mercoledì 26 novembre 2014

DISEGNI DI LEONARDO - Galleria degli Uffizi a Firenze (Drawings by Leonardo)

Studio di testa di fanciulla

DISEGNI DI LEONARDO 

Galleria degli Uffizi, Gabinetto dei Disegni e delle Stampe a Firenze

Agli Uffizi di Firenze si trova il più antico disegno conosciuto di Leonardo che risale a quando aveva ventun anni: è una veduta a volo d'uccello che si apre su una vasta pianura delimitata a sinistra da una cittadella fortificata e a destra da un dosso da cui sgorga una cascata. L'acqua si raccoglie in basso e il paesaggio solcato ed eroso dai corsi d'acqua sembra già lasciar intuire quei processi di lenta trasformazione del territorio che saranno il tema delle ultime riflessioni di Leonardo sulla natura. 
Il veloce tratteggio, orizzontale o curvo, con cui sono accennati gli alberi restituisce la percezione atmosferica delle chiome che sembrano vibrare nell'aria e nella luce. Il disegno potrebbe anche essere stato eseguito da Leonardo direttamente sul posto, all'aperto (en plein air) visto che è eseguito a penna senza traccia sottostante, in un giorno d'estate di cui lui stesso ha registrato la data nell'iscrizione in alto a sinistra: "dì di Santa Maria della neve / addì 5 d'aghosto 1473".
Il punto di osservazione corrisponderebbe alle pendici del Monte Albano nei pressi della natia Vinci.



Studio dal vero per la "Madonna del gatto"

La Testa di fanciulla, vista quasi di profilo, in una posa reclinata, con gli occhi socchiusi e i capelli ondulati che cadono a incorniciare il viso, ricorda la Vergine nella piccola tavoletta dell'Annunciazione al Louvre; mentre il motivo dei Busti di vecchio e di adolescente affrontati si trova già in un foglio di appunti giovanili con Due schizzi di teste di profilo in cui sono messe a confronto le tipologie di un vecchio, dall'espressione aggrottata, e di un giovane visto in scorcio.
Sullo stesso foglio il meccanismo illustrato è un congegno di arresto applicato a una ruota.



Studio di panneggio per figura eretta

Gli Studi di panneggio sono eseguiti secondo una pratica diffusa nelle botteghe fiorentine che consisteva nell'allestire "modelli di figure di terra" su cui venivano sistemati "cenci molli interrati", cioè panni bagnati impregnati di acqua e terra per una migliore modellazione delle pieghe; questi modelli venivano quindi riprodotti a pennello su supporti di tela di lino. 
Il Vasari precisa che Leonardo "con pazienza si metteva a ritrargli sopra a certe tele sottilissime" e afferma che "lavorava di nero e bianco con la punta del pennello, che era cosa miracolosa". 



Studio di panneggio per figura inginocchiata

Gli esempi oggi conosciuti di queste esercitazioni estremamente accurate nella rappresentazione del dato reale (quasi riproduzioni fotografiche), sono distribuiti tra gli Uffizi, il Louvre, il British Museum e altri musei. 
La luce incidente investe dall'alto le pieghe che emergono dal fondo uniforme e la resa monocroma dà maggiore rilievo all'alternarsi di zone chiare e scure. Gli studi della figura inginocchiata e di quella seduta risultano in relazione con i personaggi della Vergine e dell'Angelo dell'Annunciazione agli Uffizi.



Studio di panneggio per figura seduta

Nello Studio per lo sfondo dell"Adorazione dei Magi" i gradini in primo piano, sottolineati con rialzi di biacca, introducono a uno spazio definito da una rigorosa griglia prospettica; questa determina la costruzione architettonica con pilastri, archi e scalinate in cima alle quali si addensano le figure. Il centro, sotto la copertura a spioventi, è occupato dai cavalieri. 
Nel dipinto rimasto incompiuto, che si trova agli Uffizi, Leonardo adotta una soluzione per la resa dello spazio che supera i limiti della prospettiva lineare.



Paesaggio con la veduta dell'Arno

Studio per lo sfondo dell'Adorazione dei Magi

Due schizzi di teste di profilo e particolari di meccanismi:
al centro, un congegno d'arresto applicato a una ruota

Studi di macchine: congegno per tendere un arco e cinghia che trasporta recipienti

Studi di figure, appunti, congegni meccanici 


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martedì 25 novembre 2014

MAOMETTO . Mohammed . Mahoma . מוחמד . محمد . Мухаммед . Maomé . モハメッド . 穆罕默德 . Muhammad

Nascita del Profeta (Miniatura persiana)
 UN UOMO DELLA MECCA

LA NASCITA

La tradizione ammanta di mistero e di meravigliosi prodigi la nascita del Profeta di Allah: si racconta che l'apparizione di una stella nel cielo I'annunciò agli ebrei dell'oasi di Yathrib, la futura Medina, e che i magi della Persia, seguaci di Zarathushtra, videro spegnersi il fuoco sacro che bruciava nel loro tempio da più di mille anni...

Nel Vangelo secondo Giovanni, Gesù annuncia la venuta di un parakletos, termine greco che significa intercessore, difensore, e nelle intenzioni dell'Evangelista indica lo Spirito Santo. Ma i musulmani leggono periklitos, ovvero "il più lodato", che in arabo si dice Muhammad. Il Corano afferma perciò che la nascita di Maometto (a fronte in una miniatura persiana) sia stata annunciata dai profeti che lo hanno preceduto.

Si racconta inoltre che la notte della nascita di Maometto il cielo fosse illuminato da una luce
così intensa che sua madre, Amina, poteva vedere suq di Damasco come in pieno giorno. In realtà, nessuno, neppure suo nonno, conosce la data esatta della nascita di Maometto. Si sa soltanto che nasce nell'anno dell'Elefante, chiamato così perché il viceré abissino dello Yemen marcia verso la Mecca con una grande armata in cui c'è anche un elefante. Gli studiosi ritengono che si tratti del 570 o 571.


Quando nasce, Maometto è già orfano di padre. Il nonno paterno lo accoglie e lo affida a una nutrice del deserto


Notte della nascita del Profeta: gli angeli attorniano la Kaaba
e la contrassegnano con tre vessilli (Miniatura persiana)

Abd Allah non ha la gioia di veder nascere suo figlio. Muore qualche settimana prima, durante un viaggio d'affari a Yathrib, trecentocinquanta chilometri a nord ovest della Mecca. Lascia ben poco in eredità alla vedova: una schiava, cinque cammelli e alcune pecore. Amina chiede aiuto al suocero, Abd al-Muttalib, capo del potente clan degli Hashim.
Maometto non vivrà a lungo con la madre, nella casa del nonno vicina alla Kaaba. 
Secondo l'usanza, la testolina del neonato viene rasata e i capelli posti sul piatto di una bilancia: il loro peso in oro sarà distribuito ai poveri.
Certo, i capelli di un neonato non pesano molto, ma così vuole la tradizione.  Di solito, i figli dei notabili della Mecca sono affidati a una nutrice presso qualche tribù di nomadi nel deserto. Nel deserto, l'aria è più salutare e i bambini crescono sani e forti, ma le ragioni profonde di questo allontanamento sono di carattere sociale: il bimbo diventa in questo modo fratello di latte di un altro bambino della tribù, e secondo il codice beduino i  fratelli di latte sono come i fratelli di sangue. 
Ancora oggi, le donne beduine più povere vanno alla Mecca in cerca dei figli dei cittadini più ricchi da tenere a balia. Così migliorano le loro condizioni di vita e, soprattutto, stringono legami con i figli di latte, che da grandi saranno uomini importanti.

La nutrice di Maometto è una certa Halima, del clan dei Saad, che porta con sé il piccolo nella regione montuosa vicino a Taif, dove, quando sarà cresciuto, porterà le pecore al pascolo in compagnia del fratello di latte.


La sorte si accanisce contro il piccolo Maometto:  nell'arco di due anni scompaiono le persone cui è più teneramente attaccato


Halima allatta Maometto (Miniatura persiana)

Quando torna dal deserto, Maometto ha sei anni. Con la madre si trasferisce allora a Yathrib. 
È una piccola carovana quella che marcia verso l'oasi: cinque cammelli, una schiava di nome Umm Ayman, il bambino e la madre. A Yathrib, per un bambino che arriva dalla Mecca, ci sono tante cose da scoprire. Il cibo è molto più abbondante, e poi ci sono alberi, piante, persino un laghetto in cui fare il bagno. Ma la gioia di Maometto sarà breve.
Poco tempo dopo l'arrivo nell'oasi, la madre muore. Ora Maometto è solo. Umm Ayman lo riporta alla Mecca, nella casa del nonno.
Abd al-Muttalib è ormai un venerabile vegliardo di quasi ottant'anni. Ben presto il piccolo Maometto si affeziona profondamente al vecchio nonno. Due anni dopo, la morte spezza anche questo legame. A otto anni, Maometto non ha più parenti in linea diretta, e tocca ai membri collaterali del clan occuparsi di lui. Lo accoglie uno zio paterno, Abd Manaf, che dopo la morte di Abd al-Muttalib ha preso il comando del clan.
Il tutore di Maometto è più conosciuto col nome di Abu Talib: gli arabi amano talmente i figli che spesso un uomo porta il nome del figlio maschio, preceduto da Abu, che significa "padre di". Lo zio di Maometto è un commerciante abile e onesto, la sua famiglia è molto numerosa, non è povero ma non può neppure dirsi benestante.


A Bosra, in Siria, un monaco cristiano di nome Bahira è il primo a riconoscere in Maometto il futuro Profeta, "l'inviato di Dio"


Abd al-Muttalib e Abu Talib arrivano alla scuola di Maometto
in seguito alle sue lamentele verso l'insegnante (Miniatura persiana)

Abu Talib porta spesso con sé il nipote, nei lunghi viaggi delle carovane attraverso il deserto. Un giorno, giungono a Bosra, famosa città cristiana, con una bella cattedrale. Nel 543, l'imperatrice Teodora, moglie di Giustiniano, vi ha insediato un vescovo. La carovana si ferma vicino a un eremo, in cui vive un monaco di nome Bahira. La carovana ha sostato altre volte in quel luogo, ma il monaco non è mai uscito dalla sua cella. Questa volta, però, la presenza di Maometto spinge l'anacoreta a parlare con i carovanieri. Li invita persino a dividere il suo pasto. In sogno ha visto avvicinarsi una carovana di cammelli, e uno dei cammellieri aveva un'aureola e una nube che fluttuava sul suo capo. Guardando Maometto, Bahira riconosce in lui il cammelliere della sua visione: 
"Tu sei l'inviato di Dio, il Profeta annunciato dal libro sacro, la Bibbia".
Al momento di separarsi, il monaco raccomanda ad Abu Talib di avere molta cura del bambino:
"Torna con lui nel tuo paese e guardati dagli ebrei, perché, se vedono in lui quello che io ho
riconosciuto, tenteranno di fargli del male".
Il monaco ha visto giusto, salvo il fatto che non è dagli ebrei che Maometto dovrà difendersi,
ma dal suo stesso popolo. Per il momento, è soltanto un adolescente che gioca volentieri con il cugino Alì, uno dei figli di Abu Talib. Uno dei loro passatempi preferiti è di accompagnare le carovane alla fiera di Okaz. 


Alla fiera di Okaz, Maometto scopre che nel deserto la parola vale più dell'oro


Maometto adolescente riceve il saluto del monaco Bahira, a Bosra (Miniatura persiana)

Il suq di Okaz, a pochi chilometri dalla Mecca, è il mercato più famoso d'Arabia. In nessun'altra parte del mondo, si trovano così tante merci. Non è raro che un re dello Yemen vi invii una spada o un cavallo di razza, perché li acquisti "l'arabo più nobile". Allora si costruisce un palco, dove affluiscono i compratori. Ognuno espone in versi il motivo per cui si ritiene il più nobile: è chiaro che la tribù che ha il poeta migliore ha più possibilità di vincere. La folla assiste con passione e assegna la vittoria. 
La competizione poetica, la mufakhara, non serve solo da stimolo agli acquisti; a Okaz si affrontano, in una sfida leale, tutti i poeti arabi. I vincitori sono letteralmente venerati. Le loro
composizioni, le qasida, trascritte in lettere d'oro su seta nera, restano esposte nel recinto del santuario per un anno, così che tutti possano leggere e apprendere i versi. 
Le poesie premiate si chiamano muallaqa, le "appese" per l'appunto.

In questa fiera singolare, Maometto comprende che per gli arabi la parola vale più dell'oro. I palazzi costruiti sulla sabbia sono andati distrutti, come a Palmira; un giorno le città diventeranno rovine, ma la parola è magica.
Potente e invisibile come il vento tra le dune, la Parola trasforma e distrugge. Il verbo è divino. Maometto non lo dimenticherà mai.


Maometto sposa Khadigia: da giovane povero diventa un uomo ricco e potente

Maometto e Khadigia. Miniatura (Storia dei Profeti)

Sembra che, a causa della sua povertà, Maometto sia rimasto celibe più a lungo di quanto usasse nel suo ambiente. Nella società beduina il matrimonio tipico è quello tra i cugini, ma Maometto chiede invano allo zio Abu Talib la mano della cugina Umm Hani. Tuttavia, ben presto la sorte gli sarà favorevole. Una donna lo nota. Si chiama Khadigia, figlia di Khowaylid; è vedova ed è stata sposata due volte. 
Molto ricca, Khadigia è indipendente, dirige da sola gli affari e le sue carovane sono considerate le più importanti della Mecca. Per condurle in Siria, sceglie Maometto come uomo di fiducia. Khadigia se ne innamora, e vuole sposarlo. Il progetto presenta notevoli difficoltà: innanzitutto, lei ha quasi quarant'anni e lui venticinque, e inoltre lei è molto ricca mentre lui è poverissimo. Il clan di Khadigia si opporrà certamente alle nozze. 
Intanto, malgrado gli approcci della donna, Maometto non capisce che lei vuole sposarlo, lui, suo semplice dipendente!
Khadigia ricorre allora a un'intermediaria, Nafissa bint Munya, la quale spiega chiaramente al giovane che la sua padrona lo vuole per marito. Maometto accetta e nel 595 si celebra il matrimonio.

Nel clan di Khadigia, Maometto conosce alcuni asceti molto pii, tra cui Waraqa ibn Naufal, nipote della moglie. Questi è molto sapiente, sa tradurre il Vangelo dal siriaco in ebraico e in arabo. E' un hanif , ovvero tendenzialmente monoteista, benché non aderisca né all'ebraismo né al cristianesimo.


Un'ombra turba la tranquilla felicità di Maometto: Khadigia non gli dà figli maschi


Riunione di giovani alle porte della città (Miniatura di Yahya al-Wasiti)

Da parente povero di una famiglia illustre, costretto a guadagnarsi da vivere al servizio degli altri, Maometto è diventato una persona importante, che può condurre un'esistenza tranquilla, senza più preoccupazioni economiche.
Eppure, ancora una volta, la sorte è contro di lui. Zaynab, Ruqayya, Fatima e Umm Kulthum: la moglie di Maometto mette al mondo soltanto femmine. Per la verità, sono nati anche alcuni maschietti, ma sono morti giovanissimi. E per gli arabi non avere eredi maschi è un grave disonore, tanto più che la consuetudine permette una poligamia quasi illimitata. 
Un uomo ricco, poi, può facilmente acquistare schiave giovani e belle. Ma Maometto è legato a Khadigia e le sarà fedele finché lei vivrà. Piuttosto che prendere un'altra moglie, preferisce adottare due ragazzi: il giovane cugino Ali, figlio dello zio Abu Talib, i cui affari vanno sempre peggio, e un certo Zayd, uno schiavo da lui affrancato, originario di una tribù di Kalb, fortemente cristianizzata.



Il nome di Maometto in calligrafia gigante (India)

* La leggenda circonda la nascita di Maometto di avvenimenti prodigiosi. Gli angeli volavano intorno alla Kaaba e scagliavano pietre ai ginn che spiavano tutto quello che accadeva nell'universo. Non ci fu bisogno di tagliare il cordone ombelicale al neonato, perché la Provvidenza lo aveva già reciso. Gli angeli lo lavarono, e le donne che assistevano la madre lo trovarono lindo e puro come il cristallo. Si narra ancora che, con grande sorpresa di Abd al- Muttalib, si scoprì che il piede del piccolo lasciava sulla Pietra nera della Kaaba la stessa impronta del piede di Abramo.

* Insieme ad Halima, altre dieci donne del suo clan erano andate alla Mecca per cercare dei bimbi da allattare. Tutte trovarono un bimbo, tranne Halima, che aveva poco latte. Quando le presentarono Maometto, sbottò: "Un orfano! E senza denaro!" Ma, dopo aver consultato il marito, decise di accettarlo, e, appena offrì il seno al piccolo, ecco che il latte fluì abbondante come dalla più fertile delle nutrici.

* La condizione di orfano influenzò fortemente il Profeta che, secondo la tradizione musulmana, predicò sempre il rispetto per i genitori, in particolare per la madre, e l'amore per i bambini. Narra al-Bukhari che una volta un fedele, vedendolo baciare con affetto il nipotino, esclamò: "Io ho dieci figli e non ne ho mai baciato uno"- L'Inviato di Dio lo guardò e gli rispose: "Chi non sente affetto, non riceverà affetto".

* Secondo lo storico arabo Ibn Hisham, vissuto nel IX secolo, il monaco Bahira volle avere da Maometto la conferma della veridicità della sua visione profetica:
"Interrogò l'inviato di Dio su ciò che provava durante il sonno o da sveglio. L'inviato di Dio rispose. Bahira trovò le risposte conformi alle aspettative. Poi gli esaminò Ia schiena e trovò fra le sue spalle il segno della profezia..."

* La leggenda dell'incontro di Maometto e Bahira è riportata dallo storico Ibn Hisham, morto verso l'833, e allievo di Ibn Ishaq, morto nel 768. Solo cent'anni dopo la scomparsa del Profeta si comincia infatti a ricostruire la Sira, cioè la sua biografia. Più tardi lo storico Tabari, morto intorno al 923, continuerà la loro opera. I biografi dovettero verificare migliaia e migliaia di hadith, i racconti orali tramandati da quattro o cinque generazioni.
Non c'è da stupirsi perciò se il racconto della vita di Maometto alla Mecca ci sia giunto in versioni diverse, a volte addirittura contraddittorie.
Quando si interroga su questo argomento un musulmano religioso, di solito risponde: 
"Tu dici bene, ma Dio solo lo sa".

* La "Assemblea di giovani alle porte della città" è un'illustrazione tratta da una maqama di al-Hariri, che ricorda la spensieratezza dei giovani della Mecca, poco inclini ad ascoltare le austere prediche di Maometto.

I n epoca preislamica, Ie fiere sono l'occasione per grandi feste e per gare poetiche, durante le quali i poeti declamano i loro versi. La poesia è di una duttilità e ricchezza veramente notevoli, anche perché la metrica e la rima dei versi sono molto rigorose, basate sull'alternanza di sillabe lunghe e brevi. La costruzione generale dell'opera poetica è valutata meno della perfezione di un sol verso, dal ritmo finemente cesellato.

* La tradizione mussulmana ricostruisce così i ricordi di Nafissa bint Munya che, per conto di Khadigia, sonda le intenzioni di Maometto: 
- Cosa ti impedisce di sposarti?
- Mi rispose: Non possiedo di che mantenere una famiglia.
- E io: E se trovassi una donna che ha denaro per due? Se lei ti offrisse la bellezza, la ricchezza, una posizione onorata e agiata, tu accetteresti?
- Chi è questa donna?
- Khadigia.

* Quando la carovana rientrò alla Mecca, Khadigia, guardando la piazza, notò che Maometto, sul cammello al centro della carovana, era riparato dall'ardore del sole da una nuvola. Non disse nulla, ma tre rimase colpita [...].
Khadigia, donna con grandi dcchezze, era stata chiesta in moglie da molti personaggi. Fece chiamare Maometto e gli disse:
'Sai che sono una donna importante e che non ho bisogno di un marito; ho detto di no a tutti [...]. Ma ho molti beni che possono esser dissipati e ho bisogno di qualcuno che ne prenda cura. Ho messo gli occhi su di te, perché tì trovo onesto e tu ti prenderai cura di quel che posseggo"'.

* Tabari - Vita di Maometto)

lunedì 24 novembre 2014

ENEIDE - Virgilio (Aeneid - Virgil)


ENEIDE

Publio Virgilio Marone

ANTEFATTO

Troia è caduta nelle mani dei Greci ed è messa a ferro e fuoco: tutti i suoi difensori sono stati uccisi, lo stesso Priamo è perito per mano di Pirro, figlio di Achille. Solo Enea, avvertito in sogno dall'ombra di Ettore che l'esorta a salvarsi con i suoi cari e "le cose sacre", passando incolume tra le schiere dei baldanzosi vincitori e gli incendi, raggiunge la propria casa e prende il vecchio padre Anchise, il figlioletto Ascanio, la moglie Creusa, i patrii Penati, che deve portare in salvo in un'altra terra, e si avvia verso l'esilio.
Gli Dei sono benevoli verso di lui, saggio e valoroso, pio e devoto, destinato a fondare una nuova città da cui trarrà origine un fortissimo popolo che dominerà il mondo.


ARGOMENTO

Dopo aver peregrinato per sette anni e aver affrontato mille peripezie Enea ha finalmente lasciato la Sicilia e naviga felicemente verso il Lazio, quando Giunone, memore del troiano Paride che favori Venere, si reca da Eolo e lo convince a liberare i suoi venti e a suscitare una tempesta che impedisca ad Enea di raggiungere la nuova patria assegnatagli dal destino. Allora i venti, impetuosi si precipitano sul mare, affondano, arenano, sconvolgono, sconquassano le navi dei Troiani, che a stento approdano in Libia. Appena toccata terra, Enea in compagnia del fido Acate esplora la regione, quando si imbatte in una giovane cacciatrice e da lei apprende che v'è una città vicina, Cartagine, la cui fondatrice è Didone, fuggita da Tiro dopo la morte del marito Sicheo.
Quando la cacciatrice si allontana, Enea riconosce in lei, dal suo celeste profumo, Venere, sua madre. Con Acate si avvia allora verso la città, dove si sta costruendo un magnifico tempio a Giunone. Quivi sono istoriate le pareti del tempio con episodi della guerra di Troia.
Didone, cui Enea si presenta con i suoi compagni, invita l'eroe al banchetto nel suo palazzo. Enea manda a chiamare il figlio Ascanio, perché venga e porti doni alla regina. Ma Venere, che teme la perfidia cartaginese, sostituisce il giovinetto addormentato con Cupido, reso simile ad Ascanio. Didone, già presa d'amore, grazie a Cupido, prega l'ospite che narri della caduta di Troia e della sua vita errabonda. (Libro I)

Enea comincia il racconto dal giorno che precede la rovina: i Greci, costruito un enorme cavallo di legno lo riempiono di eroi, e, simulando il ritorno, si nascondono dietro l'isola di Tenedo. Ai Troiani stupiti un Greco prigioniero, Sinone, che si finge perseguitato da Ulisse, dichiara che gli assedianti si sono decisi per il ritorno, dopo aver costruito il cavallo per propiziare Pallade crucciata, e così grande perché i Troiani non lo possano introdurre dalle porte. Il sacerdote Laocoonte, mentre consiglia di non accogliere il cavallo, è ucciso da due serpenti ed è creduto vittima della sua empietà.
Vengono dunque abbattute le mura della città per far passare il cavallo che è collocato sulla rocca. Quando tutti sono immersi nel sonno, escono dalla costruzione gli eroi achivi. Enea, cui compar€e in sogno Ettore, si sveglia quando già bruciano le case di Troia; egli raduna un manipolo di prodi che, assaliti e uccisi alcuni Greci, indossano le armi dei caduti per fare strage di nemici. Sopraffatti dal gran numero soccombono. 
Enea, rimasto solo, corre alla reggia di Priamo, dove vede morire il vecchio re; a tal vista si ricorda del padre suo, vecchio come il re, della moglie Creusa senza difesa, del figlio Iulo. Li raggiunge e col padre sulle spalle, reggendo Iulo per mano, seguito da Creusa che presto scompare nel tumulto, si avvia nella notte. Al sorgere del mattino Enea prende la via dei monti. (Libro II).

Abbandonata la spiaggia troiana, approda poi in Tracia, ma poiché fa fu assassinato un figlio di Priamo, Polidoro, deve lasciare la terra maledetta. A Delo, I'oracolo di Apollo, interrogato, risponde che si cerchi la terra degli avi. Anchise suppone che questa sia Creta, dove i profughi fondano una città, Pergamea; ma la peste li caccia da quel luogo. 
Enea ha una visione: gli appaiono i Penati e gli dicono che la madre antica è la terra Ausonia, donde venne Dardano. Approdano quindi alle isole Strofadi: le Arpie predicono che Enea fonderà la sua città in Italia, ma dopo aver mangiato per fame le mense. 
Arrivano ad Azio, donde approdano a Butroto. Andromaca, la vedova di Ettore che ha sposato l'indovino Eleno, appena vede Enea e le armi troiane, sviene per la commozione. 
Dopo un patetico colloquio, Enea, ripreso il viaggio, sbarca nel porto di Venere, che è il primo approdo sul suolo italico. Arrivato in vista di Scilla e Cariddi, volge a sinistra e prende terra presso I'Etna, nel luogo dei Ciclopi; costeggiata quindi la Sicilia, entra nel porto di Drepano. Qui muore Anchise e così finisce il racconto di Enea. (Libro III)

La regina non sa ormai più dominare la sua fiamma: le nozze si compiono in una grotta, ma la felicità è breve. Giove manda ad Enea Mercurio a rimproverargli la sua inerzia e a ricordargli il regno d'Italia. Enea, obbediente, ordina di preparare nascostamente la flotta e rimane inflessibile alle preghiere della disperata Didone. AI mattino, mentre la flotta troiana si allontana, la regina si trafigge su un rogo dopo aver maledetto i Troiani e predetto loro la vendetta di Annibale. (Libro IV)

Enea, giunto ad Erice nel primo anniversario della morte di Anchise, offre libagioni e vuole che la data sia celebrata con gare. Ma Giunone manda Iride che persuade le donne a dar fuoco alla flotta per porre fine ai disagi della lunga peregrinazione. Tizzi ardenti sono gettati sulle navi che vengono salvate da un acquazzone provvidenziale. 
Enea, fondata la città di Aceste, dove restano le donne e gli invalidi, parte per l'Italia con i migliori Troiani.
Quando è già in vista dell'Italia, Palinuro, il timoniere della nave, vinto dal sonno, precipita in mare col timone. Enea, preso il governo della nave, si avvicina all'Italia. (Libro V)

Approda a Cuma, presso la spelonca della Sibilla, scende nell'antro dove il dio profetico annuncia nuovi pericoli e nuove sventure, e, dopo essersi munito di un ramoscello sacro dalle foglie d'oro, fatti sacrifici a Proserpina e a Plutone, va per il regno sotterraneo delle ombre, finché giunge alla palude Stigia. Là sono Caronte e Cerbero, il cane trifauce. 
Nel Limbo trova i bambini e i suicidi; più oltre, nei campi del pianto, le anime dei morti per amore, fra le quali Didone che lo respinge; più avanti i guerrieri caduti sui campi di battaglia. 
Enea depone il ramoscello d'oro alla reggia di Plutone e nei Campi Elisi incontra Anchise che gli mostra le anime dei discendenti: i re Albani, Romolo, la gente Giulia. Ed anche i grandi cittadini della repubblica: Cesare, Pompeo, i due Marcelli, Claudio e il giovane Marcello nipote di Augusto. Enea torna infine fra i compagni. (Libro VI)

Arrivato alle foci del Tevere, l'eroe manda ambasciatori al re Latino che li accoglie benignamente riconoscendo in Enea il genero straniero annunciatogli dagli oracoli. Ma Giunone chiama a sé Aletto perché susciti la discordia e faccia sì che Amata, la moglie di Latino, non voglia che la figlia sposi uno straniero, quando già è stata promessa a Turno, re dei Rutuli. Questi, infatti, raduna i suoi. Tutto il Lazio è in armi e passano in rassegna i guerrieri italici: Mezenzio, Lauso, Catillo, Cora, Messapo, Clauso, Ufente, Umbrone, Virbio, Turno e da ultimo Camilla, la vergine guerriera. (Libro VII)

Secondo il consiglio del Dio Tiberino Enea risale il corso del Tevere finché giunge a Pallanteo, una povera città di pastori, dove si presenta al re Evandro che gli concede ospitalità e stringe con lui alleanza: Pallante, figlio del re, lo seguirà. 
Durante il banchetto Enea ascolta la narrazione delle imprese di Ercole che ivi uccise Caco, onde nacque il culto dell'eroe. Accompagnato dal re, visita quei luoghi che un giorno saranno famosi: I'ara massima, la selva, asilo di Romolo, il Lupercale, il monte Tarpeio. 
Intanto Venere, che ha ottenuto da Vulcano le armi per il figlio, gliele porta, bellissime, istoriate con i principali fatti della storia romana. (Libro VIII)

Turno, approfittando dell'assenza di Enea, assale il campo dei Troiani cercando di incendiare le navi che Giove trasforma in ninfe del mare. Durante l'assedio al campo Niso volontariamente si offre di andare ad avvisare Enea del pericolo che stanno correndo i Troiani: fedele amico gli si aggiunge Eurialo. 
Ottenuto I'ambito incarico, escono di notte, attraversando il campo dei nemici immersi nel sonno e ne I'anno strage. Ma, sorpresi da una pattuglia nemica che li insegue, Eurialo è preso: Niso, sentendo perduto l'amico, ritorna indietro a vendicarne la morte: ma cade sul corpo di Eurialo. Le teste dei due giovani, infitte su picche, sono esposte agli occhi dei Troiani. 
I Rutuli, esultanti, attaccano con tale audacia da riuscire a forzare la porta per la quale irrompe Turno che, tuttavia, separato dai suoi, deve fuggire per il fiume. (Libro IX)

Giove aduna il concilio degli Dei e lamentandosi che i numi si siano occupati della guerra, protesta che si deve lasciare libero corso al destino. Enea con l'alleato Tarconte, capo degli Etruschi, è già in cammino con le loro forze riunite. 
La sua nave avanza per prima, seguita da tutta la flotta, finché giunge in vista del campo troiano. Turno, appena vede Enea, si precipita ad impedire lo sbarco e nella zuffa affronta e uccide Pallante, fregiandosi poi del balteo cesellato del caduto. 
Enea, che vuol vendicare la morte dell'amico, cerca invano Turno trasportato da Giunone lontano dal campo. Ecco allora entrare in azione Mezenzio, che semina la strage fra le schiere troiane e alleate. Enea muove contro di lui e lo ferisce da lontano con l'asta e già Io minaccia con la spada quando Lauso, il giovinetto figlio di Mezenzio, interponendosi, riceve il colpo diretto al padre e muore. Mezenzio, che si era ritirato presso il fiume, ritorna, benché ferito, in battaglia ed affronta irato e dolente Enea, galoppandogli intorno tre volte senza riuscire a ferirlo, finché Enea con un colpo di lancia gli uccide il cavallo e poi con la spada uccide anche lui. (Libro X)

All'alba avviene la solenne sepoltura di Pallante che in funebre corteo è accompagnato dal padre Evandro. Si pattuisce una tregua per seppellire i caduti. Da una parte e dall'altra si celebrano i funerali degli innumerevoli morti mentre in Laurento si vorrebbe far decidere la guerra da un duello fra Turno ed Enea.
Affidato il comando della cavalleria alla vergine Camilla, Turno si apposta in un'imboscata. Ma Camilla è uccisa da Arunte e con la sua morte costringe Turno ad uscire in campo aperto nella pianura per accorrere alla difesa di Laurento. 
Il sopraggiungere della notte fra sospendere le operazioni. (Libro XI)

Per evitare inutile spargimento di sangue il Rutulo offre di battersi in duello con Enea: chi vincerà avrà come consorte Lavinia. Si giurano i patti, ma la ninfa Giuturna, troppo temendo per il proprio fratello, mescolandosi alla folla dei Rutuli, riesce a suscitare disordini e a far sì che una freccia ferisca un alleato di Enea. Anche Enea rimane ferito: ma prontamente risanato ritorna in campo terrorizzando i nemici che si danno alla fuga. 
La regina Amata si uccide; i Rutuli ormai non hanno più speranza.
Turno, compresa la gravità del momento, vuole una morte degna della sua nobiltà: accorso alle mura, invita Enea a battaglia. I due si scontrano con indicibile furore, ma Turno, infranta la sua spada sull'armatura di Enea, è costretto alla fuga, inseguito dalI'eroe. 
Gli Dei decidono che i Troiani vincano.
Turno è perduto; atterrato e ferito chiede grazia ad Enea il quale, impietosito, sta per donargli la vita, quando, vistogli indosso il balteo di Pallante, ricorda il giuramento di vendetta e trafigge Turno col colpo mortale. (Libro XII)



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