giovedì 24 gennaio 2008

GABRIELE D'ANNUNZIO - Vita e opere

Una mattina d'aprile del 1883 un giovanotto e una ragazza intorno ai vent'anni s'introdussero con aria circospetta nell'atrio della stazione di Roma, raggiunsero il treno in partenza per Firenze e andarono ad acquattarsi nell'angolo più discreto di uno scompartimento. Lì attesero trepidando che il convoglio si muovesse, abbandonando quei binari che "scottavano". Ma appena le ruote cominciarono a girare col loro stridore di ferraglia, gli strani viaggiatori si gettarono l'una nelle braccia dell'altro, risero, si baciarono e parvero spiccare il volo verso la felicità.
Lui era un tipo mingherlino, piuttosto basso di statura, ma a suo modo forte e aitante. Sotto una selva di capelli, aveva due occhi irrequieti, che riflettevano una personalità non comune. Vestiva con eleganza estrema, che rasentava addirittura una punta di compiaciuta civetteria, certo alquanto insolita in un uomo, e da tutto il suo comportamento traspariva il desiderio di mostrarsi "vissuto" e maturo, il che faceva un singolare contrasto con l'espressione del volto, sul quale era rimasta un'aria vaga e innocente di "bel fanciullo".
Il giovanotto si chiamava Gabriele D'Annunzio e l'anno prima aveva pubblicato un libretto in versi, "Canto novo", che i maggiori critici italiani avevano salutato come un'autentica rivelazione. Vi si cantava l'amore con una freschezza di sentimenti e un impero di passione che non potevano passare inosservati in un ambiente letterario dominato dall'austera figura del "professore" Giosuè Carducci, di cui pure il giovane poeta si dichiarava devoto discepolo.
Ma l'autore del "Canto novo" non ambiva solo al lauro della poesia. A Roma, dove si era trasferito dalla sua natìa Pescara, aveva acquistato una notevole fama come cronista mondano: frequentava i salotti dell'aristocrazia, corteggiava le belle donne, ostentava pose da snob, facendosi spesso vedere in giro tenendo al guinzaglio un cane enorme, da lui chiamato Max. E si abbandonava a lunghe, sfrenate corse a cavallo per la campagna paludosa che si stendeva a perdita d'occhio fuori delle mura della città.
La sua fuga alla volta di Firenze, in compagnia della fanciulla che, oltre ad essere graziosissima, apparteneva a una famiglia d'alto rango (poiché di un'autentica fuga si trattava) veniva a coronare un sogno ambizioso, anche se in realtà era dettata solo dalla passione. Ma proprio quella felice coincidenza pareva suggerirgli una riflessione e cioè che a lui era permesso osare tutto, che non a caso gli avevano imposto il nome augurale di Gabriele, lo stesso dell'Arcangelo annunziatore.
E come un arcangelo fatale, infatti, lo guardava ora la ragazza che per seguirlo nella romantica fuga aveva abbandonato all'alba il palazzo paterno, col cuore che le batteva in gola per la paura di essere scoperta. Bionda, occhi azzurri venati di pagliuzze d'oro, una gran massa di capelli raccolti al sommo della testa e "gonfiati" in una specie di onda splendente, il naso sottile che dava spicco al profilo aristocratico, la fanciulla aveva mostrato un bel coraggio nell'affidare il proprio destino alle mani bucate del giovane poeta, ricco soltanto di sogni e di seducenti parole.
Ma il fatto è che D'Annunzio sapeva essere irresistibile quando s'innamorava di una donna. E Maria Hardouin di Gallese, così si chiamava la ragazza, aveva un gran desiderio di uscire dall'ambiente chiuso della propria famiglia, di vivere una vita diversa. Per questo, e perché aveva vent'anni, aveva accolto con entusiasmo l'idea della fuga, del distacco irreparabile dai genitori, i quali non avrebbero mai dato il loro consenso alle nozze.


UNA BRUTTA SORPRESA

Maria di Gallese non si pentiva del suo gesto né si preoccupava dello scandalo, che avrebbe fatto il giro di tutti i salotti di Roma. Mentre il treno saliva verso il nord, ascoltava Gabriele che parlava e parlava, descrivendole le delizie cui andavano incontro. a volte egli socchiudeva un poco gli occhi e lei aveva la curiosa impressione che si deliziasse delle proprie parole, che il racconto lo facesse unicamente per il proprio piacere.
I poeti sono sempre un po' matti e "Gabri", come a lei piaceva vezzeggiarlo, in questo campo li batteva tutti. Che brividi mettevano nel sangue certi particolari audaci che lui, senza alcun pudore, inseriva nelle sue poesie! Maria era stata perfino sfiorata dal sospetto che spesso egli facesse il galante solo per poter poi scrivere un bel verso. Ma che importava, infine? L'avventura era bella, nuova, eccitante… e Firenze, città di sogno, li aspettava!
Quando il treno si arrestò sotto la pensilina, Gabriele baciò la sua compagna e poi le sussurrò all'orecchio una delle sue frasi deliziosamente sconvolgenti. Tutto era andato bene, Adesso potevano abbandonarsi alla gioia di essere insieme… invece, ahimè!, un'amara sorpresa li aspettava.
In fondo al marciapiede della stazione, due austeri signori bloccarono i fuggiaschi con gentile fermezza, badando a non dare nell'occhio e a non attirare gente. Si trattava nientemeno che del Prefetto di Firenze e del deputato Colajanni: un telegramma del duca di Gallese li aveva avvisati dell'arrivo della coppia ed essi avevano deciso di condurre a termine personalmente la delicata missione.
Non c'era scampo. Gabriele e Maria si arresero senza protestare. Delusi, amareggiati, sconfitti, seguirono i due importanti personaggi i quali, dopo aver loro raccomandato di non tentare più sciocchezze del genere, col primo treno in partenza li rispedirono a Roma sotto scorta.
Maria fu rinchiusa nel palazzo paterno, Gabriele riprese la sua vita mondana.
Il 16 maggio 1883 apparve sulla "Cronaca Bizantina", il più importante giornale letterario di Roma, una sua poesia intitolata "Peccato di maggio", il cui contenuto fece rimanere allibiti gli amici, che nella donna cantata negli audacissimi versi riconobbero facilmente Maria di gallese.
E poi, dopo le rivelazioni di un giornalista, lo scandalo dilagò. Intanto Maria rifiutava una dopo l'altra tre proposte di matrimonio. Allora, convinti che non avrebbe ceduto, i suoi genitori diedero il consenso alle nozze. La cerimonia ebbe luogo nella cappella del palazzo del duca di gallese.
Era il 28 luglio 1883.
Nessun membro dell'aristocrazia romana era presente; tutti i parenti di Maria avevano disertato la cerimonia; lo stesso duca di gallese era rimasto ostentatamente nelle sue stanze. Per ripicca, anche i genitori di Gabriele non si erano fatti vivi. Solo uno sparuto gruppo di amici, per lo più giornalisti, cercava di ravvivare la cerimonia.
A un tratto un'esclamazione dolorosa ruppe l'imbarazzato silenzio della cappella: era la mamma di Maria che, non resistendo più, abbandonava piangendo il suo posto. E tuttavia nemmeno quel episodio clamoroso valse a turbare gli sposi. Essi soli apparivano soddisfatti, sereni.
Avevano vinto. Il loro amore trionfava. Che altro potevano desiderare?


TRE ANNI DI FELICITA'

Subito dopo le nozze, Gabriele e Maria lasciarono Roma, un po' per sottrarsi agli inevitabili pettegolezzi, un po' perché lui aveva bisogno di un ambiente tranquillo per lavorare. Trascorsero la luna di miele a Porto San Giorgio, sull'Adriatico, quindi andarono a Pescara, dove finalmente i genitori del poeta conobbero la sposa. Il 13 gennaio 1884 questa mise al mondo un maschietto, al quale fu dato il nome di Mario.
Era una coppia male assortita, nonostante le apparenze. A mano a mano che il fuoco dei sensi si veniva attenuando, saltavano fuori le differenze di carattere e, inevitabilmente, le reciproche incomprensioni. Molti anni più tardi, D'Annunzio confessò a un suo biografo francese:
- Ebbi tre anni di inebriante felicità. Eppure… mancava qualcosa. Non sentivo nessun contatto, nessuna comunione tra la sua anima e la mia…
Dal canto suo, Maria di Gallese si dimostrò ancora più amara:
- Quando sposai mio marito credetti di aver sposato la poesia in persona. Avrei fatto meglio a comprare, a tre franchi e cinquanta, ogni volume di poesie da lui pubblicate.
Intanto un nuovo volume di poesie di D'Annunzio, "Intermezzo di rime", veniva concordemente stroncato da tutti i critici.
Il giovane esuberante, forse un po' selvaggio, di "Canto novo" aveva ceduto il posto a un uomo che cercava il piacere per il piacere e non voleva, o non riusciva, a sollevarsi al di sopra dei sensi. Quasi fatalmente, la poesia scivolava nella pornografia.
e il peggio è che Gabriele D'Annunzio era conscio di tale cedimento. Per questo, a suo modo, metteva le mani avanti, confessando apertamente :
- Non più dentro le grigi iridi smorte
lampo di giovinezza or mi sorride.
La giovinezza mia barbara e forte
in braccia delle femmine s'uccide.
Ma come sollevarsi dal fango, come riconquistare la freschezza perduta? Non bastava che D'Annunzio riconoscesse che il libro era il prodotto di uno "stato di malattia, di una debolezza mentale". Occorreva che qualcosa gli ridesse vigore, lo facesse uscire fuori dal pantano in cui si era invischiata la sua ispirazione un tempo così fresca e impetuosa. E questo qualcosa non poteva essere che una donna. La "Chimera" che egli inseguiva fin dai lontani anni della prima adolescenza aveva tutte le malie e le seduzioni di un bel corpo femminile. Ma al di là non c'era che il vuoto, il nulla. Purtroppo la passione per Maria di Gallese gli si era spenta tra le mani nella monotonia del matrimonio. Gli rimaneva solo, ora, il bisogno estremo di guadagnare per mantenere la famiglia, e il gusto del lusso, del superfluo, che aveva contratto a Roma e dal quale non riusciva a liberarsi. Così dovette intensificare la sua attività giornalistica, rischiare il naufragio completo per non apparire un vinto.
Naturalmente, tornò a Roma. Fece debiti su debiti. Cercò invano di trovare una nuova ragione di vita nella nascita di un secondo figlio, dettò i versi per una canzonetta in dialetto napoletano, "A vucchella", tentò insomma in tutti i modi di uscire dalla crisi che lo attanagliava. Ma ogni strada che imboccava era un vicolo cieco, perché il "male" lo aveva dentro: era il demone di una sensualità che rimaneva allo stato grezzo.
E poi un giorno di primavera accadde il miracolo. Passando in via del Babuino, D'annunzio vide una giovane donna alta e slanciata fermarsi davanti a una libreria, notò lo strano contrasto che produceva in lei le labbra sensuali e gli occhi malinconici. La guardò poi allontanarsi come un'immagine di sogno, sicuro che non l'avrebbe mai più incontrata.
Invece si ritrovarono a un concerto in via Margotta: un comune amico li presentò; la breve scintilla divenne una fiamma altissima. La donna si chiamava Elvira Fraternali Leoni, usciva da una lunga malattia, era infelice perché l'avevano costretta a sposare un uomo che non amava. Bastarono poche parole del poeta e gli cadde fra le braccia. D'Annunzio si sentì rivivere. Elvira, scoprì l'amore dopo l'umiliazione.
Maria di Gallese aspettava allora il terzo figlio del poeta, che quando nacque fu battezzato Veniero (il secondo era stato chiamato Gabriellino). Ma ormai la sua stella era tramontata. A lei, d'ora in avanti, sarebbe spettato il ruolo della moglie discreta, che se ne sta in disparte e tace. Cominciava la serie delle splendidi amanti di D'Annunzio, che tanta parte avrebbero avuto nella sua "leggenda" e nella sua opera. E saranno tutte, o quasi, donne di prim'ordine, non semplici "femmine di lusso", quali forse le sognava e vagheggiava l'acerbo cantore del "Canto novo".

DAL CANTO NOVO

O falce di luna calante
che brilli su l'acque deserte;
o falce d'argento, qual mèsse di sogni
ondeggia al tuo mite chiarore quaggiù!
Aneliti brevi di foglie,
sospiri di fiori dal bosco
esalano al mare: non canto non grido
non suono pe l' vasto silenzio va.
Oppresso d'amor, di piacere,
il popol de' vivi s'addorme…
O falce calante, qual mèsse di sogni
ondeggia al tuo mite chiarore quaggiù!

Dopo una breve raccolta di versi "Prime vere" D'Annunzio trovò la via della "grande" poesia con "Canto novo", uscito nel 1882. In questo libro giovanile sono contenuti quasi tutti i temi che il poeta svilupperà in seguito e che troveranno la loro compiuta espressione nell'"Alcyone".
Nei versi che ho trascritto, si nota con quanto languore il poeta canti la natura: egli ne è attratto in modo sincero e fortissimo e ne descrive gli aspetti con straordinaria ricercatezza e raffinatezza stilistica. Osserviamo la capacità di D'Annunzio di rendere musicalmente la dolcezza immobile del plenilunio, e insieme un estremo abbando0no al piacere che addormenta l'anima.


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E' un afoso giorno di luglio del 1893.
Gabriele D'Annunzio ha da poco compiuto i trent'anni e la sua bella chioma, di cui tanto andava fiero, è in gran parte scomparsa a causa di una ferita alla testa riportata durante un duello. Ma la precoce calvizie non ha intaccato il suo fascino, ha conferito anzi una nota singolare alla sua prepotente personalità. Nessuna donna gli resiste, ed egli coglie spavaldamente i favori di tutte con la stessa disinvoltura, la stessa soddisfazione con cui si compiace degli atteggiamenti più eccentrici ed ambigui, delle emozioni più sottili e meno comuni, delle imprese eroiche da superuomo, deciso com'è a fare della propria vita un autentico capolavoro. Adesso è addirittura l'amante di una principessa siciliana, Maria Gravina, moglie del conte Anguissola, una donna che aveva tra i suoi corteggiatori perfino il principe ereditario, il futuro Vittorio Emanuele III.
Ma la relazione, dalla quale è nata una bambina, Renata, non è corsa via liscia come le altre che l'hanno preceduta. Questa volta il marito è passato all'attacco e i due amanti sono finiti in tribunale, sotto l'accusa di adulterio. Per il superuomo D'Annunzio si tratta di un affronto cocente, di uno schiaffo che la società gli ha inferto a tradimento.
Se proprio voleva riscattare il proprio onore, perché il conte non l'ha sfidato a duello? Sul terreno dell'onore egli avrebbe ben saputo rispondergli!
la verità è che agli occhi dell'aristocratico marito di Marina Gravina, egli, Gabriele D'Annunzio, l'immaginifico, il poeta che scandalizza e appassiona l'Italia, il romanziere che con la trilogia "Il piacere", "L'innocente" e "Il trionfo della morte" sta ottenendo un successo clamoroso in Europa, è nient'altro che un volgare scribacchino, un arrivista senza scrupoli che si fa strada tra debiti e alcove.
Naturalmente, data la natura della causa e la fama dei protagonisti, il processo si celebra a porte chiuse. Maria Gravina è sulla soglia di una crisi isterica. D'Annunzio finge un atteggiamento impassibile, ma dentro di sé freme di collera. E tuttavia è cosciente del fatto che questo nuovo scandalo finirà per giovargli: la gente parlerà di lui e i suoi libri si venderanno. Ed egli non desidera forse essere sempre alla ribalta?
Le fiorite arringhe degli avvocati non riescono tuttavia a nascondere la sostanziale miseria del dramma che è giunto a un così squallido epilogo. E' quindi una liberazione per tutti quando la corte si ritira. Ormai il gioco è fatto e non c'è che da attendere la sentenza. Questa giunge poco dopo: il tribunale di Napoli condanna gli adulteri a cinque mesi di prigione. E' l'ultimo schiaffo. Il conte Anguissola sorride soddisfatto. Gli avvocati di D'Annunzio ricorrono in Appello, ma senza eccessive speranze.
In realtà la pena non fu mai scontata, per una sopraggiunta amnistia.
E poi lo splendido amore si trasforma in una penosa catena che il poeta si trascina appresso per un senso di onore e di lealtà verso la donna che gli ha sacrificato tutto. Infatti Maria Gravina esce distrutta dal processo. Lei, che già dominava nella vita mondana di Napoli, ora non trova un'amica disposta a tenderle una mano. Inoltre non ha mezzi per crearsi un'esistenza nuova, indipendente, Perciò si attacca a Gabriele, fiuta il tradimento in ogni donna ch'egli avvicina, lo ossessiona con la sua gelosia, gli impedisce di lavorare, non gli permette di andare a Pescara dove egli spera di racimolare un po' di soldi per far fronte ai debiti più assillanti
D'Annunzio sopporta tutto, cerca di scusare la donna con gli amici, dà fondo a ogni energia pur di non soccombere. La sua vita è un inferno continuo. Eppure egli prova una strana voluttà nel soffrire il soffribile: forse per la prima volta viene a galla il fondo triste della sua sensualità, forse per la prima volta sente che al di là di tanto clamore c'è il silenzio che lo chiama, il nulla. Riaffiora in lui il fanciullo scontroso che nei momenti di malinconia diceva di desiderare una sola cosa al mondo: sdraiarsi in una bara e attendere la morte.


LA SECONDA GIOVINEZZA

Il lungo inferno con Maria Gravina serve a maturare oltre che l'uomo anche il poeta e il narratore. Finora, a parte la libera esplosione del "Canto novo", D'Annunzio infatti è rimasto come impastoiato dalla sua stesa scatenata sensualità. I suoi libri, in versi e in prosa, sono in fondo un tentativo di giustificare le proprie debolezze di uomo e nel medesimo tempo di condannarne le intemperanze alla luce di una morale che sa di posticcio. Di qui il loro tono sostanzialmente falso, retorico, che poteva ingannare i contemporanei, ma la cui forza di seduzione era fatalmente destinata a declinare con gli anni.
Dopo l'avventura con la principessa siciliana, il poeta si libera di ogni pastoia e inizia quella che a buon diritto è stata definita la sua seconda giovinezza. Adesso egli non tenta più di giustificarsi. Si abbandona al piacere dei sensi e canta la sua gioia di essere al mondo, pronto a seguire solo le leggi della natura e la voce del sangue che gli scorre nelle vene.
Nasce così la sua opera più alta, le "Laudi del cielo del mare della terra e degli eroi", che artisticamente culmina nel terzo libro intitolato "Alcyone".
Qui veramente D'Annunzio dispiega appieno il genio, in un crescendo che ha del miracoloso. Le poesie, quasi tutte bellissime e concluse in sé, si integrano e compenetrano a vicenda, come i temi di una grande sinfonia musicale. Rivivono nei versi gli antichi miti; l'amore vi è sentito e cantato come un sentimento universale e non più come un impeto selvaggio e sfrenato della giovinezza.
Questa fiorente stagione coincide in gran parte con l'amore per una donna, una creatura d'eccezione: ELEONORA DUSE.
La grande attrice, autentica figlia d'arte, interruppe la serie degli amori aristocratici di D'Annunzio, che trovò e ammirò in lei una diversa aristocrazia: quella dello spirito. E che cosa ci poteva essere di più sublime per un artista ormai votato al culto del superuomo?
Eleonora e Gabriele formarono per parecchi anni la coppia del secolo, lo specchio inimitabile cui si volgevano invidiosi gli occhi di tutti gli amanti.
Ogni loro gesto acquistava subito un valore di simbolo, di sfida alle leggi comuni; perfino le loro pazzie trovavano una superiore giustificazione nel temperamento eccezionale dei due protagonisti.
Ma a D'Annunzio non bastava trasfigurare in poesia le proprie passioni. Come già l'amore per Elvira Leoni, che egli chiamava Barbara, gli aveva tra l'altro ispirato il romanzo "Il trionfo della morte", così la sua avventura con la Duse gli fornì la materia per un nuovo romanzo, "Il fuoco", che puntualmente non mancò di unire al successo letterario quello scandalistico.
Di colpo. il gran castello di carte che il poeta era riuscito ad edificare crollò quasi da un giorno all'altro sotto il volgare assalto dei debiti che egli, supremo disprezzatore del denaro, era venuto accumulando. La famosa villa "La Caponcina", nei pressi di Firenze, da lui rifatta e arredata con lo sfarzo e la magnificenza di un principe del Rinascimento, fu messa all'asta. D'Annunzio, assistette impassibile alla dispersione di tutti i tesori. E quando le stanze, che avevano ospitato prima la Duse e in seguito, per quattro anni, la bionda e diafana marchesa Alessandra di Rudinì, tornarono deserte, né vi passeggiarono più gli splendi levrieri che erano l'orgoglio del poeta, questi quasi trasse un respiro di sollievo. Amava il lusso e lo sperpero, ma nulla riusciva a legarlo. Sulla terra si considerava sempre un viandante, un uomo che passa, gode e se ne va.


IL SOLITARIO VITTORIALE

Dopo lo scandalo della "Caponcina", D'Annunzio se ne andò in Francia, dove lo attendevano nuove battaglie letterarie, nuovi amori travolgenti e, naturalmente, nuovi debiti.
Alla fama di poeta e di romanziere si era aggiunta adesso quella di autore di teatro, specie in seguito al successo delle tragedie "Francesca da Rimini" e "La figlia di Jorio". Era insomma l'uomo del giorno, che nessuno si azzardava più a discutere. Attrici come Ida Rubistein si contendevano l'onore di interpretare una sua opera; musicisti come Debussy non chiedevano che di rivestire di note le sue poesie.
E D'Annunzio rispose all'attesa generale scrivendo in francese "Il martirio di San Sebastiano" e "La Pisanella". Ma si trattava di opere stanche, che non attingevano alle sorgenti più vive della sua ispirazione. Partendo dalle felici intuizioni dell'"Alcyone", egli infatti veniva maturando in sé la sua terza giovinezza, che doveva realizzarsi sotto il segno di una sensualità "rapita fuor dei sensi". Questo nuovo corso coincise, dopo il romanzo "Forse che sì forse che no", con l'abbandono di ogni schema rigidamente narrativo.
Nacquero così le prose della "Contemplazione della morte", della "Leda senza cigno" e delle "Faville del maglio".
In esse il poeta e il prosatore si fondono in un impasto altamente suggestivo, pieno di echi e di musiche nascoste. E' un D'Annunzio che non fa scandalo, ma appunto per questo è forse il più autentico e il più vero.
Ma la vita incalza e l'uomo non può tirarsi indietro, non può scendere neppure un attimo dalla ribalta su cui è ormai abituato a recitare la parte di primo attore. Lo scoppio della prima guerra mondiale trova D'Annunzio favorevole all'intervento dell'Italia.
La parola però non gli basta, non si accontenta di essere il nuovo vate della patria in armi. Vuole partecipare direttamente alla lotta, vuole scrivere il proprio nome nel libro delle imprese più audaci, forse cerca semplicemente una "bella morte" che dia il suggello definitivo a una vita intensamente vissuta, visto che il mondo non sembra avere più nulla da dargli.
Il combattente Gabriele D'Annunzio è un personaggio che diventa presto leggendario. Aviatore, fante, marinaio, si getta allo sbaraglio con spavalda incoscienza, non misura mai il pericolo, non c'è emozione che non lo tenti. Poi corre a ritemprarsi nella "Casa rossa" di Venezia, dove la pianista Luisa Bàccara allieta i suoi ozi di guerriero.
Ormai l'uomo ha preso decisamente il sopravvento sull'artista. Si crea un nuovo mito che gli austriaci cercano di distruggerlo mandando un aereo a bombardare la "Casa rossa". Il colpo fallisce e D'Annunzio, a guerra finita, abbraccerà l'aviatore che aveva tentato di ucciderlo: si trattava nientemeno che del suo traduttore tedesco!
Un segno nel corpo, tuttavia, la guerra doveva pur lasciarglielo. In seguito ad un incidente aereo D'Annnunzio perse un occhio e il lungo riposo al buio cui fu costretto gli ispirò le pagine del "Notturno", la sua ultima opera valida.
Nei molti anni che seguirono, l'artista diede poco. Quasi di colpo, a inaridirlo, gli era piombata addosso la "turpe vecchiezza", come egli la definiva. L'uomo ebbe tuttavia un altro momento di gloria quando, alla testa di un gruppo di soldati ribelli e volontari accorsi da tutte le parti d'Italia, marciò sulla città di Fiume, che il trattato di pace aveva assegnato alla Jugoslavia. La spericolata avventura fece di lui il "Comandante" per definizione.
Fiume rimase all'Italia, quasi a sancire per una volta tanto la vittoria della poesia e dell'immaginazione sulla fredda prosa dei trattati. Pago, D'Annunzio si ritirò sul lago di Garda, nella villa barocca detta "Il Vittoriale", nei pressi di Gardone. Qui egli badò soprattutto a erigere a se stesso un ampolloso monumento di pietra e di stucchi, un mausoleo che senza volerlo andava lentamente assomigliando ad un sepolcro.
La grande stagione del poeta Gabriele D'Annunzio era finita. Il fascismo, che intanto aveva assunto il potere in Italia, apparentemente onorava il "Comandante" di Fiume, in realtà tendeva a neutralizzarlo e a servirsi del suo mito. D'Annunzio se ne rese conto, ma non si ribellò. Accettò la solitudine dorata che gli veniva imposta e si preparò a ricevere la morte. Un giorno, forse, cercò di abbreviare l'attesa lasciandosi cadere da una finestra. Poi parve rassegnarsi. E accentuò il proprio sdegnoso silenzio.
La Liberazione venne infine il primo marzo 1938. La morte fu pietosa con lui, che aveva subito come un'onta la vecchiezza: lo colse all'improvviso, risparmiandogli almeno il supplizio di una lunga agonia.
Quando la notizia apparve sui giornali, qualcuno esclamò:
- Ma come? Era ancora vivo?
Il vero D'Annunzio, infatti, era sepolto da tempo con gli splendori e le miserie di un'epoca che già aveva assunto i colori cangianti di una favola, un'epoca che l'umanità si era ormai lasciata alle spalle.


RIMANE IL POETA

Come sempre accade quando un artista raggiunge da vivo una fama eccezionale, dopo la morte incominciano i processi e le revisioni. Esaltato fino all'inverosimile, soprattutto nel primo decennio del Novecento, Gabriele D'Annunzio è stato posto sotto accusa alla fine del secolo scorso, specie da chi ha voluto confondere le sue debolezze d'uomo con le vere o presunte deficienze del poeta e dello scrittore. In realtà D'Annunzio incarnò un'epoca, esasperando al massimo i motivi di bene e di male ch'essa conteneva. Da questo punto di vista effettivamente egli riuscì a fare della propria vita il suo capolavoro. Se mai, ebbe il torto di morire troppo tardi. Ma, comunque vogliamo giudicare l'avventura umana che ha nome D'Annunzio, basta l'altissima poesia dell'"Alcyone" a fare la gloria del poeta, che rimane una delle più potenti personalità europee poste tra l'Ottocento e il Novecento. Il suo tributo al tempo egli lo pagò con i romanzi, con la giovanile attività giornalistica. Eppure anche lì c'è almeno da ammirare il fine cesellatore della parola. Del resto, solo questa sottomissione assoluta alla propria arte gli consentì, a parte l'"Alcyone", di creare capolavori come "La figlia di Jorio", di scolpire le prose perfette del "Notturno": insomma, di trasformare in oro autentico anche il piombo ribollente delle sue forti passioni.


L'OLEANDRO - Alcyone

Erigone, Aretusa, Berenice
quale di voi accompagnò la notte
d'estate con più dolce melodia
tra gli oleandri lungo il bianco mare?
Sedean con noi le donne presso il mare
e aveva ciascuna la sua melodia
entro il suo cuore per l'amica notte;
e ciascuna di loro parea contenta.
E sedevano sulla riva, usciti
dalle chiare acque, con beato il sangue
del fresco sale; e gli oleandri ambigui
intrecciavan le rose al regio alloro
sul nostro capo; e il giorno di sì grandi
beni ci aveva ricolmi che noi paghi
sorridevamo di riconoscenza
indicibile al suo divin morire.

Con questi versi comincia una delle più belle poesie dell'"Alcyone", quella che si intitola "L'oleandro" e che si conclude con questo grido di struggente malinconia :
- O notte, piangi tutte le stelle! - Il grido dell'allodola domani - dall'amor nostro ci disgiungerà.
A differenza del "Canto novo", dove il poeta era spesso ancora legato a ritmi vagamente carducciani, qui D'Annunzio canta con una scioltezza di ritmo ineguagliabile, che è soltanto sua. Le parole si dispongono come le note di una melodia. quasi non ci si accorge dei versi: si va avanti nella lettura portati da una musica segreta che si rinnova nell'anima. E' questo il D'Annunzio migliore: un incantatore delle cose, che ce ne rivela la bellezza nascosta, il ritmo eterno e profondo.


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La Divina ELEONORA DUSE

La grande tragica ELEONORA DUSE



2 commenti:

pabi71 ha detto...

Complimenti Loris,
questo post è veramente molto bello e interessane,come sempre.
Ciao a presto.

Raggio di sole ha detto...

Ciao Loris , non preoccuparti , l'importante è sapere che stai bene , per il resto , se non ti dispiace , sarò io ad essere presente , qui da te.......un bacio....

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