giovedì 31 gennaio 2008

STORIA DEL TEMPO ( Revolution in Time) - David S. Landes


Nella collezione “Storia” (dove tra l’altro è pubblicata l’interessante STORIA SOCIALE DEGLI ODORI di Corbin), la Mondatori ha tradotto nel 1984 il libro di Landes STORIA DEL TEMPO, in originale REVOLUTION IN TIME).

David Landes non è uno sconosciuto. Einaudi ha da tempo tradotto PROMETEO LIBERATO e un suo scritto nella STORIA ECONOMICA DI CAMBRIDGE. Ma questa volta il professore di Storia ed economia ad Harvard non ha scritto per “addetti ai lavori” ma per un largo pubblico.

Le tre parti in cui ha diviso il suo libro sono…
- Trovare il tempo
- Segnare il tempo
- Fare il tempo

Come lui stesso spiega, significa mescolare domande storiche (perché l’orologio meccanico fu inventato in Europa?) con aspetti scientifici (come si arrivò a strumenti sempre più precisi) e con quesiti di economia (chi usò questo tempo misurato? e perché?).

Ci si presenta dunque, l’occasione di studiare la nascita, la maturazione e l’obsolescenza di una tra le massime branche della manifattura (l’orologio meccanico. E’ sorprendente il fatto che gli studiosi abbiano trascurato l’argomento… i libri che lo trattano in termini di storia economica possono contarsi sulle dita delle mani. E di questi (che Landes elenca in nota) solo LE MACCHINE DEL TEMPO di Cipolla (Il Mulino, 1981) era disponibile in italiano.
Dando per scontata la serietà e la profondità della ricerca, ci sono felici risultati anche nello stile e nel metodo. Anzi tutto, Landes polemizza sempre(implicitamente e… a pagina 304… esplicitamente quasi con uno sbotto di rabbia) con i sostenitori del “tutto ciò che è successo, non poteva non succedere”. E dunque approfondisce fino in fondo gli aspetti che permettono di capire (o ipotizzare) perché un evento atteso è “ritardato”, o una svolta storica possibile sulla carta non si è verificata.
Il grande pregio di STORIA DEL TEMPO è la scorrevolezza, piacevolezza e attualità di linguaggio (e riferimenti). C’è sempre un episodio divertente o una battuta, il linguaggio è chiaro, le terminologie tecniche sono chiaramente spiegate, il riferimento è anche agli uomini e non solo alle macchine (e questo è utile al lettore sia se condivide l’orientamento politico ed ideologico di Landes – ad esempio quando inserisce un’osservazione sul bestiale sfruttamento dei lavoratori nelle fabbriche di orologi del Sud-Est asiatico - , sia quando non lo condivide.
Così se Landes accenna a cronometri fotoelettrici per uso sportivo, non si limita a descriverli ma ci racconta alcuni episodi divertenti e poco noti, per concludere magari… “Pochi personaggi, eccettuato l’ambiente ecclesiastico, sono tanto conservatori quanto gli arbitri sportivi”.
Celebrate le “giuste” lodi dell’autore, ripercorro qualcuno dei passaggi (o dei nodi da sciogliere). Qua e là magari slittando un po’ dall’esatta cronologia. Del resto le immagini storiche si possono anche mischiare e non è detto che, come accade per le diapositive se le inserite in modo errato nel proiettore, non siano capaci di riscoprire l’ordine giusto.
Diceva un vecchio “guru” americano, lo scrittore “osceno” William Burroughs… “il tempo salta come una macchina da scrivere rotta”
Nell’introduzione, Landes fa notare che, anche se lo misuriamo in modo sempre più preciso, noi non sappiamo “cos’è il tempo” e non abbiamo una definizione che ci trovi concordi. Intanto lo “richiudiamo” in congegni sempre più piccoli e più esatti… “Con l’introduzione del quarzo e, successivamente, dei regolatori atomici, gli scienziati si sono emancipati da qualunque dipendenza nei confronti delle misure celesti e hanno stabilito come unità di misura fondamentale del tempo il secondo, definito non come una frazione di un anno solare, bensì come un altissimo numero (oltre nove miliardi) di rapidissime oscillazioni”.
Nove miliardi… Curioso che Landes non lo noti, ma nove miliardi è esattamente la cifra che la tradizione mistica indica come i possibili nomi di Dio: una coincidenza che avrebbe fatto la gioia di Sant’Agostino (e di qualche scrittore di fantascienza).
Nella prima parte si rintracciano le dispute sul modo di misurare il tempo fra i cinesi, l’Europa e l’Islam.
Landes riprende molte ricerche e osservazioni di Needham (soprattutto da SCIENZA E CIVILTA’ IN CINA che è stato, parzialmente, tradotto anche in italiano) e ne critica e contesta alcune. Non per un atteggiamento “occidental-centrico”, ma perché ritiene che Needham dia troppo peso, a volte, a quello che i cinesi hanno raccontato (cosa che Lande si guarda bene dal concedere a chiunque… cinesi, arabi, svizzeri, americani…).
Grande importanza ebbe la “preoccupazione religiosa” per la puntualità, ma diversamente intesa nelle diverse fedi: il “tempo” di cui ha bisogno l’Islam non è lo stesso del Cristianesimo. Le osservazioni sui frati che suonano il campanile o si preoccupano di pregare sono molto interessanti (e fra le citazioni ci sono addirittura le filastrocche infantili) e a un certo punto forse chi legge questo libro si chiederà se questo famoso “Ora et labora” non vada meglio tradotto in un (errato) “guarda l’ora e lavora”.
Una cosa è il tempo della chiesa e un’altra è il tempo del mercante, osservava Jacques Le Goff. E naturalmente diverso è dire “il mio tempo è mio” o invece “Il mio tempo è tuo” (sono anche i titoli che Landes ha dato a due suoi capitoli). e misurare il tempo per vedere quanto lavoro si fa, neanche nel 1300 piaceva a coloro che le loro ore le vendevano. Così le rivolte contro gli orologi pubblici, i tentativi di eliminare le “campane del lavoro”.
L’industria tessile cambiò i modi di controllare i tempi di lavoro; e nel frattempo misurare il tempo non era più campo riservato e segreto (quasi magico) come mille anni prima, e dunque gli orologi pubblici furono sostituiti dai portatili. (Per inciso, Landes nota che gli operai si comprano piccoli orologi, “democratizzando” quello che era ancora un prodotto di élite, proprio per controllare che il grande segnalatore padronale non li inganni).
Ogni volta che incontriamo un cambiamento tecnico (orologio pubblico, da camera, portatile, marino, ecc), Landes ne offre una dettagliata e minuziosa descrizione. Ma non dimentica che questi strumenti hanno, oltre che tecnici e materiali, anche valori simbolici. (“Quando Filippo il Calvo sconfisse i fiamminghi nel 1382… [portò via] l’orologio del campanile”; ma ancora oggi certi genitori per punire i bambini tolgono l’orologio da polso…ultimamente il telefonino).
Come progredisce, e perché, la misurazione? Gli interessi, lo abbiamo visto, sono molteplici. Religiosi, in relazione ai trasporti, per lo sviluppo tecnico (e di coordinamento) della guerra, nell’interesse dell’industria. ecc. Quindi il soggetto più interessato muta spesso nel corso dei secoli: astronomi, navigatori, ma anche proprietari (o allevatori di cavalli da corsa, ferrovieri, padroni e operai, corridori e nuotatori). Tutti interessati, per motivi magari opposti, ad ingabbiare il tempo. Ma nessuna delle innovazioni ha preso piede senza incontrare resistenze psicologiche e sociali.
Oggi sembra scontato, ma nel Settecento invece ci si opponeva, con argomentazioni scientifiche, che in un orologio si misurassero insieme ore e minuti. E il libro è anche uno squarcio sugli errori nella storia degli orologi: artigiani pratici e astuti, contro scienziati appesantiti dalla teoria. O le guerre “cronometriche”, fra nazioni e continenti per il monopolio nella commercializzazione di quello che diventò consumo (o totem) di massa. Perfino qui ritroviamo la ricerca di un capro espiatorio nella battaglia commerciale (fra Inghilterra e Svizzera, come racconta Landes a pagina 283) che non poteva essere altri che “il truffatore ebreo”
A fianco delle situazioni drammatiche, o serissime, c’è l’episodio curioso: l’orologio che “graffiava il ditino” della regina Elisabetta, il modo di sapere l’ora attraverso i cani che guaiscono, gli orologi erotici o quelli musicali.
Le ultimissime pagine sono forse le più deludenti. Sembrano “tirate via”, quasi all’autore l’oggi non interessasse. E forse è proprio così. Landes, e lo conferma subito, si è innamorato proprio degli antichi, complessi, ingegnosi congegni, e quella storia, con annessi aspetti economici, ha studiato. Della “rivoluzione al quarzo” cerca di vedere aspetti positivi e negativi, descrive il numero crescente di funzioni ausiliarie, ma il suo entusiasmo è smorzato. Il giocattolo gli sembra troppo bello ormai.
Ma, a parte qualche piccola riserva, i 21 capitoli di STORIA DEL TEMPO non deludono mai. Così che, alla fine, Landes non sente neanche il bisogno di dire (come faceva Pascal) … e scusate se non ho avuto il tempo di essere breve.


STORIA DEL TEMPO
David S. Landes
1984 – Mondadori Editore
Collana – Storia



1 commento:

Ondamagis ha detto...

pian pianino i faccio il giretto nei post che non ho avuto tempo di leggere prima. Mandini

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