giovedì 5 novembre 2009

PALMIRO TOGLIATTI


PALMIRO TOGLIATTI

Un comunista



« Un uomo moderno, vissuto con la coscienza che il solo peccato che egli poteva commettere era di non tenere quel posto che a lui era affidato da un intreccio quasi fatale di fattori oggettivi e soggettivi che oramai lo trascendevano, e che erano la storia del suo Paese, del movimento delle classi oppresse e della sua stessa persona, nella penosa ricerca del rapporto con i suoi simili. Fattori che lo trascendevano, ma che egli conosceva e fino all'ultimo si sforzò di dominare, in un processo che ebbe periodi di lungo, tenace travaglio e scorci di rotture e contrasti violenti ».

Queste parole, Palmiro Togliatti dettò, nel giugno 1964, in memoria di Antonio Gramsci in uno scritto che può essere considerato il suo testamento spirituale. Parole meditate e commosse con le quali egli testimoniava il persistente, inscindibile legame di affetto e devozione nei confronti di quello che gli era stato compagno e maestro; ma anche parole nelle quali è trasparente il riferimento autobiografico del combattente che avverte la fine vicina e che si volge un attimo indietro a considerare il cammino percorso, a valutare tutta una vita spesa al servizio delle classi oppresse da un uomo che di questo movimento aveva accettato le grandezze e le miserie, sforzandosi sempre di comprenderlo a fondo e di dominarlo nel quadro di una concezione rivoluzionaria, attraverso, appunto, « un processo che ebbe periodi di lungo, tenace travaglio e scorci di rotture e contrasti violenti ».

Già nel 1958 sempre parlando a proposito di Gramsci, Togliatti aveva detto...

« Fare della politica significa agire per trasformare il mondo. Nella politica è quindi contenuta tutta la filosofia reale di ognuno, nella politica sta la sostanza della storia e, per il singolo che è giunto alla coscienza critica della realtà e del compito che gli spetta nella lotta per trasformarla, sta anche la sostanza della sua vita morale. Nella politica è da ricercarsi l'unità della vita..., il punto di partenza e il punto di arrivo. La ricerca, il lavoro, la lotta, il sacrificio sono momenti di questa unità. Non vi può essere dubbio che la politica, in questo modo intesa, collocata al vertice delle attività umane, acquista carattere di scienza. Non è più momento passionale e non è più meschina mostra di abilità; è il risultato di approfondita ricerca delle condizioni in cui si muovono le società umane, i gruppi che le compongono e i singoli. Giunge a comprendere, e quindi a giustificare storicamente, tanto l'avanzata quanto la ritirata o l'arresto, tanto la vittoria quanto la sconfitta. Alla base di questa comprensione vi è la critica di se stessi e degli altri, che è momento di azione ulteriore ».

In questa concezione della politica come più alta espressione dell'attività umana è racchiuso il senso della sua opera, la portata e il valore di una vita che ha riempito l'arco di cinquant'anni di storia, tra i più drammatici dell'epoca contemporanea.

Palmiro Togliatti era solito ripetere che il movimento al quale egli apparteneva e con il quale aveva identificato tutta la sua esistenza veniva da lontano e andava molto lontano. E veramente da lontano veniva egli: veniva da quel primo moto di ribellione che le migliori intelligenze italiane avevano provato nei confronti di quella caricatura del socialismo, dominante nei primi anni del secolo, la cui « scienza e filosofia » era stato il positivismo, e che in questo « piatto letto di Procuste » aveva pretesto di « adagiare e contenere, loro malgrado, la robusta personalità di Carlo Marx e la sua dialettica di stampo hegeliano »; veniva dalle grandi lotte del primo dopoguerra per l'abbattimento del regime capitalistico-borghese, dai « giorni delle grandi speranze - come scriveva nel numero del 25 novembre 1922 dell'Ordine Nuovo clandestino, rivolgendosi agli operai torinesi, - della grande ondata rossa che aveva portato voi, avanguardia di combattenti, a piantare le vostre bandiere sui luoghi del vostro lavoro »; veniva dalla lunga, instancabile lotta contro il fascismo e contro il tipo di società che lo aveva generato.

Egli era nato a Genova il 26 marzo 1893, terzo dei quattro figli di Antonio Togliatti, modesto impiegato dello Stato, costretto a traslocare, per servizio, a Novara, Torino, Sondrio e, infine, nel 1908, a Sassari, dove il giovane Palmiro frequentò i tre anni di liceo conseguendo nel 1911 la licenza liceale a pieni voti. Il 1911 fu un anno decisivo nella vita del giovane. La morte del padre pose la famiglia in condizioni di estrema ristrettezza, e Palmiro, per poter continuare gli studi, concorse ad una borsa di studio messa in palio dal « Collegio Carlo Alberto delle province, sarde » in cui si classificò al 2° posto, mentre al 7° posto si classificò Antonio Gramsci.
Iscrittosi in giurisprudenza, si laureò nel 1915 con il massimo dei voti, discutendo con Luigi Einaudi una tesi sul regime doganale nelle colonie (dopo la laurea in legge Togliatti conseguirà anche quella in lettere). All'Università di Torino conobbe Antonio Gramsci con il quale strinse una fraterna amicizia e con il quale, nel 1914, entrò nel Partito socialista.

Già nel 1909, quando il padre lo condusse ad un comizio di protesta per l'uccisione di Francisco Ferrer, il giovane Palmiro aveva sentito il primo interesse per la propaganda socialista, e negli anni d'università ebbe i primi contatti con il movimento organizzato della classe operaia.

Le caratteristiche fondamentali del Partito socialista erano allora « la passività, l'assenza di spirito critico, il verbalismo », e le sue due componenti, « il ríformismo scettico e traditore » e « il massimalismo demagogo e cialtrone », nascevano entrambe dalle stesse radici positivistiche. La vigorosa reazione a queste degenerazioni si accompagnò quindi, in Togliatti (e in Gramsci), ad un vivo interesse per la filosofia classica tedesca (soprattutto per Hegel) attraverso la quale - seguendo lo stesso itinerario percorso da Marx - si giungeva a cogliere, senza deviazioni e integralmente, lo spirito della dottrina di Marx. Per poter portare queste conquiste a3 uno sbocco pratico, politico, bisognerà però attendere l'esperienza dei Consigli di fabbrica e la fondazione del Partito comunista. Per ora, fino a quasi tutto il 1914, Togliatti (come Gramsci) resta assente dal dibattito politico e dall'attività di partito anche se, proprio nel 1914, egli fa parte con Gramsci di quel gruppo della Sezione socialista torinese che offre a Gaetano Salvemini, visto come il rappresentante dei contadini pugliesi, la candidatura in un collegio elettorale di Torino, anticipando così le linee della soluzione rivoluzionaria della questione meridionale, fondata sull'alleanza dei contadini meridionali e degli operai del Nord, che sarà uno dei punti più caratteristici del gruppo dell'Ordine Nuovo e diventerà poi indirizzo generale dei comunisti italiani. Il contributo di Togliatti al movimento socialista è però, per ora, solo di tipo giornalistico. Del resto il corso degli avvenimenti, con lo scoppio della guerra, non gli offre altra scelta. Egli presta infatti servizio militare prima in sanità, poi, dal 1910 in fanteria e negli alpini. Nel 1917 frequenta la scuola allievi ufficiali di Caserta, dove, tra gli altri, insegna Luigi Russo, e viene nominato ufficiale, ma, per malattia viene posto in congedo.

Rientrato a Torino, riprende i contatti, del resto mai interrotti del tutto durante la guerra, con i vecchi compagni, soprattutto con Gramsci. Nel 1919 entra a far parte come cronista sindacale della redazione dell'edizione torinese dell'Avanti!, diretta da Ottavio Pastore.

I1 l' maggio 1919 esce a Torino il primo numero dell'Ordine Nuovo, una « rassegna settimanale di cultura socialista » alla cui fondazione Togliatti partecipa insieme a Gramsci, Terracini, Tasca, e che sarà, secondo le parole di Piero Gobetti, « il solo documento di giornalismo rivoluzionario e marxista che sia sorto in Italia con qualche serietà ideale ».

Nei primi mesi la rassegna, paralizzata dalle posizioni piccolo-borghesi di Angelo Tasca, vive una vita sterile di tentativi e di enfasi. « Le sole cose vive - ha notato il Gobetti - erano alcune brillanti cronache culturali in cui si rivelò il caustico ingegno di Palmiro Togliatti ». Nella sua rubrica, « la battaglia delle idee », Togliatti affronta il dialogo con í maestri, le correnti, i movimenti di cultura politica che più avevano influenzato la formazione sua e degli altri redattori dell'Ordine Nuovo (Croce, Gentile, Sorel, ma anche Prezzolini e Missiroli), « facendo í conti » con la propria precedente coscienza filosofica e costituendo il primo abbozzo di quell'« anti-Croce » (e « anti-Gentile » ) che Gramsci indicherà in carcere come uno dei compiti ideologici più importanti del movimento operaio italiano. Questo dialogo lo porta a soffermarsi - continuando una serie di scritti pubblicati durante la guerra sul Grido del popolo - sul valore del liberismo e sull'importanza che ha, anche per il proletariato, una lotta antiprotezionistica che sia connessa all'impegno per risolvere la questione meridionale. Ben presto lo spirito polemico di Togliatti si riverserà dalla « battaglia delle idee » nel vivo del dibattito politicoteorico suscitato dalla rivista.

Il 21 giugno 1919 esce il numero 7 dell'Ordine Nuovo con l'articolo « Democrazia operaia », scritto da Gramsci con la collaborazione di Togliatti e l'approvazione di Terracini, nel quale veniva impostato il problema delle commissioni interne di fabbrica che sarebbe diventato il « problema centrale », « " l'idea " dell'Ordine Nuovo », « il problema fondamentale della rivoluzione operaia », « il problema della " libertà " proletaria ». Le commissioni interne erano viste come i futuri organi del potere proletario in un nuovo sistema di democrazia operaia, e per intanto come una « scuola di esperienza politica e amministrativa », come organizzazione e inquadramento delle masse. In questo modo la parte più avanzata del proletariato italiano si collegava - politicizzando un istituto proletario elaborato dalle masse italiane - ai soviet russi che costituivano l'ossatura dello Stato socialista uscito dalla Rivoluzione d'Ottobre. Dopo la pubblicazione di questo articolo l'Ordine Nuovo divenne l'organo del movimento dei Consigli di fabbrica che rappresentò nel nostro paese, nel biennio rosso, il solo serio tentativo di affrontare in concreto il problema della rivoluzione proletaria e della lotta per la conquista del potere politico da parte della classe operaia.

All'Ordine Nuovo e al movimento dei Consigli, Togliatti porta il contributo della sua profondissima cultura e di una visione storica realistica.

Nel gennaio 1920 Togliatti viene eletto (con il massimo dei voti) nella Commissione esecutiva della Sezione socialista torinese, della quale diviene vice segretario. Nell'aprile è tra gli animatori del grandioso « sciopero delle lancette » che da Torino si allargò a tutta la provincia assumendo la natura di « conflitto per il potere » in difesa dei « diritti civili proletari ». -Lo sciopero, che rappresentò la punta più alta del movimento rivoluzionario italiano, venne sconfessato sia dalla Direzione del Partito socialista che dalla Confederazione del lavoro. Per protesta contro l'atteggiamento della Direzione del partito, il segretario della Sezione torinese, Boero, si dimise e venne sostituito da Togliatti.
Egli si trova così ad occupare un posto di estrema importanza in occasione dell'occupazione delle fabbriche del settembre 1920, che « fu certamente - come scriverà nel 1958 - nei primi anni del primo dopoguerra, il movimento popolare di più vasta portata e di più potente rilievo », anche se, in essa, « per il modo stesso com'era stata preparata e come venne attuata, erano già impliciti gli elementi di una sconfitta e di una ritirata generale. Occupare tutte le fabbriche del paese, cioè impadronirsi, di fatto, di tutto l'apparato della produzione industriale, è atto tale che non si può compiere con semplice intento dimostrativo, o al solo scopo di esercitare una pressione sul padronato. È un atto, infatti, che pone la classe operaia, in modo immediato, davanti al problema della gestione della ricchezza privata e della cosa pubblica, cioè del potere ».

Il 9 settembre egli partecipa alla riunione della Confederazione del lavoro nel corso della quale venne discusso lo sbocco da dare all'azione. I dirigenti confederali gli chiesero se la classe operaia torinese sarebbe stata in grado di iniziare un moto armato insurrezionale. « Noi non attaccheremo da soli - fu la risposta:

« Un uomo moderno, vissuto con la coscienza che il solo peccato che egli poteva commettere era di non tenere quel posto che a lui era affidato da un intreccio quasi fatale di fattori oggettivi e soggettivi che oramai lo trascendevano, e che erano la storia del suo Paese, del movimento delle classi oppresse e della sua stessa persona, nella penosa ricerca del rapporto con i suoi simili. Fattori che lo trascendevano, ma che egli conosceva e fino all'ultimo si sforzò di dominare, in un processo che ebbe periodi di lungo, tenace travaglio e scorci di rotture e contrasti violenti ». Queste parole, Palmiro Togliatti dettò, nel giugno 1964, in memoria di Antonio Gramsci in uno scritto che può essere considerato il suo testamento spirituale. Parole meditate e commosse con le quali egli testimoniava il persistente, inscindibile legame di affetto e devozione nei confronti di quello che gli era stato compagno e maestro; ma anche parole nelle quali è trasparente il riferimento autobiografico del combattente che avverte la fine vicina e che si volge un attimo indietro a considerare il cammino percorso, a valutare tutta una vita spesa al servizio delle classi oppresse da un uomo che di questo movimento aveva accettato le grandezze e le miserie, sforzandosi sempre di comprenderlo a fondo e di dominarlo nel quadro di una concezione rivoluzionaria, attraverso, appunto, « un processo che ebbe periodi di lungo, tenace travaglio e scorci di rotture e contrasti violenti ». Già nel 1958 sempre parlando a proposito di Gramsci, Togliatti aveva detto... « Fare della politica significa agire per trasformare il mondo. Nella politica è quindi contenuta tutta la filosofia reale di ognuno, nella politica sta la sostanza della storia e, per il singolo che è giunto alla coscienza critica della realtà e del compito che gli spetta nella lotta per trasformarla, sta anche la sostanza della sua vita morale. Nella politica è da ricercarsi l'unità della vita..., il punto di partenza e il punto di arrivo. La ricerca, il lavoro, la lotta, il sacrificio sono momenti di questa unità. Non vi può essere dubbio che la politica, in questo modo intesa, collocata al vertice delle attività umane, acquista carattere di scienza. Non è più momento passionale e non è più meschina mostra di abilità; è il risultato di approfondita ricerca delle condizioni in cui si muovono le società umane, i gruppi che le compongono e i singoli. Giunge a comprendere, e quindi a giustificare storicamente, tanto l'avanzata quanto la ritirata o l'arresto, tanto la vittoria quanto la sconfitta. Alla base di questa comprensione vi è la critica di se stessi e degli altri, che è momento di azione ulteriore ». In questa concezione della politica come più alta espressione dell'attività umana è racchiuso il senso della sua opera, la portata e il valore di una vita che ha riempito l'arco di cinquant'anni di storia, tra i più drammatici dell'epoca contemporanea. Palmiro Togliatti era solito ripetere che il movimento al quale egli apparteneva e con il quale aveva identificato tutta la sua esistenza veniva da lontano e andava molto lontano. E veramente da lontano veniva egli: veniva da quel primo moto di ribellione che le migliori intelligenze italiane avevano provato nei confronti di quella caricatura del socialismo, dominante nei primi anni del secolo, la cui « scienza e filosofia » era stato il positivismo, e che in questo « piatto letto di Procuste » aveva pretesto di « adagiare e contenere, loro malgrado, la robusta personalità di Carlo Marx e la sua dialettica di stampo hegeliano »; veniva dalle grandi lotte del primo dopoguerra per l'abbattimento del regime capitalistico-borghese, dai « giorni delle grandi speranze - come scriveva nel numero del 25 novembre 1922 dell'Ordine Nuovo clandestino, rivolgendosi agli operai torinesi, - della grande ondata rossa che aveva portato voi, avanguardia di combattenti, a piantare le vostre bandiere sui luoghi del vostro lavoro »; veniva dalla lunga, instancabile lotta contro il fascismo e contro il tipo di società che lo aveva generato. Egli era nato a Genova il 26 marzo 1893, terzo dei quattro figli di Antonio Togliatti, modesto impiegato dello Stato, costretto a traslocare, per servizio, a Novara, Torino, Sondrio e, infine, nel 1908, a Sassari, dove il giovane Palmiro frequentò i tre anni di liceo conseguendo nel 1911 la licenza liceale a pieni voti. Il 1911 fu un anno decisivo nella vita del giovane. La morte del padre pose la famiglia in condizioni di estrema ristrettezza, e Palmiro, per poter continuare gli studi, concorse ad una borsa di studio messa in palio dal « Collegio Carlo Alberto delle province, sarde » in cui si classificò al 2° posto, mentre al 7° posto si classificò Antonio Gramsci. Iscrittosi in giurisprudenza, si laureò nel 1915 con il massimo dei voti, discutendo con Luigi Einaudi una tesi sul regime doganale nelle colonie (dopo la laurea in legge Togliatti conseguirà anche quella in lettere). All'Università di Torino conobbe Antonio Gramsci con il quale strinse una fraterna amicizia e con il quale, nel 1914, entrò nel Partito socialista. Già nel 1909, quando il padre lo condusse ad un comizio di protesta per l'uccisione di Francisco Ferrer, il giovane Palmiro aveva sentito il primo interesse per la propaganda socialista, e negli anni d'università ebbe i primi contatti con il movimento organizzato della classe operaia. Le caratteristiche fondamentali del Partito socialista erano allora « la passività, l'assenza di spirito critico, il verbalismo », e le sue due componenti, « il ríformismo scettico e traditore » e « il massimalismo demagogo e cialtrone », nascevano entrambe dalle stesse radici positivistiche. La vigorosa reazione a queste degenerazioni si accompagnò quindi, in Togliatti (e in Gramsci), ad un vivo interesse per la filosofia classica tedesca (soprattutto per Hegel) attraverso la quale - seguendo lo stesso itinerario percorso da Marx - si giungeva a cogliere, senza deviazioni e integralmente, lo spirito della dottrina di Marx. Per poter portare queste conquiste a3 uno sbocco pratico, politico, bisognerà però attendere l'esperienza dei Consigli di fabbrica e la fondazione del Partito comunista. Per ora, fino a quasi tutto il 1914, Togliatti (come Gramsci) resta assente dal dibattito politico e dall'attività di partito anche se, proprio nel 1914, egli fa parte con Gramsci di quel gruppo della Sezione socialista torinese che offre a Gaetano Salvemini, visto come il rappresentante dei contadini pugliesi, la candidatura in un collegio elettorale di Torino, anticipando così le linee della soluzione rivoluzionaria della questione meridionale, fondata sull'alleanza dei contadini meridionali e degli operai del Nord, che sarà uno dei punti più caratteristici del gruppo dell'Ordine Nuovo e diventerà poi indirizzo generale dei comunisti italiani. Il contributo di Togliatti al movimento socialista è però, per ora, solo di tipo giornalistico. Del resto il corso degli avvenimenti, con lo scoppio della guerra, non gli offre altra scelta. Egli presta infatti servizio militare prima in sanità, poi, dal 1910 in fanteria e negli alpini. Nel 1917 frequenta la scuola allievi ufficiali di Caserta, dove, tra gli altri, insegna Luigi Russo, e viene nominato ufficiale, ma, per malattia viene posto in congedo. Rientrato a Torino, riprende i contatti, del resto mai interrotti del tutto durante la guerra, con i vecchi compagni, soprattutto con Gramsci. Nel 1919 entra a far parte come cronista sindacale della redazione dell'edizione torinese dell'Avanti!, diretta da Ottavio Pastore. I1 l' maggio 1919 esce a Torino il primo numero dell'Ordine Nuovo, una « rassegna settimanale di cultura socialista » alla cui fondazione Togliatti partecipa insieme a Gramsci, Terracini, Tasca, e che sarà, secondo le parole di Piero Gobetti, « il solo documento di giornalismo rivoluzionario e marxista che sia sorto in Italia con qualche serietà ideale ». Nei primi mesi la rassegna, paralizzata dalle posizioni piccolo-borghesi di Angelo Tasca, vive una vita sterile di tentativi e di enfasi. « Le sole cose vive - ha notato il Gobetti - erano alcune brillanti cronache culturali in cui si rivelò il caustico ingegno di Palmiro Togliatti ». Nella sua rubrica, « la battaglia delle idee », Togliatti affronta il dialogo con í maestri, le correnti, i movimenti di cultura politica che più avevano influenzato la formazione sua e degli altri redattori dell'Ordine Nuovo (Croce, Gentile, Sorel, ma anche Prezzolini e Missiroli), « facendo í conti » con la propria precedente coscienza filosofica e costituendo il primo abbozzo di quell'« anti-Croce » (e « anti-Gentile » ) che Gramsci indicherà in carcere come uno dei compiti ideologici più importanti del movimento operaio italiano. Questo dialogo lo porta a soffermarsi - continuando una serie di scritti pubblicati durante la guerra sul Grido del popolo - sul valore del liberismo e sull'importanza che ha, anche per il proletariato, una lotta antiprotezionistica che sia connessa all'impegno per risolvere la questione meridionale. Ben presto lo spirito polemico di Togliatti si riverserà dalla « battaglia delle idee » nel vivo del dibattito politicoteorico suscitato dalla rivista. Il 21 giugno 1919 esce il numero 7 dell'Ordine Nuovo con l'articolo « Democrazia operaia », scritto da Gramsci con la collaborazione di Togliatti e l'approvazione di Terracini, nel quale veniva impostato il problema delle commissioni interne di fabbrica che sarebbe diventato il « problema centrale », « " l'idea " dell'Ordine Nuovo », « il problema fondamentale della rivoluzione operaia », « il problema della " libertà " proletaria ». Le commissioni interne erano viste come i futuri organi del potere proletario in un nuovo sistema di democrazia operaia, e per intanto come una « scuola di esperienza politica e amministrativa », come organizzazione e inquadramento delle masse. In questo modo la parte più avanzata del proletariato italiano si collegava - politicizzando un istituto proletario elaborato dalle masse italiane - ai soviet russi che costituivano l'ossatura dello Stato socialista uscito dalla Rivoluzione d'Ottobre. Dopo la pubblicazione di questo articolo l'Ordine Nuovo divenne l'organo del movimento dei Consigli di fabbrica che rappresentò nel nostro paese, nel biennio rosso, il solo serio tentativo di affrontare in concreto il problema della rivoluzione proletaria e della lotta per la conquista del potere politico da parte della classe operaia. All'Ordine Nuovo e al movimento dei Consigli, Togliatti porta il contributo della sua profondissima cultura e di una visione storica realistica. Nel gennaio 1920 Togliatti viene eletto (con il massimo dei voti) nella Commissione esecutiva della Sezione socialista torinese, della quale diviene vice segretario. Nell'aprile è tra gli animatori del grandioso « sciopero delle lancette » che da Torino si allargò a tutta la provincia assumendo la natura di « conflitto per il potere » in difesa dei « diritti civili proletari ». -Lo sciopero, che rappresentò la punta più alta del movimento rivoluzionario italiano, venne sconfessato sia dalla Direzione del Partito socialista che dalla Confederazione del lavoro. Per protesta contro l'atteggiamento della Direzione del partito, il segretario della Sezione torinese, Boero, si dimise e venne sostituito da Togliatti. Egli si trova così ad occupare un posto di estrema importanza in occasione dell'occupazione delle fabbriche del settembre 1920, che « fu certamente - come scriverà nel 1958 - nei primi anni del primo dopoguerra, il movimento popolare di più vasta portata e di più potente rilievo », anche se, in essa, « per il modo stesso com'era stata preparata e come venne attuata, erano già impliciti gli elementi di una sconfitta e di una ritirata generale. Occupare tutte le fabbriche del paese, cioè impadronirsi, di fatto, di tutto l'apparato della produzione industriale, è atto tale che non si può compiere con semplice intento dimostrativo, o al solo scopo di esercitare una pressione sul padronato. È un atto, infatti, che pone la classe operaia, in modo immediato, davanti al problema della gestione della ricchezza privata e della cosa pubblica, cioè del potere ». Il 9 settembre egli partecipa alla riunione della Confederazione del lavoro nel corso della quale venne discusso lo sbocco da dare all'azione. I dirigenti confederali gli chiesero se la classe operaia torinese sarebbe stata in grado di iniziare un moto armato insurrezionale. « Noi non attaccheremo da soli - fu la risposta: - per farlo occorrerebbe un'azione simultanea delle campagne e soprattutto una "azione nazionale ». Così egli poneva lo stato maggiore proletario di fronte alle proprie responsabilità, responsabilità che si era tentato di trasferire sul gruppo torinese. La sconfitta registrata nell'occupazione delle fabbriche pose in maniera drammatica ed ultimativa il problema della permanenza dei riformisti all'interno del Partito socialista e della natura e della struttura stessa del partito. Il partito era praticamente paralizzato e annullato dalla vuota e fatalistica predicazione rivoluzionaria dei massimalisti e dallo spirito di capitolazione dei riformisti, che gli impedivano una qualsiasi azione politica di un qualche vigore. Per ridare al partito il suo slancio e metterlo in grado di assolvere ai suoi compiti era indispensabile l'allontanamento dei riformisti, che avrebbe consentito agli elementi comunisti di assumerne la direzione senza più ostacoli e remore. Al Congresso di Livorno la maggioranza massimalista preferì invece scindersi dai comunisti e dell'Internazionale per restare stretta ai riformisti. Togliatti, che era divenuto redattore capo dell'Ordine Nuovo, trasformatosi in quotidiano il 1° gennaio 1921, non fu presente a Livorno, essendo rimasto a Torino a dirigere il giornale, e non venne nemmeno eletto nel primo Comitato centrale del nuovo partito. Suo fu il primo commento alla scissione: « Che avverrà domani? Noi questo non sappiamo, ma sappiamo che oggi, per noi, è giorno di propositi, di volontà, di azione ». Nell'estate Togliatti si sposta a Roma a dirigere "Il Comunista" nuovo organo centrale del partito. Al II Congresso del partito (Congresso di Roma) entra a far parte per la prima volta del Comitato centrale. Nell'ottobre è tra i pochi dirigenti comunisti presenti in Italia durante la marcia su Roma (Gramsci, Bordiga e Tasca sono a Mosca per il IV Congresso del Comintern). A Roma tenta invano di far uscire clandestinamente "Il Comunista" e, dopo il fallimento dei suoi tentativi, braccato dai fascisti, è inviato dal partito a Torino, dove fa uscire quasi quotidianamente, con la collaborazione di Alfonso Leonetti e di altri compagni, L'Ordine Nuovo clandestino (è questo, e molto tempo prima del "Non Mollare" generalmente indicato come il prima esempio di stampa clandestina antifascista, il primo e unico esempio di quotidiano clandestino nella storia d'Italia). Il 4 novembre tiene in un quartiere popolare di Torino un comizio notturno per celebrare il V anniversario della Rivoluzione d'Ottobre. Dopo le « stragi di dicembre » dirige per un certo periodo l'attività clandestina del partito a Torino, poi, a causa di una grave malattia, è costretto a sospendere ogni attività che riprenderà nel marzo 1923 quando, dopo l'arresto dell'organizzazione centrale viene chiamato a far parte del Comitato esecutivo. Nell'aprile, dopo la partenza di Terracini per Mosca, dirige l'attività del partito. Nell'agosto fonda "Lo Stato Operaio" (prima serie), primo giornale comunista che esca legalmente dopo il colpo di Stato fascista. Il 21 settembre viene arrestato per complotto contro la sicurezza dello Stato. Dopo tre mesi di detenzione verrà prosciolto in istruttoria. Nel '23-'24 partecipa attivamente al dibattito promosso da Granisci per far uscire il partito dalle secche del settarismo bordighiano. Nel dibattito, Togliatti si muove inizialmente non senza qualche incertezza dettata dal timore che la rottura del gruppo dirigente espresso dal Congresso di Roma, favorisse la conquista della direzione del partito da parte degli elementi di destra guidati da Angelo Tasca. Accolte le tesi di Gramsci, Togliatti ne diviene il più autorevole portatore. Nel maggio 1924, alla Conferenza di Como, tiene il rapporto introduttivo criticando apertamente le bordighiane « Tesi di Roma ». Intervenendo nel dibattito egli sviluppa contro Bordiga una concezione del rapporto tra tattica e strategia, tra « governo operaio » e « dittatura proletaria » in netta opposizione con il settarismo fino allora dominante. « Noi siamo - dice - il partito della dittatura proletaria ma la dittatura del proletariato sarà una parola d'ordine solo nel momento in cui saremo riusciti a trascinare dietro di noi, a porre sul terreno della lotta per la conquista del potere le grandi masse della popolazione lavoratrice e non solo l'avanguardia che oggi è raccolta nei nostri partiti. Per giungere a quel momento bisogna saper costruire tutta una catena storica attraverso i suoi successivi ' anelli e quindi saper lanciare delle parole d'ordine adattate alla situazione in cui ci troviamo e ai rapporti di forze reali che troviamo dinanzi a noi ». Dal 17 giugno all'8 luglio partecipa a Mosca al V Congresso del Comintern (del cui esecutivo verrà chiamato a far parte). Nel suo intervento egli insiste tra l'altro sulla necessità di fare del Partito comunista un partito di masse, « il partito delle grandi masse operaie e delle grandi masse contadine ». Tornato in Italia è nuovamente arrestato il 2 aprile 1925 e sarà trattenuto in carcere fino al 29 luglio. La lotta politica in Italia è giunta ormai ad una svolta decisiva. Il movimento di protesta popolare, che nei mesi successivi all'assassinio di Matteotti aveva scosso il regime fascista, è finito per esaurimento, tradito ancora una volta dallo spirito legalistico (anche nei confronti del fascismo!) e rinunciatario dei capi democratici che, attendendo l''intervento del re, hanno respinto sdegnosamente l''invito comunista a costituire l'Aventino in « antiparlamento » e a ricorrere alle masse per un'azione antifascista decisiva.. La paura di « principio » di una possibile insurrezione proletaria paralizzava il blocco aventiniano che offriva così al fascismo la possibilità di riprendere il pieno controllo della situazione. Il colpo di Stato del 3 gennaio rappresenta l'ultima, definitiva disfatta delle opposizioni la cui soppressione è ormai solo questione di tempo. Nella severa polemica contro lo spirito rinunciatario del « blocco delle opposizioni », Togliatti interviene con articoli sull'Unità in cui insiste sulla necessità per il proletariato di « non confondersi nel blocco degli oppositori impotenti ». È in questa duplice lotta contro il fascismo e contro l'opportunismo socialdemocratico che si colgono i risultati dell'intenso lavorio degli anni precedenti quando si era venuto formando il nuovo gruppo dirigente del partito. Nel vivo della lotta - sono parole di Togliatti - il gruppo dirigente è riuscito a « forgiare lo strumento che ci serve per questa lotta ». I1 partito ha acquistato un nuovo volto e il suo III Congresso (Lione) accoglie a stragrande maggioranza la nuova linea. È Togliatti che sotto la direzione di Gramsci prepara il documento principale del congresso (le « Tesi sulla situazione italiana e sui compiti del Pci »). « Per la prima volta un partito della classe operaia italiana, anziché limitarsi alle generali affermazioni di principio e alla polemica immediata con la classe dominante e col governo, affronta con freddezza e con una analisi storica e scientifica rigorosa le questioni della struttura sociale del paese e dello sviluppo del movimento operaio, fa un'analisi precisa del regime capitalistico italiano, delle sue debolezze organiche, delle loro conseguenze politiche e di tutta la politica reazionaria della borghesia italiana. In questo quadro colloca il fascismo e quindi esattamente lo definisce, per passare, quindi, con lo stesso rigore, ad analizzare quali sono le forze di classe e politiche che la stessa situazione oggettiva spinge nella direzione di una trasformazione socialista della società e quali sono gli alleati che la classe operaia trova nella sua lotta contro il capitalismo ». Particolarmente attiva la presenza di Togliatti nel dibattito precongressuale. A Bordiga che nega la legittimità ideologica del vecchio gruppo ordinovista, divenuto gruppo dirigente del partito, Togliatti replica che la via seguita dal suo gruppo è quella stessa seguita a suo tempo da Marx ed Engels, « la via maestra e ha tutti i vantaggi dell'essere tale ». In questo contesto indicando quali sono gli errori da evitare, Togliatti definisce quale deve essere la natura e la funzione del partito: « sono da evitare due errori: 1° - l'errore di staccare il partito dalla classe operaia facendone qualcosa di diverso da essa e non soltanto la parte più decisa e dotata di più profonda coscienza e di più grande capacità politica; 2° - l'errore di staccare l'azione del partito dalle situazioni oggettive in cui esso si costituisce ed opera, e di considerare quindi la sua tattica come indipendente da esse, dalle loro modificazioni e dagli stessi spostamenti che si producono in seno alla classe operaia... noi affermiamo che il partito si accompagna alla classe operaia in tutte le posizioni intermedie che essa attraversa prima di giungere all'ultima - a quella che precede immediatamente la lotta per il potere. E accompagnarsi vuol dire adattare a queste posizioni le proprie parole d'ordine e la propria tattica. Per noi, operando in questo modo, il partito si trova, nel momento decisivo, alla testa della classe operaia ». Al Congresso Togliatti è relatore sulla questione sindacale, viene rieletto nel Comitato centrale, ed entra a far parte dell'Ufficio politico e dell'Ufficio di segreteria; viene inoltre designato come rappresentante del partito nel Comitato esecutivo dell'Internazionale comunista a Mosca dove entra a far parte del segretariato del Comintern. Si colloca in questo periodo il « conflitto » con Gramsci a proposito dell'atteggiamento che il Partito comunista dell'Urss avrebbe dovuto tenere nei confronti del blocco delle opposizioni (Trotski, Zinoviev, Kamenev ecc. ), « conflitto » che è servito di base ad annose speculazioni per sostenere una sostanziale diversità tra le posizioni di Gramsci e quelle di Togliatti. Gramsci, pur accogliendo le posizioni della maggioranza del Pcus (Stalin, Bucharin ecc. ) esprimeva la sua preoccupazione di fronte al rischio di una frattura definitiva che spaccasse in due il partito sovietico. Da Mosca, Togliatti gli rispose che il problema essenziale per i comunisti italiani era quello dell'accordo sulla linea politica del partito sovietico, e della condanna delle posizioni errate degli oppositori. La preoccupazione di Gramsci (alla luce anche degli sviluppi tragici del conflitto tra i dirigenti sovietici) appare dettata da un altissimo senso di responsabilità. Ma al punto in cui si era giunti appariva estremamente difficile giungere ad una composizione di compromesso del conflitto, ed anzi, come realisticamente suggeriva Togliatti, l'unica soluzione possibile consisteva nell'isolamento politico, anche sul piano internazionale, del gruppo degli oppositori alla linea generale del Comitato centrale. Il « conflitto » tra Gramsci e Togliatti ebbe termine con lo scambio delle lettere. Gramsci, identificato dalla polizia la notte del 31 ottobre (dopo l'« attentato » Zamboni ) mentre da Milano cercava di espatriare per recarsi a Mosca a partecipare ai lavori dell'Esecutivo allargato del Comintern che avrebbe dovuto discutere il conflitto tra i dirigenti sovietici, venne rinviato a Roma dove, pochi giorni dopo venne tratto in arresto. Togliatti, rimasto, dopo l'arresto di Gramsci e le leggi eccezionali, il maggior dirigente del partito, si spostò nel gennaio del 1927 in Francia per dirigere il lavoro del Centro estero del Pci. Da questo momento egli assicura al partito una guida efficace ed autorevole che gli consentirà di superare gli anni difficili della clandestinità dalla quale il Pci uscirà con le caratteristiche di un grande partito di massa che affonda profondamente le sue radici nella coscienza della classe lavoratrice e di tutto il popolo italiano. Nel marzo '27 Togliatti fonda a Parigi "Lo Stato operaio" (seconda serie), rivista teorica del partito. Nel luglio 1928 al VI Congresso del Comintern è relatore con Kuusinen sui problemi del movimento di liberazione dei popoli coloniali. Togliatti si è ormai imposto come un dirigente di primo piano del movimento comunista internazionale. Al centro del suo rapporto egli pone la critica dell'impostazione data dalla socialdemocrazia al problema coloniale e l'approfondimento dei problemi di fondo che si sarebbero poi posti con estrema urgenza nel secondo dopoguerra e che ancora oggi rappresentano l'elemento decisivo della lotta, i problemi cioè dell'appoggio ai movimenti contadini dei paesi del Terzo mondo e ai movimenti nazionali rivoluzionari, e del rapporto tra movimenti comunisti e movimenti rivoluzionari borghesi. In questo periodo Togliatti approfondisce anche il problema del rapporto tra democrazia e socialismo rivendicando fermamente la fondamentalità delle libertà democratiche nella lotta della classe operaia per la conquista del potere: « secondo l'economicismo - scriverà nello Stato operaio - gli operai non avrebbero dovuto occuparsi che dei loro interessi immediati, lasciando alla borghesia e piccola borghesia democratica di condurre la lotta per le rivendicazioni politiche - democratiche - contro l'autocrazia. Per noi comunisti invece la lotta politica contro il fascismo deve avere come punto di partenza la organizzazione e mobilitazione del proletariato sul terreno di classe, ed è attorno al proletariato che le altre categorie e correnti antifasciste devono unirsi se vogliono combattere il fascismo in modo efficace. È questo, per noi, un criterio fondamentale il quale vale non soltanto per la situazione odierna, che è' quella in cui si inizia la lotta dalle forme più , elementari, ma vale per tutti i momenti successivi di essa, sino al -momento supremo, quello della insurrezione antifascista ». Questa piattaforma di lotta unitaria (che sarebbe stata ripresa negli anni successivi) fu però lasciata cadere a causa degli sviluppi della situazione, soprattutto per l'impostazione che le altre forze antifasciste, raccolte nella « Concentrazione » di Parigi, pretendevano di dare alla lotta, con il rifiuto di continuare la lotta clandestina in Italia dove ormai - si diceva - non c'era più nulla da fare. Il deciso spostamento a destra della socialdemocrazia provocò nel campo comunista internazionale uno spostamento a sinistra che portò all'identificazione di fascismo e socialdemocrazia con la discussa dottrina del socialfascismo. Dopo aver concordemente epurato il partito dagli elementi liquidatori di destra (Tasca, che sarebbe finito ignominiosamente collaborazionista a Vichy) e settari di sinistra (Bordiga, il quale, liberato dal confino; visse tranquillamente nell'Italia fascista senza maî tentare di opporsi al regime mussoliniano), il gruppo dirigente del partito si spaccò sul problema del rapporto con le altre formazioni antifasciste e sulla analisi della situazione italiana che la maggioranza .- tenendo conto di un accentuato risveglio delle masse e della crisi generale che stava sconvolgendo il mondo capitalistico - definitiva, forse troppo ottimisticamente, rivoluzionaria. Togliatti guidò ancora una volta la lotta contro l'opposizione che venne estromessa dal partito (Leonetti, Ravazzoli, Tresso, e, successivamente, Tranquilli-Silone). Oggi si può discutere quale fosse allora la posizione più aderente alla realtà. È però certo che ancora una volta la scelta di Togliatti avvenne nel senso dello sviluppo storico. In quella situazione accettare le tesi dell'opposizione avrebbe significato, certamente, l'estromissione dal partito e dall'Internazionale e Togliatti sapeva troppo bene che fuori del movimento internazionale non esistevano possibilità di lotta per la causa dell'emancipazione del proletariato. D'altra parte che la scelta dell'intensificazione del lavoro in direzione dell'Italia fosse giusta, al di là della validità dell'analisi su cui veniva fondata, è dimostrato dal fatto che è proprio in quel periodo che, con la sua presenza segnata dal sacrificio di centinaia di quadri e di migliaia di militanti, il partito si radica profondamente nella realtà del nostro paese e pone le condizioni indispensabili per diventare un partito di massa, il partito di avanguardia della classe lavoratrice e di tutto il popolo italiano. Alcuni sostengono che la linea scelta da Togliatti e dalla maggioranza del Comitato centrale non fosse condivisa da Gramsci. Su questa base si è cercato in tempi recenti di montare una speculazione anche su questo « dissidio ». La testimonianza resa da Gennaro Gramsci, che venne incaricato dal partito di informare il fratello dei termini del dibattito, è però sufficiente a far crollare la speculazione. Gennaro Gramsci, infatti, tornato a Parigi, dichiarò a Togliatti che Antonio era pienamente d'accordo con la linea della maggioranza. La certezza di avere l'adesione di Gramsci rafforzò in Togliatti la convinzione che la sua linea fosse quella giusta. Un ulteriore rafforzamento alle posizioni di Togliatti venne dal IV Congresso del partito che si svolse nel 1931 in Germania: Comunque, quando le tesi prevalse nel dibattito del 1930 si dimostrarono sostanzialmente errate, Togliatti fu tra i primi che seppe rimediare agli errori del passato portando avanti con indomabile energia la politica dei fronti popolari della quale divenne il più acuto ed autorevole teorico. Questa nuova politica - che era stata inaugurata ne: 1934 con il patto d'unità d'azione tra comunisti e socialisti (questi ultimi si erano venuti riqualificando in senso classista e rivoluzionario per merito soprattutto del « Centro interno socialista » diretto da Morandi) - divenne indispensabile quando più pericolosi si fecero i sintomi di guerra imminente. « Nella lotta per la pace, contro la guerra imperialista, per la difesa dell'Unione Sovietica - dirà nel rapporto tenuto nel '35 al VII congresso del Comintern -, il nostro compito politico immediato, fondamentale, consiste nel creare il più largo fronte unitario delle masse operaie e contadine, della piccola borghesia, degli intellettuali. È precisamente in questo campo, è nel campo della lotta per la pace che la nostra politica di fronte unitario può registrare i maggiori successi ». Ma gli avvenimenti precipitano: l'Italia invade l'Etiopia, i generali traditori appoggiati dal nazifascismo insorgono contro il governo legittimo della Repubblica spagnola. Dal luglio 1937 al luglio 1939 Togliatti è in Spagna, rappresentante del Comintern presso il Partito comunista spagnolo. Cessata l'eroica resistenza del popolo spagnolo, Togliatti riesce -a sfuggire all'internamento in Francia e raggiunge l'Unione Sovietica da dove, durante la guerra, rivolgerà i famosi « discorsi agli italiani » sotto il nome di Mario Correnti. I1 27 marzo 1944 sbarca a Napoli. La situazione politica nell'Italia liberata è estremamente caotica, e le sue ripercussioni si fanno risentire anche sulla conduzione della guerra di Liberazione nelle zone occupate dai nazisti. Ogni forma di collaborazione tra il governo in carica e i gruppi antifascisti era impedita dall'irrigidimento sulla questione istituzionale. Togliatti taglia questo nodo dichiarando che l'imperativo del momento è la lotta contro il nazifascismo e che le responsabilità della monarchia sarebbero state giudicate a liberazione avvenuta dall'intero popolo italiano. La « svolta di Salerno » apriva la strada ad una utile collaborazione tra tutte le forze antifasciste. Il Partito comunista, in tal modo si imponeva come il partito dirigente di tutto :1 popolo italiano, come il partito capace di rappresentare le istanze politiche e sociali più avanzate non solo della classe operaia ma di tutto il popolo lavoratore nel suo complesso. « Nessuna politica - scriveva Togliatti, nel primo numero di "Rinascita", la rivista da lui fondata nel giugno 1944 - può essere realizzata senza un partito il quale sia capace di portarla tra le masse, nelle officine, nelle strade, nel popolo, di guidare tutto il popolo a realizzarla ». Per assolvere a questo compito era necessario un partito di « tipo nuovo » capace di raccogliere in un solo organismo tutte le « correnti politiche proletarie attualmente esistenti ». « Partito nuovo - preciserà in un altro articolo su "Rinascita" - è un partito della classe operaia e del popolo il quale non si limita più soltanto alla critica e alla propaganda, ma interviene nella vita del paese con una attività positiva e costruttiva la quale, incominciando dalla cellula di fabbrica e di villaggio, deve arrivare fino al Comitato centrale, fino agli uomini che deleghiamo a rappresentare la classe operaia e il partito nel governo... un partito il quale sia capace di tradurre nella sua politica, nella sua organizzazione e nella sua attività di tutti i giorni quel profondo cambiamento che è avvenuto nella posizione della classe operaia rispetto ai problemi della vita nazionale. La classe operaia, abbandonata la posizione unicamente di opposizione e di critica che tenne nel passato, intende oggi assumere essa stessa, accanto alle altre forze conseguentemente democratiche, una funzione dirigente nella lotta per la liberazione del paese e per la costruzione di un regime democratico... Il partito nuovo che abbiamo in mente deve essere un partito nazionale italiano, cioè un partito che ponga e risolva il problema della emancipazione del lavoro nel quadro della nostra vita e libertà nazionale, facendo proprie tutte le tradizioni progressive della nazione ». Un partito di questo tipo avrebbe dovuto essere un grande partito di masse, una grande organizzazione « la quale abbia nelle proprie file tutti gli elementi che sono necessari per stabilire dei contatti con tutte le categorie del popolo italiano e per dirigerle tutte verso gli obiettivi che ci proponiamo di raggiungere ». Questa impostazione che permise al Partito comunista di diventare un grande partito nazionale di lavoratori, fu alla base della strategia politica del movimento comunista, non solo durante la lotta di liberazione ma anche negli anni successivi ed è tuttora la principale direttrice dell'azione comunista nel nostro paese. La linea politica di Togliatti trova la piena consacrazione al V congresso nazionale del partito (gennaio 1946) che lo elegge segretario nazionale (sarà confermato in tutti í successivi congressi: '48, '51, '56, '60, '62). Nel 1946 viene eletto all'assemblea costituente (sarà rieletto deputato in tutte le successive consultazioni politiche: '48, '53, '58, '63). Il 14 luglio 1948 a conclusione di una forsennata campagna terroristica dei democristiani e dei socialdemocratici, un criminale attenta alla vita di Togliatti. Il moto spontaneo di protesta che in tutto il paese si alza contro « il governo della guerra civile », dimostra quanto profondamente sia amato il capo del Partito comunista. Negli anni che vanno dalla Liberazione alla morte, tre sono i principali filoni attorno ai quali si concentra l'interesse politico e teorico di Togliatti: la ricerca di una via italiana al socialismo con l'elaborazione di una conseguente strategia che tenga appunto conto delle particolarità nazionali del nostro paese; il problema dei rapporti con le masse cattoliche e con la Chiesa; il problema della pace e della lotta per allontanare il pericolo di una guerra totale che si concluderebbe con la fine di ogni forma di civiltà. Questi temi, acutamente elaborati ed approfonditi soprattutto dopo il XX congresso del Pcus e l'VIII del Pci, hanno trovato una sistemazione organica nell'ultimo scritto di Togliatti, alla cui stesura attese nei suoi ultimi giorni di vita. Il « memoriale di Yalta » rappresenta in un certo senso il punto d'approdo di una lunga elaborazione nella quale i diversi elementi si sono venuti intrecciando fino a costituire una totalità organica. Il problema centrale della nostra epoca, che è caratterizzata dal passaggio dal capitalismo al socialismo - argomenta Togliatti - è quello di evitare una guerra generale perché « noi sappiamo che oggi un conflitto mondiale significherebbe la totale devastazione della maggior parte dell'odierno mondo civile ». Di fronte a questo fatto « la storia degli uomini acquista una dimensione che non aveva mai avuto. E una dimensione nuova acquista, di conseguenza, tutta la problematica dei rapporti tra gli uomini, le loro organizzazioni e gli Stati, in cui queste trovano il culmine ». Per contrastare il pericolo di guerra e battere l'aggressività dell'imperialismo, che rappresenta il pericolo più serio per la pace mondiale, è una « imprescindibile necessità » « l'unità di tutte le forze socialiste in una azione comune, anche al di sopra delle divergenze ideologiche, contro i gruppi più reazionari dell'imperialismo ». Questa unità d'azione sui problemi concreti deve comprendere anche forze e gruppi politici che non si riconoscono nel socialismo, ma che tuttavia condividono le nostre stesse preoccupazioni per la pace mondiale. Nel nostro paese la più importante forza che può essere conquistata alla causa di un'azione comune è il mondo cattolico, che opera alle volte contrapposto, ma alle volte intrecciato in modo originale con il mondo comunista. Fin dal 1954, quando già si disegnava la nuova situazione, Togliatti aveva rivolto un appello al mondo cattolico chiedendo se - pur restando nettamente distinte le due ideologie (la comunista e la cattolica), « nel loro punto di partenza diverse » - fosse possibile « trovare la via di un contatto non solo occasionale per risolvere questioni politiche contingenti, ma di un incontro più profondo, da cui possa uscire un decisivo contributo alla creazione di questo ampio movimento per la salvezza della nostra civiltà, per impedire che il mondo civile venga spinto sulla strada della distruzione totale ». Questo incontro può essere proficuo di risultati anche nella edificazione della società socialista: « l'aspirazione a una società socialista non solo può farsi strada in uomini che hanno una fede religiosa, ma tale aspirazione può trovare uno stimolo nella coscienza religiosa stessa, posta di fronte ai drammatici problemi del mondo contemporaneo ». Nel nostro paese si assiste ad uno spostamento a sinistra delle masse cattoliche che devono essere perciò comprese e aiutate. « A questo scopo - scrive Togliatti nel memoriale di Yalta - non ci serve a niente la vecchia propaganda ateistica. Lo stesso problema della coscienza religiosa, del suo contenuto, delle sue radici tra le masse, e del modo di superarla, deve essere posto in modo diverso che nel passato, se vogliamo avere accesso alle masse cattoliche ed essere compresi da loro. Se no avviene che la nostra " mano tesa ai cattolici " viene intesa come un puro espediente e quasi come una ipocrisia ». In Italia esistono condizioni oggettive favorevoli per una avanzata comunista sia nella classe operaia, sia tra le masse lavoratrici e nella vita sociale, in generale. « Ma è necessario saper cogliere e sfruttare queste condizioni. Per questo occorre ai comunisti avere molto coraggio politico, superare ogni forma di dogmatismo, affrontare e risolvere problemi nuovi in modo nuovo, usare metodi di lavoro adatti a un ambiente politico e sociale nel quale si compiono continue e rapide trasformazioni. Il punto di partenza per una avanzata verso il socialismo nel nostro paese è rappresentato da un esame approfondito delle specifiche condizioni della società italiana, della sua struttura, delle sue tradizioni, e da un movimento che, partendo da queste condizioni, abbia la sua originalità storica e politica. La dottrina della via italiana al socialismo, approfondita dopo il XX Congresso ha portato Togliatti a formulare la teoria del « policentrismo » (già abbozzata durante la guerra), secondo la quale « in ogni paese governato dai comunisti possono e debbono influire in modo diverso le condizioni oggettive e soggettive, le tradizioni, le forme di organizzazione del movimento. Nel resto del mondo, vi sono paesi dove ci si vuole avviare al socialismo senza che i comunisti siano il partito dirigente. In altri paesi ancora, la marcia verso il socialismo è un obiettivo per il quale si concentrano sforzi che partono da movimenti diversi, che però spesso non hanno ancora raggiunto né un accordo né una comprensione reciproca. Il complesso del sistema diventa policentrico e nello stesso movimento 'comunista non si può parlare di una guida unica, bensì di un progresso che si compie seguendo strade spesso diverse ». Un posto centrale nella elaborazione togliattiana della via italiana al socialismo occupano i problemi della democrazia e della libertà della cultura. Per quanto attiene alla democrazia egli ha decisamente respinto la pretesa di identificare la democrazia (la sola democrazia possibile!) con le forme politiche (formali) elaborate dalla società capitalistico-borghese, pur riconoscendo che alcune di queste forme, riempite di un nuovo contenuto, possono essere proficuamente utilizzate sia nella fase della conquista del potere che in quella successiva della sua gestione. Ma la democrazia del socialismo è qualcosa di diverso e di superiore alla democrazia borghese: essa è innanzitutto democrazia sociale e comporta l'eliminazione del potere assoluto di ristretti gruppi di capitalisti e la partecipazione cosciente alla vita politica ed alla gestione della casa pubblica di masse sempre più ampie di lavoratori e di cittadini. Non quindi una democrazia che si manifesti solo nel fatidico giorno delle elezioni in cui la sovranità torna al popolo che la esercita solo per delegarla ai « suoi » rappresentanti, ma una continua e diretta partecipazione del popolo all'effettivo esercizio del potere. Per quanto si riferisce alla libertà della cultura nel suo rapporto al X congresso del partito Togliatti ha detto: « I1 marxismo è dottrina così ricca e sicura, che non teme, anzi sollecita il confronto con le altre correnti del pensiero moderno, così come non respinge, anzi sollecita, nelle correnti del pensiero premarxista, la ricerca dei germi e delle condizioni del proprio affermarsi e della propria verità. Il confronto con le altre correnti di pensiero non si può ridurre a una dogmatica precostituita condanna. Deve dar luogo a un dibattito di contenuto, a un dialogo, nel quale non può mancare la ricerca di quei momenti nuovi e positivi che vengono alla luce attraverso sviluppi di pensiero che aderiscano alle nuove realtà umane, sociali. Quanto più si è forti nei principi, tanto più si deve essere capaci di condurre questo dialogo e questa ricerca. Grande è quindi la responsabilità dei nostri compagni che sono uomini di studio e di cultura. Si tratta di responsabilità verso se stessi e verso tutto il partito, anche perché non riteniamo che spetti agli organi dirigenti politici risolvere con loro decisione suprema questioni specifiche dibattute nel campo degli studi, degli indirizzi e delle realizzazioni artistiche, letterarie, cinematografiche e così via. Il pensiero marxista, su questi problemi, fornisco un indirizzo generale, che si afferma nella lotta sul vasto terreno della cultura, contro tutto ciò che tende a negare il valore dell'uomo nella vita sociale e nella lotta per un mondo nuovo; ma che si afferma anche nella comprensione di tutti i termini in cui si pongono le questioni concrete e nella tolleranza verso chi sinceramente, per uno sviluppo e con una sofferenza interna e non per servire potenze retrive, si tormenta nella ricerca della verità ». E, nel memoriale di Yalta, ha ribadito: « Nel mondo capitalistico si creano condizioni 'tali che tendono a distruggere la libertà della vita intellettuale. Dobbiamo diventare noi i campioni della libertà della vita intellettuale, della libera creazione artistica e del progresso scientifico. Ciò richiede che noi non contrapponiamo in modo astratto le nostre concezioni alle tendenze e correnti di diversa natura, ma apriamo un dialogo con queste correnti e attraverso di esso ci sforziamo di approfondire i temi della cultura, quali essi oggi si presentano. Non tutti coloro che, nei diversi campi della cultura, nella filosofia, nelle scienze storiche e sociali, sono oggi lontani da noi, sono nostri nemici o agenti del nostro nemico. È la comprensione reciproca, conquistata con un continuo dibattito, che ci dà autorità e prestigio, e nello tempo ci consente di smascherare i veri nemici, i falsi pensatori, i ciarlatani dell'espressione artistica e così via. In questo campo molto aiuto ci potrebbe venire, ma non sempre è venuto, dai paesi dove già dirigiamo tutta la vita sociale ». Queste parole erano ancora fresche sulla carta quando Palmiro Togliatti veniva colpito dal malore che, nonostante tutti gli sforzi per salvarlo, lo avrebbe condotto alla morte il 21 agosto 1964. I1 suo funerale, al quale ha partecipato un milione di italiani ha dimostrato quanto profondamente egli fosse amato dal suo popolo e quanto fortemente siano radicati in esso gli ideali per i quali ha combattuto per tutta la vita. Senza essere un santo, Togliatti non ha peccato dell'unico peccato di cui possa macchiarsi un militante rivoluzionario. Egli ha tenuto per tutta la sua vita « quel posto che a lui era affidato da un intreccio quasi fatale di fattori oggettivi e soggettivi che erano la storia del suo Paese, del movimento delle classi oppresse e della sua stessa persona ». Questi fattori, che pure lo trascendevano, egli ha conosciuto a fondo e fino all'ultimo si è sforzato di dominare nel corso di una lunga, intensa, esemplare vita di militante rivoluzionario interamente dedicata alla causa della liberazione degli uomini e del socialismo.
- per farlo occorrerebbe un'azione simultanea delle campagne e soprattutto una "azione nazionale ». Così egli poneva lo stato maggiore proletario di fronte alle proprie responsabilità, responsabilità che si era tentato di trasferire sul gruppo torinese.

La sconfitta registrata nell'occupazione delle fabbriche pose in maniera drammatica ed ultimativa il problema della permanenza dei riformisti all'interno del Partito socialista e della natura e della struttura stessa del partito. Il partito era praticamente paralizzato e annullato dalla vuota e fatalistica predicazione rivoluzionaria dei massimalisti e dallo spirito di capitolazione dei riformisti, che gli impedivano una qualsiasi azione politica di un qualche vigore. Per ridare al partito il suo slancio e metterlo in grado di assolvere ai suoi compiti era indispensabile l'allontanamento dei riformisti, che avrebbe consentito agli elementi comunisti di assumerne la direzione senza più ostacoli e remore. Al Congresso di Livorno la maggioranza massimalista preferì invece scindersi dai comunisti e dell'Internazionale per restare stretta ai riformisti.

Togliatti, che era divenuto redattore capo dell'Ordine Nuovo, trasformatosi in quotidiano il 1° gennaio 1921, non fu presente a Livorno, essendo rimasto a Torino a dirigere il giornale, e non venne nemmeno eletto nel primo Comitato centrale del nuovo partito. Suo fu il primo commento alla scissione:
« Che avverrà domani? Noi questo non sappiamo, ma sappiamo che oggi, per noi, è giorno di propositi, di volontà, di azione ».

Nell'estate Togliatti si sposta a Roma a dirigere "Il Comunista" nuovo organo centrale del partito. Al II Congresso del partito (Congresso di Roma) entra a far parte per la prima volta del Comitato centrale. Nell'ottobre è tra i pochi dirigenti comunisti presenti in Italia durante la marcia su Roma (Gramsci, Bordiga e Tasca sono a Mosca per il IV Congresso del Comintern). A Roma tenta invano di far uscire clandestinamente "Il Comunista" e, dopo il fallimento dei suoi tentativi, braccato dai fascisti, è inviato dal partito a Torino, dove fa uscire quasi quotidianamente, con la collaborazione di Alfonso Leonetti e di altri compagni, L'Ordine Nuovo clandestino (è questo, e molto tempo prima del "Non Mollare" generalmente indicato come il prima esempio di stampa clandestina antifascista, il primo e unico esempio di quotidiano clandestino nella storia d'Italia). Il 4 novembre tiene in un quartiere popolare di Torino un comizio notturno per celebrare il V anniversario della Rivoluzione d'Ottobre. Dopo le « stragi di dicembre » dirige per un certo periodo l'attività clandestina del partito a Torino, poi, a causa di una grave malattia, è costretto a sospendere ogni attività che riprenderà nel marzo 1923 quando, dopo l'arresto dell'organizzazione centrale viene chiamato a far parte del Comitato esecutivo. Nell'aprile, dopo la partenza di Terracini per Mosca, dirige l'attività del partito. Nell'agosto fonda "Lo Stato Operaio" (prima serie), primo giornale comunista che esca legalmente dopo il colpo di Stato fascista. Il 21 settembre viene arrestato per complotto contro la sicurezza dello Stato. Dopo tre mesi di detenzione verrà prosciolto in istruttoria. Nel '23-'24 partecipa attivamente al dibattito promosso da Granisci per far uscire il partito dalle secche del settarismo bordighiano. Nel dibattito, Togliatti si muove inizialmente non senza qualche incertezza dettata dal timore che la rottura del gruppo dirigente espresso dal Congresso di Roma, favorisse la conquista della direzione del partito da parte degli elementi di destra guidati da Angelo Tasca. Accolte le tesi di Gramsci, Togliatti ne diviene il più autorevole portatore. Nel maggio 1924, alla Conferenza di Como, tiene il rapporto introduttivo criticando apertamente le bordighiane « Tesi di Roma ». Intervenendo nel dibattito egli sviluppa contro Bordiga una concezione del rapporto tra tattica e strategia, tra « governo operaio » e « dittatura proletaria » in netta opposizione con il settarismo fino allora dominante. « Noi siamo - dice - il partito della dittatura proletaria ma la dittatura del proletariato sarà una parola d'ordine solo nel momento in cui saremo riusciti a trascinare dietro di noi, a porre sul terreno della lotta per la conquista del potere le grandi masse della popolazione lavoratrice e non solo l'avanguardia che oggi è raccolta nei nostri partiti. Per giungere a quel momento bisogna saper costruire tutta una catena storica attraverso i suoi successivi ' anelli e quindi saper lanciare delle parole d'ordine adattate alla situazione in cui ci troviamo e ai rapporti di forze reali che troviamo dinanzi a noi ».


Togliatti fra i « pionieri » a Yalta pochi minuti prima
del fatale attacco che lo avrebbe stroncato



Dal 17 giugno all'8 luglio partecipa a Mosca al V Congresso del Comintern (del cui esecutivo verrà chiamato a far parte). Nel suo intervento egli insiste tra l'altro sulla necessità di fare del Partito comunista un partito di masse, « il partito delle grandi masse operaie e delle grandi masse contadine ». Tornato in Italia è nuovamente arrestato il 2 aprile 1925 e sarà trattenuto in carcere fino al 29 luglio.

La lotta politica in Italia è giunta ormai ad una svolta decisiva. Il movimento di protesta popolare, che nei mesi successivi all'assassinio di Matteotti aveva scosso il regime fascista, è finito per esaurimento, tradito ancora una volta dallo spirito legalistico (anche nei confronti del fascismo!) e rinunciatario dei capi democratici che, attendendo l''intervento del re, hanno respinto sdegnosamente l''invito comunista a costituire l'Aventino in « antiparlamento » e a ricorrere alle masse per un'azione antifascista decisiva.. La paura di « principio » di una possibile insurrezione proletaria paralizzava il blocco aventiniano che offriva così al fascismo la possibilità di riprendere il pieno controllo della situazione. Il colpo di Stato del 3 gennaio rappresenta l'ultima, definitiva disfatta delle opposizioni la cui soppressione è ormai solo questione di tempo.

Nella severa polemica contro lo spirito rinunciatario del « blocco delle opposizioni », Togliatti interviene con articoli sull'Unità in cui insiste sulla necessità per il proletariato di « non confondersi nel blocco degli oppositori impotenti ». È in questa duplice lotta contro il fascismo e contro l'opportunismo socialdemocratico che si colgono i risultati dell'intenso lavorio degli anni precedenti quando si era venuto formando il nuovo gruppo dirigente del partito. Nel vivo della lotta - sono parole di Togliatti - il gruppo dirigente è riuscito a « forgiare lo strumento che ci serve per questa lotta ». I1 partito ha acquistato un nuovo volto e il suo III Congresso (Lione) accoglie a stragrande maggioranza la nuova linea. È Togliatti che sotto la direzione di Gramsci prepara il documento principale del congresso (le « Tesi sulla situazione italiana e sui compiti del Pci »). « Per la prima volta un partito della classe operaia italiana, anziché limitarsi alle generali affermazioni di principio e alla polemica immediata con la classe dominante e col governo, affronta con freddezza e con una analisi storica e scientifica rigorosa le questioni della struttura sociale del paese e dello sviluppo del movimento operaio, fa un'analisi precisa del regime capitalistico italiano, delle sue debolezze organiche, delle loro conseguenze politiche e di tutta la politica reazionaria della borghesia italiana. In questo quadro colloca il fascismo e quindi esattamente lo definisce, per passare, quindi, con lo stesso rigore, ad analizzare quali sono le forze di classe e politiche che la stessa situazione oggettiva spinge nella direzione di una trasformazione socialista della società e quali sono gli alleati che la classe operaia trova nella sua lotta contro il capitalismo ».

Particolarmente attiva la presenza di Togliatti nel dibattito precongressuale. A Bordiga che nega la legittimità ideologica del vecchio gruppo ordinovista, divenuto gruppo dirigente del partito, Togliatti replica che la via seguita dal suo gruppo è quella stessa seguita a suo tempo da Marx ed Engels, « la via maestra e ha tutti i vantaggi dell'essere tale ». In questo contesto indicando quali sono gli errori da evitare, Togliatti definisce quale deve essere la natura e la funzione del partito: « sono da evitare due errori: 1° - l'errore di staccare il partito dalla classe operaia facendone qualcosa di diverso da essa e non soltanto la parte più decisa e dotata di più profonda coscienza e di più grande capacità politica; 2° - l'errore di staccare l'azione del partito dalle situazioni oggettive in cui esso si costituisce ed opera, e di considerare quindi la sua tattica come indipendente da esse, dalle loro modificazioni e dagli stessi spostamenti che si producono in seno alla classe operaia... noi affermiamo che il partito si accompagna alla classe operaia in tutte le posizioni intermedie che essa attraversa prima di giungere all'ultima - a quella che precede immediatamente la lotta per il potere. E accompagnarsi vuol dire adattare a queste posizioni le proprie parole d'ordine e la propria tattica. Per noi, operando in questo modo, il partito si trova, nel momento decisivo, alla testa della classe operaia ».

Al Congresso Togliatti è relatore sulla questione sindacale, viene rieletto nel Comitato centrale, ed entra a far parte dell'Ufficio politico e dell'Ufficio di segreteria; viene inoltre designato come rappresentante del partito nel Comitato esecutivo dell'Internazionale comunista a Mosca dove entra a far parte del segretariato del Comintern.

Si colloca in questo periodo il « conflitto » con Gramsci a proposito dell'atteggiamento che il Partito comunista dell'Urss avrebbe dovuto tenere nei confronti del blocco delle opposizioni (Trotski, Zinoviev, Kamenev ecc. ), « conflitto » che è servito di base ad annose speculazioni per sostenere una sostanziale diversità tra le posizioni di Gramsci e quelle di Togliatti. Gramsci, pur accogliendo le posizioni della maggioranza del Pcus (Stalin, Bucharin ecc. ) esprimeva la sua preoccupazione di fronte al rischio di una frattura definitiva che spaccasse in due il partito sovietico. Da Mosca, Togliatti gli rispose che il problema essenziale per i comunisti italiani era quello dell'accordo sulla linea politica del partito sovietico, e della condanna delle posizioni errate degli oppositori. La preoccupazione di Gramsci (alla luce anche degli sviluppi tragici del conflitto tra i dirigenti sovietici) appare dettata da un altissimo senso di responsabilità. Ma al punto in cui si era giunti appariva estremamente difficile giungere ad una composizione di compromesso del conflitto, ed anzi, come realisticamente suggeriva Togliatti, l'unica soluzione possibile consisteva nell'isolamento politico, anche sul piano internazionale, del gruppo degli oppositori alla linea generale del Comitato centrale. Il « conflitto » tra Gramsci e Togliatti ebbe termine con lo scambio delle lettere.

Gramsci, identificato dalla polizia la notte del 31 ottobre (dopo l'« attentato » Zamboni ) mentre da Milano cercava di espatriare per recarsi a Mosca a partecipare ai lavori dell'Esecutivo allargato del Comintern che avrebbe dovuto discutere il conflitto tra i dirigenti sovietici, venne rinviato a Roma dove, pochi giorni dopo venne tratto in arresto.

Togliatti, rimasto, dopo l'arresto di Gramsci e le leggi eccezionali, il maggior dirigente del partito, si spostò nel gennaio del 1927 in Francia per dirigere il lavoro del Centro estero del Pci. Da questo momento egli assicura al partito una guida efficace ed autorevole che gli consentirà di superare gli anni difficili della clandestinità dalla quale il Pci uscirà con le caratteristiche di un grande partito di massa che affonda profondamente le sue radici nella coscienza della classe lavoratrice e di tutto il popolo italiano. Nel marzo '27 Togliatti fonda a Parigi "Lo Stato operaio" (seconda serie), rivista teorica del partito. Nel luglio 1928 al VI Congresso del Comintern è relatore con Kuusinen sui problemi del movimento di liberazione dei popoli coloniali. Togliatti si è ormai imposto come un dirigente di primo piano del movimento comunista internazionale. Al centro del suo rapporto egli pone la critica dell'impostazione data dalla socialdemocrazia al problema coloniale e l'approfondimento dei problemi di fondo che si sarebbero poi posti con estrema urgenza nel secondo dopoguerra e che ancora oggi rappresentano l'elemento decisivo della lotta, i problemi cioè dell'appoggio ai movimenti contadini dei paesi del Terzo mondo e ai movimenti nazionali rivoluzionari, e del rapporto tra movimenti comunisti e movimenti rivoluzionari borghesi.

In questo periodo Togliatti approfondisce anche il problema del rapporto tra democrazia e socialismo rivendicando fermamente la fondamentalità delle libertà democratiche nella lotta della classe operaia per la conquista del potere: « secondo l'economicismo - scriverà nello Stato operaio - gli operai non avrebbero dovuto occuparsi che dei loro interessi immediati, lasciando alla borghesia e piccola borghesia democratica di condurre la lotta per le rivendicazioni politiche - democratiche - contro l'autocrazia. Per noi comunisti invece la lotta politica contro il fascismo deve avere come punto di partenza la organizzazione e mobilitazione del proletariato sul terreno di classe, ed è attorno al proletariato che le altre categorie e correnti antifasciste devono unirsi se vogliono combattere il fascismo in modo efficace. È questo, per noi, un criterio fondamentale il quale vale non soltanto per la situazione odierna, che è' quella in cui si inizia la lotta dalle forme più , elementari, ma vale per tutti i momenti successivi di essa, sino al -momento supremo, quello della insurrezione antifascista ».

Questa piattaforma di lotta unitaria (che sarebbe stata ripresa negli anni successivi) fu però lasciata cadere a causa degli sviluppi della situazione, soprattutto per l'impostazione che le altre forze antifasciste, raccolte nella « Concentrazione » di Parigi, pretendevano di dare alla lotta, con il rifiuto di continuare la lotta clandestina in Italia dove ormai - si diceva - non c'era più nulla da fare. Il deciso spostamento a destra della socialdemocrazia provocò nel campo comunista internazionale uno spostamento a sinistra che portò all'identificazione di fascismo e socialdemocrazia con la discussa dottrina del socialfascismo.

Dopo aver concordemente epurato il partito dagli elementi liquidatori di destra (Tasca, che sarebbe finito ignominiosamente collaborazionista a Vichy) e settari di sinistra (Bordiga, il quale, liberato dal confino; visse tranquillamente nell'Italia fascista senza maî tentare di opporsi al regime mussoliniano), il gruppo dirigente del partito si spaccò sul problema del rapporto con le altre formazioni antifasciste e sulla analisi della situazione italiana che la maggioranza .- tenendo conto di un accentuato risveglio delle masse e della crisi generale che stava sconvolgendo il mondo capitalistico - definitiva, forse troppo ottimisticamente, rivoluzionaria. Togliatti guidò ancora una volta la lotta contro l'opposizione che venne estromessa dal partito (Leonetti, Ravazzoli, Tresso, e, successivamente, Tranquilli-Silone). Oggi si può discutere quale fosse allora la posizione più aderente alla realtà. È però certo che ancora una
volta la scelta di Togliatti avvenne nel senso dello sviluppo storico. In quella situazione accettare le tesi dell'opposizione avrebbe significato, certamente, l'estromissione dal partito e dall'Internazionale e Togliatti sapeva troppo bene che fuori del movimento internazionale non esistevano possibilità di lotta per la causa dell'emancipazione del proletariato. D'altra parte che la scelta dell'intensificazione del lavoro in direzione dell'Italia fosse giusta, al di là della validità dell'analisi su cui veniva fondata, è dimostrato dal fatto che è proprio in quel periodo che, con la sua presenza segnata dal sacrificio di centinaia di quadri e di migliaia di militanti, il partito si radica profondamente nella realtà del nostro paese e pone le condizioni indispensabili per diventare un partito di massa, il partito di avanguardia della classe lavoratrice e di tutto il popolo italiano.

Alcuni sostengono che la linea scelta da Togliatti e dalla maggioranza del Comitato centrale non fosse condivisa da Gramsci. Su questa base si è cercato in tempi recenti di montare una speculazione anche su questo « dissidio ». La testimonianza resa da Gennaro Gramsci, che venne incaricato dal partito di informare il fratello dei termini del dibattito, è però sufficiente a far crollare la speculazione. Gennaro Gramsci, infatti, tornato a Parigi, dichiarò a Togliatti che Antonio era pienamente d'accordo con la linea della maggioranza. La certezza di avere l'adesione di Gramsci rafforzò in Togliatti la convinzione che la sua linea fosse quella giusta. Un ulteriore rafforzamento alle posizioni di Togliatti venne dal IV Congresso del partito che si svolse nel 1931 in Germania: Comunque, quando le tesi prevalse nel dibattito del 1930 si dimostrarono sostanzialmente errate, Togliatti fu tra i primi che seppe rimediare agli errori del passato portando avanti con indomabile energia la politica dei fronti popolari della quale divenne il più acuto ed autorevole teorico. Questa nuova politica - che era stata inaugurata ne: 1934 con il patto d'unità d'azione tra comunisti e socialisti (questi ultimi si erano venuti riqualificando in senso classista e rivoluzionario per merito soprattutto del « Centro interno socialista » diretto da Morandi) - divenne indispensabile quando più pericolosi si fecero i sintomi di guerra imminente. « Nella lotta per la pace, contro la guerra imperialista, per la difesa dell'Unione Sovietica - dirà nel rapporto tenuto nel '35 al VII congresso del Comintern -, il nostro compito politico immediato, fondamentale, consiste nel creare il più largo fronte unitario delle masse operaie e contadine, della piccola borghesia, degli intellettuali. È precisamente in questo campo, è nel campo della lotta per la pace che la nostra politica di fronte unitario può registrare i maggiori successi ».

Ma gli avvenimenti precipitano: l'Italia invade l'Etiopia, i generali traditori appoggiati dal nazifascismo insorgono contro il governo legittimo della Repubblica spagnola. Dal luglio 1937 al luglio 1939 Togliatti è in Spagna, rappresentante del Comintern presso il Partito comunista spagnolo. Cessata l'eroica resistenza del popolo spagnolo, Togliatti riesce -a sfuggire all'internamento in Francia e raggiunge l'Unione Sovietica da dove, durante la guerra, rivolgerà i famosi « discorsi agli italiani » sotto il nome di Mario Correnti. I1 27 marzo 1944 sbarca a Napoli.

La situazione politica nell'Italia liberata è estremamente caotica, e le sue ripercussioni si fanno risentire anche sulla conduzione della guerra di Liberazione nelle zone occupate dai nazisti. Ogni forma di collaborazione tra il governo in carica e i gruppi antifascisti era impedita dall'irrigidimento sulla questione istituzionale. Togliatti taglia questo nodo dichiarando che l'imperativo del momento è la lotta contro il nazifascismo e che le responsabilità della monarchia sarebbero state giudicate a liberazione avvenuta dall'intero popolo italiano. La « svolta di Salerno » apriva la strada ad una utile collaborazione tra tutte le forze antifasciste. Il Partito comunista, in tal modo si imponeva come il partito dirigente di tutto :1 popolo italiano, come il partito capace di rappresentare le istanze politiche e sociali più avanzate non solo della classe operaia ma di tutto il popolo lavoratore nel suo complesso.
« Nessuna politica - scriveva Togliatti, nel primo numero di "Rinascita", la rivista da lui fondata nel giugno 1944 - può essere realizzata senza un partito il quale sia capace di portarla tra le masse, nelle officine, nelle strade, nel popolo, di guidare tutto il popolo a realizzarla ». Per assolvere a questo compito era necessario un partito di « tipo nuovo » capace di raccogliere in un solo organismo tutte le « correnti politiche proletarie attualmente esistenti ». « Partito nuovo - preciserà in un altro articolo su "Rinascita" - è un partito della classe operaia e del popolo il quale non si limita più soltanto alla critica e alla propaganda, ma interviene nella vita del paese con una attività positiva e costruttiva la quale, incominciando dalla cellula di fabbrica e di villaggio, deve arrivare fino al Comitato centrale, fino agli uomini che deleghiamo a rappresentare la classe operaia e il partito nel governo... un partito il quale sia capace di tradurre nella sua politica, nella sua organizzazione e nella sua attività di tutti i giorni quel profondo cambiamento che è avvenuto nella posizione della classe operaia rispetto ai problemi della vita nazionale. La classe operaia, abbandonata la posizione unicamente di opposizione e di critica che tenne nel passato, intende oggi assumere essa stessa, accanto alle altre forze conseguentemente democratiche, una funzione dirigente nella lotta per la liberazione del paese e per la costruzione di un regime democratico... Il partito nuovo che abbiamo in mente deve essere un partito nazionale italiano, cioè un partito che ponga e risolva il problema della emancipazione del lavoro nel quadro della nostra vita e libertà nazionale, facendo proprie tutte le tradizioni progressive della nazione ». Un partito di questo tipo avrebbe dovuto essere un grande partito di masse, una grande organizzazione « la quale abbia nelle proprie file tutti gli elementi che sono necessari per stabilire dei contatti con tutte le categorie del popolo italiano e per dirigerle tutte verso gli obiettivi che ci proponiamo di raggiungere ».

Questa impostazione che permise al Partito comunista di diventare un grande partito nazionale di lavoratori, fu alla base della strategia politica del movimento comunista, non solo durante la lotta di liberazione ma anche negli anni successivi ed è tuttora la principale direttrice dell'azione comunista nel nostro paese.

La linea politica di Togliatti trova la piena consacrazione al V congresso nazionale del partito (gennaio 1946) che lo elegge segretario nazionale (sarà confermato in tutti í successivi congressi: '48, '51, '56, '60, '62). Nel 1946 viene eletto all'assemblea costituente (sarà rieletto deputato in tutte le successive consultazioni politiche: '48, '53, '58, '63). Il 14 luglio 1948 a conclusione di una forsennata campagna terroristica dei democristiani e dei socialdemocratici, un criminale attenta alla vita di Togliatti. Il moto spontaneo di protesta che in tutto il paese si alza contro « il governo della guerra civile », dimostra quanto profondamente sia amato il capo del Partito comunista.

Negli anni che vanno dalla Liberazione alla morte, tre sono i principali filoni attorno ai quali si concentra l'interesse politico e teorico di Togliatti: la ricerca di una via italiana al socialismo con l'elaborazione di una conseguente strategia che tenga appunto conto delle particolarità nazionali del nostro paese; il problema dei rapporti con le masse cattoliche e con la Chiesa; il problema della pace e della lotta per allontanare il pericolo di una guerra totale che si concluderebbe con la fine di ogni forma di civiltà. Questi temi, acutamente elaborati ed approfonditi soprattutto dopo il XX congresso del Pcus e l'VIII del Pci, hanno trovato una sistemazione organica nell'ultimo scritto di Togliatti, alla cui stesura attese nei suoi ultimi giorni di vita. Il « memoriale di Yalta » rappresenta in un certo senso il punto d'approdo di una lunga elaborazione nella quale i diversi elementi si sono venuti intrecciando fino a costituire una totalità organica.

Il problema centrale della nostra epoca, che è caratterizzata dal passaggio dal capitalismo al socialismo - argomenta Togliatti - è quello di evitare una guerra generale perché « noi sappiamo che oggi un conflitto mondiale significherebbe la totale devastazione della maggior parte dell'odierno mondo civile ». Di fronte a questo fatto « la storia degli uomini acquista una dimensione che non aveva mai avuto. E una dimensione nuova acquista, di conseguenza, tutta la problematica dei rapporti tra gli uomini, le loro organizzazioni e gli Stati, in cui queste trovano il culmine ». Per contrastare il pericolo di guerra e battere l'aggressività dell'imperialismo, che rappresenta il pericolo più serio per la pace mondiale, è una « imprescindibile necessità » « l'unità di tutte le forze socialiste in una azione comune, anche al di sopra delle divergenze ideologiche, contro i gruppi più reazionari dell'imperialismo ». Questa unità d'azione sui problemi concreti deve comprendere anche forze e gruppi politici che non si riconoscono nel socialismo, ma che tuttavia condividono le nostre stesse preoccupazioni per la pace mondiale. Nel nostro paese la più importante forza che può essere conquistata alla causa di un'azione comune è il mondo cattolico, che opera alle volte contrapposto, ma alle volte intrecciato in modo originale con il mondo comunista. Fin dal 1954, quando già si disegnava la nuova situazione, Togliatti aveva rivolto un appello al mondo cattolico chiedendo se - pur restando nettamente distinte le due ideologie (la comunista e la cattolica), « nel loro punto di partenza diverse » - fosse possibile « trovare la via di un contatto non solo occasionale per risolvere questioni politiche contingenti, ma di un incontro più profondo, da cui possa uscire un decisivo contributo alla creazione di questo ampio movimento per la salvezza della nostra civiltà, per impedire che il mondo civile venga spinto sulla strada della distruzione totale ». Questo incontro può essere proficuo di risultati anche nella edificazione della società socialista: « l'aspirazione a una società socialista non solo può farsi strada in uomini che hanno una fede religiosa, ma tale aspirazione può trovare uno stimolo nella coscienza religiosa stessa, posta di fronte ai drammatici problemi del mondo contemporaneo ». Nel nostro paese si assiste ad uno spostamento a sinistra delle masse cattoliche che devono essere perciò comprese e aiutate. « A questo scopo - scrive Togliatti nel memoriale di Yalta - non ci serve a niente la vecchia propaganda ateistica. Lo stesso problema della coscienza religiosa, del suo contenuto, delle sue radici tra le masse, e del modo di superarla, deve essere posto in modo diverso che nel passato, se vogliamo avere accesso alle masse cattoliche ed essere compresi da loro. Se no avviene che la nostra " mano tesa ai cattolici " viene intesa come un puro espediente e quasi come una ipocrisia ». In Italia esistono condizioni oggettive favorevoli per una avanzata comunista sia nella classe operaia, sia tra le masse lavoratrici e nella vita sociale, in generale. « Ma è necessario saper cogliere e sfruttare queste condizioni. Per questo occorre ai comunisti avere molto coraggio politico, superare ogni forma di dogmatismo, affrontare e risolvere problemi nuovi in modo nuovo, usare metodi di lavoro adatti a un ambiente politico e sociale nel quale si compiono continue e rapide trasformazioni.

Il punto di partenza per una avanzata verso il socialismo nel nostro paese è rappresentato da un esame approfondito delle specifiche condizioni della società italiana, della sua struttura, delle sue tradizioni, e da un movimento che, partendo da queste condizioni, abbia la sua originalità storica e politica. La dottrina della via italiana al socialismo, approfondita dopo il XX Congresso ha portato Togliatti a formulare la teoria del « policentrismo » (già abbozzata durante la guerra), secondo la quale « in ogni paese governato dai comunisti possono e debbono influire in modo diverso le condizioni oggettive e soggettive, le tradizioni, le forme di organizzazione del movimento. Nel resto del mondo, vi sono paesi dove ci si vuole avviare al socialismo senza che i comunisti siano il partito dirigente. In altri paesi ancora, la marcia verso il socialismo è un obiettivo per il quale si concentrano sforzi che partono da movimenti diversi, che però spesso non hanno ancora raggiunto né un accordo né una comprensione reciproca. Il complesso del sistema diventa policentrico e nello stesso movimento 'comunista non si può parlare di una guida unica, bensì di un progresso che si compie seguendo strade spesso diverse ».

Un posto centrale nella elaborazione togliattiana della via italiana al socialismo occupano i problemi della democrazia e della libertà della cultura.

Per quanto attiene alla democrazia egli ha decisamente respinto la pretesa di identificare la democrazia (la sola democrazia possibile!) con le forme politiche (formali) elaborate dalla società capitalistico-borghese, pur riconoscendo che alcune di queste forme, riempite di un nuovo contenuto, possono essere proficuamente utilizzate sia nella fase della conquista del potere che in quella successiva della sua gestione. Ma la democrazia del socialismo è qualcosa di diverso e di superiore alla democrazia borghese: essa è innanzitutto democrazia sociale e comporta l'eliminazione del potere assoluto di ristretti gruppi di capitalisti e la partecipazione cosciente alla vita politica ed alla gestione della casa pubblica di masse sempre più ampie di lavoratori e di cittadini. Non quindi una democrazia che si manifesti solo nel fatidico giorno delle elezioni in cui la sovranità torna al popolo che la esercita solo per delegarla ai « suoi » rappresentanti, ma una continua e diretta partecipazione del popolo all'effettivo esercizio del potere.

Per quanto si riferisce alla libertà della cultura nel suo rapporto al X congresso del partito Togliatti ha detto: « I1 marxismo è dottrina così ricca e sicura, che non teme, anzi sollecita il confronto con le altre correnti del pensiero moderno, così come non respinge, anzi sollecita, nelle correnti del pensiero premarxista, la ricerca dei germi e delle condizioni del proprio affermarsi e della propria verità. Il confronto con le altre correnti di pensiero non si può ridurre a una dogmatica precostituita condanna. Deve dar luogo a un dibattito di contenuto, a un dialogo, nel quale non può mancare la ricerca di quei momenti nuovi e positivi che vengono alla luce attraverso sviluppi di pensiero che aderiscano alle nuove realtà umane, sociali. Quanto più si è forti nei principi, tanto più si deve essere capaci di condurre questo dialogo e questa ricerca. Grande è quindi la responsabilità dei nostri compagni che sono uomini di studio e di cultura. Si tratta di responsabilità verso se stessi e verso tutto il partito, anche perché non riteniamo che spetti agli organi dirigenti politici risolvere con loro decisione suprema questioni specifiche dibattute nel campo degli studi, degli indirizzi e delle realizzazioni artistiche, letterarie, cinematografiche e così via. Il pensiero marxista, su questi problemi, fornisco un indirizzo generale, che si afferma nella lotta sul vasto terreno della cultura, contro tutto ciò che tende a negare il valore dell'uomo nella vita sociale e nella lotta per un mondo nuovo; ma che si afferma anche nella comprensione di tutti i termini in cui si pongono le questioni concrete e nella tolleranza verso chi sinceramente, per uno sviluppo e con una sofferenza interna e non per servire potenze retrive, si tormenta nella ricerca della verità ». E, nel memoriale di Yalta, ha ribadito: « Nel mondo capitalistico si creano condizioni 'tali che tendono a distruggere la libertà della vita intellettuale. Dobbiamo diventare noi i campioni della libertà della vita intellettuale, della libera creazione artistica e del progresso scientifico. Ciò richiede che noi non contrapponiamo in modo astratto le nostre concezioni alle tendenze e correnti di diversa natura, ma apriamo un dialogo con queste correnti e attraverso di esso ci sforziamo di approfondire i temi della cultura, quali essi oggi si presentano. Non tutti coloro che, nei diversi campi della cultura, nella filosofia, nelle scienze storiche e sociali, sono oggi lontani da noi, sono nostri nemici o agenti del nostro nemico. È la comprensione reciproca, conquistata con un continuo dibattito, che ci dà autorità e prestigio, e nello tempo ci consente di smascherare i veri nemici, i falsi pensatori, i ciarlatani dell'espressione artistica e così via. In questo campo molto aiuto ci potrebbe venire, ma non sempre è venuto, dai paesi dove già dirigiamo tutta la vita sociale ».

Queste parole erano ancora fresche sulla carta quando Palmiro Togliatti veniva colpito dal malore che, nonostante tutti gli sforzi per salvarlo, lo avrebbe condotto alla morte il 21 agosto 1964. I1 suo funerale, al quale ha partecipato un milione di italiani ha dimostrato quanto profondamente egli fosse amato dal suo popolo e quanto fortemente siano radicati in esso gli ideali per i quali ha combattuto per tutta la vita.

Senza essere un santo, Togliatti non ha peccato dell'unico peccato di cui possa macchiarsi un militante rivoluzionario. Egli ha tenuto per tutta la sua vita « quel posto che a lui era affidato da un intreccio quasi fatale di fattori oggettivi e soggettivi che erano la storia del suo Paese, del movimento delle classi oppresse e della sua stessa persona ».
Questi fattori, che pure lo trascendevano, egli ha conosciuto a fondo e fino all'ultimo si è sforzato di dominare nel corso di una lunga, intensa, esemplare vita di militante rivoluzionario interamente dedicata alla causa della liberazione degli uomini e del socialismo.


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RUGGERO GRIECO

GIUSEPPE DI VITTORIO

MARIO ALICATA
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mercoledì 4 novembre 2009

RITRATTO DELL'ARTISTA CON IL SUO CARLINO (1745) - William Hogarth


RITRATTO DELL'ARTISTA CON IL SUO CARLINO (1745)
William HOGARTH (1697-1764)
Pittore inglese del XVIII secolo
TATE GALLERY di LONDRA
Olio su tela cm. 90 x 70


Nonostante preferisse dedicarsi alla rappresentazione della pittura didascalica in grado di lanciare chiari messaggi morali, a Londra Hogarth era molto popolare quale ritrattista di singolari personaggi.
Si suppone che l'artista dal 1743 al 1745, anni durante i quali risale l'esecuzione di quest'opera, si sia occupato attivamente a questo genere pittorico solo perché era molto redditizio.
L'artista, del quale colpiscono i grandi occhi azzurri, si ritrae a mezzo busto, entro una cornice ovale, in parte coperta da una pesante tenda verde, posta sopra tre volumi, opere di Swift, Shakespeare e Milton, che alludono alle sue preferenze letterarie.
Per nascondere la calvizie si ritrae con un berretto di pelo alla "montenero".
La cicatrice che deturpa la sua fronte risale al tempo dell'esecuzione del quadro visto che negli autoritratti precedenti non è ancora presente.
In sua compagnia è Trump, immobile in primo piano, un carlino che l'artista ritrasse anche in altri dipinti quali "La famiglia Strode (un breakfast) ante 1783" (Londra, Tate Gallery).
Il cane aveva sostituito Pugg, morto nel 1730, a cui Hogarth era particolarmente affezionato.
Abbandonata sul piano è la tavolozza, indispensabile strumento del mestiere del pittore, dove per la prima volta l'artista traccia la «linea serpentina», una forma inedita che darà vita a una nuova teoria artistica e da lui presentata in due suoi saggi: "La linea del bello e della grazia" e "Analisi del bello", quest'ultimo pubblicato nel 1753.
Questo segno fu determinante nell'attività dell'artista che l'adottò come insegna personale tanto da utilizzarla anche come ornamento della sua carrozza.
Esistono altri autoritratti di Hogarth, il primo dei quali risale al 1735 ed è conservato nella Collezione Paul Mellon a Oak Spring, negli Stati Uniti.


L'OPERA


Il dipinto conservato alla Tate Gallery di Londra è datato 1745.
In ordine cronologico, oltre ad un primo autoritratto del 1735, conservato nella Collezione Paul Mellon, ne esiste un terzo che si trova alla Portrait Gallery di Londra: lo "Autoritratto con cavalletto" che risale al 1758.
Alla Tate Gallery troviamo altri dipinti di Hogarth come: "L'opera da due soldi", del 1731 e "Roast Beef della vecchia Inghilterra: la porta di Calais" del 1748.


LA SUBLIME SOCIETÀ DELLA BISTECCA


Nel 1735, Hogarth insieme a ventitré suoi amici fondò il club che venne chiamato ironicamente «Sublime Società della Bistecca».
L'idea sembra essere nata dal fatto che il pittore George Lambert, che stava preparando delle scene per l'impresario teatrale John Rich, era così impegnato da non avere il tempo di andare a mangiare e si accontentava di una bistecca cotta sul fuoco nello studio.
Gli amici che a volte andavano a trovarlo, decisero di riunirsi regolarmente una volta la settimana: il sabato da ottobre a giugno nello studio di Lambert e in seguito in un locale del teatro.
Hogarth amava la buona tavola, le battute e il divertimento che d'altronde non era mai fine a se stesso...
Il club della «Sublime Società» era un'occasione per ravvivare la polemica sull'arte e sull'aristocrazia conservatrice.
Nelle loro riunioni i soci portavano un distintivo con una piccola graticola d'argento circondata dal motto «Manzo e Libertà».
All'interno di questo club esistevano una serie di regole e cerimonie simili a quelle massoniche.


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William HOGARTH (1697 - 1764) - Vita e opere

LA CARRIERA DEL LIBERTINO: LA TAVERNA (1733 - 1735) - William Hogarth

CONTRATTO DI MATRIMONIO (1744) - William Hogarth
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lunedì 2 novembre 2009

LABOURAGE NIVERNAIS (1849) - Rosa BONHEUR


LABOURAGE NIVERNAIS (1849)
Rosa BONHEUR (1822-1899)
Pittrice francese del XIX secolo
MUSEO D'ORSAY di PARIGI
Tela cm. 260 x 134 (Particolare)
CLICCA IMMAGINE alta risoluzione
Pixel 2500 x 1430 - Mb 1,61


In una visione schietta e anticonvenzionale la composizione giovanile della Bonheur presenta un ampio paesaggio dove in primo piano dei contadini sono impegnati ad arare un campo.

Il tema rurale è affrontato con occhio lucido, attento a cogliere le difficoltà della vita contadina spesa tra fame e miseria, tra fatica e avversità.

Più che davanti a un'opera dal puro contenuto formale ci troviamo davanti a una composizione che cerca di denunciare le condizioni di vita di un ceto sociale che vive ai margini dell'interesse collettivo.

Le immagini della campagna, dei contadini e degli animali sono colte come una sorta di istantanea dove l'impegno e la fatica sono descritti minuziosamente.

Bellissimo è il brano del cielo le cui sfumature fanno pensare a una giornata di estate.

Più che un'immagine pittorica la composizione è un'immagine dei sentimenti.

Il dipinto piacque tanto alla critica contemporanea che assegnò a Rosa Bonheur una lunga serie di meritati premi.


L'opera

Esposta con successo alle Esposizioni Universali di Londra nel 1862 e di Parigi nel 1889, l'opera fu prima nel museo di Lione e nel 1920 al Louvre.

Dal 1923 a11986 conservata nel palazzo reale di Fontainebleu; a seguito dell'apertura del museo della Gare d'Orsay è stata là sistemata accanto alla produzione artistica francese coeva che ne facilita senz'altro la comprensione.


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ROSA BONHEUR - Vita e opere
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ROSA BONHEUR (1822-1899) Pittrice francese



Rosa BONHEUR (1822-1899)

Pittrice francese






Rosa Bonheur, spregiudicata artista francese, nacque a Bordeaux i122 marzo 1822.

Insieme al fratello Auguste e alla sorella Juliette si accostò alla pittura formandosi nello studio del padre Raymond Bonheur.

In seguito la giovane frequentò l'atelier del pittore Léon Cogniet dimostrandosi un'allieva non facile perché restia a imparare metodi accademici e più favorevole a una pittura di maggiore impatto realista.

Tutta la sua produzione artistica è improntata sulla pittura di paesaggio a esclusione dell’ultima attività, quando la Bonheur si rivolse con grande interesse alle novità emerse dalla pittura impressionista.


Il primo impegno ufficiale dell'artista risale al Salon del 1841 dove presentò “Moutons, chèvres et lapins” che raccolse un buon successo di critica.

Sull'esempio di George Sand, Rosa fu una donna spregiudicata e anticonformista…, assetata di novità, curiosa di tutto, fu amica di gente di tutte le condizioni sociali, non disdegnò di frequentare luoghi malfamati e locali per soli uomini.

Negli anni trascorsi in Inghilterra questo lato ribelle del suo carattere suscitò la simpatia della regina Vittoria, nonostante questa fosse una donna attaccata ai valori tradizionali, che le procurò un cospicuo numero di commissioni.

Dopo una lunga serie di onorificenze, la Bonheur chiuse la sua attività con il premio più ambito per le donne francesi, perché solitamente riservato solo agli uomini: la nomina a cavaliere della Legion d'Onore.

L'artista si spense a Melun nel 1899.


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LABOURAGE NIVERNAIS (1849) - Rosa Bonheur
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domenica 1 novembre 2009

MARIO ALICATA


Bisognerà che un giorno si scriva la storia ragionata di un gruppo di studenti romani antifascisti - del quale Mario Alicata fu uno dei principali animatori - che ebbe una grande funzione nello sviluppo della lotta politica in Italia e nella creazione di quel grande movimento culturale rinnovatore definito genericamente neorealismo.
Allora Mario Alicata aveva vent'anni, essendo nato a Reggio Calabria il 9 maggio 1918. E il 1938 era un anno cruciale di saldatura fra la fine gloriosa - ma negativa per le forze democratiche - della guerra di Spagna e l'inizio della seconda guerra mondiale. Ed era un anno terribile nel quale sembravano ormai spente le speranze di una sconfitta del fascismo, più pesante e plumbea appariva la cappa che opprimeva l'Italia, più rassegnate si dimostravano le grandi nazioni democratico-borghesi, più tracotante l'aggressività della Germania nazista.

Mario Alicata era un giovane intellettuale di grande avvenire e già noto nella cultura italiana. La sua vocazione era la critica letteraria e ad essa si dedicava con grande impegno e con lucidissima intelligenza. E già allora si rivelavano nella sua personalità alcune costanti che dovevano rimanere anche nell'uomo maturo.
Chi lo ricorda studente non ha certo dimenticato le discussioni di quegli anni, la figura alta, magra e un po' curva di Mario, sempre al centro, nei corridoi della facoltà di Lettere di Roma, di un folto gruppo di studenti su cui egli esercitava il fascino del suo temperamento e l'egemonia della sua intelligenza. Già allora nelle sue parole e negli scritti che pubblicava e che gli davano un prestigio assai superiore alla sua età, poteva essere notato dai più avvertiti un ideale di cultura che unisse fermamente l'uomo - come personalità etico-politica - alla ricerca specifica dello studioso e dell'artista, un ideale di cultura, dunque, antiformalistico ed antidecadente, orientato sia pure in modo non del tutto consapevole, verso il realismo. E accanto a questo l'esigenza di un collegamento con il popolo che si manifestava allora nel vagheggiamento un po' ingenuo delle nostre esperienze risorgimentali, ma che rimase anche quando egli divenne più scaltrito e nutrì quell'intuizione giovanile di ben altri contenuti ideologici e culturali.
Basterebbe pensare a una sua acutissima nota su Bruno Barilli del 1942, nella quale egli non solo sapeva individuare l'importanza di questo scrittore completamente dimenticato dalla società letteraria italiana, ma indicava nell'ambizione fallita di essere un musicista alla Verdi « la parte più genuina e più nobile della personalità di Barilli, quella che, anche come scrittore, lo distingue dagli altri suoi contemporanei », perché si sentiva anche nei suoi scritti che egli « poneva Verdi in cima a tutti gli altri musicisti, che ne aveva intuito... il carattere di artista nazionale-popolare ».
Tale esigenza di collegamento con il popolo lo portò, fin da quegli anni, a comprendere il valore insostituibile di una nuova forma espressiva che si andava affermando e che la cultura idealistica disprezzava come pseudo-arte: alludo al cinema. E non a caso la sua firma si trova fra quelle degli sceneggiatori di un film che è ormai considerato come l'atto di nascita del neorealismo: "Ossessione" di Luchino Visconti: Non c'è da stupire, dunque, se da una lotta culturale nutrita di simili esperienze egli passasse - senza scosse - alla lotta politica, all'opposizione attiva contro il regime fascista, all'adesione al Partito comunista.
Né c'è da stupire se l'incontro con Marx ed Engels prima e con Gramsci poi, non fu per Alicata un incontro casuale dettato soltanto dalla milizia politica né fu - come avvenne per molti altri - una giustapposizione meccanica di nuove esperienze culturali a precedenti esperienze del tutto diverse se non contrastanti. Fu, invece, il lievito che affrettò un processo già in atto, il chiarimento ideologico di istanze già confusamente sentite, l'indicazione di una strada sulla quale egli si era già avviato e nella quale doveva procedere in modo rapido e sicuro.

Del resto il passaggio dalla letteratura o dalla ricerca culturale alla politica fu una caratteristica di tutto quel gruppo di studenti o di giovani intellettuali (Antonio Amendola, Paolo Bufalini, Pietro Ingrao, Antonello Trombadori, Aldo Natoli, Lucio Lombardo Radice, Valentino Gerratana, Renato Guttuso, Massimo Aloisi, Fabrizio 0nofri, Antonio Giolitti e Carlo Salinari). Ed avvenne - in quegli anni cruciali - non solo sotto la spinta degli avvenimenti.
Certo, la situazione dell'Italia è dell'Europa, il profilarsi di una nuova guerra mondiale, l'appesantirsi della dittatura fascista (con la crescente insofferenza che provocava) ebbero il loro peso.
La prima riunione clandestina a cui partecipò Carlo Salinari su invito di Mario Alicata, appunto nel 1938, ebbe come oggetto di discussione il comportamento che i giovani antifascisti dovevano tenere di fronte alla prossima guerra e alla inevitabile mobilitazione. Salinari conobbe allora, in casa di Bruno Zevi dove si svolgeva la riunione, molti suoi futuri compagni di lotta e gli fu possibile apprezzare subito il temperamento di Alicata, la carica di entusiasmo e di fiducia che egli sapeva infondere, quando già ci proponeva di trasformare la mobilitazione in guerriglia e di fare quello che quasi un secolo prima aveva realizzato Rosolino Pilo in Sicilia, contro i Borboni. Ma non furono solo gli avvenimenti a far maturare la scelta politica di Alicata e degli altri. Fu anche una difficile, faticosa e anche dolorosa elaborazione ideologica che lo portò a staccarsi dall'idealismo e dal liberalismo di Benedetto Croce e ad assimilare la filosofia marxista. Fu la convinzione maturata in tutti loro - e della quale Mario fu uno dei fermenti più attivi - che non poteva esservi rottura fra cultura e politica, che - come ha scritto Ingrao - « la cultura non potesse salvarsi se periva la libertà del mondo, se veniva schiacciata la rivoluzione proletaria e, in fondo, non era cultura se, non diveniva capace di impegnarsi nella società per trasformarla. Perciò l'approdo al marxismo e al partito fu per lui non solo lo sbocco dell'antifascista che cercava l'organizzazione che lo rendesse capace di battere Hitler e Mussolini, ma insieme la ricerca e la conquista della dottrina che consentisse all'intellettuale di intendere la società, tutta la società per riscattarla e mutarla, saldando modernamente il pensiero e l'azione ». Questa elaborazione ideologica dell'intero gruppo romano - di cui Alicata, lo ripeto, era uno dei leaders - ebbe un'importanza storica di grande rilievo, sia sul piano culturale che su quello politico.

Mario Alicata ritratto da Guttuso nel 1954
La cultura italiana, infatti, « era ripiegata lontano dalla società, per difendersi dall'asservimento al fascismo e dalla strumentalizzazione. Si era rifugiata nell'intimo dell'individuo. E così ripiegata e scissa dalla società, si trovava a fronteggiare improvvisamente, drammaticamente la tempesta della guerra e del nazismo che si scatenava sul mondo. Mario Alicata fu tra quelle persone che in quel momento cruciale aiutarono a trovare un rapporto nuovo tra gli intellettuali e la lotta rinnovatrice. E lo fece in modo prestigioso, vivo, pieno di fascino che lo fece rispettare anche da chi lo combatteva. Tutti quanti noi sappiamo quanto sia stato importante questo ritrovato collegamento tra la cultura italiana e la società: quanto sia stato importante per la qualità stessa della lotta di Resistenza, per il respiro, l'afflato, la larghezza della lotta di rinnovamento che fu ingaggiata dopo il crollo del fascismo, contro l'oscurantismo clericale, contro í vecchi costumi, contro lo Stato poliziotto e codino e le strutture reazionarie ». Sul piano politico quella elaborazione ideologica e l'impegno concreto nella lotta del Partito comunista ebbe un'enorme importanza nella formazione di un partito di "tipo nuovo", nel collegare il vecchio gruppo dirigente illegale del Pci con la nuova realtà nazionale e con le nuove generazioni, nel superare ogni concezione chiusa e settaria della lotta politica, nel formulare l'esigenza della via italiana al socialismo.

Mi sono soffermato in modo particolare sul periodo della formazione politica e civile di Mario Alicata perché ad essa si richiama con estrema coerenza tutto il resto della sua vita.
Venne arrestato nel 1942 e deferito al tribunale speciale. Rimase in carcere fino al 25 luglio del 1943 quando, con la caduta del regime fascista, vennero rimessi in libertà i detenuti politici. Nel periodo dell'occupazione tedesca fu redattore capo de "L'Unità" clandestina. Subito dopo la Liberazione fu prima assessore del Comune di Roma e poi direttore della "Voce" di Napoli e infine nel 1946 direttore de "L'Unità" nel periodo della grande battaglia per la Repubblica.
Furono quelli anni eroici per i militanti comunisti, impegnati, senza risparmio, a costruire un grande partito e un grande blocco di forze democratiche. Si lavorava alla garibaldina, con pochi mezzi ma molta fantasia, capacità d'improvvisazione, spirito di sacrificio. E Alicata s'inserì pienamente in quel clima e fu un animatore di quelle epiche battaglie.
Ecco come lo ricorda uno dei redattori della "Voce" di Napoli: « La mensa attorno a Piazza della Carità fallì rapidamente e ci trovammo a prendere i nostri pasti in un istituto per sordomuti, tenuto da monaci, dalle parti di Cellamare. Mangiavamo faccia al muro, seduti di fronte a un lungo tavolo di legno. Fagioli, sempre fagioli. Alicata dava l'impressione di trovarsi a perfetto suo agio in quello strano posto. Mangiava di gusto e qualche volta, guardandosi attorno, ironizzava allegramente sulla nostra situazione di comunisti ospitati in una specie di convento... Il giornale era un successo straordinario a quel tempo. Alicata non ne era particolarmente eccitato. Direi che trovasse naturale tutto questo. Facevamo il giornale con pochi mezzi, con impianti di fortuna per captare le notizie. Alicata non si rendeva conto, e in fondo non voleva rendersi conto della precarietà della nostra organizzazione. Gli interessava vedere questo foglio uscire quasi miracolosamente giorno per giorno, con un titolo, un articolo che era sempre un'idea. Una eccitante avventura intellettuale e al tempo stesso il frutto di una milizia comunista generosa e inflessibile... Era un giornalista coraggioso, finissimo, che credeva profondamente nella grande funzione civile del giornale. Ricordo la sua prima campagna; appassionata, violenta e sempre nobilissima, contro il giornale dei liberali napoletani. Ne vennero fuori due sfide a duello, da parte del direttore e del redattore capo del "Giornale". Alicata si divertiva come un ragazzo all'idea di battersi a duello. Si lasciava prendere in giro da noi, stando allo scherzo. Poi, quando fu chiaro che avrebbe
dovuto davvero battersi, prese coscienziosamente lezioni da un maestro di scherma. E si batté, un po' per burla e un po' sul serio. Convinto tuttavia, di aver fatto anche in questo il suo dovere di militante ».

Le battaglie giornalistiche costituiscono, senza dubbio, uno dei momenti più alti della lotta condotta da Alicata per la libertà e la giustizia sociale. Basterà ricordare, all'inizio della sua carriera, la battaglia per la Repubblica, contro i "lazzari del re", battaglia che seppe collegare la vicenda in corso con le migliori tradizioni democratiche del Risorgimento, e, alla fine, pochi giorni prima della sua morte, quella per risanare le ferite di Firenze colpita dall'alluvione e quella contro il « sacco di Agrigento » anch'esse battaglie che all'immediata esigenza politica univano profonde spinte civile e morali.

Un altro argomento di grande rilievo della sua lotta democratica è costituito dall'azione meridionalistica che egli sviluppò in modo particolare nel periodo in cui lavorò nel Mezzogiorno come dirigente comunista (dal '47 al '54) e fu segretario regionale della Calabria, membro del Comitato per la Rinascita del Mezzogiorno, direttore - con Giorgio Amendola e Francesco De Martino - della rivista "Cronache meridionali". Ma la sua azione meridionalistica continuò anche negli anni seguenti e fu una costante della sua attività: perché egli non la considerava soltanto una lotta politica condotta per risolvere uno dei problemi più acuti della società nazionale, ma anche una lotta culturale perché lì, nel Mezzogiorno, si era sviluppato un filone della cultura italiana - quello che aveva elaborato i temi della questione meridionale da Giustino Fortunato a Gramsci - che era stato il filone più moderno ed anche più profondamente democratico della nostra più recente tradizione: Così egli intrecciò l'elaborazione marxista dei programmi per la rinascita del Mezzogiorno alla lotta per l'occupazione delle terre incolte, lo studio e la valorizzazione dei classici della questione meridionale alla presenza attiva nelle agitazioni contadine. E fu sindaco di Melissa per volere dei braccianti che se lo trovarono accanto nei giorni drammatici del barbaro eccidio.

Infine, un posto particolare, occupa Mario Alicata nella lotta per la libertà della cultura italiana. La sicurezza dell'orientamento e del giudizio era la caratteristica fondamentale della sua personalità intellettuale negli anni più maturi. Sicurezza che gli derivava dall'aver assimilato fino in fondo e in modo non meccanico la lezione del marxismo. Perché egli sapeva sempre, di fronte a ogni fenomeno culturale, compiere quell'operazione culturale che è così difficile ma che caratterizza uno studioso marxista: di verificare nel movimento reale, nella reale storia degli uomini, l'incidenza, la portata, la validità delle proposte culturali. Di qui una sorta di sesto senso che gli permetteva di scoprire subito quel poco o molto d'intellettualismo che si poteva trovare in molti scrittori o movimenti culturali. E non solo dove quell'intellettualismo era più scoperto, nella cultura dichiaratamente arcadica ed evasiva, ma anche in quella impegnata e di etichetta rivoluzionaria. Anche - e voglio proprio ricordarlo - nel famoso giudizio sul "Politecnico" di Vittorini (una nota critica apparsa su "Rinascita"), che tanto scandalo suscitò nel 1946 e negli anni successivi, e che oggi appare sempre più giusto a mano a mano che, accanto ai grandissimi meriti di quella rivista, sappiamo valutarne i limiti di tendenza culturale ancora chiusa nell'ambito della tradizionale cerchia di intellettuali. Anche nel giudizio sulla letteratura meridionalistica e, in particolare, sul "Cristo si è fermato ad Eboli" di Carlo Levi che egli analizzò in un saggio apparso su "Cronache meridionali" e che deve essere considerato uno dei saggi più rigorosi ed acuti che la critica marxista abbia saputo produrre in Italia. Qui nella contrapposizione di una civiltà contadina arcaica, chiusa nei suoi miti, nelle sue superstizioni, nella sua millenaria saggezza, e una città sfruttatrice e corruttrice di quel mondo (una città presa nel suo complesso, come simbolo della civiltà industriale nella quale si trovano uniti capitalisti e operai), egli coglieva non solo il limite ideologico di quella letteratura (che sarebbe stato ancora un giudizio puramente politico), ma vedeva la breccia attraverso la quale si inseriva, nell'esigenza realistica, il mito decadentista del primitivo e del selvaggio e le suggestioni decadenti dell'esotismo, del folclorismo, del pittoresco.

Questa capacità di rompere gli schemi intellettuali tradizionali nutrì l'azione che egli svolse come responsabile della politica culturale del Partito comunista negli anni fra il 1954 e il 1958. Così egli seppe mettere al centro della lotta culturale il rinnovamento della scuola e la battaglia contro la censura (in tutte le sue forme), così egli volle che il Partito comunista italiano si facesse paladino della libertà della creazione artistica e della ricerca scientifica (anche in polemica, talvolta, con alcuni partiti fratelli); così egli volle un marxismo aperto che non si chiudesse in dogmatici schemi ma si misurasse competitivamente con le altre correnti che venivano affermandosi nel mondo borghese. Egli, quindi, ebbe grande curiosità per il nuovo, ma ebbe anche la capacità di mantenere un distacco critico verso di esso, in modo da non farsi travolgere da mode intellettuali e di distinguere sempre il permanente dall'effimero, le vere conquiste culturali dalle formule suggestive ma vuote.

Queste le tappe e i motivi fondamentali di una vita di uomo politico e d'intellettuale. L'acutezza dei giudizi, l'originalità di alcune intuizioni, il calore con cui sapeva enunciarle e difenderle hanno spesso falsato agli occhi di chi non lo conosceva bene i tratti salienti della sua personalità, facendolo considerare troppo rigido, fanatico e rissoso. Il fatto è che la sua statura intellettuale e il suo temperamento tendevano a dominare a soggiogare gli interlocutori. Per questo egli si sentiva spesso drammaticamente solo: e diveniva impaziente verso gli amici, che non sapevano seguirlo alla sua altezza, e sarcastico verso gli avversari che gli apparivano dei pigmei.

Morì il 7 dicembre del 1966, il giorno successivo a un memorabile atto d'accusa pronunciato in Parlamento contro gli speculatori responsabili della rovina di Agrigento.


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RUGGERO GRIECO

GIUSEPPE DI VITTORIO

PALMIRO TOGLIATTI
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FUGA IN EGITTO (1645-1650 circa) Bartolomé Esteban Murillo


FUGA IN EGITTO (1645-1650 circa)
Bartolomé Esteban MURILLO (1617-1682)
Pittore spagnolo del XVII secolo
GALLERIA DI PALAZZO BIANCO a GENOVA
Tela cm. 210 x 163
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Pixel 1800 x 2270 - Mb 1,72


Giuseppe, avvertito dall'angelo che Erode stava cercando il Bambino appena partorito da Maria per ucciderlo, raccolte le povere masserizie, radunò la famiglia fuggendo in groppa a un asino alla volta dell'Egitto, dove rimasero fino alla morte del crudele re.
Dell'episodio Murillo scelse di raffigurare il momento in cui la Sacra Famiglia è in cammino verso la salvezza.
Sui volti dei personaggi non vi è alcun segno di stanchezza, il dolce sguardo della Madonna veglia dolcemente sul Bambino, abbandonato a un profondo sonno, ignaro del pericolo che incombe su di lui.
La morbida resa cromatica, la semplicità formale e la serena atmosfera che avvolge la composizione, elementi questi che caratterizzano l'attività giovanile dell'artista, contribuiscono a trasformare l'episodio sacro in uno stralcio di vita quotidiana: eliminato il pathos, rimane il sereno viaggio di due poveri viandanti.

Grazie alla facilità di lettura, il tema della Fuga in Egitto fu uno dei preferiti della Controriforma, di cui Murillo fu uno dei principali protagonisti..., infatti scopo primario della sua pittura era quello di lanciare messaggi comprensibili ai fedeli.
Il dipinto di Genova corre su questo binario: la scena è immediata ed essenziale, epurata da ogni sorta di decorativismo.
La stessa rigorosità si trova in altri lavori contemporanei di Murillo, come ad esempio la Fuga in Egitto, conservata all'Institute of Arts di Detroit..., per quanto riguarda invece l'altra versione dell'Ermitage di San Pietroburgo, databile alla fine degli anni Sessanta, lo stile appare più maturo con una maggiore morbidezza nella stesura dei colori e una maggiore luminosità.


L'opera venne commissionata a Murillo dai frati del convento di Merced Calzada di Siviglia ed eseguita intorno agli anni Cinquanta. Da qui venne sequestrata dal maresciallo Soult che la vendette insieme al resto del bottino a Parigi.
Acquistata per 51.000 franchi dalla duchessa di Galliera, nel 1899 la donò alla Galleria di Palazzo Bianco di Genova.
Del tema esistono molte repliche: oltre alle già citate versioni di San Pietroburgo, e quella di Detroit, segnalo anche quella dell'Art Gallery di Glasgow, già nella collezione di Luciano Bonaparte e donata al museo britannico da A. Mc Lellan nel 1854.


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LA MADONNA DEL ROSARIO

BAMBINI CHE MANGIANO UN DOLCE

BAMBINO CHE SI SPULCIA - Bartolomé Esteban Murillo

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mercoledì 28 ottobre 2009

FILIPPO LIPPI - Vita e opere


AUTORITRATTO Filippo Lippi
(1441-1447)

Particolare dell'Incoronazione della Vergine

Galleria degli Uffizi a Firenze

Tempera su tavola




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Filippo Lippi nacque a Firenze intorno al 1406 da Tomaso "beccaio", e Antonia di ser Bindo Sernigi.

Rimasto orfano assai presto, nel 1421 prese i voti nel convento del Carmine a Firenze, e come frate carmelitano ricoprì alcuni incarichi negli anni 1424-1428 nei conventi di Pistoia, Prato e Siena.

Ricordato per la prima volta come pittore in documenti del 1430, affrescò nel 1432 la "Conferma della Regola Carmelitana" (oggi frammentaria), in cui mostra la sua stretta dipendenza dai modi di Masaccio nella sobrietà delle forme e nell'accentuato plasticismo delle figure.

Nella fase giovanile il riferimento a Masaccio, che il giovane Filippo aveva sicuramente visto all'opera sulle pareti della cappella Brancacci al Carmine, è pressoché costante.

Nelle prime opere, le tinte sono delicate, ma la composizione manca di elementi costruttivi..., lo spazio viene sacrificato, e l'incoerenza delle misure si riflette nell'ordine confuso dei piani.
L'abilità tecnica progredisce, ma il gusto non si educa, nell'ingrandimento dei quadri ricchi di figure, di ritratti e di particolari.
Il presepio artificiale dell'Adorazione di Berlino accoglie la mistica innocenza della Vergine, ma intorno a lei l'Eterno e san Bernardo a mezzo busto, Gesù e San Giovannino non armonizzano, a mio avviso..., c'è più eleganza che comprensione.
La "Vergine col Bambino" della galleria Pitti è una gentile immagine un po' mesta, che risalta dal fondo circolare della tavola, dove i fatti di Maria, in graziosi gruppi di figurette, non obbediscono né a leggi prospettiche né a pause narrative.

Nel 1434 il pittore è documentato a Padova, dove lavorò nel Palazzo del Podestà e nella Basilica di Sant'Antonio, ma nulla ci è pervenuto.

A1 1437 risale la cosiddetta Madonna di Tarquinia, oggi a Roma nel museo di Palazzo Venezia, in cui sono scoperti i riferimenti alla contemporanea pittura fiamminga, soprattutto in direzione di Van Eyck e del Maestro di Flémalle.

La pittura del Lippi si orienta sempre più verso gli esempi di Domenico Veneziano, del Beato Angelico e del giovane Piero della Francesca.

In Filippo Lippi piacquero i sensi terreni, gli anacronismi del sacro e del profano.
Nel trittico con L'Incoronazione della Vergine " (Uffizi a Firenze) il trionfo celeste diventa una cerimonia religiosa, una specie di monacazione, cui partecipano gli invitati laici e ecclesiastici insieme con i giovinetti cantori, che portano i veli ed i gigli degli angeli.
Anche l'autore - frate assai libero - si inginocchia devoto, ed un nastro piegato ce lo indica... "Is perfecit opus".
Le proporzioni ed il rilievo contraddicono l'equilibrio di spazio fra la parte di mezzo e le laterali, ma il quadro che il Vasari giudica "bellissimo", e che meritò al Lippi la protezione di Cosimo de' Medici, interessa per il carattere delle teste e per la naturalezza delle espressioni.

A1 1456 dovrebbe risalire l'inizio del legame amoroso tra il pittore e la giovane monaca Lucrezia Buti.

Dalla loro scandalosa relazione, che il Vasari ricorda con parole di condanna, nacque il pittore Filippino Lippi.

Dal 1452 al 1466 l'artista fu impegnato, con il suo collaboratore Fra' Diamante, negli affreschi del coro del Duomo di Prato, città in cui lavorò anche per molti altri committenti..., questi affreschi aprono un vasto campo alla pittura italiana; l'artista vi profonde la sua commossa umanità ed il suo bisogno di conoscere a fondo la vita e di entrarvi senza riguardo all'unità d'azione.
Fra le "Storie dei SS. Giovanni Battista e Stefano", si devono rammentare "L'abbraccio di Giovanni ai genitori", che annunciano la magnificenza mondana del Ghirlandaio.

L'attività del Lippi diventò sempre più intensa, fino a culminare nella commissione, procuratagli da Cosimo il Vecchio de' Medici, per gli affreschi della cappella maggiore del Duomo di Spoleto, città in cui il pittore si spense nel 1469.


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INCORONAZIONE DELLA VERGINE (1441 – 1447) Filippo Lippi

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INCORONAZIONE DELLA VERGINE (1441 – 1447) Filippo Lippi


INCORONAZIONE DELLA VERGINE (1441 – 1447)
Filippo Lippi (1406 circa – 1469)
Pittore italiano del XV secolo
GALLERIA DEGLI UFFIZI a FIRENZE
Tempera su tavola cm. 200x 287
CLICCA IMMAGINE alta risoluzione
Pixel 2500 x 1770 - Mb 2,25


La grande pala d'altare ha un andamento orizzontale, ma presenta ancora nella parte superiore, a tre arcate, una scansione di tipo gotico.
E come se Filippo Lippi avesse voluto rimanere ancorato alla tradizione almeno per la forma della cornice.
Infatti per tutto il resto il pittore operò una vera e propria rivoluzione dei canoni compositivi e iconografici.
Fino a quel momento l'episodio sacro dell'Incoronazione della Vergine era sempre stato rappresentato in un'atmosfera celestiale, con riferimenti al Paradiso, agli angeli e ai Santi collocati in una sfera superiore a quella terrena.
Filippo Lippi trasferisce invece la scena su un piano del tutto umano.
Essa si svolge in una specie di grande palcoscenico a gradoni; sullo scalino più alto, sopra un ricco trono marmoreo, è seduto il Padre Eterno che incorona la Vergine inginocchiata ai suoi piedi.
Nella zona inferiore e in quelle laterali assistono all'evento gruppi di Santi in piedi o inginocchiati e una moltitudine di angeli.
Il committente in preghiera è ritratto sul lato destro, e spunta in maniera curiosa da una buca aperta nel pavimento.
Il quadro presenta molti altri particolari curiosi e piuttosto audaci se teniamo in considerazione il fatto che si tratta di un soggetto sacro destinato in origine all'altare maggiore di una importante chiesa fiorentina.

Alcune figure sono tagliate a metà dal bordo inferiore del quadro…, nello sfondo delle due lunette laterali compare una stranissima copertura a strisce blu e azzurre, che ricorda un moderno tendone da circo…, molti personaggi, ritratti per lo più dal vivo, si voltano verso di me spettatore anziché verso l'episodio sacro, e addirittura incrociano il loro sguardo con i miei occhi.
Anche Filippo Lippi mi guarda dal suo angolo in basso a sinistra, dove si è autoritratto, appoggiando la mano destra sul mento, anche se all'ultimo momento ha deviato lo sgiìuardo.

Questo artificio illusionistico era stato raccomandato ai pittori dal teorico dell'arte Leon Battista Alberti.


L’OPERA

Il dipinto fu commissionato a Filippo Lippi nel 1441 da Francesco Maringhi, canonico del monastero di Sant'Ambrogio a Firenze.
La tavola, portata a termine nel 1447, fu posta sull'altare maggiore della chiesa.
L'esecuzione dell'opera avvenne dopo la morte del religioso, sotto il controllo del suo erede testamentario, Domenico Maringhi.
Nel lavoro furono coinvolti, oltre a diversi componenti della affollata bottega lippesca, fra cui il giovane allievo fra Diamante, anche due carpentieri-intagliatori: Manno dei Cori e Domenico del Brilla, che realizzarono una ricca cornice, purtroppo andata successivamente perduta.


I GRANDI CICLI DI AFFRESCHI DI FILIPPO LIPPI


Oltre che all'eccellenza delle pitture su tavola, in cui è sempre ricorrente l'interesse del Lippi per la pittura fiamminga, la fama dell'artista è legata ad alcuni grandi cicli di affreschi, eseguiti durante la sua maturità.
Nel 1452 egli ricevette una importantissima commissione dal duomo di Prato, sua città natale: gli affreschi della Cappella Maggiore con Storie di Santo Stefano (Santo titolare della chiesa) e di San Giovanni Battista (patrono di Firenze).
Celebre è la scena delle Esequie di Santo Stefano, ambientata in una basilica di tipo paleocristiano, e quella del Convito di Erode con la sfrenata danza di Salomé.
Negli ultimi due anni di vita Filippo Lippi lavorò alla decorazione ad affresco dell'abside del duomo di Spoleto.
Le Storie della Vita della Vergine che vi sono rappresentate dichiarano un largo intervento dei collaboratori, fra i quali il solito fra Diamante e il giovane figlio del maestro, Filippino, che a quel tempo aveva dodici anni.


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FILIPPO LIPPI - Vita e opere

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martedì 27 ottobre 2009

GIUSEPPE DI VITTORIO (1892 - 1956)


Un bracciante agricolo di otto anni, un bambino, dunque, una sera d'estate, dopo aver fatto anche lui le sue dodici ore di lavoro, si accodò ai compagni più adulti, che, nel dormitorio di una « cafoneria » di Cerignola, sfilavano davanti al camino fumoso in fondo al camerone.
Con il « cravatto » in mano, ossia una ciotola di terracotta grezza riempita di pane a pezzetti, anche lui aspettava di poter versare su quel pane due mestoli d'acqua bollente salata,« l'acqua sale »: più in là, il capo della masseria, il rappresentante del padrone, avrebbe avaramente aggiunto di sua mano, su quel pastone, come condimento, una filiforme croce di olio di oliva.

Così, per cinque anni, si ripete l'umiliante cerimonia.

« Quanto è poco, quest'olio - dice spontaneamente il ragazzino divenuto tredicenne rivolgendosi agli altri braccianti, ai suoi compagni di lavoro, uomini già fatti, - perchè non ce ne facciamo dare di più? Se glielo chiediamo tutti, mica ci possono dire di no ».

In tal modo, avanzando con questa estrema naturalezza, semplicità e forza una rivendicazione così elementare, Giuseppe Di Vittorio, adolescente, comincia la sua carriera di sindacalista, di difensore degli sfruttati, di vendicatore di ogni sopruso, di ogni ingiustizia contro i lavoratori. Una carriera prestigiosa, che lo vedrà, nel corso di mezzo secolo, capolega dei braccianti di Cerignola, segretario della Camera del lavoro di Minervino Murge e poi di quella di Bari, parlamentare proletario di Puglia, capo dell'Associazione nazionale per la difesa dei contadini, combattente garibaldino per la libertà del popolo spagnolo, militante antifascista in Italia e in Francia, dirigente tra i più popolari del Partito comunista, uomo della Resistenza, presidente della Federazione sindacale mondiale e infine, ma soprattutto, Segretario generale, anzi artefice, della CGIL unitaria.

Una personalità così ricca, traboccante, complessa, non sopporta una definizione che la contenga tutta e la esaurisca: Di Vittorio sfugge alle definizioni. Eppure, c'è un segno inconfondibile, caratteristico della sua opera, un segno per cui Di Vittorio ha fatto storia, nel senso che appartiene e rimane nella. storia del paese intiero, dell'Italia, e non solo nella storia delle « classi subalterne », del movimento sindacale e operaio. E ciò proprio perchè la sua è una figura. di quelle che simboleggiano il passaggio della classe lavoratrice italiana dalla condizione di classe oppressa, confinata nella ribellione subalterna, alla posizione di classe che si fa egemone del processo storico-politico italiano, di classe nazionale, di classe dirigente, di governo. Il segno che egli ha lasciato è quello che ci consente di ricordare oggi Di Vittorio alfiere dell'unità sindacale, dell'unità proletaria, dell'unità delle masse popolari, dell'unità nazionale.

Il grande cerignolano traeva la sua forza principale oltrechè dal nativo talento, in primo luogo dalla sua origine sociale - come egli stesso teneva sempre a ricordare; dal fatto cioè di essere un bracciante nato da una famiglia di poveri braccianti pugliesi, sui quali gravava non solo il peso, antico, di una miseria di secoli, ma anche quello, recente, di una politica di oppressione antisindacale, antioperaia e anticontadina, quale quella che era in atto nell'Italia del tempo, l'Italia crispina.

Egli nasce l'11 agosto 1892 a Cerignola, in provincia di Foggia, e la povertà della sua famiglia gli consente di andare a scuola fino alla seconda elementare. Come egli non temeva di ricordare, fu un autodidatta: « Il mio liceo è stato l'esilio - diceva - e il carcere la mia università ».

La Lega contadini del suo paese natio lo elegge nel 1907, cioè a quindici anni, nel Comitato direttivo in rappresentanza dei giovani, e due anni dopo, al congresso costitutivo della Federazione regionale pugliese della gioventù socialista, viene eletto segretario. Ma la sua attività è sempre di natura sindacale, e nel 1911, infatti, i lavoratori di Minervino Murge lo vogliono come segretario della loro Camera del lavoro. In quello stesso anno, nel corso di uno sciopero bracciantile per ottenere le otto ore, viene arrestato e incarcerato per tre mesi nelle prigioni di Lucera.

Di Vittorio comincia dunque a pagare di persona, dall'età di diciannove anni, la sua attività di organizzatore instancabile della lotta di tutti coloro che soffrivano la sua medesima condizione. Una condizione « intollerabile, inumana, anticristiana », per chiamarla con gli aggettivi a lui consueti; una condizione contro cui Di Vittorio si ribellava perché, prima di ogni altra cosa, offendeva l'uomo come tale, il lavoratore in quanto uomo, e perchè discriminava la classe lavoratrice sul piano dei diritti civili, dei diritti « di natura », condannandola a uno stato di inferiorità rispetto a tutti gli altri cittadini.

Fu questa accesa passione, questa rabbia, questo slancio umano a determinare in Di Vittorio l'insoddisfazione, e poi la critica pratica, verso i metodi, le concezioni, la politica di tipo riformistico e corporativo, che caratterizzavano allora l'azione - per certi aspetti meritoria, tuttavia, come anch'egli sempre riconobbe - della vecchia Confederazione del lavoro; e a fargli ritenere di poterne provocare il rinnovamento o, in caso contrario, di sostituirla, con l'anarco-sindacalismo. Ecco perchè il socialista Di Vittorio tra i diciotto e i venti anni abbraccia le idee di Sorel e di Arturo Labriola, di Salvemini e di De Ambris, diventa sindacalista rivoluzionario, è amico di Masotti, di Malatesta, di Borghi e, più tardi, dello stesso Corridoni. Egli rimane certo un socialista, ma nell'animo è un libertario e fino intorno al 1920 milita nelle file dell'Unione sindacale italiana, l'organizzazione « sindacalista rivoluzionaria », portandosi dietro quasi tutto il movimento sindacale pugliese. Ma al momento della costituzione dell'USI, che avviene a Modena nel 1912, appare quel segno inconfondibile di tutta l'opera di Di Vittorio, il segno dell'unità. In quell'anno egli si trovava di nuovo in carcere, e quando apprese della nascita dell'organizzazione anarco-sindacalista, dal carcere fece sapere che in Puglia egli avrebbe seguito questa linea: se la maggioranza dei lavoratori di una lega, di un sindacato o di una Camera del lavoro decidevano di aderire all'Unione sindacale italiana, bene; ma se i lavoratori che volevano uscire dalla CGIL erano una minoranza, allora non si doveva scindere in due l'organizzazione « dei confederali riformisti », bensì costituire una sezione autonoma all'interno di essa, senza crearne un'altra. A questo modo, in tutta la Puglia, grazie a Di Vittorio il principio dell'unità sindacale non venne infranto.

L'amnistia politica, che strumentalmente il governo concesse al principio del 1915 in vista dell'entrata in guerra, mette fuori dal carcere Di Vittorio, che era implicato in una serie di processi per le numerose agitazioni sindacali che egli aveva organizzato e diretto o alle quali aveva partecipato (tra cui quella, terribile e cruenta, della settimana rossa, nel giugno del 1914), e gli permette di rientrare dall'esilio di Lugano. Ma appena messo piede in Italia, è chiamato alle armi e assegnato a Roma, al 1° reggimento bersaglieri. Il « senza patria » è mandato in trincea e combatte sul Carso, sull'Altipiano dei sette comuni, nel Trentino, dove, alle pendici del Monte Zebio viene ferito gravemente, tanto da venir dichiarato inabile alle fatiche di guerra. Ma sin dall'ospedale egli è sotto vigilanza, e infine, per la sua precedente attività di oratore e di giornalista contro i capi dell'esercito e contro la politica di guerra della borghesia, la polizia lo segnala come « sovversivo pericoloso » al comando dell'unità d, cui Di Vittorio faceva parte. Egli viene allora trasferito in una compagnia speciale di disciplina all'isola della Maddalena, in Sardegna, di là in Sicilia e poi a Porto Bardia, ultimo presidio italiano in Cirenaica al confine con l'Egitto. Qui rimane fin quando non viene congedato, alla fine del 1918. Tornato « in borghese », Di Vittorio riprende subito il suo posto di dirigente sindacale in Puglia. Sono gli anni 1919-1920, il « biennio rosso ». In questo periodo più che in ogni altro, il bracciante pugliese, l'anarco-sindacalista Di Vittorio si interroga e cerca la strada della rivoluzione anticapitalistica, la strada della rivoluzione proletaria. Egli si va accorgendo che lo strumento sindacale non basta; sente che il sindacato, anche proteso nella sua « azione diretta », è incapace di dare espressione compiuta ed efficace, di aprire uno sbocco positivo e costruttivo a quelle aspirazioni delle masse che sono neglette dal riformismo. Soprattutto, l'agitatore entusiasta, il tribuno generoso avverte il pericolo dell'isterilimento. E si fa così luce via via in lui la virtù politica della prudenza, la quale affina e trasforma la dote - naturale - dell'intuizione pronta, lampeggiante, geniale (ma talvolta troppo rapida e persino frettolosa) nella capacità - acquisita - di verificare, di controllare con acume critico le esperienze fatte e i principi già ritenuti certi, le categorie di giudizio politico credute valide. In questi anni diviene insomma più assidua e più attenta in Di Vittorio la ricerca dell'incontro con una politica rivoluzionaria, a mano a mano che il sorelismo mostra la corda e lo stesso socialismo antiriformista, massimalista, al pari del socialriformismo - come anche i democratici radicaleggianti, l'intellettualità meridionalista e il popolarismo antigiolittiano di Sturzo - fanno naufragio. Nessuno di essi, cioè, sa essere l'avanguardia politica di un movimento popolare e proletario che, dopo la Rivoluzione bolscevica dell'ottobre 1917, e immediatamente dopo la fine della guerra, era cresciuto in maniera possente fino ad assumere, nel corso di brevissimi anni, uno sviluppo esplosivo: sul terreno sindacale e su quello politico.

Da queste insufficienze, da questo combinarsi di incapacità e di impotenza politica, venne fuori il caos, venne l'avventura fascista. L'ultima ondata dell'offensiva proletaria, l'occupazione delle fabbriche del 1920, stante tutto ciò, rifluisce: cominciano gli anni del « martirio del proletariato ». Nel febbraio del 1921 Di Vittorio si fa promotore di uno sciopero generale antifascista in tutta la Puglia, che riesce, ma poche settimane dopo egli è arrestato e inviato di nuovo in carcere a Lucera. Vi resta poco tempo però perchè i lavoratori pugliesi alle elezioni politiche del maggio 1921, gli restituiscono la libertà, eleggendolo deputato nella lista socialista appoggiata dai voti del giovane Partito comunista, sorto quattro mesi prima. Di fronte al dilagare delle aggressioni fasciste, tutte le organizzazioni sindacali e politiche del proletariato e della sinistra costituiscono nel 1922 l'Alleanza del lavoro, nel cui comitato dirigente Di Vittorio viene eletto in rappresentanza delle Camere del lavoro di Bari e di altre città pugliesi. Ed è proprio l'Alleanza del lavoro che, per porre una diga al terrore fascista decide lo sciopero generale antifascista dell'agosto. L'iniziativa non ebbe, nell'insieme del paese, il successo che meritava. In talune zone tuttavia la sua riuscita fu plebiscitaria, come a Bari e in Puglia. I fascisti pugliesi concentrati a Bari, con rinforzi emiliani, non riuscirono a penetrare in Bari vecchia e tanto meno a occupare la Camera del lavoro, essendo stati respinti e messi in fuga dagli Arditi del popolo e dalle masse lavoratrici baresi. La Camera del lavoro di Bari fu tra quelle poche che le squadre fasciste non riuscirono mai a occupare, prima che il fascismo s'impadronisse del potere. E quando questo evento si compie, Di Vittorio è ormai maturo per compiere il suo passo politico decisivo.

Quanto gli avevano insegnato la sua opera e la sua esperienza di dirigente sindacale; quella ribellione netta e radicalissima contro le iniquità e le prevaricazioni insite nel sistema sociale borghese; quell'impulso inesauribile a dare una battaglia senza quartiere, senza patteggiamenti di comodo e compromessi servili, contro l'aspetto capitalistico; tutto ciò aveva bisogno della mediazione della politica, e però di una determinata politica, cioè di una politica effettivamente rivoluzionaria e di una organizzazione politica che la incarnasse. Di Vittorio, ormai, sa che solo a questo patto il suo impulso a sostenere le rivendicazioni dei diritti irrinunciabili dell'uomo, i suoi richiami al principio di giustizia, la nobiltà della sua protesta, possono venir armate, possono acquistare mordente, possono aver presa e divenire forza storica concretamente operante, senza più perdersi nell'indignazione moralistica, senza più cedere alle tentazioni acceleratrici dell'impazienza anarchica, e al tempo stesso senza più esaurirsi nel piatto opportunismo e venir mortificate e spente nell'esangue prassi riformistica. E fu appunto negli anni tra il 1921 e il 1923 - in quel periodo cioè cruciale e tremendo per le sorti della classe lavoratrice e del paese - che Di Vittorio scioglie alfine, positivamente, il complesso intreccio e il risultato delle sue meditazioni, dei suoi contatti politici, dei suoi legami con i lavoratori entrando nel nuovo partito della classe operaia, nell'organizzazione politica rivoluzionaria fondata su una teoria politica rivoluzionaria, nel Partito comunista. Certo, con questo evento scompare dalla scena politica italiana l'ultima vera figura di libertario.
Con l'ingresso di Di Vittorio nelle fine comuniste, seguito dalla parte sana della corrente anarchica e sindacalista rivoluzionaria, quest'ala intransigente e generosa del movimento operaio italiano trova l'accoglimento e l'inveramente storico delle giuste esigenze di cui essa si faceva portatrice, di quei valori positivi che aveva nel suo seno, ma di, cui sapeva soltanto ergersi o a corrucciata vestale o a vendicatrice disarmata. Ma non significò soltanto questo l'ingresso di Di Vittorio nel Partito comunista: esso significò anche, per così dire, l'incontro tra giusnaturalismo e politica, cioè
tra le aspirazioni incoercibili dell'uomo come tale - il diritto alla vita, alla giustizia, alla libertà, al lavoro - e la forza, lo strumento che possono realizzare quelle aspirazioni in concreto, sul terreno storico, sul piano dello Stato. L'entrata di Di Vittorio nel PCI simboleggia anche il congiungersi e il collegarsi delle masse lavoratrici e del popolo degli umili e degli oppressi con una organica avanguardia politica, con quel partito proletario, che le libera dalla loro indistinzione di agglomerato sociale e le costituisce in una ben definita forza sociale e politica, raccogliendole attorno a quella classe rivoluzionaria, la classe operaia; perno e motore del rinnovamento complessivo della società nazionale. Allorchè Di Vittorio diviene comunista si suggella, ancora, il confluire della rivoluzione contadina nella rivoluzione proletaria, si ha la libera accettazione da parte delle genti delle campagne della funzione egemonica, nazionale, della classe operaia, si ha l'alleanza delle plebi meridionali con il proletariato del triangolo industriale.

Ma se la storia personale di Di Vittorio è come l'emblema, lo specchio, di quello che fu il processo storico dal quale; con il cresce re del movimento operaio, maturarono le fortune del paese, non si può dimenticare che Di Vittorio era il sindacato, in uria misura e in un modo con cui nessun altro lo è stato in questi cinquant'anni. Come giocò, allora, sulla natura così schiettamente e ininterrottamente sindacale dell'opera di Di Vittorio, il suo incontro con la politica, con la politica rivoluzionaria, con la politica comunista? Giocò nel senso, ci sembra, di filtrare, di rendere limpido e netto, ma per ciò stesso di ridimensionare, di ricollocare entro i suoi giusti confini, il sindacalismo; di fargli superare, cioè, quel carattere rigoristico, ma velleitario, che aveva animato l'azione di Di Vittorio in gioventù; giocò, in una parola, nel senso di fargli criticare e superare l'errore del pansindacalismo, gli permise di cogliere, oltre al requisito primordiale di ogni autentico sindacato, l'unità, anche l'altro requisito coessenziale al primo, cioè l'autonomia del sindacato, che nasce dall'acquisita distinzione tra sindacato e partito, tra azione sindacale e azione politica. Certo questo processo di chiarificazione è lento e faticoso, in Di Vittorio come in tutto il movimento sindacale di classe. È un processo che subisce delle pause e anche delle involuzioni, in ragione delle circostanze storiche in cui si compì, e durante il fascismo e nel periodo del postfascismo: è un travaglio che non avvenne solo nelle coscienze dei singoli, ma che investí i rapporti fra le varie formazioni politiche antifasciste, i rapporti tra i tre grandi partiti di massa e poi la stessa complessa dialettica che ha caratterizzato nel dopoguerra, le relazioni tra il Partito socialista e il Partito comunista. Ma questo riconoscimento della distinzione dei rispettivi compiti istituzionali del sindacato e del partito è senza dubbio il punto d'approdo, la percezione chiarissima a cui giunge Di Vittorio negli ultimi anni della sua vita, proprio in base all'esperienza fatta sotto la tirannide fascista, nell'emigrazione, e nella clandestinità, nella Resistenza, nel periodo dell'unità della CGIL e, soprattutto, dopo le scissioni sindacali dal 1948-'49.

Dal 1923 al 1925 Di Vittorio si dedica specialmente all'organizzazione dei lavoratori della terra. Chiamato a far parte della sezione agraria del Partito comunista insieme a Ruggero Grieco, viene poi nominato segretario dell'Associazione nazionale dei contadini, voluta da Gramsci, la quale però ebbe breve e contrastata vita fino a che non venne sciolta con decreto fascista. Nello stesso anno, è nuovamente arrestato e processato. Messo in libertà provvisoria per scadenza di tutti i termini, alla vigilia della promulgazione delle leggi eccezionali e della costituzione del tribunale speciale, ripara in Francia per disposizione e con l'aiuto del suo partito. La famiglia - la moglie e i figli piccolissimi - lo seguono abbandonando Cerignola, all'alba di un mattino, nascosti dentro un carro di fieno. La magistratura fascista intanto in contumacia Di Vittorio a dodici anni di carcere.

A Parigi, assunto il nome di Mario Nicoletti, è fra i dirigenti del movimento antifascista degli italiani emigrati in Francia, ma partecipa attivamente alla direzione e all'organizzazione dell'attività sindacale clandestina in Italia, dove la Confederazione generale del lavoro - dichiarata sciolta dai suoi dirigenti nel novembre del 1926 - viene ricostituita illegalmente nel febbraio del 1927, seguitando a vivere e a combattere. In questi anni Di Vittorio pianta le lontane radici, che daranno i loro frutti diciotto anni più tardi; dell'unità sindacale anche con le organizzazioni sindacali « bianche », le cui vicende storiche e la cui attività sindacale solo raramente avevano trovato in passato delle convergenze con la Confederazione « rossa ». Si intensificano infatti da parte di Di Vittorio tra il 1923 e il 1928 i contatti, i colloqui, gl'incontri con gli esponenti della Confederazione « bianca »: egli ha discussioni con Rapelli, con Miglioli, con Grandi e i suoi sforzi e i suoi argomenti sono tutti incentrati sull'obiettivo di gettare le basi di una unica organizzazione sindacale, tanto più necessaria per resistere e difendere i lavoratori sotto il fascismo.

Nel 1928 si reca a Mosca quale rappresentante per l'Italia nell'Internazionale dei contadini, affiliata al Profintern (la Internazionale sindacale rossa), dove si incontra anche con Miglioli, presente come osservatore a titolo personale. Due anni dopo, rientrato a Parigi, dove scrive un opuscolo in lingua francese, Il fascismo contro i contadini, è eletto membro del Comitato centrale e dell'Ufficio politico del Partito comunista, e in quello stesso anno, nel 1930, assume la direzione della Confederazione del lavoro clandestina.

Sotto l'infuriare della bufera fascista e contemporaneamente all'avvento del nazismo in Germania, si fanno più forti le spinte al l'unità antifascista e all'unità fra socialisti e comunisti. Nel 1934, tra i firmatari del primo Patto di unità d'azione tra i due partiti c'è Giuseppe Di Vittorio; e al grande comizio parigino, in celebrazione del duplice Patto di unità d'azione tra socialisti e comunisti italiani e francesi, furono oratori Marcel Cachin e Léon Blum per la Francia, Pietro Nenni e Di Vittorio per l'Italia. Il nazifascismo intanto, mentre va costruendo la sua macchina di guerra, arma i traditori interni della Repubblica democratica spagnola. La risposta degli antifascisti di tutta Europa è pronta, anche se si dimostrerà impari, nel suo eroismo, alle forze della reazione internazionale. La terra di Spagna si arrossa del sangue degli operai, dei contadini, degl'intellettuali che resistono alle falangi franchiste. Accorrono volontari nelle file repubblicane da ogni parte del mondo: fra essi si arruola anche « Nicoletti », che, come commissario politico della la brigata internazionale « Garibaldi » partecipa anche alla difesa di Madrid.

Tornato nuovamente a Parigi dopo la sconfitta della Repubblica spagnola, è direttore dell'unico giornale che si pubblica in lingua italiana, « La voce degli italiani »; un foglio di larga unione democratica e antifascista, da dove conduce una incessante opera di chiarificazione contro la politica bellicistica, autarchica e di affamamento del popolo condotta dal governo fascista. Quando scoppia la seconda guerra mondiale e la Francia viene occupata dalla Wehrmacht e dalle SS, Di Vittorio è obbligato a ritornare al lavoro clandestino. La polizia francese, al servizio dei tedeschi, nel febbraio del 1941 riesce a scovarlo e ad arrestarlo. Di Vittorio peregrina per cinque mesi fra le carceri della Francia e della Germania, finché, nel luglio del 1941, manette ai polsi, viene consegnato al governo fascista italiano, che dapprima lo invia ancora una volta al vecchio carcere di Lucera e quindi al confino, nell'isola di Ventotene, dove rimane fino alla caduta della dittatura fascista.

Nell'agosto del 1943 insieme a Bruno Buozzi, Achille Grandi, Giovanni Roveda, Oreste Lizzadri e altri, tornato libero a Roma viene nominato dal governo Badoglio tra i commissari delle disciolte Confederazioni sindacali fasciste, e precisamente segretario della Federazione nazionale dei lavoratori agricoli. Gli avvenimenti dell'8 settembre costringono Di Vittorio di nuovo alla clandestinità. Mentre infuria la bestiale occupazione nazista, Di Vittorio dedica la sua attività principale nell'ambito della Resistenza a tessere le fila dell'unità sindacale, a far nascere la Confederazione generale italiana del lavoro unitaria. Con Buozzi, con Grandi, con Gronchi, con Lizzadri, con Rapelli, con Pastore e poi con Nenni, De Gasperi, Amendola, ai giardini di piazza Mazzini, nel chiostro della chiesa della Minerva, nei rifugi clandestini di questo o quel compagno, da Ponte Lungo al quartiere Prati, sfuggendo alle trappole dei tedeschi e dei fascisti repubblichini, Di Vittorio costruisce insieme agli altri colleghi di ogni parte politica il testo del Patto di Roma di unità sindacale che viene finalmente messo a punto e approvato da tutti il 3 giugno 1944, un giorno prima della liberazione di Roma.

Chi minò alla base, e poi fece crollare, il regime delle « camicie nere »? Quale forza sociale, interpretando una coscienza e una volontà che avevano ormai conquistato l'intero corpo della nazione, si mise alla testa della Resistenza, fece dà guida alla lotta per la libertà, alimentò le formazioni partigiane, abbandonò le fabbriche con quei memorabili scioperi che nel marzo del 1943 costituirono l'inizio inarrestabile della nostra riscossa popolare e patriottica, e dettero all'Italia la liberazione? Fu la classe operaia, furono i lavoratori, i quali, così agendo fecero ciò che non poteva più, nè sapeva più fare la borghesia: salvarono il paese.

Dunque, da folla di estranei e di esclusi dal potere, da respinti ai margini dello Stato i lavoratori - tutti i lavoratori, in quanto classe - divenivano la pietra angolare e il fondamento del nuovo Stato, libero e democratico, diventavano la nuova classe dirigente. La politica che consentì questa svolta storica nella vita nazionale fu la politica unitaria, fu la politica dell'unità delle forze antifasciste e delle masse popolari. Evidentemente un simile indirizzo politico generale del paese non poteva non avere le sue ripercussioni positive e innovatrici anche nello specifico campo sindacale, nel senso di determinare un mutamento del vecchio rapporto, che nell'Italia prefascista e fascista era esistito, tra le organizzazioni sindacali - allora divise e concorrenti, - tra i lavoratori e lo Stato, tra i sindacati e i partiti.

La rottura della grande alleanza di guerra tra i popoli e gli Stati liberal-democratici e socialisti che avevano, uniti, schiacciato la bestia nazista; l'avvento della guerra fredda; la rottura dell'alleanza politica e di governo, che aveva unito in Italia i tre grandi partiti di massa e aveva dato al paese la Repubblica e la Costituzione; il conseguente riaffiorare di antichi esclusivismi ideologici, fecero maturare le scissioni sindacali del 1948 e del 1949. Per evitarle, dapprima, e, poi, per risanare i danni da esse provocati, Di Vittorio, come tutti sappiamo, fece il possibile e l'impossibile. A un giornalista che alla fine del primo congresso della CGIL nel giugno del 1947 gli chiedeva: « Ma se la corrente cristiana se ne va dalla CGIL e costituisce un altro sindacato, lei, onorevole, che cosa farebbe »? Di Vittorio rispose: « Respingo il suo malaugurio, ma, se ciò dovesse avvenire, proporrei immediatamente al nuovo sindacato l'unità d'azione, il fronte unico di tutti i sindacati contro tutti i padroni ».

Malauguratamente le scissioni si produssero e Di Vittorio, la CGIL, risposero offrendo e ricercando tenacemente l'unità d'azione con la CISL e con la UIL. Ma poiché la politica unitaria e il riavvicinamento tra i sindacati, specie nei primi anni dopo le scissioni, stentavano a realizzarsi, nel 1949 dalla genialità e dalla sensibilità sindacale e politica di Di Vittorio nacque quella proposta, che spostava sul terreno della politica economica gli sforzi per la ricostruzione dell'unità, afferrandosi a un'esigenza nazionale di progresso e di civiltà, impossessandosene e interpretandola in quanto leader sindacale: il Piano del lavoro. Una proposta, questa, che, mentre partiva, presupponeva e si fondava sull'intento di realizzare l'unità dei sindacati e della classe lavoratrice (divisi da una esiziale polemica interna), faceva al tempo stesso tornare il movimento sindacale a essere il protagonista centrale, di primo piano, della ricostruzione economica del paese e del suo sviluppo sociale; e, per di più, costituiva l'idea forza trascinatrice e mobilizzatrice di tutte le energie sane della nazione su obiettivi di rinascita e di progresso. Il grido con cui Di Vittorio, concludendo i lavori della Conferenza economica per il Piano del lavoro, che si svolgeva al Teatro Quattro Fontane di Roma nel febbraio 1950, fu l'Italia al lavoro, unita!

Per Di Vittorio, dunque, l'unità sindacale non corrisponde solo ad una esigenza interna della classe lavoratrice, a un bisogno che essa perennemente vuole soddisfare per acquisire più forza sul mercato del lavoro, più potere contrattuale verso i padroni: oltre a questa funzione primordiale l'unità del sindacato è per Di Vittorio uno strumento potente e insostituibile per lo sviluppo della società nazionale, un'arma di affermazione e di sviluppo della libertà e della democrazia, un mezzo per ottenere la applicazione dei principi della Costituzione repubblicana. Le sue proposte, le sue battaglie per la difesa dei diritti sindacali e delle libertà dei lavoratori nell'azienda, le sue proposte costruttive nel campo della politica sociale per lo sviluppo dell'occupazione e del reddito, della cultura del popolo, il suo senso della misura e dell'equilibrio nella composizione delle vertenze più spinose e di fronte agli eccidi proletari - ossia le tappe e i modi che caratterizzano la sua opera e la sua azione fino all'ultimo giorno della sua esistenza alla testa della CGIL, - stanno a provare l'inscindibile nesso tra la funzione di classe e la funzione nazionale che un autentico sindacato deve assolvere nella vita del paese. E dalla autenticità del sindacato, dallo sforzo per trovargli una collocazione specifica nella dialettica democratica e sociale, e nell'intento di sottrarlo a ogni pericolo o tentazione di delegare i compiti e i poteri che gli sono propri ad altri organismi, ovvero di subire o ammettere indebite supplenze nell'esercizio delle sue funzioni istituzionali da parte di altri organismi, Di Vittorio, nel 1955-1956, perviene a un nuovo arricchimento della concezione che aveva dell'unità del sindacato.

Per giungere ad essere stabilmente unitario, il sindacato, e dunque la CGIL, oltre a essere indipendente dal padronato, deve essere autonoma anche dai partiti, da tutti i partiti, anche dai partiti dei lavoratori. Questa è l'affermazione che egli esplicitamente fa il 1° agosto 1956 quando, nell'articolo di fondo dell'« Unità » di quel giorno, « Fermenti di unità sindacale », egli afferma che è ormai giunto il momento di porre fine alla vecchia concezione che considera il sindacato « cinghia o leva o strumento di trasmissione dei partiti ». In questo modo Di Vittorio, da un lato indicava la necessità e poneva le premesse della liquidazione e del superamento del vecchio errore della apoliticità del sindacato e, dall'altro, riscopriva, indicava ed esaltava la nuova verità dell'autonomia del sindacato: autonomo e non autarchico, autonomo e non autosufficiente, autonomo ma aperto all'incontro con la politica, con i partiti democratici, costituzionali, progressivi, nella riconquistata distinzione delle rispettive finalità, dei differenti compiti, obiettivi, mezzi e strumenti di azione. E' questo il messaggio attualissimo che egli ha lasciato ai lavoratori e ai sindacati italiani, oggi positivamente impegnati in una fraterna, comune ricerca delle condizioni che permettano di realizzare l'obiettivo, che è nel cuore di tutti: l'unità sindacale organica.

« L'unificazione sindacale non avrà nè vinti nè vincitori - disse Di Vittorio allo Esecutivo della CGIL dell'ottobre 1956, un anno prima di morire -: Essa sarà vittoria di tutti i lavoratori contro le forze che ostacolano il progresso sociale del paese ». I lavoratori e i sindacati italiani, ai quali tutti egli appartiene, e non solo a una parte di essi, siamo certi che sapranno tener fede a questa consegna, per poter essere, oggi, nelle condizioni attuali nuove, gli eredi, i moderni continuatori e gli interpreti di Giuseppe Di Vittorio, alfiere dell'unità.


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lunedì 26 ottobre 2009

BALIA E BAMBINO (1620 circa) Frans HALS


BALIA E BAMBINO (1620 circa)
Frans HALS (1580 circa – 1666)
Pittore olandese del XVII secolo
STAATLICHE MUSEEN di Berlino
Tela cm. 86 x 65


Dal fondo scuro emerge il volto di una donna di mezza età e di un neonato, dal sesso non identificabile, che occupa tutto il primo piano della composizione.

L'abito semplice della don­na, impreziosito solo dal lindo colletto bianco ricamato, è in contrasto con quello elegante del neonato, di broccato fittamente ricamato con fili d'oro a motivi vegetali e arricchito da raffinate trine riportate anche nella cuffietta.

La donna è ritratta nel gesto di offrire un frutto al neonato, tema questo abbastanza usuale nell'iconografia olandese, quasi a voler distrarre il piccolo per costringerlo a guardare verso il pittore che lo sta ritraendo.

La lucida resa formale e la particolare attenzione al carattere dei personaggi indicano che si tratta di un ritratto ufficiale, nonostante l'espressione gioiosa e accattivante, lontano dalla spontaneità degli inconsapevoli modelli che Hals amava trovare per la strada, come ad esempio Il bambino che sorride del Maurithuis de L'Aja.

A tutt'oggi i due personaggi ritratti non sono stati identificati.
Qualche critico ha suggerito possa trattarsi della madre volutamente abbigliata con una veste dimessa per dare maggiore risalto al carattere del neonato…, ma l'ipotesi più accreditata è che si tratti di una balia che tiene fra le braccia un neonato appartenente a una ricca famiglia locale, così come lascia intendere l'elegante abbi­gliamento del bambino.

È possibile che il ritratto sia stato commissionato ad Hals in occasione del battesimo.
In passato è stato ipotizzato che possa trattarsi della piccola Catharina, figlia dell'avvo­cato Pieter Hooft e di Gertruyde Overlander, nata nel 1618 ad Amsterdam e che nel 1619-1620 circa risiedeva ad Haarlem.
Questa datazione risponde ai caratteri del ri­tratto, eseguito da Hals sotto l'influenza dei caravaggeschi di Utrecht (H. Ter Brugghen, G. van Honthorst ecc.).
Questi dopo il soggiorno a Roma avevano importato in patria moduli desunti da Caravaggio, soffermandosi in particolare ai temi popolani, facendo largo uso del chiaroscuro che creava un forte impatto emotivo.

Il quadro è stato identificato con quello men­zionato nell'inventario redatto nel 1709 della col­lezione di Pieter de Graeff di Amsterdam e con­servato presso il castello di Ilpenstein.

Messo in vendita insieme al resto della collezione, nel 1872 venne acquistato dai Suermondt e nel 1874 passò ai musei di Stato di Berlino.


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REALISMO OLANDESE DEL '600

FRANZ HALS - Vita e opere

BANCHETTO DEGLI UFFICIALI DELLA MILIZIA DI SAN GIORGIO - Franz HALS

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