giovedì 24 gennaio 2008

LE COSMICOMICHE - Italo Calvino

L’occhio cosmicomico di Calvino.


Le cosmicomiche di Italo Calvino hanno una struttura insolita. I vari capitoli sono preceduti dal richiamo a una tesi scientifica (ad esempio che la Luna un tempo era molto vicina alla Terra, o che il sistema solare si era formato per condensazione di una nebulosa e così via…) e ogni volta salta su uno strano personaggio, Qfwfq, a dire che lui c’era in quell’epoca e a confermare come testimone oculare la teoria scientifica. Naturalmente Qfwfq non può essere un uomo perché ha vissuto per miliardi di anni… ma può riportare nei limiti della sua esperienza, delle sue possibilità di immaginazione e di espressione quegli avvenimenti giganteschi.

Dal contrasto fra il rigore scientifico delle ipotesi e il mondo familiare, bonario, al livello del senso comune in cui Qfwfq ce le rappresenta nasce il comico.

Ciò che colpisce, infatti, in Qfwfq non è tanto la straordinarietà dei luoghi e degli esseri con i quali deve vivere e scontrarsi (del resto lui ci si trova bene, non ha momenti di disperazione, e sa districarsi) ma la qualità tutta di gioco del suo procedere e del suo atteggiarsi, in quei luoghi e tra quegli esseri, con disinvoltura e riserbo, con effusione e con intelligenza al tempo stesso.
Qfwfq soprattutto gioca… con le proprie trasformazioni nell’universo, con quelle degli altri…, e quanto più è preso dall’invenzione di tale suo gioco, tanto più si ritiene fornito di libertà. Direi anzi che il gusto del gioco prenda via via la mano anche all’autore stesso di questi racconti… poiché il suo personaggio vive in un mondo illimitato e in evoluzione, e ha bisogno soltanto di aver fiducia in questo oggettivo svolgimento per caratterizzarsi ed esprimersi.

- “Ero un bambino e già me ne ero accorto – racconta Qfwfq (e qui Calvino si riferisce alla teoria del sorgere di nuovi atomi d’idrogeno per ristabilire la densità dell’universo) – Gli atomi d’idrogeno li conoscevo uno per uno, e quando ne saltava fuori uno nuovo lo capivo subito. Ai tempi della mia infanzia, per giocare, in tutto l’universo non avevamo altro che atomi di idrogeno, e non facevamo che giocarci, io e un altro bambino della mia età, che si chiamava Pfwfp. Com’era il nostro gioco? E’ presto detto. Lo spazio essendo curvo, attorno alla sua curva facevamo correre gli atomi, come delle biglie, e chi mandava più avanti il suo atomo vinceva. Nel dare il colpo all’atomo bisognava calcolare bene gli effetti, le traiettorie, saper sfruttare i campi magnetici e i campi di gravitazione, se no la pallina finiva fuori pista ed era eliminata dalla gara”.

Se si tiene presente la durata realmente illimitata di questo gioco e la si paragona alla durata altrettanto illimitata ma immaginosa dei nostri giochi di ragazzi, si comincia a capire la natura di questi idilli cosmicomici… basati sulla coincidenza di emozioni e gesti reali e immaginari, rapportati all’età dell’infanzia vera e di quella applicata a Qfwfq, senza alcuno scarto, se non di nozioni di tempo e di cose e di esseri viventi.
Direi allora che questa meraviglia dell’infanzia è artisticamente superiore laddove deve scontrarsi con oggetti o con segni, e meno con sentimenti o emozioni.

- “Ma già nella durata di quell’anno galattico, si cominciò a capire che fino a quel momento le forme del mondo erano state provvisorie e che sarebbero cambiate una per una. E a questa consapevolezza s’accompagnò un fastidio per le vecchie immagini, tale che non se ne poteva soffrire nemmeno il ricordo. E io cominciai ad essere tormentato da un pensiero… avevo lasciato quel segno nello spazio, quel segno che m’era parso tanto bello e originale e adatto alla sua funzione, e che adesso appariva alla mia memoria in tutta la sua pretenziosità fuori di luogo, come segno innanzitutto di un modo antiquato di concepire i segni, e della mia sciocca complicità con un assetto delle cose da cui avrei dovuto sapermi staccare in tempo”.

Se questo scontro con la realtà, come si è detto, avviene sul piano dei sentimenti o delle emozioni, allora il tono della favola si abbassa necessariamente ad aneddoto di cuore…

- “Giaceva incolore, vinta dal sonno, sulla sabbia incolore. Mi sedetti vicino. Era la stagione – ora lo so – in cui l’era ultravioletta volgeva al termine, per il nostro pianeta, un modo d’essere che stava per finire dispiegava il suo estremo culmine di bellezza. Nulla mai di così bello aveva corso la Terra, come l’essere che avevo sotto gli occhi”.

E quando è costretto a perdere Ayl, la creatura meravigliosa…

- “ E mi resi conto con dolore e spavento che io ero rimasto “di qua”, che non sarei mai potuto sfuggire a quegli scintillii dorati e argentei, a quelle nuvolette che da celeste si cangiano in rosate, a quelle verdi foglioline che ingiallivano ogni autunno, e che il mondo perfetto di Ayl era perduto per sempre, tanto che non sapevo più neppure immaginare, e non restava più nulla che potesse ricordarmelo nemmeno di lontano, nulla se non quella fredda parete di pietra grigia”.

…l’aneddoto si curva sentimentalmente in elegia, su un filo di scrittura minuta e un po’ evasiva, realistica e tuttavia sfuggente per eccesso di particolari.

Ma capita anche che il nostro personaggio si ironizzi, ed allora riacquista una dimensione più nitida e scontrosa…, la volta, per esempio, che ultimo dei dinosauri, viene preso in giro e non riconosciuto dalle persone, mentre egli teme di essere assalito e allontanato, con una saggia discussione di sé…

- “Da allora avevo imparato tante cose, e soprattutto il modo in cui i Dinosauri vincono. Prima, avevo creduto che lo scomparire fosse stato per i miei fratelli la magnanima accettazione d’una sconfitta…, ora sapevo che i Dinosauri quanto più scompaiono tanto più estendono il loro dominio, e su foreste ben più sterminate di quelle che coprono i continenti… nell’intrico dei pensieri di chi resta. Dalla penombra delle paure e dei dubbi di generazioni oramai ignare, continuavano a protendere i loro colli, a sollevare le loro zampe artigliate, e quando l’ultima ombra delle loro immagini si era cancellata, il loro nome continuava a sovrapporsi a tutti i significati, a perpetuare la loro presenza nei rapporti tra gli esseri viventi”.

E talvolta l’ironia sale all’altezza dello sberleffo, creando un movimento all’interno della narrazione, di sottile umore… quando, dal telescopio, scorge segali che dicevano… ti ho visto, da una galassia lontana cento milioni di anni…, per ogni segnalazione… “e con ciò?”, è la risposta, dopo tante meditazioni, ed accanto ad altre risposte dubitative… “e con ciò?”…, l’ossessione di quel: ti ho visto, si tramuta in un… tra-la-la-là… altrettanto ironico e malvagio, cui fanno i versi altrettanti cartelli, uno più ironico e malvagio dell’altro…

- “Commenti e giudizi non erano sempre pertinenti, la scritta… tzz…tzz… corrispondeva a quella volta che avevo versato un terzo del mio stipendio per una sottoscrizione di beneficenza, la scritta… stavolta mi sei piaciuto…, a quando avevo dimenticato in treno il manoscritto che m’era costato tanti anni di studi; la mia famosa prolusione all’Università di Gottiga era stata commentata con la scritta… attento alle correnti d’aria”.

E l’ossessione di questo scambio di reticenze cattive e di improperi eleganti si dilata sino al grottesco mediante un distacco di milioni di anni tra l’uno e l’altra, in un tempo assolutamente fermo tanto è esteso e in uno spazio così vertiginosamente silenzioso tanto è fuori di cognizione sensibile. Ma è un grottesco dalla forma suasive e sinuosa, senza alcuna alterità di linguaggio e senza alcun violento sommovimento di scrittura, anzi, l’abilità di Calvino è tale, che, in questa direzione, la pagina più significativa egli la esprime nel racconto che chiude il libro, e nella quale appare la vista, ossia l’occhio che osserva, in un attonito prodursi di relazioni visive, tra elementi che per l’addietro ne erano privi…

- Esseri informi, incolori, sacchi di visceri messi su alla meglio, popolavano l’ambiente tutt’intorno, senza darsi il minimo pensiero di cosa fare di se stessi, di come esprimersi e rappresentarsi in una forma stabile e compiuta e tale da arricchire le possibilità visive di chiunque le vedesse. Vanno, vengono, un po’ affondano, e un po’ emergono, in quello spazio tra aria e acqua e scoglio, girano distratti, danno volta; e noi intanto, io e lei e tutti coloro che erano intenti a spremere una forma di noi stessi, stiamo lì a sgobbare nella nostra buia fatica…

”In questo modo informe ecco apparire la “vista”…

“Tutt’a un tratto intorno a noi s’aprirono gli occhi e cornee e iridi e pupille: occhi tumidi e slavati di polpi e di seppie, occhi attoniti e gelatinosi di orate e triglie, occhi sporgenti e peduncolari di gamberi e aragoste, occhi gonfi e sfaccendati di mosche e di formiche”.

Tutta questa precisione e tutta questa sinuosità di scrittura è chiaro peraltro che vanno un po’ a detrimento della forza e della incisività: e il Calvino vi si abbandona probabilmente con troppa fiducia nella propria intelligenza e con eccessiva misura descrittiva, e se più volte l’esercizio letterario ha la meglio sulla sperimentazione vera e propria, questo avviene perché esso si svolge sì sul piano della ricerca della quotidianità favolosa, come in altre esperienze di racconti e di personaggi, del resto famosi, del nostro Calvino: ma anche è prospettato in un mondo considerato astrattamente e in via di deformazione come era avvenuto in quelle altre esperienze.
E così le osservazioni “domestiche” del nostro personaggio rimbalzano su di noi senza aprirsi un varco nella mente… e ci stupiscono direi più per suggestione visiva che per forza di immagine, più per dolcezza di rappresentazione, che per vigoria di constatazione.


1 commento:

Anonimo ha detto...

necessita di verificare:)

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