mercoledì 12 dicembre 2007

Michelangelo Buonarroti


LA VITA E LE PRIME OPERE DI MICHELANGELO

Dai marmi e dai colori di Michelangelo balza vivo l'uomo del Rinascimento. Michelangelo è senza dubbio la più alta figura d'artista del Rinascimento, è l'artista che con maggior potenza ed energia ha espresso la nuova concezione dell'uomo così come si era andata formando, tra lotte e contrasti, nella società italiana di quel tempo…, concezione attiva, eroica, vigorosa, che nell'uomo vedeva il centro di tutta la realtà, il protagonista della storia e della vita. Tutto l'interesse di Michelangelo infatti è rivolto unicamente all'uomo, senza distrazioni di sorta. Neppure il paesaggio lo interessa. E' l'uomo che egli scolpisce o dipinge. Creatore di grandi caratteri, di personaggi accesi da profonde passioni, sconvolti da terribili drammi, o sollevati da nobili ideali…, tale è Michelangelo.
La sua arte si pone sotto il segno della nobiltà e della grandezza. Egli riassume nelle sue immagini il significato di una civiltà nuova, dirompente, dinamica, tormentata dallo sforzo di liberarsi di tutto ciò che le impedisce di avanzare, di agire, di affermare il suo dominio. Amore, odio, dolore, decisione, la varia ed intensa gamma dei sentimenti umani, potenziati sino alla loro più acuta tensione, nutrono le sue opere e vi infondono ora una sovrana calma, ora violenza, furore, impeto. Come Dante, Michelangelo possiede un'anima fiera, ferma nelle sue convinzioni, scontrosa e ricca di affetti ad un tempo. Egli vive nel culto dell'ideale classico della bellezza, tuttavia il suo classicismo, come del resto il classicismo di tutti i Maestri del Rinascimento, è pervaso dall'ispirazione dei tempi nuovi, è dilatato da una visione che ne risolleva le sorti in creazioni attuali, pregne di nuovi contenuti. Michelangelo cioè, non è mai appartenuto a quell'umanesimo sterile e retorico, aristocratico e vacuo, contro cui, con tanta veemenza, si scagliava anche Leonardo. Egli è sempre stato un artista vivo, legato alla sua epoca in senso attivo, e se talora alcuni elementi di inquietudine mistica lo hanno agitato, non sono certamente questi a fornirci la chiave della sua personalità come qualche critico ha tentato di far credere. Giorgio Vasari (1511 - 1574) ne ha lasciato un vivacissimo ritratto nelle sue "Vite"… - "Fu di statura mediocre, nelle spalle largo, ma ben proporzionato con tutto il resto del corpo..., alle gambe portò, invecchiando, di continuo stivali di pelle di cane sopra lo ignudo i mesi interi, che quando poi gli voleva cavare nel tirarli ne veniva spesso la pelle… La faccia era ritonda, la fronte quadrata e spaziosa, le tempie spuntavano in fuori più delle orecchie assai… il corpo era piuttosto grande… il naso alquanto stiacciato… gli occhi piuttosto piccoli che no di color corneo… le ciglia con pochi peli… le labbra sottili, e quel di sotto più grossetto ed alquanto in fuori… la barba e capelli neri lunga non molto, e biforcata, e non molto folta…".

Nacque a Caprese, nell'alta Val Tiberina, il 6 marzo 1475, da Ludovico Buonarroti Simoni, podestà del luogo, e da Francesca di Neri. Il primo aprile del 1488 entrò nella bottega di Domenico e Davide Ghirlandaio a Firenze e dopo qualche tempo incominciò a frequentare il Giardino Mediceo di San Marco dove studiò alla scuola dello scultore Bertoldo di Giovanni, discepolo di Donatello. Qui conosce i più dotti umanisti dell'epoca…, il Ficino, Pico della Mirandola, il Poliziano, oltre che, naturalmente, Lorenzo il Magnifico. Le sue prime manifestazioni plastiche stupiscono per l'originalità e la forza, come la "Madonna della Scala", un bassorilievo che egli scolpì a sedici anni.In esso Michelangelo dimostra di avere già assimilato la lezione dei maestri che l'hanno preceduto e di essere già in grado d'arricchirla di nuove scoperte formali. Di questo periodo è anche un altro bassorilievo…, la "Zuffa dei Centauri", un'opera in cui l'energia, lo scatto, la dinamica plastica di Michelangelo s'annunciano con sorprendente efficacia.Dopo la morte del Magnifico, nel 1492, Michelangelo lascia Firenze e, dopo un breve soggiorno a Venezia, si ferma a Bologna dove le opere di Jacopo della Quercia hanno su di lui una viva influenza. A Bologna scolpisce tre statuette, tra cui l' "Angelo reggicandelabro". Tra il '95 e il '96 lo ritroviamo però a Firenze…, qui, per incarico di Pier Francesco de' Medici, porta a termine un "San Giovannino" e un "Cupido dormiente". Ma l'invito del Cardinale Riario lo inducono a partire per Roma. E' il suo primo contatto con la città papale. Un banchiere, Jacopo Galli, gli commette un "Cupido" e un "Bacco". La "Pietà di San Pietro", ordinatagli dal Cardinale De la Groslaye de Villiers è come la conclusione di questo suo primo periodo di attività, in cui egli ha cercato d'impadronirsi dei mezzi stilistici propri degli antichi elaborando al tempo stesso un suo personale linguaggio figurativo. Altre sculture di questo periodo sono la "Madonna" detta di "Manchester" e i "Santi Pietro, Paolo, Pio e Gregorio" per la Cappella Piccolomini nel Duomo di Siena. Nello stesso anno, 1501, egli mette mano a uno dei suoi capolavori, il colossale "David" che fu collocato davanti a Palazzo Vecchio in Firenze tre anni dopo.A Firenze, dov'è dunque tornato, Michelangelo dà inizio al secondo tempo della sua attività. E' il momento in cui si cimenta anche con la pittura, eseguendo una "Sacra Famiglia", comunemente designata come "Tondo Doni", mirabile per rigore compositivo e per disegno. Ebbe anche un altro incarico pittorico… quello di affrescare, insieme a Leonardo, la Sala del Gran Consiglio in Palazzo Vecchio. Ma non riuscì a preparare che il cartone illustrante la "Battaglia di Cascina", perché Papa Giulio II, nel marzo del 1505, lo chiamò urgentemente a Roma. Il cartone andò distrutto qualche anno dopo. I rapporti di Michelangelo con Giulio II non furono tra i più tranquilli. Il Papa voleva farsi erigere una tomba grandiosa, ma mutò spesso di parere circa il progetto, tanto che Michelangelo, infuriato, piantò Roma e se ne ritornò a Firenze. Ci volle del tempo prima che, per l'intervento di eminenti personalità, si decidesse alla pace con Giulio II. Quando tornò a Roma, invece della tomba, Giulio II gli ordinò di affrescare la Cappella Sistina. Per quattro anni egli lavorò, dal 1508 al 1512, anni di sforzo creativo impressionante oltre che di fatica fisica incredibile. Ma l'opera, tra urti ed ostacoli, fu portata a termine e resta senza dubbio una delle creazioni più grandi e potenti che genio umano abbia realizzato. Dopo la titanica impresa della Cappella Sistina (la sola volta è di metri 13 x 36), Michelangelo si dedica alla tomba di Giulio II, ridotta nel progetto e sistemata in San Pietro in Vincoli. Il "Mosè" la scultura che domina la tomba, gigante di marmo, potente e imperioso. Per questa tomba però Michelangelo aveva già preparato altre sei statue di "Prigioni", statue allegoriche, di cui due si trovano oggi al Louvre di Parigi e quattro, allo stato di abbozzo, presso l'Accademia di Firenze. Queste opere sono, per me, le più belle e suggestive scolpite da Michelangelo. Così la "Cappella Medicea di San Lorenzo" in Firenze, i cui lavori furono iniziati nel 11520, è la sua grande opera successiva, architettonica e scultorea. Nel 1536 lo ritroviamo ancora a Roma dove, nella Cappella Sistina, dipinge l'affresco del "Giudizio Universale" (13,70 x 12,20). Ma il lavoro di Michelangelo si allarga. Solo la morte vi porrà termine. Progetti d'architettura, ancora affreschi, ancora statue…, Palazzo Farnese, la Cupola di San Pietro, i dipinti della Cappella Paolina, le ultime statue… la "Pietà di Palestrina", la "Deposizione", la "Pietà Rondanini"… un abbozzo forte e patetico, l'ultima opera del Maestro. Quanto fervore di opere! E insieme ai quadri, agli affreschi, alle statue, Michelangelo ci ha pure lasciato una serie di robusti, commossi, profondi sonetti in cui il suo travaglio spirituale e umano trova accenti di vera poesia. Il 18 febbraio 1564, nella piccola casa di Macel de' Corvi, in Roma, Michelangelo muore, all'età di 89 anni.


MICHELANGELO SCULTORE

"Tirai dal latte della mia balia gli scalpelli con cui fo le figure". Per meglio comprendere il carattere dell'opera di Michelangelo, vale la pena di riportare qui alcuni pensieri che la grande scultrice russa Vera Mukhina (1889 - 1953) esprimeva in una sua conferenza… - "Nella "Creazione dell'Uomo" della Sistina, il creatore e l'opera sua non si distinguono né per le proporzioni né per la concezione. Tutti i personaggi michelangioleschi sono eroi o titani…, infatti il Maestro ha divinizzato l'uomo, e d'altronde è forse il solo che l'abbia fatto…". All'epoca del Rinascimento i soggetti mitologici o biblici non erano che un pretesto per la creazione di immagini ed espressioni delle idee del tempo. La Bibbia e l'antichità sono utilizzate come un'immensa riserva di temi utili nelle più varie circostanze.. E' interessante studiare l'evoluzione della tematica dell'arte classica. Due volte nella storia le arti plastiche ritornano alle forme classiche considerate come canoni infallibili. Sembrerebbe perciò che le copie dovessero assomigliare agli originali… niente di meno vero. Paragoniamo gli eroi dell'antichità greca a quelli del Rinascimento… l'arte classica è impregnata di sereno coraggio, di chiarezza di spirito, di perfezione armoniosa nelle forme e nei supporti. Con il Rinascimento le forme classiche ereditate dall'antichità si riempiono di energia, di forza tumultuosa. Ciò è dettato dallo spirito dell'epoca. E' curioso osservare che i personaggi preferiti del Rinascimento sono i vincitori…, così il "Perseo" del Cellini, il "David" di Michelangelo, il "San Giorgio" di Donatello, il "Colleoni" del Verrocchio. Sino al Cristo del "Giudizio Universale" della Sistina, non c'è protagonista che non sia un giustiziere, vincitore del male. Quando invece perveniamo all'arte del pseudo classicismo (neoclassica), le cose cambiano radicalmente. Paragoniamo la tranquilla virilità di Policleto, la nobile eleganza di Prassitele, la possanza titanica di Michelangelo, alla sdolcinata lezionaggine dei personaggi, anche quelli maschili, di Canova, impregnato di romanticismo salottiero e di una graziosa mollezza. Un corpo preteso classico che alberga un'anima di un piccolo maestro del XVIII secolo…, il corpo dell'atleta destinato alle competizioni dell'Ellade classico o del Rinascimento è ormai dedicato alla sola Voluttà. L'aristocrazia dominante ci ha lasciato un'arte d'involuzione e di decadenza a sua immagine e somiglianza, sebbene rivestita di forma superficialmente realistiche. Questi concetti sono fondamentali per comprendere l'arte del Rinascimento e, in particolare, il vigoroso realismo di Michelangelo. Michelangelo si sentiva soprattutto scultore, anche quando dipingeva..., gli affreschi della Sistina ne sono un esempio… le figure, a furia di chiaroscuro, hanno un rilievo plastico di eccezionale evidenza, si staccano in rilievo dalla parete come se veramente fossero scolpite. Non per nulla amava ripetere da vecchio…

"Tirai dal latte della mia balia gli scalpelli che io fo le figure".

Le statue eseguite per la Tomba di Giulio II insieme a quelle per le Tombe Medicee sono certamente le statue più forti e più belle create da Michelangelo. Il primitivo e grandioso progetto per il monumento sepolcrale a Giulio II non fu mai realizzato. Rimangono però alcune statue… i 6 "Prigioni" e il "Mosè". Dei "Prigioni" due sono al Louvre e quattro alla Galleria dell'Accademia di Firenze. Questi ultimi sono rimasti incompiuti. Tuttavia sono senza dubbio tra le opere più suggestive di Michelangelo, perché in esse si vede come lavorava il sommo maestro, il processo del suo fervore creativo. Per Michelangelo infatti la scultura era un vero e proprio liberare dal marmo soverchio l'immagine già concepita della statua. E' questo il senso preciso di una sua famosa quartina…

…"Non ha l'ottimo artista alcun concetto

che marmo solo in sé non circoscriva

col suo soverchio…, e solo a quello arriva

la mano che ubbidisce all'intelletto".

I "Prigioni" sono vigorosi corpi di uomini che si divincolano e i loro gesti acquistano viva efficacia proprio per l'ingombro che alle parti finite dell'opera fa il marmo non ancora lavorato è come se questi nudi potenti volessero sciogliersi dalla materia che li imprigiona, simbolo della vita che dalla natura erompe attraverso una lotta energica e feconda.Di tutte le statue per la Tomba di Giulio II, che Michelangelo scolpì senza aiuto di allievi, solo il "Mosè" finì col fare parte del sepolcro sistemato in San Pietro in Vincoli. Il "Mosè" è un'opera di largo e semplice impianto… l'eroe biblico è seduto, ma si capisce che tra poco si leverà in piedi in tutta la sua alta statura…, il volto è corrucciato, gli occhi terribili… egli volge la testa minacciosa verso il suo popolo…, tiene la lunga barba fluente con una mano… maestosità, grandezza, contenuto furore spira da tutta la figura. Le due tombe a Giuliano e a Lorenzo de' Medici furono erette nella Sacrestia Nuova di San Lorenzo, a Firenze, nel 1522. Si tratta di due monumenti di uguale composizione. Lorenzo e Giuliano sono seduti, in alto…, ai loro piedi stanno adagiate rispettivamente due statue allegoriche… l'"Aurora" e il "Crepuscolo" ai piedi di Lorenzo…, il "Giorno" e la "Notte" ai piedi di Giuliano. Lorenzo è in atto pensoso, la testa poggiata alla mano…, Giuliano in atto di sorgere…, due statue severe, solenni, di un rigore fermo, di una misura plastica superba. Ma è difficile dare l'idea della sommità dell'arte toccata da Michelangelo, con le quattro statue allegoriche… due nudi femminili e due nudi virili. Ecco il "Giorno" col volto lasciato grezzo e col corpo atletico, rilevato di muscoli…, ecco la "Notte" stanca, rilassata, la bellissima testa reclinata…, ecco il "Crepuscolo" con la faccia quasi nebbiosa, col corpo affaticato, e l' "Aurora", di una bellezza solida, giovanile, anche se una diffusa malinconia la pervade. Nella stessa cappella funeraria dei Medici si può ammirare un'altra grande opera di Michelangelo… "La Vergine col Bambino", scultura di un'eccezionale arditezza per la positura data al bambino che, vorace, s'attacca alla mammella materna…, scultura ricca, mossa nel panneggio, nei contrasti chiaroscurali…, di perfezione ed ispirazione sublimi la dolce testa della madre. Le tre "Pietà"…, quella di Santa Maria del Fiore, quella di Palestrina e quella detta "Rondanini" concludono l'attività di Michelangelo scultore…, mirabili opere, in parte incompiute le due ultime. In esse Michelangelo esprime il dolore dell'uomo di fronte alla morte che distrugge ogni energia, che spegne la bellezza, che respinge nel nulla la vita.
Opere drammatiche dunque, in cui Michelangelo con libertà di invenzione e coraggiosa composizione coglie con acutezza la tragedia dell'uomo che muore. Nessun miglior commento a queste sculture che un pensiero di Michelangelo stesso … "Io sono tanto vecchio, che spesso la morte mi tira per la cappa, perché io vada seco…, e questa mia persona cascherà un dì come questa lucerna, e sarà spento il lume della mia vita".


MICHELANGELO PITTORE E ARCHITETTO

Michelangelo non si dichiarò mai pittore…, egli teneva ad essere considerato scultore…, che, per lui, la scultura era la prima e fondamentale tra le arti figurative…, "fiaccola della pittura" egli la chiamava. Eppure il suo primo tirocinio fu pittorico…, a quattordici anni, come già annotato all'inizio di questa pagina, era nello studio del mite Domenico Ghirlandaio. Vuole la tradizione che egli, all'insaputa del maestro ne correggesse i disegni e che, quando questi dipingeva in Santa Maria Novella, il ragazzo avesse aggiunto ai dipinti del maestro figure sue di tal bellezza che, il Ghirlandaio, geloso del suo straordinario allievo, per non avere in lui un domani un rivale, lo avesse indotto a darsi alla scultura. Nell'opinione che Michelangelo aveva di sé artista, essere solo scultore, possiamo trovare, in fondo, una profonda verità, nel senso che anche quando dipinse, egli rimase scultore, tanto sono plastiche, scultoree, le sue potenti figure e soprattutto gli "ignudi" di cui abbondano i suoi dipinti. Ciò sia detto specialmente per il "Diluvio universale"…, al punto che quando quest'opera di grandezza dantesca, nel 1512, fu scoperta, alla sbalordita ammirazione generale seguirono, mosse dall'invidia o dall'ignoranza, acerbe critiche per le nudità delle figure, che venivano dichiarate immorali, mentre esse non esprimevano che potenza e tragicità. Ma Paolo III non ascoltò le critiche e gli commise ancora due grandi quadri per la Cappella Paolina, la "Conversione di Paolo" e la "Crocifissione di Pietro". Del periodo giovanile, e cioè del 1501 o 1506 è la prima pittura importante… la "Sacra Famiglia", commissionatagli a Michelangelo da Angelo Doni. E' un tondo dipinto a tempera, che ricorda molto le forme precise e scultoree delle figure di Luca Signorelli. I colori freddi e le cupe zone di ombra conferiscono a quest'opera un grande rilievo.


Nel 1505 Michelangelo lavora al cartone della battaglia di Cascina, per il Palazzo pubblico di Firenze. Questo cartone rimase esposto a lungo e servì quasi da scuola al Sansovino, al Cellini, Andrea del Sarto e perfino a Raffaello. Fu distrutto per invidia dal Bandinello, e a noi non sono tramandati che due frammenti. Per istigazione, pare del Bramante, che sperava vederlo sconfitto nel paragone con Raffaello, Giulio II gli affidò l'incarico di dipingere la cappella Sistina. Questa, a cui ho già accennato inizialmente, è l'opera più grande di Michelangelo e la più completa. Egli comincia il faticosissimo lavoro (il più delle volte doveva dipingere nelle posizioni più strane e più scomode) il 10 maggio 1508 e lo termina il 31 ottobre 1512. Nelle figure della Cappella Sistina Michelangelo riassume tutta la sua esperienza precedente…, lo studio del nudo energico e preciso si avvalora di un colore sobrio e potente. Solo con Michelangelo e appunto nelle figure della Cappella Sistina, la pittura raggiunge plasticità, cioè ha la medesima forza espressiva di una scultura... Questo è ottenuto con un disegno scattante che racchiude scorci dinamici, e con un colore vigoroso e sobrio allo stesso tempo. Nel 1536 Clemente VII ordina a Michelangelo il "Giudizio Universale", che terminò nel 1541. Questa seconda gigantesca opera di Michelangelo contrasta molto con le pitture della volta. Mentre, infatti, le figure della volta della cappella sono delimitate e spiccanti, nelle loro singole sagome, nel "Giudizio Universale", invece, si ha a prima vista un'impressione generale di masse di chiaroscuro. (Anche per quest'opera di Michelangelo le critiche furono durissime a causa delle nudità raffigurate e pochi compresero che in quel modo possente e vigoroso, intensamente plastico di raffigurare il corpo umano, si concentrava il senso dell'Incarnazione secondo il Vangelo di Giovanni ... "La Parola di Dio si è fatta carne e venne ad abitare in mezzo a noi". Solo in seguito l'ammirazione e il consenso furono totalmente unanimi). Anche nel campo dell'architettura spazia la grandezza di Michelangelo, che divide questo primato col Bramante. Alla serena, tipicamente classica, compostezza del suo grande rivale Michelangelo oppone la forza plastica, densa di movimento, che caratterizza la sua arte di scultore e di pittore. Nel 1516, per commissione di Leone X, eseguì il progetto per la facciata di San Lorenzo in Firenze, rimasto non realizzato per l'insofferenza del papa per il ritardo dell'opera, ma l'anno seguente, per commissione di Giulio de' Medici (poi Clemente VII) cominciò la costruzione della "Sacrestia Nuova", destinata a racchiudere le tombe dei Medici, rimase incompiuta, così come la "Biblioteca Laurenziana", che fu condotta a termine dai suoi discepoli Giorgio Vasari e l'Ammannati, opera armoniosa e solenne nelle linee di magnifica semplicità. Nel 1547 il papa Paolo III nomina Michelangelo architetto della fabbrica di San Pietro ed a questo periodo appartengono le grandiose opere architettoniche della sua maturità e vecchiezza che dalla piazza del Campidoglio con i suoi tre palazzi, da Santa Maria degli Angeli e dal disegno di Porta Pia, culmina nell'abside e nella cupola di San Pietro il cui primo progetto era del Bramante. All'antico rivale egli rendeva omaggio e giustizia, così scrivendo al suo discepolo, l'Ammannati...…

"E' non si può negare che Bramante non fossi valente nell'architettura, quanto ogni altro che sia stato dagli antichi in qua. Lui pose la prima pianta di San Pietro, non piena di confusione, la chiara e schietta, luminosa e isolata atorno, in modo che non nuoceva a cosa nessuna del palazzo…, e come ancora è manifesto…, in modo che chiunque s'è discostato da detto ordine di Bramante, come ha fatto il Sangallo, s'è discostato dalla verità".

Michelangelo non se ne discostò ma le dette l'impronta immortale del suo genio.


EMOZIONI - Le fontane del mio cuore

Appesa alla mia mano come una mela al suo vecchio ramo, ho accompagnato la mia nipotina Elena nel giardinetto di Pensole. Ahimè, ma dopo quante raccomandazioni della sua mamma Gisella, e dopo quali mal nascosti atteggiamenti gelosi della sua nonna Felicia, poiché la piccola non parla ancora, trotterella appena, come ho detto, guidata dalla mia mano, e le sue scarpette bianche sfiorano, ora, più che toccarla, la ghiaia rastrellata da poco, pulitissima.
Di questa stagione, alle sette di sera, tutto chiaroscuri il giardino, coi suoi piccoli misteri nei morbidi verdi delle ortensie dei pini delle siepi, con le sue tinte spruzzate nei gerani e nelle rose, coi profumi diffusi dei gelsomini.
E in quest’ora di pace e di chiarità celeste io mi porto la bimba per i vialetti di bosso, giù dalle rive, tra l’erbe, ai bordi delle aiuole.
In cerca di che? Ma di nulla, naturalmente. Quale maggiore e più fervido godimento, oggi, di questo che mi dà la tenerella tutta presa ed agitata da ansie inconsuete?
Di nulla? Eppure c’è qualcosa ancora di mio in questo piccolo regno d’ombre e di piante, qualche cosa che fu del mio cuore e che amai tutt’uno con le mie ore trepide e serene, dentro e fuori di me, qualche cosa che urge ora dai pettinati della terra, dai tufi, dai vapori iridescenti della vasca.
Proprio qui mi porto la bomboletta e le insegno subito a guardarsi l’immagine riflessa sul breve liquido piatto. La piccola Elena affonda subito le sue manine prorompendo in stridule risa, le sue tenere membra tremano tutte, le sento, mentre scopro nei suoi occhi color dell’uva matura una nuova sorgente di felicità.

Ho ritrovato improvvisamente me stesso dentro quegli occhi, una finestra spalancata nell’azzurro della mia prima fanciullezza, oltre i silenzi di una lontananza senza contorni, inarrivabile.
E così, ad un tratto, pare che tutto si risvegli si affretti si affolli intorno a me mentre corrono sull’acqua, trottole frullanti, le immagini del mio passato.
Il mio passato! Ma non è solo il mio, guardatevi indietro, amici miei, il passato è di tutti, guardate, e se queste cose sono cose da nulla, povere e fragili cose, fuggevoli come il sogno o come la vita umana, è pur vero che della vita umana esse sono le più forti e le più vere.
Intanto la bambina s’è già inzuppate le vesti e ride divertita dello spavento dei pesci ed io penso, guardandola, che le fontane sono sempre le buone amiche dei bambini, direi le amiche materne dei bambini in vacanza.
Nel giardino di Pensole c’è questo piccolo catino con mezzo labbro di cemento e, in verità, non ha grandi pretese…, uno scoglio, uno zampillo, un ridicolo palmizio a fianco (oh, quanto quanto, nelle accese canicole, abbiamo atteso il maturare dei datteri o delle banane!), e la solita famiglia dei pesci rossi e azzurri che si rincorre tra i muschi gocciolanti delle rocce posticce.
Ricordate?
Anch’io, anche voi, come ora fa la piccola Elena, abbiamo affondato le nostre mani irrequiete in quell’acqua quasi tiepida rabbrividendo di piacere, anche voi, anche io vi abbiamo immerso le tonde foglie delle campanelle per vedervi lo scintillio dell’argento.
Ricordate?

Quante camiciole bagnate, quanti zoccoletti da buttar via, e che disperazione nelle case! Ci teneva vicini come una chioccia e c’era intorno un sapore d’intimità quasi casalingo.
Fra lei e noi, in quel suo velo trasparente d’acquerugiola sospesa, parevano rincorrersi le confidenze delle nostre ore beate, tutto un mondo di piccole cose, di nulla, ma pieno e sincero, toccato, è vero, qua e là, da desideri indefiniti di godimenti intuiti più che saputi, ma subito repressi o confusi dai suoi pur gravi richiami gorgoglianti tra i muschi e tra le rocce.
Ricordate?
E ricordate l’altra fontanella umile e nascosta che zampilla in quella mezza coppa di latta nera fissa nel muro tutto roso dall’umidità e sbriciolato dai nostri piedi quando, maschi e femminucce, ci si arrampicava sin lassù per cogliervi a bocca aperta, avida e ingorda, il fresco getto dell’acqua buona e ristoratrice? Che bevute!
Bevute a lunghi sorsi, e saporose come quelle che abbiamo fatto adesso insieme nelle nostre più tenere stagioni, le più brevi. Ma è il tempo ormai di spegnere questo squarcio d’azzurro, i cari fantasmi scendono a frotte tenendosi per mano e si moltiplicano via via che le memorie li inseguono li incontrano li toccano.
E’ un gioco pericoloso ormai, lo so bene, e poi Elena è stanca e già mostra il ditino l’ambulante del gelato.

Né lontane né vicine, frattanto, s’odono le campane, le ultime del giorno, ed io le riconosco.

Le campane di San Mauro hanno una voce chiassosa e petulante, non è la squilla tinnula di certe aeree vele di campagna che salutano sulle vette del frumento il nuovo sole, né la musica grave dell’Avemaria che si distende a sera nel silenzio delle case appisolate e affretta nelle stalle gli ultimi muggiti delle armente.
No, le campane di San Mauro sono litigiose ed amano lo strepito della piazza che sale dalle tende disuguali e pur tanto armoniche delle baracche ove si attardano nelle quotidiane ricerche le nostre donne, vivaci e petulanti anch’esse, fra ceste di cavoli e fiori di zucca, fra arance, fragole, mele profumate.
C’è un accordo evidente fra la piazza e le campane, un’oasi alla rovescia nel cuore della città.
Anche qui una fontana. Ma stavolta è una fontana di lusso, tutta vestita di nero e di nobile muco.
Alta e diritta come uno stelo, troneggia sulle pietre e l’acqua che scivola dalla sua aperta conchiglia è un pianto senza suono, sconsolato.
Di giorno, ma di notte, quando il campanile s’intabarra e non v’è intorno alito di vita, sono singhiozzi che cadono e rimbalzano dentro gli archi delle case e fanno il silenzio più vasto e la scena più irreale. Eppure non v’è nulla in essa, pur tanto grave negli aspetti delle sue cose ferme a un tempo e mobili sotto le inquiete luci dei pensili lampioni, non v’è nulla che distragga il vago sentore di casa nostra, della nostra piccola parrocchia che abbiamo amato ai dì dei fervori pasquali, nulla, neanche questi lunghi guaiti di cani incatenati, né l’agghiacciante strido della civetta.
Ma via via che i pallidi chiarori mattutini, quasi un’intesa bisbigliata segretamente, si propagano lungo le colonne, toccano i vetri e le grondaie, accarezzano le pietre, la fontana emerge dall'oscurità, come dal nulla una fantastica apparizione.
Allora c’è già che si inalbera la tenda, qua e là, nei posti ancora deserti, e attinge i primi secchi d’acqua fresca, sonora negli zinchi o dentro i rami, tossendo nel silenzio meno intenso, oramai, e non più di cose morte.

Il fascino dell’acqua è irresistibile, non c’è cuore umano, io credo, fra i più delicati od espansivi o fra quelli più restii od ottusi che non lo subisca. Questa forza liquida che domina e governa tutto l’universo e confonde e soggioga il pensiero umiliando ogni superbia, si fa talvolta inverosimilmente piccola, si veste d’abiti dimessi per avvicinarsi ai poveri e ai bambini e s’agghinda di grazie e di gioielli, femmina anch'essa, per civettare sulle piazze e nei giardini.
La bambina, però, ora è delusa. Sui gradini della fontana nuda ella non vede i pesci rossi né può toccare l’acqua troppo lontana con le sue manine protese invano. Mi guarda e nei suoi occhi non c’è più la gioia, la sorpresa ch’io le conobbi sulla vasca di Pensole e la sua delusione si scioglie improvvisamente in lagrime rabbiose che mi mortificano e mi umiliano.
Che fare? Un uomo non sa cosa fare in queste circostanze, ma la vecchia fruttivendola (chissà quante volte ha visto piangere anche me!) è già qui con un’arancia che le sfavilla tra i calli della mano nera, tutta tagliuzzi, ma buona e generosa quanto è cattivo e ingrato il suo mestiere.
E la pace è fatta, piena senz'alcun rimpianto, mentre ora la bimba, che ha saputo racchiudere in un’arancia il mondo intero, lascia alle sue spalle la fontana e le campane della prima messa, e in me un suo semplice insegnamento.

Una fredda sensazione di vuoto e di lontano mi invade ancora davanti alla fontana del giardino di Arvento. Mi pare essa sia più che una cosa viva e conquistata, una fontana perduta.
Di lei non parlo volentieri né mi dorrei se in vece sua fiorissero a distesa papaveri e fiordalisi come nei dorati delle nostre campagne.

Ma che hanno mai questi bordi falsi, senza muschi né gole, questo fondo liscio a fior di terra, i sedili intorno deserti poveri freddi, ma che ha mai questa fontana schiacciata dagli alti ciuffi dei platani poderosi e imponenti, in mezzo a secoli di legno, a enormi spicchi di verde e di terra arrugginita?
Cos’ha? Nulla, né colore, né rilievo e non affascina ma allontana, o sollecita le cure verso più gentili acque raccolte, più liete e meno ferme.
Mi dispiace (ma mi dispiace veramente?) questo mio antico risentimento verso una fontana che, in fondo, poveretta, dà quello che può e nulla chiede, a nessuno, rallegrandosi solo, forse, di quelle due o te giornate di mezzo agosto in cui le folle campagnole scendono dai contadi per un fervido omaggio di fede alla Madonna, contornandola di bimbi di sporte e di preghiere. Anch’essa ha le sue ore di popolarità e se la gode in contenuta allegrezza come forse non gode l’ipocrisia di qualcuno che non mette tempo per umiliare la povertà dei semplici e diseredati.

Ma per Elena ho riservato un’ultima meraviglia e perciò ho aspettato l’inverno.
Un inverno rigido e ventoso, aspro con gli uomini e con le cose sì che i radi e fugaci pertugi fra i monotoni grigi del cielo sono speranze di poco credito.
La fontana di piazza Verdacqua è ora un gioiello più che non lo sia quand’è nuda nel suo stile perfetto di donna elegante e corteggiata. I suoi natali e i suoi anni tribolati traverso guerre e invasioni straniere sono saputi e non toccano la piccola che è lì, ai suoi piedi, adorante, incantata dai barbagli del ghiaccio, dai giochi dei filamenti gocciolanti lungo tutto l’armonico cerchio della coppa, delle rapprese frange trapunte della corolla tutta grazia, o dalle barbe aguzze di spilli candidi e luccicanti dei tre grandi musi le cui bocche tonde son vuote ora di suoni e d’acque scroscianti.
Se le narrassi ora la favola di Santa Lucia o addirittura dei suoi viaggi sui tetti col grosso sacco di baiocchi, nella notte magica dicembrina, sotto l’ombra dei camini o fra le spettrali fosforescenze della luna, no, non la distrarrei, questa piccola creatura che scoppia in lacrime solo se un mio cenno la induce a venir via.
Stavolta è disperazione e non ci sono arance a portata di mano, ma al mio motto d’intesa un brillante vigile anzianotto alza un suo dito ammonitore verso la bimba che, stupefatta, resta a fissarlo come una statuetta di cera, e più non piange ma non già ride, mentre mi segue mansueta.
Pace? Oh, non direi questa la pace che le invase il cuore quando riuscì a imprigionarsi il mondo dentro il fragrante frutto.
Questa è soltanto paura, cioè una pace amara con qualche straccetto di rimpianto per cose amate e perdute e di sdegno contro gli uomini indifferenti.
Per me, un altro insegnamento.
                                          

IL BACCALA' - Cucina Friulana


Il baccalà non è altro che il merluzzo sventrato, salato e fatto essiccare all'aria. Il baccalà è largamente usato in Friuli, è ricercato nei pubblici esercizi, è gustato nelle famiglie.
Il miglior baccalà deve avere la carne bianchiccia e non gialla o filacciosa, e la coda quasi trasparente. Per prepararlo in casa bisogna batterlo a lungo col mazzuolo, e non troppo fortemente, perché non vada in pezzi.
Si mette a bagno per un paio di giorni in acqua limpida ( una volta si usava mettere nell'acqua un po' di cenere, ma per versarla sul pesce bisognava aspettare che si fosse decantata e poi filtrata). Innumerevoli sono le ricette di cottura del baccalà. Ogni regione, per non dire ogni città d'Italia, vanta la sua specialità; baccalà alla Napoletana, alla Romana, alla Bolognese, alla Livornese, alla Trentina, alla Vicentina, alla Veneziana. In Friuli si prepara generalmente in varie maniere: la più semplice è data dal baccalà allesso.


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BACCALA' ALLESSO

Il baccalà, ben battuto e rammollito, metterlo al fuoco in acqua fredda e lasciarlo fin tanto che alza il bollore (non deve mai bollire perché indurirebbe), salarlo in ultimo, lasciandolo sull'angolodel fornello perché completi la cottura; quindi levare la pelle, le spine, dividerlo a pezzi, metterlo sul piatto caldo, e condire con sale e pepe, olio e prezzemolo trito; coprire con altro piatto, metterlo per un'ora sopra una pentola con acqua calda, mescolando spesso perché assorba il condimento.
Oppure: il baccalà come sopra indicato, si mette in una casseruola con un pezzo di burro, cipolla tagliata, prezzemolo, sale, pepe, noce moscata, e prima di servirlo si aggiunge succo di limone.


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BACCALA' IN TEGAME O ALLA CAPPUCCINA

La maggioranza dei Friulani preferisce il baccalà in tegame, con molte varianti alle ricette che si usano dai frati cappuccini, nei loro conventi, da cui appunto ne deriva il nome.

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1 - Il baccalà bene rammollito si taglia a pezzi grandi e si mette a cuocere in un tegame stretto, inmodo che i pezzi messi verticali restino addossati uno all'altro; si ricopre di acqua aggiungendo alloro, sedano, pepe e sale. Si deve cucinare molto lentamente, sull'orlo del fornello, per due ore. In un tegamino a parte fare soffriggere olio, burro, cipolla, prezzemolo, e versare il tutto nel tegame del baccalà per completare la cottura.

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2 - Il baccalà già rammollito si allessa fin tanto che alza il bollore, e a parte si prepara un soffritto con metà burro, metà olio, aglio, prezzemolo. Quando il soffritto è rosso vi si getta il baccalà, rimestando continuamente a fuoco lentissimo, e si aggiunge, un po' alla volta, un litro di buon latte, e, prima che il baccalà sia cotto, uva passa e pignoli.

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3 - Si prende del baccalà, si lava bene, si tolgono le spine, e si spreme bene. Poi si mette in padella con olio, farina, uva passa, pignoli, cannella, zucchero, pepe, candito tagliato a fettine, noce moscata. Si aggiunge cipolla soffritta nell'olio, con tre sardelle ben pulite ed un po' di sale. Si mette poi il baccalà ben stretto ed unito e lo si copre sopra con gli stessi ingredienti; si aggiungeanche cioccolata grattugiata. Si versa poi nella padella un terzo di litro di acqua. Deve cucinarsi a fuoco lento e bollire adagio per tre ore, scuotendo di quando in quando la padella, acciò non siattacchi, ma non si deve mescolare. Soltanto verso la fine si va sollevando con la punta del coltello attorno perché non si bruci; consumata l'acqua si mette un bicchiere di vino, e deve bollire finché resta all'asciutto.

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4 - Si prendono circa 350 grammi di baccalà, si mettono in acqua finché alza il bollore; sgocciolatosi mette in tegame con olio in modo che rimanga interamente sommerso aggiungendo uva passa,pasta di mandorle, cioccolata grattugiata. Si cucina con fuoco sopra e sotto come si trattasse di una torta; quando ha preso il colore dorato, si ritira, e si serve caldo.


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5 - In olio appena riscaldato, si metta pochissima cannella, un cucchiaio di zucchero, e quando questo sarà rosso, si aggiunge uva passa; al gonfiarsi di questa si sovrappongono, il baccalà con un po'di sale, ed una scorza di limone. Quando il tutto sarà rosso si versi sopra 1/5 di vino bianco, asciugato il quale se ne aggiunga dell'altro, in piccole dosi finché la cottura sarà completa.

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6 - Il baccalà crudo ripulirlo delle spine, e metterlo in tegame con olio, cipolla, prezzemolo, un poco di aglio, prima soffritti, e lasciarlo fino a metà cottura, poi ricoprirlo d'olio e introdurlo nel forno aggiungendo latte in abbondanza. Prima di servirlo aggiungervi una besciamella fatta a parte con burro, farina, latte e uova.

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7 - "Eccellente sia il baccalà, che si avrà cura di lessare, e curare. Poscia con un buon pezzo di burro, latte, fior di farina bianca, pepe, noce moscata, sale e, volendo, prezzemolo bianchi (cioè posti prima nell'acqua tiepida), si faccia prima una salsa in cui si porrà il baccalà, avvertendo che non abbia a bollire" . Da un vecchio ricettario dell'800 di mia nonna.


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BACCALA' IN TEGAME CON PATATE E POMODORO

E' la preparazione più economica e popolare. Si prende un recipiente largo in modo che il baccalà stia comodo, e vi si mette olio, cipolla tritata, aglio, pomodoro in pezzi, o conserva sciolta, e, quando ha un po' bollito si aggiunge il pesce tagliato in pezzi, sale, pepe, e si mescola con l'intingolo. Si aggiunge acqua e patate tagliate a pezzetti. Così con poco pesce si presenta un piatto abbondante, con molto sugo, da mangiare con la polenta.

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Oppure:

Ad un baccalà ben rammollito si toglie la parte scarta, e le spine, lasciandolo il più possibile intero; lo si mette in un tegame aggiungendo a freddo olio, burro, cipolla, aglio, due foglie di alloro,un pezzo di sedano, sale, pepe, sardelle tagliate a pezzetti e conserva di pomodoro. Si copre di acqua e latte, e si lascia bollire finché il sugo è ristretto a giusta misura.


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BACCALA' FARCITO ( cul plen )

Si prende il baccalà bagnato, si distende, e si taglia in pezzi abbastanza grandi e lunghi. Si mette nel mezzo di questi, pezzi di sardelle pestate, tartufi tagliati a fettine, aglio, prezzemolo, pepe, sale, cannella; si rotolano in modo che nell'interno di essi resti il miscuglio suddetto, e si legano con filo onde evitare che i rotoli si scompongano. Così preparati si mettono in tegame con olio, cipolla tagliata e molta uva passa, il tutto a freddo. Si cucina a fuoco lento ponendovi del vino bianco.


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BACCALA' FRITTO

Si lessa il baccalà, avendo cura che rimanga intero, in modo da poterlo tagliare a pezzi, i quali si indorano e si friggono in olio bollente.

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Oppure:

Il baccalà bene rammollito e crudo si taglia a piccoli pezzi e si lasci friggere per pochi minuti con olio, cipolla, sale e pepe. Così preparato, a Venezia lo chiamano alla luganeghera, ed è da noi importazione veneta, come pure lo sono le preparazioni: alla vicentina ed il mantecato.


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Nella vecchia casa di mia nonna, che presto verrà demolita, ho trovato un vecchio quaderno … unto e bisunto… con delle note fatte a matita, in cui venivano elencate certe ricette friulane sul baccalà. Il problema stava nel tradurre lo scritto che era fatto nella lingua friulana dei tempi che furono, poi capire anche cosa c'era scritto … dato l'usura subita dal quaderno sia nel tempo che per l'antico sfogliare di mia nonna, e poi c'è voluto anche la correzione di mia moglie in certi passaggi mal interpretati o non confacenti per la riuscita della ricetta. Tutto questo per dire che le ricette non le ho inventate io, ma sono il succo di una ricerca e di un lavoro certosino per presentarvele nel miglior modo possibile, sperando di avervi fatto cosa gradita.


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Un saluto dal mio Friuli
…… mandi mandi ……sauvage27……



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L'ABBRACCIO (The Embrace) - Egon Schiele


L'ABBRACCIO (Gli amanti) 1917
Egon Schiele (Tulnn 1890 - Vienna 1918)

Österreichische Galerie
Tela cm. 100 x 170




Eseguito nel 1917, questo dipinto appartiene alla serie di opere dipinte durante la guerra. Schiele, infatti, ebbe il privilegio di poter continuare ad esercitare la sua professione, pur partecipando al conflitto mondiale. Osservando con attenzione quest'opera emerge il senso tragico della morte, già presente nell'artista molto prima che l'Europa conoscesse gli orrori della guerra. "Tutto nella vita è morte"... scriveva infatti Schiele nel suo giornale, nel 1910. Il dipinto, forse ispirato da LA SPOSA DEL VENTO di Kokoschka (1914), è uno dei più incisivi e drammatici del pittore, i due personaggi, convulsamente abbracciati, esprimono nel trasporto amoroso un sentimento di solitudine esasperata. Il colore, ridotto al minimo, riflette la tensione tragica degli amanti che si rifugiano in questa stretta per sfuggire ad un mondo aggressivo, simbolizzato dalle pieghe secche e aspre del lenzuolo, dalle pennellate nervose che richiamano l'erba, dalla capigliatura rigidamente ondulata. Questo quadro emana tuttavia una sorta di tenerezza, l’incarnato chiaro e la dolcezza del volto della donna sono portatori di una luce di speranza. Di particolare interesse risulta l’attenta indagine anatomica, soprattutto nella resa della figura maschile. Per Schiele la ricerca sulla struttura del nudo è un modo di approfondire due temi costantemente presenti nella sua produzione… la morte e l’erotismo. Il mezzo espressivo, associato a questa ricerca, è la linea ossessiva e aguzza, sempre sul punto di spezzarsi. Il colore piatto sottolinea l’ossessione mentale dell’artista. Dalle sue crude immagini emerge la tensione esasperata dell’uomo solo in un mondo senza affetti.



LA SECESSIONE VIENNESE



La Secessione nacque da una frattura all’interno della Compagnia degli artisti figurativi di Vienna, associazione ufficiale dei pittori viennesi. Fu proprio in occasione delle selezioni per l’esposizione annuale, nel maggio 1897, che alcuni artisti, indignati per il rifiuto di un quadro considerato immorale, decisero di formare un gruppo autonomo, il cui intento principale era quello di diffondere un’arte nuova e libera da qualsiasi vincolo di tipo commerciale.Di questo movimento fecero parte Gustav Klimt, Otto Wagner, Joseph Hoffmann, Joseph Maria Olbrick e Adolph Loos…, essi costituirono il punto di partenza per una riflessione fondamentale sull’integrazione delle arti, sul loro ruolo nella società e sulla loro diffusione. Essi estesero dunque la loro attività al di là della pittura, verso le arti decorative, la musica, la letteratura. La loro prima iniziativa fu la pubblicazione della rivista “Ver Sacrum” e l’organizzazione della mostra della Secessione, che si aprì il 26 marzo 1898. L’esposizione fu visitata da circa 60.000 persone…, l’incasso servì da base finanziaria per la costruzione di un edificio per le esposizioni secessioniste, il palazzo della Secessione viennese. Il movimento a Vienna, come a Monaco 8892) o a Berlino (1893) fece la sua apparizione nel momento in cui l’Art Nouveau si affermava in Belgio e in Francia. Nella capitale austriaca il suo ruolo principale fu quello di diffondere il JUGENDSTIL, uno stile pittorico tedesco molto vicino all’Art Nouveau, tanto che l’espressione “stile secessione” venne usata come un sinonimo nell’area geografico-culturale di lingua tedesca.


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