domenica 23 dicembre 2007

L'INFINITO (The Infinite) - Giacomo Leopardi



Dai
CANTI - L'INFINITO

E' questa una delle liriche più mirabili e perfette che la poesia d'ogni tempo e luogo abbia espresso. Breve e intenso, "L'infinito" fonde in sé immagini e sensazioni di spazio, di lontananza, di concretezza e di irrealtà. Si realizza in uno stato d'animo, quietamente e umilmente delineato, ma che tuttavia non è di pura e semplice contemplazione…, al contrario, sembra rappresentare invece il tentativo di attingere una dimensione - quella dell'infinito - che superi e distanzi i limiti della comune ragione, della banalità delle cose di cui è fatta la nostra moderna civiltà.


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L' INFINITO


Sempre caro mi fu quest'ermo colle e questa siepe, che da tanta parte
dell'ultimo orizzonte il guardo esclude (1).
Ma sedendo e mirando, interminati
spazi di là da quella, e sovrumani
silenzi, e profondissima quiete
io nel pensier mi fingo; ove per poco
il cor non si spaura (2). E come il vento
odo stormir tra queste piante, io quello
infinito silenzio a questa voce
vo comparando (3): e mi sovvien l'eterno,
e le morte stagioni, e la presente
e viva e il suon di lei (4). Così tra questa
immensità s'annega il pensier mio:
e il naufragar m'è dolce in questo mare(5).

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VERSIONE IN PROSA

(1) - Ho sempre amato questo colle solitario, e questa siepe, la quale esclude il mio sguardo da tanta parte del più lontano orizzonte (cioè… che mi impedisce di spaziare con lo sguardo fino al limite dell'orizzonte che è al di là di essa).
(2) - ma sedendo e guardando, io mi creo nel pensiero (mi figuro, mi immagino) spazi senza fine al di là di essa, e silenzi più che umani, e quiete profondissima; nei quali (nella quale immensità di spazio, tempo e silenzio) per poco il cuore non si sgomenta.
(3) - E udendo il vento stormire tra queste piante, io paragono quell'infinito silenzio
(che mi fingo nella mente) a questo suono (del vento che fa stormire le fronde).
(4) - E mi viene alla mente l'eternità (l'eterno, infinito andar del tempo), e le età passate,
e la presente (età), viva, e il rumore che essa (perché viva) produce.
(5) - Così il mio pensiero annega (si annulla) in questa immensità (di spazio e di tempo):
e mi è dolce il naufragare in questo mare (perdermi in questa immensità).


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CORSIVO

Leopardi, fisso lo sguardo… una fissità estatica… oltre il limite di una siepe dietro cui si siede, fantasticando vede, e sente, l'infinito dello spazio, dove sovrumani sono i silenzi, profondissima la quiete…, ed in quel senso dell'infinito l'animo suo quasi si smarrisce. Improvvisamente un soffio di vento fa stormire le piante, rompe il silenzio immaginato nell'immensità dello spazio…, è quel soffio l'attimo del presente che passa, uno dei tanti attimi che, susseguendosi senza tregua, costituiscono il tempo e si perdono nell'infinità dello spazio…, ed ecco che all'idea dell'infinità dello spazio succede così e si associa nel poeta l'idea dell'infinità del tempo… cioè dell'eterno…, e insieme a questo il pensiero del trascorrere di tutte le cose… come il soffio del vento… e della loro caducità.
Nel sentimento dell'infinito il poeta dimentica se stesso, i propri dolori, e ciò gli è di sollievo.


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ANALISI

Nelle vicinanze di Recanati si trova il così detto monte Tabor, un poggio "ermo" cioè solitario… un aggettivo tra i più cari a Leopardi per la segreta suggestione che genera in chi legge, e poi è particolarmente cara al poeta la siepe che gli impedisce di vedere "tanta parte dell'ultimo orizzonte", cioè quel distendersi di terra e di mare che arriva fino alla linea dell'orizzonte, la quale rappresenta il raggiungimento dell'infinito spazio con il finito, e quindi è richiamo della realtà. Stando seduto e contemplando con la fissità dell'anima l'oggetto della propria beatitudine…, e le visioni che in lui si creano gli fanno vivere un'atmosfera d'irrealtà, sconosciuta all'uomo, che in questo caso si trasumana lui stesso. E in questo pensiero che crea in lui stesso il senso dell'infinito, per poco il suo cuore si smarrisce. Lo smarrimento non è sgomento, non è angoscia, ma quel perdersi momentaneo dell'uomo così piccolo di fronte al così grande, quella coscienza di aver raggiunto da solo il sovrumano…, è quel perdersi momentaneo che produce lo smarrimento del piacere supremo. Il vento, voce della natura, è il richiamo all'attualità del vivere…, psicologicamente all'attimo del ritorno dall'infinito al finito, ma in modo che la percezione di quello non è sopraffatta di questo, anzi… si rafforzano.Si capisce che il confronto tra il silenzio infinito e la voce del vento non risulta da un calcolo, ma è immediato, istintivo, e gli viene in mente che è eterno. Se non fosse il Leopardi che scrive questo, mi verrebbe fatto di sentire nell'"eterno" un brivido del divino, un attimo di Dio. No, Egli non c'è…, è il grandissimo escluso da tutta la poesia leopardiana, per la quale se c'è anche un cielo, è proprio un cielo senza il Dio cristiano.Eterno qui vuol significare il tempo che non finisce mai, al quale si contrappongono le età già passate e quella presente, qui risvegliata dal frusciare del vento davanti alla maestà dell'infinito silenzio. Il pensiero umano implica un concetto di personale autonomia e nello stesso tempo di limite, ma limite ed autonomiascompaiono nell'immensità del mare dell'infinito, si annullano in esso, diventa infinito esso stesso il pensiero e questo è un naufragio ben caro al poeta.


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CONCLUSIONI

Alcune composizioni di Leopardi ebbero da lui il nome di "idillio" e forse più con il significato di "poemetto breve" che di "quadretto, scenetta", sebbene a volte ritengano anche il secondo senso…, di essi uno è L'infinito, esempio insigne, a parte quello che vuol significare nella storia dell'anima del Leopardi, della coincidenza tra parola e musica. Forse il più insigne. Non credo per questo che la fluidità del verso sia dovuta a felicità di immediata scrittura…, immediata fu solo la visione poetica a esprimere la quale concorsero in un primo tempo vocaboli poi ripudiati dalla fatica di una lima attentissima a ogni sfumatura men che gradevole. Così si è definita via via la purezza di questi versi che si affiancano come espressione musicale a taluni poetici momenti del Purgatorio di Dante, a Chiare e fresche e dolci acque del Petrarca, a qualche passo dei Sepolcri del Foscolo, a certe bellezze istintive del D'Annunzio.
Da un punto di vista l'idillio dell'Infinito ha importanza. I CANTI del Leopardi sono la continua confessione, a volte straziante, di un'anima infelicissima. Ma ora sappiamo che dopo la lettura di questa lirica, che dolcezza ebbe pure, e quindi consolazioni e quindi aiuti a vivere meno disgraziato…, e il naufragar m'è dolce in questo mare. Ora mi domando stupito come mai egli non abbia saputo tramutare in forza attiva la dolcezza che gli derivava dalla contemplazione dell'infinito…, come mai ebbe bisogno della materialità di un colle e di una siepe per raggiungere questa condizione di felicità a lui nota per consuetudine (Sempre caro mi fu quest'ermo colle… , "sempre" dice…)…, come mai gli sia piaciuto soltanto naufragare nel mare dell'infinito. Perché insomma non trasferì idealmente quella siepe intorno a sé in ogni momento più turbinoso e più disperato per rinnovare ogni volta la confortevole dolcezza? Nessuno potrà mai rispondere a questo interrogativo (forse una risposta la troviamo nella mia opinione La luna e i bioritmi).

E' vero che i CANTI del Leopardi sono una continua confessione, ma non è detto che essa debba scoprire tutto il segreto di un'anima, e l'Infinito che pare confidare tale segreto, in realtà lo approfondisce e a noi non lascia che il suono di una voce ammaliante.


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Questa poesia… in cui il poeta racchiude una sensazione dominante … l'infinito dello spazio e del tempo, il correre continuo della vita verso la morte, meditazione della vanità del tutto trasfigurata in immagini altamente poetiche… è l'appendice della mia opinione sulla vita di Giacomo Leopardi.


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Sören Kierkegaard - Il progenitore dell'esistenzialismo The progenitor of existentialism)


IL PROGENITORE DELL’ESISTENZIALISMO


Sören Kierkegaard nacque a Copenaghen, capitale della Danimarca, il 5 maggio 1813 e morì nella stessa città l’11 novembre 1855. Condusse una vita estremamente riservata, lontana da ogni forma di attività concreta, privo di rapporti con gli ambienti culturali più vivi del suo tempo. La sua vita fu, o meglio, voleva essere una vicenda solamente e strettamente personale…, custode attento della propriasoggettività, diffidente o addirittura ostile verso tutto ciò che fosse azione pubblica o comunque volta all’esterno, sia su un piano pratico che teorico, ritenne che il più alto ordine di esperienza fosse quello di conoscere a fondo la propria interiorità. La rottura del suo fidanzamento con Regina Olsen e il conseguente rifiuto ad una sistemazione familiare, attestano nel modo più eloquente l’impossibilità da lui sperimentata di inserirsi nelle strutture e nelle forme della vita associata.
In questo clima estremamente soggettivo, gelosamente “privato”, va inquadrata le sua esperienza religiosa e filosofica. Kierkergaard fu teologo e filosofo…, teologo in quanto la sua problematica può essere intesa soltanto nel quadro generali dei problemi religiosi che nascevano dall’eredità della riforma protestante e luterana.

La riforma luterana, al suo sorgere, era stata anzitutto una rivolta della religiosità intima del singolo, offesa dalla mondanizzazione della Chiesa, dal suo divenire sempre più potenza mondana, dal suo trasferire su un piano di politicità quei rapporti religiosi che erano concepiti soltanto come scambio diretto tra l’uomo e Dio. In seguito la riforma, che da esigenza puramente spirituale com’era all’inizio aveva dovuto cercare un appoggio concreto per la sua realizzazione nelle forze storiche dell’epoca (i principi tedeschi), condusse una nuova mondanizzazione della chiesa. Questa volta non si trattava della formazione di un potere temporale autonomo, ma dei rapporti di reciproco appoggio che si stabilivano tra la chiesa e il potere civile di ogni Stato protestante…, rapporti per cui si arrivò alla concezione e alla pratica della chiesa di Stato.
Kierkergaard rappresenta un risorgere dello spirito luterano originario in polemica con questa mondanizzazione della chiesa. Egli infatti assunse un atteggiamento di critica severa contro la chiesa di Danimarca, mettendone in luce le gravi deficienze spirituali, l’intreccio con gli interessi temporali e la corruzione. Per Kierkergaard il cristiano, l’autentico cristiano, non può vivere normalmente, stabilmente compromessi con il mondo, cioè nel caso specifico con la società borghese, ma deve scegliere la via “paradossale” della disperazione, della solitudine, dell’angoscia.
Questa le prospettiva stoica in cui va inquadrato il pensiero kierkergaardiano. Culturalmente esso ebbe degli sviluppi originali che interessano la storia della filosofia e non solo quella della teologia, in quanto cercò di fondare il suo pensiero basandosi su una critica alla filosofia del suo tempo, primo fra tutti al massimo filosofo dell’epoca… G.G.F. Hegel.
Per Hegel tutta la storia dell’umanità è riducibile allo sviluppo dell Spirito che nelle varie forme storiche trova una sua espressione parziale e limitata, dialetticamente superabile. In questa concezione acquistano valore in forma preminente tutte le obbiettivazioni storiche…, teorie, sistemi, istituti politici ecc. ecc., mentre la personalità del singolo uomo trova il suo significato soltanto nella misura in cui è strumento della realizzazione dello Spirito.
Nella “Filosofia della storia” Hegel dice… “…il particolare è troppo poco importante a paragone dell’universo…, gli individui vengano sacrificati e abbandonati al loro destino… Cesare doveva compiere quel che era necessario per rovesciare la decrepita libertà, la sua persona perì nella lotta, ma quel che era necessario restò… la libertà secondo l’idea giaceva più profonda dell’accadere esteriore”.
La persona invece, per Kierkergaard, ha un valore autonomo, irriducibile a quello oggettivo della storia o del sapere…, contro la filosofia speculativa, idealistica, che parlava di Idea, Spirito, Ragione, Autocoscienza concepite come realtà super-individuali e universali, egli mette nel massimo rilievo il singolo uomo esistente, io, tu, lui, che non può essere ridotto ad un semplice aspetto o momento di un “Io assoluto” che lo sovrasta e lo ingloba. Il pensiero della morte, della propria morte, per Kierkergaard è un ottimo argomento contro tutti coloro che fanno costruzioni intellettuali dimenticando sempre che il centro da cui parte il discorso è ancora la loro soggettività, il loro “piccolo io individuale”. Kierkergaard, quindi, attraverso questa polemica antihegeliana (che per qualche aspetto collima con quella di Feuerbach, il pensatore che tanta influenza ebbe su Marx) ha riconquistato all’esperienza filosofica la considerazione del singolo, dell’individuale, dell’irripetibile.
La persona, sempre secondo il pensatore danese, trova la prima affermazione su un piano “estetico”… di libertà, di godimento, di gioco. Questo tipo di vita conduce però alla dispersione della propria personalità, è un tipo di vita che è meglio definire un “lasciarsi vivere”. Questo stadio deve essere superato sul piano della moralità. Il raggiungere un piano di moralità nella propria esperienza è rappresentato soprattutto dalla vita coniugale e familiare…, il lavoro, la vita dei rapporti sociali, l’amicizia, sono tutti elementi che contribuiscono a creare la possibilità della famiglia come forma etica. Tuttavia la moralità tende a divenire sempre più forma legale, priva di spontaneità e di libertà. Nel momento in cui la legge si oggettivizza perde di spiritualità e acquista in convenzionalità, diventa una forma esteriore che basta “soddisfare” per aver a posto la propria coscienza.
Solo nella fase della religiosità, come cavaliere della fede, l’uomo esprime la sua vera essenza. Egli avverte la presenza di Dio come assoluta infinità e al tempo stesso avverte sé come finito, mortale, misero, colpevole,.
Hegel aveva negato che esistessero dei dualismi insolubili…, fra tesi e antitesi, finito e infinito, uomo e Dio funge la mediazione rappresentata dalla sintesi. Kierkergaard invece esaspera le differenze, le antimonie, i contrasti…, tra uomo e Dio per lui c’è un abisso incolmabile sul quale nessun ponte può essere gettato. La coscienza della propria condizione di fronte a Dio si risolve nello stato di “angoscia” (termine largamente usato e spesso abusato dal posteriore esistenzialismo)…, ma questa angoscia è alla fine redentrice, questa disperazione è principio e condizione di riscatto. Dio salverà chi ha avvertito la sua presenza.

Se a Kierkergaard va riconosciuto il merito di essersi aspramente battuto contro la conciliazione o il compromesso tra spirito cristiano e spirito mondano-borghese, bisogna d’altro canto tener presente che la sua posizione politica fu di stampo nettamente reazionario, come testimoniano le pagine del suo “Diario” in cui egli si scaglia contro i moti popolari del 1848.
La sua avversione astratta e indiscriminata contro la “folla”, contro il “popolo” che sommerge e divora il “singolo”, lo portava ad assumere un atteggiamento di violenta deplorazione dei movimenti di piazza, delle agitazioni politiche, delle rivoluzioni. Scrisse contro la libertà di stampa circa negli anni in cui Karl Marx la difese e la propugnò dalle colonne della “Gazzetta renana”. Questo suo atteggiamento politico è da mettere in connessione con il suo pensiero filosofico che aveva rivalutato la personalità dell’uomo empirico che esiste “qui ed ora”, ma solo per porla di fronte ad un’affermata, discutibilissima trascendenza, senza mai vedere la costituzione dell’individuo nella complessa trama della storia, della società, della cultura.



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