lunedì 7 aprile 2008

DELITTO E CASTIGO (Crime and Punishment) – Fëodor Dostoevskij

TRAMA

E’ il tramonto di una sera di luglio: da due giorni Rodin Raskolnikov non mangia; è malvestito, emaciato. Da quando a lasciato la sua stanzetta d’affitto il giovane studente cammina per le strade del centro di Pietroburgo quasi barcollando, strisciando contro i muri, sopraffatto dalla fame e dalla vergogna. E’ ossessionato da un’idea, da un progetto, dalla ricerca di una soluzione: continua a pensare che “deve” uccidere.
Orgoglioso della sua intelligenza, consapevole del proprio ingegno e sicuro di una superiorità assoluta sugli uomini comuni, Rodin è convinto che, se fosse in grado di agire, di fare, egli potrebbe essere di enorme vantaggio all’umanità, potrebbe fare del bene, tutta la sua vita avrebbe un senso e uno scopo. Soltanto la povertà lo paralizza. Essa lo costringe ad esaurirsi, a sciuparsi in un’umiliante lotta contro le difficoltà quotidiane di un’esistenza meschina. Ma ora sente che deve decidersi, che occorre uscire da quella ossessione: l’importante è dimostrare a se stesso che un uomo il quale ritiene di poter aiutare l’umanità non può, non deve fermarsi davanti a un delitto se la persona che viene soppressa è invece una piaga del genere umano, un essere dannoso.
E così Rodin, aggirandosi per Pietroburgo, abbruttito dalla fame, umiliato dalla povertà e inebriato dall’orgoglio, pensa, giudica e sceglie. La vittima sarà una megera, una vecchia usuraia: Aliona Ivanovna. Nel pensiero la rivede: vecchia, secca, con due occhi acuti e cattivi, un piccolo naso aguzzo e i capelli biondicci, un po’ brizzolati, sempre unti di grasso. E’ lei che deve morire, perché Rodin possa compiere il suo destino di “redentore”.
Lo studente intanto vaga incessantemente per la città, ma i suoi passi ora sono guidati da una decisione ben radicata e lo conducono verso la casa della strozzina per la prova generale del delitto.
Dopo il colloquio con la vecchia (ha dato in pegno un orologio ricevendone in cambio pochi copechi) il giovane ritorna al suo vagabondare per le strade. E’ sempre più turbato: lo spettro del delitto ingigantisce dentro di lui ed egli lo alimenta in mille modi. Egli cerca ogni pretesto per giustificare a se stesso ciò che sta per commettere, tuttavia qualcosa si ribella ancora in lui: il delitto progettato è ripugnante. Non solo sarebbe una mostruosità commetterlo, ma anche l’avervi pensato; l’aver covato in cuore un progetto così atroce è già un’infamia.
“Tutto – continua a ripetere a se stesso, quasi in delirio – è ripugnante e abietto.”
Sopravvengono però fatti nuovi a vincere le sue ultime resistenze, e precisamente la conoscenza occasionale del consigliere Marmeladov e una lettera della madre.
Marmeladov è un relitto umano che vive sfruttando la figlia Sonja. La fanciulla è ridotta alla prostituzione per la necessità di aiutare la sua famiglia, ma ha in sé qualità tali che le permettono di non essere contaminata dalla bassezza della sua attività. Attraverso la descrizione che il padre ne fa, Sonja si rivela una creatura indifesa (“E’ remissiva e ha una nocetta così timida… è biondina, e il suo viso è sempre palliduccio, magrolino.”), ma al tempo stesso forte. In questa creatura avvilita è ancora miracolosamente vivo il principio del bene, quel bene che Raskolnikov, nella sua ossessione delittuosa, non vuole ammettere.
La miseria altrui, lungi dal commuovere Rodin, lo rafforza nella sua decisione.
Lo stesso effetto ha su di lui la lettera della madre in cui la povera donna gli comunica che la sorella Dunja sposerà un ricco possidente: non c’è amore fra di loro, ma quel matrimonio darà sicurezza e tranquillità all’intera famiglia. Il giovane accusa il colpo. La sua miseria gli sembra intollerabile, ora che sa del sacrificio della sorella, consumato anche per lui.

* * * * *
Intanto il destino si incarica di rafforzare Rodin nel suo proposito: ecco che durante il suo vagabondare il giovane capita in una bettola, dove coglie il dialogo fra uno studente e un amico. L’argomento attira la sua attenzione: i due parlano della strozzina Aliona e, coincidenza molto strana, il ragionamento dello studente è lo stesso che egli ha rimuginato per giorni e giorni…
“Non sarebbe bene – dice lo studente sconosciuto – ucciderla e con i suoi quattrini dedicarsi al bene dell’umanità? Dopo tutto non si tratterebbe che di un piccolo delitto consumato per un grande ideale!”.
La decisione è presa: Rodin ritorna in fretta e furia alla casa dell’usuraia: l’accetta nascosta sotto il cappotto gli pesa come un enorme macigno, le mani che devono impugnarla tremano, la mente che ha concepito il delitto è sconvolta. Ma ormai è troppo tardi per tirarsi indietro, “deve” uccidere, e la scure cala di colpo sul capo della vecchia Aliona.
Ma il sangue chiama sangue: scoperto da Lisaveta (la giovane sorella di Aliona, che vive con lei), è costretto a uccidere anche lei. L’orrore lo soffoca, tuttavia riesce a raggiungere la sua stanzetta, dopo aver trafugato alle sue vittime tutto quanto è possibile. Ma una volta solo avverte l’inutilità del duplice delitto. Non ha neanche il coraggio di toccare il suo bottino: disperazione e rimorso lo sommergono. Sia pure vagamente, intuisce di aver infranto la legge naturale della pietà e dell’amore. Comincia così in lui un nuovo delirio, un altro incubo, il dramma più umano di Rodin Raskolnikov: egli ha ora bisogno di confidarsi, di parlare, di sfogarsi, di strapparsi di dosso il suo mostruoso segreto, di liberarsi insomma la coscienza. Comincia a frequentare, in un allucinante alternarsi di abbandoni e di timori, magistrati e poliziotti. Alla fine questi finiscono per notare le sue stranezze; si meravigliano, poi s’insospettiscono, infine intuiscono.
Particolarmente scaltro è il giudice istruttore Porfirij Petrovič. Egli induce il giovane a tradirsi in mille modi. Da principio Rodin reagisce: l’istinto di conservazione, l’orgoglio, la paura lo spingono a lottare; ma infine crolla, si lascia andare. Al di là del male compiuto, egli intravede il principio di un nuovo bene, di redenzione nell’espiazione. Ma prima di consegnarsi al magistrato che lo farà condannare, Rodin vuole confessarsi a Sonja, l’unica creatura da cui sente di poter essere compreso, poiché anche essa è vittima della vita, poiché è scesa tanto in basso e ne ha sofferto. La confessione lo intenerisce e lo fa piangere: durante la confessione, Rodin ritrova la propria umanità, al fondo di un delitto disumano. Sente che non può, che non deve sfuggire al castigo. Si costituisce e viene condannato alla deportazione. Sonja lo seguirà in Siberia. Un gesto d’amore riscatterà entrambi dall’abiezione e renderà meno triste il loro doloroso destino.
Il romanzo si chiude con un breve epilogo che permette di gettare uno sguardo sul futuro dei due giovani.
Un anno di Siberia trasformeranno Rodin in un uomo migliore; l’amore di Sonja riuscirà a sciogliere il gelo del suo cuore, mentre la dura vita della deportazione lo avvicinerà ai suoi compagni di sventura.
Vinti il cieco egoismo e l’orgoglio, Rodin troverà nella lettura del Vangelo la forza per sopportare gli anni di prigionia che ancora lo dividono dal ritorno alla libertà.

UNA PAGINA

- Così non puoi indovinare? – egli domandò a un tratto, con la stessa sensazione come si buttasse giù da un campanile.
- No no – sussurrò appena percettibilmente Sonja.
- Guardami, su, per benino.
E come ebbe detto ciò, di nuovo una precedente, nota sensazione gli agghiacciò l’anima: egli la guardava e di colpo, nel viso di lei, gli parve di scorgere il viso di Lisaveta, quando egli, quel giorno, si avvicinava a lei con l’accetta e lei si scostava verso la parete, portando in avanti una mano, con uno spavento del tutto infantile sul viso, come i piccoli bimbi quando improvvisamente cominciano ad aver paura di qualche cosa guardano immobili e inquieti l’oggetto che li spaventa, indietreggiano e, tendendo in avanti la manina, si preparano a piangere. Quasi la stessa cosa accadde ora anche a Sonja: nella stessa impotenza, con lo stesso spavento, ella lo guardò per un po’ di tempo e, a un tratto, portata avanti la mano sinistra, leggermente, appena appena si appoggiò con le dita al suo petto e lentamente prese a sollevarsi dal letto, scostandosi da lui sempre più, mentre il suo sguardo a lui rivolto si faceva sempre più fisso. Il suo sgomento si comunicò d’un tratto anche a lui: uno spavento proprio uguale comparve anche sul suo viso, proprio allo stesso modo egli prese a guardarla, quasi perfino con lo stesso sorriso infantile.
- Hai indovinato? – sussurrò infine.
- O Signore! – un terribile gemito eruppe dal petto di lei. Ella cadde impotente sul letto, col viso sui guanciali. Ma di lì ad un attimo, rapidamente si sollevò, rapidamente si accostò a lui, lo afferrò per tutte e due le mani e, stringendole forte, come in una morsa, con le sue dita sottili, si rimise, immobile, come inchiodata, a guardarlo in viso…
…In modo tutto, tutto diverso aveva pensato di rivelarle la cosa, ma era andata così.
Come inconscia di sé, ella balzò su e, torcendosi le mani, andò fino in fondo alla stanza; ma rapidamente tornò indietro e sedette di nuovo accanto a lui, quasi toccandolo, spalla contro spalla. A un tratto, come trafitta, sussultò, mandò un grido e si buttò, senza sapere ella stessa perché, in ginocchio davanti a lui.

COMMENTO ALLA PAGINA

E’ questa la pagina culminante della confessione di Raskolnikov a Sonja. In essa balzano evidenti le doti narrative di Dostoevskij: una straordinaria immediatezza di immagini, uno stile reso efficace dall’analisi minuziosa degli atteggiamenti e dei pensieri più intimi dei protagonisti. Lo scrittore ama scrutare nel cuore e nella mente delle sue creature.
Rodin e Sonja non sono mostri di malvagità e di bassezza, né creature superiori; sono più realisticamente esseri umani impastati di bene e di male, per i quali la sofferenza è diventata quasi una seconda natura, un modo di vivere.
Dei due, Sonja è indubbiamente la più forte; abbracciando il giovane ella lo riammette nella società e nello stesso tempo, secondo l’insegnamento della morale cristiana, non lo giudica, ma quasi si carica dei peccati di lui, liberandolo in parte del loro peso.

VALORE DELL’OPERA

Fëodor Dostoevskij é, prima di tutto, il romanziere degli umiliati e degli offesi, il poeta delle sofferenze dei vinti. Lo scrittore non è attratto dalla folla dei benpensanti, degli eroi, di coloro che sono destinati a vincere nella vita, egli si occupa di creature capaci di accogliere in sé aneliti di bene e nello stesso tempo cupi istinti delittuosi: le studia e le analizza davanti a due istinti primordiali: il delitto e l’amore.
Nelle sue opere si profilano tre tipi fondamentali: l’uomo dominato dall’intelligenza; l’uomo semplice e puro e, infine, l’uomo passionale, dominato dalla carne. Questo è il suo campo d’indagine. Nei suoi libri, i paesaggi e le descrizioni hanno scarso interesse; egli li abbozza soltanto, dato che non hanno molto peso nella narrazione. E’ l’anima dell’uomo che lo appassiona. Non cerca di inserire se stesso e la propria personalità nei personaggi; li fa vivere di vita propria, autonoma, che egli segue e descrive con la preoccupazione di spingere la propria analisi fino ai motivi reconditi e quasi incomprensibili delle loro azioni. L’influsso dello scrittore sul romanzo moderno, spesso impostato sull’analisi dei più intimi moti dell’animo, è notevole. Per Dostoevskij talvolta le radici delle azioni sono nel subcosciente: forze oscure e sconosciute possono portare a decisioni e a gesti imprevedibili e assurdi.
“Delitto e castigo”, l’opera più famosa dello scrittore russo, è il primo dei quattro romanzi, apparso nel 1866, ma concepito un anno prima quale breve “resoconto psicologico di un delitto”. Il racconto dovette enormemente dilatarsi durante la stesura, complicandosi, nell’analisi delle motivazioni, di elementi teorici che hanno radice in una serie di fermenti culturali e politici, allora più che mai vivi, tra i quali sono facilmente riconoscibili un certo misticismo fatalistico di impronta russa, la filosofia del superomo di Nietzsche, gli ideali societari di Marx. La stessa trama, in apparenza elementare, divenne lo specchio su cui si proiettano i pensieri e i sentimenti del protagonista, Raskolnikov, in funzione del quale, dominatore assoluto della scena, agiscono numerosi personaggi, non minori.
Lo studente Raskolnikov, che per mancanza di mezzi ha dovuto abbandonare l’università, decide di uccidere una vecchia usuraia, prepara con meticolosità il delitto, e massacra a colpi di scure anche la sorella della vecchia, sopraggiunta casualmente. Il motivo di questo gesto cresce su se stesso da una considerazione distruttiva sulla vecchia (“Perché vive?”, “A cosa serve?”), sino ad assumere una valenza positiva, umanitaria (fare del bene con il denaro della vecchia a chi ne ha bisogno). Al centro, ma è una giustificazione, una razionalizzazione che Raskolnikov si sforza di rendere convincente più a sé che agli altri, è l’astratta ideologia (emergere dalla morale convenzionale, disporre della vita umana, eliminare gli inetti per uno scopo alto), esemplifica schematicamente attraverso un personaggio storico (Napoleone, di cui Raskolnikov vorrebbe imitare lo spirito superiore ed eroico, votato all’intransigenza).
Compiuto il delitto con allucinante freddezza, ha inizio in Raskolnikov la disperata difesa di una coerenza che in lui si va lentamente sfaldando, lasciando il posto a un dissidio, tipicamente dostoevskiano, che lo porta a vivere in modo sconnesso e contraddittorio: da un lato il Raskolnikov buono, solidale con gli umili, dall’altro il Raskolnikov tormentato dai dubbi, travolto dagli avvenimenti, carnefice e vittima a un tempo del suo odioso delitto.
Gli fanno corona, in una Pietroburgo surreale, fatta di ingressi, corridoi, scale, porte, covi, stanzucce, i familiari, gli amici, tutti con una serie di storie parallele: la madre e la sorella di Dunja, l’amico Razumichin, la misera famiglia di Marmeladov, con la figlia Sonja, la quale indurrà Raskolnikov a confessare e lo seguirà in Siberia, e ancora il giudice Porfirij Petrovič, il gretto Svidrigajlov. A tutti Raskolnikov vorrebbe parlare del delitto, per discuterlo e giustificarsi, ed è una sequenza a volte sconnessa di accenni, ammiccamenti, e di probabili intuizioni. L’intrigo acquista veri e propri elementi di suspence, e la tensione crea un’atmosfera di sospetto, l’attesa snervante di un epilogo mille volte rinviato (solo in Siberia, e non senza una iniziale, testarda resistenza, Raskolnikov si redimerà completamente.
In tutto ciò Dostoevskij si rivela maestro, dando la prova più alta e inconfondibile della propria arte, la quale solo per certi aspetti può essere ricondotta alle influenze di Balzac e della scuola sensazionale francese, e a Dickens.
Di questo romanzo, non facile, fatto, come qualcuno ha detto, “di soli personaggi intorno a cui non vi è spazio”, intenso e drammatico, oltre alla pagina che ho proposto, è l’incontro tra Raskolnikov e il giudice Porfirij. E’ un po’ il gioco a gatto e topo, dove si nota l’abilità con cui l’idea di Raskolnikov viene rigirata e riflessa nelle sue varie sfaccettature. Raskolnikov ha bisogno di Porfirij sul quale impostare il suo dialogo-confessione; nello stesso tempo lo odia e ne paventa il giudizio. La figura del giudice è del resto fondamentale in tutto il romanzo: Porfirij Petrovič è un uomo mancato, come egli stesso si definisce, e proprio in quanto tale è in grado di riconoscere e smascherare a poco a poco quel   Raskolnikov che in parte poteva essere lui. La più felice rivelazione di questo personaggio è nelle parole rivolte, in un momento di amaro ripiegamento, a Raskolnikov…
…”Abbandonati al fiume della vita: ti condurrà in qualche posto”.
E’ l’unica parentesi autentica, tanto scoperta e imprevedibile da suonare persino stonata; per il resto Porfirij resta fedele al modello di diabolico inseguitore del riconosciuto assassino.
In “Delitto e castigo” il delitto è un’azione abominevole che nasce dagli intimi conflitti di un uomo troppo orgoglioso per accettare i colpi della sventura. Chi uccide non ha più diritto di sentirsi uomo fra gli uomini. Ecco come lo stesso Dostoevskij esprime questa idea, in una lettera del 1867…
…“…il sentimento di distacco e di separazione dall’umanità, che egli (Rodin) ha provato subito dopo aver compiuto il delitto, è il suo tormento”.
La critica ha giudicato “Delitto e castigo” il romanzo della perdizione: una perdizione però che, nel toccare il fondo del proprio abisso, riesce a scorgere la luce destinata a riscattarla, a trovare nell'espiazione volontaria un ritorno alla legge morale e cristiana.



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1 commento:

Ondamagis ha detto...

Il personaggio di Sonja ne esce vincitore sopra ogni cosa e la fortuna che la ricompensa alla fine, la ripaga di tutte le sofferenze patite prima.
Forse Dostoevskij viene ricordato maggiormente per questo romanzo, in cui ha scavato fino in fondo agli animi dei suoi personaggi, tanto da essere deinito il padre del romanzo analitico-psicologico. Mandini

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