venerdì 25 gennaio 2008

SULL'IMMORTALITA' DELL'ANIMA - Pietro Pomponazzi




L’IMMORATALITA’ E’ NELLE OPERE

Da Socrate in poi, il tema della morte e della sopravvivenza oltremondana dell’anima è uno dei temi su cui il pensiero filosofico e religioso dell’Occidente si è esercitato con maggior passione.
Non c’è da meravigliarsi. Se l’uomo, infatti, può essere definito l’"animale" che trasforma in problema il dato di fatto della propria esistenza, è ben naturale che egli faccia oggetto di meditazione il problema di vivere e il proprio morire, il proprio essere nel mondo e il proprio eventuale ed ipotetico "persistere" al di fuori e al di là di esso.
Nel mito della sopravvivenza di una parte di noi stessi, della parte più sottile e più nobile, si è espressa l’aspirazione dell’uomo a non perdere sé stesso, a conservare la propria personalità anche al di là di quel punto-limite per l’individuo che si chiama morte.
Le concezioni dei primitivi e degli antichi intorno alla natura dell’anima hanno condotto quasi universalmente a ritenere che, separata dal corpo, essa continui la propria esistenza in una impalpabile vita d’oltretomba. Ma l’immortalità dell’anima fu dapprima ritenuta privilegio di un numero assai limitato di uomini, particolarmente eminenti per nascita, potenza o doti che in qualche modo li assomigliasse agli dei, e solo più tardi venne, per così dire, "democratizzata", considerata cioè prerogativa di tutti gli uomini. Il Cristianesimo non aggiunge in proposito una parola particolarmente originale… mentre però nell’oltretomba greco-romano, nell’Ade di cui ci parlano Omero e Virgilio, la vita delle ombre viene immaginata come scialba, triste, incolore rispetto alla corposa concretezza della vita terrena, per il Cristianesimo è la vita ultra-terrena la vita autentica e il vero traguardo dell’uomo.
Lo sviluppo del pensiero critico ha però revocato in dubbio e man mano distrutto, oppure confinato nel campo della sola fede, le credenze intorno alla sopravvivenza dell’anima. L’idea dell’esistenza in ogni persona di un principio sostanziale, incorporeo, indistruttibile, capace di autonomia, è stata via via smantellata e confutata. Vale anzi, la pena di osservare che, nella storia del pensiero, la lotta sostenuta contro le concezioni spiritualistiche dalle dottrine che negavano la sussistenza "a sé" dell’anima, ha sempre o quasi sempre avuto un sottinteso progressivo anche sul piano politico e sociale. Se non altro, perché nelle dottrine finivano col compendiare e saldamente tenere nella vita presente tutti quei valori che invece le altre trasferivano nel preteso al di là.
Carattere spiccatamente progressivo ha avuto per esempio la memorabile polemica sostenuta da Pietro Pomponazzi, un intelligente aristotelico del ‘500 contro il dogmatismo spiritualista rappresentato da due suoi contemporanei : Agostino Nifo e il cardinal Contarini.

Nel suo celebre scritto SULL’IMMORTALITA’ DELL’ANIMA, pubblicato a Bologna nel 1516 e che accese dispute accanitissime per oltre un secolo, il Pomponazzi respingeva l’idea della sopravvivenza individuale dopo la morte, negando all’intelletto (all’anima) il carattere di sostanza compiuta e autosufficiente e affermando invece che, per il suo funzionamento, esso dipende necessariamente dal corpo.
Né - sosteneva poi il Pomponazzi sul piano morale - negando un’altra vita oltre questa si rendono vane le esigenze della giustizia che vogliono premiati i buoni e puniti i malvagi, perché premio essenziale della virtù è la virtù stessa - che rende l’uomo felice, - mentre il vizio è pena a sé medesimo.
Oggi, l’esistenza in ogni persona di un’anima che, spogliata dall’involucro corporeo continuerà a sussistere per proprio conto, è sostenuta, sul terreno filosofico (giacché qui non si vuole investire il terreno della fede), quasi soltanto dalla anacronistica e rinsecchita schiera dei neoscolastici. Risulta infatti impossibile pensare alla sussistenza a sé di una personalità e coscienza umana, scissa, divelta dall’ambiente naturale e sociale in cui soltanto ha senso e consistenza. Se si toglie l’uomo dalla sua concreta matrice biologica e culturale, dalla sua vita nella natura e nella società, che cosa ci rimane se non un inafferrabile fantasma?
Ma la palese infondatezza della concezione tradizionale dell’immortalità dell’anima annulla senza residui il problema? Più chiaramente… può darsi una nuova intuizione dell’immortalità dell’uomo, non più di sapore teologico e trascendente, ma laico invece e immanentistico e conforme così all’indirizzo e alla vocazione dei tempi moderni? Prima di rispondere a tale domanda trovo opportuno spuntare qualche altra considerazione…
L’esistenzialismo - in specie quello tedesco - ha spesso rimproverato all’uomo comune, all’uomo immerso nella "banalità quotidiana", confuso nella folla anonima, preso e stordito nel flusso delle occupazioni e delle vicende giornaliere, di evitare il pensiero della morte, di distrarsi e di rendersi irresponsabile e contumace di fronte ad esso. L’esistenzialismo rimprovera pure l’annullamento del problema mediante giochi intellettualistici, come quello famoso del filosofo greco Epicuro il quale diceva… "la morte non è nulla di interessante per noi, perché quando noi siamo vivi la morte non c’è; quando la morte c’è non ci siamo noi".
Orbene, senza entrare a discutere se e quanto di valido ci possa essere in queste preoccupazioni esistenzialistiche, è un fatto che la "meditatio mortis", la considerazione della morte, intanto ha un senso e un valore in quanto si risolva in un più attivo e consapevole esercizio di vita. Altrimenti essa si riduce - proprio come in certo esistenzialismo - ad una decadentistica fissazione del nulla, ad uno "sguardo sul vuoto" tra apatico e disperato, che è segno e testimonianza della crisi, anzi dello sfacelo morale di un’epoca.
Ma come può la "meditatio mortis" tradursi in un più attivo e consapevole esercizio di vita? O, in altri termini… senza abbandonarsi ad una irriflessa fuga dinnanzi all’idea della morte e senza tentare di eluderla con il sofisma epicureo, come impostare questo pressante problema morale in modo da non giungere a conclusioni negative, ma da attingere, al contrario, maggiori energie su un piano di intraprendenza e di operosità mondana?
La considerazione della morte può valere da premessa e da stimolo ad una vita più operosamente vissuta, quando essa significhi serena consapevolezza, virile accettazione della nostra finitezza nel tempo. L’uomo singolo, allora, che si sa irrimediabilmente finito, che sa di non poter godere di una immortalità soprannaturale, sarà spinto a cercare e a guadagnarsi l’unica immortalità - concreta, storica, terrena - cui l’uomo può legittimamente aspirare. Egli si proietterà, oltre i limiti della sua esistenza empirica, non in un "sopramondo" ma nella storia e farà tutto ciò che è in suo potere perché rimanga viva la memoria di lui.
Questa immortalità, non teologica e non trascendente (per tornare al discorso di prima), interpretata da un punto di vista laico e immanentista, si fonda tutta sulla impronta che noi lasciamo e che, nonostante tutto, non va cancellata o dispersa.
Noi sopravviviamo anzitutto, umili e grandi, nella "eredità di affetti" che viene raccolta e custodita da chi ci fu più vicino. L’uomo mortale… di lui non vi è sopravvivenza ultraterrena, ma - come canta Foscolo nei SEPOLCRI…

…"non vive ei forse sotterra,

quando gli sarà muta l’armonia del giorno,

se può destarla con soavi cure nella mente dei suoi?"..

E soprattutto noi perpetuiamo noi stessi nel contributo che portiamo all’opera comune dell’umanità, la quale resta e procede anche se l’individuo singolo se ne và. Tanto meglio se il contributo è grande, ma anche un contributo modesto non corre il rischio di andare perduto.
L’immortalità di cui parlo qui è gratuita, non deriva dal fatto che nel nostro petto avrebbe sede una mistica scintilla divina…, è un’immortalità relativa, non nell’individuo ma nelle sue opere, e dell’individuo solo in quanto si è realizzato nelle opere. Si dirà che questa è un’immortalità per modo di dire, e che non appaga, non soddisfa gran che. Può darsi. Ma questa insoddisfazione nasce per lo più in coscienze fiacche ed egoistiche. Per coscienze più robuste invece, il pensiero che noi sopravviviamo nelle nostre opere e che esse, a cui il nostro nome è legato, andranno a nutrire l’opera dei nostri successori arricchendo sempre più il patrimonio umano, è fonte di orgoglio e di entusiasmo.
"All’uomo mortale che vuole assicurarsi che l’avvenire serberà il ricordo almeno delle persone - ha scritto Benedetto Croce con una frase che possiamo senz’altro fare nostra - si dovrà rispondere : se queste vissero ed operarono, sono esaltate nelle opere stesse, nella individualità-universalità delle opere".








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