggiava, come sempre accade, su una rete di confidenti e di spie, non sfugge la notizia del risorgere di centri cospirativi: cominciano i primi arresti e le prime gravi condanne a morte, alle quali il governo austriaco non era mai ricorso prima del '48, consapevole come era della loro impopolarità; ma le vicende del '48, i moti di ribellione delle molte nazionalità oppresse dal potente impero avevano spinto i suoi metodi oppressivi in una direzione diversa, che in fondo denunciava la consapevolezza della prossima fine.
  
Tito Speri, Angelo Fattori, il pittore Boldrini, Angelo Giacomelli, Antonio Lazzati, Francesco Montanari... detenuti nelle carceri di Mantova (1853) 
  
Viene arrestato in un primo momento il patriota Luigi Dottesio, che viene giustiziato nell'ottobre del '51. Quasi contemporaneamente, a Milano è arrestato, mentre incollava manifesti anti-austriaci, l'operaio Amatore Sciesa.
Nel febbraio 1853 viene arrestato don Giovanni Grioli, parroco di Cerese, sotto l'accusa di aver dato dei danari a un soldato ungherese per indurlo a disertare; in casa sua vengono scoperte alcune copie di un bollettino mazziniano che aveva ricevuto da Tazzoli; Grioli però non confessa, anche dietro la promessa della libertà, e per il momento l'episodio si chiude con la sua condanna a morte, eseguita il 5 novembre sugli spalti di Belfiore.
Ma la polizia è stata messa sul chi va là: in gennaio a Castiglione delle Stiviere viene arrestato un impiegato in possesso di una cartella del prestito: le rivelazioni da lui e da altri fatte portano all'arresto nel gennaio 1852 di Tazzoli e nel giugno di molti altri patrioti tra cui Grazioli e Poma di Mantova, Tito Speri di Brescia, Canal, Zambelli e Scarsellini di Venezia, Montanari di Verona, città i cui comitati mazziniani avevano legami diretti con Mantova.

Il cifrario, trovato in casa di Tazzoli, era stato inviato a Vienna ed era stato facilmente decifrato da esperti tecnici: ma non tanto di questa scoperta si valsero gli inquirenti per allargare le fila degli arresti e delle accuse quanto del tradimento di un cospiratore, Luigi Castellazzo, figlio di un impiegato della polizia, che denuncia nomi e fatti, anche inesistenti, come risulta dal verbale conservato nelI'Archivìo di stato di Vienna.
Le sue deposizioni rendono nulla la linea di difesa, che, per sè e per gli elencati nel registro, Tazzoli aveva preparato; esse allargano inoltre il numero degli arresti e pregiudicano gravemente la situazione di alcuni, soprattutto di Tito Speri, accusato falsamente di aver organizzato un attentato a un alto funzionario austriaco.

La situazione degli arrestati, tenuti a regime di carcere duro, è gravissima: Speri in uno scritto denuncia i tristi metodi degli austriaci, che sono simili a quelli che hanno sempre usato gli oppressori di tutti i tempi per far sì che gli uomini in loro balia tradiscano il bene più alto, la loro dignità umana.
Il processo, dopo le ultime rivelazioni, è condotto rapidamente; le condanne a morte sono già state decise a Vienna prima che le sedute siano terminate. Siccome tra i futuri condannati vi sono due sacerdoti, si iniziano trattative con la Santa Sede per ottenere la sconsacrazione, come si trattasse di colpevoli di gravi delitti comuni; in tal modo Tazzoli e Grazioli non hanno il diritto di affrontare dignitosamente la morte, indossando l'abito a loro particolarmente caro: la cerimonia, che deve servire di ammonimento a quanti volessero seguire la loro strada, viene compiuta prima della condanna.

La prima tornata del processo si chiude il 13 novembre 1852; sono chieste 10 condanne a morte che sono poi confermate per cinque patrioti.
La mattina del 7 dicembre, sugli spalti di Belfiore, un secondo gruppo di 5 martiri affronta serenamente e dignitosamente la morte: sono don Enrico Tazzoli, Carlo Poma, Giovanni Zambelli, Angelo Scarsellini, Bernardo Canal.
Ma il governo austriaco, impaurito per la sua impopolarità sempre più crescente (che si tradurrà dopo due mesi nei moti del 6 febbraio di Milano) accelera a conclusione della seconda tornata del processo: il 20 febbraio del 1853 a Belfiore per la terza volta si erigono le forche: salgono il patibolo Tito Speri, Carlo Montanari, don Bartolomeo Grazioli.

Dopo neanche un mese, con un processo rapidissimo, che si vuole concludere prima di pubblicare l'ipocrita amnistia del 19 marzo, viene per ultimo condannato e impiccato a Belfiore Pietro Frattini, un'altra vittima delle delazioni del Castellazzo.

Tutti i martiri sono sepolti nella nuda terra in una fossa scavata ai piedi delle forche, secondo un'usanza che anche i carnefici nazisti hanno seguito perchè ai cadaveri siano sottratti anche quegli onori che la pietà umana ha loro riservato da secoli .

Ma come se tutto questo sangue versato non bastasse, due anni dopo un'altra vittima delI'odio cieco dell'Austria, Pier Fortunato Calvi, viene giustiziato in questo luogo, divenuto, come dice il Carducci, da "oscura fossa d'austriache forche.... fulgente ara di martiri".
Come già i fratelli Bandi era egli ha cospirato nelle file stesse dell'esercito austriaco; nel 1848 si mette al servizio della Repubblica di Venezia, che lo manda a dirigere l'eroica resistenza partigiana del Cadore; un corpo di 500 montanari, fra queste aspre montagne, sotto la sua guida, per diversi mesi dà molto filo da torcere alle truppe austriache.

Dopo che I'insurrezione viene stroncata, Calvi riesce a fuggire in Svizzera dove accetta dai gruppi mazziniani l'incarico di ritornare nel Cadore ad organizzate una nuova resistenza.
Arrestato nel Trentino per il tradimento di una guida, ai primi di settembre del 1853 , viene portato nel triste castello di Mantova; anche per lui prima e durante il processo si rinnovano le solite minacce e lusinghe, ma dignitosamente egli afferma davanti ai giudici:

"Voi non udrete nulla da me che possa coinvolgere altri nella mia rovina. Non ho temuto le baionette, non temo le vostre misure di rigore; ponetemi alla tortura, non decamperò dalle leggi dell'onore che mi dicono essere infamia tradire i fratelli".

Alla lettura della sentenza di condanna a morte, come un eroe dantesco Calvi "non mosse collo nè piegò sua costa" e, ultimo del numeroso drappello, viene impiccato a Belfiore il 4 luglio 1855.
  
Mantova, lapide ai Martiri di Belfiore posta in Via Acerbi
     
Undici sono dunque stati i patrioti italiani che, in questo ultimò tragico periodo della dominazione austriaca, hanno dato la vita per a causa della libertà e dell'indipendenza d'Italia, sugli spalti di Belfiore: del loro eroismo testimoniano non solo la vita e l'atteggiamento di fronte alla morte ma documenti e lettere, scritti nel carcere, che ci ricordano la grandezza della loro fede e nelle cui pagine risuonano accenti, che circa cento anni dopo ritroveremo nelle lettere dei condannati a morte della Resistenza.

Si possono citare alcune di queste testimonianze: 

Bernardo Canal scrive lapidariamente allo zio: "Confido che saprò morire". 

Carlo Poma nei tristi giorni del carcere cerca conforto nella lettura della Divina Commedia.

Tito Speri, afferma in una lettera ad una amica: "Io non vado alla forca ma a nozze".

A queste parole si ispirò certamente il poeta Marradi che, ricordando la sua morte (e implicitamente, direi, quella di tutti gli undici martiri), scrisse questi versi, in cui campeggia la eroica figura del patriota che diresse animosamente le Dieci Giornate di Brescia:

Ultimo nel fiore
dei suoi ventisette anni, vestito,
come a chi nozze va, meravigliando
di sua letizia esecutori e astanti,
sali la forca Tito Speri. I gioghi
di monte Baldo e le pianure e l'acque
de la dolente patria, sopita
nel velo delle nebbie mattutine,
anche una volta salutò d'un riso
di ineffabile addio. Poggiò sicuro
la bruna testa al palo e fra mille occhi
che intorno Io guardavano in silenzio
fissò con gli occhi scintillanti il cielo.
   
Piazza Martiri di Belfiore - Mantova
              

Monumento ai Martiri di Belfiore - Giardini di Belfiore - Mantova
     









martedì 14 maggio 2013

LA MORALE DEI GIUDEI E DEI CRISTIANI - The moral of the Jews and the Christians



    
Il riferimento alla legge è un ingrediente fondamentale della tradizione etica greca: nella trasformazione della civiltà feudale in civiltà cittadina la legge diventa uno degli strumenti fondamentali per mantenere la coesione sociale. La virtù, che nel mondo feudale è costituita dalle imprese e dagli atteggiamenti che si addicono a un giovane guerriero, a un vecchio saggio, a una donna pudica e fedele, nel mondo dominato dalla legge è l'insieme degli atti conformi appunto alla legge. 
Il riferimento alla legge non è esclusivo del mondo greco: la trasformazione del mondo 'eroico' in mondo contadino, artigianale o mercantile è spesso accompagnata dall'emergenza della legge come canone ultimo di comportamento e di giudizio. Questo processo può essere indirizzato verso la costituzione della civiltà cittadina, come in Grecia, o verso la costituzione di grandi regni con apparati amministrativi, come nei settori sud-orientali del Mediterraneo; ma sempre la legge tende a sostituirsi ai legami personali e parentali del mondo 'eroico', sia che l'autorità della legge venga fatta risalire a un mitico legislatore, e tragga la sua forza dalla tradizione e da un certo equilibrio socio-politico, sia che la legge sia vista come il volere del re e tragga la sua forza da un apparato burocratico.

Tuttavia la morale greca nasce da un particolare atteggiamento verso la legge, atteggiamento che ha caratterizzato fortemente e in modo particolare la cultura greca. Per i greci fu sempre difficile fare riferimento a una legge comune unica: il loro mondo politico-culturale fu sempre un mondo pluralistico e particolaristico, e ogni comunità greca ebbe le proprie leggende sulle origini, una propria tradizione religiosa, ordinamenti politici propri. 
Ben presto i greci ebbero coscienza della differenza delle leggi e addirittura dei principi legislativi che governano le diverse comunità elleniche; e non fecero nulla, per molto tempo, per superare lo stato di divisione della loro stirpe, che, anzi, le varie comunità entrarono in reciproca competizione e svilupparono una forte tendenza al confronto e alla critica reciproca. 
L'ideale panellenico, il tentativo di trovare e proporre qualcosa di comune a tutti i greci, nacque solo nel V secolo a.C. in un'atmosfera culturale nella quale si tendeva a sottovalutare l'importanza delle tradizioni locali.

Una delle tesi della sofistica fu appunto che ovunque tutti gli uomini sono uguali, o almeno non hanno originariamente le differenze sociali e politiche che la legge attribuisce loro. Per la legge gli uomini sono mariti, padri, figli, sudditi, sovrani, plebei, nobili, magistrati, cittadini, schiavi ecc., mentre per natura gli uomini, come gli animali, sono solo migliori o peggiori, più forti o più deboli: le leggi non sono che gli strumenti tipicamente umani con i quali i più forti dominano sui più deboli. La forza della legge non consiste nella tradizione sacra che sta dietro ogni corpo di leggi, non sta nella bontà degli ordinamenti dati dai legislatori mitici, non sta nella parola sacra del re: la forza della legge sta nel dominio di una parte degli uomini sugli altri. Da questo atteggiamento nacque uno dei tratti fondamentali di quello che è stato spesso considerato il razionalismo greco: la cultura greca, cioè, si riconobbe il diritto di criticare la legge vigente e di risalire alle sue spalle, per cercare un contatto diretto con la natura. 
Nacque così l'idea che esiste una legge naturale al di là della legge politica, e che la legge politica può essere confrontata con la legge naturale, studiata alla luce di questa e anche giudicata e criticata.

In un rapporto di questo tipo con la legge politica si radicò la nascita della morale come disciplina del comportamento individuale. Nel momento in cui la legge diventa uno dei punti di riferimento del comportamento dell'individuo, ma non I'unico, perché le leggi sono molte, possono essere mutate e nessuna copre la totalità del comportamento del singolo, emerge la domanda di criteri di orientamento che non sono contenuti nella legge. 
Molto spesso si è esaltato questo fatto come un progresso dello spirito umano, si è visto nell'etica uno strumento di guida dell'uomo migliore della legge, perché più adatto all'individuo, capace di cogliere sfumature assenti nella generalità della legge. 
La storia seria non si occupa di queste questioni. 
Tuttavia non bisogna nascondersi che I'etica razionale greca di fatto si configurò spesso come un veicolo di mantenimento di criteri tradizionali di giudizio in un mondo che andava cambiando.

In questa prospettiva anche la religione acquistava una posizione particolare. Nel mondo antico la religione aveva spesso risentito del processo d'instaurazione della legge. Là dove si era stabilita una legge unica le tradizioni e le credenze religiose avevano subito un processo di unificazione più o meno forte e radicale, spesso accompagnato dall'istituzione di una casta sacerdotale variamente legata al potere politico. 
Le potenze religiose furono spesso considerate la vera forza della legge, le garanti del loro mantenimento e della forza della comunità, le punitrici dei trasgressori. I sacerdoti divennero gli amministratori di questa forza divina, coloro che conoscevano gli atti da compiere per propiziarne la potenza, coloro che potevano incanalare e anche sospenderne I'azione punitiva.
 In Grecia, come non ci fu un processo di unificazione delle leggi, così non ci fu un processo di unificazione religiosa e di costituzione della casta sacerdotale. Questo non deve far pensare ai greci, e tanto meno ai romani, come a un popolo irreligioso o illuminista. Per i greci come per i romani la religione si mescola a tutti gli atti della vita pubblica e privata; indovini e sacerdoti occorrono ogni momento per compiere in modo tecnicamente corretto i riti religiosi o per interpretare i significati dei segni divini. 
Ma questo apparato religioso non può essere collegato con un corpo uniforme di regole, e la casta sacerdotale non costituisce un corpo unitario collegato a un potere centrale. In queste condizioni le pratiche religiose sono collegate alle norme di comportamento più diverse: tradizioni, credenze e regole di vita di ambito familiare e contadino convivono con la splendida religione della città, mentre gli intellettuali cercano di utilizzare la potenza divina come garanzia dei corpi ideali di leggi e di regole che propongono nei loro libri. 
La religione diventa cioè un termine di riferimento della vita individuale, ma anche essa è un termine di riferimento che non esaurisce, soprattutto in certi strati della popolazione cittadina, i criteri del comportamento. 
Il cittadino colto di una città greca, il romano ellenizzato difficilmente disprezzano le pratiche religiose della comunità alla quale appartengono: essi però dispongono anche di altri criteri di orientamento accanto alla pietà tradizionale della loro patria.


Uno dei termini di riferimento dell'etica è la trasgressione della legge o colpa, un fatto che viene assunto, per così dire, come un dato primitivo. La colpa, cioè la trasgressione degli usi, il compimento di un atto disdicevole è una realtà sentita come molto antica.  La colpa mette in moto una serie di azioni compensatorie, che possono essere la vendetta, la perdita dello stato sociale da parte di chi l'ha commessa, una pena comminata dai tribunali ecc. 
La colpa mette in moto, però, anche una serie di meccanismi religiosi: la religione non solo offre la garanzia che la potenza divina si dirige contro il trasgressore, ma mette a disposizione
una serie di tecniche per liberarsi dalla colpa e talvolta per evitare il castigo divino. La morale assume il concetto di colpa: quasi sempre ammette più colpe di quelle che non ammetta la legge, anche se, talvolta, non riconosce carattere di colpa ad alcune colpe 'pubbliche'. 
Ma la caratteristica fondamentale sta nel fatto che essa si configura come tecnica per evitare le colpe. Se la legge punisce le colpe, se la religione dà modo di liberarsi dalla colpa, la morale insegna a prevenire le colpe.

Un popolo nel mondo antico ebbe fortissimo il senso dell'unità della legge, della sua origine divina diretta, non mediata neppure dal potere dei re, e nell'unità della legge trovò la garanzia della propria unità spesso mortalmente minacciata dalle vicende politiche cui andò incontro.
Fu il popolo ebreo. Il popolo ebreo faceva risalire la propria storia a un patto di alleanza stipulato con la divinità, la quale aveva dato al suo popolo la propria legge La fedeltà alla legge divenne la prestazione del popolo ebraico; la prestazione divina fu la salvezza del popolo di Dio, serrato prima tra i grandi imperi orientali, incluso nell'uno o nell'altro, trasferito da una regione all'altra, poi immesso nell'impero romano e disseminato per tutto il bacino del Mediterraneo. 
La vita ai margini dei grandi imperi, che per i greci si trasformò in frantumazione politica e nel pluralismo della legge, per gli ebrei fu motivo di unità intorno alla legge. Il razionalismo che per i greci si manifestò attraverso il relativismo etico e politico, per gli ebrei si manifestò come adattamento delI'unica legge alla varietà delle circostanze storiche. 
La religione mantenne il carattere unitario della legge, e un potente sacerdozio non solo illustrò costantemente la legge, adattandola ai tempi, ma elaborò tecniche per garantire l'osservanza della legge e liberare dalla colpa costituita  dalla trasgressione.


Nella loro opera di illustrazione  della legge i dotti ebraici vennero a  contatto con la filosofia greca, soprattutto assorbirono le dottrine stoiche, e le utilizzarono nel loro lavoro..Gli stoici avevano parlato di unità del genere umano, che avrebbe una unica legge, avevano concepito i rapporti tra gli uomini e la divinità come un patto, avevano assorbito  molte pratiche ascetiche (cioè di rinuncia ai beni materiali e ai piaceri corporali) che per la religione sono  tecniche di liberazione dalla colpa per farne tecniche morali di prevenzione della colpa. 
Con questi concetti si poteva interpretare la legge ebraica e le pratiche con questa connesse.
In questa direzione i dotti ebraici cercarono anche di trovare il contenuto essenziale della legge ebraica, al di là della molteplicità delle sue prescrizioni, spesso legate a momenti della storia passata. 
Così gli ideali stoici dell'amore tra gli uomini e dell'amicizia universale entrarono nel patrimonio culturale del popolo ebreo. Ma il popolo ebreo non s'identificò mai con il genere umano, rispetto al quale lo distinse sempre il fatto di ritenersi il popolo eletto, governato in modo speciale dalla divinità. 
Il problema della purificazione dalla colpa fu sempre, oltre che il problema del ricupero di un individuo e della liberazione del gruppo dalle colpe dell'individuo che aveva peccato, anche il problema della via migliore per tener fede al patto, che avrebbe determinato I'aiuto decisivo della divinità. La purificazione diventa cioè, non solo I'accesso ai beni religiosi dei quali il gruppo dispone già, ma la condizione perché la promessa divina si realizzi.

Su questo sfondo s'inserì il cristianesimo. E' credenza comune che il cristianesimo abbia portato una nuova morale, più progredita di quella pagana, che abbia dato al mondo pagano il senso del peccato, che abbia aperto la via a una morale capace di tener conto delle esigenze dei poveri e degli schiavi di fronte ai quali era chiusa la cultura greco-romana. 
Nessuna di queste affermazioni è sostenibile. Il cristianesimo ha ampiamente attinto dalla letteratura morale e religiosa giudaica e greco-giudaica. Quando si dice che il cristianesimo si è fatto banditore di una morale più progredita, s'intende in generale per morale progredita una morale di tipo stoico, che era già  ampiamente diffusa negli ambienti intellettuali giudaici.

  Il cristianesimo predicò la salvezza, cioè la liberazione dalla colpa per mezzo della fede, offrendo una nuova tecnica di liberazione dalla colpa che suscitò l'interesse tanto delle classi alte quanto del popolo. Gli ideali di amore, di uguaglianza tra tutti gli uomini, di superamento delle differenze sociali non erano per altro nuovi, né il cristianesimo si fece portatore di programmi di rivoluzione sociale. La vera novità del cristianesimo fu nella tecnica di liberazione dalla colpa che avviene attraverso la fede nella promessa di redenzione.

La soddisfazione della promessa, con la venuta di Dio e I'instaurazione di un regno nel quale avessero riconoscimento adeguato coloro che avevano adempiuto la legge, fu vista via via come un fatto storico e poi come un fatto lontano nel tempo o riguardante la vita dopo la morte.
In ogni caso I'entrata nel regno di Dio era condizionata alla fede in esso, oltre che dall'adempimento degli obblighi della legge.

La dottrina della salvezza attraverso la fede tendeva a far regredire le tecniche di salvezza per mezzo di esorcismi e misteri ampiamente note al mondo religioso antico. 
Il cristianesimo accolse pratiche di questo genere, ma pose sempre come condizione imprescindibile di salvezza la fede nella venuta del regno dei giusti.
A questo modo il patrimonio religioso più tipicamente ebraico passò in secondo piano, e la dottrina cristiana si poté presentare, soprattutto per merito di Paolo, come una dottrina universale, aperta anche al mondo pagano.
 L'altro elemento importante del cristianesimo era costituito dal fatto che la salvezza per la fede implicava la costituzione di comunità religiose di attesa della venuta del regno dei giusti. In queste comunità si cominciò a considerare la società vigente come una fase transitoria, e molti precetti dell'etica stoica diventarono non più la tecnica per evitare la colpa e assicurarsi la tranquillità, ma la via per entrare nel regno dove non ci sarebbe più stata colpa.

Attraverso il messaggio cristiano le vecchie regole ascetiche, proprie dei greci, dei romani, degli ebrei e presenti nella tradizione religiosa di tutti i popoli dell'impero romano, le regole morali dello stoicismo trovavano un nuovo legame e venivano riproposte come strumento di salvezza collettiva.
 In questa atmosfera nascevano le comunità dei nuovi credenti: proprio il sorgere di questi gruppi sociali nuovi, i problemi della realizzazione delle vecchie regole morali entro queste nuove realtà sociali nelle quali erano inseriti saranno le vie più importanti attraverso le quali il cristianesimo si imporrà.


   
LA TORAH

Isidore Epstein, "Il giudaismo"

La Torah, che significa "I'insegnamento" per eccellenza, comprende la dottrina e la pratica, la religione e la morale. La Torah è la diretta conseguenza del Patto del Sinai nel suo duplice aspetto universale e nazionale. 
Mentre i Dieci Comandamenti indicano la sostanza e la portata della universale "missione sacerdotale" di Israele, gli altri Comandamenti erano intesi a preparar Israele a quella santità che doveva praticare, in quanto nazione chiamata a diventare "santa per Dio"...
La santità doveva essere introdotta nel dominio religioso e morale. Per quanto riguarda la religione, la santità richiedeva "negativamente" il ripudio dell'idolatria e delle sue avvilenti e degradanti pratiche, quali: i sacrifici umani, la prostituzione sacra, la divinazione e la magia; e "positivamente" I'adozione di un culto e di un rituale che erano nobilitanti ed esaltanti.
Per quanto riguarda la morale, la santità richiedeva "negativamente" che si resistesse a tutti quegli impulsi naturali che fanno dell'egoismo l'essenza della vita umana; e "positivamente" che si obbedisse a un'etica incentrata sul servizio del prossimo.


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