lunedì 31 agosto 2015

LA CANZONE DI ORLANDO (The Song of Roland - La Chanson de Roland)

Le otto fasi de La canzone di Orlando in una sola immagine

LEGGENDE DEL CICLO CAROLINGIO

L'imperatore Carlo Magno, subito dopo ta sua morte, avvenuta nell'814, passò dalla storia nella leggenda. Era stato un sovrano saggio e nei ricordi dei posteri, a mano a mano che il suo tempo glorioso s'allontanava e la vita si inselvatichiaa nella lotta dei feudi, parve un santo: era stato un prode condottiero e fu raffigurato come un eroe della fede e come un martire; era stato, insomma, un uomo superiore aI comune e parve un essere soprannaturale. 
I cantastorie delle corti e delle piazze lo raffigurarono dotato di un vigore prodigioso, da giovane, tale da vincere tutte le forze terrene nemiche di Cristo e da instaurare un'età aurea di prosperità e di pace, dotato di una venerabile maestà, da vecchio, come simbolo della regalità e dell'ordine. 
E intorno alla sua figura crebbe tutta una fioritura di leggende di guerra, che son rimaste care all'immaginazione del popolo sino ai giorni nostri, nella raccolta - per esempio - dei Reali di Francia e in quella di Guerino il Meschino. Ma ancor più vivamente si accese la fantasia popolare intormo alle gesta dei suoi cavalieri o conti paladini (= comites del Palatium imperiale), fra i quali primeggia Orlando.


LA CANZONE DI ORLANDO

Nell'anno 778 re Carlo combatteva in Spagna contro i Saraceni e stringeva d'assedio la città di Saragozza; ma una ribellione di Sassoni, sul Reno, lo costrinse a ripiegare in Francia. 
La retroguardia del suo esercito fu attaccata e distrutta il 15 d'agosto, mentre varcava i Pirenei, da una banda di predoni baschi. Morirono in quella giornata alcuni personaggi eminenti, fra cui il conte Orlando, prefetto o governatore della Bretagna. 
Da questo piccolo fatto storico nacque una delle più belle leggende eroiche e un vescovo ne trasse, ai primi del secolo XII, il poema La canzone d'Orlando, che è uno dei primi monumenti della letteratura francese. 

Ecco il riassunto della Canzone.

Re Carlo combatte da sette anni in spagna contro i Mori; gli resiste soltanto ormai Saragozza, difesa da re Marsilio, col quale Gano di Maganza, cognato di Carlo e patrigno d'Orlando, ordisce un tradimento che permetterà ai Saraceni di sorprendere l'esercito cristiano fra le gole dei monti Pirenei. 
La retroguardia dell'esercito cristiano, infatti, comandata da Orlando e forte di 20 mila uomini, viene assalita nella stretta di Roncisvalle da 400 mila Saraceni. Il numero prevale sul valore; Orlando, che per orgoglio non ha voluto fin da principio chiamare aiuto, si decide alfine a suonare il suo famoso corno, detto l'Olifante. Troppo tardi! L'esercito di Carlo, subito accorso, trova Orlando e i suoi tutti morti. 
Dio fa ritardare quella sera il tramonro del sole, affinché re Carlo possa raggiungere gli Infedeli, sgominarli e inseguirli sino al fiume Ebro; e i Cristiani entreranno poi in Saragozza, il traditore Gano verrà giustiziato, re Marsilio morrà. 
Ma l'eroe Orlando è caduto; e la sua fidanzata, Alda la bella, muore di dolore all'annuncio della notizia luttuosa.








lunedì 24 agosto 2015

ANNA KULISCIOFF

Anna Kulišëva, italianizzato in Anna Kuliscioff (Anna Moiseevna Rozenštejn)
Sinferopoli, 9 gennaio 1855 – Milano, 29 dicembre 1925




 Anna Kuliscioff fu un'anarchica, rivoluzionaria e medico italo-russa, tra i principali esponenti e fondatori del Partito Socialista Italiano.


Anna Kuliscioff visse più di quarant'anni in Italia da straniera, come persona "tollerata dalla polizia", sotto la spada di Damocle di un mai revocato provvedimento di espulsione.
Nonostante questa condizione di apparente precarietà, fu tra i maggiori protagonisti del socialismo italiano, priva di cariche ufficiali ma dotata di una autorevolezza senza confronti: una vera madre, tra tanti padri, del partito che contribuì a fondare nel 1892 e poi a guidare, dal retroscena, ma tuttavia in modo assolutamente pubblico e indiscusso.
Non fu, insomma, una influente ninfa Egeria, ma una dirigente politica, il cui incerto status personale faceva parte della sua identità d'eccezione: populista russa, militante anarchica, rivoluzionaria internazionale.
Bellissima e dolce, la lunga treccia bionda, gli occhi cerulei che sembravano investigare l'anima dell'interlocutore, la figura minuta ed elegante, sempre vestita con cura, tra cappelli piumati e pizzi neri, sin dall'inizio della sua bruciante vicenda politica la giovane russa somigliava, più che ad una severa nichilista, all'eroina di un romanzo di Tolstoj. 
E in effetti aveva qualcosa di profondo in comune con la sua infelice omonima, la Karenina. Come lei - sebbene così diversa negli interessi, nelle attività, nelle scelte - malata d'amore, affetta da una nevrosi sentimentale che le dettava un bisogno d'affetto incolmabile, irrimediabile, che neanche la passione politica potè mai alleviare. E anche lei incontrò il suo Vronskij, nella persona di Andrea Costa, socialista romagnolo, che I'amava sì ma in modo troppo prosaico e tradizionale per poter rispondere alla sua richiesta di amore assoluto, di totale e completa appartenenza delle anime, e insieme di intimo rispetto. La storia di questo amore e del suo torrnentoso tramonto è consegnata ad alcune lettere che sono tra i più toccanti documenti del rapporto uomo-donna e della sua modema nevrosi. Costa le fece l'offesa, per lei intollerabile, di comportarsi da maschio tradizionale, chiedendole di non dare scandalo, di non frequentare i compagni di lotta senza di lui. E forse non seppe reagire in modo sufficientemente maturo alla patemità, alla nascita di quella figlia che lei aveva voluto come compimento del loro amore, suscitando lo stupore, e financo la disapprovazione, di un'amica russa, compagna di cospirazione, che non voleva credere ad un sentimento così convenzionale, così contraddittorio con la scelta cospirativa e con la vita illegale. 
Ma Anna Kuliscioffnon aveva bisogno di difendersi dai propri sentimenti per paura di diventare una donnetta. La sua forza fu proprio nel non negarsi alla vita e all'amore, e tuttavia conservare, a prezzo di grandi sofferenze e difficoltà, la sua identità di rivoluzionaria e di donna emancipata.

Poi (talvolta la vita può essere meno crudele di un romanzo) incontrò il suo Levin, ovvero Filippo Turati, che seppe amarla come lei voleva, proteggerla, accudirla, rispettarla come una sua pari, avvolgerla sempre di attenzione e di ammirazione, così che lei poté pensare - quando non cadeva in accessi di gelosia e di insoddisfazione - che davvero fossero un'anima sola. E anche di questo amore felice e maturo resta la traccia in un bellissimo epistolario, di grande importanza per la storia politica dell'epoca che i due condivisero e soffrirono insieme.

Anna conosce Andrea Costa nel 1877, tra Lugano e un congresso socialista a Verviers. Ha già una storia di cospirazione. Nata in Crimea da un facoltoso e illuminato mercante ebreo (il suo vero nome è Anna Rozenštejn), è arrivata diciassettenne a Zurigo per frequentare l'università, che in Russia è vietata alle donne. Viene subito attirata nel|'ambiente anarchico, di cui porterà il segno a lungo, prima di passare al socialismo legalitario. 
Ben presto deve tomare in Russia, insieme ad un compagno di lotta che è diventato suo marito, perché gli studenti russi all'estero sono richiamati in patria dallo zar. In patria si unisce ad un gruppo di populisti vicini a Bakunin; in questi anni incontra Vera Zasulic, futura dirigente del partito socialdemocratico russo, che sarà tra le sue amicizie più durature. 
Coinvolta in un processo, nell'aprile 1877 riesce a fuggire e a riparare in Svizzera. Cambia nome e comincia la sua "carriera" di rivoluzionaria professionale. 
Dopo un viaggio a Londra con Kropotkin, la troviamo a Parigi con Costa, dove per i due inizia l'avvicinamento al marxismo. Arrestati entrambi, Anna viene liberata ed espulsa dopo un mese e mezzo di prigione, mentre Andrea resta dentro. 
Tomata a Ginevra, si sposta in Italia nel 1878, per iniziare il suo lavoro politico nel paese di Andrea. Arrestata nell'ottobre a Firenze, resterà in carcere sino al processo, che si svolge nel novembre del 1879 e le dà un'immediata, e mai più spenta, notorietà: la stampa parla a lungo di lei, e L'Illustrazione italiana pubblica il suo ritratto di "Madonna slava". 
Assolta, uscirà il 6 gennaio del 1880, accompagnara dal primo provvedimento di espulsione. 
Risale probabilmente a questo lungo soggiorno in carcere la tisi che la affliggerà tutta la vita. Pochi mesi dopo viene di nuovo arrestata e, dopo vari mesi di detenzione, di nuovo prosciolta e di nuovo espulsa. 
Nei mesi successivi è a Lugano, dove incontra Carlo Cafiero, col quale stringe un rapporto forse ambiguo, che certo fa innamorare l'anarchico pugliese e molto ingelosire Costa. 
"Io alla fine vedo una cosa: agli uomini come sempre è permesso tutto, la donna deve essere la loro proprietà", protesta Anna ai suoi rimbrotti. 
Tra un congresso e I'altro, tra un arresto e l'altro, Anna e Andrea riescono a ricavarsi un periodo di convivenza a Imola, città natale di lui, che vi è condannato al soggiomo obbligato, dal febbraio 1881, sino al gennaio successivo. È l'anno della gravidanza di Anna, che vive in casa con la famiglia di Andrea, fa la "sposa romagnola", lavora di cucito, e si prepara alla prossima matemità. 
Forse scopre che vivere con Andrea non è il paradiso? Certo è che alla metà di gennaio Anna è a Ginevra, con la bambina di un mese, per riprendere gli studi universitari. Inizia a Bema gli studi di medicina, che proseguirà poi a Napoli, a partire dal 1884, in cerca di un clima migliore per la sua malattia polmonare. La sua vicenda universitaria sarà un calvario: senza soldi, sola con la bambina, ostacolata in tutti i modi dalle università perché donna, riuscirà infine a laurearsi nel 1886 o 1887.

Gli anni del rapporto con Costa sono anche gli anni del complicato passaggio di entrambi dal primitivo anarchismo al socialismo più o meno marxista. È difficile determinare le primogeniture e le reciproche influenze tra i due. Sembra probabile che sia stato Costa, anche per influsso del soggiorno parigino, a iniziare l'allontanamento dall'anarchismo, e il progetto di un vero e proprio movimento socialista, che espliciterà nella celebre Lettera ai miei amici di Romagna, dell'agosto 1878. 
Anna segue con alcune perplessità; rinforzate dal rapporto con Cafiero; ma, mentre il romagnolo è più rapido e più pragmatico nella sua evoluzione politica, lei segue una via più teorica, venendo in contatto, per il tramite dei suoi connazionali esuli, con il pensiero di Marx, nella versione datale dal russo Plechanov. Si forma così una base teorica - che ha al suo centro l'evoluzione storica della lotta delle classi - che non abbandonerà più, e che le consentirà di svolgere un ruolo importante nel socialismo italiano, poco incline alla teoria. 
Nel frattempo il rapporto con Costa va definitivamente in crisi; con grande dolore Anna decide di troncarlo, anche se conserverà per tutta la vita una speciale tenerezza per l'uomo che ha amato e che è il padre di sua figlia. 
Nel 1885, a Napoli, incontra Filippo Turati, impegnato insieme a lei nell'organizzazione di una sottoscrizione per gli esuli russi. Inizia un sodalizio che durerà sino alla morte di lei, e che, grazie alla devozione di Turati, le darà una pace costante e profonda.

Laureatasi e specializzatasi in ginecologia, Anna si stabilisce a Milano con Turati e con la figlia Andreina, e inizia una nuova fase della sua vita. Respinta dall'Ospedale Maggiore di Milano perché donna, inizia la professione privata come "dottora dei poveri": 
"Molte povere case della vecchia Milano la vedevano spesso salire, gracile e leggiera, fino a lassù in alto, al terzo o quarto piano", leggiamo in una testimonianza. Ma non poté praticare a lungo la professione medica. La tisi si era tramutata in tubercolosi ossea; quei piani di scale erano troppo pesanti per lei, che comincia ad avere problemi di deambulazione e che passerà gli ultimi anni della sua vita senza più uscire di casa. Del resto, la medicina ha svolto la sua funzione essenziale, che era quella di allontanarla da Costa e di renderla indipendente da lui. Ora, finalmente sicura accanto a Turati, con una nuova maturità di pensiero, Anna può tomare a pieno tempo all'impegno politico. Che del resto non è più quello della cospirazione.

Nel 1892 nasce il Partito dei lavoratori, poi Partito socialista; nel 1891 Turati e la Kuliscioff hanno assunto insieme la direzione della Critica sociale, rivista che si propone di dare spessore culturale al socialismo e di attrarre gli intellettuali democratici. La rivista, che nelle lettere Anna chiama "la nostra figlia di carta", diventa il suo lavoro principale. 
Mentre Turati è spesso a Roma per impegni parlamentari, Anna si dedica alla rivista, scrive, traduce, cura gli aspetti editoriali; legge cumuli di giornali nelle sue cinque lingue, dando un contributo incalcolabile a sprovincializzare il giovane socialismo italiano. Direttamente scrive poco, più che altro sulle questioni russe e su quelle femminili. Ma molti articoli compaiono con la duplice sigla TK, e dall'epistolario sappiamo come Anna influisca sui discorsi e gli scritti di Turati.
La Critica sociale vivrà la vita di Anna e morirà con lei.

Complice il lavoro editoriale, e ancor più la salute precocemente declinante, Anna passa sempre più tempo nell'appartamento in galleria, che divide con Turati, e che diventa un luogo celebre del socialismo europeo. Mentre nel partito italiano prosegue senza mai veramente concludersi la lotta tra massimalismo e riformismo, Turati e la Kuliscioff sono in rapporto politico con i maggiori esponenti della socialdemocrazia europea, da Engels a Kautsky, da Bebel alla Zetkin. 
Chiunque venga a Milano, va a trovarla nel suo salotto sotto le guglie del Duomo. Così anche i giovani socialisti e le donne. La sua vita matura è ricca di amicizie, di affetti, di rapporti politici e personali.
Tra tutti, centrale quello con la figlia Andreina, ragazza fragile, forse segnata dall'infanzia difficile, che, disinteressata al socialismo e all'emancipazione femminile, ha idee e desideri tutti diversi dai suoi. Quando Andreina deciderà per amore e anche per convinzione, di fare un matrimonio religioso con un giovane della buona e cattolica borghesia milanese, Anna la difenderà dal padre, irritato e deluso: 
"Sì, hai ragione è una gran malinconia di dover convincersi che noi non siamo i nostri figli, e che essi vogliono far la loro vita, astrazione fatta dai genitori, come I'abbiamo fatta noi ai nostri tempi [...]. D'altronde come buoni e convinti socialisti dobbiamo rispettare anche la volontà e l'individualità dei nostri figli"
Il matrimonio, scandaloso alla rovescia, tanto da finire sui giomali, fu in verità un sollievo per Anna, che era tormentata dai sensi di colpa, per aver esposto la figlia, a causa delle proprie scelte, ad essere rifiutata dalla società.

Il segno politico lasciato dalla Kuliscioff è relativo alla questione femminile; anzi al legame tra questione femminile e movimento socialista. Rispetto a questo problema aveva una netta impostazione teorica, e una strategia politica conseguente. 
Con ispirazione marxista ortodossa, pensava che la questione femminile fosse un aspetto di quella sociale, che si sarebbe risolta con I'emancipazione del proletariato. Il suo pensiero è espresso in una conferenza tenuta nel 1890 al Circolo filosofico di Milano, e intitolata Il monopolio dell'uomo, e in numerosi altri scritti. Le donne sono, nella società moderna, gli ultimi paria, tenuti in uno stato di dipendenza che provoca un parassitismo morale. L'indipendenza economica è l'unica via per superare questa situazione e per conquistare libertà, dignità, rispetto. Senza di essa anche i diritti resterebbero lettera morta. 
Con ciò la Kuliscioff rifiuta la priorità della lotta per i diritti, differenziandosi dal femminismo "borghese": 
"La questione femminile non è antagonismo dei sessi, ma questione ancor essa essenzialmente economico-sociale"; l'emancipazione femminile è quindi da assimilare alla rivoluzione proletaria, che, "sopprimendo le differenze di classe, porrà un termine eziandio alle leggi eccezionali contro la donna". 
Coerentemente, fu polemica con il femminismo, che poteva essere inteso solo come un sintomo di una nuova fase della questione sociale:
"Socialismo e feminismo [sic], se possono essere correnti sociali parallele, non faranno però mai una causa sola". Il socialismo infatti, "pur ammettendo l'inferiorità sociale di tutte le donne, non può far propria la loro causa astraendo da ogni distinzione e antagonismo di classi".
Alla questione teorica delle classi si accompagnava però una motivazione del tutto politica. La Kuliscioff pensava che le donne avessero un enorme potenziale di lotta: il Partito doveva legarle a sé inserendo i loro obiettivi nel suo programma. E su questo criticava ferocemente il Partito socialista italiano, che a differenza di quello tedesco tardava a capire che le donne erano la metà del proletariato. 
Emblematica la "polemica in famiglia" che la oppone a Turati nel 1910, a proposito del voto alle donne. E in corso il dibattito che porterà alla legge istitutiva del suffragio universale maschile, nel 1912. La Kuliscioff sostiene che il Partito socialista deve avere come obiettivo il suffragio universale dei due sessi ("il voto è la difesa del lavoro e il lavoro non ha sesso" è la sua lapidaria affermazione); ma Turati non è convinto, obietta che le donne tacciono, non sono politicamente attive, e che agitare una prospettiva del genere potrebbe indebolire e ritardare il suffragio maschile. Anna risponde che il Partito, rinunciando alla mobilitazione delle donne per il suffragio, dimezza da solo le sue forze, e si priva di una iniezione di giovinezza che potrebbe venirgli da una campagna di massa tra le donne. Inoltre, teme che scegliendo un approccio gradualista piuttosto che di principio si dia spazio a soluzioni inaccettabili, come quella di un voto limitato ad alcune fasce di donne. 
Infine, al congresso di Modena nel 1911 riesce a fare inserire nel programma del Partito il voto alle donne, conquistando finalmente l'appoggio dl alcuni importanti dirigenti. 
È la sua più importante vittoria politica.
L'epistolario ci mostra una dirigente convinta nella sua adesione al riformismo, ma insieme poco propensa a vedere assorbita la politica nella tattica parlamentare, e pronta a rimproverare per questo Turati (che fu per molti anni presidente del gruppo socialista alla Camera).
Sempre autonoma nelle sue idee e spesso più rapida a cogliere i punti essenziali, Anna scriveva, rimproverava, consigliava, talvolta ordinava. E non solo Turati era l'oggetto di questa intensissima attività, ma anche gli altri leader riformisti: Treves, Bissolati, Bonomi. Poco portata ai giochi di potere o di corridoio, non approvò mai i cedimenti del gruppo riformista, che lo portarono in una posizione di debolezza e infine all'espulsione dal Partito. 
Consigliava una linea politica più chiara e più flessibile insieme. Si batteva per un maggiore impegno culturale e dell'organiziazrone di massa. 
Era molto sensibile - più di quanto mediamente fosse il gruppo riformista - agli specifici problemi della società italiana: la debolezza delle classi dirigenti, la presenza di una massa di contadini in condizioni di grande arretratezza. 
ll massimo della sua sensibilità politica - ma anche la sua sostanziale impotenza - si manifestò in occasione della guerra. Senza essere proprio interventista (non avrebbe mai potuto prendere una posizione così dirompente), Anna non approvò il neutralismo socialista, sentendo la necessità di uno schieramento a favore dell'lntesa, e sentendo vivamente la necessità di sostenere, anche da socialisti, la difesa della patria. La irritavano le acrobazie parlamentari dei socialisti, stretti tra la destra di Bissolati (e di Giolitti) e la sinistra rivoluzionaria, pacifista senza riserve: 
"Mentre sul confine francese si decide forse della sorte stessa della guerra, come vuoi che possano non dico appassionare, ma interessare, le vostre scaramucce pro e contro Salandra?".
Dopo la rivoluzione del febbraio 1917, che eliminava l'imbarazzante presenza dell'autocrazia russa nel campo delle democrazie, la sua convinzione fu ancora più forte, e tentò, invano, di portare i riformisti ad appoggiare i quattordici punti di Wilson.

Ma era ormai la stagione del declino: per lei, per il socialismo, per la libertà degli italiani. I suoi ultimi anni furono amareggiati dalle scissioni del Partito, dall'avvento del fascismo, dalla morte di Giacomo Matteotti, uno dei "suoi giovani". 
Il suo funerale, il 30 dicembre del 1925, fu una delle ultime manifestazioni politiche socialiste. Non mancò, tra la commozione degli amici, degli operai, delle donne, I'attacco squadrista dei fascisti, che strapparono nastri e corone e fecero ondeggiare la bara, portata a spalle al Cimitero monumentale.


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giovedì 13 agosto 2015

MARGHERITA HACK - Astrofisica italiana (Astrophysics Italian)

MARGHERITA HACK
(Firenze, 12 giugno 1922 – Trieste, 29 giugno 2013)
Astrofisica e divulgatrice scientifica italiana


L'amica delle stelle è il titolo molto azzeccato d'un libro autobiografico di Margherita Hack, che amica delle stelle lo è davvero dal punto di vista scientifico, per il suo lavoro di ricerca nel settore astrofisico, ma nemica dell'astrologia dal punto di vista ideologico, essendosi battuta per una visione razionale e illuministica del mondo, strenua avversaria d'ogni "superstizione", concetto che secondo lei per molti versi comprende anche la religione o almeno la religione cattolica, perché in realtà interessi filosofici e religiosi sono stati sempre coltivati da questa studiosa, che è figlia di Roberto Hack, presidente per molti anni della Società teosofica italiana. È questa immagine di fiera paladina della scienza e della laicità l'immagine più nota al vasto pubblico della Hack, che da tempo conduce la sua battaglia sui giornali e in televisione.

Ma Ia sua notorietà più vera è quella scientifica: laureata in fisica all'Università di Firenze, la studiosa dal 1950 insegna astronomia, affiancando sempre alla ricerca l'attività di divulgatrice scientifica, con l'aiuto del marito che l'ha sempre seguita nei suoi numerosi soggiorni di studio all'estero. 

La Hack, a differenza di molte donne affermate professionalmenre, è stata molto aiutata dalla famiglia: 
"Ho avuto una vita molto fortunata, sia grazie ai miei genitori, che mi hanno sempre dato fiducia [...] sia grazie al mio compagno, che mi ha sempre incoraggiato e aiutato nel mio lavoro e mi è stato vicino in ogni difficoltà. Inoltre, ho sempre goduto di buona salute, il che mi ha permesso di essere forte e ottimista e di affrontare la vita e la carriera scientifica un po' come lo sport, con spirito agonistico", scrive nella sua biografia.

Dal 1964 al 1987 ha diretto l'osservatorio astronomico dell'università di Trieste, e la sua gestione entusiasta ed energica ha ridato vita e prestigio a quest'istituzione. La sua capacità e dedizione al lavoro è pari al valore della ricerca scientifica da lei prodotta in questi anni, che l'hanno vista diventare una degli astronomi più importanri sul piano internazionale. 
Ha studiato le atmosfere delle stelle e gli effetti osservabili dell'evoluzione stellare e ha dato un importante contributo alla ricerca per lo studio e la classificazione spettrale delle stelle a emissione B e delle stelle a sviluppo esteso. 
In particolare, ha indagato le stelle di tipo Be, caratterizzate da uno spettro continuo solcato di righe scure. Autore di opere scientifiche e libri di divulgazione (L'universo alle soglie del Duemila..., Alla scoperta del sistema solare..., Cosmogonie contemporanee), ha fondato e dirige la rivista L'astronomia.

Membro dell'Accademia dei Lincei, dell'Unione nazionale astronomi e della Royal Astronomical Society, ha ricevuto numerosi ricoscimenti, tra cui il premio dell'Accademia dei Lincei e il premio per la cultura della presidenza del Consiglio dei ministri.




OPERE LETTERARIE

Corso di fisica stellare. Interpretazione degli spettri stellari, 1955
Le nebulose e gli universi-isole, 1959
La radioastronomia. Alla scoperta di un nuovo aspetto dell'universo,1960
L'universo. Pianeti, stelle e galassie, 1963
Esplorazioni radioastronomiche, 1964
Corso di astronomia, 1967
Astrofisica d'oggi, 1973
Il cielo intorno a noi, 1977
Breve storia e recenti sviluppi dell'Osservatorio astronomico di Trieste, 1983
L'universo violento della radio-astronomia, 1983
L'universo: ai confini dello spazio e del tempo, 1983
Corso di astronomia, 1984
Corso di astronomia. Cenni di astronomia sferica, gli strumenti astronomici, fisica stellare: parametri fondamentali, cenni sulla struttura ed evoluzione stellare, la galassia: dimensioni, moti e struttura fisica, le galassie e gli ammassi di galassie, il sole e il sistema solare, 1984
La nostra galassia, 1984
Il libro dell'astronomia, 1987
La galassia e le sue popolazioni. Incontri con le stelle, 1989
L'universo alle soglie del Duemila, 1992
Alla scoperta del sistema solare, 1993
Cataclysmic Variables and Related Objects,1993
Cosmogonie contemporanee. Le attuali teorie sull'origine dell'universo,1994
Una vita tra le stelle, 1995
L'amica delle stelle. Storia di una vita..., 1998
Sette variazioni sul cielo, 1999
L'Universo alle soglie del terzo millennio, 2000
Origine e fine dell'universo, 2002
Storia dell'astronomia dalle origini al 2000 e oltre [Sviluppata come un completamento dell'opera Storia della Astronomia (1813) di Giacomo Leopardi], 2002
Vi racconto l'astronomia, 2002
Dove nascono le stelle, 2004
Qualcosa di inaspettato. I miei affetti, i miei valori, le mie passioni, 2004
L'idea del tempo, 2005
Idee per diventare astrofisico. Osservare le stelle per spiegare l'universo, 2005
L'universo di Margherita. Storia e storie di Margherita Hack, 2006
Così parlano le stelle. [Il cosmo spiegato ai ragazzi], 2007
Il mio zoo sotto le stelle,  2007
L'universo nel terzo millennio, 2007
Che cos'è l'universo? (con CD audio), 2008
Le mie favole. [Da Pinocchio a Harry Potter (passando per Berlusconi)], 2008
Dal sistema solare ai confini dell'Universo, 2009
Libera scienza in libero stato, 2010
Quando ho capito perché i sellini della bici da corsa sono così stretti (La mia prima bicicletta), 2010
Notte di stelle, 2010
Perché le stelle non ci cadono in testa? E tante altre domande sull'astronomia, 2010
L'anima della terra vista dalle stelle (con DVD-Video), 2011
Marco Alloni dialoga con Margherita Hack. Il sole non è adesso, 2011
La mia vita in bicicletta, 2011
Il mio infinito. Dio, la vita e l'universo nelle riflessioni di una scienziata atea, 2011
Perché sono vegetariana,  2011
Tutto comincia dalle stelle. Viaggio alla velocità della luce tra pianeti, astri e galassie, 2011
I gatti della mia vita, 2012
Hack! Come io vedo il mondo, 2012
La stella più lontana. Riflessioni su vita, etica e scienza, 2012
Io credo. Dialogo tra un’atea e un prete, 2012
Il lungo racconto dell'origine. I grandi miti e le teorie con cui l'umanità ha spiegato l'universo, 2012
Margherita Hack racconta Tolomeo e Copernico. Dalle stelle la misura dell'uomo, 2012
Nove vite come i gatti. I miei primi novant'anni laici e ribelli, 2012
Sotto una cupola stellata. Dialogo con Marco Santarelli su scienza ed etica, 2012
Stelle da paura, 2012
Il cielo intorno a noi. Viaggio dalla terra ai confini dell'ignoto per capire il nostro posto nell'universo,  2012
Il perché non lo so. Autobiografia in parole e immagini, 2013
Stelle, pianeti e galassie. Viaggio nella storia dell'astronomia: dall'antichità a oggi, 2013
Prefazione al libro di Gabriele Turola Misteri di arte e magia. Pittori, alchimisti, medium, 2013
C'è qualcuno là fuori?, 2013


sabato 1 agosto 2015

CAMILLA CEDERNA - Giornalista e scrittrice italiana (Italian journalist and writer)


Camilla Cederna
(Milano, 21 gennaio 1911 – Milano, 5 novembre 1997) 

Chi voglia davvero capire com'era l'ltalia, e com'erano gli italiani cinquant'anni fa e come sono andati cambiando abitudini, mentalità, stili di vita, non potrà limitarsi a studiare le vicende politiche del paese, i contrasti sociali che l'hanno diviso, ma dovrà anche fare ricorso a quella straordinaria cronista che fu Camilla Cedema, che ha raccontato, settimana dopo settimana - prima sull'Europeo, poi sull'Espresso - le nostre abitudini, le nostre ambizioni, i nostri vizi. 
Giomalista di costume, dunque, secondo una tradizione del nostro giomalismo che risale alla grande Matilde Serao, ma che all'improvviso, a quasi sessant' anni, si trasforma in giomalista di inchiesta, di denuncia e d'assalto.

Il 12 dicembre del 1969 arriva a Piazza Fontana: una bomba esplosa dentro la Banca dell'Agricoltura ha lasciato sul terreno sedici morti e ottantotto feriti:
"Sento di colpo i piedi umidi, racconta, mi è entrato il sangue nelle scarpe".
Comincia qui una sorta di seconda vita di Camilla che indaga adesso su quella che venne chiamata la "strategia della tensione", denunciando le reticenze e le insufficienze delle inchieste, i silenzi o le menzogne della polizia, le connivenze delle autorità. 
Nel 1971 pubblica dunque Pinelli, una finestra sulla strage, nel 1975 Sparare a vista, e infine nel 1978, quel celeberrimo Giovanni Leone, la carriera di un presidente che venderà oltre 800.000 copie, le costerà un processo e una condamma per alcune notizie inesatte, ma costringerà quel presidente ad abbandonare il Quirinale.

La trasfomazione di Camilla da brillante osservatrice di moda e di costume a implacabile gionalista di denuncia ci dice qualcosa di più di una vicenda personale: è la nostra stessa storia, la storia del nostro paese, che da allora, da quel dicembre del1969, da quelle bombe a Piazza Fontana, si trasforma, si fa più cattiva, feroce, lacerata da intrighi, da altre bombe lanciate su altre piazze, e ancora da attentati e morti per le strade vittime del terrorismo.

La moda è la prima vocazione e passione della giovane Camilla che, nata nel 1911 in una famiglia della buona borghesia milanese, si laurea con una tesi sulle Prediche contro il lusso delle donne dai filosofi greci ai Padri della Chiesa
E del lusso si occuperà per decenni, come giornalista. 
Il suo primo vero articolo, pubblicato sul Corrieie della Sera il 7 settembre del 1943, intitolato "Moda Nera" è un bozzetto di costume sulle donne dei gerarchi fascisti, a cominciare da Claretta Petacci, l'amica di Mussolini. Attenzione alla data: il giomo dopo, l'8 settembre verrà annunciata la firma dell'armistizio. L'ltalia dunque è divisa in due, e al Nord tornano i fascisti.
Quell'articolo le costa una denuncia, alla quale Camilla si sottrae rifugiandosi con la famiglia lontano da Milano.

Alla Liberazione, nel 1945, è tutto un fiorire di quotidiani e settimanali. Arrigo Benedetti, che è stato uno dei più grandi giornalisti italiani, la vuole con lui all'Europeo, il primo grande settimanale italiano (lo stesso Benedetti la vorrà con sé, nel 1956 all'Espresso), dove di occuperà, essendo donna, di moda. Ma per Camilla la moda non è frivolezza, è costume. Attraverso la moda, attraverso il vestire, rivela, con uno stile brillante a volte impietoso, i gusti, gli orientamenti, le ambizioni della società milanese. 
"È una signorina di buona famiglia" scriverà di lei Guido Vergani "capace di sorridenti cattiverie, di aceti in una prosa solo apparentemente frivola [...]. Nelle sue sferzate che non hanno virulenza e sono quasi mimetizzate dalla grazia, emergono il sano moralismo della borghesia illuminata lombarda, quella che ha nel proprio sangue Pietro Verri e Carlo Catteneo, e il senso dello humour del popolino milanese".
Camilla segue i cambiamenti della moda e del gusto, il passaggio dal new look al tubino nero, dall'armadillo portato al guinzaglio, ai primi viaggi a New York e le prime vacanze a Bora Bora. Fino all'esplodere di quello che è stato chiamato il "miracolo" italiano. 
"Mai come oggi a Milano si è visto tanto danaro correre così in fretta", avverte Camilla. E segnala la moltiplicazione dei negozi di antiquariato, il trionfo defia nuovissima figura dell'arredatore, la soddisfazione della signora che ha avuto per regalo a Natale una pelliccia di zibellino da 30 milioni, la indignazione per le eccessive pretese delle cameriere. 
La buona società milanese godeva dei suoi ritratti ironici, "la delusa", "la pedante", "la snob" "l'efficiente" dietro i quali era possibile riconoscere le più note signore della città. E nessuno si offendeva. Tutt'altro.
Dopotutto era quasi un privilegio essere citati nella sua rubrica e riconosciuti. La buona società milanese coccolava Camilla, elegante signora milanese sempre ben pettinata, sempre ben truccata, sempre ben vestita che non si era mai voluta sposare e viveva con la vecchia mamma altrettanto elegante, ben vestita e truccata. 
Camilla, da buona milanese era una gran lavoratrice. Prendeva note dovunque, a un ricevimento, a una cena alla Scala. Poi, a casa, (non amava il chiasso della redazione) batteva a macchina velocissima, con due dita, su una Olivetti nera dai tasti consunri, una gatta perennemente sulle ginocchia.

Dal dicembre 1969 la vita di Camilla cambia. Uno dei più celebri giornalisti italiani, Indro Montanelli, irride alla sua tardiva passione civile (ma lei risponde "cosa mai ti fa pensare che per questa ci voglia un'età acerba?"), uno degli avvocati difensori di Leone nel corso del processo irride: "Guardate, alla sua età osa ancora portare i jeansr, per molti mesi è costretta a girare scortata da due poliziotti ("ormai, dirà, sono come parenti").

Ma se la buona società milanese preferisce adesso ignorarla, Camilla gode ora del sostegno, della simpatia del vero e proprio entusiasmo dei giovani, studenti ed operai, e di quel vasto movimento che chiede la verità sulle stragi e le trame. Lei continua a lavorare, instancabile, con le sue inchieste, senza tuttavia abbandonare la sua rubrica "ll lato debole" che terrà sull'Espresso, fino al 1976. 
Se ne va dal suo giornale qualche anno dopo, malata. Morirà nel 1997. 
Mi dicono che a Milano, la sua città, non le è stata ancora dedicata una strada.

mercoledì 29 luglio 2015

LINA MERLIN - Contro la prostituzione (Against prostitution)



Lina Merlin, all'anagrafe Angelina Merlin (Pozzonovo, 15 ottobre 1887 – Padova, 16 agosto 1979), è stata una politica e partigiana italiana, membro dell'Assemblea Costituente e prima donna a essere eletta al Senato.
Il suo nome è legato alla legge 20 febbraio 1958, n. 75 - conosciuta come Legge Merlin - con cui venne abolita la prostituzione legalizzata in Italia.


Tutti i bambini delle scuole d'Italia si mobilitarono: chi portava una coperta sfilacciata ai bordi; chi un cappottino smesso; chi una sciarpetta di lana appena approntata dai ferri della mamma; chi un paio di scarpe più volte risuolate marron con i lacci. Al suono della campanella, le bidelle correvano da una classe all'altra, ficcavano rapide "gli aiuti al Polesine" nelle lenzuola vecchie, annodate, e li portavano in Direzione. Era la fine di novembre del 1951: il Po infuriato aveva sommerso i paesini spalmati sul suo delta. Alunne con il fiocco blu e alunni col fiocco bianco venivano fotografati accanto alle montagne di pezze. L'immagine confusa di qualche classe smunta e compunta veniva pubblicata sulle gazzette locali.
"Ecco il Polesine", invece di "buongiorno senatrice" o "Ciao, Lina". Così i colleghi partigiani (comunisti, socialisti) e gli avversi (tutti gli altri) salutavano l'arrivo a Palazzo Madama di Angelina Merlin. 
Classe 1887, nativa di Pozzonovo di Padova, membro della Costituente e senatrice socialista, vedova a vita (nel senso di ufficialmente singola) del compagno Dante Galliani, fervente socialista polesano, scomparso fin dal 1936. 
Lina era fissata con leggi per il Polesine. Già prima dell'alluvione-catastrofe del 1951 e fino a quando il "miracolo economico" non blandì anche quelle sfortunate terre fangose e malariche, tutti gli dnni, in occasione dell'approvazione delle leggi di bilancio, lei si metteva alle costole del ministro dell'Agricoltura e non mollava finché non aveva ottenuto pochi o tanti stanziamenti per i comprensori del Delta.
È difficile raccontare di Lina Merlin perché è un'icona del femminismo ante litteram ed è inchiodata alla legge che porta il suo nome. Ed è anche vituperata, per questo. 
Bacchettona, irresponsabile, utopista: da una decina d'anni ne abbiamo sentite e lette tante su di lei. Lina Merlin ha semplicemente pagato, in memoria, il prezzo di una troppo persistente notorietà, adulatoria o denigratrice, dovuta all'ignavia del Parlamento italiano che, fatta la riforma del 1958 che abolì il regime della prostituzione di Stato, non è stato più capace di legiferare in materia, di riformare quella legge diventata con gli anni sempre più inadeguata alla realtà cambiata, nella prostituzione e non solo.
Agiografici sono i pochi scritti commemorativi su lei oggi reperibili. Intrisi della retorica classista e progressista dell'epoca sono i suoi discorsi in Parlamento. La dipingono come una Giovanna D'Arco della virtù la maggior parte degli articoli sui giornali che si riferiscono al periodo di massima notorietà, a ridosso dell'approvazione della legge. Tra quelli denigratori spiccano gli attacchi al fiele di Gianna Preda, sul Borghese, che la definiva "nemica della famiglia e della salute pubblica". 
C'è, però, la sua autobiografia: La mia vita pubblicata postuma (Giunti 1989). 
Elena Marinucci, anche lei senatrice socialista e protagonista nel "movimento", sul cotè istituzionale del neo-femminismo degli anni Settanta del secolo scorso, andò a scovare Franca Cuonzo Zanibon, la figlla di una cugina di Lina Merlin precocemente scomparsa che Ie fu affidata. La Zanibon aveva il testo dell'autobiografia scritta dalla madre-cugina quando questa aveva quasi ottanta anni. La pubblicò, Marinucci, perché le si stringeva il cuore: nel Partito Socialista degli anni Settanta e Ottanta della nobile compagna "Polesine" nessuno parlava più.
Nobile d'animo Lina Merlin lo era, o comunque faceva di tutto per sembrarlo. E rispettosissima del marito. Il già famoso deputato Dante Galliani, quando la sentì commemorare Rosa Luxenburg in una sezione di partito, le disse: 
"Signorina, con quegli occhi e quella voce lei può affascinare le folle. Ha parlato bene, ma non conosce il socialismo teorico. Lei è colta e non farà fatica a studiare Marx". 
E lei rispose:
"Grazie, onorevole. Studierò". 
Sembra che i due abbiano continuato a darsi del lei anche dopo il matrimonio.
Per sdrammatizzare quella che rischia di essere una fin troppo facile celebrazione, cominciamo col dire che della sua vita "vera" non sappiamo niente. La sua autobiografia, che si legge volentieri, è scritta come un discorso "alle masse". E poi insinuiamo che le "case chiuse" non le abolì Lina Merlin bensì I'Onu. 
Con I'adesione all'Onu l'ltalia sottoscrisse la Convenzione del 1949 che, tra l'altro, ordinava "la repressione della tratta degli esseri umani e lo sfruttamento della prostituzione". 
Superare il regime delle Case di Tolleranza gestite dalo Stato era dunque obbligatorio. 
Il ministro degli Interni Scelba, già nel 1948, aveva smesso di rilasciare licenze di polizia per l'apertura delle Case e nello stesso anno la senatrice Merlin aveva presentato la prima e unica proposta di legge in materia. I colleghi e le colleghe, di govemo e d'opposizione, furono ben felici di delegarle quel delicato compito. Naturalmente lei ci mise del suo: richiamò l'articolo 3 della Costituzione (fu tra i membri che la scrissero) sull'uguaglianza di tutti i cittadini di fronte alla legge, per spiegare perché la prostituzione poteva essere abolita e basta, senza alcun controllo o permesso di esercitarla in luogo pubblico, ché altrimenti la dignità delle prostitute sarebbe stata oltraggiata. E tenne duro su quella impostazione per nove anni: l'iter della legge fu lento e costellato d'ostruzionismo, di destra e di sinistra, di parte laica e di parte cattolica. Ma lei era tenace, odiava la proprietà privata, lo sfruttamento "dell'uomo sull'uomo" e le "signore borghesi". Mentre aveva a cuore l'emancipazione delle donne oppresse.



Era rispettata, brava a parlare e a convincere. E non si perdeva in fronzoli. lndossava eleganti cappellini,  è vero, e c'è persino una foto che la ritrae in vestaglia di raso, i capelli riccioluti e le labbra dipinte. Come una prestante maitresse di bordello.
C'è un'altra drammatizzazione da sfatare, tramandata dalla vulgata femminista fino ai nostri giorni, che la vuole sola e contro tutti nella lunga battaglia per l'approvazione della legge "Per la chiusura delle case di prostituzione e lo sfruttamento della prostituzione altrui". 
Non è vero: la allora potente Unione Donne Italiane, di cui fu tra le fondatrici, l'appoggiava. La buona metà del Parlamento non fece mai mancare il suo sostegno: molti icolleghi di tutti i gruppi politici e le (poche) colleghe del suo schieramento. Andava in giro a visitare case chiuse, ospedali celtici e prigioni assieme all'inseparabile amica giornalista Carla Barberis. 
Il mestiere di parlamentare le piaceva perché le assicurava una vita indaffarata, un ruolo pubblico di tutto rispetto. E le piaceva anche destreggiarsi nelle lotte intestine al suo partito: allorquando i suoi successi e i suoi eccessi in difesa dei dannati della terra davano fastidio lei si batteva apertamente, forte della popolarità alla base del partito, dell'instancabile lavorio istituzionalele.
Come è noto, durante l'iter parlamentare della "sua" legge, Lina Merlin aveva contro la lobby dei tenutari delle Case e a favore le prostitute che ci lavoravano.
Tutte? Non lo sapremo mai. Le Lettere dalle case chiuse di Carla Barberis e Lina Merlin (Edizioni del Gallo 1951) rappresentano uno scenario univoco, a tinte fosche: corpi martoriati e menti umiliate per via dell"'indegna schiavitù". 
Effettivamente vivere e lavorare in un bordello di Stato doveva avere molti aspetti spiacevoli. Lina Merlin li trovava disgustosi. E non accettava le repliche di quante e quanti si opponevano alla chiusura delle Case di Tolleranza per la paura che sottraendo agli uomini il bordello garantito e controllato ne sarebbe derivato un cataclisma sociale e sanitario (il che, è ben" ricordarlo, non ebbe luogo). 
lnvitata da un gruppo di "signore borghesi" a tenere una conferenza nel loro circolo, quando si levarono le obiezioni apprensive delle madri che temevano per la salute dei loro figli, lei tagliò corto: 
"E voi teneteveli in casa". 
Inflessibile, la signora.
Nell'autobiografia Lina Merlin si rammarica di non aver lasciato il Parlamento dopo I'approvazione della "sua" legge. Perché subito come politica entrò nel cono d'ombra. Il Partito Socialista che cambiava per andare al governo non le piaceva né riusciva a governarlo. Praticamente fu estromessa proprio per via della sua inflessibilità. 
Nel 1961 il Psi le tolse il collegio di Rovigo. Lei restituì la tessera. Alle elezioni del 1963 che aprirono al primo governo di centro-sinistra non si presentò. Scrisse a conclusione della sua vita
"Sono stata coerente con la mia decisione, non ho accolto inviti né da sinistra né da destra, ho rifiutato interviste che avrebbero dato a un fatto serio e doloroso I'aspetto del pettegolezzo, dal quale rifuggo, e di una meschina vendetta derivante da un astio che non sento".
Morì a Milano, nel 1979, assistita dalla figlia-cugina Franca.


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