mercoledì 1 ottobre 2014

LE ORIGINI DELLA LETTERATURA ITALIANA (The origins of Italian literature)

ORIGINI DELLA LETTERATURA

Quando si parla di letteratura, si pensa immediatamente a dei libri stampati, a delle opere scritte, ben allineate negli scaffali di una biblioteca, appartenenti ad autori famosi che spesso si sono sentiti nominare almeno a scuola. La letteratura è così associata alla nozione di "cultura" e quest'ultima viene strettamente ricollegata all'esistenza dei libri.
Eppure questo modo di pensare non è del tutto corretto, anche se è comprensibile.
Innanzi tutto ogni società umana possiede una sua letteratura, così come ha una sua cultura. Entrambi questi due elementi nel corso dei secoli hanno subito un'evoluzione storica e affondano le loro radici più profonde nelle tradizioni delle popolazioni primitive. 
Allora, presso le comunità tribali, la cultura si esprimeva attraverso il canto, la danza, il racconto, la preghiera e il rito. Ciò che veniva narrato e celebrato erano le imprese di caccia e di guerra, le storie degli dei, i miti che spiegavano a modo loro gli elementi della natura, il rapporto con I'aldilà e con le forze divine che governano il mondo. 
Tuttavia all'inizio, presso gli antichi, tutti questi racconti non erano scritti, ma venivano trasmessi a voce, di padre in figlio, da individuo a individuo. La scrittura verrà solo più tardi, per fissare in modo duraturo nel tempo ciò che prima era trasmesso oralmente, per aiutare cioè la memoria affinché il patrimonio culturale della comunità non vada disperso.
La scrittura infatti nasce dal disegno; disegnare, così come scrivere, significa raccontare, riprodurre la realtà e allo stesso tempo ripeterla, anticiparla e aiutare a realizzarla la caccia futura sarà propiziata dall'atto di disegnare l'animale ucciso.
Raffigurare è dunque, per l'uomo primitivo, compiere un gesto magico, un rito, quasi al pari che pronunciare una formula di scongiuro; infatti raffigurare un essere esistente vuol dire sottrargli parte della sua forza e averlo in proprio potere.
Quindi la cultura non si è espressa solo attraverso i libri, ma qualunque forma artistica (letteratura, pittura, danza ecc.) deriva dall'esigenza dell'uomo di rendere rappresentabili ed eterni la religione, la magia e il rito. Basta pensare agli Egiziani, che ricoprivano templi e monumenti funerari con scritte e disegni: scrivere la storia del defunto, elencarne i meriti e mostrarlo nell'atto di combattere significava perpetuare nel tempo le sue imprese, in modo che lo accompagnassero anche nell'oltretomba.

Si può infine affermare che le prime opere letterarie (racconti di fatti, di miti, di gesta eroiche) non nascono dal gusto di divertire e di arrecare piacere, così come I'arte non nasce dal gusto del bello: la letteratura e l'arte derivano da una necessità rituale di trasmettere una serie di avvenimenti, miti, superstizioni e leggende a cui la comunità riconosce un valore, che costituiscono quell'insieme di principi ideali, leggi e norme a cui i discendenti dovranno sottostare.


Gli alfabeti fonetici entrano in uso nel I millennio a.C. 
Da sinistra a destra: 
fenicio arcaico, ebreo arcaico, moabita, fenicio, greco arcaico, greco orientale, greco occidentale




Col passare del secoli i vari alfabeti si evolvono, e con essi anche la struttura sintattica delle diverse lingue. 
Da sinistra a destra: 
greco classico, etrusco arcaico, etrusco classico, latino arcaico, latino arcaico-epigrafico, latino classico, gotico, italico, romano


sabato 20 settembre 2014

LA RELIGIONE DEL SANGUE - Un nuovo regno (The religion of blood - A New Kingdom)


L'annuncio di un "nuovo regno" nelle sanguinose rivolte degli schiavi

La religione dei ceti dominanti, nella società classica, escludeva gli schiavi dai benefici del culto ufficiale, in questa vita, e da ogni partecipazione ai privilegi della sopravvivenza individuale o collettiva, nell'al di là. E' noto che per un ricco signore del mondo greco-romano l'idea stessa della sopravvivenza personale era strettamente legata a quella della sopravvivenza delle classi: il servo "terreno" avrebbe dovuto continuare a servire il padrone anche nell'oltretomba o, nel migliore dei casi, restare escluso per sempre da ogni pretesa all'immortalità, quando questo concetto incominciò a prevalere. Quanto più, infatti, gli uomini perdevano fiducia nell'eternità delle strutture economiche e sociali del loro mondo, tanto più sentivano il bisogno di eternarsi almeno come individui e cadevano vittime dell'illusione di una esistenza ultraterrena.


I CULTI SERVILI

Per Io schiavo, invece, nessuna speranza, nè in questa vita nè nell'altra. Ciò spiega il grande successo e la rapida diffusione dei culti non ufficiali dell'antichità, a partire dal VI secolo circa della vecchia era, in tutto il mondo mediterraneo. I fedeli di Dioniso e di Orfeo, di Cibele e di Atti, di Adone e di Osiride, di Mitra e di Cristo potevano farsi "iniziare" a questi differenti culti senza che le differenze di classe contassero in modo determinante; segno, tra I'altro, che nella ferrea compagine del sistema basato sulla schiavitù si stavano già manifestando le prime crepe. 
I rapporti tra padroni e schiavi, nella vita sociale, restavano immutati; ma di fronte alle promesse del nuovo culto tutti diventavano per il momento eguali. Questo è il vero senso, sia detto per inciso, delle famosa espressione evangelica, "in Gesù Cristo non c'è più nè schiavo nè libero", che troppo spesso viene ancora interpretata come una riprova del carattere progressivo e liberatore del cristianesimo primitivo, sul terreno dei rapporti sociali.
Come in tutti gli altri culti servili,dell'antichità classica, anche nel cristianesimo il progresso e la liberazione restavano limitati al mondo dell'irrealtà, dell'illusione; le classi restavano immutate e immutati i duri rapporti tra servi e padroni. 
Il regime basato sulla schiavitù stava decadendo, è vero, e sarebbe ben presto stato sostituito dal sistema feudale; ma ciò accadeva per motivi del tutto indipendenti dalla volontà degli uomini e soprattutto dall'ideologia religiosa. 
Il cristianesimo, in tutto ciò, non c'entra minimamente. Esso stesso, anzi, era semplicemente un riflesso, nella mente degli uomini, del processo di disfacimento economico e sociale che si stava verificando all'interno della società schiavistica.


LE INSURREZIONI DEGLI SCHIAVI

Ben più importanti di ogni ideologia, sulla strada del processo storico che ha portato al vittorioso prevalere del culto cristiano su tutti i culti ufficiali dell'antichità, sono state le esperienze che milioni e milioni di schiavi, di oppressi, di diseredati ebbero il modo di fare, nella vita di ogni giorno e nello stesso campo della lotta di classe.
Non è vero che gli schiavi abbiano sempre accettato supinamente le loro atroci condizioni di sudditanza.
Gli storici del mondo classico hanno cercato di cancellare ogni traccia delle eroiche insurrezioni e rivolte servili degli ultimi secoli prima di Cristo, soprattutto dopo la "grande paura" della guerra condotta da Spartaco contro Roma alla vigilia tiella caduta della repubblica; ma non tanto che non sia possibile, anzi doveroso, per Io storico moderno, ristabilire nei suoi giusti limiti la verità.
E la verità è che le rivolte degli schiavi assunsero a volte I'aspetto di spontanee e ingenue rivoluzioni sociali, anche se la coscienza di classe era estremamente vaga e I'ideale più avanzato della lotta era quello di un semplice rovesciamento dei valori, che avrebbe fatto degli schiavi i padroni e dei padroni nuovi schiavi. Nè poteva essere diversamente, mancando ancora la prospettiva di un nuovo sviluppo delle forze produttive. Solo la classe che, liberando se stessa, porta anche agli altri la liberazione e schiude nuove vie al progresso della tecnica e dell'economia, può aspirare ad avere il sopravvento sul peso morto del passato.
Anche per questo, le principali rivolte di schiavi dell'antichità finirono, oltre che nella sconfitta militare, nelle nebbie del misticismo e dell'evasione religiosa. 
Quanto più la mano crudele dei padroni, dei dominatori, si abbatteva sui rivoltosi, tanto più le masse dei servi cercavano rifugio nei riti e nei miti che promettevano loro un'emancipazione almeno in un'altra vita. La cosa è chiarissima, se seguiamo la evoluzione di queste rivolte dai primi tentativi del III e II secolo a.C., soprattutto in Italia, dove il sistema della schiavitù stava giungendo al suo sviluppo massimo, sino alle guerre servili siciliane del
135-101 a.C.; alla grande insurrezione di Aristonico, in Asia Minore, dal 133 al 130; alla rivolta di Spartaco nell'Italia meridionale e a quella capeggiata da Savmak, nelle zone costiere del Mar Nero messe nella sua giusta luce dagli studiosi sovietici dell'antichità.


IL REGNO MESSIANICO

Tito Livio, in vari passi dei libri XXXII, XXXIII e XXXIX delle sue Storie, ci parla di episodi insurrezionali di schiavi nel Lazio, a Sezze, a Norba,  al Circeo, a Preneste, in Etruria e nell'Apulia, a partire dalla fine della seconda guerra punica, che vide concentrarsi una ingente massa di schiavi, in prevalenza di origine punica o siriaca, nei possedimenti romani. 
La punizione normale, domata la rivolta, era la condanna a morte per fustigazione o sulla croce dei capi e dei principali responsabili; in qualche caso, lo sterminio in massa, 500 schiavi a Preneste, 7.000 nell'Italia meridionale nel 185 a.C., cento anni prima di Spartaco.
L'elemento religioso, sino a questo momento, non è ancora visibile.
Ma già nelle due rivolte siciliane - che impegnarono alcune centinaia di migliaia di schiavi, costarono perdite enormi ai romani in uomini e in beni e riuscirono a tenere in scacco i migliori generali del tempo, per poco meno di 40 anni, a partire dal 140 a.C. - ci troviamo di fronte ti tutta una serie di fatti nuovi.

Nei frammenti superstiti dello storico Diodoro Siculo, che utilizzava per il suo racconto delle fonti originali di parte servile, completamente perdute, i capi dell'insurrezione ci vengono presentati come dei profeti-re (è stato fatto da alcuni il paragone con la storia di Giovanni il Battista e con quella dello stesso Cristo, secondo alcune tradizioni), che si circondano di manifestazioni miracolistiche e annunciano una specie di "nuovo regno", che ha molte caratteristiche in comune con il "regno messianico" e il "regno dei cieli" della letteratura biblica e di alcuni dei più antichi testi cristiani. 
Accanto ad Eunoo, il leggendario capo della prima rivolta siciliana del 135 a.C., troviamo una profetessa sira, della sua stessa origine, iniziata verosimilmente ai misteri orientali; Salvio e Atenione,  che si misero alla tesa della seconda rivolta, nel 104 a.C., pure di origine sira o cilicia, erano esperti nell'arte degli aruspici e si facevano annunciare dagli dei, come "re predestinati", o messia.

Accanto a Spartaco, pochi decenni più tardi, troveremo, secondo le testimonianze di molti storici contemporanei, una vigile profetessa tracia, che era iniziata ai "misteri di Bacco", cioè al culto dionisiaco, sorto precisamente in Tracia, e che pretendeva, come i primi apostoli cristiani, di ricevere speciali rivelazioni divine.

Siamo dunque su un terreno familiare agli storici delle origini cristiane, anche se I'elemento della guerra combattuta, della rivolta armata, prevale ancora sull'aspetto mistico e puramente religioso. 
Ma ancora più interessante, su questo stesso terreno, è la storia della rivolta degli schiavi di Pergamo, in Asia Minore, verso il 133 a.C., capeggiata da Aristonico, sognatore di uno Stato "senza servi nè padroni" che egli chiamerà, diciassette secoli prima del nostro grande Campanella, la Città del Sole.


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martedì 16 settembre 2014

GIUDAISMO (Judaism)

  
NASCE IL GIUDAISMO
fra le tribù erranti della Palestina

Non è facile abituarsi a pensare che tra la religione del popolo ebraico e la religione cristiana i rapporti sono molto meno stretti, storicamente parlando, che non per esempio, tra il Cristianesimo primitivo e i vari culti di salvezza o di mistero, nati negli ultimi secoli dell'era antica in seno al paganesimo greco-romano. 
Ed è forse più difficile ancora accettare il concetto che il Giudaismo e il Cristianesimo non costituiscono affatto due fasi di sviluppo di una stessa religione, di cui l'una evolva ideologicamente e cronologicamente nell'altra. Eppure esse rappresentano due religioni parallele, sorte nello stesso periodo storico, e cioè nell'epoca del passaggio dalla società schiavista alla società basata sulla servitù della gleba, alla società feudale.
Sono naturalmente i primi capitoli del Vecchio Testamento, la parte più antica della Bibbia, che hanno determinato la convinzione popolare dell'origine remotissima della religione e del popolo ebraico, perchè si iniziano con la storia mitologica della creazione del mondo.
A parte il fatto che tutte le religioni pretendono di richiamarsi alle origini stesse della vita sulla terra, la verità è che gli scritti più antichi della Bibbia, pur riferendosi a tradizioni e a miti anteriori, sono dovuti ad una elaborazione molto più recente e risentono di evidentissime influenze egiziane, assire, babilonesi, persiane e persino elleniche. 
Il Genesi, l'Esodo e gli altri libri considerati antichissimi della Bibbia non ci danno nessuna documentazione diretta sulle stesse origini storiche del popolo ebraico. Essi ci riferiscono semplicemente quello che su queste origini si credeva in Palestina, tra il VI e il IV secolo avanti Cristo, e cioè grosso modo nello stesso periodo che ha visto fiorire la letteratura della Grecia classica e iniziarsi la letteratura latina.

La storia del popolo ebraico, contrariamente a quello che comunemente si crede, non è affatto una delle più antiche. Si tratta di una storia infinitamente complessa, alla quale hanno contribuito le civiltà più varie dell'oriente: i Fenici, i Babilonesi eredi della cultura sumerica, gli Egiziani, gli Egei e gli Ittiti, senza parlare delle stesse genti indoeuropee, il cui contributo alla primitiva religione di Israele è più importante di quanto non si sia sino ad oggi pensato.
I primi documenti storici nei quali si fa menzione degli Ebrei sono del secolo XIV a.C., all'epoca di Amenhotep IV. Il nome collettivo di Israele, attribuito alle popolazioni dimoranti in Palestina, s'incontra per la prima volta in un'iscrizione egiziana, del 1225 a.C. circa. 
Ora, sta di fatto che popolazioni e genti di lingua e civiltà profondamente diverse, le une di origine semitica (Cananei, fenici) e le altre probabilmente di derivazione indo-europea (i Filistei), abitavano già da secoli la Palestina, prima che gli Ebrei penetrassero violentemente, con le armi, in quella piccola fascia di terra che si estende tra il deserto arabico a oriente e il Mediterraneo a occidente, tra le catene montagnose della Siria a nord e i limiti estremi del territorio egiziano (deserto idumeo) a sud. 
Lo stesso nome di Palestina, che originariamente stava ad indicare soltanto la piccola fascia costiera, da Giaffa in giù, e venne dato in seguito per estensione a tutta la regione, significa letteralmente il paese dei Filietei.
L'occupazione ebraica della Palestina rientra quasi certamente nel complesso di quei grandi spostamenti di tribù e di genti che hanno avuto luogo nel corso del XII secolo avanti Cristo e che segnano, tra l'altro, il passaggio di larghi aggruppamenti umani dal nomadismo alla vita sedentaria, dalla pastorizia ad una forma rudimentale di agricoltura, in seguito alla scoperta di nuovi strumenti di produzione (passaggio dagli utensili di pietra a quelli metallici).
A questo stesso periodo risalgono le celebri invasioni degli Hiksos, di cui si sa ancora cosi poco, le migrazioni doriche in Grecia e delle tribù italiche nella nostra penisola.
E' il periodo in cui si precisa e si accentua il regime sociale della schiavitù, ancora poco noto presso i popoli nomadi, obbligati a spostarsi continuamente e poveri di mezzi alimentari, largamente diffuso, invece, presso i popoli che incominciano a dedicarsi sistematicamente all'agricoltura.
Si è spesso osservato che nei libri sacri degli Ebrei le condizioni degli schiavi appaiono incomparabilmente meno gravi che non nel mondo greco e soprattutto nel diritto romano ("Non consegnerai al padrone lo schiavo che cerca rifugio presso di te", nel Deuteronomio, XXIII, 15...., "Non terrai schiavo in perpetuo il tuo fratello impoverito che si vende a te, ma solo fino all'anno del Giubileo", in altre parole la liberazione degli schiavi di razza ebraica ogni 50 anni, nel Levitico, XXV, 42 e ss.).
La osservazione è esatta: ma essa non va attribuita a particolari motivi d'indole morale o religiosa, bensì al permanere di tradizioni e leggi che si riferiscono al periodo iniziale della storia del popolo ebraico, quando prevalevano le forme della vita nomade e pastorale.
Le popolazioni ebraiche facevano verosimilmente parte di quelle tribù erranti, del tipo dei beduini, ancora oggi localizzate nel deserto arabico, che si spostavano continuamente verso la costa, in cerca di un territorio su cui potersi finalmente fermare, e in aspra lotta con le tribù che già precedentemente si erano fissate sugli stessi luoghi, esercitandovi l'agricoltura e forme più sviluppate di allevamento di bestiame.
Il carattere combattivo di queste popolazioni è dimostrato dall'etimologia del loro stesso nome tribale, Israele, una delle designazioni più tipiche sotto le quali esse si presentano alla storia, significa molto probabilmente "colui che combatte", "colui che vince", il "guerriero". 
La tradizione biblica vuole che l'eroe nazionale Giacobbe, considerato il padre di 12 tribù, mutasse il suo nome in quello di "Israele " dopo essere uscito vittorioso dalla sua partita di lotta con I'angelo di Dio, o meglio con Dio stesso (Genesi, XXXII, 24, e seguenti); ma si tratta evidentemente di un tentativo posteriore di dare una spiegazione mitologica di un nome non più giustificato dai fatti.
Anche il termine di Ebreo, che è forse ancora più antico, ma è entrato nell'uso comune soltanto in epoca più recente, potrebbe significare "nomade, il razziatore", secondo una etimologia scientificamente accettata oggi da molti studiosi; o anche, secondo altri, "colui che abita al di là del fiume" (Ibri), sia esso il fiume Giordano in Palestina o l'Eufrate in Mesopotamia,
Quanto al termine di Giudei,  che spettava in origine soltanto ad una delle tribù di Israele, quella di Giuda o Yeudi, e più tardi dato per estensione all'intero popolo ebraico, dopo la distruzione del regno meridionale, , con capitale Gerusalemme, da parte dei Babilonesi, nel 586 a.C., bisogna osservare che esso non aveva affatto, nell'antichità, quell'inflessione scioccamente spregiativa con cui è passato in molte lingue moderne: è sotto il nome di "Giudei", anzi, che la letteratura classica ha conosciuto il popolo degli Ebrei ed il termine di Giudaismo è tuttora quello più appropriato per indicare la loro religione, che si è precisamente formata a partire dal VII-VI secolo dell'era antica, dopo la perdita dell'indipendenza nazionale.
Va infine osservato che l'attuale Stato ebraico, sorto nel secondo dopoguerra in Palestina, ha preso l'antichissimo nome di Israele e come tale è oggi conosciuto nel mondo.
E la guerra continua.........


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lunedì 15 settembre 2014

PICCOLO GLOSSARIO ISLAMICO (Small glossary Islamic)


PICCOLO GLOSSARIO ISLAMICO

Abtar: "mutilato", detto di uomo senza prole.

Adab: usanze, educazione, galateo musulmani.

Aman: garanzia di protezione.

Ansar: ausiliari. Appellativo degli abitanti di Medina seguaci del Profeta.

Asabiyya: solidarietà di gruppo.

Aya (plurale Ayat): versetto del Corano.

Banu: figli di; estensione, clan, tribù.

Burda: mantello.

Coranorecitazione solenne (vedi Quran).

Dabira: parte posteriore dell'elmo.

Dhu al-higga: dodicesimo e ultimo mese del calendario musulmano.

Dhu al-qada: undicesimo mese del calendario musulmano.

Ègira: vedi Higra.

Ghanima: bottino, preda di guerra.

Gihad: sforzo verso uno scopo, in senso lato; in particolare, sforzo bellico, guerra.

Gizya: imposta di capitazione che grava su ebrei e cristiani, secondo il diritto islamico.

Giumada al-akhira: sesto mese del calendario musulmano.

Giumada al-ula: quinto mese del calendario musulmano.

Hadith: narrazione di detti e azioni memorabili del Profeta.

Hagg: pellegrinaggio alla Mecca; uno dei "pilastri" dell'Islàm.

Hanif: eremiti arabi che, prima dell'avvento dell'Islàm, tendevano al monoteismo pur senza essere né ebrei né cristiani.

Higra: emigrazione dalla Mecca a Medina; in italiano, "ègira".

Islàm: sottomissione alla volontà di Dio.

Kafir (plurale kafirun): infedeli; designa gli abitanti della Mecca che si opponevano all'Islàm.

Kahin: indovino.

Khandaq: fossato, trincea, parola di origine siriana.

Kharag: tassa fondiaria pagata da ebrei e cristiani.

Kuttab: scuola coranica.

Liwa: l'insegna del comandante di un esercito.

Masgid: moschea.

Mazdei: adepti al mazdeismo, la religione dei Magi al tempo dell'Impero sassanide in Persia.

Mihrab: nicchia ricavata in una parete della moschea, orientata verso la quibla, cioè in direzione della Mecca.

Minbar: pulpito della moschea.

Muallaqa (plurale Muallaqat): poesia appesa al muro, secondo l'usanza preislamica.

Muezzin: colui che chiama alla preghiera.

Mufakhara: gara poetica.

Muhagir (plurale Muhagirun): emigrati; indica i primi compagni del Profeta stabilitisi a Medina.

Muharram: primo mese del calendario musulmano.

Mumin (plurale  Muminun): i beneficiari del patto di fiducia detto Aman (Vedi).

Munafiq (plurale Munafiqun): gli ipocriti, cioè i medinesi che facevano solo finta di credere.

Muslim (plurale Muslimun): musulmano.

Nabi (plurale Anbiya): Profeta.

Qasida: poesia, genere poetico.

Qibla: direzione della Mecca, verso cui orientare la preghiera.

Quran: recitazione solenne; in italiano, "Corano".

Quraysh: letteralmente, "piccolo squalo"; denominazione del principale clan della Mecca.

Rabi al-akhir: quarto mese del calendario musulmano.

Rabi al-awwal: terzo mese del calendario musulmano.

Ragiab: settimo mese del calendario musulmano.

Ragiaz: metro poetico.

Ramadan: nono mese del calendario musulmano.

Raya: insegna, stendardo.

Rifada: carica onorifica della Mecca, relativa all'approvvigionamento di derrate alimentari ai pellegrini.

Safar: secondo mese del calendario musulmano.

Salat: preghiera; uno dei "pilastri" dell'Islàm.

Samar: serate, veglie tra la fine del pasto serale e il momento di andare a dormire.

Sawm: digiuno; uno dei "pilastri" dell'Islàm.

Sciita: partigiano di Alì, cugino e genero del Profeta.

Shaban: ottavo mese del calendario musulmano.

Shahada: professione di fede; uno dei "pilastri" dell'Islàm.

Shahid: martire, testimone di Dio.

Shawwal: decimo mese del calendario musulmano.

Siqaya: carica onorifica della Mecca, relativa all'approvvigionamento d'acqua ai pellegrini.

Suq: mercato.

Sura: capitolo del Corano, che ne contiene 114.

Sunna: tradizione; l'insieme degli hadith relativi a Maometto.

Umma: comunità dei credenti.

Zakat: imposta, decima; uno dei "pilastri" dell'Islàm.


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MUSULMANI IN ITALIA (Muslims in Italy)


I musulmani in Italia

L'Islam in Italia è la seconda religione dopo il cristianesimo, principalmente a seguito di immigrazione da paesi a maggioranza musulmana.
Le stime ufficiali parlano di otre un milione di musulmani, che vivono in Italia. Ma potrebbero essere anche il doppio.
Come vivono, quali problemi incontrano, quali scambi avvengono?


Secondo le statistiche i musulmani in Italia ammonterebbero attualmente a circa 1.300.000, tra i quali si contano anche 60.000 cittadini italiani. L'Islàm è ormai divenuta la seconda religione presente nel nostro paese. L'impulso in tal senso l'hanno dato soprattutto le recenti immigrazioni di persone provenienti dai paesi extraeuropei, la maggioranza di area islamica. 

Quali sono i loro paesi di provenienza?

Iniziamo dal continente Europa: ex Jugoslavia, Albania; all'interno di questi due gruppi si contano sia musulmani sia cristiani.

Africa: Marocco, Tunisia, Senegal, Egitto (con un certo numero di cristiani copti), Etiopia (soprattutto eritrei suddivisi tra copti e musulmani), Somalia, Algeria, Libia, Mali.

Asia: Iran, Pakistan, Israele (palestinesi in massima parte), Turchia (forte componente curda), Libano, Giordania (molti i palestinesi), Siria, Iraq (molti curdi provengono da questi due ultimi paesi). 

L'elenco riporta solo le principali nazionalità di cultura e religione islamica presenti sul territorio italiano.

Musulmani stranieri regolarmente soggiornanti, senza contare i minori non titolari di un proprio permesso di soggiorno. (Elaborazione dati Caritas/Migrantes al 31 dicembre 2009)
1 - Marocco..........431.529
2 - Tunisia............103.678
3 - Egitto................82.064
4 - Senegal............72.618
5 - Bangladesh.......73.965
6 - Pakistan............64.859
7 - Nigeria..............48.674
8 - Ghana...............44.353
Altra provenienza.. 66.567
Totale................1.293.000

Ma i numeri sono sempre relativi e molto approssimativi, quindi risulta piuttosto difficile valutare con esattezza la quantità di persone di religione e cultura islamica presenti oggi in Italia, visto che le indagini non affrontano quasi mai il dato religioso.
Altrettanto interessante è la composizione professionale: fra essi ci sono lavoratori, studenti, imprenditori, artigiani, commercianti, professionisti, funzionari, impiegati, operai, braccianti, manovali, autisti, custodi, colf, venditori ambulanti, camerieri, cuochi...

Coloro che sono qui da più tempo hanno cercato di inserirsi tentando di superare le grandi e ovvie difficoltà insite nella condizione di "immigrato" e si sono uniti in comunità che rispecchiano generalmente la nazionalità o, nel caso di eritrei, palestinesi e curdi, l'appartenenza etnica; creando una catena di solidarietà che possa aiutare i connazionali in difficoltà, mediante associazioni che tentano di dialogare con le istituzioni troppo spesso indisponibili ad affrontare nuovi bisogni sociali e culturali. 
Alcune di queste associazioni hanno una propria sede e possono ritrovarsi, oltre che per discutere, per festeggiare eventi lieti o semplicemente per vivere le proprie festività religiose sentendosi più vicini al paese natale. 
Altre hanno invece scelto come punto di riferimento gli istituti culturali o i centri islamici sorti progressivamente nell'arco di questi ultimi vent'anni, in quasi tutte le regioni italiane.

Il Centro Islamico di Milano, uno di questi enti, è un'associazione di musulmani e si propone in sostanza e in sintesi la tutela della identità culturale e religiosa della presenza islamica in Lombardia, in particolare, e in Italia in generale.
L'Islàm non si limita all'aspetto interiore e spirituale dell'uomo, ma regola tutti gli aspetti della vita umana; perciò il Centro si è sempre fatto carico dl sviluppare - accanto al servizi religiosi per lo spirito - tutte quelle attività di assistenza dirette a facilitare l'ambientamento nella società italiana dei musulmani stranieri. 
Guardando più da vicino le attività di sostegno proposte dal Centro, risultano più evidenti i problemi che i musulmani incontrano nel nostro paese: l'assistenza gratuita per trovare una sistemazione abitativa, ogni informazione sui servizi pubblici e sui diritti dello straniero, l'insegnamento dei primi rudimenti dell'italiano colloquiale, servizi di ricreazione e dopo-lavoro di carattere sportivo e culturale: ping-pong, lettura, studio, proiezioni di film e di audiovisivi, somministrazione di pasti (non meno di 2.000 pasti all'anno), specialmente nei giorni festivi e dopo il tramonto del sole nei giorni del mese di Ramadan (in cui i fedeli digiunano dall'alba al tramonto), sovvenzioni in denaro per l'inoccupazione iniziale, la disoccupazione e le difficoltà economiche, sovvenzioni a studenti, assistenza medica gratuita svolta dai medici musulmani del Centro, macellazione islamica di bestie per l'alimentazione carnea (la carne halal è a disposizione nelle macellerie convenzionate con il Centro che fornisce il macellatore), l'assistenza islamica per la preparazione delle salme e il servizio religioso per l'ufficio funebre, l'organizzazione delle feste tradizionali dell'Islàm, la celebrazione dei matrimoni, l'insegnamento della lingua araba e della religione islamica alla prole di coppie miste i cui figli sono "italiani", la pubblicazione di libri e periodici. I centri organizzano conferenze sull'Islàm e tengono inoltre lezioni in scuole di ogni ordine e grado, su invito dei docenti. 
Sempre su richiesta dei docenti, si recano nei Centri islamici, in visita d'istruzione, numerose scolaresche.

Nel 1981 è stata concessa un'area cimiteriale a Segrate e viene data l'autorizzazione all'edificazione di un luogo di culto. La moschea "Al Rahman" di Milano viene inaugurata il 28.5.88. Questa realizzazione è un segno simbolico della presenza islamica a Milano, concretizzata in una cupola e un minareto.

È interessante sapere cosa significa "carne halal": carne pura, senza peccato; poiché per l'Islàm l'animale deve essere ucciso soltanto per reale necessità e senza subire sofferenze, il sacrificio compiuto ha un suo rituale ben preciso: mediante recisione dei principali vasi del collo che impedisce l'afflusso del sangue al cervello e quindi ai centri del dolore, in tal modo l'animale muore in anestesia totale. L'anossia cerebrale (mancanza di ossigeno) provoca le contrazioni muscolari che permettono l'espulsione del sangue dai tessuti, rendendo così islamicamente commestibile la carte, essendo proibito il consumo di sangue. 
Esiste anche il pane halal, cioè il pane non condito con grassi animali (lo strutto in particolare), di cui si fa largo uso nei nostri panifici, e tutta una gamma di prodotti halal, per esempio dolci in cui non siano presenti sostanze alcoliche e così via.
I Centri islamici e le varie comunità si sono fatti promotori di azioni volte a ottenere che nella refezione scolastica i bambini musulmani possano usufruire della "dieta speciale per motivi religiosi" in cui non c'è carne, nella speranza di poter in futuro far distribuire invece la carne halal.
Sono in corso anche trattative per avere a disposizione piscine, nei giorni di chiusura al pubblico, per permettere alle donne musulmane di frequentarle, evitando così condizioni di promiscuità; e altri spazi da adibire a biblioteca con libri e periodici provenienti dal mondo islamico.
Oppure spazi ospedalieri, in accordo con associazioni di volontariato italiane che operano nel settore sanitario, per fare medicina etnica facilitando il contatto col paziente e la validità della diagnosi come pure della cura della malattia. 
I contatti col mondo della scuola concernono anche l'ora di religione e di lingua al fine di poter insegnare nelle scuole la lingua araba e la religione islamica agli alunni musulmani.

Nel contesto attuale si sono moltiplicati i matrimoni misti, tra giovani italiani e persone di cultura e religione islamica; questo è uno dei motivi, oltre ad altri di natura ideologica o mistica, per cui un certo numero di italiani/e hanno scelto di diventare musulmani, anche se in genere preferiscono non pubblicizzare la cosa (almeno per ora) per non incorrere in forme di discriminazione.
Infatti, la professione di fede islamica viene formalizzata solo in caso di matrimonio tra una donna musulmana e un uomo italiano perché l'IsIàm proibisce alla donna di sposare un uomo di altra religione, essendo soggetta all'autorità del marito; mentre l'uomo musulmano può sposare sia una donna cristiana sia una ebrea (cristiani ed ebrei sono i popoli del Libro). 
Anche in Italia, in caso di matrimoni misti, esiste l'usanza di redigere il contratto di matrimonio da parte di un responsabile del Centro islamico davanti a due testimoni, dopo aver accertato che i due siano capaci d'intendere e di volere e che la sposa abbia il consenso del titolare della rappresentanza della famiglia (il padre o il fratello o lo zio); poiché nell'Islàm il matrimonio non è solo un fatto personale tra due soggetti, ma serve a stabilire legami fra gruppi, è necessario quindi che non vi sia conflittualità. 
Il marito dovrà poi dare alla moglie una dote, il cui ammontare viene regolarmente trascritto e diviene proprietà esclusiva della moglie. 
Il matrimonio tra un italiano diventato musulmano e una donna musulmana di paese straniero viene celebrato prima che venga consegnata allo sposo la "dichiarazione di islamicità" che gli serve per ottenere il nulla-osta al matrimonio italiano. 
Negli stati musulmani il codice civile è laico, ma per motivi sociali sono stati assunti nello stesso le norme, relative alla persona e alla successione, del codice islamico; quindi la norma religiosa acquista validità di norma civile, per cui l'unico matrimonio che in questi paesi ha valore è quello celebrato in base al Libro e alla Sunna. Lo stesso
documento serve all'uomo una volta che con la sposa italiana voglia far visita alla famiglia nel paese natale, affinché venga riconosciuta la validità del vincolo che Ii unisce; almeno fino a quando la comunità islamica non avrà realizzato un'intesa con lo Stato italiano per dare valore civile al matrimonio islamico.


Associazionismo musulmano

L'Islam in Italia non ha una istituzione unitaria di rappresentanza nei confronti dello Stato. Numerose associazioni rivendicano la rappresentanza degli interessi dei musulmani residenti in Italia. Tra queste associazioni dell'"Islam delle moschee", multinazionali e multietniche:

UCOII, vicina ai Fratelli Musulmani e guidata da zzeddin Elzir. 
L'Ucoii deriva dall'USMI (Unione degli studenti musulmani d'Italia), fondata nel 1971 all'Università di Perugia

Lega musulmana mondiale, di influenza saudita

Assemblea musulmana d'Italia (AMI), associazione composta da musulmani sunniti e sufi, filo-occidentali e favorevole al dialogo interreligioso, guidata dallo Shaykh Abdul Hadi Palazzi

Unione dei musulmani d'Italia (UMI), guidata da Adel Smith

Unione degli albanesi musulmani in Italia "UAMI", associazione di albanesi musulmani provenienti da Albania, Kosovo e Macedonia

Associazione della comunità marocchina delle donne in Italia (ACMID-DONNA).

Accanto all'"Islam delle moschee", diversi osservatori segnalano l'esistenza in Italia di un "Islam degli Stati": paesi quali il Marocco e l'Egitto, che diffidano delle influenze saudite e dei Fratelli Musulmani, si sono organizzati per seguire i propri cittadini all'estero anziché delegarne la rappresentanza ad organizzazioni di base a rischio fondamentalista. 
Tra questi:

Centro culturale islamico d'Italia (CCII) nato negli anni '70 a Roma, con l'appoggio e il coinvolgimento degli ambasciatori di paesi sunniti presso l'Italia o la Santa Sede; al CCII si devono i primi progetti per la moschea di Roma, a partire dal 1974. La moschea sarà aperta nel 1995

Missione culturale dell'Ambasciata del Marocco, che sostiene diverse moschee indipendenti

Moschea di Palermo, installata in una ex chiesa di proprietà del consolato tunisino, e gestita direttamente dal governo della Tunisia

Unione islamica in Occidente, sostenuta dalla Libia

Istituto culturale islamico (ICI), sostenuto dall'Egitto


Le confessioni islamiche minoritarie hanno associazioni proprie, tra cui:

Comunità ismailita italiana (sciiti)

I movimenti missionari (tabligh)

Le confraternite sufi, tra le quali la Muridiyya che secondo una stima riunisce circa due terzi dei senegalesi residenti in Italia

Le organizzazioni nazionali o socio-religiose.




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