mercoledì 20 luglio 2011

Giambologna (Jean de Boulogne o Boulogne, 1525 circa - 1608)

  
Mercurio - Museo Nazionale del Bargello a Firenze
   
Giambologna (Jean de Boulogne o Boulogne, 1525 circa - 1608) nasce a Douai, nelle Fiandre, studia ad Anversa con lo scultore Jean Dubroeucq, e tra il 1544 ed il 1551 arriva a Roma, dove copia gli antichi e riceve consigli da Michelangelo.
Imbattutosi nelle difficoltà del vivere, a Firenze viene soccorso da Bernardo Vecchietti, che lo presenta a Francesco de' Medici...., di qui incomincia la sua straordinaria operosità.


Fontana di Nettuno - Bologna

La “Fontana del Nettuno” in Bologna (1563-67) - disegnata dal pittore palermitano Tommaso Laureti - corregge con i caratteri impersonali della monumentalità barocca il modellino del dio del mare (Museo Civico) approvato da Paolo IV, ma ci dà una figura erculea senza affettazione, calma e non rigida.
Il piede destro s'appoggia al delfino, e dalla linea energetica della doppia pressione (piede e mano) esce l'asta del tridente...., la mano sinistra fa un cenno pacificatore, e la testa gira fortemente sul collo con un riflesso quasi michelangiolesco.


Particolare della Fontana di Nettuno

La corruzione del monumento bolognese, specie nelle varianti del colosso di mezzo e dei tre forzatori rannicchiati, con i piedi retti da mensole - i quali vorrebbero sostituire le belle Sirene che gettano acqua dai turgidi seni ed i putti che giocano con i mostri anfibi -, si trova nella “Fontana dell'Oceano” del giardino di Boboli in Firenze.


Fontana dell'Oceano - Giardino di Boboli

Per questa via il fiammingo arriva al paradosso plastico dello “Appennino” nella villa di Pratolino, che, piegato com'è, misura più di venti metri..., ma il suo capolavoro resta il Mercurio (Firenze, Museo Nazionale del Bargello, 1574) che, leggerissimo nell'azione alternata delle membra, spicca il volo verso il cielo.


Ratto delle Sabine

Uno studio d'intreccio di corpi e di movimento a spirale lo possiamo osservare nel “Ratto delle Sabine” (1583) della Loggia dei Lanzi a Firenze...., il titolo imposto da altri al vago pensiero dell'artefice può convenire al vincitore che strappa al nemico la preda d'una femmina atterrita ed urlante.


Ercole che abbatte il Centauro

In “Ercole che abbatte il Centauro” (Firenze, Loggia dei Lanzi, 1599) la complicazione dei corpi inclina all'arabesco dinamico: i piani perdono la chiarezza ed i volumi la consistenza, e nella “Statua equestre di Cosimo I” in piazza della Santissima Annunziata a Firenze, il quadrato cavallo porta un ritratto dall'atteggiamento dignitoso ed imponente.


Statua equestre di Cosimo I



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Vita di Benvenuto Cellini (The life) - J. Wolfgang Goethe


La saliera di Francesco I

Chi non conosce La vita di Benvenuto Cellini "scritta per lui medesimo in Firenze"? Pagine mirabili per energia e piglio narrativi, un autentico capolavoro della nostra letteratura e in fatto di autobiografie certamente tra le più avvincenti.
Ne viene fuori un personaggio irrequieto, vagabondo, carico di rancori e di amori, fanatico della sua arte e pronto a difenderla in ogni modo. Una vita tutt'altro che tranquilla dunque: liti, querele, prigioni, processi e risse da cui c'è scappato anche il morto.
Cellini era un uomo impetuoso, dalle reazioni immediate, semplice e fiero ad un tempo. Nato a Firenze il 3 novembre del 1500 vi morì il 14 febbraio del 1571: tra queste due date stanno i suoi viaggi, il suo girovagare a destra e a sinistra per l'Italia (Siena, Bologna, Napoli, Venezia, Ferrara, Padova, Mantova, ecc.) e poi in Svizzera e in Francia: «dissi ch'io ero un uomo nato libero, e così libero mi volevo vivere... e come lavorante libero volevo andare dove mi piaceva... e chi mi voleva, mi chiedesse a me ». Così egli si esprime.
Questo suo girovagare tuttavia si dispone intorno a tre residenze più costanti: a Roma, dove lavora per Clemente VII e Paolo III (1630-40); a Parigi presso Francesco I (1540-45): e infine a Firenze dove, dopo il definitivo ritorno dalla Francia, resterà sino alla fine dei suoi giorni.
Non ebbe neppure una vita familiare normale: passava da donna all'altra e finì con lo sposare l'ultima sua amante a sessantacinque anni.
Egli però in mezzo ai suoi eccessi e ai suoi furori, era anche un uomo generoso, un uomo devoto al padre e alla madre e, in particolare, amorevole verso i nipotini orfani. Ma l'amore più forte d'ogni altro fu per il Cellini l'amore per la sua arte.
E' sufficiente però, per spiegare, la vita vagabonda del Cellini, chiamare in causa soltanto il suo carattere o il suo temperamento? Goethe risponde negativamente a questa domanda e propone di cercare una risposta più esauriente nelle circostanze storiche che si erano andate determinando in Italia nel Cinquecento.
Benvenuto Cellini proveniva dagli strati giù genuini del popolo fiorentino. Se fosse vissuto nel XV secolo, con ogni verosimiglianza, avrebbe lavorato sino alla fine dei suoi giorni nella città natale come cesellatore e scultore. Così fece Lorenzo Ghiberti. Il suo legame con le vecchie tradizioni popolari all'inizio della sua carriera era abbastanza solido. Ma i tempi tranquilli in cui Ghiberti fondeva le porte di San Giovanni, modellava le statue per la nicchia di Or San Michele e cesellava le tiare dei papi fuggiaschi che cercavano rifugio a Firenze, erano irrimediabilmente passati. Dopo il Savonarola, dopo il sacco di Roma, dopo l'assoggettamento di Napoli e di Milano, la tesoreria fiorentina non era più in grado di finanziare grandi lavori di abbellimento della città, e né alla corporazione di Calimana, né a quella della Lana, in generale a nessuna delle vecchie corporazioni rimanevano tanti fondi disponibili per venire in aiuto all'erario. Numerosi maestri non avevano lavoro sufficiente in patria. Benvenuto lasciò Firenze, come facevano molti altri.
Nella diversa situazione storica è possibile dunque spiegare, per molti aspetti, anche l'irrequietezza e l'instabilità di molti artisti del Cinquecento e del Cellini in particolare.


La Ninfa di Fontainebleau

Cellini ha lavorato come orafo e come scultore. Come orafo egli è stato insuperabile per finezza, gusto, eleganza ed estro. Purtroppo dei suoi molti lavori di oreficeria la più gran parte è andata perduta, ciò non ostante quello che ci rimane basta a farci comprendere com' egli fosse veramente maestro sommo in quest'arte e quanto giustamente stimato dai suoi contemporanei. Si veda, ad esempio, La Ninfa di Fontainebleau, o il Sigillo di Ippolito d'Este, o la Saliera di Francesco I.


Sigillo di Ippolito d'Este

La reggia di Fontainebleau era allora il centro del manierismo. Cellini tuttavia, malgrado la sua abilità e preziosità, non è mai o quasi mai caduto in un vacuo formalismo. In lui il senso della bellezza era ancora un ideale rinascimentale di viva fora, in lui il sentimento terrestre dell'uomo, della sua vitalità, della sua fisicità e della sua armonia, era un sentimento genuino e sincero. Questo è i1 motivo per cui le sue creazioni sono ancora oggi cosi ricche di suggestione.
Oggi qualche critico tende a sottovalutare la perfezione dell'arte celliniana, tende cioè a considerarlo più abile che ispirata, più elegante che viva. Ma il fatto è che l'eccelsa perfezione formale del Cellini fa parte integrante della sua ispirazione, essa era il suo modo di concepire l'immagine della bellezza. Come è pure ingiusto considerare Cellini miglior orafo che scultore.


Perseo - Loggia dei Lanzi

Benvenuto Cellini è uno scultore di talento superbo. Forse il Perseo che è sotto la Loggia dei Lanzi, a Firenze, non è la sua statua migliore; ma certamente anch'esso è un alto esempio dì stile e dì energia plastica: e si guardi il bassorilievo del basamento della statua (Perseo che libera Andromeda) dal quale incantevole scioltezza e quale acutezza formale!


Perseo che libera Andromeda

 Ma del Perseo è bene vedere il modello in cera che è al Museo Nazionale del Bargello di Firenze. E così, di sicura bellezza, sono l'Apollo e Giacinto e il Narciso sempre del Museo Nazionale di Firenze.


Narciso (1548)


Apollo e Giacinto (1458)

L'unico maestro che il Cellini riconosca è Michelangelo. Nella "Vita" egli afferma.... "Attesi continuamente in Firenze a imparare sotto la bella maniera di Michelangelo e da quella mai mi sono spiccato".
E certo, di Michelangelo egli ebbe il culto di una forma viva, tesa, espressione di un'alta idea del bello di cui l'uomo è misura, anche se poi nel Cellini tale forma inclina talvolta volentieri a piacevolezze e compiacimenti che il genio Michelangelo avrebbe disdegnato.
Benvenuto Cellini, così, come uomo e come artista, resta senza dubbio una delle personalità più forti del Cinquecento italiano, un vero figlio del Rinascimento, in un'epoca in cui i valori del Rinascimento già declinavano.


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BENVENUTO CELLINI - Orefice e scultore


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BENVENUTO CELLINI - Orefice e scultore (Goldsmith and sculptor)

   

Perseo e la Medusa

Benvenuto Cellini (1500-1571) orefice, cesellatore e scultore fiorentino, detta la sua “Vita” con la più fresca spontaneità del linguaggio popolare, e non scrupaleggia nell'ammirare se stesso e nel descrivere i propri fatti e le proprie colpe.
Stranissimo, vendicativo, superstizioso e tracotante, non stette fisso in patria, ma si trasferì da città a città, facendo più lunga dimora in Roma, e trattenendosi cinque anni a Parigi, protetto da Francesco I.
Ritornato a Firenze nel 1545, fuse il Perseo della Loggia dei Lanzi, per ordine del duca Cosimo.
Il bozzetto di cera, che si custodisce nel Museo Nazionale, è superiore alla statua che esprime le fattezze acerbe del giovane, il quale innalza la testa sanguinante di Medusa, abbassa lo sguardo sul corpo della vittima, e stringe la spada con giusta ponderazione ed elegante vivezza.
L'epigramma contemporaneo: “corpo gigante, gambe da fanciulla” che si diffuse a dispetto della minaccia incisa sulla base: “Te fili mi, si quis laeserit, ultor ero”, esagera un lieve difetto di proporzioni, e tace della modellatura qua e là debole.
I rilievi del piedistallo abbondano di particolari, trattati con la secca sottigliezza dell'orafo e con lo stilizzamento figurativo della scuola di Fontainebleau...., mette conto d'osservare la graziosa Andromeda e la concitata Finea.


 Cosimo I


Bindo Altoviti 

Dei busti di Cosimo I e di Bindo Altoviti (Firenze, Museo Nazionale) il secondo è certo il migliore per l'esecuzione e la semplice naturalezza.


 Saliera di Francesco I 

La sola opera d'oreficeria giuntaci, la Saliera di Francesco I (Vienna, Museo già di Corte), ha la base ovale e le perfette figure di Nettuno e della Terra sporgenti dalla navicella.
Tutto il resto si perse: dal bottone di piviale agli smalti e dalle gemme rilegate alle anfore.


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Vita di Benvenuto Cellini - J. Wolfgang Goethe


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lunedì 18 luglio 2011

MICHELANGELO SCULTORE (Sculptor) e suoi seguaci

  
MICHELANGELO SCULTORE


Il padre dell'arte moderna è soprattutto scultore. La guida del vecchio Bertoldo nel giardino-museo di San Marco in Firenze non impedisce al giovinetto di staccarsi risolutamente dalla plastica contemporanea e di comprendere l'antichità, facendosene scolaro e non imitatore. Il realismo del secolo XV non sa costringere nelle sue spire materiali il genio che rompe le consuetudini con l'anima appassionata,, e che lotta con lo scalpello per le più alte realizzazioni del pensiero, o per liberare dal marmo uno spirito sovrumano o per infondere nella sostanza compatta i riflessi del suo carattere impetuoso.
Le placide armonie della bellezza non possono sedurlo...., egli è l'apostolo della libertà in arte, ed i soggetti gli sono imposti dal suo volere non arrendevole ai comandi.


Pietà Bandini (Deposizione)

L'abbozzo e l'incompiuto sono talora indizi violenti di un'idea che vuol essere studiata e che riassume uno stato d'animo...., una volta si credeva erroneamente che la furia, la “terribilità” del ferro, aggredendo il blocco, lo sciupasse con l'imprevidenza delle misure, ma oggi la critica è meno empirica. I soli esseri umani meritano di partecipare alla grandezza e alla sofferenza del creatore, la cui vita è un dramma che ha per epilogo, eternato nella pietra, la “Pietà Rondanini” e la “Deposizione” (Pietà Bandini) di Firenze.
Il “gusto delle dissonanze” piega duramente le forze ed esagera le attitudini, ma così vuole l'istinto conosce il proprio fine, e che raggiunge effetti nuovi con mezzi minimi, circoscrivendo i corpi contratti nei vivi volumi della massa plastica.


Combattimento dei Lapiti e dei Centauri


Il bassorilievo con il “Combattimento dei Lapiti e dei Centauri, (Firenze,Museo Buonarroti, 1493-94 circa) agita i nudi atleti, ed i movimenti s'intrecciano e si scompongono con una scienza quasi orgogliosa dell'anatomia muscolare.


Bacco di Michelangelo - 1496-97
Firenze – Museo Nazionale del Bargello

Nel “Bacco ebbro” (Firenze, Museo Nazionale del Bargello, 1496-1497) si avverte il contatto con le sculture della decadenza romana, copie di copie, ma la “Pietà” (Roma, San Pietro, 1497-1500 circa), esce dagli studi preparatori e riunisce due figure, senza alcuna secchezza naturalistica. I rilievi tondeggiano, ed il Cristo nudo - con una spalla rialzata in avanti e la testa riversa, che denotano gli spasimi dell'agonia - non pesa sulle ginocchia della Madre, la quale si curva, dolce e fine come un'immagine primitiva, e non piange. Il contrasto fra il corpo tornito del Salvatore e le profuse e spezzate panneggiature tende a costruire il gruppo, ma non ne definisce la coesione.


Pietà - San Pietro


Dal grosso pezzo di marmo nel quale Agostino di Duccio aveva cominciato un profeta per il Duomo di Firenze, Michelangelo ricava un gigantesco “David” (Firenze, Accademia di Belle Arti, 1502-1504),nato per l'aria libera della Piazza della Signoria.


David - Michelangelo

L'adolescente ha la forza d'un adulto, e l'età disarmonica dello sviluppo si distingue nella sproporzione fra il torace e le grosse mani dalle vene gonfie. L'avversione alle attitudini convenzionali della vecchia estetica diviene palese nell'apertura a triangolo delle gambe che, nella sua frontalità, conferisce al corpo un senso di momentanea sospensione, assai diversa da quella dell'Apollo di Belvedere. La testa non ha l'aria della vittoria: la fronte si corruga, la bocca è acerba, e lo sguardo, fra malinconico e sprezzante, richiama Lorenzo e Giuliano de' Medici, i ritratti lirici del soggettivismo michelangiolesco.


Cupido

Affine al “David” è il “Cupido” che tende l'arco (Parigi, Museo del Louvre), e il primo indizio d'ansia misteriosa, radicata nel marmo, ce lo porge l'abbozzo del San Matteo (Firenze, Accademia di Belle Arti), per il quale Giovan Battista Niccolini dettò un'iscrizione degna.


Mosè

La “tragedia della sepoltura” di Giulio II, impresa faraonica, cui la mente e la potenza del Buonarroti erano adatte, avrebbe dovuto dopo il tormentoso quadriennio della volta “Sistina”, ma nell'infelice riduzione del monumento di San Pietro in Vincoli grandeggia il "Mosè" (1513-1516) che, nella collerica maestà e nel movimento represso, compendia il pensiero dei profeti dipinti nel Vaticano.




Schiavi - Louvre

I due Schiavi del Louvre, simboli dei trionfi del papa battagliero, contrappongono la forza che si ribella alla stanchezza che si concede..., nell'uno scattano i muscoli dell'eroe indomito, e nell'altro langue la carne voluttuosa dell'efebo.


Tomba Lorenzo de' Medici


L'Alba a destra e  e il Tramonto a sinistra

Il grande solitario lavora alle “Tombe dei Medici” (Firenze, S. Lorenzo, 1524-32) nei tempi calamitosi che precedono il sacco di Roma, e che trasformano lo scultore sommo nel soldato e nell'ingegnere che difende la sua città.
Sopra i due sarcofagi nudi, quattro archi di cerchio portano le allegorie sostanziate dall'angoscia del patriota e dal pessimismo del pensatore.


Tomba Giuliano de' Medici



Il Giorno

Il “Giorno”, titano fulminato, si contorce, e sopra la spalla tende il viso ancora nel velo dell'abbozzo, ma dalle scure cavità orbitali l'anima protesta.


La Notte

La “Notte” è l'emblema dell'incubo, dal profilo tagliente e dal corpo voluminoso e sfatto nell'anatomia irregolare e patologica.


Pietà Rondanini

Nella “Pietà” (Roma, Palazzo Rondanini) il tormento si comunica alla materia con una sintesi di superfici espressive che strugge e cola la forma, mentre nella “Deposizione” (Firenze, Duomo) la più desolata cadenza elegiaca avvolge tre corpi.., in Nicodemo, che sostiene il Cristo spezzato nelle linee ad angolo, si ravvisa lo stesso autore, nel virgulto che diverge da tanto sfacelo e nella piccola Maddalena insensibile, Tiberio Calcagni fraintese lo spirito della composizione.


I SEGUACI DI MICHELANGELO

Gli imitatori di Michelangelo tendono all'eccessività degli effetti, alle esorbitanze manieristiche, e confondono il grande con il grandioso, la profondità con l'enfasi, la forza con la pesantezza. Nei corpi grossi e spropositati c'è i1 vuoto dell'idea insieme con la sterile esperienza della ripetizione.
BAGCIO BANDINELLI (1493-1559) con “Ercole e Caco” sulla scalea del Palazzo Vecchio mostra l'impostatura michelangiolesca nella massa inanimata, che provoca il celebre sonetto satirico del Cellini.... - merita que' morsi di mastino il vanitoso...
Non grande 'nemico' del Buonarroti, al quale pareva che l'arte del disegno dovesse morire con lui! GIOVANNI ANGELO MONTORSOLI (1504-1563) aiuta Michelangelo ad ultimare le statue di San Lorenzo, dove lascia i1 San Cosma.., modella due fontane per Messina, e lavora di stucco a Genova e a Firenze.
BARTOLOMEO AMMANNATI (1511-1592) si mette a un bel cimento con il colossale “Nettuno” della Piazza della Signoria, che il popolo fiorentino dileggia con il nomignolo di “Biancone”.
Ma dalla falange dei superficiali e dei meno dotati si apparta GUGLIELMO DELLA PORTA (1500 circa -1579) da Porlezza, nel comasco. Egli innalza il “Monumento di Paolo III” (Roma, San Pietro)...., la statua di bronzo dell'ultimo papa del Rinascimento siede sopra una specie d'altare di marmo, che subì un dannoso smembramento..., a due volute inflesse - analoghe agli archi di cerchio delle tombe medicee – si appoggiano la “Giustizia” (rivestita di panni di zinco) e la “Prudenza”, le quali, da certi segni esteriori, si presumono ritratti di casa Farnese.
La solenne effigie dei pontefice, raccolta nel manto, doveva dominare altre due figure giacenti (la “Abbondanza” e la “Pace”, trasportate nel Palazzo Farnese), bandite come profane nei sepolcri della Controriforma e restituite nei propri diritti estetici e compositivi dal Bernini, che le battezza per Virtù.


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MICHELANGELO - La vita e le sue prime opere


MICHELANGELO  architetto e seguaci


MICHELANGELO - Pittore e architetto


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domenica 17 luglio 2011

MICHELANGELO ARCHITETTO (architect) e seguaci

    
  Michelangelo Buonarroti (1474-1.564) e seguaci.




Michelangelo Buonarroti, nato a Caprese nel Casentino nel 1475 e morto a Roma nel 1564, perfezionò le esperienze artistiche del '400: rivivono nei suoi quadri l'energia del Masaccio, la vitalità del Pollaiolo, le linee vibranti di Andrea del Castagno, la malinconia di alcune opere del Botticelli.
Il suo capolavoro, come pittore, è certamente la volta della Cappella Sistina, nella quale affrescò le "Storie della Genesi" e il "Giudizio universale", opera stupenda e di grande potenza drammatica.

Michelangelo eccelse anche scultura: egli sentiva di poter esprimere in questo campo i suoi sentimenti con assoluta libertà.
Creò opere di alta drammaticità: gli “Schiavi" del Louvre di Parigi e dell'Accademia di Firenze, la "Pietà" della basilica di San Pietro, il "Monumento funebre a Giuliano de' Medici e a Lorenzo il Magnifico", conservati nella Cappella Medicea della chiesa fiorentina di Lorenzo, il "David" dell'Accademia di Firenze, il "Mosè” in San Pietro in Vincoli in Roma.

Nell'arte del Buonarroti il classicismo del Rinascimento, vale a dire i richiami al classico che specie nella scultura distinguono le opere di quest'epoca, si modifica e si trasforma. La tecnica del "non finito", specie nella "Pietà Rondanini" suscita una forte suggestione drammatica e spirituale.

Il Buonarroti fu infine un eccellente architetto: nel 1547 iniziò la progettazione della "Fabbrica di San Pietro", ispirandosi alla pianta già ideata dal Bramante, autore della Chiesa di San Pietro. Progettò poi la Piazza dei Campidoglio, Porta Pia e Santa Maria degli Angeli, nella quale anticipò il gusto barocco.

Il dittatore di tutte le arti determina un gran mutamento d'indirizzo anche nell'architettura.
L'arte deve piegarsi alla fierezza del suo pensiero ed ai turbamenti della sua anima..., il sublime si identifica con il grande..., l'effetto violento colpisce più della perfezione fredda e ricercata, e però la potenza dell'espressione sorpassa i canoni classici.
Sarebbe un'offesa ripetere chè è l'autore irresponsabile del barocco chi sola responsabilità delle proprie creazioni ed è nemico alle scuole, creazione è poesia ed istinto, non copia o parafrasi.


Modello per la facciata del San Lorenzo - Firenze

Al San Lorenzo, la leggera basilica fiorentina, eretta dal Brunelleschi per i Medici, Michelangelo vuol dare la facciata, e disegna un gigantesco quadrilatero compartito da pilastri e colonne, folto di nicchie, di statue, di basso rilievi e sormontato da un meschino frontone.

“A me basta l'animo di far questa opera.., che sia d'architettura e di scultura lo specchio di tutta Italia”, scrive nel 1511 il sommo maestro, ma il suo disegno è inattuabile: l'enorme spesa dei marmi lo arresta sui fogli.


Sagrestia Nuova - San Lorenzo - Firenze


Nella Sagrestia nuova dello stesso tempio l'architetto studia le cornici per le terribili statue che meditano sulle tombe di Giuliano e Lorenzo de' Medici.
I principi praticati dal Brunelleschi nella Cappella Pazzi e da Giuliano da Sangallo nella sagrestia di Santo Spirito si snaturano negli elementi personali delle larghe nicchie poste sopra le piccole porte e in altre incongruenze appuntabili dai teorici.




Scala della Biblioteca Laurenziana

Anche nel disegno per la scala della Biblioteca Laurenziana (1524), eseguita dal Vasari venticinque anni dopo, il frontone semicircolare della porta d'accesso rompe la sua retta...., le nicchie vuote ricompariscono, e due valute strisciano sopra una specie di piedistallo per collegare le montate dei gradini.






Palazzo Senatorio

I più vecchi disegni per il grandioso riordinamento della Piazza del Campidoglio risalgono al 1546, ed un'incisione del Du - Perac conserva l'idea genuina del Buonarroti, il quale conduce a termine la scala doppia del Palazzo Senatorio e colloca nel centro la statua equestre di Marc'Aurelio.
La Porta Pia (1561) devia austeramente dall'arco romano con un esiguo frontespizio copre parte dell'attico sviluppatissimo.
In Santa Maria degli Angeli è impossibile riconoscere, dopo le contaminazioni del Vanvitelli (1746), il magnifico rinnovamento del “tepidarium” delle Terme di Diocleziano, ma la gloria dell'architetto dei papi, nei suoi ultimi vent'anni, è affidata alla cupola del San Pietro.




San Pietro


La chiesa di Bramante ha bisogno di una poderosa opera di rinforzo...., tutti gli accessori: i portici, i frontoni, i campanili
d'angolo sono soppressi, e le muraglie denudate d'ogni eleganza scoprono la forza elementare con il semplice respiro delle finestre.
Un attico è l'enorme zoccolo della cupola rinfiancata da quattro volte minori, che ne accompagnano lo slancio audace.
Il tipo costruttivo a calotta e costoloni, con i fitti spicchi animati da finestre, ricorda quello di Santa Maria del Fiore: è il “nuovo Olimpo” che il paganesimo invidia alla cristianità.

In nostro Buonarroti, genio solitario e scontroso, non ha discepoli diretti, ma entusiasti che ne scrivono la biografia, disputandosene l'amicizia: ASCANIO CONDIVI e GIORGIO VASARI, ed imitatori servili o esageratori mediocri.


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MICHELANGELO - La vita e le sue prime opere


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venerdì 15 luglio 2011

Giacomo Barozzi, detto il Vignola (1507-1573)

Nel mio giro turistico e culturale con Sonia, adesso incontro Giacomo Barozzi, detto il Vignola (1507-1573) dalla sua terra natale, scrive la “Regola” dei cinque ordini architettonici (1563), ma l'amore alle teorie non distoglie dalle libere concezioni l'ingegno michelangiolesco.


Veduta del Palazzo Caprarola

Spaccato del Palazzo di Caprarola

Il Palazzo di Caprarola presso Viterbo (1547-1559) è l'unico esempio nel Rinascimento di pianta pentagonale.
L'aspetto del castello forte, con bastioni, cortile rotondo, belvederi, terrazzi, logge circolari e doppie scalinate, si presta ad imprevisti adattamenti stilistici, cui si mirava il molle sfarzo dell'aristocrazia romana.


Villa Giula - Roma

La Villa di Papa Giulio - Giovan Maria Ciocchi del Monte (1550) -, alle porte di Roma, è una casa di riposo e di delizia campestre, in cui , attrae l'invenzione del grande cortile a semicerchio e del ninfeo a tre ordini, con cariatidi e linee spezzate dalle curve delle rientranze e dalla luce degli archi, i quali preparano con certezza indubitabile le più arrischiate fantasie del diciassettesimo secolo.


Chiesa del Gesù - Roma

Lo stile degli ultimi decenni del Cinquecento studia il colorito, il movimento ascendente e l'unità dello spazio anche nel vaso dei templi. Il Gesú di Roma (1568), modello di chiesa italiana, con la facciata a due ordini uniti da volute e l'interno ad una sola navata, con cappelle laterali, ebbe nel Seicento la profusione di dipinti, di sculture, di bronzi e di ori che altera la schiettezza del piano vignolesco, continuato da G. B. della Porta.


Sant'Anna dei Palafrenieri - Roma

Accenti severi di grandezza e d'organicità di sagome si scoprono nella chiesa della Porziuncola in Assisi, ma una innovazione del popolarissimo costruttore, giunto a1 penultimo anno di vita, è la pianta ellittica di Sant'Anna dei Palafrenieri in Roma (1572).

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ATALANTA E IPPOMENE (1615-1620) Guido Reni

  

ATALANTA E IPPOMENE (1615-1620)
Guido Reni (1575-1642)
Pittore italiano
Museo di Capodimonte – Napoli
Olio su tela cm. 299 x 191

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Pixel 2460 x 1780 - Mb 1,99


La leggenda di Atalanta e Ippomene

Il brano è tratto dalle “Metamorfosi” di Ovidio, Atalanta era una bellissima cacciatrice abituata a sfidare alla corsa i suoi pretendenti.
Coloro i quali perdevano venivano condannati a morte.
La fanciulla rimase imbattuta, e di conseguenza mantenne intatta la propria verginità, fino a quando non gareggiò con Ippomene.
Questi durante la corsa fece cadere ai piedi della cacciatrice tre pomi d’oro avuti in dono da Venere, e la fanciulla non resistendo alla voglia di raccoglierli, perse la gara.
I due giovani si unirono in un tempio dedicato alla dea Cibale, che offesa per l’onta li tramutò in leoni.



L’opera

L’opera è probabilmente identificabile con quella citata nell’inventario seicentesco della Galleria Gonzaga a Mantova, immediatamente prima della dispersione della consistente collezione, in parte emigrata in Inghilterra, acquistata da Carlo I.

Guido reni nel 1617 era stato chiamato a Mantova da Ferdinando Gonzaga, invito rifiutato a causa della sua paura di trattare di pittura a fresco.
Il rapporto non si concluse certo per questo banale motivo, e all’artista venne commissionata una serie di quattro dipinti raffiguranti le fatiche di Ercole, e di cui al duca venne inviato “Ercole sul rogo” (Parigi, Louvre).

Il dipinto oggi conservato nelle Gallerie Nazionali di Capodimonte a Napoli, nel XVIII secolo era nella Collezione Pertusati di Milano, quindi passò a quella Cafferoni di Roma, fino al 1802, quando venne acquistato per la Galleria Nazionale di Capodimonte.

La tela raffigura una scena tratta da Ovidio: il momento in cui Atalanta si china a raccogliere uno dei pomi lasciati cadere furbamente da Ippomene, che approfitta dell’occasione per superarla e quindi vincere l’ambito premio: la verginità della fanciulla.

Le bellissime figure dei due giovani, abilmente sottolineate grazie ad una misteriosa luce che mette in risalto la freschezza dei corpi, sono ascritte diagonalmente dentro la composizione.
La corsa che avrebbe dovuto sfiancarli stranamente non ha lasciato alcun segno sui loro volti.
La fresca naturalezza e l’elegante raffinatezza formale riporta Guido Reni al suo primo periodo, quando agiva a contatto con la cultura dell’Accademia degli Incamminati a Bologna.
C’è in questo dipinto una sensibilità assai lontana dalla produzione legata alla committenza religiosa, che si caratterizza per il tono idilliaco che contribuì alla popolarità di Reni, in particolar modo negli ambienti controriformati: non a caso si diceva che le sue opere venivano dipinte da un angelo.

Nel Seicento nelle collezioni reali spagnole è citato un dipinto raffigurate “Atalanta e Ippomene”, ritenuto opera del Reni.
Nel 1881 Madrazzo, allora direttore del Museo del Prado di Madrid, giudicò l’opera una copia, confermando, per evidenti motivazioni personali, l’autografia di una replica in suo possesso e di cui oggi si sono perse le tracce.

La critica contemporanea ha rivalutato il dipinto conservato in Spagna, mettendo in discussione l’autografia dell’opera di Napoli.


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giovedì 14 luglio 2011

L'APPARIZIONE (the appearance) Gustave MOREAU

  

L'APPARIZIONE (1876)
Gustave MOREAU (1826-1898)
Pittore francese del XIX Secolo
MUSÉE GUSTAVE MOREAU di PARIGI
Olio su tela cm. 142 x 103
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Pixel 2500 x 1780 - Mb 2,30


L'identificazione dell'ambiente si presta a diverse interpretazioni: siamo nel salone di un grande palazzo, nell'abside di una chiesa, in un tempio pagano o nella nicchia di una moschea?

Domina l'immagine una figura di donna che incedendo da sinistra appare nella scena indicando con imperiosità una testa recisa e ancora sanguinante sospesa nell'aria e avvolta in un alone di luce.

È Salomè che cerca di allontanare da sé, con un gesto di spavento, la testa del Battista, che le è apparsa davanti mentre stava danzando per il vecchio Erode che da dietro la sta osservando dal suo trono sopraelevato.

Il suo ruolo in ciò che accade è nullo e il pittore ce lo dimostra definendone i tratti in un rapido abbozzo che lascia appena emergere la sua effigie nel groviglio di incisioni che tempestano, decorandole, le pareti dell'ambiente nel quale la scena si svolge.

Anche la madre di Salomè, posta proprio dietro la figlia, è definita appena, così come l'armigero con la lunga spada sulla destra del dipinto e la cui presenza è 'tradita' soprattutto dal panno rosso che gli copre le gambe e la vita.

L'attenzione del pittore è tutta incentrata sul duello mortale fra l'impotente Giovanni Battista e la feroce Salomè, sospinta dalla madre a danzare per Erode per ottenere la decapitazione del Battista.

Particolare l'interpretazione che Moreau dà all'episodio sottolineando più che la vittoria di Salomè, la sua paura, il suo umano, drammatico confronto con quanto la sua azione provocherà: come in un sogno premonitore, la testa del Battista appare a Salomè prima ancora che ella abbia espresso il suo desiderio e che Erode abbia dato il consenso alla decapitazione.


L'OPERA

L'opera fu presentata da Gustave Moreau al Salon del 1876 insieme alla tela con "Salomè che danza davanti ad Erode" (Los Angeles, Collezione Hammer).

Sembra che per il quadro con "L'Apparizione" Moreau si sia ispirato al poema "Atta Troll" di Heinrich Heine, in cui la bella Salomè si diverte a giocare con la testa recisa di Giovanni Battista gettandola nell'aria per poi riprenderla al volo con le mani.

La tela ispirò una celeberrima pagina scritta da Joris-Karl Huysmans nel suo libro "À rebours", pubblicato a Parigi nel 1884 e subito definito la "Bibbia del Decadentismo".


UN QUADRO DI MOREAU DESCRITTO DALLO STESSO MOREAU

Con queste parole, nel suo diario, Moreau parla del tema della Salomè danzante davanti ad Erode per ottenere la testa del Battista...

"Questa donna, uccello leggiadro eterno, sovente funesto, attraversa la vita con un fiore in mano alla ricerca di un ideale, spesso terribile e cammina sempre, calpestando sia geni che Santi. Durante la sua danza ella si inchina davanti alla morte, che la guarda attentamente, e al boia che colpisce con la sua spada.
Questo è ciò che avverrà, riservato esclusivamente a chi è alla ricerca della sensualità e della curiosità.
Un Santo e una testa decapitata sono sulla sua strada cosparsa di fiori.
Il tutto passa attraverso un misterioso santuario che conduce all'elevazione dello spirito".


VEDI ANCHE . . .

GUSTAVE MOREAU (1826 - 1898) - Vita e opere
 
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IL RATTO DELLE SABINE (The Rape of the Sabine) Nicholas Poussin

    
IL RATTO DELLE SABINE (1637 circa)
Nicholas Poussin (1594 - 1665)
Pittore francese
Museo del Louvre a Parigi
Olio su tela cm. 159 x 206
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Pixel 1775 x 2300 - Mb 2,05


La tela rappresenta il "Ratto delle Sabine" uno dei più famosi episodi della storia romana.

Nicholas Poussin nel suo quadro coglie il momento più drammatico dell'evento: uomini e donne lottano e fuggono verso l'esterno della scena..., in primo piano a sinistra una donna si divincola e strappa i capelli al suo rapitore, mentre a destra un'altra scappa rincorsa da un romano.
Gli abiti intensamente colorati hanno una foggia classicheggiante come le architetture dello sfondo che formano una sorta di quinta teatrale.
In alto a sinistra si trova Romolo vestito da imperatore, che solennemente impartisce gli ordini.

Quando Poussin realizzò il quadro, intorno al 1637, era a Roma già dal 1624.
Nel 1640 sarebbe tornato per due anni a Parigi dove ricevette un'accoglienza trionfale.
Rappresentante di un'arte densa di cultura e di erudizione, nella città papale l'artista frequentava una ristretta cerchia letteraria, a cui appartenevano personaggi come Cassiano del Pozzo, protettore anche di Pietro da Cortona.

È particolarmente evidente nel dipinto del Louvre, l'intento di Poussin di esprimere pittoricamente la sua personale interpretazione del classicismo.
Il tema del "Ratto delle Sabine" era assai sfruttato a Roma in quegli anni: circa un decennio prima Pietro da Cortona lo aveva utilizzato in un quadro per Marcello Sacchetti ora ai Musei Capitolini.
Rispetto all'opera del francese, la scena del cortonese è molto mossa e drammatica, i sentimenti tragici dei personaggi risaltano sullo sfondo che rimane secondario..., la rievocazione di un fatto lontano in una età mitica diventa un'immagine teatrale dove sono messe in evidenza la sensualità e la forza dei corpi.
È il trionfo della scenografia barocca.

Nel XVII secolo il Bellori ricordò che il quadro oggi al Louvre fu eseguito da Poussin per il cardinale Omodei.
Nel 1685 passò a Luigi XIV.
Al Metropolitan Museum di New York esiste un'altra versione del "Ratto delle Sabine" dello stesso artista.
Costituita da gruppi più statici e scultorei, la composizione americana risulta di poco precedente a quella francese databile al 1637-1638.


LA LEGGENDA DEL "RATTO DELLE SABINE"

I Sabini erano una popolazione dell'Italia antica, la cui storia appare strettamente legata alle vicende della fondazione di Roma.
Intorno all'VIII secolo a.C. abitavano sul Quirinale, uno dei sette colli della futura città.
Secondo la storia narrata da Tito Livio, Virgilio e Plutarco, gli uomini che con Romolo a capo avevano fondato Roma, pensarono di procurarsi delle donne perché la loro nuova patria continuasse a vivere e a ingrandirsi.
Invitarono così a una festa i Sabini, loro vicini, e nel momento più opportuno presero senza pietà le loro donne.
I Sabini decisero di dichiarare guerra ai rapitori, ma furono le Sabine stesse a interporsi fra i contendenti e a favorire la pace e l'unione fra i due popoli.
Così Tito Tazio, re dei Sabini, e Romolo regnarono insieme.


VEDI ANCHE . . .

NICOLAS POUSSIN (1594 - 1665) - Vita e opere



TANCREDI ED ERMINIA - Nicolas Poussin


LA STRAGE DEGLI INNOCENTI (The massacre of the innocents) - Nicolas Poussin


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Michele Sanmicheli - Vita e opere

Michele Sanmicheli
Autore - Paul Davies e David Hemsoll
Traduttore A. Bergamin
Editore Mondadori Electa
Collana - Architettura e architetti classici
* 2004 - Rilegato - 403 pagine illustrate
Prezzo di copertina Euro 100,00
ibs.it - Scontato Euro 89,00

* Una monografia completa sull'opera del maggiore architetto del manierismo a Verona, artefice della fusione delle acquisizioni maturate dalla cultura architettonica romana con la pratica costruttiva veneta.
I risultati della ricerca degli studiosi americani Davies e Hemsoll evidenziano come le interpretazioni dell'antico e gli insegnamenti da esse tratte da Raffaello, Antonio da Sangallo e Sansovino rappresentano le premesse del linguaggio architettonico di Sanmicheli.
Il volume ripercorre analiticamente l'attività dell'architetto veronese attraverso ampi capitoli tematici dedicati all'architettura militare, ai palazzi, alle costruzioni sacre.

( * Introduzione al libro tratta del sito ibs.it)



Ne Cinquecento lavorarono in Italia numerosi architetti: Antonio da Sangallo il giovane (1483-1546), autore del Palazzo Farnese a Roma...., Donato Bramante (1444-1514) autore dell'abside e della crociera di Santa Maria delle Grazie a Milano, del Tempietto di san Pietro in Montorio e del chiostro di Santa Maria della pace, a Roma...., Jacopo Barozzi, detto il Vignola (1507-1573) che costruì il Castello di Caprarola, oltre a Villa Giulia e alla Chiesa del Gesù a Roma.

Nel bel mezzo di questi monumentali architetti, ho trovato il non meno noto agli addetti ai lavori, Michele Sanmicheli, esponente del classicismo cinquecentesco.

Michele Sanmicheli è nato a Verona nel 1484... e qui vi è morto nel 1559.
Questo veronese fu allievo del padre Giovanni e dello zio Bartolomeo...., successivamente va sedicenne a Roma, dove, molto più tardi, diventa l'architetto militare di Clemente VII, ispezionando le fortezze dello stato Pontificio.

I suoi bastioni ed i suoi forti gli valgono il riconoscimento di precursore del Vauban, un militare francese, uno dei più grandi ingegneri militari di tutti i tempi, e una delle maggiori figure della Francia del Re Sole..., ma Sanmicheli che, esercitato nell'ardita grandiosità delle masse, non sa vagheggiare la raffinatezza toscana del Sansovino, dà agli edifici civili una particolare impronta ispirata alle ordinanze romane.


Duomo di Orvieto

Fu capomastro dell'opera del duomo di Orvieto dal 1509 al 1527.

La sua attività di ingegnere e di architetto militare si svolse soprattutto nel Veneto e in Dalmazia.


Palazzo Pompei

Cappella Pellegrini a Verona, opera di Michele Sanmicheli, disegnata da Francesco Ronzani


Palazzo Bevilacqua

Ritornato a Verona dopo il sacco di Roma del 1527, introdusse nella cultura architettonica veneta i modelli del classicismo romano, rielaborando l'eredità di Donato Bramante, dei Sangallo e di Raffaello in senso manieristica, con l'accentuazione dei valori plastici come nella cappella Pellegrini in San Bernardino, e chiaroscurali come nei palazzi 'Bevilacqua' (1530 circa)...., 'Pompei'.... e 'Canossa' in Verona.


Porta Palio


Porta Nuova

I porticati aperti al pianterreno, le grandi finestre simili ad archi di trionfo ed il rivestimento a bugne dei pilastri e delle colonne caratterizzano le porte "Nuova" e "Palio", una robusta commistione di bozze e di colonne doriche, con il fusto scanalato ed il fregio vitruviano, come il complesso del 'Lazzareto'...., la cupola di san Giorgio in Braida.


Palazzo Canossa

Sull'alto basamento rustico, con gli archi dei portoni attorniati di bugne, si leva un solo ordine di colonne, e nel palazzo 'Canossa' i tratti dì ruvidezza si mitigano nella balaustrata a statue del coronamento.


Palazzo Grimani

Nel Palazzo 'Grimani' (dal 1556) a Venezia l'ariosa severità classica dei due ordini superiori calcola gli effetti d'ombra e di luce, facendo prevalere la maestà delle orizzontali sull'ampiezza degli archi e sui rettangoli delle finestre intermedie, maestà invece molto contenuta che si ritrova a Treville di Castelfranco Veneto nella villa 'Soranza', nella cui area antistante possiamo ammirare un ben tenuto prato all'inglese.


Villa Soranza


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