martedì 11 dicembre 2007

MONNA LISA - LA GIOCONDA (Mona Lisa or La Joconde) - Leonardo da Vinci



LA GIOCONDA (1503-1506)
Leonardo da Vinci (1452-1519)
Museo del Louvre - Parigi
Olio su tela cm. 77 x 53


Leonardo da Vinci, anima e mente universale, contempera la scienza con l'arte..., ingegnere, architetto e chimico, si divaga con la musica e la poesia..., osservatore acuto, è assillato dall'ansia della perfezione, ed è il più grande "indeciso" della Rinascita nella scultura e nella pittura. Della prima, giacché fu distrutta la statua equestre di Francesco Sforza, non avanzano che i disegni, ma della seconda abbiamo alcuni capolavori. 
La bellezza effigiata da Leonardo è spirituale e viva, non essendo il corpo che l'involucro e l'eco del pensiero..., "la pittura è cosa mentale", e quindi la verità e la fantasia, l'analisi e la commozione si congiungono in un segreto impenetrabile, in un lirismo che turba. 
I tipi femminili hanno l'ovale del viso affilato nel mento, lo sguardo profondo, il naso sottile e diritto ed il sorriso velato, che acuisce la comprensione e non mortifica il senso. Anche la tecnica ottiene un raffinamento dalla squisita intelligenza del pittore, che crea lo sfumato per togliere il dissidio quattrocentesco tra forma e movimento..., l'atmosfera assorbe il contorno, e la penombra vaporosa si fonde nei colori, scostando l'immagine con una vibrazione di passaggi che riduce la corporeità della massa alla più fluida parvenza. 
Intorno al 1506 si pensa che sia stato dato l'ultimo tocco al ritratto della GIOCONDA che, dal Vasari allo Schuré, ha disseminato gli arzigogoli del romanticismo. L'incantatrice dal sorriso pensoso, dagli occhi bruni, che entrano nelle strette e stanche palpebre, e dalle mani fini e sensibili, è resa con estremo magistero tecnico. L'orizzonte del paesaggio si leva sopra i suoi occhi, ed un intreccio fantastico di valli bagnate da laghi e da torrenti sfuma nella nebbia umida. L'immagine e lo sfondo hanno un collegamento ideale, perchè il ritmo ondulatorio dei veli si comunica ai piani anatomici e alle linee prospettiche..., la forma e la luce si concretano nella figura, ed il mistero è più vivo nel poeta che lo indaga, ascoltandosi, che nello smarrimento della donna non più giovane e forse amata. Leonardo, al di là delle definizioni romanzesche ed enigmatiche che la storia della critica ed anche la leggenda hanno intessuto attorno a questo viso di donna, esprime in quest’opera, in una potente sintesi, tutta la sua visione filosofica della vita, del trascorrere e trascolorare del tempo, dell’ambiguità della luce e delle forme, dello sfuggire dei sentimenti, della inarrestabilità dei fenomeni naturali del paesaggio. 
La donna ritratta è Monna Lisa del Giocondo, più semplicemente detta LA GIOCONDA. Leonardo, nel periodo in cui esegue i cartoni preparatori per la BATTAGLIA DI ANGHIARI, risiede nei pressi della casa di Francesco del Giocondo e di sua moglie Monna Lisa. La donna conduce una vita ritirata a seguito della prematura scomparsa della figlioletta. Forse è per questo che dal volto della GIOCONDA traspare una velata tristezza, malgrado il sorriso, che resiste ad ogni tentativo di interpretazione…, è qui che risiede il fascino esercitato dal dipinto e la difficoltà interpretativa per i critici. 
Si dice anche che durante le sedute di posa Leonardo chiamasse dei musici affinché, con le loro melodie, influissero sull'espressione del volto della giovane donna. Il paesaggio, tipicamente toscano, è il frutto delle osservazioni scientifiche dell’artista nella Valle dell’Arno e nella Val di Chiana. Anche esso è misterioso e impreciso, quasi in intima consonanza col volto della GIOCONDA. 
Il dipinto diventa un'immagine cumulativa in cui si stratificano i significati e le conoscenze, in analogia con la tecnica utilizzata da Leonardo che consiste nella sovrapposizione di strati sottilissimi di vernice sulla superficie pittorica. Il risultato ottenuto, per trasparenze e sfumature indefinibili, rispecchia chiaramente i lunghi tempi d'esecuzione congeniali a Leonardo e rivela la sua inclinazione più che al "non finito", al "mai finito". Questa progressiva applicazione di velature, che rendono invisibile il tratto del pennello, permette di realizzare gli effetti della fusione tonale dei colori e della modulazione sensibile della luce conferendo una qualità impalpabile, atmosferica, all'incarnato, ai panneggi e al paesaggio. Dopo il trasferimento da Firenze a Milano nel 1482, al servizio di Ludovico il Moro, Leonardo attraversa un periodo molto fecondo per ogni sua attività speculativa…, in pittura realizza capolavori quali la VERGINE DELLE ROCCE e l’ULTIMA CENA di Santa Maria delle Grazie. 
Quando nel 1499 la Lombardia cede al dominio dei Francesi, l’artista emigra prima a Mantova, poi a Venezia, ben deciso comunque a raggiungere nuovamente Firenze, dove lo attende un compito grandioso… un affresco raffigurante la battaglia di Anghiari, opera in grado di fronteggiare in Palazzo Vecchio la michelangiolesca BATTAGLIA DI CASCINA.
Di questo progetto, mai andato a compimento per varie motivazioni tecniche ed anche politiche, rimangono alcuni studi di straordinaria potenza che sintetizzano il furore eroico di una intera umanità. 
E’ di questo periodo il celeberrimo ritratto della GIOCONDA, destinato a divenire in breve tempo l’opera d’arte più famosa del mondo, e quindi più soggetta a revisioni storiche, polemiche e sarcasmi intellettuali, ma comunque sempre simbolo universale della pittura, punto di riferimento incontestabile per l’arte di tutti i tempi.
Leonardo non si separò mai dalla “sua Gioconda” e questo attaccamento non è ancora stato spiegato…, sia stato per inclinazione naturale (si dice che fosse il volto di una donna amata) o perché ritenesse di aver raggiunto in quest’opera la pienezza dei suoi intenti pittorici. Il consenso critico verso questo capolavoro è particolarmente ampio, inizia col Vasari e non si è ancora spento. 
L’avventura del famoso “furto”, nel 1911, e del suo ritrovamento non meno sorprendente hanno contribuito ad aumentare il suo mistero.



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LA CICALA E LA FORMICA (The Grasshopper and the Ant) - La Fontaine




Ebbra di sole, la cicala cantò tutta l’estate.
Le formiche, invece, resistendo alla tentazione del buon tempo, andavano e venivano senza posa, ammassando quanto più potavano nel loro formicaio.

Venne l’inverno nevoso e gelido…, non più goccia di linfa negli alberi scheletriti.
E la cicala vide le formiche, a un po’ di sole, far asciugare il grano che sottoterra si era inumidito.

Affamata ne chiese qualche chicco in prestito.

“Te le renderò prima dell’agosto, parola d’onore d’insetto”… promise.


Una delle parsimoniose formiche s’infuriò…
“Ma nella buona stagione che cosa hai fatto?
Non hai accumulato provviste?


“Non ho tempo – rispose la cicala – Dovevo cantare.
Ho empito del mio canto cielo e terra”.


“Hai cantato? – replicò la formica – Ma benone! Ora, danza.


COMMENTO

Vi sembra bello l’insegnamento che ci offre questa favola?
Anzitutto si potrebbe osservare che nel racconto ci sono errori di carattere scientifico.
Infatti la cicala durante l’inverno non si trova nella condizione della formica perché la natura provvede per lei come per tutti gli altri animali.
Ma la cosa più importante è l’insegnamento che la favola vuol dare.
Esso è contrario sia alla morale cristiana che a una più larga morale sociale.
Infatti ci hanno sempre insegnato ad amare il prossimo nostro come noi stessi e soprattutto e soprattutto predisporre il nostro animo alla carità, virtù fondamentale dell’uomo.
E se anche non avessimo avuto questi insegnamenti, vi sentireste voi tranquilli al calduccio della vostra casa, se sapeste che fuori della vostra porta un altro essere vivente sta morendo di fame e di freddo, mentre avreste la possibilità di salvarlo?


Vi prego, non seguite l’esempio della formica.
L’insegnamento di questa favola io lo trovo assurdo.
Bisogna abituarsi a ragionare e a comprendere bene il significato di tutto quello che si legge.
Non bisogna credere che tutto quello che è scritto sia buono.
E’ vero che bisogna essere previdenti e pensare all’avvenire, ma è altrettanto vero che, chi ha, ha il dovere di dare, anche se il suo patrimonio è l’intelligenza.
Bisogna abituarsi ad aiutare il nostro prossimo…, non negare al nostro vicino l’aiuto della nostra intelligenza e del nostro lavoro.
Ogni nostra azione avrà la sua ricompensa, magari lontana nel tempo, ma sicura.
Non è per una ricompensa materiale che si deve donare… la ricompensa sicura è la gioia che il donare procura a chi sa dare.

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E’ vero che bisogna essere previdenti e pensare all’avvenire, ma è altrettanto vero che, chi ha, ha il dovere di dare, anche se il suo patrimonio è l’intelligenza.

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La montagna incantata (Der Zauberberg) - Thomas Mann


RIASSUNTO

Hans Castorp, un semplice giovanotto tedesco, era partito da Amburgo in piena estate, diretto a Davos, la celebre località svizzera in cui i sanatori erano più numerosi degli alberghi. Contava di trattenersi tre settimane, col duplice scopo di fare compagnia a suo cugino Gioachino Ziemssen, malato di tubercolosi, e godersi nello stesso tempo un po' di vacanza.Fu un viaggio lungo da Amburgo fin lassù…, Castorp passò attraverso l'altipiano meridionale tedesco poi si diresse verso il territorio svizzero, cambiò treno molte volte e infine, con un treno a scartamento ridotto, raggiunse la stazione di Davos-Dorf.Era ormai notte. Gioachino Ziemssen era lì a riceverlo. Hans constatò che suo cugino aveva un aspetto sano come mai in vita sua… alto e prestante, col viso abbronzato e i neri occhi luminosi, l'allievo ufficiale Ziemssen era l'immagine della forza giovanile, ma gli era stato consigliato di rimanere lì ancora per un sei mesi."Qui il tempo umano, come lo intendete voi della pianura, non è calcolato. Non lo crederesti vero? Quassù, per gli ospiti del sanatorio, tre settimane sono come un giorno. Vedrai, vedrai. Imparerai anche tu a conoscere tutte queste cose. " Così rispose Gioachino a Hans che era rimasto allibito. Il Sanatorio Internazionale Berghof era situato a milleseicento metri. Il Berghof era in tutto simile a un lussuoso albergo. I due cugini attraversarono l'atrio luminoso, poi varie sale di conversazione completamente deserte. Hans chiese dove fossero i pazienti. "Sono tutti in veranda, per la cura serale sulla poltrona a sdraio". Rispose Gioachino. "Come, ve ne state di notte, con la nebbia, ancora all'aperto?" chiese Hans con l'aria di non volerci credere. "Così è la prescrizione. Dalle venti alle ventidue. Ma saliamo nella tua stanza, vieni. E' accanto alla mia. Vi è morta l'altro ieri una giovane americana…, però tutto è stato disinfettato a dovere con la formalina. Stà dunque tranquillo" disse Gioachino con la sua voce grave. Hans lo seguì in silenzio lungo il corridoio, camminando con passo leggero…, gli sembrava di muoversi in sogno. Si sentiva il viso in fiamme, mentre un gran freddo lo faceva a tratti rabbrividire. Era una sensazione del tutto nuova…, egli l'attribuì alla stanchezza, piombatagli addosso all'improvviso dopo quel lungo viaggio. Hans Castorp aveva ventitre anni e da poco aveva terminato i suoi studi di ingegneria, superando brillantemente l'ultimo esame. Aveva studiato molto e la sua salute ne aveva risentito…, perciò dal medico di casa gli era stato consigliato un soggiorno in alta montagna. Non poteva presentarsi un'occasione migliore per fare un po' di compagnia al cugino immalinconito dalla lunga malattia. Fin dal secondo giorno, Hans si dispose a seguire le abitudini del cugino, comportandosi né più né meno come gli altri ospiti del sanatorio. Questi formavano una strana società, rifletteva Hans Castorp mentre, sdraiato in veranda e avvolto come un pacco nelle coperte di lana, lasciava vagare lo sguardo sulle imponenti cime nevose e sulla splendida valle ai piedi delle montagne. Provenendo da luoghi diversi e parlando diverse lingue, gli ospiti del Berghof offrivano agli occhi di Castorp un curioso campionario di mentalità e fisionomie. Quel soggiorno a Davos gli avrebbe dato la possibilità di una presa di contatto con l'Europoa intera.Fin dai primi giorni l'interesse di Castorp fu attirato da una giovane donna di origini russe, coi capelli di un bel color ramato, semplicemente annodati sulla nuca. Arrivava a tavola sempre in ritardo, e finchè non la vedeva, Hans no riusciva a tenere fermi i piedi, turbato da una sensazione di disagio che lui stesso non sapeva come giustificare. Lo strano viso di lei e i suoi modi indolenti lo avevano colpito subito e anche gli occhi da mongola…, due fessure oblique, chiarissime e lucenti sugli zigomi alti. sentì che alcuni ospiti le si rivolgevano chiamandola "madame Chauchat".Madame Chauchat raggiungeva il suo posto a tavola con andatura sinuosa. Era un piacere guardarla, tanta era la sua grazia naturale di ogni suo gesto…, anche se la sua indolenza da bambina viziata destava talvolta nel correttissimo Castorp, così tedesco e poco incline alla mollezza, una specie di impazienza. C'era un altro ospite che, per la sua notevole personalità, aveva particolarmente attirato l'attenzione di Hans Castorp…, un italiano, la cui età poteva oscillare dai trenta a i quarant'anni, "il signor Ludovico Settembrini". Così l'aveva presentato Gioachino Ziemmsen al cugino. L'italiano parlava benissimo la lingua tedesca, senza alcun particolare accento. Era un letterato, figlio e nipote di letterati e patrioti insigni. Non era gravemente ammalato, ma da anni la tisi polmonare non lo abbandonava, costringendolo a vivere a Davos. Il signor Settembrini parlava con entusiasmo di suo nonno Luigi, che non era stato soltanto un grande patriota italiano (un "carbonaro", diceva lui orgogliosamente), ma anche un compagno di fede e di battaglia di tutti i popoli oppressi. L'entusiasmo per la libertà e per la democrazia si era trasmesso, come un carattere ereditario, dal nonno al nipote…, perciò Ludovico Settembrini, dal suo esilio di Davos, si batteva con la penna per gli stessi ideali che il nonno Luigi aveva un tempo difeso con l'azione eroica e il personale sacrificio. Hans Castorp trovava degno di attenzione tutto ciò che l'italiano diceva. Sentiva il suo spirito aprirsi a nuove idee, vivificato dal con una personalità tanto diversa da quella dei borghesi conservatori di Amburgo fra cui era nato e cresciuto. Qualcosa di nuovo e di strano nasceva in lui, qualcosa che forse non sarebbe mai nato senza il suo soggiorno al sanatorio di Davos.Il tempo volava davvero…, le settimane lassù erano nulla. Venti giorni di vacanza erano fuggiti in un lampo e Hans Castorp si trovò con stupore a dover pensare alla partenza. Il signor Settembrini aveva ragione quando diceva che al Berghof la più piccola unità di misura del tempo era rappresentata dal mese. Castorp si pentiva di non essersi assegnato un periodo più lungo per il suo soggiorno in montagna. Quella vita smemorata e pigra, ordinata da facili e piacevoli regole osservate in comune, gli andava sempre più a genio, anche se fisicamente non sembrava averne tratto giovamento…, lo tormentava infatti il raffreddore, aveva spesso le guance in fiamme e brividi di freddo per tutto il corpo. Gli dispiaceva lasciare il cugino, i cui occhi neri e miti si velavano di tristezza ogni volta che qualcuno accennava alla prossima partenza di Hans. Così, quando constatò che aveva un po' di febbre e avrebbe dovuto rimandare di qualche giorno il suo ritorno ad Amburgo, Castorp accettò la cosa con un certo sollievo. Provava un sentimento confuso di felicità, a cui la deliziosa immagine di madame Chauchat non era estranea. Visto che la febbre non scompariva, Hans volle sottoporsi a una visita medica, seguita da una radiografia dei polmoni. Il verdetto gli fu comunicato dal dottor Berhens, l'insigne tisiologo direttore del Berghof… "Dato che lei è già qui, non vale la pena di rifare il viaggio, caro Castorp, perché fra breve dovrebbe essere di ritorno. Non voglio parlare di un vero e proprio focolaio di infezione, ma se lei tornasse in pianura in queste condizioni, in poco tempo il suo polmone se ne andrebbe al diavolo. Ora si metta a letto, e per due settimane staremo a vedere come si comporta la sua temperatura".Hans Castorp fu un paziente modello…, rimase tranquillamente disteso per giorni e giorni nel suo letto bianco e pulito… il letto di morte della giovane americana e forse di qualche altra persona. Si combatteva nel suo intimo una strana battaglia tra opposti sentimenti…, la gioia di essere costretto ancora al Berghof e il rimorso di rinunciare ai doveri della vita operosa e costruttiva che lo attendeva ad Amburgo. Quando alla malattia, non ne era affatto spaventato. Scrisse a casa per informare il suo tutore e zio della novità…, non sapeva con precisione quando sarebbe arrivato… fra tre mesi, forse, o sei. Lassù il tempo non aveva valore. Gioachino lo guardava con occhio che tradivano un sentimento di colpa…, non poteva fare a meno di pensare che forse suo cugino non si sarebbe mai ammalato se non fosse venuto a visitarlo. Un pomeriggio, verso il crepuscolo, il signor settembrini venne a trovare Hans Castorp…, si sedette accanto al letto e sottopose il giovane tedesco all'attento esame dei suoi occhi indagatori. Hans parlò con lui di cose che mai si sarebbe sognato di poter dire, anzi di poter capire. Ludovico Settembrini gli era diventato in poco tempo amico e maestro di vita. Quando Castorp ricomparve in sala da pranzo per la prima volta dopo la sua segregazione, madame Chauchat (Claudia, come egli la chiamava nel suo intimo) gli rivolse un lungo sguardo dei suoi occhi lucenti…, poi, sedutasi molto lentamente al suo posto, si volse a metà e gli sorrise. Castorp ne fu stupito e confuso e si sentì stringere il cuore. Era innamorato, non c'erano dubbi. Da molte settimane non faceva altro che pensare a quella malata affascinante, ai suoi occhi verdi, al suo modo di tenere la testa, alle braccia che trasparivano dall'abito da mattina. Non le aveva mai rivolto parola…, nessuno li aveva presentati e lui era troppo timido per presentarsi da solo. Eppure, fra Claudia Chauchat e Hans Castorp si era stabilito un rapporto che, pur affidato a uno sguardo, a un sorriso, era assai più di una semplice conoscenza. Per le feste di Natale i due cugini ricevettero molti doni da casa e li esposero nelle loro camere, tenendoli bene in vista per molti giorni. La sera della Vigilia, nella grande sala da pranzo, un abete di imponenti dimensioni ardeva di luci, scoppiettava, emanava un dolce profumo di resina. Gli ospiti erano tutti vestiti con cura e molte signore sfoggiavano gioielli stupendi. Vi era l'atmosfera festosa di un grande albergo di montagna e nessuno, vedendoli dal di fuori, avrebbero mai pensato che quegli individui celassero io dissolvimento della tubercolosi. In molte stanze del primo e del secondo piano, davanti alle quali stazionavano in permanenza grossi recipienti di ossigeno, c'erano dei moribondi, ma nessuno giù nel salone ne parlava, né pareva preoccuparsene. Hans Castorp trovava intollerabile questa indifferenza e volle reagire a suo modo. Incominciò, insieme a Gioachino, a visitare i malati più gravi, proprio quelli che tutti gli altri fingevano di ignorare. Nel piano dove dormivano i due cugini, non lontano dalle loro stanze, si trovava una ragazza di diciassette anni, di nome Leila. Hans seppe che per quella poverina neppure il grande Berhens poteva fare più nulla. Inviò a Leila dei fiori, con un fervido augurio di guarigione, poi andò a trovarla insieme a Gioachino. Era una graziosissima creatura, dai capelli biondi e dagli occhi intensamente azzurri. Con la sua debole voce un po' afona riuscì a chiacchierare con i due giovani, mentre una fiamma di eccitazione le illuminava le guance smunte. Era evidentemente felice per il dono inaspettato di quella visita. Otto giorni più tardi, passando davanti alla camera della piccola Leila, Castorp vide la porta spalancata e si fermò… vi erano gli uomini addetti alla disinfezione e il letto era già smontato. Hans sapeva bene che cosa significasse e il suo spirito si ribellò dolorosamente. Poi gli tornò alla mente ciò che Settembrini gli aveva detto pochi giorni prima…"L'unico modo sano, nobile, religioso di considerare la morte è di concepirla come parte integrante, come complemento, come sacra condizione della vita.".L'ultima notte di carnevale vi fu una grande festa al Berghof. Si ballò, si si rise e si gridò come ragazzi in vacanza. A una certa ora, quando ormai i brindisi non si contavano più, tutti incominciarono a darsi del "tu", a trattarsi con grande confidenza. Nel salotto della musica il dottor Berhems col camice bianco e un fez rosso in testa, si era unito all'allegria generale…, aveva personalmente preparato un punch e lo andava distribuendo ai suoi pazienti con un piccolo mestolo, badando a riempire fino all'orlo i bicchieri che gli venivano tesi da ogni parte. Fu in quella sera del "tu", quella sera di irresponsabilità e di sfrenatezza, che Hans Castorp e Claudia Chauchat resero completa e profonda la loro conoscenza. Ma il giorno dopo Claudia Chauchat partì. Quella notte di carnevale rimase nel ricordo di Castorp come un sogno incredibile, e segnò l'inizio del suo lungo, irragionevole aspettare che Claudia tornasse…La malattia di Castorp, se pure lieve e non pericolosa, di fatto esisteva…, anche se lui l'avesse voluto, il dottor Berhens non gli avrebbe permesso di ritornare in pianura e dedicarsi al suo lavoro di ingegnere. Dunque, la coscienza era a posto… anche se il signor Settembrini non era affatto d'accordo. "Non si lasci fuorviare dalla magica atmosfera di quassù! - gli diceva l'italiano con tono accorato - Torni, torni a casa! Anche se le ci vorrà più tempo per guarire".Ma Hans Castorp non ritornò a casa. Neppure quando Gioachino Ziemmsen, con un atto di cosciente ribellione alle prescrizioni del dottor Berhens, lasciò il Berghof e ritornò a prestare servizio nell'esercito. Gioachino voleva fare il soldato, quello era il sogno di cui si era nutrito fin da ragazzo. Riuscì a prestare servizio per qualche mese, finché la malattia, solo apparentemente sopita, non ricominciò a distruggerlo.Hans non volle seguire il cugino…, non c'era nulla in pianura che potesse compensarlo di quanto aveva trovato lassù. In due anni di soggiorno al Berghof la sua mente giovane e avida si era aperta a ogni sorta di cognizioni…, Castorp aveva acquistato volumi di anatomia, di biologia e di botanica e se li andava studiando durante le ore di riposo in veranda. Faceva con Settembrini e con Naphta (uno straordinario e coltissimo personaggio presentatogli dall'italiano) lunghe conversazioni di argomento letterario, politico e filosofico. Fra il democratico Settembrini e il fanatico assolutista Naphta, tendente verso forme comunistiche di vita, si accendevano discussioni roventi, a cui Hans Castorp assisteva con appassionato interesse.Così i giorni volavano. Castorp non aveva preoccupazioni economiche…, godeva di una discreta rendita lasciatagli dai suoi genitori…, non aveva neppure un interesse particolare per la professione che si era scelto.Il tempo era diventato per lui come "un termometro senza gradazione"…, non pensava neppure a calcolarlo. Non riusciva a considerare oziosa la sua permanenza al Berghof…, era ammalato, no? Dunque doveva curarsi. Nel frattempo il suo spirito si arricchiva, le sue vedute si ampliavano smisuratamente, il suo cervello lavorava senza posa.Gioachino Ziemssen ritornò al Berghof a morire, dopo solo nove mesi dalla sua partenza."Pazzo giovanotto, pazzo! - disse il dottor Berhens con gli occhi lustri, chino sul viso bellissimo e austero del giovane ufficiale morto. - Ha voluto forzare, ha voluto prestare servizio a tutti i costi. Pazzo figliolo!". E se ne andò, alto e curvo. Forse un po' più curvo del solito.Il feretro di Gioachino fu trasportato in pianura. Per molte notti, trascorse senza prender sonno, Hans pensò a quel umido camposanto così lontano…, gli sembrava di vedere una spada posata su una tomba e di udire la ben nota voce di Gioachino Ziemssen, così adatta al comando, impartire ordini secchi e precisi. Fu l'estate del 1914 che a un tratto e nel modo più violento il tempo riacquistò su Hans Castorp e sugli ospiti del Berghof tutti i suoi diritti.Dalla pianura arrivavano i giornali, due, tre volte al giorno, e l'attesa di notizie diventava una vera tortura…, sembrava che le ore nion passassero mai. Forze esterne, di inaudita violenza, avevano rotto l'incanto della magica montagna. Gli ospiti del Berghof fuggivano verso la pianura, diretti in ogni parte d'Europa. Tutti cercavano di raggiungere al più presto le proprie case. I legami di sangue e di patria gridavano ilo loro diritto e la malattia sembrava aver perduto ogni importanza. Anche Hans Castorp si riscosse dal lungo incantesimo, durato ben sette anni, e si trovò intento, quasi senza saperlo, a fare i bauli, a consultare orari. Giunse anche il momento di salutare Settembrini. "Addio, Hans mio! - gli disse l'italiano fraternamente - Speravo di vederti partire veso una vita di lavoro, invece vai a combattere tra i tuoi. Dio mio, tu eri destinato a questo, non il nostro povero Gioachino. Combatti valorosamente per quelli a cui il sangue ti lega, ma perdonami se consacro il resto delle mie forze per spingere la mia patria contro la tua. Addio!".Volle accompagnarlo alla stazione. Quando il trenino di davos si mosse, colui che partiva si sporse dal finestrino e a lungo salutò con la mano. Vide che Ludovico Settembrini, il suo amico e maestro, si asciugava gli occhi cercando di non farsi scorgere. Un caldo sentimento di riconoscenza e di affetto colmò il cuore di Castorp. Non sapeva se avrebbe mai avuto l'occasione di mettere in pratica ciò che in tutti quegli anni aveva imparato, perché dalla guerra si può anche non tornare, ma era grato al destino che gli aveva permesso di comprendere i valori spirituali, i soli che danno pregio e interesse alla vita.


UNA PAGINA

"Quando dopo dieci minuti, Leila dette segni di stanchezza o meglio di sopraeccitazione(il rosso delle guance si era incupito e gli occhi azzurro cielo cominciavano ad avereuno splendore inquietante), i cugini, sollecitati dagli sguardi di Suor Alfreda, preserocommiato. La signora Grengroos li accompagnò fuori dell'uscio. Là, si lasciò andaread uno sfogo rivolgendo a se stessa amari rimproveri che scossero singolarmenteHans Castorp… Poiché nella figlia, fatalità tremenda, era risorto ciò che da tanto tempo giaceva dimenticato e sotterrato. Era risorto, in forma molto più grave, poiché la figliola morivamentre sua madre entrava in un'età più facilmente immune dal morbo. Sì, la povera,la cara creatura moriva…, i medici non davano più speranza alcuna, e lei sola, la mamma, ne aveva colpa. I giovanotti cercarono di consolarla, dissero a fior di labbra qualche parola sullapossibilità di un favorevole mutamento, ma la signora rispose con un singhiozzo…, li ringraziò in ogni modo ancora una volta per tutto quello che avevano fatto, siaper l'invio dell'ortensia, sia perché avevano distratto e rallegrato un poco la piccolacon la loro visita. E pensare che tante altre fanciulle della sua età godevano la vita, ballavano coi giovanotti eleganti e graziosi! E la malattia non poteva certo distruggereil desiderio di quelle gioie. I signori, avevano portato un po' di sole. "Dio mio, l'ultimo sole - così andava dicendo la madre. L'ortensia era stata per lei comeun successo ottenuto al ballo e la conversazione coi due prestanti giovanotti comeun piccolo flirt. Proprio così…, lei, la madre, se n'era accorta perfettamente."


COMMENTO ALLA PAGINA

Leila, una bellissima ragazza di diciassette anni, si spegne dolcemente, sotto gli occhi dei genitori disperati. Hans Castorp e suo cugino si interessano a lei e riescono ancora a farla sorridere. In tutto l'episodio, trattato con estrema finezza, si sente la partecipazione calda e umanissima dell'autore, che sembra vivere egli stesso le dolorose vicende dei suoi personaggi. Anche se l'ironia è una parte saliente dello stile di Thomas Mann, qui, dove la morte è la vera protagonista, non ve n'è più traccia. Quanta dolcezza nell'accenno all'amore che la piccola Leila non potrà conoscere e quanta angoscia nelle parole della madre, che accusa ingiustamente se stessa della malattia della figlia! Con stile sobrio e delicato, assolutamente immune da sentimentalismi, l'autore si accosta rispettoso e commosso al dolore umano.


VALORE DELL'OPERA

ANALISI SOCIO-POLITICA - Sono gli anni del dopoguerra che determinano in Mann la conversione alla democrazia. Nella "Montagna incantata" (1924) egli ha fatto un bilancio dell'epoca cosiddetta della "sicurezza", che già contiene uno sguardo profetico verso l'avvenire. La montagna incantata è Davos, in Svizzera, nel cui celebre sanatorio si è recato un giovane tedesco di buona famiglia, Hans Castorp. Il suo intento è dapprima solo quello di visitare un cugino ammalato, ma l'atmosfera del sanatorio lo attira stranamente ed egli stesso si scopre malato e vi resta per qualche anno. Nel mondo sfaccendato e curioso del sanatorio i problemi della società hanno agio di riflettersi e di concentrarsi, staccati dai loro rapporti con la vita quotidiana, nelle interminabili discussioni dei malati. Castorp, privo di idee proprie, è esposto all'influsso di due inconciliabili avversari che lo suggestionano entrambi…, l'uno, l'italiano Settembrini, discendente della famosa famiglia dei patrioti, difende il liberismo ottocentesco, con la sua fede nel progresso illimitato e il suo violento anticlericalismo…, l'altro, il gesuita Naphta, irride alla teoria del progresso, che non è giustificata dai fatti, e sogna la restaurazione del potere universale della Chiesa onde introdurre un ordine immutabile di tipo medioevale, non senza il boia e il rogo. Essi rappresentano dunque i due opposti atteggiamenti ideologici della borghesia…, se l'ottimismo di Settembrini appare anacronistico nell'epoca delle contraddizioni imperialistiche e quindi può essere facilmente confutato da Naphta, il rimedio che costui contrappone al disordine sociale è l'immagine reazionaria del formicaio umano rigidamente organizzato dall'alto, con tutte le giustificazioni demagogiche e corporative che il fascismo farà proprie. Si capisce come Castorp esiti tra i due, trovando più simpatico Settembrini, ma più persuasivo Naphta, nonostante la ferocia delle sue concezioni. Lo scoppio della guerra, che lo porta, ormai guarito, dal sanatorio al fronte, lo coglie quindi maturato spiritualmente ma ancora passivo di fronte ai grandi avvenimenti dell'epoca

ANALISI ROMANTICA - Quando, nel 1924, uscì "La montagna incantata" vi furono polemiche e proteste, soprattutto da parte dei medici, offesi dall'ironia e dal realismo di Thomas Mann, che osava far piena luce su un mondo che si sarebbe volentieri ignorato. Molti critici poi, vollero vedere nella "Montagna" soltanto un simbolo dell'Europa contemporanea, divisa da opposte ideologie e avvolta in un pericoloso incantesimo. Ma gli altri, i lettori comuni, quelli a cui Mann si rivolgeva, lessero il libro con emozione e ne compresero la profonda umanità. Perché la strana vicenda di Hans Castrop è raccontata con sincerità, con simpatia, ma soprattutto con commossa comprensione dei problemi umani. La storia di Hans Castorp vuole anche essere la dimostrazione che attraverso il dolore, vivendo a contatto con la sofferenza altrui, si possono provare sensazioni che di solito sono precluse a chi, completamente sano, vive tra persone sane e in possesso di una intatta vitalità. Hans Castorp giunge a Davos da un mondo perfettamente tranquillo e ordinato, nel quale malattia e morte sono considerati incidenti deprecabili, di cui si parla sottovoce, cercando di cancellarli al più presto dalla memoria. Egli si trova d'un tratto in un ambiente in cui la morte e la sofferenza sono sempre presenti, anche se innominate, e danno la misura del vivere umano. E' un mondo in cui il tempo è sospeso e sembra non contare affatto…, un anno è come un minuto e un minuto può valere un anno. In questo "mondo magico" la malattia assume un valore nuovo… diventa un mezzo importantissimo per arricchire la propria sensibilità e ottenere una cognizione più completa della vita umana. Hans per la sua semplice natura, non sarebbe portato a profonde meditazioni, ma noi lo vediamo spiritualmente, commuoversi alle sofferenze altrui, comprendere quanto alto sia il prezzo della felicità. A poco a poco il mistero della vita comincia ad affascinarlo…, si mette a studiare, a ricercare, incapace ormai di accontentarsi di un'esistenza comune e di sapore superficiale. Anche l'amore di Hans Castorp per Claudia Chauchat è del tutto particolare…, è la malattia che essi hanno in comune a permettere loro di intendersi in modo quasi irreale e di avvicinarsi l'uno all'altra. L'amore, su quella montagna incantata, diventa magia…, Castorp, non riuscirà a liberarsene per anni, finché non lo scuoteranno le "trombe della guerra". Oltre al motivo dell'educazione spirituale e a quello amoroso, vi è nel romanzo un terzo motivo importante…quello della pietà. E' come un brivido che percorre tutta l'opera e detta a Thomas Mann le sue pagine migliori. La pietà per chi soffre e muore…, per chi è costretto a veder soffrire i suoi cari, annichilito dalla propria impotenza di fronte alla morte. Alla fine il libro mi lascia un po' perplesso… mi chiedo quale sarà il destino di Hans Castorp. Le probalità che esso sopravviva alla guerra non sono molte…, forse egli non riuscirà a mettere a frutto la saggezza acquistata. L'incertezza in cui l'autore ci lascia vuole farci comprendere che in quegli straordinari sette anni Hans Castorp ha consumato la parte migliore della sua vita, acquistando un'esperienza incalcolabile. Qualunque cosa possa capitargli dopo non sarà più così importante.


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