mercoledì 12 dicembre 2007

EMOZIONI - Le fontane del mio cuore

Appesa alla mia mano come una mela al suo vecchio ramo, ho accompagnato la mia nipotina Elena nel giardinetto di Pensole. Ahimè, ma dopo quante raccomandazioni della sua mamma Gisella, e dopo quali mal nascosti atteggiamenti gelosi della sua nonna Felicia, poiché la piccola non parla ancora, trotterella appena, come ho detto, guidata dalla mia mano, e le sue scarpette bianche sfiorano, ora, più che toccarla, la ghiaia rastrellata da poco, pulitissima.
Di questa stagione, alle sette di sera, tutto chiaroscuri il giardino, coi suoi piccoli misteri nei morbidi verdi delle ortensie dei pini delle siepi, con le sue tinte spruzzate nei gerani e nelle rose, coi profumi diffusi dei gelsomini.
E in quest’ora di pace e di chiarità celeste io mi porto la bimba per i vialetti di bosso, giù dalle rive, tra l’erbe, ai bordi delle aiuole.
In cerca di che? Ma di nulla, naturalmente. Quale maggiore e più fervido godimento, oggi, di questo che mi dà la tenerella tutta presa ed agitata da ansie inconsuete?
Di nulla? Eppure c’è qualcosa ancora di mio in questo piccolo regno d’ombre e di piante, qualche cosa che fu del mio cuore e che amai tutt’uno con le mie ore trepide e serene, dentro e fuori di me, qualche cosa che urge ora dai pettinati della terra, dai tufi, dai vapori iridescenti della vasca.
Proprio qui mi porto la bomboletta e le insegno subito a guardarsi l’immagine riflessa sul breve liquido piatto. La piccola Elena affonda subito le sue manine prorompendo in stridule risa, le sue tenere membra tremano tutte, le sento, mentre scopro nei suoi occhi color dell’uva matura una nuova sorgente di felicità.

Ho ritrovato improvvisamente me stesso dentro quegli occhi, una finestra spalancata nell’azzurro della mia prima fanciullezza, oltre i silenzi di una lontananza senza contorni, inarrivabile.
E così, ad un tratto, pare che tutto si risvegli si affretti si affolli intorno a me mentre corrono sull’acqua, trottole frullanti, le immagini del mio passato.
Il mio passato! Ma non è solo il mio, guardatevi indietro, amici miei, il passato è di tutti, guardate, e se queste cose sono cose da nulla, povere e fragili cose, fuggevoli come il sogno o come la vita umana, è pur vero che della vita umana esse sono le più forti e le più vere.
Intanto la bambina s’è già inzuppate le vesti e ride divertita dello spavento dei pesci ed io penso, guardandola, che le fontane sono sempre le buone amiche dei bambini, direi le amiche materne dei bambini in vacanza.
Nel giardino di Pensole c’è questo piccolo catino con mezzo labbro di cemento e, in verità, non ha grandi pretese…, uno scoglio, uno zampillo, un ridicolo palmizio a fianco (oh, quanto quanto, nelle accese canicole, abbiamo atteso il maturare dei datteri o delle banane!), e la solita famiglia dei pesci rossi e azzurri che si rincorre tra i muschi gocciolanti delle rocce posticce.
Ricordate?
Anch’io, anche voi, come ora fa la piccola Elena, abbiamo affondato le nostre mani irrequiete in quell’acqua quasi tiepida rabbrividendo di piacere, anche voi, anche io vi abbiamo immerso le tonde foglie delle campanelle per vedervi lo scintillio dell’argento.
Ricordate?

Quante camiciole bagnate, quanti zoccoletti da buttar via, e che disperazione nelle case! Ci teneva vicini come una chioccia e c’era intorno un sapore d’intimità quasi casalingo.
Fra lei e noi, in quel suo velo trasparente d’acquerugiola sospesa, parevano rincorrersi le confidenze delle nostre ore beate, tutto un mondo di piccole cose, di nulla, ma pieno e sincero, toccato, è vero, qua e là, da desideri indefiniti di godimenti intuiti più che saputi, ma subito repressi o confusi dai suoi pur gravi richiami gorgoglianti tra i muschi e tra le rocce.
Ricordate?
E ricordate l’altra fontanella umile e nascosta che zampilla in quella mezza coppa di latta nera fissa nel muro tutto roso dall’umidità e sbriciolato dai nostri piedi quando, maschi e femminucce, ci si arrampicava sin lassù per cogliervi a bocca aperta, avida e ingorda, il fresco getto dell’acqua buona e ristoratrice? Che bevute!
Bevute a lunghi sorsi, e saporose come quelle che abbiamo fatto adesso insieme nelle nostre più tenere stagioni, le più brevi. Ma è il tempo ormai di spegnere questo squarcio d’azzurro, i cari fantasmi scendono a frotte tenendosi per mano e si moltiplicano via via che le memorie li inseguono li incontrano li toccano.
E’ un gioco pericoloso ormai, lo so bene, e poi Elena è stanca e già mostra il ditino l’ambulante del gelato.

Né lontane né vicine, frattanto, s’odono le campane, le ultime del giorno, ed io le riconosco.

Le campane di San Mauro hanno una voce chiassosa e petulante, non è la squilla tinnula di certe aeree vele di campagna che salutano sulle vette del frumento il nuovo sole, né la musica grave dell’Avemaria che si distende a sera nel silenzio delle case appisolate e affretta nelle stalle gli ultimi muggiti delle armente.
No, le campane di San Mauro sono litigiose ed amano lo strepito della piazza che sale dalle tende disuguali e pur tanto armoniche delle baracche ove si attardano nelle quotidiane ricerche le nostre donne, vivaci e petulanti anch’esse, fra ceste di cavoli e fiori di zucca, fra arance, fragole, mele profumate.
C’è un accordo evidente fra la piazza e le campane, un’oasi alla rovescia nel cuore della città.
Anche qui una fontana. Ma stavolta è una fontana di lusso, tutta vestita di nero e di nobile muco.
Alta e diritta come uno stelo, troneggia sulle pietre e l’acqua che scivola dalla sua aperta conchiglia è un pianto senza suono, sconsolato.
Di giorno, ma di notte, quando il campanile s’intabarra e non v’è intorno alito di vita, sono singhiozzi che cadono e rimbalzano dentro gli archi delle case e fanno il silenzio più vasto e la scena più irreale. Eppure non v’è nulla in essa, pur tanto grave negli aspetti delle sue cose ferme a un tempo e mobili sotto le inquiete luci dei pensili lampioni, non v’è nulla che distragga il vago sentore di casa nostra, della nostra piccola parrocchia che abbiamo amato ai dì dei fervori pasquali, nulla, neanche questi lunghi guaiti di cani incatenati, né l’agghiacciante strido della civetta.
Ma via via che i pallidi chiarori mattutini, quasi un’intesa bisbigliata segretamente, si propagano lungo le colonne, toccano i vetri e le grondaie, accarezzano le pietre, la fontana emerge dall'oscurità, come dal nulla una fantastica apparizione.
Allora c’è già che si inalbera la tenda, qua e là, nei posti ancora deserti, e attinge i primi secchi d’acqua fresca, sonora negli zinchi o dentro i rami, tossendo nel silenzio meno intenso, oramai, e non più di cose morte.

Il fascino dell’acqua è irresistibile, non c’è cuore umano, io credo, fra i più delicati od espansivi o fra quelli più restii od ottusi che non lo subisca. Questa forza liquida che domina e governa tutto l’universo e confonde e soggioga il pensiero umiliando ogni superbia, si fa talvolta inverosimilmente piccola, si veste d’abiti dimessi per avvicinarsi ai poveri e ai bambini e s’agghinda di grazie e di gioielli, femmina anch'essa, per civettare sulle piazze e nei giardini.
La bambina, però, ora è delusa. Sui gradini della fontana nuda ella non vede i pesci rossi né può toccare l’acqua troppo lontana con le sue manine protese invano. Mi guarda e nei suoi occhi non c’è più la gioia, la sorpresa ch’io le conobbi sulla vasca di Pensole e la sua delusione si scioglie improvvisamente in lagrime rabbiose che mi mortificano e mi umiliano.
Che fare? Un uomo non sa cosa fare in queste circostanze, ma la vecchia fruttivendola (chissà quante volte ha visto piangere anche me!) è già qui con un’arancia che le sfavilla tra i calli della mano nera, tutta tagliuzzi, ma buona e generosa quanto è cattivo e ingrato il suo mestiere.
E la pace è fatta, piena senz'alcun rimpianto, mentre ora la bimba, che ha saputo racchiudere in un’arancia il mondo intero, lascia alle sue spalle la fontana e le campane della prima messa, e in me un suo semplice insegnamento.

Una fredda sensazione di vuoto e di lontano mi invade ancora davanti alla fontana del giardino di Arvento. Mi pare essa sia più che una cosa viva e conquistata, una fontana perduta.
Di lei non parlo volentieri né mi dorrei se in vece sua fiorissero a distesa papaveri e fiordalisi come nei dorati delle nostre campagne.

Ma che hanno mai questi bordi falsi, senza muschi né gole, questo fondo liscio a fior di terra, i sedili intorno deserti poveri freddi, ma che ha mai questa fontana schiacciata dagli alti ciuffi dei platani poderosi e imponenti, in mezzo a secoli di legno, a enormi spicchi di verde e di terra arrugginita?
Cos’ha? Nulla, né colore, né rilievo e non affascina ma allontana, o sollecita le cure verso più gentili acque raccolte, più liete e meno ferme.
Mi dispiace (ma mi dispiace veramente?) questo mio antico risentimento verso una fontana che, in fondo, poveretta, dà quello che può e nulla chiede, a nessuno, rallegrandosi solo, forse, di quelle due o te giornate di mezzo agosto in cui le folle campagnole scendono dai contadi per un fervido omaggio di fede alla Madonna, contornandola di bimbi di sporte e di preghiere. Anch’essa ha le sue ore di popolarità e se la gode in contenuta allegrezza come forse non gode l’ipocrisia di qualcuno che non mette tempo per umiliare la povertà dei semplici e diseredati.

Ma per Elena ho riservato un’ultima meraviglia e perciò ho aspettato l’inverno.
Un inverno rigido e ventoso, aspro con gli uomini e con le cose sì che i radi e fugaci pertugi fra i monotoni grigi del cielo sono speranze di poco credito.
La fontana di piazza Verdacqua è ora un gioiello più che non lo sia quand’è nuda nel suo stile perfetto di donna elegante e corteggiata. I suoi natali e i suoi anni tribolati traverso guerre e invasioni straniere sono saputi e non toccano la piccola che è lì, ai suoi piedi, adorante, incantata dai barbagli del ghiaccio, dai giochi dei filamenti gocciolanti lungo tutto l’armonico cerchio della coppa, delle rapprese frange trapunte della corolla tutta grazia, o dalle barbe aguzze di spilli candidi e luccicanti dei tre grandi musi le cui bocche tonde son vuote ora di suoni e d’acque scroscianti.
Se le narrassi ora la favola di Santa Lucia o addirittura dei suoi viaggi sui tetti col grosso sacco di baiocchi, nella notte magica dicembrina, sotto l’ombra dei camini o fra le spettrali fosforescenze della luna, no, non la distrarrei, questa piccola creatura che scoppia in lacrime solo se un mio cenno la induce a venir via.
Stavolta è disperazione e non ci sono arance a portata di mano, ma al mio motto d’intesa un brillante vigile anzianotto alza un suo dito ammonitore verso la bimba che, stupefatta, resta a fissarlo come una statuetta di cera, e più non piange ma non già ride, mentre mi segue mansueta.
Pace? Oh, non direi questa la pace che le invase il cuore quando riuscì a imprigionarsi il mondo dentro il fragrante frutto.
Questa è soltanto paura, cioè una pace amara con qualche straccetto di rimpianto per cose amate e perdute e di sdegno contro gli uomini indifferenti.
Per me, un altro insegnamento.
                                          

2 commenti:

Ondamagis ha detto...

Seconda visita e rilettura del tuo racconto. Mandini

Anonimo ha detto...

sempre bello ripercorrere i sentieri della memoria. Rosalba

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