venerdì 28 dicembre 2007

EUTANASIA - La dolce morte - EUTHANASIA


L'UCCISIONE PIETOSA

Molti anni fa fu proiettata sui nostri schermi ...Giustizia è fatta.. di André Cayatte, vi fu un po' dovunque, dalle pagine dei settimanali ai cenacoli intellettuali di provincia, un subitaneo accendersi di discussioni e di polemiche sulla legittimità morale della cosiddetta "uccisione pietosa".
Faceva sfondo al film - chi si ricorderà - la patetica figura di una donna processata e condannata per aver tolto la vita all'uomo amato, sofferente di un male incurabile.
Il dibattito sull'uccisione o, come più comunemente si dice, sull'eutanasia, poteva però trarre spunto dalla cronaca prima ancora che dal cinema, poteva e può prendere l'avvio dai drammi della vita reale ancor prima che da quelli impressi sulla "celluloide".
Oggi appaiono ancora sui nostri teleschermi le tristi immagini di Piergiorgio Welby che chiedeva solamente di poter morire in pace.
L'aspirazione ad una morte rapida e dolce che risparmi lugubri e penose agonie, l'aspirazione all'eutanasia, è qualcosa di assolutamente ovvio e di assolutamente universale.

Eutanasia è parola di derivazione greca, composta da ..eu.. che significa ..bene.. e da ..tanatos.. che significa ..morte.. . Ora tutti desiderano la "buona morte" e non c'è nessuno al mondo che non guardi con preoccupazione e timore alla prospettiva di una fine tormentata e dolorosa. Ma eutanasia significa anche intervento del medico per troncare le sofferenze del malato quando non esistano più speranze di guarigione.
Il quesito che ne scaturisce è facilmente formulabile anche se la soluzione è tutt'altro che facile: ha diritto di praticare l'eutanasia?
Hanno diritto le persone più vicine al morente di richiedere, con o senza la sua sollecitudine, un intervento che pietosamente lo sciolga dal dolore e della vita?
E' da ammettersi o da respingersi una simile decisione?
Contro l'eutanasia così intesa si erge una serie di argomentazioni fondate sulla lunga tradizione religiosa, morale e metafisica. Il sacerdote, ad esempio, ci verrà a dire che la vita umana è qualcosa di sacro e intangibile*** ...., che poiché essa ci è stata data da Dio, solo Dio ha il diritto di togliercela e che procurando artificiosamente il decesso, sia pure a fini umanitari, si usurpa empiamente una "funzione" che spetta alla Provvidenza. Non solo, ma così facendo, si impedisce al morente di vivere con rassegnata consapevolezza la propria agonia, consapevolezza giudicata necessaria per il supremo raccoglimento, per il pentimento o la conversione in extremis.
Il valore di queste obiezioni è dato dal valore della tesi su cui si fondano…, chi non riconosce valore a quella tesi (e non si vede perché si debbano necessariamente riconoscerlo), nega naturalmente valore anche alle obiezioni.
Che la nostra vita abbia origini divine, soprannaturali e appartenga al "donatore" celeste…, che chiuso il breve capitolo terreno ciascuno di noi si affacci alla vita eterna con il relativo premio o castigo, tutti questi sono argomenti di fede, rispettabilissimi ma squisitamente dogmatici e per loro natura assolutamente indimostrabili.
Una concezione diversa, che affermi invece l'autonomia dell'umano, la sua non dipendenza da un ipotetico trascendente, non formulerà certo contro l'eutanasia obiezioni di principio di questo tipo. Secondo tale concezione, che piaccia o no ha fatto in questi quattro o cinque secoli moltissimo cammino, l'uomo è responsabile solo di fronte a se stesso e di fronte agli altri, ha diritti (e doveri) solo verso di sé come individuo e verso di sé come società. La vita appartiene a lui, e compito suo è quello di viverla nel modo migliore, nel modo più completo e più degno, secondo la "tavola dei valori".
Orbene, se nell'imminenza ormai riconosciuta e inevitabile della fine, questa vita viene abbreviata, evitando così spasimi ed angosce, ciò non dà luogo a nessun particolare problema, non va contro nessuna pregiudiziale ed appare come atto di liberazione del tutto logico e saggio. Anzi, si può sostenere che proprio attraverso questo atto l'uomo (l'uomo in generale, come umanità) fa un'affermazione, sia pur negativa, di libertà e di potere…., esercita quel poco di "controllo" che in questo caso gli è consentito di esercitare…., lancia un'ultima sfida alla sorte avversa che lo ha ridotto ad un povero essere consumato dalla malattia e dalla sofferenza e ormai irrimediabilmente condannato.
A quella sorte egli non dà completamente partita vinta, poiché non attende passivamente che la "condanna" venga eseguita, ma prende l'iniziativa, anche se si tratta di una iniziativa necessariamente disperata.

Più plausibili e consistenti delle obiezioni a sfondo moralistico-religioso, mi sembrano le obiezioni che, soprattutto da parte dei medici, vengono rivolte alla pratica dell'eutanasia.
Come avere l'assoluta e perentoria certezza che non sussista per il malato più nessuna possibilità di salvezza?
Come escludere anche nel morente si possano destare imprevedute energie o che all'ultimo momento si scopra un nuovo ed efficace metodo di cura? Tenui, esili possibilità, si può controbattere.
Certo, ma possibilità che non possono venir trascurate, di cui non si può non tenerne conto. D'altro canto, è pur vero che la scienza e l'arte medica sono in possesso di mezzi capaci, in molti se non in tutti i casi, di alleviare non poco le sofferenze.
A simili obiezioni, che non sono di principio, ma, diciamo così, tecniche, non si può negare serietà ed importanza.
Il giudizio dell'eutanasia si presenta dunque come un giudizio tipicamente problematico. Le ragioni che militano in favore non sono tali da scalzare del tutto le ragioni contrarie. Le due opinioni in conflitto potrebbero essere discusse all'infinito senza poter giungere ad una conclusione opposta.
Ciò probabilmente deluderà coloro che amano le soluzioni tutto d'un pezzo, nette, recise, definitive… sì o no. Ma non sappiamo che farci.
L'importante, in tale questione, è di prospettarsi con chiarezza i motivi "pro" e i motivi "contro", e di sapere bene valutare le obiezioni, in modo da distinguere, come ho cercato di fare, quelle più valide da quelle meno valide, quelle più accettabili da quelle meno accettabili o addirittura inaccettabili.

La conseguenza pratica di tale atteggiamento, dettato da un esame critico e sereno ed equilibrato, sarà quella di non elevare a regola generale, garantita magari da una particolare legislazione, la pratica dell'uccisione pietosa…, ma anche di accordare a chi si senta irresistibilmente portato a ricorrervi, tutta la nostra comprensione umana, senza mettere avanti pregiudiziali dogmatiche e senza gridare moralisticamente allo scandalo.


Nota ***

- Coloro che, in polemica con l'eutanasia, rivendicano il carattere sacro della vita umana, andrebbero richiamati ad una maggior coerenza.

- Se in nome di questa sacralità deve essere negato il diritto di abbreviare se pure di un'ora la vita di un uomo, e di un uomo ormai finito, per mille motivi di più si dovrebbe condannare il massacro in guerra di migliaia e migliaia di uomini.

- Non solo, ma si dovrebbe condannare anche tutto ciò che logorando sopra misura le energie fisiche e morali dell'uomo, ne abbrevia necessariamente l'esistenza…, ad esempio lo sfruttamento.

- Se non si traggono da questa posizione tutte le logiche conseguenze, si incorre inevitabilmente nella fondata accusa di ipocrisia.


* Trascrivo alcuni giudizi di miei amici in merito all'eutanasia…

FRANCO - Perché continuare a lasciar soffrire, fino agli estremi limiti, delle creature già condannate irrimediabilmente che non domandano altro che di essere liberate da un'esistenza insostenibile e che sono ragione d'angoscia per quelli che stanno loro intorno?Forse per poter compiere fino all'ultimo degli studi sul loro organismo? Del resto non si tratta di voler applicare l'eutanasia come un atto d'ordinaria amministrazione, ma solo in casi eccezionali.
La scienza e il medico devono, beninteso, fare tutto il possibile per proteggere la vita umana con lo scopo di prolungarla fino al massimo…., ma se, nell'impossibilità di giungere ad una conclusione favorevole, vogliono lasciar languire tra sofferenze inutili coloro che non le vogliono subire, ciò non trova giustificazione, non può essere considerato umano.

GIOVANNI - Credo che se una legge opportuna conferisse l'autorizzazione ai medici di applicare l'eutanasia nei casi disperatissimi e col consenso del paziente… se in possesso delle sue facoltà mentali… o anche dei parenti più prossimi, si farebbe una cosa civile ed umana nell'interesse di quei poveri relitti che desiderano ardentemente di finire i loro tristissimi giorni.

LUCA - Io dico che non si deve uccidere in nessun caso…, ma non posso imporre all'atto pratico, di fronte alle sofferenze del mio simile, questo pensiero. Colui che rifiuta l'eutanasia in casi disperati può essere un eroe, e io in questo momento, in lieve condizione fisiche, non posso essere sicuro di poter dare, al momento, una tale prova di eroismo.

ANDREA - Se una persona è ormai condannata da un male incurabile e decide di porre fine ai suoi patimenti… , perché impedirglielo, o negargli l'eutanasia? Se costui è condannato, a che pro continuare a farlo soffrire? E a vantaggio di chi? Suo certo no, e nemmeno della società.
Però si salvaguardi sempre e in ogni caso la volontà dell'individuo…, i familiari o i medici non chiedano né pratichino l'eutanasia senza un'esplicita richiesta formulata con piena consapevolezza. Il pietismo gratuito non va ammesso. Né è da escludere il caso in cui un individuo voglia vivere fino all'ultimo istante la vita con tutte le sue pene, che voglia avere esperienza cosciente della propria fine. E allora non ci siano falsi sentimenti di umanità, poiché questa consiste nel rispettare la volontà dell'uomo sia che chieda, sia che respinga l'eutanasia.J

JENNY - La mia tesi di laurea aveva come argomento l'eutanasia e il rispetto della dignità umana. Non è stato facile scriverla e raccogliere il materiale. In quasi tutti i paesi europei è regolata da norme ben precise, mentre qui in Italia è tutto un silenzio, è tutto un non dire, un tabù stupido e inutile, hanno preferito equipararla agli articoli del codice penale relativi all'omicidio del consenziente e all'istigazione o aiuto al suicidio piuttosto che prendersi la responsabilità di legiferare. Questo ha portato solamente il classico "turismo della morte" in Svizzera o peggio alla pratica clandestina. Credo che solo il malato debba essere in grado di decidere, qui non si tratta di religione o politica. La dignità della persona sta nel capire quando una vita non è più vita, quando una persona malata e sofferente chiede solo di liberarsi da tutto e di liberare i propri cari da una sofferenza indescrivibile. Tanti sono stati i casi: da Eluana Englaro, a Welby (come hai scritto anche te) al caso francese di Vincent Humbert...tante, troppe persone che non meritano di soffrire per colpa di gente ottusa, incapace di guardare al di la del proprio naso.

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Sauvage... c'est moi...

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domenica 23 dicembre 2007

* L'INFINITO (Prosa e analisi) - Giacomo Leopardi



Sören Kierkegaard - Il progenitore dell'esistenzialismo The progenitor of existentialism)


IL PROGENITORE DELL’ESISTENZIALISMO


Sören Kierkegaard nacque a Copenaghen, capitale della Danimarca, il 5 maggio 1813 e morì nella stessa città l’11 novembre 1855. Condusse una vita estremamente riservata, lontana da ogni forma di attività concreta, privo di rapporti con gli ambienti culturali più vivi del suo tempo. La sua vita fu, o meglio, voleva essere una vicenda solamente e strettamente personale…, custode attento della propriasoggettività, diffidente o addirittura ostile verso tutto ciò che fosse azione pubblica o comunque volta all’esterno, sia su un piano pratico che teorico, ritenne che il più alto ordine di esperienza fosse quello di conoscere a fondo la propria interiorità. La rottura del suo fidanzamento con Regina Olsen e il conseguente rifiuto ad una sistemazione familiare, attestano nel modo più eloquente l’impossibilità da lui sperimentata di inserirsi nelle strutture e nelle forme della vita associata.
In questo clima estremamente soggettivo, gelosamente “privato”, va inquadrata le sua esperienza religiosa e filosofica. Kierkergaard fu teologo e filosofo…, teologo in quanto la sua problematica può essere intesa soltanto nel quadro generali dei problemi religiosi che nascevano dall’eredità della riforma protestante e luterana.

La riforma luterana, al suo sorgere, era stata anzitutto una rivolta della religiosità intima del singolo, offesa dalla mondanizzazione della Chiesa, dal suo divenire sempre più potenza mondana, dal suo trasferire su un piano di politicità quei rapporti religiosi che erano concepiti soltanto come scambio diretto tra l’uomo e Dio. In seguito la riforma, che da esigenza puramente spirituale com’era all’inizio aveva dovuto cercare un appoggio concreto per la sua realizzazione nelle forze storiche dell’epoca (i principi tedeschi), condusse una nuova mondanizzazione della chiesa. Questa volta non si trattava della formazione di un potere temporale autonomo, ma dei rapporti di reciproco appoggio che si stabilivano tra la chiesa e il potere civile di ogni Stato protestante…, rapporti per cui si arrivò alla concezione e alla pratica della chiesa di Stato.
Kierkergaard rappresenta un risorgere dello spirito luterano originario in polemica con questa mondanizzazione della chiesa. Egli infatti assunse un atteggiamento di critica severa contro la chiesa di Danimarca, mettendone in luce le gravi deficienze spirituali, l’intreccio con gli interessi temporali e la corruzione. Per Kierkergaard il cristiano, l’autentico cristiano, non può vivere normalmente, stabilmente compromessi con il mondo, cioè nel caso specifico con la società borghese, ma deve scegliere la via “paradossale” della disperazione, della solitudine, dell’angoscia.
Questa le prospettiva stoica in cui va inquadrato il pensiero kierkergaardiano. Culturalmente esso ebbe degli sviluppi originali che interessano la storia della filosofia e non solo quella della teologia, in quanto cercò di fondare il suo pensiero basandosi su una critica alla filosofia del suo tempo, primo fra tutti al massimo filosofo dell’epoca… G.G.F. Hegel.
Per Hegel tutta la storia dell’umanità è riducibile allo sviluppo dell Spirito che nelle varie forme storiche trova una sua espressione parziale e limitata, dialetticamente superabile. In questa concezione acquistano valore in forma preminente tutte le obbiettivazioni storiche…, teorie, sistemi, istituti politici ecc. ecc., mentre la personalità del singolo uomo trova il suo significato soltanto nella misura in cui è strumento della realizzazione dello Spirito.
Nella “Filosofia della storia” Hegel dice… “…il particolare è troppo poco importante a paragone dell’universo…, gli individui vengano sacrificati e abbandonati al loro destino… Cesare doveva compiere quel che era necessario per rovesciare la decrepita libertà, la sua persona perì nella lotta, ma quel che era necessario restò… la libertà secondo l’idea giaceva più profonda dell’accadere esteriore”.
La persona invece, per Kierkergaard, ha un valore autonomo, irriducibile a quello oggettivo della storia o del sapere…, contro la filosofia speculativa, idealistica, che parlava di Idea, Spirito, Ragione, Autocoscienza concepite come realtà super-individuali e universali, egli mette nel massimo rilievo il singolo uomo esistente, io, tu, lui, che non può essere ridotto ad un semplice aspetto o momento di un “Io assoluto” che lo sovrasta e lo ingloba. Il pensiero della morte, della propria morte, per Kierkergaard è un ottimo argomento contro tutti coloro che fanno costruzioni intellettuali dimenticando sempre che il centro da cui parte il discorso è ancora la loro soggettività, il loro “piccolo io individuale”. Kierkergaard, quindi, attraverso questa polemica antihegeliana (che per qualche aspetto collima con quella di Feuerbach, il pensatore che tanta influenza ebbe su Marx) ha riconquistato all’esperienza filosofica la considerazione del singolo, dell’individuale, dell’irripetibile.
La persona, sempre secondo il pensatore danese, trova la prima affermazione su un piano “estetico”… di libertà, di godimento, di gioco. Questo tipo di vita conduce però alla dispersione della propria personalità, è un tipo di vita che è meglio definire un “lasciarsi vivere”. Questo stadio deve essere superato sul piano della moralità. Il raggiungere un piano di moralità nella propria esperienza è rappresentato soprattutto dalla vita coniugale e familiare…, il lavoro, la vita dei rapporti sociali, l’amicizia, sono tutti elementi che contribuiscono a creare la possibilità della famiglia come forma etica. Tuttavia la moralità tende a divenire sempre più forma legale, priva di spontaneità e di libertà. Nel momento in cui la legge si oggettivizza perde di spiritualità e acquista in convenzionalità, diventa una forma esteriore che basta “soddisfare” per aver a posto la propria coscienza.
Solo nella fase della religiosità, come cavaliere della fede, l’uomo esprime la sua vera essenza. Egli avverte la presenza di Dio come assoluta infinità e al tempo stesso avverte sé come finito, mortale, misero, colpevole,.
Hegel aveva negato che esistessero dei dualismi insolubili…, fra tesi e antitesi, finito e infinito, uomo e Dio funge la mediazione rappresentata dalla sintesi. Kierkergaard invece esaspera le differenze, le antimonie, i contrasti…, tra uomo e Dio per lui c’è un abisso incolmabile sul quale nessun ponte può essere gettato. La coscienza della propria condizione di fronte a Dio si risolve nello stato di “angoscia” (termine largamente usato e spesso abusato dal posteriore esistenzialismo)…, ma questa angoscia è alla fine redentrice, questa disperazione è principio e condizione di riscatto. Dio salverà chi ha avvertito la sua presenza.

Se a Kierkergaard va riconosciuto il merito di essersi aspramente battuto contro la conciliazione o il compromesso tra spirito cristiano e spirito mondano-borghese, bisogna d’altro canto tener presente che la sua posizione politica fu di stampo nettamente reazionario, come testimoniano le pagine del suo “Diario” in cui egli si scaglia contro i moti popolari del 1848.
La sua avversione astratta e indiscriminata contro la “folla”, contro il “popolo” che sommerge e divora il “singolo”, lo portava ad assumere un atteggiamento di violenta deplorazione dei movimenti di piazza, delle agitazioni politiche, delle rivoluzioni. Scrisse contro la libertà di stampa circa negli anni in cui Karl Marx la difese e la propugnò dalle colonne della “Gazzetta renana”. Questo suo atteggiamento politico è da mettere in connessione con il suo pensiero filosofico che aveva rivalutato la personalità dell’uomo empirico che esiste “qui ed ora”, ma solo per porla di fronte ad un’affermata, discutibilissima trascendenza, senza mai vedere la costituzione dell’individuo nella complessa trama della storia, della società, della cultura.



venerdì 21 dicembre 2007

IL GRANDE GATSBY (The Great Gatsby) - Francis Scott Fitzgerald

Quella sera, Nick Carraway era uno dei pochi ospiti veramente invitati alla festa di Gatsby. Di solito, le persone non erano invitate: andavano. Salivano su macchine che le trasportavano da New York a Long Island e seguivano uno della compagnia, che aveva parlato di una festa in casa di un certo Gatsby…
A volte arrivavano e partivano senza neanche aver conosciuto l’ospite; non importava: c’era bella gente, l’orchestra era ottima, la tavola dei rinfreschi traboccavano di cibi raffinati, complicatissimi. Nel salone principale c’era il bar, con una bella ringhiera di ottone e il tavolo stracarico di gin, whisky, liquori di ogni marca. Quel bar era sempre in piena attività: gli ospiti vi ruotavano intorno, irresistibilmente attratti.
In quell’anno 1922. in barba al proibizionismo, non era difficile vedere ubriache alle otto di sera anche le ragazzine. Ma era soprattutto il collettivo desiderio di divertirsi che dava alle feste di Gatsby un carattere da luna-park, a cui contribuivano le centinaia di lampadine colorate appese nel giardino. Vista da lontano, la sua casa sembrava un enorme albero di Natale.
Nick Carraway abitava lì vicino, in una casetta che aveva affittato all’inizio dell’estate per soli ottanta dollari al mese. Considerato che il palazzo di cui Gatsby era proprietario veniva dato in affitto l’anno prima che lo comprasse a quindicimila dollari per stagione, si può avere un’idea della modestissima abitazione di Nick. Eppure, con sua enorme sorpresa, Nick era stato invitato dal ricco vicino; aveva ricevuto proprio quella mattina un biglietto cerimonioso, firmato “Jay Gatsby”.

Appena giunto al palazzone, Nick fece il tentativo di rintracciare il padrone di casa: voleva conoscerlo, perché non sapeva neppure che faccia avesse. Ma nessuno dei tanti ospiti che affollavano il giardino seppe dargli un’indicazione utile. A metà serata, Nick si trovò seduto allo stesso tavolo con un uomo sulla trentina, molto elegante e dal sorriso simpaticissimo, che parlava con ricercatezza, scegliendo con cura ogni parola. Gli ci vollero dieci minuti di conversazione per comprendere che quel giovane simpatico e cordiale era il signor Gatsby, il ricchissimo “Grande Gatsby”. Chissà perché, Nick Carraway si era immaginato che fosse un uomo anziano, dall’aria florida, importante e un po’ volgare.
Quel giovane dal sorriso comunicativo e dal nome breve e sferzante lo incuriosiva: da dove mai era venuto? Quelle feste dovevano costargli migliaia di dollari; donde venivano tutti quei soldi? Forse era un gangster, o un contrabbandiere di alcool, o un figlio di un magnate del petrolio, venuto dall’Ovest. Comunque, la cosa sembrava non importare a nessuno. In casa sua si poteva ballare e bere a sazietà; quindi non era il caso di fare tanto i difficili. Qualunque fosse la provenienza del danaro di Gatsby, nessuno poteva negare che egli fosse un ospite straordinario.
Questi discorsi Nick li colse a volo in giardino, vagando da un gruppo all’altro. Sentì perfino una ragazza che diceva… “Mi hanno detto che Gatsby ha ammazzato un uomo, una volta”. Mentre tutt’intorno si levava un coro di allegre proteste.

Fu Jordan Baker, una graziosa ragazza che Nick aveva incontrato per la prima volta a Long Island in casa di sua cugina, che, conoscendo Gatsby, contribuì a chiarirgli le idee su quel suo misterioso vicino.
Daisy, la bella cugina di Nick, era stata amica di Jordan, prima di sposarsi con Tom Buchanan e venire ad abitare nella lussuosa villa sulla baia di Long Island. La casa di Tom e Daisy era grande e bella, in stile coloniale; le si stendeva davanti un prato pettinatissimo, che incominciava dall’ingresso e si allungava per mezzo chilometro fino alla spiaggia. Tom l’aveva acquistata da u miliardario del petrolio e pagata un’enorme somma, ma era così ricco da poterselo permettere.
In un caldo e pigro pomeriggio di quella estate, nel giardino da tè del Plaza Hotel, Jordan raccontò a Nick la romantica storia di Gatsby, così come lei la sapeva. Nick aveva rivisto Gatsby molte volte in quell’ultimo mese; e pur avendo appreso da lui stesso qualcosa del suo passato (il suo comportamento valoroso in guerra; la promozione a maggiore dell’esercito; la favolosa eredità della sua famiglia, di cui non rimaneva più nessuno), gli erano rimasti molti dubbi.
Ciò che più lo insospettiva era quel palazzo illuminato ogni notte, in cui Gatsby abitava da solo; e quella smania di chiamare attorno a sé ogni sorta di gente, quel profondere danaro, senza un perché. Jordan incominciò a raccontare prendendo le cose alla lontana, risalendo agli avvenimenti di cinque anni prima: allora la cugina di Nick aveva diciotto anni ed era senza dubbio la più bella e la più nota delle ragazze “bene” di Louisville.
“In un giorno di ottobre del 1917 – disse Jordan Baker – arrivai davanti alla casa di Daisy: la sua automobile bianca era ferma vicino al marciapiede e lei vi stava seduta dentro con un giovane ufficiale che non aveva mai visto prima. Erano così assorti, che lei non mi vide finché non fui a qualche metro di distanza. L’ufficiale la fissava come tutte le ragazze desiderano di essere fissate almeno una volta nella vita. Non ho mai dimenticato quel momento, perché mi parve molto romantico.
Seppi da Daisy che il giovane ufficiale si chiamava Jay Gatsby: poteva avere venticinque anni ed era molto bello. Daisy gli dedicò tutto il suo tempo per un mese, poi lui partì e quell’inverno circolò una storia sul conto di Daisy: pareva che la madre l’avesse trovata, una notte, mentre faceva le valigie per andare a New York a salutare un ufficiale che era diretto oltremare. So che le venne impedito di farlo e che Daisy la prese male, perché non parlò più con i suoi familiari per parecchie settimane.
L’autunno successivo, dopo l’armistizio, Daisy fu presentata in società e la vedemmo di nuovo allegra, sempre attorniata da decine di giovanotti. In aprile annunciò il fidanzamento e in giugno sposò Tom Buchanan. Partirono subito per una crociera di tre mesi nei mari del Sud. Li vidi a Santa Barbara, al loro ritorno, e mi sembrarono felici.
Due mesi dopo, Daisy scoprì il primo tradimento di Tom: primo di una lunga serie. Lui le chiamava “scappatelle” e dice che ama Daisy. Ora ha una donna a New York: la moglie di un certo Wilson, un garagista. Daisy sa che ha una donna, ma non sa chi è. Anche se lo sapesse, non cambierebbe nulla…”.
“Forse – continuò Jordan – Daisy non ha mai cercato l’amore, per questo, riesce a sopportare Tom. L’amore vero poteva essere Gatsby, ma allora lui era troppo povero e lei troppo bella, impaziente e corteggiata. Daisy non sa che Gatsby l’ama ancora. Non sa neppure che ha comprato quella casa a Long Island e vi abita perché c’è lei dall’altra parte della baia. Forse lui si aspettava di vederla comparire a una delle sue feste, una volta o l’altra. Ma lei non vi andò mai. Poi Gatsby incominciò a chiedere, come per caso, alla gente se la conosceva. Quando seppe che sei cugino di Daisy, volle conoscerti, ti invitò. E ora mi ha incaricato di chiederti, se non ti dispiace, di invitare Daisy in casa tua un pomeriggio, per un tè, e poi far venire anche lui”.
La richiesta era così modesta che Nick fu scosso. Lo sbalordiva il pensiero che Gatsby avesse atteso cinque anni e comprato un palazzo di quel genere, unicamente sperando di poter incontrare una volta ancora la ragazza che amava.
Quella sera, quando ritornò da New York a Long Island, Nick ebbe paura per un momento che la sua piccola casa fosse in fiamme: tutto intorno divampava di luci. Svoltando l’angolo, vide che era il palazzo di Gatsby, tutto illuminato dalla torre alla cantina. In quella luce, il prato sembrava azzurro. Poi i lumi si spensero e il palazzo biancheggiò nel buio. Nick vide uscire dall’ombra la snella figura di Gatsby; lo vide fermarsi e rimanere a lungo immobile, fissando l’acqua oscura. Poi, a un tratto, lo vide stendere le braccia come se volesse afferrare qualcuno o qualcosa al di là della baia. Nick diede un’occhiata al mare e non distinse niente, all’infuori di un’unica luce verde, minuscola e lontana. Era la luce del molo di Daisy: l’approdo di un sogno che durava da cinque anni.

Invitata da Nick per un tè, Daisy rivide Jay Gatsby e per un’ora fu presa dall’incanto dell’amore di lui, rimasto intatto attraverso tutto quel tempo. Sinceramente commossa, pianse e rise con una meravigliosa incoerenza. Fu un’ora magica e intensa, che la riportò a remote giornate d’autunno, a Louisville, quando lei vestiva sempre di bianco, credeva nei sogni ed era la ragazza più bella della città. Era innamorata di Jay Gatsby, pur sapendo che era un giovanotto senza un soldo, con un nome a tutti sconosciuto, protetto solo dalla sua uniforme militare. L’ultimo pomeriggio, prima che lui partisse per la guerra, Daisy aveva avuto la sensazione che mai avrebbe potuto comunicare più profondamente con qualcuno in vita sua.
L’aveva aspettato fiduciosa per un anno, ma dopo l’armistizio Jay non poté ritornare subito a casa e Daisy non capiva perché non potesse tornare. Intanto lei risentiva della pressione del mondo esterno e della famiglia, contraria alla sua “infatuazione”: non sapeva lottare. Era giovane, nata per la gioia; e il mondo di fuori, artificioso e allegro, l’attirava irresistibilmente. Usciti dall’incubo della guerra, tutti mostravano di essere presi da uno smodato desiderio di felicità. Daisy non poteva più aspettare: voleva che la vita l’afferrasse ora, senza ritardo. E accettò Tom Buchanan, la cui posizione la lusingava.
Non seppe nulla del ritorno di Jay a Louisville: era ancora in viaggio di nozze.
Ora, di fronte al viso estatico di lui, lo stesso viso di quel lontano autunno, Daisy capiva di aver perduto irrimediabilmente la parte più bella della sua vita. Non aveva il coraggio di dirlo a Jay, ma sapeva che il passato non si può ripetere.
Così nacque tra loro un equivoco: Daisy era pronta a farsi amare da Gatsby, ma niente affatto decisa a lasciare Tom; Jay pretendeva invece che Daisy andasse da Tom a dirgli…”Non ti ho mai amato”… e gli chiedesse il divorzio.
Poi sarebbero tornati a Louisville, a sposarsi in casa di lei, come se fossero stati ancora al punto di cinque anni prima.
Gatsby era convinto di poter ripetere il passato, di poter rimettere tutto a posto, esattamente come era prima.
Accanto a Daisy avrebbe dimenticato la sua vita confusa e disordinata, la sua affannosa corsa al danaro e i continui compromessi con la propria coscienza. Avrebbe ritrovato quell’alto concetto di sé che da ragazzo gli aveva fatto sognare la gloria.
La massiccia figura di Tom Buchanan, che si era accorto dei sentimenti di Daisy, si pose bruscamente fra Gatsby e il suo sogno. Tom non era un’aquila; ma la cosa era troppo evidente perché potesse sfuggirgli. In un primo momento fu più sbalordito che offeso, poi passò all’attacco. Fece un po’ di indagini sul conto di Gatsby e al momento buono spifferò tutto quello che era riuscito a sapere.
Accadde a New York, in un torrido pomeriggio di fine estate, e fu una scena terribilmente imbarazzante. C’erano Daisy e Jordan, Nick e Gatsby; tutti e quattro ascoltavano la voce sferzante di Tom…
“Siete un fuorilegge, e un volgare imbroglione, Gatsby, uno del mazzo che sta attorno a quel bandito di Meyer Wolfshein. Avete comprato una quantità di piccole farmacie, qui e a Chicago, dove si vende alcool di grano sotto banco.”
Così disse Tom, mentre Daisy, pallidissima, volgeva gli occhi da Gatsby al marito. Gatsby tentò di difendersi negando ogni accusa, ma Daisy si ritirava sempre più in se stessa e non gli dava retta. Infine Tom, con crudele malizia, volle vibrare l’ultimo colpo.
“Avviati verso casa, Daisy, - disse – nella macchina del signor Gatsby. Noi ti seguiremo con la mia. Vai. Non ti darà noia. Credo che abbia capito che il suo piccolo flirt presuntuoso è finito!”
Daisy obbedì. Si mise al volante della grossa macchina gialla di Gatsby e lui le sedette accanto, in silenzio. Era il crepuscolo e non ci si vedeva bene, ma Daisy, nervosa, premeva sull’acceleratore e andavano sempre più veloci.
Proprio davanti al garage di Wilson, una donna sbucò fuori di corsa, all’improvviso, mentre un’altra macchina veniva in senso opposto. Tutto accadde in un attimo. Daisy perse la testa e non sferzò in tempo. Sentì l’urto, intuì di aver ucciso, e proseguì la corsa, decisa a fuggire. Gatsby non riuscì a farla fermare: Daisy sembrava impazzita. La donna investita era Myrtle Wilson, l’amante di tom. Ma Daisy non lo sapeva e non l’avrebbe saputo mai. Quando, poco più tardi, Tom, Jordan e Nick giunsero al garage di Wilson, videro l’assembramento e si fermarono incuriositi. Un attimo dopo, Tom vide il corpo straziato di Myrtle, disteso su un tavolo. Un negro ben vestito si avvicinò…
“Non ho visto la targa – disse – ma sono sicuro che era una macchina gialla; una grossa macchina gialla, nuova. C’erano due persone a bordo: venivano da New York e andavano forte”.
La macchina di Gatsby; non v’era dubbio. Lo pensarono simultaneamente tutti e tre: Tom, Nick e Jordan: Risalirono in silenzio in automobile. Tom era terreo. Piangeva.
“Quel maledetto. – balbettò – Non ha nemmeno fermato la macchina!”

Gatsby non tentò neppure di difendersi e Daisy non disse nulla a nessuno: le mancò il coraggio di confessare a Tom che era lei al volante della macchina e che lei sola era responsabile della disgrazia. Non le ci voleva anche questo pasticcio, proprio ora che doveva tentare di rimettere insieme i cocci della sua vita coniugale. Si rendeva conto che era stato tutto un errore quel incontro con Gatsby: ne era nata una terribile confusione. Daisy non era fatta per la vita complicata e ora sentiva un gran bisogno di tranquillità.
Il giorno dopo, Tom e Daisy stavano per partire quando a casa loro si presentò Wilson, il marito della donna uccisa, e chiese di Tom. Aveva due occhi da pazzo, che reclamavano vendetta. Tom ne fu atterrito; così, gli disse subito a chi apparteneva la macchina gialla che aveva investito Myrtle. Era tutto quello che Wilson voleva sapere.
Meno di due ore dopo, Gatsby fu trovato ucciso nel suo giardino. Wilson gli aveva sparato parecchi colpi, e poi si era ucciso a sua volta. Subito dopo aver vendicato Myrtle, si era accorto di non poter vivere senza di lei. Fu un fluire ininterrotto e interminabile di poliziotti, di fotografi e di giornalisti, avanti e indietro nel giardino di Gatsby. Vi fu anche un’inchiesta, ma la verità non venne mai fuori e Wilson fu definito “un uomo sconvolto dal dolore”.
Una versione che accontentò tutti. Il fatto fu commentato su tutti i giornali. Ma nessuno delle centinaia di persone che avevano frequentato la casa di Gatsby in quell’estate si disturbò di andare al suo funerale.
Ormai la festa era proprio finita. Cessata la musica, spente le luci, la leggenda del grande Gatsby non interessava più nessuno.


UNA PAGINA

Guardai la casa; c’erano due o tre finestre illuminate a pianterreno e la luce rosa della stanza di Daisy al secondo piano.
“Aspetta qui – dissi. – Vado a vedere se c’è qualcosa che non va.” Ritornai lungo il prato, attraversai leggero il viale inghiaiato e salii in punta di piedi i gradini della veranda. Le tende del salotto erano aperte e vidi che la stanza era vuota. Attraversando la veranda dove avevamo cenato in quella sera di giugno, tre mesi prima, giunsi ad u piccolo rettangolo di luce che pensai fosse la finestra della dispensa. La persiana era tirata ma trovai una fessura sul davanzale.
Daisy e Tom erano seduti l’uno di fronte all’altra, al tavolo di cucina, con un piatto di pollo freddo tra loro e due bottiglie di birra. Lui le parlava con calore, attraverso la tavola, e nella foga aveva appoggiato la mano su quella di Daisy. Ogni tanto lei alzava gli occhi a guardarlo e annuiva in segno di accordo. Non erano felici; né l’uno né l’altra avevano toccato il pollo o la birra. Ma non erano nemmeno infelici. Era un quadro di inequivocabile intimità naturale e chiunque avrebbe detto che stavano complottando qualcosa.
Mentre usciva in punta di piedi dalla veranda, udii il mio taxi percorrere la strada buia verso la casa. Gatsby aspettava dove l’avevo lasciato, nel viale.
“Va tutto bene, laggiù?” chiese ansioso.
“Sì, va tutto bene. - dissi esitando – E’ meglio che tu venga a casa e dorma un po’.”
Scosse il capo… “Voglio aspettare qui finché Daisy va a letto. Buona notte, vecchio mio.”
Si cacciò le mani nelle tasche della giacca, e ritornò impaziente alla sua vigilanza, come se la mia presenza contaminasse la santità della veglia. Così me ne andai e lo lasciai nel chiaro di luna, a montare la guardia: a niente.


COMMENTO ALLA PAGINE

Francis Scott Fitzgerald è uno scrittore; il suo narrare ha un andamento spontaneo, del tutto naturale, senza tuttavia i difetti dell’improvvisazione. La sua tecnica descrittiva, accuratissima, è il frutto di una costante ricerca di immagini delicate e incantevoli, di frasi piene di significato. Acuto osservatore, sa mettere a fuoco una situazione o un ambiente (si vedano qui Tom e Daisy seduti l’uno di fronte all’altra) e coglierne le infinite sfumature. C’è nel suo stile la magia di certa pittura realistica, capace di suscitare sensazioni di sogno, di irrealtà. Anche l’improvviso mutare di umori e di sentimenti è tipico di Fitzgerald e conferma la sua attitudine a cogliere la realtà nei suoi mutevoli e spesso contrastanti aspetti. Ma in tutti i libri di Fitzgerald, la malinconia prevale sempre, conclude ogni moto di gioia o di speranza e ne scaturisce il fascino più grande.
Anche il personaggio di Gatsby è intriso di malinconia, con quella sua patetica ostinazione a non voler uscire dal sogno: un’ostinazione quasi fanciullesca. Povero “Grande Gatsby” così solo “nel chiaro di luna, a montare la guardia: a niente”. In quel “niente” c’è l’efficacissima allusione a un mondo sentimentale che si è dissolto in un attimo, come una bolla di sapone.


COMMENTO GENERALE

Furono anni turbolenti quelli che gli Americani vissero dal 1920 al 1929; anni rumorosi, che lo stesso Fitzgerald definì “L’età del jazz”.
La guerra mondiale aveva creato una profonda frattura fra la vecchia e la nuova generazione. I giovani, tornati sconvolti dalla esperienza bellica, sentivano di non corrispondere affatto all’immagine tradizionale della gioventù americana, in cui gli anziani si ostinavano a credere. Il mondo appariva ai loro occhi come “un cumulo di rovine insanguinate” sotto le quali stavano sepolte le loro illusioni.
Ora, disincantati, si chiedevano come e in che cosa aver fede e consideravano con spavento il proprio avvenire. Gran parte della gioventù americana reagì allo sgomento con la libertà dei costumi, che diventò rapidamente depravazione e cinismo. Si cominciò a vivere come in una perpetua vacanza, ritmata dal suono frenetico del jazz.
Presto anche gli anziani seguono i giovani nella pazza corsa al piacere. C’è il proibizionismo, ma sono innumerevoli e frequentatissimi i bar clandestini. Si ostenta, da parte di autorevoli personaggi, una moralità intransigente; ma scoppiano a catena gli scandali politici; il gangsterismo prende piede in modo preoccupante, spesso coinvolgendo persone credute insospettabili. E’ l’epoca delle facili speculazioni, dei folli investimenti, dello sperpero più assurdo. E’ facile arricchire, è facile divertirsi. I nuovi ricchi vivono come nel palazzo di Gatsby, in continue feste, dove gli ospiti non si conoscono, ma sono paghi di partecipare al rumore e alla ubriacatura generale.
Nel 1929, all’improvviso, quel lungo e pazzo carnevale finì: una gravissima crisi economica colpì l’America. Il panico finanziario, diffusosi con rapidità catastrofica, determinò il crollo dei valori nella Borsa di New York. Molta gente ne uscì rovinata. Si ebbero conseguenze disastrose in tutta l’economia del paese. Allora si spensero le luci, la musica tacque e calò il sipario sulla favolosa “età del jazz”.
Fu un fenomeno tipicamente americano, a cui l’arte e l’opera di Fitzgerald sono strettamente legate, identificandosi con quegli anni, con quel clima e ambiente particolari. Indipendentemente dal loro valore artistico, i romanzi di Fitzgerald valgono moltissimo come documenti di un’epoca: dipingono la società in cui lo scrittore visse e di cui per anni fu l’idolo. Una società di gente incosciente, come Tom e Daisy, che distruggono cose e persone e poi si ritirano nel “prezioso guscio del loro danaro”.
Soltanto Gatsby, malgrado il passato di gangster e di contrabbandiere, ha una sua forza morale, una sua spirituale bellezza. La sua vita è illuminata dall’immenso amore per Daisy, dal commovente tentativo di riafferrare il sogno e viverlo. Gatsby si illude che la ricchezza e potere possano restituirgli Daisy, poiché fu proprio la ricchezza a rapirgliela. Non vede il suo rivale in Tom, ma nell’oro che Tom possiede e da cui Daisy è stata attirata. Per questo, nell’irreale e fiabesco palazzo di Gatsby c’è sempre festa e tutta quella luce. Vogliono essere il segno del suo successo, inteso nel modo più tipicamente americano di quel tempo. Quando la gioiosa illusione svanisce, Gatsby rimane solo e misero. Rimane di lui soltanto ciò che al distratto egoismo degli altri non interessa: la sua dolente e supplichevole umanità.


DUE NOTE SU FITZGERALD

Francis Scott Fitzgerald (1896 – 1940), conobbe la celebrità a ventiquattro anni col suo primo romanzo DI QUA DAL PARADISO. Il successo strepitoso del libro gli permise di sposare la bellissima e stravagante Zelda Sayre, che un anno prima lo aveva rifiutato perché era troppo povero. Tutti e due giovani e belli, simpaticissimi e pieni di vitalità, Scott e Zelda diventarono gli interpreti ideali dell’”età del jazz”.
Gli enormi guadagni di Scott permisero alla giovane coppia un lusso favoloso, nel loro palazzo a Long Island diedero feste leggendarie, simili a quelle descritte ne IL GRANDE GATSBY.
Tutto ciò che Scott guadagnava con la sua opera letteraria veniva profuso a piene mani da Zelda e da lui stesso, con perfetta incoscienza. Finché, poco dopo il 1930, Scott ebbe un attacco di tubercolosi e nello stesso periodo la sua fortuna di romanziere incominciò a calare in modo pauroso.
Nel 1935 Zelda fu ricoverata in una clinica per malattie mentali e i medici la giudicarono inguaribile. Preso dalla disperazione, Fitzgerald si diede al bere. Nei periodi di lucidità scrisse ancora: racconti per riviste, sceneggiature per film, e infine un romanzo, splendido e incompiuto. Per riuscire a scriverlo volle smettere di bere, ma il cuore, troppo stanco e malato, gli venne meno all’improvviso.
Fu portato all’obitorio, come uno qualunque, e nessuno di quelli che un tempo avevano partecipato alle sue feste sfarzose lo andò a vedere. Il suo funerale fu povero e terribilmente squallido: tale e quale il funerale di Gatsby, il personaggio più grande e più valido di Fitzgerald, il più simile a lui.


Alcune opere

DI QUA DA PARADISO (1920) – E’ il libro in cui la nuova generazione americana si riconobbe; gli anziani vi scoprono tutto un mondo che si rifiutano di ammettere. In una settimana il romanzo fu nelle mani di tutti, giovani e vecchi.

LA BELLA E IL DANNATO (1922) – Romanzo In gran lunga autobiografico, valido soprattutto per lo studio d’ambiente.

TENERA E’ LA NOTTE (1934) - E’ più che un bel romanzo: è il documento umanissimo della parabola discendente di Scott e di Zelda Fitzgerald.

L’ULTIMO AFFARISTA (1940) - E’ un romanzo incompiuto, frutto di un’amara esperienza di vita vissuta.



martedì 18 dicembre 2007

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Thomas Mann - Un grande saggio e amico di tutta l'umanità

L'OPERA di THOMAS MANN... e l'itinerario spirituale del grande scrittore tedesco da "I Buddenbrook" alla "Montagna incantata", all'ultimo romanzo "Doktor Faustus".


Thomas Mann è nato a Lubecca nel 1875 da una famiglia patrizia di quell'antica e solida borghesia che si era sviluppata nelle città della lega anseatica*, dove l'attività marinara assai florida dall'inizio dell'evo moderno aveva determinato il sorgere di una coscienza democratica e di un senso della responsabilità e dell'iniziativa individuale inconsueti nel resto della Germania.
Dopo essere stato impiegato in una società di assicurazioni egli si fissò a Monaco di Baviera, dove visse fino al 1933, prima come redattore del giornale umoristico "Simplizissimus", poi come scrittore indipendente. La sua opposizione al nazismo lo costrinse all'esilio in Svizzera e, dal 1939, in California. Dopo la seconda guerra mondiale, in seguito all'aggravarsi della situazione degli intellettuali negli Stati Uniti, ritornò in Svizzera.

Nella sua stessa famiglia Mann aveva potuto osservare come la grande epoca della borghesia, l'epoca dei creatori consapevoli e fieri della propria opera, fosse definitivamente tramontata. Nel suo primo romanzo, "I Buddenbrook" (1901), che diede improvvisa fama allo scrittore venticinquenne, egli non fece altro che descrivere con profondo realismo la situazione. Nella storia delle quattro generazioni di questa famiglia di commercianti di Lubecca si analizza spietatamente il progressivo decadere della borghesia…, la tradizione dei Buddenbrook, severi, patriarcali, orgogliosi della propria potenza, è passivamente conservata dagli eredi dubbiosi e sfiduciati, oppure rinnegata da personaggi che vogliono evadere in una vita zingaresca e si atteggiano a letterati da strapazzo, mentre l'onestà dei principî è sempre più insidiata dal sorgere degli avventurieri e degli speculatori. L'ultima generazione è rappresentata da un unico ragazzo, estremamente precoce e sensibile, che non resiste alla brutale disciplina del collegio e muore trascinando con sé le ultime speranze della famiglia.

Diversamente dal fratello Heinrich, di quattro anni più giovane di lui e anche egli romanziere notevole, il quale trovò ben presto, grazie soprattutto alla sua ammirazione per la Francia, la via degli ideali democratici, Thomas Mann viveva intensamente egli stesso la crisi della borghesia, e lo sconforto degli ultimi Buddenbrook è quindi anche il suo, corroborato dall'ammirazione per gli ideologi tedeschi del pessimismo e della decadenza (Schopenhauer, Nietzsche). Nelle sue opere posteriori, specialmente nella novella "Tonio Kröger" (1914), egli ha quindi insistito sul motivo dell'artista consapevole del suo allontanamento dalla vita e dalla società. Come alternativa a questa situazione egli non vedeva allora altro che il ricorso all'ideale prussiano dell'irrigidimento morale nel dovere, pur rendendosi conto che si trattava di un modo non di superare, ma di dimenticare la decadenza. Ciò lo indusse, negli anni della prima guerra mondiale, ad accostarsi alle dottrine del nazionalismo tedesco.

Sono gli anni del dopoguerra che determinano in Mann la conversione alla democrazia. Nella "Montagna incantata" (1924) egli ha fatto un bilancio dell'epoca cosiddetta della "sicurezza", che già contiene uno sguardo profetico verso l'avvenire. La montagna incantata è Davos, in Svizzera, nel cui celebre sanatorio si è recato un giovane tedesco di buona famiglia, Giovanni Castorp. Il suo intento è dapprima solo quello di visitare un cugino ammalato, ma l'atmosfera del sanatorio lo attira stranamente ed egli stesso si scopre malato e vi resta per qualche anno. Nel mondo sfaccendato e curioso del sanatorio i problemi della società hanno agio di riflettersi e di concentrarsi, staccati dai loro rapporti con la vita quotidiana, nelle interminabili discussioni dei malati. Castorp, privo di idee proprie, è esposto all'influsso di due inconciliabili avversari che lo suggestionano entrambi…, l'uno, l'italiano Settembrini, discendente della famosa famiglia dei patrioti, difende il liberismo ottocentesco, con la sua fede nel progresso illimitato e il suo violento anticlericalismo…, l'altro, il gesuita Naphta, irride alla teoria del progresso, che non è giustificata dai fatti, e sogna la restaurazione del potere universale della Chiesa onde introdurre un ordine immutabile di tipo medioevale, non senza il boia e il rogo. Essi rappresentano dunque i due opposti atteggiamenti ideologici della borghesia…, se l'ottimismo di Settembrini appare anacronistico nell'epoca delle contraddizioni imperialistiche e quindi può essere facilmente confutato da Naphta, il rimedio che costui contrappone al disordine sociale è l'immagine reazionaria del formicaio umano rigidamente organizzato dall'alto, con tutte le giustificazioni demagogiche e corporative che il fascismo farà proprie. Si capisce come Castorp esiti tra i due, trovando più simpatico Settembrini, ma più persuasivo Naphta, nonostante la ferocia delle sue concezioni. Lo scoppio della guerra, che lo porta, ormai guarito, dal sanatorio al fronte, lo coglie quindi maturato spiritualmente ma ancora passivo di fronte ai grandi avvenimenti dell'epoca.

E' solo verso il 1930 che Thomas Mann rende esplicita la sua scelta personale per la democrazia. Ma nel frattempo anche la borghesia aveva compiuto la sua scelta…, accortasi, dopo la rivoluzione russa, di non poter tutelare i propri interessi mantenendo fede agli ideali di Settembrini, essa andava precipitando verso l'oscurantismo di Naphta. Nel 1933, all'avvento del nazismo, Thomas Mann sceglieva subito l'opposizione divenendo uno dei più strenui campioni della lotta antifascista. Nella sua opera di scrittore egli ripiegò in un primo tempo sul passato. La fine della civiltà borghese in generale, con la sua affermazione della dignità dell'uomo e della cultura. E ricorse alla Bibbia, narrando in una grande opera in quattro parti la storia di "Giuseppe e i suoi fratelli" (1933 - 1944). Il semplice racconto biblico diventa qui una poderosa ricostruzione che abbraccia l'antico oriente…, Mann si diverte a ironizzare sulla storia sacra, ricondotta alle sue radici storiche e umane, ma solo per mostrare come le vicende e le battaglie dell'uomo siano ancora più belle, più veramente "religiose", quando si attribuiscono all'uomo stesso, e non al volere divino. Giuseppe è l'uomo creatore di civiltà, ma diviene tale solo attraverso profonde e talora terribili prove. I fratelli hanno voluto sbarazzarsi di lui gettandolo nella fossa, dove egli medita sul suo destino, e vendendolo come schiavo…, poi egli dovrà resistere ai tentativi di seduzione da parte della moglie Putifarre e agli intrighi della corte del Faraone. La saggezza acquisita attraverso queste esperienze lo indurrà a perdonare ai suoi fratelli e ad accoglierli insieme al padre nella terra di Gosen, dove essi fonderanno sotto la sua guida una società umana e civile.

Il nazismo portò Mann a ripensare al passato della Germania. Alle figure di Schopenhauer e di Nietzsche, che l'avevano tanto influenzato in gioventù, subentrava il più grande rappresentante dell'umanesimo tedesco… Goethe. Dopo avergli dedicato parecchi saggi, egli scriveva su di lui il romanzo "Carlotta a Weimar" (1939) in cui si immagina che una donna amata in gioventù da Goethe visitò molti anni più tardi il vecchio poeta carico di gloria. Mann ha così l'occasione di presentare plasticamente l'uomo Goethe, con la sua grandezza e le sue debolezze e con la sua acuta consapevolezza dei pericoli inerenti al carattere del proprio popolo.

Ma la catastrofe del nazismo permetteva ormai a Mann di ritornare al presente e di tracciare un bilancio della recente storia tedesca. Aveva appena finito "Giuseppe e i suoi fratelli" che già si accingeva al nuovo grande romanzo, "Doktor Faustus", pubblicato nel 1947. Il nuovo Faust che stringe un patto col diavolo è un musicista, Adriano Leverkühn. Ciò che il diavolo gli promette è il dono di interpretare nella musica tutte le disarmonie del mondo moderno, che essendo di natura diabolica può essere espresso solo col suo aiuto. In compenso Leverkühn dovrà rinunciare all'amore e sarà minato dalla malattia. E infatti egli scrive della musica piena di dissonanze (Mann si è ispirato alla musica dodecafonica di Shoenberg) che ha grande successo, ma si consuma in triste solitudine e tutti i suoi tentativi di legare a sé altri esseri umani vanno falliti. Particolarmente tragica è la fine di un nipotino che aveva accolto con sé e a cui si era morbosamente affezionato. A questo colpo la sua ragione non resiste. Davanti agli amici che aveva convocato ad ascoltare l'ultima opera da lui composta egli espone, già in preda al delirio, la sua vicenda di orgoglio e di colpa, e alla fine si abbatte sul pianoforte, stroncato dal male. I suoi ultimi anni trascorrono nella pazzia.
La storia di Leverkühn si immagina raccontata da un suo amico di infanzia che scrive durante la guerra e il disastro della Germania, ciò che permette a Mann di stabilire un costante legame tra le vicende individuali del musicista e il destino del suo paese. Questo legame dà un più ampio respiro ai problemi dell'attività artistica affrontati sin dal "Tonio Kröger"… la solitudine dell'artista, il suo distacco dalla vita, il suo rinchiudersi in forme inaccessibili al pubblico, sono visti ormai come la necessaria conseguenza dell'inumanità della società imperialistica, sfociante nel nazismo. L'artista vorrebbe sfuggire ad essa, ma non trovando appoggio negli uomini finisce anch'egli per creare qualche cosa di inumano e per anticipare nella sua catastrofe individuale la demenza collettiva del nazismo.

Non posso qui prendere in esame le opere minori di Mann, né i suoi scritti teorici di letteratura e di politica. Basti ricordare il suo atteggiamento favorevole ad ogni intesa tra i popoli e ostile all'anticomunismo preconcetto. Nel 1949, in occasione del bicentenario della nascita di Goethe, egli commemorò il suo grande maestro sia nella Germania Occidentale che nella Repubblica Democratica Tedesca, e più tardi non mancò di riaffermare la sua assoluta mancanza di pregiudizi nei confronti di quest'ultima. I reazionari tedeschi non seppero naturalmente rendersi conto di tale posizione e si scagliarono ripetutamente contro Mann. Eppure egli era tutt'altro che un "criptocomunista"…, si definì anzi un conservatore…, se non ché per lui il vero conservatore era solo colui che… "desidera mantenere e conservare la nostra civiltà contro le catastrofi che la minacciano e che equivarrebbero al suo annientamento".
Si capisce come questo "conservatorismo" non abbia niente a che vedere con quello di chi vuol conservare, e a qualsiasi costo, i privilegi delle classi dirigenti.

Thomas Mann ricevette il premio Nobel nel 1929. Morì a Zurigo il 12 agosto del 1955.

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Hansa è il nome con cui si indicano genericamente le unioni di commercianti che si svilupparono in vari paesi dell'Europa settentrionale durante il medioevo, con lo scopo precipuo di conquistare il monopolio di taluni mercati e di diminuire i rischi individuali. La più importante fra di esse per l'ampiezza della sua rete fu la Hansa tedesca (lega anseatica). Si disgregò completamente nel corso del XVII secolo.

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VEDI ANCHE ...


LA MONTAGNA INCANTATA (Der Zauberberg) - Thomas Mann

LA MORTE A VENEZIA (Der Tod in Venedig) - Thomas Mann

GIUSEPPE E I SUOI FRATELLI - Thomas Mann

DOKTOR FAUSTUS - Thomas Mann

CONFESSIONI DEL CAVALIERE D'INDUSTRIA FELIX KRULL - Thomas Mann

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sabato 15 dicembre 2007

* CANDIDO, ovvero l’ottimismo (Candide, ou l'Optimisme) - Voltaire







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MARIE CURIE


“I miei piani per l’avvenire? Non ne ho, o, piuttosto, sono così ordinari e così semplici che non vale la pena di parlarne. Levarmi d’impiccio sin che potrò e, quando non ne potrò più, dire addio a questo basso mondo: il danno sarà piccolo, i rimpianti che lascerò saranno corti… corti come per tanti altri.

”Così nel dicembre del 1886 scrive Marie Sklodowska, una diciannovenne polacca dai capelli biondo cenere, dal volto espressivo e dalla fronte alta.
Parole tristi, espressioni scettiche, amare, quasi da innamorata delusa. Infatti Marie è un’innamorata delusa, anche se si sforza di non ammetterlo, anche se non vuole confessarlo apertamente. Sotto un certo aspetto, il suo non è altro che il comune romanzetto d’amore di una semplice istitutrice con il fratello maggiore della propria allieva: sotterfugi, rossori improvvisi, sogni al lume di candela, furtivi sguardi, promesse, progetti…Ma al primo timido accenno del giovane, i genitori di questo scattano come molle: le loro reazioni, però, sono diverse, anche se tutti e due inorridiscono: l’uno grida, l’altra smania. E il giovane, spaventato, indeciso, fa marcia indietro mostrando così la propria natura di vigliacco. Tutto ciò è piuttosto volgare e Marie lo capisce, anzi se ne rattrista. E, come se la sua esistenza si fosse di colpo svuotata di ogni ideale futuro, parla di un avvenire banale, semplice, piatto.


UNA CREATURA NON COMUNE

Eppure nella medesima lettera, dove da ogni riga trapela tanto sconforto, la giovane afferma con disinvoltura:
- In questo momento sto leggendo “La fisica” di Daniell, la “Sociologia” di Spencer, in lingua francese e le “Lezioni di anatomia e fisiologia” di Bert in lingua russa. Quando tali letture mi stancano, mi diverto a risolvere qualche complicato problema di algebra e di geometria…

Così vasti interessi scientifici non possono certo essere in armonia con l’amoruccio per un giovane, le cui letture, forse, non si spingono al di là di un breve romanzetto d’amore.Non è una creatura comune, dunque, questa Marie Sklodowska.
Nata a Varsavia il 7 novembre 1867, Marie ebbe un’infanzia felice. Ultima di sei figli, vide sempre attorno a sé visi sereni e sorridenti. Il padre, Vladislao, era professore di fisica e matematica, mentre la madre aveva diretto per lungo tempo un Istituto di educazione. Unico punto nero in tanta felicità: i mezzi economici molto limitati. Non era facile in quei tempi la vita degli intellettuali polacchi sotto i russi: angherie, persecuzioni, sospetti. Con un padre sorridente, però, una madre serena e cinque fratelli e sorelle sempre pronti al frizzo e ao giochi turbolenti, una bambina mon poteva essere che felice.


UNA PICCOLA ISTITUTRICE

Marie era dotata di un’intelligenza eccezionale e di una memoria sorprendente. Non aveva un eccessivo amore per lo studio, ma nutriva una curiosità morbosa per le materie di studio. C’era in lei, si può dire, l’animo indomito dell’esploratrice: voleva scoprire, capire, impossessarsi degli argomenti che man mano studiava. Per ogni materia impiegava il medesimo ardore, la medesima vivacità che poneva nei turbolenti giochi con i fratelli.Ma nel 1878 il filo di tanta felicità si spezza: la madre muore di tubercolosi.
Per Marie fu uno schianto terribile, un vuoto immenso. Il suo forte carattere, però, non le permise di abbandonarsi al dolore. Si immerse nello studio, lavorò, si sacrificò balzando di colpo dall’infanzia spensierata a una irrequieta adolescenza.
Il 12 giugno del 1883 concludeva gli studi secondari riportando il massimo dei voti. Negli ultimi cinque anni aveva imparato a lottare, a farsi strada nella vita e, soprattutto, a comprendere la profonda tristezza del popolo polacco avvilito e umiliato.
Adesso bisognava pensare agli studi superiori. Ma come fare se in Polonia, per una vecchia legge, erano ammessi all’Università solo gli studenti maschi? Dove andare per conseguire la laurea? Parigi, la Sorbona: ecco il grande miraggio.
Ma come fare a mantenersi? Anche Bronia, la sorella maggiore, diplomatasi un anno prima di lei, sognava gli studi universitari. Il problema appariva sempre più irto di difficoltà.Finalmente, dopo lunghe discussioni, si trovò una soluzione: Bronia sarebbe andata a Parigi e Marie avrebbe trovato un lavoro in Polonia, in modo di poter contribuire al suo mantenimento. Quando Bronia si sarebbe laureata, si sarebbe effettuato il cambio: Bronia avrebbe lavorato e Marie avrebbe studiato a Parigi. Idea semplice, entusiasmante! Dopo pochi giorni infatti Bronia, tremante per l’emozione, partiva alla volta della Francia; Marie, attraverso un ufficio di collocamento, veniva sistemata in qualità di istitutrice presso una famiglia di Szczuki. Conosceva il russo, il tedesco, il francese, il polacco e l’inglese. Un fenomeno quella sedicenne: sicura di sé, spigliata, intraprendente.
Presso quella famiglia Marie rimase quattro anni e fece in tempo a innamorarsi di Casimiro, il figlio maggiore, a istituire un corso clandestino di lingua polacca e a conoscere le prime delusioni d’amore.
Unico grande conforto, come sempre, lo studio!


VITA DI STENTI

Marie aveva ventiquattro anni quando, invitata dalla sorella Bronia, che nel frattempo si era sposata con un medico polacco, partì alla volta di Parigi, la città dei suoi sogni. I corsi alla facoltà di Scienze quell’anno, 1891, ebbero inizio il 3 novembre. Marie fu puntuale all’appuntamento e, con un senso di sgomento misto a curiosità, varcò per la prima volta la soglia della Sorbona.
Ben presto si dimostrò una studentessa dalle qualità eccezionali. I suoi compagni di studi, dopo qualche tempo di vicinanza, definivano così la giovane polacca:
- E’ bella, ma ha un nome impossibile. Ha più della contadina che della studiosa: è troppo selvatica.

Effettivamente Marie sfuggiva tutti: era tutta casa e università, università e casa. Non tardò molto, però, ad accorgersi che l’abitazione di Bronia era eccessivamente rumorosa. Il cognato non concepiva il silenzio: vociava, gridava, cantava, riceveva i clienti a tutte le ore, soprattutto di notte. Bronia, poi, lo assecondava suonando il piano e cantando. Naturalmente non era possibile andare avanti così. Dopo un lungo consiglio di famiglia, si decise che Marie si sarebbe trasferita in una stanzetta per conto proprio.
Nel quartiere latino, nei pressi dell’Università, un abbaino freddo e umido fu la sua prima stanza da studentessa.
Riuscire a vivere a Parigi, sia pure nel 1892, con tre franchi al giorno, non era un problema facile. Eppure Marie riuscì a risolverlo: ridusse al minimo il cibo, ridusse a zero il riscaldamento, a poca cosa il mobilio. Niente mezzi di trasporto, niente svaghi, e un coraggio indomito.
Studiava, studiava fino alle tre di notte con le dita intirizzite dal freddo, dormiva pochissimo, solo quattro ore, ma il suo sonno era agitato e disturbato dal ritmico suono di una goccia d’acqua che cadeva nell’acquaio della stanza vicina. Alle sette era di nuovo in piedi.. Dopo pochi mesi di questa vita, Marie era irriconoscibile.
La stanchezza però non riusciva a piegarla: un demone interno l’esaltava. Stava ore e ore in laboratorio, avvolta nel suo rozzo grembiule, sempre attenta, sempre precisa. Nel 1893 Marie risultò prima fra tutti nella licenza in Scienze fisiche e nel 1894 risultò prima in Scienze matematiche.
Era veramente un piccolo genio quella giovane polacca!


LA SIGNORA CURIE

Nel 1893 a Marie capitò una fortuna insperata: per interessamento di alcuni amici, ottenne la “borsa Alessandrovic”, destinata agli polacchi più meritevoli, che intendessero proseguire i propri studi all’estero. Seicento rubli! Una cifra sufficiente per vivere quindici mesi.
Per un puro caso, in quel tempo, Marie conobbe Pierre Curie, uno scienziato francese.
Le loro affinità scientifiche, i loro comuni interessi, quel mondo meraviglioso, fatto di provette, acidi, resistenze, elementi chimici, li unirono. Man mano che la loro amicizia progrediva, Pierre, l’uomo che non si era mai soffermato a guardare una donna, non riusciva più a capire che cosa lo interessasse in Marie: la donna o la scienziata?

Quando durante l’estate Marie annunciò la sua partenza per Varsavia, egli temette che non sarebbe più tornata. E trovò il coraggio di dirle:
- Lei non ha il diritto di abbandonare le scienze.

Forse avrebbe espresso meglio il proprio pensiero se avesse detto :
- Lei non ha il diritto di abbandonarmi.

Marie, come aveva promesso, fece ritorno in autunno, e ancora una volta incontrò Pierre. Fu un incontro semplice, quasi occasionale. Tutti e due però, sapevano ciò che avrebbero voluto dire in luogo di semplici parole di cortesia.
Si sposarono il 26 luglio 1895.
Due grandi sentimenti li univano: l’amore e l’interesse per la scienza. Affrontarono la vita con la massima semplicità.
Lui insegnava all’Istituto di Fisica e lei studiava per addottorarsi. Otto ore di ricerche scientifiche durante il giorno e, la sera, seduti ad un tavolo in cucina, l’uno di fronte all’altra, tenendosi teneramente per mano, studiavano fin verso le tre di notte. Nel silenzio si udiva solo il fruscio delle pagine e lo scricchiolio delle penne, ma un rumore più costante, più preciso li univa: il battito dei loro cuori.


PICCOLE LUCCIOLE

Il secondo anno di matrimonio fu allietato dalla nascita della prima figlia, Irene. Marie non sapeva più come fare: il laboratorio, la casa, il marito, gli studi, la bimba… E i medici parlavano già di una lesione al polmone sinistro! Ma come occuparsene se proprio adesso qualche cosa di grande stava per accadere?
C’era infatti nei loro studi, da un certo tempo, un che di insoluto, di misterioso. Quale natura potevano avere quei raggi che erano emessi dai sali di uranio?
Altri ne avevano parlato; nessuno però aveva osato affrontare il problema. Si trattava di avventurarsi in un mondo sconosciuto e Marie, lo sappiamo, aveva l’animo dell’esploratrice. Il mistero la tentava. Ma dove trovare l’attrezzatura adatta per simili studi? Chi avrebbe potuto offrir loro un laboratorio, un vero laboratorio? Pierre e Marie Curie intuivano che c’era un nuovo elemento chimico da scoprire. Finalmente riuscirono ad avere un umido capannone in Vie Lhomond: il loro laboratorio.
E per anni, con una costanza che ha dell’eroico, tentarono e ritentarono. Procedimenti nuovi, vie traverse, sottili calcoli.
Nulla!
Sì, ci doveva essere questo nuovo elemento, ma come trovarlo?
E ancora ore e ore di studio, di ansie, di prove, di delusioni: così trascorse la loro esistenza dal 1898 al 1892.
Furono anni inebrianti come quelli passati nella fredda soffitta del quartiere latino, furono ore di tormento, ma di intensa felicità. Una sera rientrarono per la cena più stanchi del solito. Li attendeva, chiacchierina, Irene insieme al vecchio dottor Curie il quale, dopo la morte della moglie, si era unito a loro. Marie preparò la cena e, con insolita fretta, mise a letto la piccola. Il vecchio Curie si ritirò a sua volta e gli sposi rimasero soli. Erano come impacciati, non sapevano dire ciò che pensavano. Alla fine Marie ruppe il silenzio :- Andiamo ancora?
Pierre non rispose, ma si infilò il cappotto. In strada, camminarono rasenti ai muri, a testa bassa, senza scambiare una parola. Quando furono nel cortile interno davanti al capannone, Marie strinse il braccio a Pierre, poi, quasi in punta di piedi, si avvicinò al finestrone del laboratorio. Si curvò appena, aguzzò la vista, e disse:- Guarda!
Attraverso i vetri, videro delle “sagome fosforescenti, azzurrastre”, piccole lucciole nel buio della notte.
Il sogno si era tramutato in realtà. Era il radio, il nuovo elemento chimico!


SOLA E TRISTE

Dopo la scoperta del radio, la vita dei due coniugi subì una profonda trasformazione. Riconoscimenti giunsero da ogni parte del mondo, da ogni Istituto scientifico e la Svezia assegnò loro il premio Nobel per la fisica (anno 1904).
In seguito, Pierre ebbe la cattedra della Sorbona. Marie poteva essere felice. Ma venne il triste 19 aprile 1906.


Quel giorno Pierre, mentre stava per attraversare una strada, fu investito da un grosso carro, trainato da enormi cavalli normanni, e morì all’istante.
Marie, sconvolta, voleva abbandonare ogni cosa: poi il suo carattere forte ebbe il sopravvento, e proseguì. Sola e triste.
Eccezionalmente, ebbe l’incarico di sostituire il marito ai corsi universitari. Fu la prima donna a tenere una cattedra universitaria.
Avrebbe desiderato vivere modestamente, nell’oscurità, come sempre era vissuta, ma alla quiete dei laboratori si era adesso aggiunto il clamore degli onori.
Nel 1911, fatto eccezionale nel mondo delle scienze, ottenne un secondo premio Nobel:
questa volta per la chimica.


LA PRIMA VITTIMA DEL RADIO

Allo scoppio della prima guerra mondiale Marie non ebbe un attimo di esitazione: con piccole vetture radiologiche si avventurò su tutti i fronti. Non calcolò i pericoli, non risparmiò energie, Quel misterioso raggio, che penetrava nei corpi martoriati, riuscì a salvare migliaia e migliaia di vite umane.
Alla fine del conflitto, Marie Curie si ritirò silenziosa come era venuta. Non ebbe medaglie, neppure la più modesta menzione.
Dopo la guerra affrontò altre battaglie: voleva creare un Istituto del radio, sia a Parigi che a Varsavia. Dove trovare i fondi? Allora di diede a fare conferenze, a girare il mondo. Modesta e silenziosa, lasciava stupiti i giornalisti di tutti i paesi.
“Avete presente la vostra vecchia madre quando va al mercato a fare la spesa? Ecco, questa è Marie Curie. Semplice, umile, dimessa. Solo i suoi occhi hanno una luce particolare…”, così scriveva di lei un giornalista americano.
Ma il corpo ormai non reggeva più e il 4 luglio 1934 Marie Curie circondata dall’affetto di Irene e di Eva, la seconda figlia, morì, senza nemmeno sospettare che ad ucciderla era stato quel radio che le aveva dato la gloria.
Fu sepolta modestamente. Non ci furono discorsi, né grandi manifestazioni di omaggio: tutto si svolse così come avrebbe desiderato vivere, in francescana semplicità. La sua bara, deposta su quella di Pierre, fu inumata nel Cimitero di Sceaux.
Sulla lapide furono scolpiti solo un nome e due date: il nome di un genio e l’arco di un tempo che aveva segnato una grande svolta nella storia dell’umanità:
Marie Sklodowska 1867 – 1934.


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