domenica 20 gennaio 2008

CARMEN - Prosper Merimée

  
La famiglia lo avrebbe voluto prete, ma a José piacevano troppo le armi, le ragazze e, soprattutto, il gioco della pallacorda. Come moti ragazzi navarresi, quando giocava una partita di pallacorda dimenticava ogni altra cosa. Un giorno, don José Lizzarrabengoa (il “don” gli spettava di diritto, perché era di famiglia nobile) vinse in un torneo assai combattuto un giovinastro che non aveva mai incontrato prima. Vennero a lite e di nuovo José ebbe la meglio; ma ridusse l’altro in tal modo che gli convenne lasciare il paese per non incorrere in guai molto seri.
Era la primavera del 1828. Nella Spagna, in quel tempo, non era difficile ad un nobiluomo essere arruolato in un reggimento di cavalleria, purché dimostrasse di sapere adoperare le armi; quanto al resto non si stava a guardare troppo per il sottile e non si facevano troppe domande. A don José Lizzarrabengoa non mancava proprio nulla per far carriera in un reggimento di dragoni… come tutti i giovanotti baschi, conosceva l’uso delle armi ed era coraggioso. Era anche un bel ragazzo, agile e robusto, aveva un portamento naturalmente fiero e un viso aperto, simpatico, di nobili lineamenti. In divisa e a cavallo don José faceva una bellissima figura e anche questo aveva una certa importanza.
Fu promosso brigadiere quasi subito e stava per diventare ufficiale quando un incontro non mutò il suo destino.
Fu a Siviglia, una delle più belle città della Spagna, ma anche delle più pericolose; tutto poteva accadere, a Siviglia.
Il brigadiere don José era stato messo di guardia alla Manifattura dei tabacchi, un grande e tetro fabbricato fuori delle mura, presso le rive del Guadalquìvir. Nella Manifattura erano occupate quasi cinquecento donne e al pomeriggio, nell’ora in cui le operaie rientravano al lavoro, molti giovanotti andavano a vederle passare, lanciando frizzi alle più belle.
Don José non vi partecipava: le andaluse non gli piacevano granché; preferiva le ragazze del suo paese, tanto belle e altrettanto modeste e tranquille. Queste di Siviglia, con la loro parlantina e i loro modi svelti, gli mettevano soggezione.
quel giorno, José sentì qualcuno che diceva:
…”Ecco la gitana”…e si fece avanti anche egli a guardare. Vide una ragazza piccola di statura, ma assai ben fatta; nel viso, di uno splendido color ramato, le brillavano gli occhi neri e grandi, di taglio mirabilmente obliquo. Le labbra, un po’ tumide ma ben delineate, scoprivano nel sorriso denti piccoli e bianchissimi. I capelli, lunghi e neri, avevano riflessi azzurro come ali di corvo e qualche ciocca svolazzava sul suo seno magnifico, prosperoso….
Era una bellezza strana e selvaggia. tutto in lei colpiva e non si poteva fare a meno di guardarla a lungo.
“Carmen! Carmencita! Gitanilla!” La chiamavano da tutte le parti. Ella nel camminare scostava la mantiglia per far vedere le spalle e un gran mazzo di gaggia che usciva dallo scollo della sua camicia. Aveva un fiore di gaggia anche all’angolo della bocca e procedeva muovendo i fianchi in modo civettuolo.
Rispondeva ai frizzi con lunghe occhiate in tralice, il pugno sull’anca; sfacciata come una vera zingara, quale infatti era.
José distolse gli occhi quasi con fastidio; se avessero visto al suo paese una donna come quella, si sarebbero fatti il segno della croce. Sembrava un’autentica figlia del demonio. Due o tre ore dopo, piombò nel corpo di guardia un usciere della Manifattura, trafelato, con la faccia stravolta: nello stanzone delle sigaraie c’era stata una rissa e una giovane giaceva a terra gravemente ferita. Il giovane brigadiere don José fu incaricato di prendere con sé due soldati e di andare a vedere.
La faccenda apparve subito chiarissima: tutte avevano visto Carmen, la zingara, colpire la compagna col tagliente coltellino che le serviva per spuntare i sigari. Don José prese la colpevole per un braccio e la esortò garbatamente a seguirlo. Ella indossò la sua mantiglia e si coprì la testa in modo da non lasciar vedere che gli occhi, straordinariamente grandi e neri.
Poi, apparentemente docile, seguì i soldati al corpo di guardia. Il maresciallo, sentito il resoconto del brigadiere José, ordinò che la zingara fosse condotta immediatamente in prigione.
Ma Carmen non mise neppure la punta del suo grazioso piede nelle carceri di Siviglia: al suo posto in prigione ci andò José, dopo aver subito l’onta della degradazione.
La zingara malandrina, con quattro dolci paroline sospirate in dialetto basco (la lingua della sua terra, povero José), l’aveva commosso a al punto di persuaderlo a lasciarla scappare.
Don José s’era sentito come un uomo ubriaco; la voce, gli occhi di lei, i gesti eloquenti delle sue piccole mani avevano prodotto su di lui lo stesso effetto di un liquore inebriante. Don José ebbe un bel dire al maresciallo che la zingara gli era “guizzata di mano come un’anguilla”; il maresciallo conosceva Carmen e poteva benissimo immaginare come erano andate le cose.
Addio promozione a ufficiale: ora José era di nuovo soldato semplice e avrebbe dovuto sfacchinare dieci volte di più per riabilitarsi agli occhi dei superiori. Malgrado ciò, non poteva impedirsi di pensare a Carmen con uno struggimento che lo rendeva furioso. Attraverso le sbarre della prigione contemplava il via vai della strada e tra tante donne che passavano non ne scorgeva nemmeno una che valesse quella diavola di una femmina. Se esistevano le streghe, Carmen lo era davvero: l'aveva stregato.
"Tenete - disse il secondino - questo ve lo manda vostra cugina." José prese il bel pane bianco e, sebbene stupito, non fece domande. Non aveva cugine a Siviglia. Chi poteva aver pensato a lui? Lo seppe appena vide ciò che stava nascosto nell'interno della pagnotta: una limetta inglese e una moneta d'oro da due scudi. Era senza dubbio un regalo di Carmen. Per gli zingari la libertà è tutto: darebbero fuoco ad un a città, pur di sottrarsi alla prigione. Carmen non era un'ingrata e gli offriva a sua volta il mezzo per fuggire. Ma egli non se la sentiva; aveva il suo onore di soldato e non voleva disertare.
Tuttavia, il pensiero che la ragazza si fosse ricordata di lui lo aiutò a superare con minor malinconia il periodo di pena che doveva ancora scontare.
Quando José, uscito di prigione, fu messo di servizio nella residenza del colonnello, si sentì umiliato come mai in vita sua.
Il colonnello era un uomo giovane e ricco, smanioso di divertimenti: capitavano da lui, accompagnate da azzimati ufficialetti, le donne più belle di Siviglia. Sembrava a José che tutte quante lo guardassero irridendolo.
Un giorno, era di guardia proprio alla porta della residenza del colonnello quando vide scendere da una carrozza la bella Carmen, ornata come un reliquiario, tutta oro e nastri. Indossava un ricco costume da gitana e teneva in mano un tamburello basco. Erano con lei altre due zingare e un vecchio con la chitarra. Evidentemente erano stati chiamati per divertire con musica e danze gitane gli ospiti del colonnello. La festa si tenne nel patio e José, attraverso le sbarre della cancellata, poté vedere Carmen che danzava freneticamente agitando il suo tamburello sopra la testa. Gli ufficialetti le stavano intorno indirizzandole frizzi audaci, ai quali ella rispondeva ridendo, senza alcun imbarazzo. Fu allora che don José si accorse di amarla sul serio: si trattenne a stento dall'entrare nel patio, prendere la sua zingara per un braccio e portarsela via.
Odiava tutti quegli uomini che le parlavano liberamente e si sentiva ardere in viso per l'ira e la gelosia. Finalmente quel supplizio ebbe termine. Carmen uscì, lo salutò con lo sguardo, poi lo sfiorò con intenzione passandogli accanto e gli sussurrò…
“Se vuoi mangiare un buon fritto di pesce, vieni a Triana, da Lillas Pastià”.
Appena smontato di guardia José si precipitò a Triana e vi trovò Carmen che lo attendeva. Quella sera la zingara volle pagare a suo modo il debito che aveva con José: ballò soltanto per lui e l’amò con tutto l’ardore di cui era capace.
All’alba lo congedò con queste parole… ”Senti, Joseito, ora siamo pari. Vattene, è meglio. Non pensare più a me, io sono il diavolo. Credo di amarti, ma vicino a me finiresti male: cane e lupo non si sono mai fatti compagnia”.
Ma oramai do José era preso di lei senza scampo: il suo destino era segnato. Non rivide la zingara per alcune settimane, sebbene l’avesse cercata in ogni angolo di Siviglia. Finalmente, una sera, mentre si aggirava intorno alla casa in cui era stato con Carmen, la vide arrivare in compagnia di un giovane tenente del suo stesso reggimento. L’ufficiale, trovandosi all’improvviso davanti a José, ne fu contrariato e gli intimò sgarbatamente di andarsene. Ma José non si mosse: gli sembrò di essere diventato di sasso. Allora il tenente si infuriò e trasse la spada. José non capì più nulla: sguainò fulmineamente la sua sciabola e colpì al petto il giovane superiore, uccidendolo.
Poi non gli restò che fuggire: se l’avessero preso, sarebbe stato fucilato immediatamente. Carmen non lo abbandonò. Lo tenne nascosto per qualche giorno e popi gli fece questo discorso…
“Sei troppo tonto per rubare con garbo, ma sei agile e forte. Puoi farti contrabbandiere. Rischi la forca, ma è sempre meglio che farti fucilare. E poi… niente è più bello di una notte al bivacco, quando il contrabbandiere si ritira con la sua donna sotto la piccola tenda, formata da tre cerchi con una coperta intorno…”.

Carmen non ebbe da sprecare molto fiato per convincere don José a farsi contrabbandiere: egli voleva assicurarsi l’amore di lei e avrebbe accettato, per farle piacere, cose molto più gravi di quella vita rischiosa di fuorilegge. Dopo qualche mese ci prese anche gusto: poteva scialare come un principe; i compagni lo trattavano bene e gli dimostravano una certa considerazione, soprattutto perché sapevano che era stato nell’esercito ed era fuggito per aver ucciso un superiore.
Ora José riusciva a vedere spesso Carmen, che nella banda aveva un ruolo importantissimo: era lei che procurava la merce, contrattava le vendite, teneva a bada le guardie. Quel diavolo di ragazza valeva quattro dei contrabbandieri più esperti. Ora combinava affari a Malaga, ora a Cordova, ora a Granata. Ma bastava un richiamo di José e Carmen piantava tutto e lo raggiungeva: in una locanda isolata, oppure al bivacco, in montagna. Era come una moglie fedele, o quasi. Ma quanto sarebbe durato? Si chiedeva José con angoscia.
Conosceva ormai il carattere bizzarro e ribelle della sua zingara e il terrore di perderla gli sciupava ogni momento di felicità.
Un giorno, venuto a sapere che Carmen stava per raggiungere un mercante ricchissimo che si era invaghito follemente di lei, don José corse a Malaga e obbligò la zingara a seguirlo immediatamente: nemmeno una somma favolosa l’avrebbe compensato dello strazio di immaginarla fra le braccia di un altro. Ma Carmen reagì brutalmente…
“Sai – gli disse – che quando sei il mio compagno ti amo meno? Non voglio essere tormentata e tanto meno comandata. Bada di non spingermi agli estremi: se mi darai ancora noia, troverò qualcuno che mi libererà di te”.
Non erano parole che si potessero dimenticare: da quella volta, tra loro non fu come prima.
C’era una festa a Cordova e Carmen volle andare a vederla: le piacevano molto le corride, soprattutto quando toreava Luca, un bel giovane di cui si era incapricciata. José la lasciò partire, fingendo di nulla; ma il giorno dopo la raggiunse a Cordova e andò ad attenderla nella casa in cui sapeva che ella avrebbe pernottato. Carmen rientrò verso le due di notte.
“Vieni subito via con me” disse José, senza aggiungere altro.
“Va bene, - disse lei – partiamo!”
Montati sullo stesso cavallo, viaggiarono per tutto il resto della notte senza scambiarsi una sola parola. All’alba sostarono in una locanda solitaria, in mezzo ad una campagna desolata. José aveva il cuore gonfio e parlò a Carmen con dolorosa sincerità…
“Dimenticherò tutto – le disse – Non ti chiederò nulla di quanto è avvenuto tra te e Luca; ma giurami una cosa: mi seguirai in America e là cambieremo vita…”
“No! - rispose lei imbronciata. – Non voglio andare in America. Sto tanto bene qui!”
“Bada Carmen, - disse José – non posso uccidere tutti i tuoi spasimanti: finirò con l’uccidere te!”
Carmen lo fissò con lo sguardo selvaggio, pieno di sfida.
“Ho sempre saputo che mi avresti uccisa – disse. – E’ destino. Prima morirò io, poi tu. So bene che deve succedere così.”
“Carmencita, ti supplico! Non ho più pazienza né coraggio” … disse José. Poi la lasciò, perché sentiva che stava per piangere. Si allontanò abbastanza da perderla di vista e si sdraiò sull’erba. Avrebbe voluto pregare Dio, ma ormai non ne era più capace…
Quando tornò alla locanda sperò di non trovarvi più Carmen né il cavallo; almeno fosse fuggita, avesse cercato di porsi in salvo! Invece era lì, impavida: non voleva che si potesse dire che un uomo le aveva messo paura. Durante l’assenza di José aveva scucito l’orlo della sua gonna per togliervi il piombo; l’aveva fatto fondere e poi lo aveva gettato in una ciotola piena di acqua: ora contemplava il fondo della ciotola e mormorava misteriose parole nel suo incomprensibile linguaggio zingaresco. Era così intenta che neppure si accorse del ritorno di José.
“Carmen, - le disse l’innamorato – vuoi venire con me?”
Ella non rispose, ma buttò via la ciotola e si avvolse il capo nella mantiglia. sembrò pronta a seguirlo in capo al mondo. Dopo un tratto di strada, José fermò il cavallo in un bosco solitario.
“Sei davvero disposta a seguirmi, Carmencita?”… chiese.
“Ti seguo verso la morte, sì. Ma non vivrò più con te”… rispose la zingara con voce ferma. Poi smontò da cavallo d’un balzo: si levò la mantiglia e la gettò in terra; rimase immobile, un pugno sul fianco, guardando fisso José negli occhi.
“Non ti amo più – disse – e tu hai il diritto di uccidermi. Ma Carmen sarà sempre libera: è nata zingara e zingara morirà. Odio me stessa per averti amato!”
José si gettò ai suoi piedi, le prese le mani, pianse, supplicò.
“E’ impossibile! - ripeteva lei ostinata, guardandolo con occhi selvaggi. – Non posso più vivere con te!”
Allora José trasse il coltello e la minacciò col viso stravolto: avrebbe voluto che ella si spaventasse e gli chiedesse grazia. Niente. Quella donna era un demonio.
“No! no! e no!”… gli gridò sul viso, battendo furiosamente il piede in terra. Poi si sfilò l’anello che le aveva regalato José e lo gettò con sdegno in un cespuglio…
Carmen cadde al secondo colpo, senza un grido e senza distogliere lo sguardo dal volto di José. Poi i suoi grandi occhi neri si annebbiarono e si chiusero per sempre. José scavò una fossa nel folto della macchia e vi depose il corpo di Carmen. Cercò a lungo il suo anello e quando l’ebbe trovato lo pose presso di lei, insieme con una piccola croce. Colmò la fossa con cura e la ricoprì di zolle erbose. Poi José risalì a cavallo e galoppò fino a Cordova. Al primo corpo di guardia si costituì e confessò il suo delitto. Poiché era di nascita nobile, don José Lizzarrabengoa non subì l’onta dell’impiccagione, ma venne ucciso mediante la garrotta. Quel privilegio, l’ultimo, gli spettava di diritto, anche se era un assassino. Una questione di forma, ma gli Spagnoli tengono molto a certe cose.

VALORE DELL’OPERA

Il maggior fascino dello stile di Mérimée sta nel contrasto tra la drammaticità degli avvenimenti narrati e il tono tranquillo, quasi impassibile del,narratore. Col suo sereno distacco lo scrittore raggiunge una straordinaria potenza espressiva e non ha bisogno di insistere sui particolari per suggestionare il lettore.
Qua e là una nota beffarda, volutamente crudele, come… “Scemo d’un canarino!” dice Carmen irridendo l’amante. E quasi ci sembra di udire la sua sprezzante risata.
Mérimée caratterizza i personaggi con tagliente immediatezza, più efficace di una minuta analisi.

Più che un romanzo, “Carmen” (data alle stampe nel 1845) è una lunga novella. un piccolo capolavoro, da cui trent’anni dopo il musicista francese Georges Bizet fu ispirato a comporre un’opera lirica in quattro atti, che rese la zingara spagnola celebre in tutto il mondo. L’opera ha lo stesso titolo della novella di Mérimée e ne segue la trama, ma vi è attenuata la veristica crudeltà degli avvenimenti. Ciò non toglie nulla alla sua drammaticità: anche per Bizet amore e morte sono le forze motrici di tutta l’azione. Le emozioni dei protagonisti, così primitive e selvagge, sono magnificamente espresse da una musica appassionata e colorita, sempre aderente alla drammaticità del soggetto.
Nella novella di Mérimée vi è però qualcosa di più. l’atmosfera cupa di un paesaggio desolato e l’autentica violenza del carattere di Carmen.
José e Carmen, entrambe vittime del loro tragico destino, sono due personalità opposte, tra cui non vi è possibilità di intesa. Il brigadiere dei dragoni è ardente e ingenuo, crede nell’amore e spera di ottenere la donna tutta per se. Non può neppure pensare di abbandonare la sua zingara e accetta per lei la diserzione, la rapina e l’assassinio. L’unica cosa che non sa accettare è di dividere Carmen con un altro uomo: per questo la uccide: morta, la sentirà finalmente tutta sua, per sempre.
José ha un carattere semplice, assolutamente privo di complicazioni, la passione lo travolge senza scampo. in lui non vi è difesa, quasi neppure istinto di conservazione. La sua disperata energia prorompe come una elementare forza della natura.
Carmen invece è una malefica versione dell’eterno femminino: in lei si concentrano tutte le seduzioni, le malizie e gli inganni che da millenni sono appannaggio delle donne “fatali”. E’ affascinante e crudele, ignora la tenerezza e la pietà. Ritiene l’incostanza un suo diritto e preferisce morire piuttosto che arrendersi all’uomo che l’ama. Pur sapendo amare con passione, Carmen rifiuta di concedersi spiritualmente: la libertà le è necessaria come l’aria che respira. Creatura solitaria e selvaggia, accetta solo il suo tragico destino. Ne è consapevole e non fa nulla per evitarlo: sfida la morte con spavalda sicurezza e con brutale energia, che esasperano l’uomo fino al delirio.
“Sei il diavolo” …le dice José. E lei: “Sì, sono il diavolo!”. E ride, sfidandolo.
Non poteva finire che così.
E’ una storia amara che trova il suo sfondo naturale in una Spagna segreta e squallida, superstiziosa e crudele.


DUE NOTE SU PROSPER MERIMEE

Prosper Mérimée (1803 – 1870) apparteneva a una ricca famiglia parigina e poté seguire fin da giovane le proprie inclinazioni, interessandosi a fondo di archeologia e di studi linguistici.
Divenuto scrittore, guardò con distacco ogni ambiente in cui gli capitò di vivere e fece sua una regola a cui non venne mai meno: osservare, descrivere, ma non giudicare.
Nominato Ispettore delle Antichità, fu costretto a viaggiare moltissimo in Francia e all’estero: a questi viaggi dobbiamo alcuni dei suoi migliori racconti, nati dal contatto con personaggi e luoghi pittoreschi, ben diversi dal sofisticato ambiente di Parigi in cui Mérimée era ricercatissimo. Scrittore di grande cultura e di finissimo gusto, Mérimée fu tra i primi francesi a interessarsi di letteratura russa: si debbono a lui alcune traduzioni di Gogol, Puskin e Turgheniev.




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