martedì 3 marzo 2015

IL NAZISMO E LA RESISTENZA (Nazism and Resistance)



L'oppressione nazista e la resistenza europea

Era ormai l'inizio della fine. Nel frattempo l'occupazione tedesca nei territori conquistati si faceva sempre più pesante e crudele. Secondo l'ideologia nazista l'umanità si divideva in due grandi categorie: i superuomini, cioè i po-poli di lingua tedesca, più forti e più intelligenti e destinati a governare il mondo, e i sottouomini, cioè il resto dell'umanità, incapaci di governare e di autogovernarsi, destinati quindi ad essere sottomessi o eliminati. 
Dei sottomessi, alcuni sarebbero stati gli schiavi della razza superiore, altri avrebbero trovato la morte in campi di sterminio scientificamente organizzati. Agli Ebrei era riservata la cosiddetta soluzione finale, cioè lo sterminio totale di tutta la razza.


Tale mostruosa ideologia, delineata nel Mein Kampf (La mia battaglia), l'opera che Hitler pubblicò nel 1926, trovò effettiva attuazione. A milioni Ebrei, Polacchi, Jugoslavi, Russi, Francesi furono uccisi nelle camere a gas dei campi di sterminio. I lager (campi di prigionia), tra cui Treblinka, Auschwitz, Mathausen, Buchenwald, divennero tristemente famosi.

Contro una simile oppressione sempre più forte si faceva il movimento di resistenza. Popoli interi si organizzarono nel movimento clandestino. Decine di migliaia di partigiani iniziarono la lotta nelle campagne e nelle città, dalla Francia agli Urali, dai fiordi norvegesi alle montagne di Grecia. Le retrovie tedesche, le strade, le ferrovie venivano continuamente attaccate dai partigiani. Agitazioni e scioperi bloccavano spesso la produzione e creavano serie difficoltà all'invasore.

Nel marzo del 1943 a Torino gli operai metallurgici incrociarono le braccia, dimostrando un coraggio ed una volontà di lotta che preoccuparono seriamente fascisti e nazisti.

Terribili erano le rappresaglie naziste. Gli ostaggi venivano uccisi indiscriminatamente secondo il rapporto, nei casi migliori, di dieci per ogni soldato tedesco. Con questo sistema abitanti di interi paesi vennero trucidati. 
Questa fu la fine di Lidice in Cecoslovacchia, Oradour sur Glane, in Francia, Marzabotto, presso Bologna. Ma le stragi perpetrate dai Tedeschi, invece di fiaccare la resistenza, accendevano sempre di più nei combattenti il coraggio di resistere e il desiderio di conquistare la propria libertà. Cosi Ia resistenza, da fenomeno italiano e tedesco, nata fin dai tempi dell'avvento del fascismo e del nazismo, si trasformò in fenomeno europeo.

La vittoria sovietica a Stalingrado galvanizzò tutti i movimenti partigiani e la resistenza europea cominciò a colpire più duramente Tedeschi e fascisti.


Lo sbarco in Italia

Stalin nel frattempo chiedeva con insistenza l'apertura di un secondo fronte in Europa, dato che il peso della guerra in vite umane era sostenuto soprattutto dai soldati, dai partigiani, dai civili sovietici, mentre I'azione anglo-americana in Europa consisteva unicamente nei massicci bombardamenti dei centri industriali e ferroviari e dei porti.

Aprire un secondo fronte significava attuare una poderosa operazione di sbarco, resa oltremodo difficile su tutte Le coste controllate dai Tedeschi, Le quali erano fortificatissime. Gli alleati preferirono quindi ripiegare sullo sbarco in Italia, più facile data la scarsissima difesa costiera, sbarco che avvenne in Sicilia nel luglio del 1943.


Il 25 luglio 1943

La classe dirigente italiana si sentì tremare la terra sotto i piedi. Pensò di salvare il salvabile liberandosi di Mussolini e indicando in lui l'unico responsabile delle situazione. La corte, lo Stato maggiore ed un gruppo di fascisti dissidenti tramarono allora un colpo di Stato.

Nella notte tra il 24 e il 25 luglio il Gran consiglio del fascismo, organo supremo del partito fascista, votò un ordine del giorno che metteva Mussolini in minoranza e nel quale si chiedeva il ripristino dello Statuto, cioè praticamente le dimissioni del duce.
Il giorno dopo il re congedò Mussolini e lo fece imprigionare. Quindi incaricò il generale Pietro Badoglio della formazione del nuovo governo.

La caduta di Mussolini fu accolta con grande favore dal popolo, il quale sentiva ormai imminente la fine della guerra. Il nuovo governo, pur dichiarando ufficialmente che la guerra sarebbe continuata secondo gli impegni contratti con i Tedeschi, cominciò tuttavia ad avviare trattative con gli Anglo-americani per un armistizio. Queste vennero condotte all'insaputa dei Tedeschi, i quali però, temendo lo sganciamento italiano dalla guerra, provvidero nel frattempo ad inviare truppe nella penisola.


L'8 settembre 1943

L'armistizio, firmato il 3 settembre a Cassibile, presso Siracusa, venne reso pubblico soltanto l'8, ma, per il modo in cui si procedette, costituì per gli Italiani una vera e propria tragedia. La classe dirigente italiana ed il re, che nel '22 avevano consegnato l'Italia a Mussolini e nel '40 avevano precipitato il paese nella guerra, nel '43 lo abbandonavano nelle mani dei Tedeschi.
L'esercito italiano, già demoralizzato dalle sconfitte subite in Africa, in Russia, in Grecia, in Sicilia, fu lasciato senza ordini dai generali, che, insieme al re ed al governo, seppero organizzare soltanto la loro fuga da Roma a Pescara e di qui, per mare, a Brindisi.

Nel giro della stessa notte I Tedeschi occuparono tutti i centri nevralgici del paese. L'esercito italiano si dissolse. I soldati gettarono la divisa; molti tentarono di tornare a casa, altri salirono sui monti per dar vita alla guerriglia partigiana.

Non mancarono isolati episodi di resistenza. A Roma, a Porta San Paolo, si combatté aspramente contro i Tedeschi i quali, superiori per mezzi ed efficienza, ebbero ben presto ragione dei difensori.
Tragico fu l'episodio dell'Isola di Cefalonia nel Mar Jonio, dove 8.000 soldati italiani, dopo molti giorni di accaniti combattimenti, furono sopraffatti e trucidati dai nazisti.




La Resistenza italiana

Nella situazione nuova che si era creata, il 9 settembre i sei partiti antifascisti che si erano ricostituiti all'indomani della caduta del fascismo (comunista, socialista, democratico cristiano, cioè l'ex partito popolare, il Partito di azione, di ispirazione liberal-socialista, il Partito liberale, il Partito democratico del lavoro) dettero vita in Roma al CLN (Comitato di liberazione nazionale) che si proponeva di mobilitare il popolo nella lotta armata contro i Tedeschi e contro i fascisti.

Nello stesso mese paracadutisti tedeschi liberarono Mussolini, prigioniero sul Gran Sasso.
Alla fine di settembre venne ricostituito il regime fascista, la cosiddetta Repubblica sociale italiana, il cui governo pose la sua sede a Salò, sul Lago di Ganda.
L'Italia era così smembrata. Nel Nord e nel centro vi era la RSI; il Trentino e la Venezia Giulia però venivano ceduti dai fascisti alla diretta amministrazione tedesca. Nel Sud vi era il governo del re a Brindisi, mentre gli Anglo-americani conservavano sotto la loro amministrazione i territori liberati dall'occupazione nazista.

Il 27 settembre si ebbe a Napoli la prima insurrezione popolare contro i nazisti. Per quattro giorni i napoletani combatterono casa per casa cacciando i Tedeschi. A liberazione avvenuta, il 10 ottobre, entrarono nella città le truppe anglo-americane, sbarcate a Salerno.

Gli Alleati anglo-americani, nella loro marcia verso il Nord raggiunsero Cassino,  ma qui i Tedeschi si attestarono su una linea difensiva formidabile che riuscirono a mantenere fino alla primavera del '44.

Il 12 ottobre il governo Badoglio dichiarò guerra alla Germania, proclamando lo stato di "cobelligeranza" con gli Alleati. Per tutto l'inverno nelle retrovie tedesche e soprattutto nell'Italia settentrionale il movimento partigiano si andò organizzando in modo sempre più massiccio. Il popolo italiano aveva ormai fatto la sua scelta, mettendo in pratica la lotta a fondo contro nazisti e fascisti.

Nel gennaio del '44 a Bari, i partiti del CLN, dopo accesi contrasti e lunghe discussioni, decisero di entrare nel governo del re, proponendo, nello stesso tempo che, alla fine della guerra, il popolo avrebbe scelto per il paese mediante libere elezioni la forma monarchica o quella repubblicana.

Nell'aprile Badoglio formò un governo di "unità nazionale" con i rappresentanti dei sei partiti. Il re si impegnava ad affidare al figlio Umberto la luogotenenza del regno quando Roma fosse stata liberata.

Nel gennaio 1944 gli Alleati erano intanto sbarcati ad Anzio, ma anche qui trovarono un'accanita resistenza tedesca. Tutte le operazioni militari ristagnarono per qualche mese. Finalmente nella primavera gli Alleati sferrarono l'attacco sul fronte di Cassino; ebbero ragione della linea difensiva tedesca e marciarono verso il Nord. Liberarono l'Italia centrale e nella notte tra il 4 e il 5 giugno entrarono in Roma.




giovedì 26 febbraio 2015

LA SECONDA GUERRA MONDIALE (The Second World War)




LA SECONDA GUERRA MONDIALE

Scoppio e cause della guerra


Il primo settembre 1939 le truppe tedesche varcarono il confine polacco, mentre Hitler proclamava l'annessione di Danzica. Il 3 settembre gli Anglo-francesi, sulla base degli impegni assunti verso la Polonia, dichiararono guerra alla Germania
L'aggressività di Hitler fu la causa diretta dello scoppio del conflitto, ma non quella fondamentale. In effetti le ragioni della guerra vanno ricercate nei profondi contrasti che dividevano il mondo capitalista. Da una parte vi erano i capitalisti anglo-francesi, i quali con due vasti imperi coloniali controllavano gran parte del mercato mondiale, coadiuvati dai capitalisti americani che controllavano, a loro volta, gran parte dei mercati sudamericani ed asiatici. A loro volta, però, il capitalismo tedesco e quello nipponico, sollecitati da una grande spinta delle loro forze produttive, cercavano di conquistare nuovi mercati per la loro espansione. Accodato a questi era il gracile imperialismo italiano, spinto più dal desiderio di emulare i due potenti alleati che da reali esigenze di espansione.


Prime vittorie naziste

In poco meno di un mese le armate tedesche sconfissero la resistenza polacca, mentre le armate russe penetrarono in Polonia da Est e riconquistarono i territori perduti nella guerra russo-polacca del '21.
Sul momento gli Anglo-francesi non fecero nulla di concreto e la dichiarazione di guerra apparve puramente formale.

Gli Stati Uniti dichiararono la loro neutralità, ritenendo che i problemi europei non Ii riguardassero. L'Italia fascista, pur dimostrando di approvare l'iniziativa tedesca, dichiarò la non belligeranza.

L'URSS dette poi inizio all'invasione dei Paesi Baltici, i quali prima del 1917 appartenevano alla Russia zarista.
Venne attaccata la Finlandia che nel marzo del '40 firmò la pace e cedette alcuni territori all'URSS,

Nell'aprile del 1940 le truppe tedesche invasero la Danimarca e la Norvegia. Assicuratosi così sul fronte orientale, Hitler sferrò nel maggio l'offensiva contro la Francia.
Come era avvenuto nella Prima guerra mondiale, i Tedeschi, per evitare le difese nemiche, assalirono la Francia dal Nord calpestando l'indipendenza dell'Olanda, del Belgio e del Lussemburgo.


L'Italia in guerra

Il 10 giugno del '40 Mussolini, temendo che Hitler vincesse rapidamente la guerra e che l'Italia rimanesse esclusa dal bottino della vittoria, dichiarò guerra alla Francia e all'Inghilterra. Il popolo italiano, ormai da 15 anni sotto il giogo della dittatura, non poté opporsi alla guerra. Ma gli antifascisti compresero che era giunto il momento di intensificare la lotta contro il fascismo: la guerra era contraria agli interessi del popolo italiano e costituiva un vero e proprio tradimento ai danni della nazione; lottare contro la guerra fascista significava lottare contro il fascismo stesso.

Le truppe italiane aggredirono la Francia dal Sud. Il 14 giugno i Tedeschi entrarono a Parigi; il 22 il governo francese firmò l'armistizio.
Nell'estate del '40 I'URSS riprese la sua espansione territoriale; occupò l'Estonia, la Lettonia, la Lituania, costrinse la Romania a cederle la Bessarabia.

In Africa il peso della guerra era sostenuto sostanzialmente dall'Italia, unico paese fascista ad avere colonie in quel continente. In un primo tempo le operazioni furono favorevoli ai fascisti

Il 28 ottobre Mussolini, mal sopportando che tutte le iniziative belliche fossero sempre tedesche, decise di attaccare la Grecia. L'impresa, che nelle mire fasciste doveva risolversi in una passeggiata, si rivelò invece un vero disastro; le truppe italiane vennero inchiodate sulle montagne greco-albanesi dall'esercito greco, piccolo, ma animato da un grande spirito combattivo.

La guerra interessò ben presto anche il fronte navale e quello aereo. L'aviazione tedesca iniziò un selvaggio bombardamento su Londra per fiaccare il morale degli Inglesi.
Questi invece, guidati dal ministro Winston Churchill, seppero opporre una strenua resistenza, dimostrando all'aggressore una grande compattezza.


Le operazioni in Africa e nei Balcani

Le operazioni della guerra sul fronte etiopico, dopo il primo successo degli Italiani, volsero poi a favore degli Inglesi. Questi sferrarono una poderosa offensiva e l'Etiopia cadde nelle loro mani. Il 5 maggio 1941 truppe inglesi entrarono in Addis Abeba - esattamente cinque anni dopo l'ingresso delle truppe italiane - restaurandovi il potere del Negus, esule a Londra dal 1936.

Sul fronte libico gli Inglesi riconquistarono i territori egiziani, penetrando profondamente nella Cirenaica. Nella primavera del '41 giunsero in aiuto degli Italiani truppe corazzate tedesche, che sferrarono una vigorosa offensiva riconquistando i territori libici.

Sul fronte greco ancora una volta furono i Tedeschi che raddrizzarono le sorti degli Italiani. Infatti nella primavera del '41 Hitler ordinò l'invasione della Jugoslavia. Le truppe tedesche occuparono rapidamente il territorio jugoslavo da Nord, quindi penetrarono in Albania e di qui vennero in aiuto degli Italiani. L'urto tedesco fu decisivo e nel maggio l'intera Grecia venne occupata.

Tutta la Penisola balcanica cadde così sotto il dominio tedesco. Il popolo jugoslavo dimostrò una grande fierezza nei confronti dell'invasore, dando vita sulle montagne ad una vigorosa resistenza armata, di cui divenne capo e animatore il comunista Josip Broz, meglio noto con il nome di battaglia Tito, che divenne ben presto leggendario in tutto il paese.


Hitler attacca I'URSS

Nel marzo del 1941 gli Stati Uniti vararono una legge affitti e prestiti, per cui avrebbero fornito ai paesi in lotta contro Hitler materiale bellico dietro il semplice impegno di questi a restituirlo dopo la vittoria. Con tale legge, e con la sua partecipazione alla guerra europea, l'America, una volta di più, si salvava da una crisi economica esportando in Europa tutti i prodotti eccedenti sul mercato nazionale.

Hitler ovviamente temette che la diplomazia anglo-americana potesse spingere Stalin ad una politica diversa da quella seguita fino a quel momento. Decise allora di prevenire questa possibilità: ruppe il patto di alleanza con l'Unione sovietica e il 22 giugno 1941 le truppe tedesche varcarono il confine sovietico.


Stati Uniti e Giappone in guerra


L'attacco tedesco all'URSS provocò come reazione un ulteriore avvicinamento anglo- americano. Nell'agosto Churchill e Roosevelt si incontrarono su di una nave da guerra nell'Atlantico e sottoscrissero la Carta Atlantica, nella quale dopo la distruzione del nazismo, si impegnavano a ristabilire una pace giusta e promettevano ai popoli la libertà di scegliere il regime che avessero preferito. In effetti i capi anglo-americani erano soltanto preoccupati di dover perdere definitivamente il mercato europeo e asiatico; la Carta Atlantica sanciva comunque dei principi capaci dl mobilitare tutti quei popoli che stavano allora soffrendo sotto l'oppressione nazi-fascista.

Nel novembre, dopo la rapida avanzata estiva, le truppe tedesche furono costrette a fermarsi. I sovietici fecero blocco attorno a tre città, Leningrado, Mosca e Rostov.
In Libia le truppe inglesi riconquistarono nuovamente la Cirenaica.

Il 7 dicembre un fatto nuovo impresse una nuova svolta al corso della guerra. L'aviazione nipponica attaccò improvvisamente la flotta statunitense nella baia di Pearl Harbour, nelle isole Hawai, infliggendole gravissime perdite.
Tale azione provocò l'immediato intervento degli Stati Uniti in guerra.
All'inizio del '42 i Giapponesi occuparono molti territori asiatici. Inoltre, impegnati fin dal 1937 nella guerra contro la Cina, ripresero con maggior vigore la penetrazione nel territorio cinese e nell'Indocina.

Sul fronte libico le truppe dell'Asse sferrarono una terza offensiva e giunsero fino ad 80 chilometri da Alessandria d'Egitto.

Nella primavera del '42 i Tedeschi ripresero I'offensiva in Russia e conquistarono la Crimea e parte del Caucaso.


La controffensiva alleata

Lo sforzo tedesco sul fronte russo fu gigantesco, perché Hitler intendeva chiudere la partita prima del nuovo inverno. La città di Stalingrado venne investita dall'armata tedesca, ma i sovietici opposero una valorosa resistenza e bloccarono l'invasore. 
Nel novembre i Russi sferrarono una controffensiva sfondando il fronte tedesco nei pressi di
Stalingrado e ponendo così l'assedio agli assedianti della città. Anche gli Italiani, che in gran numero erano stati inviati da Mussolini sul fronte del Don, vennero accerchiati e circa 100.000 di essi furono messi fuori combattimento tra morti, prigionieri, dispersi, feriti.

Nell'ottobre gli Inglesi attaccarono per la terza volta sul fronte egiziano e riconquistarono nuovamente la Cirenaica. Nel novembre gli Americani sbarcarono in Marocco ed in Algeria.

Sul fronte del Pacifico nel corso del '42 gli Americani cominciarono la riconquista delle posizioni perdute durante il primo attacco giapponese. Sbarcarono a Guadalcanal, nelle Salomone, ed aiutarono concretamente la Cina con armi e munizioni nella sua lotta contro l'invasore.

Agli inizi del '43 la campagna d'Africa ebbe termine in seguito alla caduta di Tripoli e di Tunisi nelle mani degli Anglo-americani.

Nel febbraio l'armata tedesca di Stalingrado, nonostante gli ordini di Hitler, che chiedeva il sacrificio di tutti i soldati tedeschi piuttosto che la resa, stremata dall'assedio, dal freddo e dalla fame, dovette arrendersi.





giovedì 12 febbraio 2015

GAE AULENTI - Architetta italiana - La vita (Italian architect - The life)



GAE AULENTI

Gaetana "Gae" Aulenti (Palazzolo dello Stella, 4 dicembre 1927 – Milano, 31 ottobre 2012 è stata un architetto e designer italiana, particolarmente dedita al tema dell'allestimento e del restauro architettonico.

Alla femminilità, quanto meno ai suoi canoni estetici più usuali, Gae Aulenti non ha mai concesso molto. I capelli tagliati corti, I'abito severo, i colori sobri, sembrano respingere ogni
scorciatoia decorativa. Difficile capire se questo rigore sia un lascito del linguaggio progettuale degli inizi, o solo il frutto di un'educazione austera: in una delle rarissime interviste in cui parla di sé, confessa un padre "esigente e severo" che mal tollerava trucchi e frivolezze, ed era capace di prendere a schiaffi la figlia adolescente per un'ombra di rimmel verde sugli occhi. 
"Avrebbe voluto che fossi un ragazzo", è la conclusione. 
Nella famiglia, di origini calabresi, era sottoposta a regole precise anche l'espansività: 
"Il bacio della sera, l'abbraccio del mattino. Ma niente di spontaneo, di improvvisato. La spontaneità era repressa a casa nostra".

Nata nel 1927 a Palazzolo della Stella, in provincia di Udine, Gae esce di casa presto, dimostrando una precoce volontà di autonomia. Dichiara di voler frequentare il liceo artistico a Firenze, ma resta in Toscana solo un anno. Si iscriverà, invece, al Politecnico di Milano. Sono gli anni '50; la Aulenti fa in tempo a frequentare la generazione di Franco Albini, Giò Ponti, Ignazio Gardella, quella che ha saputo dare all'architettura italiana una dignità e qualità europea, a un livello forse mai più raggiunto, se non in sporadici casi individuali. 
La città lombarda è una fucina, e Gae ne apprezza appieno le potenzialità: 
"Diciamo che Milano la sento come mia, è la città dove ho studiato. Io che venivo dal Friuli, e mi considero apolide, avevo l'impressione che qui succedesse di tutto, tanta cultura, tanti incontri possibili"
.
Laureata nel '54, per qualche anno resta nell'università, prima collaborando con Giuseppe Samonà, a Venezia, poi con Ernesto Rogers, a Milano, ma l'esperienza accademica si conclude verso la fine degli anni Sessanta. 
Questa interruzione provoca probabilmente due conseguenze. La prima, che la Aulenti non ha prodotto una scuola, una linea di continuità; la seconda, che si è distaccata dal gruppo a cui, sia per motivi generazionali e ambientali che per predisposizione culturale, era omogenea, cioè quello degli Aldo Rossi, Vittorio Gregotti, Carlo Aymonino. Di quel gruppo ha condiviso solo inizialmente le rigidità ideologiche ed espressive, restando fortunatamente estranea alle derive morfo-tipologiche che hanno contribuito in larga  misura a ingessare la ricerca architettonica italiana nell'ultima parte del Novecento.

Ciò che ha differenziato Gae Aulenti dai colleghi con cui ha vissuto il clima intellettuale della Milano degli anni Settanta (ha fatto parte, tra l'altro, della redazione della Casabella di Rogers) è stato un approccio alla disciplina fortemente, forse completamente, mediato dalla professione. Nella professione, esercitata con ferma vocazione internazionale (dall'estero le verranno i maggiori riconoscimenti, come la Legion d'Honneur conferitale da Mitterand nell'87), i rigori man mano si stemperano, i progetti acquistano flessibilità, ricchezza di soluzioni articolate e diversificate; affiora sempre più evidente quel particolare segno eclettico che ne contraddistingue lo stile compositivo.


Tavolo in cristallo con ruote di Fontana Arte
   
L'ha aiutata senz'altro il fatto di non aver mai perso i contatti con la sua attività di designer (è autrice di alcuni pezzi evergreen, come il tavolo in cristallo con ruote di Fontana Arte) sperimentando materiali e indagando con insistenza le possibilità espressive della luce. 
L'abitudine a considerare quella del design come un'esperienza formativa, e non collaterale, per l'architetto, si legge anche nella cura, mai approssimativa o distratta, del dettaglio esecutivo. Le architetture di Gae Aulenti sono disegnate per essere costruite; grazie all'attenzione per I'aspetto realizzativo e tecnologico (vedi per esempio l'uso sempre adeguato dei materiali, l'impiego delle strutture metalliche) schivano la trappola del formalismo neoaccademico, la prevalenza dell'immagine, tipica di buona parte della cultura architettonica contemporanea.

Come scenografa, ha lavorato più che mai da architetto. Con Luca Ronconi ha messo in scena Euripide, Ibsen, Hofmannsthal, Pasolini, e numerose opere liriche; per il Rossini Opera Festival ha anche firmato la regia della Donna del Lago. Le sue scenografie sono vere visioni architettoniche più che semplici installazioni, e appare evidente come la riflessione specifica sui nessi tra spazio scenico e testo venga ricollocata all'interno di quella più generale su costruzione e significato.

Ma Gae Aulenti ha espresso al meglio il suo talento nella costante attività di ricerca sugli spazi espositivi, dagli allestimenti (moltissimi), alla progettazione di musei, come il Museo d'arte Catalana di Barcellona, il New Asian Art Museum di San Francisco, oltre ai più noti (ma forse meno innovativi) progetti per il Museo  d'Orsay di Parigi e Palazzo Grassi a Venezia. Nei primi due le espansioni sono connesse alle parti preesistenti da strutture leggere, aeree, che introducono la luce come elemento di mediazione tra vecchio e nuovo.

La biografia personale della Aulenti (si sa di un breve matrimonio con un collega e di un lungo sodalizio con Carlo Ripa di Meana) appare ininfluente, messa in ombra dalla sua figura professionale. Attraverso l'eccezionale impegno speso nella costruzione della sua carriera di progettista, nel mare aperto della competizione e del dibattito internazionale (un caso isolato tra le donne architetto della sua generazione, che hanno in genere scelto il più rassicurante approdo del mondo accademico), la Aulenti ha maturato una capacità quasi mimetica di interpretare temi e luoghi cosmopoliti, in cui si esprime l'eclettismo a cui abbiamo accennato. 
"Uno dei complimenti più belli che si possa fare ad una architettura - ha affermato - è dire che sembra sia sempre esistita in quel contesto".


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sabato 7 febbraio 2015

WANDA FERRAGAMO - Stilista italiana, presidente della Salvatore Ferragamo SpA

Wanda Miletti Ferragamo

Wanda Miletti Ferragamo, nata a Bonito (Avellino) nel 23 dicembre 1921, è un'imprenditrice italiana nel campo della calzatura.  

È una delle prime donne imprenditrici in Italia alla guida di uno dei marchi più prestigiosi del made in ltaly.
Nasce a Bonito in provincia di Avellino, in una famiglia agiata della media borghesia. Il padre, medico, la manda a studiare a Napoli nel Collegio Mater Dei e quindi completa la sua educazione con gli studi a casa. È uno di quei collegi dove le ragazze di buona famiglia imparano un po' di tutto preparandosi alla difficile arte della padrona di casa e, in effetti, ad affrontare il mondo. 
Sposa giovanissima - nel 1940 - Salvatore Ferragamo che era già un famoso creatore di calzature. Salvatore, infatti, emigrato negli Stati Uniti all'inizio del Novecento, aveva fatto fortuna ed era poi tornato in Italia per stabilirsi a Firenze. Wanda comincia subito a collaborare con il marito nella gestione dell'azienda e nello stesso tempo si occupa della famiglia che si allarga con la nascita di 6 figli.


Salvatore Ferragamo
  
Nel 1940 Salvatore, appena installato nella prestigiosa sede di Palazzo Spini, già produceva scarpe, calzate da alcuni dei più famosi divi del cinema da Rodolfo Valentino a Joan Crawford. Ma sarà poi Audrey Hepburn a dare fama mondiale al marchio di calzature.
Wanda compie, così, la sua "gavetta" di imprenditrice formandosi sul campo sotto la preziosa guida del marito. All'improvvisa scomparsa di Salvatore, nel 1960, Wanda assume la guida dell'azienda continuando comunque anche ad occuparsi dei figli, l'ultimo dei quali aveva solo due anni. 
Dopo una breve fase di grande preoccupazione e sbandamento, prende subito in mano le redini dell'azienda per continuare I'attività. Poi, con l'aiuto dei figli, che avevano già cominciato a lavorare in azienda, manterrà in piedi l'impresa, ampliandola notevolmente. Sarà ancora lei a avviare e guidare con fermezza e coraggio la diversificazione della società. Infatti, si dovrà proprio a Wanda il merito di avere, non solo fatto crescere il fatturato aziendale negli anni Sessanta e Settanta, ma anche avviato una diversificazione del marchio che amplierà progressivamente la sua produzione, dalle scarpe all'abbigliamento e agli accessori. 
Casa Ferragamo diventerà dunque uno dei simboli universalmente noti della moda italiana, firmando tutto il necessario per I'eleganza femminile.

Wanda Ferragamo ha ricevuto nel 1987 il titolo di Cavaliere del lavoro e numerosi riconoscimenti negli Stati Uniti ed in Gran Bretagna, ma soprattutto ha mantenuto intatta ed unita la conduzione familiare dell'azienda. Così, nella difficile arte di mantenere insieme grande tradizione artigianale e forte sviluppo industriale si consolida l'esperienza di una delle prime "capitane" dell'industria italiana.




Salvatore Ferragamo SpA

Fondata nel 1928 e guidata da Salvatore Ferragamo fino alla sua morte, nel 1960, l’azienda è rimasta nelle mani della famiglia Ferragamo: la moglie Wanda ed i sei figli che, raggiunta la maggiore età, hanno ricoperto i ruoli chiave dell’azienda, contribuendo alla sua espansione sia nell’offerta di prodotti che nella distribuzione.

In vista della quotazione in borsa del marchio, la famiglia Ferragamo è affiancata da un manager esterno, Michele Norsa, che ricopre il ruolo di amministratore delegato.


Palazzo Spini Feroni, sede della Salvatore Ferragamo Spa, Firenze

Tutti i figli ed alcuni nipoti sono attualmente impegnati all’interno dell’azienda e del gruppo:

Wanda Ferragamo Miletti è alla guida del gruppo dal 1960 e attualmente ricopre il ruolo di presidente onorario della Salvatore Ferragamo SpA.
Ferruccio Ferragamo, è attualmente il presidente della Salvatore Ferragamo SpA.
Giovanna Gentile, è attualmente vicepresidente della holding del gruppo, Ferragamo Finanziaria SpA.
Leonardo Ferragamo, dal 2000 è amministratore delegato della Palazzo Feroni Finanziaria SpA, la holding company di famiglia.
Massimo Ferragamo, è il presidente della Ferragamo USA, la società che dagli anni Cinquanta si occupa di distribuire i prodotti del marchio nel Nord America.
Fulvia Visconti Ferragamo, è dagli anni Settanta responsabile degli accessori in seta del marchio e vicepresidente della Salvatore Ferragamo SpA
Fiamma Ferragamo di San Giuliano, scomparsa nel 1998, è ancora considerata per molti una figura presente nella vita della Salvatore Ferragamo. Stilista premiata con il Neiman Marcus nel 1967, ha creato alcuni prodotti simbolo del marchio, quali la scarpa Vara e l’ornamento Gancino.
Nel 1995 a Firenze, Wanda Miletti Ferragamo ha inaugurato il Museo Salvatore Ferragamo, dedicato all'opera del fondatore, dove vengono conservate, tra l'altro, le forme delle scarpe create per molti personaggi celebri. Il 5 dicembre 2006 il museo è stato riaperto in una nuova location a Palazzo Spini Feroni.

Nel 2007 Salvatore Ferragamo sigla con l'americana Timex Group una nuova licenza per i suoi segnatempo. Che dopo il restyling dell'esistente saranno presentati a "Baselworld 2008".

Il Gruppo Salvatore Ferragamo ha annunciato la sigla del nuovo accordo di licenza per la collezione di segnatempo da ora affidati all'americana Timex Group, fondata nel 1854 e licenziataria di marchi come Valentino e Versace.






giovedì 5 febbraio 2015

TINA MODOTTI - Fotografa italiana (Italian Photographer )



Assunta Adelaide Luigia Modotti Mondini, meglio conosciuta come Tina Modotti (Udine, 17 agosto 1896 – Città del Messico, 5 gennaio 1942), è stata una fotografa e attrice italiana.


Siamo all'inizio degli anni Settanta a New York. Tina Modotti è l'unico autore italiano presente con alcune sue immagini nella neonata collezione fotografica del Museum of Modern Art: primi piani intensi di fiori e di volti, dettagli di oggetti comuni tesi verso I'astrazione, donne e bambini poveri tra povere cose in contrasti di bianco e nero raccolti dalla luce naturale... Era stato il sofferto legame sentimentale con il celebre fotografo americano Edward Weston a riportare quelle fotografie negli Stati Uniti. 
Ma di lei, in questi anni, non si conosce quasi nulla, se non la straordinaria bellezza del suo volto e del suo corpo immortalati nelle sapienti e seducenti fotografie del suo amante. Difficile sottrarsi al loro dispotico fascino, che senza dubbio ha alimentato un'attenzione anche pruriginosa nei confronti di una donna la cui vita rivela un percorso individuale fatto di
ricerca espressiva, amori e scelte militanti all'interno del movimento rivoluzionario internazionale, intrecciato con i più intensi e drammatici momenti della storia del suo tempo. 
Dopo vent'anni di oblio, Tina viene così riscoperta, come modella, amante e allieva di Weston, eppure le sue fotografie rivelano un'autonomia e una personalità "altra". 
Nel 1991 la delicata e sensuale fotografia Roses (da lei stessa stampata nel 1926) viene battuta all'asta da Sotheby alla cifra record di 165.000 dollari. A questa incredibile valutazione hanno contribuito biografie avvincenti che fanno di Tina una vera e propria leggenda (fotografa e rivoluzionaria), anche se vittima di stereotipi. 
Ma Tina a questo era già abituata in vita: in Messico era stata spesso oggetto della stampa sensazionalistica o di operazioni propagandistiche denigratorie.


Roses by Tina Modotti 
   
La notizia stessa della sua morte improvvisa (di infarto, in un taxi che la riportava a casa dopo una cena da Hannes Meyer il celebre architetto della Bauhaus, la notte del 5 gennaio 1942),se da un lato scuote gli ambienti intellettuali dove era conosciuta e amata, mette immediatamente in moto la stampa scandalistica di Città del Messico, che grida all'omicidio e vede nel suo ultimo compagno il mandante del delitto. 
La realtà è ben altra: la bella Tina, tornata in Messico da tre anni, dopo esserne stata espulsa nel 1930, era logorata da una vita vissuta troppo intensamente.


Tina Modotti, Chitarra, falce e cartucciera, 1927
    
Chi l'ha conosciuta la descrive donna gentile, sensibile, semplice, tenace e coraggiosa: 
"Ma non posso accettare la vita così com'è, troppo caotica, troppo inconscia. Ecco la ragione della mia resistenza, della mia lotta contro di essa. Cerco sempre di lottare per modellare la vita secondo il mio temperamento e le mie necessità, in altre parole metto troppa arte nella mia vita, troppa energia...". (lettera a Edward Weston, 7 luglio 1925). 
Un coinvolgimento ideale, utopico, totale verso la vita, unito ad una forte consapevolezza della propria personalità e ad un lacerante nomadismo che nasce dalla sua identità di emigrante. Temperamento e modestia: la sua militanza non sarà quella della leader, della pasionaria, ma quella - in prima linea - della quotidiana partecipazione ai rischi e ai sacrifici.


Foto by Tina Modotti
   
La sua ricerca fotografica, che interromperà bruscamente lasciando il Messico nel 1929, attinge forza, astrazione e poesia proprio dal suo travaglio interiore e dalla sua passione politica e artistica:
"Accetto il tragico conflitto tra la vita che cambia continuamente e la forma che la fissa immutabile".

Ripartirà da Udine - sua terra natale - solo negli anni Settanta, la riscoperta e la valorizzazione della sua fotografia, unita ad attenti studi per una ricostruzione più rispettosa della sua vita e della sua personalità. Qui Assunta Adelaide Luigia Modotti detta Tina era nata nel 1896 da una famiglia operaia e socialista, segnata da fame, miseria e debiti: il padre, come tanti friulani è costretto ad emigrare, come stagionale in Austria e quindi definitivamente in America, dove la sua numerosa famiglia lo raggiungerà nel 1913. 
Già in Italia Tina si era avvicinata alla fotografia frequentando lo studio dello zio, alla politica per averla respirata in casa, alla durezza del lavoro come operaia in una filanda dall'età di dodici anni.


Foto by Tina Modotti
  
A San Francisco condivide le difficoltà e il lento riscatto della sua famiglia, lavora e frequenta le filodrammatiche della comunità italiana. Il suo destino di operaia tessile si interrompe con l'incontro ad una mostra del giovane poeta e pittore franco-canadese Roubaix de l'Abrie Richey (Robo). Lo sposerà nel 1917 e trasferita a Los Angeles vivrà questo breve matrimonio tra frequentazioni bohémiennes e intellettuali nell'amore per l'arte. 
Di quel periodo rimane una fotografia che ritrae una giovane e bella coppia sullo sfondo di uno studio dall'atmosfera liberty: lei, in ginocchio su di uno sgabello, indossa un originale abito dipinto con motivi moderni e cuce un prezioso tessuto; lui, in una ampia camicia bianca da pittore, dipinge, su stoffa per l'appunto. 
Tina non sa stare senza far niente. Da vera autodidatta, non le manca lo spirito d'iniziativa per assecondare le sue tensioni artistiche: altre foto di questo periodo, questa volta di scena, la vedono attrice del cinema dl Hollywood, un'esperienza transitoria perché da lei ritenuta troppo commerciale. 
In questo ambiente conoscerà il già noto fotografo Edward Weston, presumibilmente subito affascinato da lei e forse ricambiato. Fatto sta che Robo morì improvvisamente di vaiolo nel 1922, durante un viaggio in Messico e Tina, che l'avrebbe dovuto raggiungere, si ritrovò per l'estremo saluto in un paese appena uscito da una rivoluzione, carico di aspettative e contraddizioni, di emigrati politici, di artisti impegnati. Lì deciderà di stabilirsi, lasciando così per sempre l'America nel 1923, in compagnia di Edward Weston e di suo figlio.


Foto by Tina Modotti (1927)

Altra svolta altro amore, vitale ma tormentato già nei presupposti. Weston infatti, che lascia la famiglia per lei, del Messico amerà il paesaggio è la luce, ma il progressivo coinvolgimento di Tina nella politica e nell'ambiente intellettuale del partito comunista messicano contribuisce al loro definitivo allontanamento nell'estate del 1926, quando il californiano torna a casa. In quei tre anni hanno però condiviso l'amore per la fotografia ed esposto insieme più volte: se l'attenzione alla luce e alle inquadrature sono comuni (e a lui deve i rudimenti tecnici), la scelta dei soggetti rivela differenze culturali profonde. 
Tina continuerà da sola a vivere della sua fotografia (ritratti, riproduzioni d'arte, fotografia sociale), aiutata dalla stima di artisti come Diego Rivera, David Alfaro Siqueiros, Clemente Orozco, mentre nella collaborazione con El Machete, organo ufficiale dei rivoluzionari, svilupperà quella adesione politica che segnerà tutto il resto della sua vita. Deve però affrontare le avversità della vita e la povertà, mentre la sua fama di fotografa cresce anche all'estero, negli Stati Uniti e in Europa.


Foto by Tina Modotti
   
Ancora amori, questa volta militanti come lei: lascerà il pittore comunista Xavier Guerrero ("questa è la lettera più difficile, più dolorosa e terribile che abbia mai scritto in tutta la mia vita") per Julio Antonio Mella, giovane intellettuale cubano e dirigente rivoluzionario. 
Riparato da pochi mesi in Messico, non sfuggirà alla morte ad opera di sicari del dittatore Gerardo Machado, complice il governo messicano che da tempo contrasta pesantemente I'attività dei comunisti. 
È la sera del 10 gennaio del 1929 e Tina è presente all'agguato: risponderà al lutto con l'indignazione, esponendosi in prima persona. Rifiuta compromessi e persino l'offerta di diventare la fotografa ufficiale del Museo Nazionale, perché per lei la fotografia è una forma di militanza e di denuncia. 
Sempre in quell'anno scrive a Weston: "Sento che, se devo lasciare il paese, gli devo almeno questo, mostrare quello che può essere fatto, senza dover risalire alle chiese coloniali, ai charros o alle chicas poplanas e robaccia del genere su cui la maggior parte dei fotografi indugia".
Ma a causa di manovre denigratorie viene ingiustamente accusata di aver partecipato ad un attentato contro il capo di Stato. 
"Chi l'avrebbe mai pensato eh? Una ragazza così gentile che faceva fotografie così carine di fiori e di bambini" (lettera a Weston, marzo 1930). 
Di lì a poco verrà espulsa dal paese e imbarcata su di una nave diretta in Europa.


Foto by Tina Modotti
  
Viaggio e destino saranno condivisi con Vittorio Vidali, un internazionalista di origine triestina, sebbene le loro strade si dividano temporaneamente una volta arrivati a Rotterdam. Tina prova infatti a stabilirsi a Berlino e a coniugare I'impegno politico e il lavoro di fotografa: ha portato con sé la sua macchina di grande formato, ma il mondo dell'informazione e della fotografia in Germania è ad una svolta, per l'avvento di una tecnologia più rapida. 
Nonostante una rete di contatti solidale qualcosa non funziona, il contesto è difficile: il vecchio continente, già ferito dalla prima guerra mondiale, si troverà presto ad affrontare le altre tragiche prove del secolo.
Durante la sua permanenza in Europa Tina non fotografa più (vende anche l'amata Graflex), mentre la sua partecipazione al movimento comunista la porta in pochi mesi a Mosca, dove raggiunge Vidali ed entra nelle fila del Soccorso Rosso Internazionale, che le affida diverse missioni all'estero (in Polonia, a Parigi). 
Nel frattempo il legame con Vidali, che diventerà il comandante Carlos del V Reggimento dei repubblicani in Spagna, diventa sentimentale, ma sarà un amore sottoposto ai continui rischi di una vita clandestina e della guerra civile in Spagna. Qui Tina è conosciuta con il nome di Maria e ricopre, tra il 1936 e il 1939 un ruolo di sostegno ed assistenza sanitaria nelle retrovie, infaticabile.


Foto by Tina Modotti
  
La disfatta le porta un nuovo destino di profuga, che cercherà di contrastare con la decisione di rientrare in Messico assieme al suo compagno. Il paese ora è diverso e più ospitale, l'emigrazione politica forte, il denaro poco. 
Sono questi gli ultimi anni di Tina, che torna ad essere un punto di riferimento e cerca anche di recuperare quel suo lavoro di fotografa che nessuno dei suoi vecchi compagni aveva dimenticato. 
La notizia della sua morte commuove sia gli ambienti intellettuali di tutta I'America Latina che la gente semplice: organizzazioni sindacali prendono il suo nome, lavoratori tessili danno il nome di Tina ai loro telai, a Città del Messico viene allestita una grande mostra retrospettiva delle sue fotografie.


Foto by Tina Modotti
    
Tina Modotti morì a Città del Messico il 5 gennaio 1942, secondo alcuni in circostanze sospette. Dopo aver avuto la notizia della sua morte, Rivera affermò che fosse stato Vidali ad aver organizzato l'omicidio. Tina poteva "sapere troppo" delle attività di Vidali in Spagna, incluse le voci riguardanti 400 esecuzioni. Più probabilmente quella notte Tina, dopo aver cenato con amici in casa dell'architetto Hannes Meyer, fu colpita da infarto, e morì nel taxi che la stava riportando a casa. La sua tomba è nel grande Pantheòn de Dolores a Città del Messico. Il poeta Pablo Neruda, indignato dalle accuse fatte a Vittorio Vidali, compose il suo epitaffio in cui è indicato anche lo sciacallaggio riferibile a quelle infamie; di questo componimento una parte può essere trovata sulla lapide della Modotti, che include anche un suo ritratto in bassorilievo fatto dall'incisore Leopoldo Méndez:

Tina Modotti hermana,
no duermes no, no duermes
tal vez tu corazon
oye crecer la rosa
de ayer la ultima rosa
de ayer la nueva rosa
descansa dulcemente hermana.

Puro es tu dulce nombre
pura es tu fragil vida
de abeja sombra fuego
nieve silencio espuma
de acero linea polen
se construyo tu ferrea
tu delgada estructura 

(Pablo Neruda, epitaffio dedicato a Tina Modotti)

"Tina Modotti, sorella non dormi, no, non dormi: forse il tuo cuore sente crescere la rosa di ieri, l'ultima rosa di ieri, la nuova rosa. Riposa dolcemente sorella. 
Puro è il tuo dolce nome, pura è la tua fragile vita di ape sopra il fuoco. Neve, silenzio, schiuma di polline d'acciaio  è stata costruita la tua ferrovia, la tua struttura sottile"



  
"Sul gioiello del tuo corpo addormentato ancora protende la penna e l'anima insanguinata come se tu potessi, sorella, risollevarti e sorridere sopra il fango". (Pablo Neruda)



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