martedì 22 gennaio 2008

VITTORE CARPACCIO - (1455 circa - 1526 circa)

     
 Ritratto di cavaliere (1510)
Vittore Carpaccio (1455 - 1526)
Museo Thyssen-Bornemisza a Madrid
Tempera su tela cm 218 x 152


Quando si guardano i quadri di Vittore Carpaccio, l’impressione immediata che se ne ha è quella di un pittore nitido, chiaro e gradevole: un pittore che ama raccontare favole, leggende e miracoli senza preoccuparsi d’altro. E certo questa dote di narratore, che è la sua vena profonda, è la dote che piacque subito ai suoi contemporanei e che, fra tanti altri pittori, gli assicurò un largo consenso popolare. Ma in realtà, quando si incomincia a guardare più da vicino la personalità e l’arte del Carpaccio, ci si accorge che dietro la limpida piacevolezza narrativa, c’è invece un complesso confluire di motivi culturali e stilistici, un processo di formazione ancora oggi non completamente spiegato, tutta una serie insomma di suggestioni e di influenze che gli provengono dalle sponde più diverse.
Del resto l’ambiente veneziano in cui egli si trovò ad operare fu uno dei più ricchi di ragioni e di interessi culturali, nonché dei più fervidi artisticamente. Il pensiero scientifico ed umanistico dell’Università di Padova aveva in Venezia un’eco vivissima, tanto che una Scuola di logica e filosofia naturale nacque qui, a Rialto, accanto a quella d’impostazione più letteraria che già dalla metà del ‘400 si era aperta presso la Cancelleria di San Marco.
E’ il Rinascimento che si afferma con pienezza nell’ambito di una società che sta toccando il suo massimo splendore. La città stessa sta rinnovandosi, mutando i caratteri del gotico fiorito, che aveva avuto in edifici come Ca’ d’Oro la sua espressione più definita, nel segno della nuova concezione architettonica di gusto toscano. E così è per la pittura, che in Giovanni Bellini vede risolversi nell’ultimo decennio del secolo anche le residue rigidità della prima lezione mantegnesca in un colore sensibile, vibrante, pregiorgionesco, mentre con Alvise Vivarini accoglie e diffonde il senso della plasticità di Antonello da Messina, che a Venezia aveva lavorato dal ’75 al ’76. E a tutto ciò bisogna aggiungere che la Serenissima, particolarmente in questo periodo, è pure aperta all’influenza dell’arte fiamminga, nonché dell’arte tedesca che si fa strada nella laguna attraverso la diffusione di stampe e xilografie.
Queste sommarie indicazioni possono quindi far capire quale dovizia di suggerimenti culturali e specificatamente figurativi premessero su Carpaccio, nato intorno al 1455, negli anni della sua formazione e dei suoi primi risultati pittorici. Di tutta questa varietà di modi, di tendenze, di gusti, egli non trascurò nulla, assimilando ogni dato e rifondendolo nel proprio temperamento e nella propria visione. In lui ha agito il preziosismo cromatico del gotico internazionale, l’inclinazione per il racconto e per le decorazioni architettoniche di Gentile Bellini, il fascino per le nitide volumetrie dei seguaci di Antonello da Messina, l’esperienza dei ferraresi, dove si annodava l’insegnamento di Piero della Francesca, del fiammingo Van Der Weyden e del Mantenga, nonché, più tardi, la lezione di Giovanni Bellini, il suo modo di fondere figure e paesaggio; e non è esclusa, secondo alcuni studiosi, neppure un’influenza umbro-toscana.
Ma tutti questi dati non conterebbero granché se nel Carpaccio non diventasse parte integrante della sua stessa forza creativa, già autonoma, già pienamente compiuta e di inconfondibile fisionomia nel ciclo della Scuola di Sant’Orsola, cioè nella sua prima vasta opera narrativa, di otto tele, che egli eseguì dal 1490 al 1495, ispirandosi ala leggenda tratta dalla “Vita dei Santi” di Jacopo da Varazze, vescovo di Genova nel XIV secolo. Le “Scuole”, a Venezia, erano delle associazioni in cui si raccoglievano i cittadini di una stessa professione o gli stranieri di medesima provenienza allo scopo di prestarsi uno scambievole aiuto: tali “Scuole”, nel periodo più prospero della Repubblica, ebbero una notevole importanza come centri di vita sociale e le loro sedi, quelle almeno delle “Scuole” maggiori, diventarono famose per la magnificenza del loro decoro. Di queste “Suole” il Carpaccio è stato senz’altro il maestro preferito, il più ricercato, quello che ha avuto il maggior numero di commissioni, come lo attestano, oltre il “ciclo” pittorico della Scuola di sant’Orsola, i “Cicli” della scuola di San Giorgio, degli Albanesi e di Santo Stefano.
Carpaccio doveva avere trent’anni quando dipinse la prima tela della leggenda di Sant’Orsola: una curiosa, patetica e tragica leggenda, in cui si racconta ome Orsola, figlia del re di Bretagna, dopo aver sposato Ereo, figlio del re d’Inghilterra, venga poi trucidata dagli Unni insieme col marito e lo stesso papa che li ha uniti in matrimonio. Carpaccio ha dipinto i vari episodi della leggenda attualizzandoli, dando ad essi la vivacità di un fatto “contemporaneo”: palazzi, navi, costumi, personaggi, ogni cosa ed ogni figura appartengono al mondo veneziano, anche se la fantasia dell’artista si diverte ad inventare architetture e paesaggi Carpaccio non si accontenta di rappresentare il nucleo centrale dell’episodio; egli si diffonde a narrare minuziosamente i gesti, gli atteggiamenti, le fisionomie di numerose altre figure di contorno: anzi, la cura che mette in questo racconto è tale che queste figure stesse diventano spesso centrali, dando alla rappresentazione il senso vario e folto di autentiche scene di vita cittadina: qui un gruppo di patrizi discorre sotto un portico, laggiù dei giovani portano cani al guinzaglio, da una arte, al limite del molo, è attaccata una nave a vela, più lontano un gondoliere rema verso un’isola della laguna. Ogni particolare insomma usufruisce di questa recisa verità di osservazione e la composizione acquista in tal modo una straordinaria ricchezza. Ma questo amore per la vita, per la cronaca della sua città, si può riscontrare soprattutto in una tela come IL MIRACOLO DELLA RELIQUIA DELLA SANTA CROCE: qui il miracolo dell’ossesso che è liberato dal demonio quasi sparisce e il quadro brulica di personaggi, di dignitari, di nobili, di popolani nella prospettiva del Canal Grande, presso il Ponte di Rialto allora ancora costruito in legno con la parte centrale mobile per consentire il passaggio delle navi. La gente è sulle terrazze, ai davanzali, ai balconi; le dame, dentro le gondole, fanno la loro quotidiana passeggiata; sui tetti si stendono i panni; nel cielo si leva la fitta selva dei tipici camini veneziani a imbuto, mentre una luce dolce, quasi crepuscolare, si distende su ogni cosa, sulle facciate delle case, sull’acqua già buia.
E’ veramente singolare il modo in cui Carpaccio riesce a dare il senso della vita della sua città e al tempo stesso a rivelarne l’incanto, il fascino lucido, acuto, oggi diremmo “metafisico”. Certo in lui alcuni schemi della staticità primitiva ancora resistono sotto la realistica visione delle cose: ma forse è proprio questa “staticità” nella ricca varietà delle scene, che crea quel contrasto poetico che costituisce il carattere peculiare della pittura carpaccesca.
Tale carattere lo si scopre in ogni altra opera del Carpaccio, in quelle che ho citato e in altre ancora, come l’AMBASCIATA DELLE AMAZZONI A TESEO, SAN GEROLAMO NELLO STUDIO, LE CORTIGIANE, IL COMPIANTO SUL CRISTO MORTO. In quest’ultima opera, databile tra il 1505 e il 1510, la favolosa fantasia del Carpaccio si muove con estrema libertà nella dimensione del macabro, dell’allucinazione, mantenendo tuttavia il rigore, la definitezza, la tesa lucidità che le è consueta.
Di fronte alle opere del Carpaccio vien la voglia di lasciarsi andare, di abbandonarsi interamente alla suggestione dei suoi mirabili racconti, alle sue dolci geometrie, alla sua luce, alla sua gioia per il colore, al gusto delle sue insistenze sui particolari. Si sente in lui la felicità di scoprire il mondo, d’intendere la magia e la meraviglia della natura. Per rendersene conto basta, per esempio, far caso all’attenzione con cui egli dipinge gli animali: i cani levrieri, i bianchi cagnolini arruffati che tengono compagnia tanto alle dame che ai santi, i pavoni, i pappagalli d’Oriente, i leoni, i conigli, i cavalli, gli uccelli esotici, gli avvoltoi, la faina, i colombi, le tortore, i camosci: in questi animali favola e fantasia si fondono ad una viva curiosità, ad un intenso amore della natura, che è amore rinascimentale, amore totale per la bellezza e verità del mondo
Carpaccio è morto tra il 1525 e il 1526: nell’ultimo periodo della sua vita la pittura veneziana stava orientandosi in una direzione diversa, la direzione aperta dal Giorgione e proseguita dal Tiziano. Ma egli ormai aveva toccato l’apice della sua grandezza, che fa di lui uno degli artisti più singolari e felici di tutta l’arte italiana del Quattrocento.


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