venerdì 1 febbraio 2008

PARISINA MALATESTA d'ESTE


PARISINA

Una ragazzina di quattordici anni, già donna nell'aspetto. ma con impressi sul volto, ancora ben chiari, i segni incerti dell'adolescenza, andava sposa nel 1418 a uno dei più begli uomini d'Italia, celebre per le sue gloriose imprese guerresche e per le sue innumerevoli e spregiudicate avventure amorose.
Il matrimonio avvenne per procura a Rimini, dove la fanciulla abitava in casa dello zio e tutore Carlo Malatesta.
Un mese dopo, la sposa-bambina si metteva finalmente in viaggio per raggiungere il marito a Ferrara, ma l'uomo, oramai stanco di attendere, le veniva incontro a mezza strada, a Ravenna, e la prendeva in consegna come un oggetto prezioso e fragile nello stesso tempo.
L'uomo si chiamava Niccolò III d'Este, era di parecchi anni più anziano della giovanissima moglie e, da non molto, era rimasto vedovo di Gigliola da Carrara, una donna senza attrattive che non esercitava nessun fascino in lui e che tra l'altro aveva avuto ai suoi occhi il grave torto di non aver dato nemmeno un erede al suo casato.
Uomo dal temperamento esuberante, Niccolò III non si era però rassegnato a non aver eredi. Per questo, aveva accolto nel suo palazzo di Ferrara ben sei figli illegittimi, tra i quali spiccavano per bellezza e intelligenza i tre maschi Ugo, Leonello e Borso, nati dalla sua lunga relazione con Stella de' Tolomei, una donna che aveva conquistato con la prepotenza e, forse, con una chiara promessa di matrimonio.
Purtroppo, la promessa era poi risultata vana. Quando, dopo la morte della moglie, Niccolò III giudicò più opportuno stipulare un matrimonio politico, che consolidasse il suo prestigio a Ferrara e in Italia e gli assicurasse l'amicizia di una famiglia potente.
Dopo aver preso in considerazione numerose ragazze di nobile casato, la scelta era caduta infine sulla quattordicenne Parisina Malatesta, orfana di entrambi i genitori, nelle cui vene scorreva il sangue di Gianciotto Malatesta, l'uomo che aveva ucciso la moglie FRANCESCA e il fratello PAOLO, da lui sorpresi in flagrante adulterio.


UN FIGLIASTRO SCONTROSO

Parisina non aveva avuto un'infanzia felice. La tragedia, infatti, era entrata presto nella sua casa. La madre era morta avvelenata in seguito ad un'oscura vicenda, quando la bimba aveva appena pochi giorni di vita, e il padre, valoroso guerriero, l'aveva seguita nella tomba dodici anni dopo, lasciando Parisina sola al mondo.
Nonostante questi tristi precedenti, la fanciulla che il marchese Niccolò d'Este portava a Ferrara come un trofeo da ostentare al cospetto del popolo che lo ammirava e lo rispettava, era tutt'altro che triste. Amava ridere e scherzare, si compiaceva delle belle vesti che il suo rango le permetteva di sfoggiare, era appassionata di caccia e di viaggi, adorava la musica.
In casa, portava sempre al collo una piccola arpa e, di tanto i tanto, la suonava con le mani così esperte da incantare le donne che costantemente le facevano cerchio attorno.
Ma né la musica né le altre mille raffinatezze di cui la nuova signora di Ferrara si mostrava esperta servirono, almeno apparentemente, a toccare il cuore di Ugo, il primogenito di Niccolò d'Este, destinato a succedere al padre nonostante la sua nascita illegittima. Era logico infatti che il ragazzo temesse per il proprio futuro…, se Parisina avesse dato al marchese un erede maschio, la successione sarebbe spettata a questo rampollo legittimo, la cui probabile venuta al mondo turbava i sonni di Ugo.
Ma Parisina non pensava, per il momento, a queste eventuali conseguenze del suo matrimonio. Sposa devota e sottomessa, obbediva in tutto al marito, felice di servirlo, e perciò non esitava a prendersi cura anche di Ugo, che ammirava sinceramente per la sua eccezionale bellezza.
La freddezza del figliastro la turbava e la immalinconiva. Non se ne lamentava col marito perché era orgogliosa come tutti i Malatesta, ma soffriva, e si chiedeva continuamente se la colpa non fosse anche sua, della sua incapacità di toccare il cuore di un ragazzo scontroso e impulsivo.


IL ROMANZO GALEOTTO

Parisina era giunta a Ferrara mentre in città infieriva la peste. Il suo ingresso nel palazzo del marito era quindi avvenuto quasi in sordina e non c'erano state le feste e i tornei cavallereschi che di solito, a quell'epoca, accompagnavano i "grandi" matrimoni. Ma forse questo fatto le aveva giovato, perché le aveva consentito di rivelarsi a poco a poco, di addestrarsi, nell'ombra, alle sue difficili mansioni e al suo ruolo di marchesa senza commettere errori irreparabili.
Aveva la sua piccola corte che la serviva in tutto e per tutto e che le permetteva di condurre un'esistenza adeguata al suo rango di prima signora della città. Quando aveva voglia di uscire, faceva attaccare un superbo cavallo alla "carretta" scoperta che usava per le sue gite cittadine e sul cui sedile, ricoperta di un drappo prezioso, se ne stava seduta in atteggiamento severo e composto. Il suo svago principale era costituito dalla caccia al falcone, che praticava con grande maestria. Aveva poi una ricca scuderia di cavalli da corsa, che mietevano allori nei tornei che si svolgevano nelle maggiori città d'Italia.
Era giovane e aveva bisogno di sognare, di dimenticare le cure del palazzo, talvolta troppo assillanti. Per questo si rifugiava spesso in un cantuccio del suo "studiolo" e passava ore intere con gli occhi chini su un libro stupendamente miniato, dove erano narrate le vicende del grande amore di Tristano e Isotta, i due "perfetti" innamorati della letteratura medioevale.
La lettura del romanzo serviva a svagare Parisina meglio del suono della sua arpa, ma nello stesso tempo le accendeva nel cuore uno struggente desiderio di tenerezza, che rimaneva purtroppo insoddisfatto perché il marito, tutto preso dagli impegni pubblici e dalle continue avventure sentimentali, non aveva molto tempo da dedica a lei. Tra il popolo correva di bocca in bocca un motto scherzoso sui numerosi rampolli illegittimi dell'esuberante marchese.
Esso diceva testualmente… "Di qua e di là dal Po… sono tutti figli di Niccolò".
La cosa, ovviamente, non poteva far piacere a Parisina, che si riteneva doppiamente tradita, e come moglie e come discendente di una famiglia mobilissima. Ella considerava un affronto grave l'essere trascurata per delle donne spesso volgari o comunque non di nascita illustre.
Poiché non poteva ribellarsi a questa condizione, si abbandonava ai piaceri della fantasia, "costruendo" il suo uomo ideale sulle tracce dell'eroe del romanzo che leggeva nelle ore di ozio.


LA SCINTILLA FATALE

La delusione di Parisina, a ogni modo, pareva destinata a non influire sulla vita della giovane signora di Ferrara, che continuava ad essere, o almeno a mostrarsi, una moglie sottomessa e innamorata. Al massimo, serviva a conferire un'espressione malinconica al bel viso della sposina lasciata troppo sola.
Ma ecco che due avvenimenti imprevedibili fecero precipitare la situazione.
Parisina, che già aveva dato al marito due gemelline, Lucia e Ginevra, nel 1421 diede alla luce un maschio che visse appena trentanove giorni. Era il "pegno" che avrebbe potuto, anzi dovuto, intenerire il cuore di Niccolò III…, la sua scomparsa scavò un abisso tra i due coniugi e convinse Parisina a chiudersi sempre più in se stessa.
Nell'inverno del 1423, una nuova pestilenza si abbatté su Ferrara. Per sfuggire al contagio, il marchese si ritirò in campagna, seguito dalla moglie e dal figlio Ugo. Così i due giovani, che fino a quel momento si erano trattati con freddezza e indifferenza, evitando al massimo d'incontrarsi, furono costretti a frequentarsi e a conoscersi meglio l'un l'altro.
Fu un triste inverno per Parisina, che tra le nebbie di quella campagna monotona e grigia si scoprì a sognare il sole di Romagna, il mare, la dolcezza insomma del paese natio.
Un giorno chiese al marito il permesso di andare a soggiornare un poco a Ravenna, dove abitava il cognato Obizzo da Polenta, e Niccolò III acconsentì, a patto però che fosse Ugo ad accompagnarla. Al marchese non erano sfuggiti i cattivi rapporti che correvano tra la moglie e il figlio e desiderava sinceramente che il "malinteso" finisse al più presto. Perciò, Niccolò III disse chiaramente a Ugo e a Parisina che avrebbero dovuto smettere di trattarsi come nemici e aggiunse che col viaggio a Ravenna intendeva mettere alla prova la loro buona volontà.
Ai primi di maggio, mentre la primavera era in pieno rigoglio, Ugo e Parisina salirono sul ricco bucintoro, la barca che da Ferrara li avrebbe portati a Ravenna. Quando i marinai sciolsero gli ormeggi e la navigazione ebbe inizio la giovane donna, guardandosi attorno, ebbe un tuffo al cuore…, tutto in quel momento, le ricordava il romanzo di Tristano e Isotta, allorché la nave con a bordo i due "amanti perduti" corre verso il paese dove essi sognano di vivere indisturbati.
Fu questa rivelazione ad accendere nel suo cuore la terribile scintilla della passione amorosa. Come già era accaduto a Francesca da Rimini, dimenticò di colpo ogni dovere, ogni legge. A un tratto, nel giovane che le stava accanto non vide più il figliastro scontroso, ma nientemeno che l'uomo del suo destino.


LA TERRIBILE VENDETTA

I cronisti dell'epoca sono tutti concordi nel riferire che fu la donna ad attirare il giovane a sé, con la forza cieca della propria passione. Ugo, dapprima, cercò di resistere e, forse, imprecò contro il padre che gli aveva imposto quel viaggio, ma poi si arrese e si lasciò prendere dalla stessa. cieca passione di Parisina, simile in tutto a Tristano dopo che ebbe bevuto il filtro d'amore.
Era molto giovane, Ugo…, aveva appena diciannove anni. E Parisina, a sua volta, non toccava i venti, essendo solo di qualche mese più anziana di lui. Questo spiega l'incoscienza e la leggerezza con cui cedettero di potersi amare a dispetto del mondo, senza minimamente considerare il terribile castigo che senz'altro si sarebbe abbattuto su di loro, se Niccolò III avesse scoperto il tradimento.
Da un anno durava l'amore "perduto" di Ugo e Parisina, quando accadde il fatto che fece precipitare la situazione e determinò la tragedia. In un momento di collera, la marchesa schiaffeggiò una cameriera e questa, che era a conoscenza del "segreto", per vendicarsi, si lasciò scappare parole irripetibili.
Un uomo le ascoltò involontariamente e tremò…, per non diventare complice del tradimento, con le conseguenze che è facile immaginare, corse a denunciare tutto al marchese d'Este. Questi da principio si rifiutò di credere alla denuncia, pretese di avere in mano delle prove, non voleva colpire solo per un sospetto, magari infondato, tanto più che amava Ugo teneramente e stimava Parisina una moglie esemplare.
Ma il tarlo del dubbio era ormai entrato in lui. Fece praticare di nascosto un foro nel soffitto della camera di Parisina e attese, in agguato. Purtroppo, la denuncia della cameriera era confermata. Niccolò III, preso da un furore spaventoso, ordinò che i due fossero arrestati e chiusi, separatamente, nei sotterranei di una torre…, quindi adunò i suoi consiglieri e impose loro di istruire immediatamente un regolare processo pubblico, incurante dello scandalo che ne sarebbe derivato. Per Ugo e Parisina non c'era più scampo… l'uno e l'altra vennero condannati alla decapitazione. Invano la donna cercò ripetutamente di parlare col marito al solo scopo di attribuire a se stessa tutta la colpa del tradimento e di salvare così la vita del giovane. Inflessibile e spietato, Niccolò III si rifiutò di vederla e di ascoltarla.
Ugo si rese subito conto dell'enormità della sua colpa e accettò il verdetto di morte con dignitoso coraggio e con cristiana rassegnazione.
Prima di essere condotto al patibolo, la sera del 21 maggio, chiese, per mezzo del confessore, il perdono del padre. Non così Parisina, che per tre giorni e tre notti, per quanto cioè durò l'attesa della fine, non fece altro che disperarsi e invocare il nome dell'amato. Ammutolì soltanto allorché le recarono l'annuncio che Ugo era già morto. Allora il suo volto, scavato dalle lacrime, parve diventare di pietra. Le sue labbra si riaprirono unicamente per chiedere, a chi aveva l'incarico di scortarla fino al carnefice, di aiutarla, per amor di dio, ad affrettare i tempi della morte, per giungere al più presto al momento della liberazione.


HANNO ISPIRATO POETI E MUSICISTI

La tragedia di Ugo d'Este e di Parisina Malatesta ha avuto una lunga e profonda eco nella letteratura, nella poesia e nella musica sia nei tempi che seguirono immediatamente la vicenda, sia nei giorni nostri.
Nel Cinquecento la storia dei due infelici amanti fu raccontata da Matteo Bandello, in una novella rimasta celebre.
All'epoca del Romanticismo il poeta inglese George Byron si ispirò al dramma di Ferrara per un poema che intitolò "Parisina" e che fu pubblicato a Londra nel 1816. Giacomo Leopardi fece di Ugo d'Este il protagonista di un o dei suoi canti giovanili, "L'Appressamento della morte".
Il musicista Gaetano Donizetti compose un'opera lirica intitolata "Parisina" e ispirata alla storia che vi ho appena narrato.
Ultimo, in ordine di tempo, Gabriele D'Annunzio compose una tragedia che fu musicata da Pietro Mascagni e che, col titolo di "Parisina", andò in scena al teatro alla Scala di Milano il 15 dicembre 1913.


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Per Rosalba.…

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2 commenti:

Ondamagis ha detto...

Ti lascio qui un altro commento, visto che non sono ancora passata. Beh? Che facciamo? Battiamo la fiacca? Ad aggiornare il blog, presto! Mi sa che ultimamente è un'epidemia di pigrizia questa che si sta diffondendo, da cui neanche io sono esente! :-))))) Mandini!

Anonimo ha detto...

Non a caso, è la mia preferita !
Rosalba

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