sabato 15 dicembre 2007

CANDIDO, ovvero l’ottimismo (Candide, ou l'Optimisme) - Voltaire

Il Candido fu scritto da Voltaire, tra il luglio e il dicembre del 1758, e fu pubblicato l' anno seguente a Ginevra. Voltaire racconta la storia di un giovane ingenuo, Candido, che è stato iniziato alla filosofia di Leibniz dal suo maestro Pangloss. Candido ha imparato che nella vita "tutto va per il meglio" e che questo mondo "è il migliore dei mondi possibili".
Di qui Voltaire prende l' avvio per demolire ironicamente la filosofia leibniziana, specialmente nelle facili e schematiche interpretazioni che ne davano i seguaci del filosofo tedesco. La prima causa delle sventure di Candido è madamigella Cunegonda, figlia del castellano del maniero in cui egli è stato allevato. Il giovane è tacitamente innamorato di lei ed un giorno, dietro un paravento, la bacia; sopraggiunge in quel momento il padre e immediatamente lo caccia a pedate dal castello. Da quel momento Candido vaga per il mondo, dove una serie di terribili avventure e di incontri singolari si incaricano di disingannarlo sul conto delle dottrine del maestro, dimostrandogli come in realtà nel mondo tutto vada per traverso.


TRAMA

Capitato tra i Bulgari (nei quali Voltaire satireggia i Prussiani), viene ingaggiato con violenza nell' esercito e rischia di essere giustiziato per la sua innocente fede nella libertà umana, che gli fa violare inavvertitamente la disciplina. Riesce a fuggire e arriva in Olanda affamato e stanco, ma per l' intolleranza religiosa di quel paese rischia di morire di fame ; solo fra tutti lo soccorre un anabattista, Giacomo. Ritrova poi il maestro Pangloss, malridotto e sfigurato da una turpe malattia ; aiutato anch' egli dall' anabattista, guarisce, pur rimettendoci un occhio. Recatisi poi tutti e tre, Candido, Giacomo e Pangloss, a Lisbona per affari, vanno a fondo con la nave ; il buon anabattista affoga, mentre gli altri due si salvano a stento per incappare in un flagello ancora peggiore, il terremoto. Scampati anche a questo, cadono in mano all' Inquisizione come sospetti di eresia : Pangloss viene impiccato e Candido fustigato a sangue.

Il giovane se la cava ancora una volta e ritrova Cunegonda che, violentata e ferita in una scorreria di Bulgari, è poi finita nelle mani di un ebreo che divide i favori di lei con il grande Inquisitore. Uccisi i due concorrenti, Candido fugge con Cunegonda e con un servo negro, Cacambo, ma deve separarsi nuovamente dalla sua donna per sfuggire ai famigli dell' Inquisitore ucciso. Insieme al fedele Cacambo capita nel beato paese dell' Eldorado, dove le strade hanno per ciottoli le gemme più preziose, le città sono pulite e belle, e tutti gli uomini sono felici. Candido apprende che in Eldorado non ci sono prigioni, e che gli abitanti di quel paese la religione naturale e si dedicano agli studi scientifici.
Ma il desiderio di ritrovare Cunegonda lo spinge ben presto a lasciare Eldorado in compagnia di Cacambo. Durante il viaggio viene derubato del prezioso carico di gemme che aveva ricevuto dagli abitanti di Eldorado, senza che le leggi gli rendano giustizia. Altre avventure gli càpitano in Francia e in Inghilterra, dove si reca con un nuovo amico, il filosofo pessimista Martino, e fra l' altro ha occasione di sperimentare quanto siano corrotti i costumi del clero. Dopo altre traversie, durante le quali ritrova Pangloss, scampato miracolosamente alla morte, Candido giunge a Costantinopoli, dove si ricongiunge con Cunegonda che per le sventure capitatele è diventata brutta e noiosa. Così, in compagnia di Pangloss sempre più petulante e di Martino sempre più pessimista, Candido rischierebbe di morire di noia se non facesse suo l' ideale di vita di un vecchio e savio turco :

- "Dobbiamo coltivare il nostro orticello", conclude Candido e tutti i membri della piccola comunità si mettono alacremente al lavoro.

CONCLUSIONI


In questo romanzo la polemica con il Liebniz, e soprattutto con i liebniziani superficiali, serve a Voltaire per scrivere una mordente satira del suo tempo. "Tutto va bene", ripete continuamente l' ingenuo Pangloss, ma Voltaire sa che ci sono molti - assai meno ingenui - che si servono di queste formule ottimistiche per mantenere le cose come stanno, perché hanno tutto l' interesse a che il mondo continui ad andare male per gli altri e bene per loro. E' soprattutto contro costoro che si rivolge la feroce satira di Voltaire : contro i costumi corrotti del clero e delle classi parassitarie, contro l' intolleranza ed il fanatismo religioso, contro le ingiustizie della società. Contro i soprusi dei più forti. A questo mondo in decadenza Voltaire contrappone un ideale di operosità e di lavoro, contenuto proprio nella frase conclusiva del romanzo. E' l'ideale della borghesia del tempo, che non ha ancora assunto un atteggiamento apertamente rivoluzionario, ma lavora in silenzio per il suo avvenire. Questo romanzo in definitiva, è quindi un invito all'umanità di non aggiungere il male morale già insito nella Natura.


LA VITA

Brevissimamente.Il 21 novembre del 1694 nasce in un paese nei pressi di Parigi Françoise-Marie Arouet, che nel 1718 prenderà il nome di Voltaire, letterato, filosofo, storico, drammaturgo, dottrinario e polemista. Accusato più volte di versi satirici contro il reggente, viene prima esiliato e dopo imprigionato alla Bastiglia. Nell' esilio in Inghilterra, osserva il profondo contrasto tra questo paese e la Francia, rinchiusa nella statica difesa dei privilegi feudali, e da qui nascono i continui attacchi contro l' ancien régime che lo costringono ad una vita lontana da Parigi. Scrisse poemi, tragedie e opere storiche, segnando una profonda rivoluzione nella concezione storiografica europea, allargando l'orizzonte storico dalle vicende dei re e dai puri fatti bellici alla vita dei popoli, alle istituzioni e ai costumi. Mostrò l'importanza delle civiltà orientali, tracciò uno schema dell'evoluzione e del progresso umano, oppose infine, ad una narrazione storica basata su fattori miracolistici, un rigoroso metodo critico. Perseguì attraverso un'intensa attività di polemista e pubblicista la sua battaglia contro ogni forma di superstizione e di fanatismo religioso, contro i privilegi politici e a favore di una maggiore tolleranza e giustizia. Ritornato a Parigi fu accolto da un tripudio di folla e fu incoronato con l'alloro.
Muore il 30 maggio 1778, dopo alcuni giorni di malattia, ma l' autorità religiosa non permette la sua sepoltura in terra consacrata. Nel 1791, per decreto della Costituente, le ceneri di Voltaire vengono solennemente tumulate nel Panthéon.

Voltaire morì alla vigilia di quella Rivoluzione che il suo bisogno di giustizia reclamava ma che il suo amore della tolleranza avrebbe riprovato. La sua vita percorre esattamente la traiettoria di un secolo che risuona tutto del fragore del suo riso, della sua collera e della sua gloria. Con una scrittura secca, ironica ed elegante, Voltaire esprime le suggestioni del clima intellettuale illuministico, ne è l'araldo ; ma nello stesso tempo contribuisce come pochi altri a mutare quel clima, e a demolire i principi su cui si fondava quella società.


BIBLIOGRAFIA

Dato che le opere di Voltaire sono impressionanti come numero e mole, elenco i soli volumi che ho letto.



DIZIONARIO FILOSOFICO, in cui si auspica il trionfo della ragione sui pregiudizi, con un scintillare prodigioso di aneddoti storici, di ritratti morali, di graziose fantasie satiriche, originali immagini, sentenze acute, deliziosi tratti di spirito e ingegnose e divertenti osservazioni.



ZADIG, in cui Zadig è l' autore stesso nelle vesti di un giovanotto alla ricerca del vero e del buono, e convinto al limite della presunzione, di essere molto buono, molto bello e molto bravo, ritiene che questo gli garantisse la felicità, il tutto in chiave metaforica.



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MARIE CURIE


“I miei piani per l’avvenire? Non ne ho, o, piuttosto, sono così ordinari e così semplici che non vale la pena di parlarne. Levarmi d’impiccio sin che potrò e, quando non ne potrò più, dire addio a questo basso mondo: il danno sarà piccolo, i rimpianti che lascerò saranno corti… corti come per tanti altri.

”Così nel dicembre del 1886 scrive Marie Sklodowska, una diciannovenne polacca dai capelli biondo cenere, dal volto espressivo e dalla fronte alta.
Parole tristi, espressioni scettiche, amare, quasi da innamorata delusa. Infatti Marie è un’innamorata delusa, anche se si sforza di non ammetterlo, anche se non vuole confessarlo apertamente. Sotto un certo aspetto, il suo non è altro che il comune romanzetto d’amore di una semplice istitutrice con il fratello maggiore della propria allieva: sotterfugi, rossori improvvisi, sogni al lume di candela, furtivi sguardi, promesse, progetti…Ma al primo timido accenno del giovane, i genitori di questo scattano come molle: le loro reazioni, però, sono diverse, anche se tutti e due inorridiscono: l’uno grida, l’altra smania. E il giovane, spaventato, indeciso, fa marcia indietro mostrando così la propria natura di vigliacco. Tutto ciò è piuttosto volgare e Marie lo capisce, anzi se ne rattrista. E, come se la sua esistenza si fosse di colpo svuotata di ogni ideale futuro, parla di un avvenire banale, semplice, piatto.


UNA CREATURA NON COMUNE

Eppure nella medesima lettera, dove da ogni riga trapela tanto sconforto, la giovane afferma con disinvoltura:
- In questo momento sto leggendo “La fisica” di Daniell, la “Sociologia” di Spencer, in lingua francese e le “Lezioni di anatomia e fisiologia” di Bert in lingua russa. Quando tali letture mi stancano, mi diverto a risolvere qualche complicato problema di algebra e di geometria…

Così vasti interessi scientifici non possono certo essere in armonia con l’amoruccio per un giovane, le cui letture, forse, non si spingono al di là di un breve romanzetto d’amore.Non è una creatura comune, dunque, questa Marie Sklodowska.
Nata a Varsavia il 7 novembre 1867, Marie ebbe un’infanzia felice. Ultima di sei figli, vide sempre attorno a sé visi sereni e sorridenti. Il padre, Vladislao, era professore di fisica e matematica, mentre la madre aveva diretto per lungo tempo un Istituto di educazione. Unico punto nero in tanta felicità: i mezzi economici molto limitati. Non era facile in quei tempi la vita degli intellettuali polacchi sotto i russi: angherie, persecuzioni, sospetti. Con un padre sorridente, però, una madre serena e cinque fratelli e sorelle sempre pronti al frizzo e ao giochi turbolenti, una bambina mon poteva essere che felice.


UNA PICCOLA ISTITUTRICE

Marie era dotata di un’intelligenza eccezionale e di una memoria sorprendente. Non aveva un eccessivo amore per lo studio, ma nutriva una curiosità morbosa per le materie di studio. C’era in lei, si può dire, l’animo indomito dell’esploratrice: voleva scoprire, capire, impossessarsi degli argomenti che man mano studiava. Per ogni materia impiegava il medesimo ardore, la medesima vivacità che poneva nei turbolenti giochi con i fratelli.Ma nel 1878 il filo di tanta felicità si spezza: la madre muore di tubercolosi.
Per Marie fu uno schianto terribile, un vuoto immenso. Il suo forte carattere, però, non le permise di abbandonarsi al dolore. Si immerse nello studio, lavorò, si sacrificò balzando di colpo dall’infanzia spensierata a una irrequieta adolescenza.
Il 12 giugno del 1883 concludeva gli studi secondari riportando il massimo dei voti. Negli ultimi cinque anni aveva imparato a lottare, a farsi strada nella vita e, soprattutto, a comprendere la profonda tristezza del popolo polacco avvilito e umiliato.
Adesso bisognava pensare agli studi superiori. Ma come fare se in Polonia, per una vecchia legge, erano ammessi all’Università solo gli studenti maschi? Dove andare per conseguire la laurea? Parigi, la Sorbona: ecco il grande miraggio.
Ma come fare a mantenersi? Anche Bronia, la sorella maggiore, diplomatasi un anno prima di lei, sognava gli studi universitari. Il problema appariva sempre più irto di difficoltà.Finalmente, dopo lunghe discussioni, si trovò una soluzione: Bronia sarebbe andata a Parigi e Marie avrebbe trovato un lavoro in Polonia, in modo di poter contribuire al suo mantenimento. Quando Bronia si sarebbe laureata, si sarebbe effettuato il cambio: Bronia avrebbe lavorato e Marie avrebbe studiato a Parigi. Idea semplice, entusiasmante! Dopo pochi giorni infatti Bronia, tremante per l’emozione, partiva alla volta della Francia; Marie, attraverso un ufficio di collocamento, veniva sistemata in qualità di istitutrice presso una famiglia di Szczuki. Conosceva il russo, il tedesco, il francese, il polacco e l’inglese. Un fenomeno quella sedicenne: sicura di sé, spigliata, intraprendente.
Presso quella famiglia Marie rimase quattro anni e fece in tempo a innamorarsi di Casimiro, il figlio maggiore, a istituire un corso clandestino di lingua polacca e a conoscere le prime delusioni d’amore.
Unico grande conforto, come sempre, lo studio!


VITA DI STENTI

Marie aveva ventiquattro anni quando, invitata dalla sorella Bronia, che nel frattempo si era sposata con un medico polacco, partì alla volta di Parigi, la città dei suoi sogni. I corsi alla facoltà di Scienze quell’anno, 1891, ebbero inizio il 3 novembre. Marie fu puntuale all’appuntamento e, con un senso di sgomento misto a curiosità, varcò per la prima volta la soglia della Sorbona.
Ben presto si dimostrò una studentessa dalle qualità eccezionali. I suoi compagni di studi, dopo qualche tempo di vicinanza, definivano così la giovane polacca:
- E’ bella, ma ha un nome impossibile. Ha più della contadina che della studiosa: è troppo selvatica.

Effettivamente Marie sfuggiva tutti: era tutta casa e università, università e casa. Non tardò molto, però, ad accorgersi che l’abitazione di Bronia era eccessivamente rumorosa. Il cognato non concepiva il silenzio: vociava, gridava, cantava, riceveva i clienti a tutte le ore, soprattutto di notte. Bronia, poi, lo assecondava suonando il piano e cantando. Naturalmente non era possibile andare avanti così. Dopo un lungo consiglio di famiglia, si decise che Marie si sarebbe trasferita in una stanzetta per conto proprio.
Nel quartiere latino, nei pressi dell’Università, un abbaino freddo e umido fu la sua prima stanza da studentessa.
Riuscire a vivere a Parigi, sia pure nel 1892, con tre franchi al giorno, non era un problema facile. Eppure Marie riuscì a risolverlo: ridusse al minimo il cibo, ridusse a zero il riscaldamento, a poca cosa il mobilio. Niente mezzi di trasporto, niente svaghi, e un coraggio indomito.
Studiava, studiava fino alle tre di notte con le dita intirizzite dal freddo, dormiva pochissimo, solo quattro ore, ma il suo sonno era agitato e disturbato dal ritmico suono di una goccia d’acqua che cadeva nell’acquaio della stanza vicina. Alle sette era di nuovo in piedi.. Dopo pochi mesi di questa vita, Marie era irriconoscibile.
La stanchezza però non riusciva a piegarla: un demone interno l’esaltava. Stava ore e ore in laboratorio, avvolta nel suo rozzo grembiule, sempre attenta, sempre precisa. Nel 1893 Marie risultò prima fra tutti nella licenza in Scienze fisiche e nel 1894 risultò prima in Scienze matematiche.
Era veramente un piccolo genio quella giovane polacca!


LA SIGNORA CURIE

Nel 1893 a Marie capitò una fortuna insperata: per interessamento di alcuni amici, ottenne la “borsa Alessandrovic”, destinata agli polacchi più meritevoli, che intendessero proseguire i propri studi all’estero. Seicento rubli! Una cifra sufficiente per vivere quindici mesi.
Per un puro caso, in quel tempo, Marie conobbe Pierre Curie, uno scienziato francese.
Le loro affinità scientifiche, i loro comuni interessi, quel mondo meraviglioso, fatto di provette, acidi, resistenze, elementi chimici, li unirono. Man mano che la loro amicizia progrediva, Pierre, l’uomo che non si era mai soffermato a guardare una donna, non riusciva più a capire che cosa lo interessasse in Marie: la donna o la scienziata?

Quando durante l’estate Marie annunciò la sua partenza per Varsavia, egli temette che non sarebbe più tornata. E trovò il coraggio di dirle:
- Lei non ha il diritto di abbandonare le scienze.

Forse avrebbe espresso meglio il proprio pensiero se avesse detto :
- Lei non ha il diritto di abbandonarmi.

Marie, come aveva promesso, fece ritorno in autunno, e ancora una volta incontrò Pierre. Fu un incontro semplice, quasi occasionale. Tutti e due però, sapevano ciò che avrebbero voluto dire in luogo di semplici parole di cortesia.
Si sposarono il 26 luglio 1895.
Due grandi sentimenti li univano: l’amore e l’interesse per la scienza. Affrontarono la vita con la massima semplicità.
Lui insegnava all’Istituto di Fisica e lei studiava per addottorarsi. Otto ore di ricerche scientifiche durante il giorno e, la sera, seduti ad un tavolo in cucina, l’uno di fronte all’altra, tenendosi teneramente per mano, studiavano fin verso le tre di notte. Nel silenzio si udiva solo il fruscio delle pagine e lo scricchiolio delle penne, ma un rumore più costante, più preciso li univa: il battito dei loro cuori.


PICCOLE LUCCIOLE

Il secondo anno di matrimonio fu allietato dalla nascita della prima figlia, Irene. Marie non sapeva più come fare: il laboratorio, la casa, il marito, gli studi, la bimba… E i medici parlavano già di una lesione al polmone sinistro! Ma come occuparsene se proprio adesso qualche cosa di grande stava per accadere?
C’era infatti nei loro studi, da un certo tempo, un che di insoluto, di misterioso. Quale natura potevano avere quei raggi che erano emessi dai sali di uranio?
Altri ne avevano parlato; nessuno però aveva osato affrontare il problema. Si trattava di avventurarsi in un mondo sconosciuto e Marie, lo sappiamo, aveva l’animo dell’esploratrice. Il mistero la tentava. Ma dove trovare l’attrezzatura adatta per simili studi? Chi avrebbe potuto offrir loro un laboratorio, un vero laboratorio? Pierre e Marie Curie intuivano che c’era un nuovo elemento chimico da scoprire. Finalmente riuscirono ad avere un umido capannone in Vie Lhomond: il loro laboratorio.
E per anni, con una costanza che ha dell’eroico, tentarono e ritentarono. Procedimenti nuovi, vie traverse, sottili calcoli.
Nulla!
Sì, ci doveva essere questo nuovo elemento, ma come trovarlo?
E ancora ore e ore di studio, di ansie, di prove, di delusioni: così trascorse la loro esistenza dal 1898 al 1892.
Furono anni inebrianti come quelli passati nella fredda soffitta del quartiere latino, furono ore di tormento, ma di intensa felicità. Una sera rientrarono per la cena più stanchi del solito. Li attendeva, chiacchierina, Irene insieme al vecchio dottor Curie il quale, dopo la morte della moglie, si era unito a loro. Marie preparò la cena e, con insolita fretta, mise a letto la piccola. Il vecchio Curie si ritirò a sua volta e gli sposi rimasero soli. Erano come impacciati, non sapevano dire ciò che pensavano. Alla fine Marie ruppe il silenzio :- Andiamo ancora?
Pierre non rispose, ma si infilò il cappotto. In strada, camminarono rasenti ai muri, a testa bassa, senza scambiare una parola. Quando furono nel cortile interno davanti al capannone, Marie strinse il braccio a Pierre, poi, quasi in punta di piedi, si avvicinò al finestrone del laboratorio. Si curvò appena, aguzzò la vista, e disse:- Guarda!
Attraverso i vetri, videro delle “sagome fosforescenti, azzurrastre”, piccole lucciole nel buio della notte.
Il sogno si era tramutato in realtà. Era il radio, il nuovo elemento chimico!


SOLA E TRISTE

Dopo la scoperta del radio, la vita dei due coniugi subì una profonda trasformazione. Riconoscimenti giunsero da ogni parte del mondo, da ogni Istituto scientifico e la Svezia assegnò loro il premio Nobel per la fisica (anno 1904).
In seguito, Pierre ebbe la cattedra della Sorbona. Marie poteva essere felice. Ma venne il triste 19 aprile 1906.


Quel giorno Pierre, mentre stava per attraversare una strada, fu investito da un grosso carro, trainato da enormi cavalli normanni, e morì all’istante.
Marie, sconvolta, voleva abbandonare ogni cosa: poi il suo carattere forte ebbe il sopravvento, e proseguì. Sola e triste.
Eccezionalmente, ebbe l’incarico di sostituire il marito ai corsi universitari. Fu la prima donna a tenere una cattedra universitaria.
Avrebbe desiderato vivere modestamente, nell’oscurità, come sempre era vissuta, ma alla quiete dei laboratori si era adesso aggiunto il clamore degli onori.
Nel 1911, fatto eccezionale nel mondo delle scienze, ottenne un secondo premio Nobel:
questa volta per la chimica.


LA PRIMA VITTIMA DEL RADIO

Allo scoppio della prima guerra mondiale Marie non ebbe un attimo di esitazione: con piccole vetture radiologiche si avventurò su tutti i fronti. Non calcolò i pericoli, non risparmiò energie, Quel misterioso raggio, che penetrava nei corpi martoriati, riuscì a salvare migliaia e migliaia di vite umane.
Alla fine del conflitto, Marie Curie si ritirò silenziosa come era venuta. Non ebbe medaglie, neppure la più modesta menzione.
Dopo la guerra affrontò altre battaglie: voleva creare un Istituto del radio, sia a Parigi che a Varsavia. Dove trovare i fondi? Allora di diede a fare conferenze, a girare il mondo. Modesta e silenziosa, lasciava stupiti i giornalisti di tutti i paesi.
“Avete presente la vostra vecchia madre quando va al mercato a fare la spesa? Ecco, questa è Marie Curie. Semplice, umile, dimessa. Solo i suoi occhi hanno una luce particolare…”, così scriveva di lei un giornalista americano.
Ma il corpo ormai non reggeva più e il 4 luglio 1934 Marie Curie circondata dall’affetto di Irene e di Eva, la seconda figlia, morì, senza nemmeno sospettare che ad ucciderla era stato quel radio che le aveva dato la gloria.
Fu sepolta modestamente. Non ci furono discorsi, né grandi manifestazioni di omaggio: tutto si svolse così come avrebbe desiderato vivere, in francescana semplicità. La sua bara, deposta su quella di Pierre, fu inumata nel Cimitero di Sceaux.
Sulla lapide furono scolpiti solo un nome e due date: il nome di un genio e l’arco di un tempo che aveva segnato una grande svolta nella storia dell’umanità:
Marie Sklodowska 1867 – 1934.


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