sabato 23 giugno 2018

SIGMUND FREUD, vita e opere (Life and works)



SIGMUND FREUD

Sigismund Schlomo Freud, noto come Sigmund Freud, (Freiberg, 6 maggio 1856 – Londra, 23 settembre 1939) è stato un neurologo, psicoanalista e filosofo austriaco, fondatore della psicoanalisi, sicuramente la più famosa tra le correnti teoriche e pratiche della psicologia.

Nato da modesta famiglia israelitica, a Freiberg (Moravlà), Freud attribuiva a questa sua condizione - I'essere ebreo e austriaco - la propria capacità di sopportare il peso di una posizione impopolare, il misconoscimento, la solitudine, le accuse, le calunnie che glienederivavano: quasi una predestinazione.
A Vienna, dove la famiglia si era trasferita quattro anni dopo la sua nascita, si iscrisse dapprima alla facoltà di Scienze, dedicandosi, con alcuni successi, alla ricerca pura. Sua guida era in questo periodo lo psicologo Brücke, portavoce di quel fervore scientifico, di quella positivistica fede nella scienza che dominava allora la maggior parte degli studiosi. Questo atteggiamento penetrò fortemente il giovane Freud.
Costretto da problemi economici a lasciare la facoltà di Scienze, si iscrisse a Medicina. Nel 1881 si laureò. Quattro anni dopo ebbe la libera docenza in neuropatologia ed una borsa di studio: ne approfittò per per andare a Parigi, alla  Salpêtrière, da Charcot, il più grande neurologo europeo di quei tempi: questi, studiando i fenomeni isterici da un punto di vista neurologico, era giunto alla conclusione che l'isteria, come le altre nevrosi, è un'affezione funzionale, esente da lesioni organiche. Freud accettò questa concezione, che significava il superamento di secoli di ricerche su una "sede" fisica dell'isteria, da quando Ippocrate aveva creduto di localizzarla nell'utero (donde, appunto, il nome).
Per la cura degli isterici Charcot si serviva dell'ipnoterapia, ed in quegli anni l'interesse di Freud per I'ipnosi divenne vivissimo. Questa dunque la ragione dell'altro suo viaggio, del 1889, a Nancy, dove Bernheim, con Liébeault ed altri, praticava la terapia ipnosuggestiva.
Dell'ipnosi si serviva, a Vienna, il dottor Joseph Breuer, per la terapia dei casi isterici. Già dal 1880-82 egli era riuscito a curare un'isterica (è il caso famoso di Anna O.) inducendola a rievocare nell'ipnosi le circostanze precorritrici dei sintomi e le emozioni concomitanti; era quello che egli definiva "trattamento catartico". Fu Freud a spingere Breuer, medico generico e non psicologo, ad approfondire ed a pubblicare le sue scoperte. Dal lungo periodo - 1887-1895 - di collaborazione con Breuer, Freud ricava alcune acquisizioni che resteranno essenziali per la terapia dell'isteria e più tardi delle altre nevrosi: I'importanza terapeutica dell'abreazione - lo "sblocco" - di una carica emotiva rimossa e dell'affioramento alla coscienza di quanto prima era inconscio; e soprattutto la convinzione che l'isterico soffre di reminiscenze (come ebbe a dire negli Studi sull'isteria - Studien über Hysterie -pubblicati nel 1895 con Breuer, in cui sono riassunti i risultati del lavoro comune).
Motivi teorici e pratici, e in massima parte una sostanziale diversità d'interessi, provocarono il graduale allontanamento, che si compì poco dopo la pubblicazione degli Studi.
Freud si mette decisamente sulla strada della psicoanalisi.
Già il "trattamento catartico" di Breuer conteneva in germe alcuni fondamenti della teoria psicoanalitica; si trattava, come primo passo, di sostituire alle rievocazioni ipnotiche le "associazioni libere". Quanto al rapporto tra psicoanalisi e terapia ipno-suggestiva, Freud lo descrive icasticamente, paragonando la prima alla scultura (in cui si procede per via di levare, secondo Leonardo da Vinci: il materiale portato alla coscienza è "levato", eliminato dall'inconscio), ed il secondo alla pittura (in cui, sempre Leonardo, si procede per via di mettere: le suggestioni impartite del terapeuta si sovrappongono, senza eliminarne le cause, al sintomo).
Ma Freud aveva fatto un'importante scoperta: che la chiave delle nevrosi è nella psicologia. E questo voleva dire una netta rottura con il passato, comportava il problema di una nuova impostazione della psicologia: significava la necessità di inventare una scienza nuova. Questa preoccupazione appare spesso - in quel periodo 1895-98 - nelle lettere scritte all'amico Fliess.
Intanto, dal '95, Freud aveva cominciato la propria autoanalisi. Punto di partenza fu il famoso sogno dell'iniezione di Irma; egli giunse alla conclusione che tutti i sogni hanno un significato, cui si può arrivare, anche per autoanalisi, attraverso le associazioni libere, e che essi rappresentano la realizzazione di un desiderio del giorno prima. Dal punto di vista personale, scoprì di essere perseguitato da sentimenti di colpa nei confronti della famiglia, di amici, di pazienti e colleghi. A quei tempi egli era marito e padre - apparentemente - felice, e già neurologo di un certo successo.
In questa situazione di ambivalenza scoppiò,nel '96, il fulmine della morte del padre, che egli definì come "l'avvenimento più importante, la perdita più straziante della vita di un uomo". Ma la crisi che ne seguì non era sofferenza pura; i suoi sogni di allora gli rivelarono quei conflitti interiori, quell'inevitabile violenta ostilità del figlio contro il padre, pure amato, che sono propri di ogni uomo, e che, per lui, erano alla base dei sentimenti di colpa già dedotti dal sogno di Irma; egli stava sperimentando su di sé quel "ritorno del rimosso, e quella un'ambivalenza affettiva" che ebbero tanta parte nella sua impostazione di pensiero.
L'autoanalisi, con il sostegno dei sogni, strumento di cui egli diveniva sempre più padrone, continuò e si approfondì, dilatandosi nello spazio psichico e nel tempo e aprendogli la strada a fondamentali scoperte scientifiche e personali, I'inconscio e la censura, la libido infantile ed il complesso edipico.
Durò cinque anni; il suo compimento segnò anche la fine di un lungo periodo estremamente criticò; Freud fu più calmo e più sereno; ma la fine dell'autoanalisi coincise anche, nel tempo, con la rottura dell'amicizia-dipendenza con Wilhelm Fliess.
Del sogno parlò nel libro a lui più caro, L'Interpretazione dei sogni (Die Traumdeutung), scritto nel 1899.
Nella sua autoanalisi Freud aveva anche scoperto che il nevrotico differisce dall'individuo normale per una questione di grado, non di "genere". Il sogno è, come il sintomo nevrotico, una manifestazione del materiale che giace rimosso nell'inconscio; e questo era vero anche per le azioni dette "sintomatiche casuali" dell'individuo "normale", lapsus, amnesie passeggere, sbadataggini, smarrimenti di oggetti. Da questa idea nacque quell'altra opera fondamentale che è la Psicopatologia della vita quotidiana (Psychopathologie des Alltagslebens), scritta nel 1901.
Approfondendo le intuizioni elaborate nel corso dell'autoanalisi e confermate, per quanto possibile, nella pratica medica, Freud scrive, nel 1905, i Tre saggi sulla teoria della sessualità (Drei Essays zur Sexualtheorie): sulle aberrazioni sessuali, sull'importanza della sessualità infantile, sulla tendenza alla perversione, che egli ritiene essenziale nell'istinto sessuale.'

Intanto va via via (1901-1914) preparando la raccolta dei cinque Casi clinici, ciascuno dei quali si sarebbe rivelato fortemente esemplificativo.
Questi anni straordinariamente fertili, all'incirca tra il 1895-1905, sono quelli che egli definisce di "splendido isolamento", quelli in cui, perso in Breuer I'ultimo maestro, non aveva ancora seguaci. Anche i riconoscimenti che via via riceveva - la libera docenza nel 1885, la carica di professore straordinario all'Università di Vienna nel 1902, e, in seguito, nel 1920, di professore ordinario - erano dovuti al suo prestigio di neuropatologo; la psicoanalisi era ignorata, fraintesa e ritenuta scandalosa, causa ed oggetto di accuse e di polemiche.
All'inizio, in effetti, parve a Freud si trattasse d'un lavoro isolato, atemporale, senza problemi di concorrenza, di priorità. Sotto questo aspetto, egli lo potrà ricordare perfino come un momento felice. I saggi, più spesso, venivano respinti dalle riviste specializzate, ma non c'era fretta.
L'Iterpretazione dei sogni, come il Caso di Dora, poterono essere pubblicati solo quattro o cinque anni dopo essere stati già perfettamente formulati nella mente del loro autore, senza che questo creasse motivo di ansia od una qualche difficoltà nella loro collocazione storica.
Altrimenti, di pericoloso per l'ambizione prioritaria di Freud, c'era solo la ovvietà degli argomenti che si trattavano. Tanto ovvi che ciascuno in cuor suo non aveva potuto non sperimentarli, direttamente o indirettamente: medici, nurses, genitori; e tuttavia, con tanta intensità, da non osare d'esprimerli pubblicamente, con tale urtante evidenza d'averli perfino negati a sé stessi.
Intanto, I'atteggiamento di rifiuto dell'ambiente circostante si prestava, per sua consolazione, ad essere spiegato negli stessi termini in cui egli stesso tendeva a spiegarsi la resistenza d'un nevrotico di fronte al materiale rimosso che gli veniva presentato. (O forse, al contrario, era stato proprio quell'ambiente a sollecitare il tipo di razionalizzazione ch'egli avanzava!).
Di diverso c'era, comunque, che nel primo caso I'universale resistenza avrebbe certo reso impotente I'azione del singolo, a meno che questi non si fosse affidato, saggiamente, all'azione rivendicatrice del tempo.
E difatti la diffusione della psicoanalisi iniziò a realizzarsi lentamente ma con sempre crescente successo, anche se non senza pesanti polemiche e malintesi esterni né senza vivacissimi dissensi e contrasti interni.
Alcune date rimasero maggiormente impresse nella mente di Freud.
Nel 1902 si costituì un primo gruppo di Vienna, con segretario Otto Rank, nel quale si ebbero già le prime ripicche per questioni di priorità.
Nel 1907 si strinsero i primi rapporti con il Burghölzli,la clinica psichiatrica di Zurigo, e cioè con Bleuler ed i suoi assistenti Eitington e Jung, che dovevano ben presto dar luogo alla pubblicazione di una rivista di studi comuni, lo Jahrbuch für Psychopathologie und Psychotherapie. Questa convergenza ebbe degli aspetti positivi e degli aspetti negativi. Un aspetto nettamente positivo lo ebbe per quel che riguarda la diffusione pratica della psicoanalisi, grazie alla istituzione di una associazione privata, ed all'insegnamento che pubblicamente se ne faceva da una clinica di così grande risonanza. La valutazione di un suo aspetto negativo poteva invece essere giustificata, secondo Freud, dall'evidente sottovalutazione che esisteva, sia in Bleuler che in Jung, del fattore libidico come elemento unitario per I'interpretazione della patologia psichica in generale, ed in certo senso dai loro pregiudizi organici. (A proposito di Jung, Freud citava il suo intervento al congresso di Salisburgo del 1908).
Nel 1909, Freud e Jung furono invitati da Stanley Hall alla Clark University of Worcester (Boston). Freud vi andò accompagnato da Ferenczi.
Queste conferenze furono molto utili, con le discussioni che seguirono, per gettare il seme psicoanalitico sulla terra vergine d'America, nella quale perfino Havelock Ellis era riuscito a pubblicare i suoi volumi di studi sessuologici. Il seme fruttò le prime adesioni: Jones, Brill, Putnam.
Nel 1910, il Congresso di Norimberga tenta finalmente una prima organizzazione della psicoanalisi. Si fonda una Associazione ufficiale con un suo capo nella figura di Jung e con uno statuto ordinativo centrale e periferico.
Dopo il Congresso di Weimar (1911), e quello di Monaco del '13, la psicoanalisi esce ormai definitivamente dalla sua preistoria, e da tecnica terapeutica che essa era si sforza d'apparire come una vera e propria carta culturale, con una collocazione ancora non del tutto precisa nel difficile giuoco ideologico internazionale. Intanto, si propone nel suo aspetto
di puro ma necessario momento di chiarificazione; ed in questo senso, quale momento pienamente umano, momento superpolitico di coscienza radicale.
Intanto continuava la sua attività di scrittore. Il progressivo estendersi del suo interesse alle varie scienze dell'uomo, la sociologia e I'antropologia, si rivela in Totem e tabù (Totem und Tabu), del 1913, in cui dimostra che i processi inconsci riscontrati in una forma data di società non sono in realtà dissimili da quelli che si riscontrano in altre, che esistono conflitti basilari comuni a tutta I'umanità, in qualunque forma societaria.
In Al di là del principio del piacere (Jenseits des Lustprinzips) del 1920, introduce, in antitesi agli istinti libidici, il concetto di "istinto di morte". Ne L'Io e l'Es (Das lch und das Es) del 1923, stabilisce la divisione della psiche in Es, Io e super-Io.
Nelle opere di questi anni affiora altresì, in modo talvolta sotterraneo, talvolta assolutamente esplicito, il disagio dell'animale-uomo posto, dalla Grande Guerra, di fronte alla rivelazione della sua natura più vera, della sua natura "rimossa", il suo sconvolgimento nel pacifico possesso di quei beni, portati dal progresso e dal benessere, che credeva definitivamente acquisiti.
Nel febbraio del '23 si presentarono i primi sintomi di un male che poi si rivelò un cancro alla mascella. Ernest Jones, amico, seguace ed ottimo biografo di Freud, descrive dettagliatamente il lento decorso della malattia, i disagi e le sofferenze cui il malato fu sottoposto.
Freud conservò la sua straordinaria vitalità; continuò il lavoro di analista e di scrittore; volle rimanere sempre consapevole e presente a se stesso, rifiutando ogni pietoso inganno; nonostante i dolori, non prendeva calmanti, per non ottundere la propria usuale chiarezza intellettiva. Aveva continuamente accanto, in un rapporto sempre più stretto, la figlia Anna, cui era legato, dice Jones, da "una reciproca, profonda, silenziosa comprensione e simpatia". Anna era la sua compagna, la segretaria, I'assistente, la collaboratrice. Seguiva il lavoro del padre e spesso lo sostituì a riunioni e congressi.
Intanto la psicoanalisi stava assumendo una straordinaria diffusione, dagli Stati Uniti (con centro New York) all'Inghilterra, alla Germania. Ma si era anche intensificata la violenta opposizione ad essa. Nell'articolo La resistenza alla psicoanalisi ("Imago", 1925) Freud spiega questa ostilità anzitutto inserendola nel fenomeno generale dell'ambivalenza che si prova per ogni cosa nuova - il timore e la ricerca ansiosa di essa ed attribuendola in particolare a motivi affettivi, soprattutto quelli basati sulla repressione della sessualità: la civiltà è legata al controllo degli istinti primitivi, e le rivelazioni della psicanalisi sembrano in grado di minare questo controllo.
Da parte sua, Freud aveva raggiunto una notevole fama.
Nel 1910 ebbe il premio Goethe della città di Francoforte.
Conobbe altre notissime personalità del suo tempo, come Albert Einstein e Thomas Mann.
Dei vecchi amici, molti ne aveva perduti col passare degli anni; Adler, con il suo gruppo dissidente, nel 1911; Jung nel 1913, dopo la pubblicazione di Libido. Simboli e trasformazioni; Otto Rank, che era stato uno dei primi seguaci del movimento psicoanalitico, nel 1922; qualche anno più tardi, Ferenczi; nel '25 la morte di uno dei suoi più strenui difensori, Abraham. In una lettera scritta in questa occasione Freud dice tra l'altro: 
"Noi dobbiamo lavorare e tenerci uniti. Nessuno può colmare la perdita personale, ma per ciò che riguarda il lavoro nessuno è insostituibile. Io me ne andrò presto; è sperabile che agli altri ciò tocchi molto più tardi, ma il lavoro dev'essere continuato: in confronto alla sua mole, siamo tutti ugualmente piccoli".
Nel 1933 i nazisti prendono il potere in Germania; nonostante i cattivi presagi di un'aggressione all'Austria e le ripetute esortazioni degli amici, Freud non acconsente a lasciare Vienna. Vi si deciderà solo cinque anni più tardi, di fronte all'Anschluss.I suoi libri vengono bruciati.
Così, nel '18 la famiglia si trasferisce a Londra. Freud prosegue il suo lavoro; continua le analisi fino a qualche settimana prima della morte; scrive alcuni articoli, lavora al Compendio di psicoanalisi che resterà incompiuto e sarà pubblicato postumo. Nonostante I'intensificazione del dolore fu sino alla fine estremamente lucido e profondamente consapevole e rassegnato.
Morì a Londra il 23 settembre 1939.


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LA PSICANALISI (Psychoanalysis)- Freud, Jung, Adler, Rank, Stack Sullivan

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SIGMUND FREUD, vita e opere (Life and works)



venerdì 22 giugno 2018

TAOISMO - 道教 - Taoism (Tao-te-ching)



TAOISMO

Che cos'è il taoismo? Questo interrogativo era posto alcuni decenni fa da Herlee G. Creel, uno studioso americano di filosofia cinese che, in un suo mirabile saggio così intitolato, arrivava a concludere che con tale generico termine non si poteva definire tanto una singola scuola di pensiero quanto, invece, un complesso sistema di dottrine fiorite nell'antica Cina. 
Generalmente gli specialisti distinguono un primitivo taoismo filosofico (tao-chia) da un successivo taoismo religioso (tao-chiao), quest'ultimo definito da Creel come taoismo hsien o taoismo dell'immortalità.Il primo, a detta della tradizione cinese, risalirebbe al VI-V secolo a.C., mentre il secondo sarebbe apparso qualche secolo più tardi.
Il taoismo prende il nome dal carattere cinese tao.
Ma se Creel si chiedeva che cosa fosse il taoismo, che cos'è prima di tutto il tao? Tao è un carattere cinese, composto graficamente dall'unione di due segni, uno dei quali significa "andare" e l'altro "testa"; è un carattere antico, ma non così antico come molti altri che risalgono al secondo millennio avanti l'era volgare; con valore di nome proprio è attestato per la prima volta su vasi sacrali di bronzo dell'inizio della terza dinastia cinese, i Chou (XI-III secolo a.C.).
Successivamente, in testi filosofico-letterari pre-taoisti, esso assume i significati di "via", "strada", "metodo", "principio", "mostrare la via", "guidare", "spiegare", "parlare". 
Nei testi taoisti si parla ovviamente di tao; è il primo principio, il creatore dei diecimila esseri (wan-wu), uno solo dei quali è l'essere umano. Ma il tao, come avverte Lao-tzu nel Il libro della virtù e della via, non può essere definito. Se è vero che tao significa anche "spiegare" o "parlare", è altrettanto vero che esso non può essere spiegato; la sua dottrina va insegnata e trasmessa "senza parole", va intuita, pensata, meditata. 
Molti secoli più tardi, quando nasce in Cina una scuola buddhista detta ch'an (o meditazione), che, successivamente, in Giappone sarà detta zen, il maestro, invece di spiegare cosa sia il Buddha ai discepoli, fa raggiungere loro l'illuminazione (wu, in giapponese satori) con una randellata o con un paradosso; si è parlato di influenza taoista sul buddhismo ch'an e, certamente, le due dottrine hanno in comune il fatto che entrambe rifiutavano alcune definizioni o spiegazioni ritenute non necessarie se non addirittura impossibili.




Il tao è anche una summa oppositorum, il punto o il momento in cui tutti i contrari si incontrano e si completano nella loro diversità; è l'insieme dell'essere e del non-essere, del principio maschile e di quello femminile, di luce e di ombra, di forza e di debolezza, di caldo e di freddo; è I'armonia di tutti i contrasti, di tutto ciò che si alterna, della vita e della morte, che anch'esse naturalmente si alternano. Guai a opporsi o a contrastare il tao. Guai a cercare di raggiungerlo con il ragionamento, con lo studio, con l'azione. La forza dell'acqua è nel suo scorrere passivo e inarrestabile; tale passività è, al tempo stesso, la debolezza e la forza dell'acqua. Occorre che ogni cosa segua il suo corso; ne deriva la necessità per l'uomo di non agire, non fare (wei wu wei) o, per meglio dire, agire senza agire, distaccandosi dal mondo contingente, di rinunziare a qualsiasi ambizione sia essa culturale o politica. 
I maestri taoisti insegnavano a isolarsi dal mondo, a praticare l'ascetismo, a vivere come eremiti nei boschi o sulle montagne. Nella pratica questo ideale taoista di vita appartata rimaneva un sogno, tranne in pochi casi come quello del letterato poeta Tao Yuanming (365?-427) che si ritirò dalla vita pubblica per coltivare crisantemi e comporre poesie. Uno dei capiscuola taoisti, Chuang-tzu, aveva avvertito in uno dei suoi paradossi che il mglior modo per isolarsi eta quello di "seppellirsi in mezzo al popolo", e uno scrittore taoisteggiante del II secolo a.C., Tung-fang Shuo, altrettanto paradossalmente aveva affermato che il modo migliore per ritrovarsi soli era quello di confondersi alla folla di una corte. Il paradosso diventerà una maniera usuale di esprimersi dei taoisti; così Chuang-tzu poteva dire che "non c'è né la morte né la vita e, quindi, non muore colui il quale perde la vita e non vive chi preserva la vita".
Il mitico fondatore del taoismo era ritenuto Lao-tzu, che si voleva essere vissuto fra il VI ed il V secolo a.C. Scarsi sono i dati biografici, che sconfinano spesso nell'agiografia e nel simbolismo, come, ad esempio, con la leggenda della lunga gestazione della madre, che lo avrebbe portato nel ventre per 81 anni, perché altrettanti sono i capitoli dell'opera a lui attribuita. I taoisti raccontavano anche di un suo incontro con il giovane Confucio, il quale, al cospetto del Vecchio Maestro, avrebbe fatto autocritica. Ma la leggenda più nota è quella riguardante Lao-tzu che, a cavallo di un bufalo, abbandona la Cina e si dirige verso occidente; a un passo di frontiera, su richiesta di un doganiere, avrebbe consegnato come
retaggio il testo del suo libro.
Il libro, che intorno all'era volgare era noto in Cina con il nome del suo presunto autore, Lao-tzu, in età successiva prese il titolo di Tao-te-ching (o "Classico della Via e della Virtù"). Considerato come il primo testo classico taoista, esso forma, assieme ad altre due opere che parimenti traggono il titolo dai loro veri o presunti autori Chuang-tzu e Lieh-tzu, la triade dei libri del taoismo filosofico. La tradizione li voleva composti in questo ordine cronologico, ma un esame filologico linguistico colloca come opera più antica quella di Chuang-tzu e come opera seconda il Tao-te-ching. Mentre i Chuang-tzu e il Lieh-tzu, analogamente a opere filosofiche di altra scuola, sono raccolte di aneddoti, apologhi, discussioni, l'opera attribuita a Lao-tzu ha un carattere più unitario. È un testo abbastanza breve, composto da poco più di cinquemila caratteri, redatto in forma spesso allusiva e, per certi aspetti, di non immediata comprensione.
Le edizioni sinora note di tale opera erano state più volte commentate dal III secolo a.C. sino all'età moderna; si conoscono addirittura oltre 200 commenti, il che ci dimostra la difficoltà di interpretare un testo spesso fin troppo oscuro. AI tempo stesso è sicuramente l'opera cinese più tradotta in quasi tutte le lingue occidentali. Gli 81 capitoli in cui si articolava erano distribuiti in due sezioni, quella appunto che si riferiva alla Via (Tao) e quella della Virtù (Te).
Tutte le edizioni cinesi e tutte le traduzioni seguivano tale ordine dei capitoli. Nel 1973, in occasione di scavi archeologici che portarono alla luce alcune tombe della dinastia Han nei pressi della località di Ma-wang-tui (vicino a Ch'angsha, nella provincia dello Hunan), furono ritrovati manoscritti taoisti vergati a inchiostro su seta. Fra essi c'erano due versioni del testo ancora intitolato Lao-tzu. Altri manoscritti, tutti racchiusi in una cassa di legno laccato, comprendevano testi astrologici, geografici, storici, medici, filosofici. In un documento ritrovato nella tomba n. 3 era scritto che la tomba era stata scavata nel 12° anno dell'era Chien-yuan corrispondente al nostro 168 a.C., durante il regno dell'imperatore Wen della dinastia degli Han Anteriori. Le due versioni sono redatte in diverso stile calligrafico: la prima è scritta in "piccoli caratteri" (hsiao-chuan) su seta molto rovinata, copiata, a detta degli specialisti cinesi, poco prima del 206 a.C., l'anno di inizio della dinastia; la seconda è scritta nella "grafia degli scribi" (li-shu); è meglio conservata e comprende 5.467 caratteri, ovvero 467 parole in più del testo tradizionale; sarebbe stata copiata all'inizio della dinastia Han, durante il regno dell'imperatore Kao-tsu (206-195 a.C.).


lunedì 18 giugno 2018

DISEGNI DI LEONARDO IN AMERICA (Leonardo's drawings in America)

 TESTA DI GIOVANE n. IV. 34a
Studio per la testa della vergine nell'Annunciazione" degli Uffizi (1475 circa)
New York, Pierpont Morgan Library
  

Alla Pierpont Morgan Library di New York, il disegno di luna Testa di giovane è  eseguito da Leonardo ritraendo un modello maschile; forse pensato inizialmente per un angelo, questo studio sarà da lui utilizzato per il volto della Vergine nel dipinto giovanile dell'Annunciazione agli Uffizi di Firenze, a dimostrazione di come l'ideale di bellezza nell'elaborazione artistica passi liberamente da un soggetto all'altro.
Sempre a New York, al Metropolitan Museum, gli Studi per una natività riflettono alcune idee compositive della Vergine delle rocce, con le braccia della Madonna che si aprono a circoscrivere l'incontro tra il Bambino e il san Giovannino.
L'Allegoria del ramarro mostra I'animale che lotta contro un serpente per difendere il giovane addormentato; la nota spiega che il ramarro, se non riesce a vincere "la biscia", corre "sopra il volto dell'omo e lo desta". Lo stesso foglio presenta sul verso il progetto per un allestimento teatrale: la pianta e l'alzato di una struttura con volta a botte entro cui sta una figura assisa in trono circondata da fiamme.


Studi per una Natività (1490 circa) n. 7r
New York, The Metropolitan Museum of Art 

Allegoria del ramarro (1495-1496 circa) n. 9r
New York, The Metropolitan Museum of Art

Profilo virile (1495 circa) n. 10r
New York, The mMetropolitan Museum of Art

Caricatura di uomo che ride (1495 circa) n. 12r
Malibu, California, The J. Paul Getty Museum

Caricatura di donna anziana con un garofano (1495 circa) n. 11r
New York, Collezione privata

Studi di un bambino con agnello (1497-1500 circa) n. 14r
Malibu, California, The J. Paul Getty Museum 

Studio di figure  (1508-1510 circa) n. 15r
Washington, D.C, The National Gallery of Art

Studio di panneggio per una figura in piedi (1475 circa) n. 2r
Princeton, New Jersey, Collezione privata

Studio di panneggio per una figura inginocchiata (1475 circa) n. 1r
Princeton, New Jersey, Collezione privata


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TESTA DI FANCIULLA - LA SCAPILIATA - Leonardo da Vinci



domenica 10 giugno 2018

NINFEE: MATTINO (Waterlilies: Morning) - Claude Monet



NINFEE: MATTINO (1918) - Claude Monet (1840-1926)
Museo dell'Orangerie, Parigi - Olio su tela cm 197 x 1200
   
Oltre queste Ninfee: Mattino - nella parete meridionale della prima sala - il grande ciclo delle ninfee dipinto da Monet per I'Orangerie comprende: nella parete settentrionale le Ninfee: Sera, nella parete orientale le Ninfee: Aurora e nella parete occidentale le Ninfee: Tramonto.
Con questo ambizioso ciclo Monet portava ancora avanti il suo antico progetto di lavorare sui mutamenti rispetto alle variazioni stagionali e temporali delle ninfee dello stagno della sua casa di Giverny.

Da alcune significative testimonianze dell'epoca sappiamo che intorno al 1918 Monet era totalmente assorbito dal suo nuovo lavoro: delle strane tele, una "immensa e misteriosa decorazione", un miscuglio abbagliante di colori dalle monumentali dimensioni. L'artista si dedicò anima e corpo alla realizzazione di questo suo grandioso progetto, a cui dedicava anche quindici ore al giorno, non risparmiandosi nemmeno la notte; egli stesso disse che "di notte sono ossessionato continuamente da ciò che sto cercando di realizzare. Mi alzo al mattino stanco di fatica (...) dipingere è così difficile e torturante".
Il prodotto finale di questo felice momento compositivo furono dodici tele che manipolano frammenti di realtà, trasformandola in pura visione astratta.
Monet in definitiva guardando oltre il tangibile, allarga forzatamente i principi della pittura impressionista, anticipando soluzioni pittoriche che si sarebbero concretizzate negli anni immediatamente successivi.
Quando le grandi tele furono presentate al pubblico, la critica specializzata non avvertì immediatamente che si trovava davanti a qualcosa di assolutamente inedito, di grande innovazione formale. Il suo rivoluzionario apporto è stato compreso solo in epoca relativamente recente, tanto che la critica non ha mancato di sottolineare come le Ninfee di Monet, e soprattutto quelle dell'Orangerie, abbiano segnato un momento decisivo per la nascita della pittura astratta.

Alla fine della Prima Guerra Mondiale Monet donò allo Stato francese in segno di pace dodici tele raffiguranti Ninfee, esposte al pubblico solo dopo la sua morte. Inizialmente si pensava di sistemare le monumentali opere in un padiglione dell'Hotel Biron (attuale sede del Museo Rodin), ma due anni dopo, su suggerimento di Georges Clemenceau, la scelta cadde sull'Orangerie, uno dei padiglioni dei Giardini delle Tuileries da poco acquisito dallo Stato.

L'allestimento museografico dell' Orangerie

Monet  morì il 6 dicembre del 1926. Egli non ebbe quindi la possibilità di vedere compiuta la sistemazione nelle due stanze dell'Orangerie delle grandi tele raffiguranti le Ninfee ch'egli aveva donato allo Stato. Infatti, I'inaugurazione della nuova sala espositiva risale al 22 maggio 1927.Il grande evento artistico attrasse l'attenzione di tutto il mondo intellettuale parigino che non sempre espresse giudizi positivi. Ad esempio una particolare critica si attirò I'eccessiva razionalità dello spazio architettonico, a pianta ovale, progettato dall'architetto Camille Lefevre, in quanto esso non garantiva alle tele di esprimere al meglio la loro carica emotiva.




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IMPRESSIONISMO
 

La vita di CLAUDE MONET

REGATA AD ARGENTEUIL - Claude Monet
 

PASSEGGIATA SULLA SCOGLIERA - Claude Monet
 

DONNA CON PARASOLE - Claude Monet


LONDRA, IL PARLAMENTO - Claude Monet


CATTEDRALE DI ROUEN (EFFETTO DI LUCE MATTUTINA - Claude Monet 

ESTATE - Claude Monet


PAPAVERI - Claude Monet 

BRINA - NEBBIA - Claude Monet

LA STAZIONE DI SAINT-LAZARE - Claude Monet

NINFEE: MATTINO (Waterlilies: Morning) - Claude Monet




giovedì 7 giugno 2018

RITRATTO DI VINCENT VAN GOGH (Portrait of Vincent van Gogh) Toulouse-Lautrec

Ritratto di Vincent van Gogh al caffè (1887) Toulouse-Lautrec
Collection Vincent van Gogh Foundation
Pastello su carta cm 57 x 47

Henri de Toulouse-Lautrec-Monfa, questo è il suo cognome completo, nacque ad Albi nel 1864 e pare che già dalla prima infanzia rivelasse inclinazioni artistiche.
Ho letto da qualche parte che quando aveva tre anni gli fu detto che non poteva firmare come testimone al battesimo del fratello perché non sapeva scrivere; ebbene pare che lui abbia risposto: "Allora disegnerò un bue".
Lautrec aveva un istinto artistico molto sviluppato e molto probabilmente sarebbe diventato pittore, ma la molla che lo spinse a dedicarsi alla pittura in modo serio furono due incidenti (due cadute da cavallo) che lo costrinsero all'immobilità per un lungo periodo e che lo resero deforme per il resto della vita. Morì a Bordeaux nel 1901.
A diciassette anni decise che la pittura sarebbe diventata l'unico scopo della sua vita. Suo primo maestro fu René Priceteau, un amico del padre specializzato in quadri che. avevano come soggetti cani e cavalli; in seguito entrò nell'atelier di Léon Bonnat, un pittore accademico molto in voga in quegli anni.

Lautrec così scriveva allo zio Charles: "Forse sarai curioso di sapere che genere di incoraggiamento mi dà Bonnat. Egli mi dice: "La vostra pittura non è male, è ingenua ma, tutto sommato, non è male; il vostro disegno invece è proprio un orrore". E bisogna prendere il coraggio a due mani e ricominciare... ".

Dopo aver seguito coscienziosamente, e malgrado i suoi gusti personali, i consigli di Bonnat, nel 1882 passò a quelli di Fernand Cormon, un pittore allegro e squattrinato ma anche lui accademico, nello studio del quale trovò come condiscepoli dei pittori il cui ruolo fu più tardi decisivo e le cui personalità e le cui opere lo attrassero, ampliando il suo orizzonte e favorendo notevolmente le sue tendenze antiaccademiche.
Lautrec amava la pittura di Velazquez, Goya, Ingres, Renoir, ammirava Degas e Zandomeneghi (Zandò per gli amici francesi) e, come tutti gli impressionisti, era affascinato dalle stampe giapponesi. Tuttavia, benché molti artisti siano stati toccati dagli stili giapponesi, ciascuno ne ha derivato soltanto quegli elementi che si accordavano ai propri fini, così fece anche Lautrec.
Fu grande amico di tutti gli impressionisti e di Van Gogh fece questo fantastico ritratto a pastello realizzato su carta color paglierino. Notate come il pastello steso a tratti brevi conferisca a tutto il disegno un movimento a spirale.
Il fondo è stato ottenuto con un gioco di verde smeraldo, blu oltremare, violetto di cobalto, gialli, gialli-arancio e rossi. Anche i due tavoli e la figura contengono parecchi blu, ma più chiari come il ceruleo, e gialli, verdi e rossi in quantità, mentre sul viso prevalgono il giallo e lumi di bianco. Come potete osservare il disegno è stato realizzato con pochi colori, più avanti nel tempo Lautrec modificherà e perfezionerà questa tecnica.

Vincent van Gogh giunse a Parigi nel 1886 e poiché lavorava nello studio di Cormon Lautrec fece la sua conoscenza. Di questo olandese cupo e taciturno, quasi compiaciuto della sua solitudine, ammirò le opere e l'ideale, poi ne divenne amico. Il ritratto a pastello di Van Gogh risale a questo periodo. Due anni dopo, quando Vincent si sentiva ormai stanco della vita parigina, Lautrec gli consigliò un soggiorno nel sud-est della Francia" dove egli stesso aveva trascorso l'infanzia. Si rividero ancora una volta, in occasione di un rapido passaggio di Vincent a Parigi, due settimane prima che il pittore dei "'girasoli" e delle "notti stellate" ponesse fine tragicamente alla sua vita.







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