sabato 31 maggio 2008

DONNA CON PARASOLE (Woman with Parasol) - Claude Monet




   

DONNA CON PARASOLE (1886)
Claude Monet
Museo d'Orsay - Parigi
Tela cm. 131 x 88



"Il saggio di figura en plein air; donna con parasole girata verso sinistra" - è il titolo esatto del quadro - fu dipinto durante l'estate del 1886.
Claude Monet abitava da alcuni anni a Giverny, la piccola località dove visse fino alla morte.
La modella è Su zanne Hoschédé, figlia della seconda moglie Alice, che posò anche per i pendant: "Saggio di figura en plein air: donna con parasole girata verso destra".
Dopo aver consacrato molti anni alla pittura di paesaggi, Monet ritrova un tema a lui caro nel suo primo periodo impressionista (1870-1877): la figura umana immersa nella natura. In quegli anni l'artista aveva spesso rappresentato la prima moglie Camille e il figlio Jean, come piccole figure appena visibili fra le masse dei fiori o mentre passeggiavano nei prati smaglianti di papaveri. In questo dipinto la figura si impone come soggetto principale per l'importanza che assume nella composizione, dove il paesaggio è ridotto a due zone di colore: l'erba fiorita del pendio e il cielo nuvoloso. Tuttavia il vero soggetto resta l'effetto della luce e i suoi riflessi cangianti sul candido abito della ragazza e sulla natura che la circonda. L'atmosfera è particolarmente tangibile in questa rappresentazione di una chiara giornata in cui il vento, che muove le nuvole, fa ondeggiare le erbe e solleva il velo del cappello della ragazza; la vivacità dell'aria è ben resa anche dal tocco vigoroso e leggero delle pennellate.
Monet e i suoi amici rifiutavano la luce fredda e grigia dell'atelier e prediligevano il lavoro "en plein air", l'osservazione della natura e dei suoi aspetti cangianti.
Proprio per tradurre il continuo mutamento degli effetti luminosi essi adottarono la tecnica dei piccoli colpi per far sì che l'ombra, la luce, il vento rinnovassero costantemente lo spettacolo della natura. Questo metodo implica da parte dell'artista, immerso nella contemplazione del paesaggio, un atteggiamento passivo...
"Non è che un occhio, ma che occhio!"... affermava Odilon Redon a proposito di Monet.

Questo dipinto, insieme al suo pendant, fu esposto nel 1891 alla galleria Durand-Ruel con il titolo SAGGIO DI FIGURA EN PLAIN AIR. Il figlio dell'artista, Michel Monet, lo offrì al Museo del Louvre alla morte del padre, nel 1927.
L'opera è oggi conservata al Museo d'Orsay di Parigi.


Conclusione: Monet predilige il lavoro "en plein air"...al contatto della natura.

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giovedì 29 maggio 2008

LA COSA BUFFA - Giuseppe Berto



LA COSA BUFFA

Giuseppe Berto
1966 - Rizzoli Milano



LA COSA BUFFA offre il pretesto per amare considerazioni sul punto d'approdo della produzione letteraria del secolo scorso. Banalizzata e svuotata, per le esigenze dell'industrializzazione dell'arte, la lezione del realismo e delle avanguardie, la letteratura è ridotta a sterile gioco.

Il succo di questo romanzo di Giuseppe Berto, come il precedente che tanto successo e consenso (almeno presso un certo ma senz'altro vastissimo pubblico) ottenne, IL MALE OSCURO, lo dico presto e facilmente...

Antonio, un giovane studente, che fa anche, per necessità, il maestro elementare, di natura assai introversa e insieme sognante, ma più per condizione provinciale che per la tendenza alla mitomania; trovandosi nella condizione abbastanza fuori del normale di avere a disposizione una minuscola eredità, si mette alla ricerca di una ragazza, aspettandone e temendone l'incontro in un caffè di Venezia.
Maria, una giovanissima, precoce studentessa, accetta subito il suo timido invito, e anzi lo sollecita, e di lui si innamora, con crescente precisione sensuale e infine volontà di rapporto sessuale. Ma due sono gli ostacoli al pieno soddisfacimento erotico e sentimentale:
l'indeterminatezza di Antonio, nutrita di vari sensi di colpa e di responsabilità e di una vaghezza di comportamento; e il classismo dei genitori di lei, ricchi affaristi veneziani fattisi dal nulla.
Allo sfumare doloroso e boccaccesco insieme di questo incontro, ad Antonio ne capita un altro: stavolta si tratta di una profuga, apolide e orfana, ungherese, cameriera in un albergo veneziano, anche essa quanto mai generosa sessualmente, ma stavolta, rovesciando le parti, per un'incapacità di giungere all'orgasmo, da cui le deriva una forma di ninfomania. Povera e sprovveduta com'è, dal punto di vista sociale, sembrerebbe che Marica (questo il nome della seconda ninfa) sia quanto mai pronta ad essere convogliata a giuste e saporose nozze. Ma si posa chi si ama, dice Marica: lei non ama Antonio, il quale deve dunque rinunciare anche ai piaceri dei sensi e tornare, se pure con qualche riflessione in più, nel regno della sua indeterminatezza spirituale e psicologica.


Come sempre avviene, anche in una così "esile" tessitura si può fare un romanzo: o meglio, si sarebbe potuto. Io non ho alcun schema fisso per il genere "romanzo", se non quello datoci dalla storia, cioè dalla tradizione, con tutte le sue vicende e convulsioni. Ma siccome Giuseppe Berto, a mo' di conclusione del suo scritto, parla appunto di romanzo, e per di più "all'antica", vediamo se è legittimo l'uso che ne fa.

Dal punto di vista più esterno e bibliografico, cioè di una definizione di comodo: sì, è un romanzo. Come dire? E' un modesto, superficiale, corrivo, facile facile romanzo, con qualche pimento erotico e una molto esibita ma non poi del tutto sgradevole ironia di consumo. Niente di grave.
Non è grave che il suo carattere "all'antica" sia da manuale: ogni capitolo ha il sottotitolo alla maniera (ricerca certamente ardua) di Fielding, diciamo. Se il carattere "all'antica" sta tutto qui, o quasi, riconosciamo che non è difficile e che ci arrivano tutti. Ma è anche un po' "alla moderna", in modo che le signore bisognose di analisi in pillole, le quali finalmente si erano sentite inserire nella "cultura" con IL MALE OSCURO, trovino anche qui qualche bocconcino
da rodere.
La prova più sicura che le forme (o linguaggi o tecniche) espressive, non sono trasmissibili, la si trova proprio nei romanzi che tentano una volgarizzazione. O anche solo una ripetizione. Prendiamo il caso di uno scrittore colto e avvertito come Pratolini; e di quello che secondo me è il suo libro migliore, LO SCIALO. Che rapporto ha con i personaggi e la sua visione della vita l'uso del monologo interiore? E' ormai più definibile monologo interiore quel fiume di pensieri appiccicati nella mente di quella gente? Non è meglio definirli discorsi indiretti? E allora che bisogno c'è di togliere punti e virgole o che so io? Tutto si riduce ad un'operazione di banalizzazione. La tecnica non è davvero trasmissibile. Perché, tanto per avanzare qualche delucidazione, ad esempio il flusso di coscienza è del tutto arbitrario e infantile se è staccato dalla concezione atemporale o istantanea di Joyce e del Joyce dell'ULISSE, e dalla simbologia e dalla filosofia implicite nell'elezione d'una giornata qualsiasi a campo di battaglia e sintesi della vita.
Il tempo cronologico si dilata e moltiplica all'infinito nel tempo interiore: dalla quale semplice proposizione si deduce che il flusso della coscienza non è più solo una soluzione tecnica, ma un contenuto. Credendo che la tecnica sia utilizzabile in altri contesti, si crede che "i pensieri che capitano per la mente", siano appunto la stessa cosa che "monologo interiore".

Se anche Pratolini è caduto pressappoco in tale equivoco, anche forse per concedere alla moda, ma soprattutto, io credo, per sincero bisogno di liberarsi, immaginarsi Berto, quando già nel MALE OSCURO con bella semplicità crede di creare l'equivalente letterario dell'analisi psicoanalitica, ove il discorso proceda non solo senza segni di interpunzione, ma per associazioni. Con lui l'hanno creduto naturalmente tutte le signore di cui sopra; e, ahimé, anche qualche critico (o lettore molto approssimativo e poco addentro alle indiscutibili fatiche, se si vuole ai clamorosi fallimenti, dell'arte contemporanea).
Dato il successo del primo esperimento, sarebbe stata pura follia rinunciare in seguito alla formuletta. Ecco la ragione dell'andatura "un po' moderna" che, insieme a quella "un po' all'antica", costituisce tutto il mistero letterario di questa COSA BUFFA.
Il discorso non è più in prima persona, ma in terza: di Antonio, soprattutto, il protagonista. Il quale è presentato, o concepito, così... Antonio è uno studente di lettere un po' scioperato, ma non per scellerataggine, bensì per vaghezza interiore, per indeterminatezza, d'altro canto assai diffusa in chi ha 25 anni, età come si sa splendida e tutta intenta ai sogni e all'amore. Studente, significa che ha studiato, insomma che sa chi siano Giorgine e Tetrarca, chi siano Goethe e Abelardo. Non cose proprio profonde, ma insomma neanche solo i nomi. Ha perfino qualche
nozione platonica, e infatti anche nell'amore pensa ai sogni di unificazione cosmica (niente di strambo, però, non temete), più all'armonia universale o che so io, che all'atto sessuale vero e proprio. Inoltre Antonio ha qualche complessino; nulla di particolarmente amaro. E' vero che Berto usa spesso la parola "amaro", ma se non lo dicesse, l'amarezza non la coglieremmo, perché in conclusione Antonio è proprio il tipo di studente quale si rappresenta non uno che gli studenti li conosca (o che conosca l'omo), ma un commerciante o una signora bisognosa magari di psicanalista però non del tutto disattenta ai libri. Una genericità, avrebbe detto Francesco De Sanctis. Un tipo qualunque, allora? No, neanche questo. Antonio non è everyman. Il suo anonimato sta nel modo in cui è concepito concretamente, più che nelle probabili intenzioni. Non è il Bloom di Ca' Foscari. E' uno studente fuoricorso qualsiasi, ma senza nessuna particolare caratteristica se non quella di essere concepito con le caratteristiche più generiche e fumettistiche. E poi, i pensieri di Antonio (stesi e presentati all'antica, cioè con un po' di ironia, pochissime virgole e tantissimi polisindeti) sono invece, secondo l'autore una cosa tremendamente seria....

ECCO UNA PAGINA

"Così il nostro eroe facendosi sedurre più che altro dal profumo di sé che Marica aveva lasciato nel letto arrivò ad una conclusione diciamo non molto consolante e neppure leale decidendo che non era giusto rimanere legato da eterno rimpianto ad una ragazza che in fin dei conti non aveva fatto abbastanza per rimanere legata a lui perciò ora poteva pensare di procedere nella vita mettendo un po' di voglia di vivere nella molta voglia di morire concetto che in parole povere significava sentirsi pronto a lanciarsi in una nuova avventura con quel minimo di partecipazione sentimentale che sembrava indispensabile per poter fare l'amore con qualche soddisfazione, però le due storie, quella appena finita e quella non ancora cominciata avrebbero avuto in ogni caso un differente ordine poiché certo egli non partiva ora da illusioni d'anime che da sempre si cercassero nell'infinito dei mondi per saldarsi una buona volta in una lusinga d'eternità bensì nel riconoscimento dell'umana temporaneità e decadenza, e forse non era bello cominciare una storia in tal modo ma evidentemente non v'era modo migliore di incominciare una storia su questa terra ossia il male vi era così grande e diffuso che non era concesso d'amarsi per speranza ma solo per difesa, perciò lui e Maria nient'altro erano che due persone le quali decidevano di percorrere insieme un tratto sicuramente non interminabile dell'esistenza unendosi più nella miseria che nella felicità e tuttavia accordandosi il conforto reciproco che nella miseria è lecito ai mortali accordarsi vale a dire far l'amore con la più grande frequenza e col più grande gusto possibile".

Ho scelto un esempio a caso, non dei migliori ma neanche dei peggiori, e comunque tipico. Tipico perché vi sono ben evidenti i due piani del gioco: tanto evidenti che tutto il mio discorso forse è inutile. Quando l'autore vuole ironizzare il personaggio, usa qualche leggera iperbole ("infinito dei mondi"..., "lusinga d'eternità"...ecc.), ma quando fa sul serio (lui e il protagonista), grandi concetti vengono fuori senza ironia, come alla fine del periodo, dove troviamo il veramente peregrino concetto che l'amore è difesa in un tragitto non interminabile dell'esistenza.

Giuseppe Berto
Niente di male, s'intende. Chiunque ha diritto di essere
superficiale. Né varrebbe la pena di rilevarlo, e quindi di far cosa sgradevole, in fondo, a questo scrittore (morto nel 1978), che non ha fatto del male a nessuno, se non avessimo presente un problema che supera l'autore medesimo, e altri come lui (e peggiori di lui, almeno sul piano della moralità letteraria). E poco male, sarebbe anche se, silenziose o sfinite o esaurite le voci prestigiose, o più prestigiose, il tutto si riducesse all'affiorare, per legge si direbbe meccanica, del modesto o del mediocre, o del brutto.
Neppure è gran male che la maggioranza del pubblico abbia gradito in fondo (almeno un certo pubblico) la letteratura più corriva che con poco sforzo dia il brivido della modernità. Il vero problema sta altrove, perché è un problema di politica culturale: l'industrializzazione dell'arte, che arriva, naturalmente, a industrializzare non solo i "prodotti", quanto le forme.

Ovviamente, a queste punto le forme non sono più tali, ma espedienti, ideine, trovatine, con qualche pimento, non proprio così arduo da trovare, dato che si tratta quasi sempre di sesso (o sessino, e insomma descrizione, un po' tecnicamente audace, dell'atto sessuale: e di quello non dirò proprio casalingo ma giovanile, igienico e naturale, dio bono!).

E così, gusto del pubblico, anche popolare, spesso, e dignità dell'arte e serietà della ricerca, vanno a farsi benedire.
Una storia che, per me, non è per nulla buffa, ma triste.


Conclusione: La triste cosa di Giuseppe Berto...


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LA MORTE A VENEZIA (Der Tod in Venedig) - Thomas Mann



LA MORTE A VENEZIA (1913)

Der Tod in Venedig

Thomas Mann

1996 - Bompiani Editore








In questo libro, Mann raggiunge il suo culmine il tema della disgregazione spirituale, intesa come esclusione dalla vita comune e attrazione per il supremo disfacimento.
Diversamente che in altri romanzi come "Tristano" o "Tonio Kröger, nella "Morte a Venezia" vita e arte, vita e letteratura non si presentano come poli antitetici fra i quali si è chiamati a scegliere la letteratura, il linguaggio e le forme mitiche che essa trasmette, sono piuttosto il filtro attraverso cui la vita stessa viene percepita.
Nella visione di Aschenbach la realtà appare completamente avvolta in una rete di citazioni, e i suoi stessi sentimenti si modellano su di esse, in una trasfigurazione insieme grottesca e sublime.

Aschenbach, trasferendosi a Venezia, sviluppa una passione morbosa per l'accecante bellezza di un giovinetto, Tadzio che, agli occhi dello scrittore innamorato, è Fedro, è Narciso, è Giacinto, e così all'immagine del Lido di Venezia si sovrappone quella dei campi Elisi quali li descrive Omero nell'Odissea.

Lo stile elevato, a volte addirittura enfatico della "Morte a Venezia" costituisce un elemento irrinunciabile in cui si eleva l'ironia dello scrittore, il quale ricalca il linguaggio dello scrittore Aschenbach mettendone in tal modo a nudo la psicologia..., è la disperata dignità cui il protagonista si tiene aggrappato fino all'ultimo, moraleggiando persino sulla propria immoralità..., è infine la tragedia di Aschenbach, la ragione del suo soccombere.

Poiché gli abissi della vita, della psiche, non si contrappongono qui alla levigata purezza della forma..., ne sono il rovescio inseparabile, la pervadono come i miasmi della laguna pervadono lo splendore morboso di Venezia, come il presagio di un'esistenza breve pervade l'esistenza breve di Tadzio e ne è forse la fonte segreta.



DUE NOTE SU THOMAS MANN

Allo scrittore tedesco Thomas Mann(1875-1955) spetta il primo posto tra i maggiori scrittori del '900. La sua arte, non certo facile né semplice ma altamente suggestiva, ha trovato lettori in ogni nazione e in ogni ceto sociale.
Nato a Lubecca da famiglia facoltosa, Mann si trasferì a Monaco dopo la morte del padre..., non finì gli studi universitari, ma entrò prestissimo nel mondo letterario artistico, dove si fece notare subito per il carattere artigianale dei suoi scritti. Stampò a venticinque anni il suo primo romanzo ("I Buddenbrook"), che suscitò nel pubblico un interesse enorme.
Da quel momento la sua carriera letteraria fu una lunga serie di successi..., nel 1929 gli fu conferito io Premio Nobel per la letteratura.
Nel 1933, dopo l'avvento del regime nazista, che egli non poteva approvare, Mann lasciò la Germania con la moglie e i sei figli e risiedette successivamente in Francia, in Svizzera e in America. Divenuto cittadino americano nel 1940, andò ad abitare in California, dove stette per dodici anni, circondato dalla sua famiglia e continuando con ardore il suo lavoro.
Quando, il 12 agosto 1955, due mesi prima di morire, Thomas Mann compì gli ottant'anni, il suo compleanno fu celebrato in tutto il mondo come quello di un grande e saggio amico di tutta l'umanità.


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Vita e opere di THOMAS MANN - Un grande saggio e amico di tutta l'umanità

LA MONTAGNA INCANTATA (Der Zauberberg) - Thomas Mann

CONFESSIONI DEL CAVALIERE D'INDUSTRIA FELIX KRULL Thomas Mann

GIUSEPPE E I SUOI FRATELLI - Thomas Mann

DOKTOR FAUSTUS - Thomas Mann

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X X X

mercoledì 28 maggio 2008

* CHAUMES DE CORDEVILLE (Stoppie a Cordeville) - Vincent Van Gogh


VEDI QUI
CHAUMES DE CORDEVILLE
STOPPIE DI CORDEVILLE
 Vincent Van Gogh

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Giuseppe e i suoi fratelli - Thomas Mann


Giuseppe e i suoi fratelli
Thomas Mann


2006 - Mondadori Editore

Genere - Letteratura straniera
Collana - Oscar grandi classici
Curatore - F. Cambi
Traduttore - F. Arzen
Volumi - 4
Pagine - LXXVII + 2405







Nel 1933, all'avvento del nazismo, Thomas Mann sceglieva subito l'opposizione divenendo uno dei più strenui campioni della lotta antifascista.
Nella sua opera di scrittore egli ripiegò in un primo tempo sul passato.
La fine della civiltà borghese in generale, con la sua affermazione della dignità dell'uomo e della cultura. E ricorse alla Bibbia, narrando in una grande opera in quattro parti la storia di "Giuseppe e i suoi fratelli" (1933 - 1944).
Il semplice racconto biblico diventa qui una poderosa ricostruzione che abbraccia l'antico oriente..., Mann si diverte a ironizzare sulla storia sacra, ricondotta alle sue radici storiche e umane, ma solo per mostrare come le vicende e le battaglie dell'uomo siano ancora più belle, più veramente "religiose", quando si attribuiscono all'uomo stesso, e non al volere divino.
Giuseppe è l'uomo creatore di civiltà, ma diviene tale solo attraverso profonde e talora terribili prove. I fratelli hanno voluto sbarazzarsi di lui gettandolo nella fossa, dove egli medita sul suo destino, e vendendolo come schiavo..., poi egli dovrà resistere ai tentativi di seduzione da parte della moglie Putifarre e agli intrighi della corte del Faraone.
La saggezza acquisita attraverso queste esperienze lo indurrà a perdonare ai suoi fratelli e ad accoglierli insieme al padre nella terra di Gosen, dove essi fonderanno sotto la sua guida una società umana e civile.
Thomas Mann , attraverso la rievocazione dei patriarchi e dei faraoni dell'antica civiltà egizia, mesopotamica e palestinese, ci trasmette la forza universale dell'amore umano in tutta la sua bellezza, in tutta la sua disperazione, in tutta la sua assurdità, in tutto il suo dolore, e ci trasporta in un amalgama di brillante umorismo, emozione, intuizione psicologica, e la grandezza epica.



Conclusione: Da questo romanzo ci arriva la forza universale dell'amore umano in tutta la sua bellezza...


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SANTA CATERINA DA SIENA


La ragazzina scendeva saltellando per delle viuzze sconnesse della Siena medioevale, quando a un tratto si arrestò: proprio davanti a lei, nel cielo limpidissimo, d'un azzurro intenso, era apparso qualcosa che le fece sbattere le palpebre più volte per assicurarsi che fosse tutto vero, che non si trattasse di un'allucinazione.
Affacciato a una specie di balconata aerea, Gesù in persona le sorrideva, vestito di bianco, con in mano il pastorale dei vescovi E da Lui si partiva un raggio di luce che veniva a colpirla direttamente sulla fronte. Incantata, la ragazzina sbarrò gli occhi e rimase immobile, anche se una vocina fievole, in fondo al cuore, le sussurrava che, in quel momento, avrebbe dovuto invece inginocchiarsi e pregare. Ma ecco che il fratello che l'accompagnava, non sentendosela più accanto, si fermò a sua volta più in basso sulla stradicciola e la chiamò...
"Caterina, che fai? Ti sei incantata?...
"Vai pure, che non voglio venire, ora!"...replicò la fanciulla, che non voleva essere strappata alla sua "visione".
Intanto però aveva abbassato gli occhi e quando li rivolse di nuovo al cielo, le visione era sparita. Allora, lentamente, riprese il cammino, decisa a non rivelare a nessuno il suo dolce segreto. E del resto, chi le avrebbe creduto? Anche il papà e a mamma, che pure le volevano bene, le avrebbero detto che era ammattita, che forse si trattava soltanto dell'effetto... di un colpo di sole.

LA VOCAZIONE MISTICA

Caterina Benincasa, figlia dell'agiato tintore Jacopo e di Monna Lapa Piagente, era nata a Siena nel 1347, forse il 25 marzo, e aveva sette anni quando le apparve la visione che ho appena descritto. Dotata di un temperamento insieme battagliero e mistico, Caterina era apparsa subito ai genitori come una bambina strana, difficile da guidare e quasi impossibile da domare. Ora si scatenava con i peggiori monelli del quartiere, ora si rincantucciava in un angolo della casa e trascorreva un tempo sproporzionato in quelle che avevano tutta 'apparenza di essere delle fantasie fanciullesche.
Invece Caterina aveva concepito precocemente un'autentica passione mistica.
Era, in questo, una vera figlia del Medioevo, una creatura che non conosceva mezzi termini.
Stabilita questa premessa, non può destar meraviglia il fatto che Caterina, dopo la visione di Gesù, decidesse fermamente di votarsi al misticismo, di non avere altro "sposo" che lo stesso Gesù.
Naturalmente, in casa la sua vocazione non venne presa sul serio. Un po' con le buone, molto con le cattive, i genitori tentarono tutti i mezzi per ricondurla su quello che a loro sembrava il sentiero della normalità.
Un giorno, quando ormai la bambina si era trasformata in una adolescente ribelle a ogni forma esteriore di vanità femminile, Jacopo e Monna Lapa cedettero opportuno affidarla a una sua sorella, felicemente sposata, affinché con l'esempio più che con le parole le insegnasse a "diventare una donna".
Per qualche tempo Caterina accondiscese alle premure prodigatele dalla sorella e cominciò ad abbigliarsi in modo civettuolo, perfino a non respingere tanto recisamente l'idea di un marito "terreno". Ma si trattò soltanto di una brevissima parentesi della quale in seguito si pentì amaramente, giungendo perfino a incolparsi dei peccati che non aveva commesso.
Gli eventi precipitarono allorché la buona sorella morì nel dare alla luce un bambino. La futura santa vide nel triste episodio nientemeno che la mano di Dio e da quel momento non ci furono più blandizie né angherie che valessero a farla deflettere dalla sua determinazione di farsi monaca.

GLI ANNI DELLA PREGHIERA

I genitori di Caterina erano dei buoni cattolici. Quando ebbero sperimentato tutti i mezzi per indurre la figlia ad apprezzare i "beni" terreni, chinarono il capo umilmente e accettarono di buon grado la sconfitta...
"Nessuno ardisca più a contrastare la mia dolcissima figliola... - sentenziò Jacopo Benincasa di fronte alla famiglia riunita - Lasciate ch'ella serva come le piace il suo "Sposo": non dobbiamo essere scontenti se invece che un uomo mortale la doniamo a un Uomo immortale, a Gesù."
E così Caterina, che un giorno si era tagliata i capelli per convincere a mare del suo disprezzo per le vanità del mondo, fu libera finalmente di seguire la propria vocazione.
Entrò nel convento delle Mantellate, il Terzo Ordine dei frati Domenicani, e vi trascorse lunghi anni macerandosi tra le preghiere e le più aspre privazioni. La sua sete di perfezione era inestinguibile, la sua volontà indomabile. Unico conforto, in questo periodo, furono le frequenti apparizioni di Gesù, che la assicuravano della bontà della via intrapresa.
Tuttavia Caterina sentiva che Gesù non l'aveva chiamata a sé unicamente perché, nel silenzio di un chiostro, bruciasse la propria vita tra le preghiere e le pratiche ascetiche. Fuori del convento cera il mondo rissoso e feroce degli uomini che parevano aver dimenticato Dio e che bisognava riconquistare alla fede; c'era la Chiesa di Cristo travagliata da lotte interne che non le giovavano; e c'erano infine i Luoghi santi da liberare dal giogo dei Mussulmani. Caterina, che aveva ripudiato la famiglia per non essere schiava degli affetti terreni, per amore di Gesù ritornò "nel mondo" per far sentire a tutti, alta e forte, la voce del suo "Sposo celeste".

IL PROCESSO DI FIRENZE

La via della santità non è facile. Quando Caterina uscì dal proprio riserbo e cominciò a parlare agli uomini circa quello ce dovevano o non dovevano fare, le autorità ecclesiastiche incominciarono a preoccuparsi. Chi era quella ragazza quasi analfabeta che si permetteva di dare consigli a chi ne sapeva tanto più di lei?
E che cos'era quella strana storia delle "visioni"?
Non si trattava forse di una esaltata, una fanatica priva del senso di responsabilità?
Nel 1374, a Firenze, si riunì il "Capitolo" generale dei Domenicani per sottoporre a giudizio la figura e l'operato di Caterina. Era stato lo stesso Papa Gregorio XI, che risiedeva ad Avignone, a volere quel "processo".
Lo scontro tra i fautori e i nemici di Caterina fu lungo e accanito, ma si risolse con il trionfo della Santa, alla quale però il "Capitolo" ritenne opportuno affiancare stabilmente un consigliere spirituale nella persona del dotto Raimondo da Capua. Da quel momento, a ogni modo, Caterina poté con maggiore libertà e autorità dedicarsi alla propria missione, che era volta al conseguimento di tre obbiettivi principali...

1) Far cessare le lotte intestine che insanguinavano l'Italia.
2) Predicare la crociata contro i Mussulmani per la liberazione dei Luoghi Santi.
3) Convincere il Papa ad abbandonare l'esilio di Avignone e ritornare a Roma.

IL CONDANNATO A MORTE

Caterina non aveva ricevuto da piccola alcuna istruzione. Nel convento, poi, aveva appena imparato a leggere, per accostarsi direttamente alle Sacre Scritture. Ma ora, per realizzare la sua triplice missione, aveva bisogno di far giungere la sua parola dovunque, di intervenire in tutte le dispute più importanti del suo tempo. Come fare?
Ascoltando unicamente il proprio cuore, la Santa superò ogni ostacolo, e nel modo più semplice: dettando lettere su lettere con le quali teneva testa a potenti letterati, che rimanevano sbalorditi e ammirati dal "fuoco interiore" che traspariva dai fogli che giungevano loro.
Così Caterina, senza proporselo e senza nemmeno desiderarlo, conquistò un posto di rilievo anche nella letteratura italiana medioevale. Le sue lettere, infatti, ancora oggi non si possono leggere senza commozione; hanno ammiratori perfino tra gli studiosi che vedono in esse documenti importantissimi di carattere mistico-politico. Per attuare la sua missione, Caterina non si valse soltanto degli scritti: dovunque le pareva necessario interveniva anche di persona.
Nel 1376, per esempio, si recò ad Avignone, dove, con la sua irruente eloquenza, riuscì a convincere il Papa della necessità di riportare a Roma la sede del pontificato.
Un giovane gentiluomo perugino, Niccolò di Toldo, reo soltanto di aver criticato il senatore che reggeva la repubblica di Siena, fu processato e condannato a morte.
Ritenendosi vittima di una grave ingiustizia, lo sventurato cominciò a inveire contro il verdetto e rifiutò di ricevere i Sacramenti. Il "caso" destò infinita pietà tra gli abitanti della città, che invano si adoperarono perché la condanna venisse revocata.
Allora, non volendo che il giovane morisse disperato, senza il conforto della fede, si rivolsero a Caterina, che in quel momento si trovava a Pisa. La Santa rispose subito all'appello: raggiunse Siena e andò a trovare nel carcere il povero giovane. Dopo aver parlato con lui, Niccolò di Toldo divenne un altro: calmo, sereno, accettò di confessarsi, perdonò ai suoi giudici, si disse pronto a subire il supplizio.
Caterina lo accompagnò fin sul palco dell'esecuzione. Quando il boia fece cadere la sua mannaia, ella accolse pietosamente nelle proprie mani la testa mozza del condannato e la tenne stretta come quella di un martire, come quella di un'ennesima vittima delle fazioni contro le quali si batteva continuamente in nome di Gesù.

LA SANTA DELL'AMORE

Tutto ciò che Caterina fece, lo fece per amore: dal giorno della propria visione folgorante al giorno in cui ricevette le "stimmate", il suo cuore bruciò di una fiamma inestinguibile. Le "stimmate", che s'impressero nella sua carne a Pisa, nel 1375, non sono che un marchio, un simbolo dell'amore, allo "Sposo celeste", cui anelava di ricongiungersi al più presto. Per questo, mentre percorreva l'Italia da un capo all'altro, mentre affrontava a viso aperto i governanti dell'epoca, esortandoli a non versare sangue cristiano, appena poteva ritirarsi nel silenzio di una cella tornava ad essere la ragazza che rifiutava il mondo, che si sottoponeva a disagi incredibili pur di "castigare" il proprio corpo.
E' evidente che una vita così intensa e così aspra avrebbe facilmente logorato anche il fisico più robusto. Ma a Caterina nessuno poteva imporre nulla, nemmeno per il suo bene. Ella attraversò i tempi in cui visse come una stella cometa che si consuma nel suo splendore. E nel 1380, all'età di trentatre anni, mentre si trovava a Roma, concluse il suo cammino terreno. Le sue parole, rivolte a Gesù, furono...
"Tu mi chiami, o Signore, o mio Amore. Eccomi... Io rimetto la mia anima nelle Tue mani".
Caterina fu dichiarata santa nel 1461 dal Papa Pio II.
E' stata proclamata patrona d'Italia insieme a San Francesco d'Assisi nel 1939 da Pio XII.

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La vocazione mistica di Santa Caterina è testimoniata nelle 381 lettere che dettò ai suoi discepoli, nel DIALOGO DELLA DIVINA PROVVIDENZA o LIBRO DELLA DIVINA DOTTRINA..., E e nelle 22 ORAZIONI.

*

Riporto il brano in cui un contemporaneo di Santa Caterina descrive con commovente semplicità alcuni particolari della fine della Santa...

"Nella domenica si sessagesima svenne e perdé il vigore di sanità, mantenutole dalla forza dello spirito. Il dì poi, un altro svenimento la lasciò lungamente come morta: se non che, risentitasi, stette in piedi come se nulla fosse. Cominciò la quaresima colle solite prediche... Ogni mattina, dopo la comunione, le è forza rimettersi sfinita a letto. Di lì a due ore usciva a San Pietro un buon miglio di strada, e lì stava orando infino a vespro. Così fino alla terza domenica di quaresima, quando il male la spossò. E per otto settimane giacque senza potere alzare il capo, tutta dolori.
A ogni nuovo spasimo, alzando gli occhi, ne ringraziava Dio lieta.
Alla domenica innanzi l'Ascensione, il corpo non era mai più che uno scheletro; dal mezzo in giù senza moto, ma nel volto raggiante la vita.
Debole; un alito di respiro; pareva in fine; e le fu data l'estrema unzione."


*

Quando io leggo una storia toccante mi immedesimo a tal punto che credo....anche se poi tutto si dissolve....

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NB - Questa pagina si trova anche su DooYoo.it


Conclusione:
...e la pace sia sempre con voi....


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martedì 27 maggio 2008

MEME [R]EVOLUTION

Ho ricevuto da Pabi71 , questo meme, le regole si trovano nel post originale, con grande onore lo ricevo e lo assegno a:

LENA e le sue passioni

GY •.¸ ¸¸,.•**•.¸¸¸,.•***•.¸¸,.•*`°`’’`


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Fate buon uso...


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DOKTOR FAUSTUS - Thomas Mann

Doktor Faustus.
La vita del compositore tedesco Adrian Leverkühn, narrata da un amico

Doktor Faustus.

Das Leben des deutschen tonsetzer Adrian Leverkühn, erzählt von einem freunde


DOKTOR FAUSTUS (1943-1947)
Thomas Mann
(Lubecca, 6 giugno 1875 - Zurigo, 12 agosto 1955)

Berman-Fischer Verlang - Stockolm
1996 - Mondadori EditoreCollana - Oscar classici moderni





La catastrofe del nazismo permette a Mann di tracciare un bilancio della recente storia tedesca. Aveva appena finito "Giuseppe e i suoi fratelli" che già si accingeva al nuovo grande romanzo, "Doktor Faustus", pubblicato nel 1947.
Il nuovo Faust che stringe un patto col diavolo è un musicista, Adrian Leverkühn. Ciò che il diavolo gli promette è il dono di interpretare nella musica tutte le disarmonie del mondo moderno, che essendo di natura diabolica può essere espresso solo col suo aiuto. In compenso Leverkühn dovrà rinunciare all'amore e sarà minato dalla malattia.
E infatti egli scrive della musica piena di dissonanze (Mann si è ispirato alla musica dodecafonica di Shoenberg) che ha grande successo, ma si consuma in triste solitudine e tutti i suoi tentativi di legare a sé altri esseri umani vanno falliti.
Particolarmente tragica è la fine di un nipotino che aveva accolto con sé e a cui si era morbosamente affezionato. A questo colpo la sua ragione non resiste. Davanti agli amici che aveva convocato ad ascoltare l'ultima opera da lui composta egli espone, già in preda al delirio, la sua vicenda di orgoglio e di colpa, e alla fine si abbatte sul pianoforte, stroncato dal male. I suoi ultimi anni trascorrono nella pazzia.

La storia di Leverkühn si immagina raccontata da un suo amico di infanzia che scrive durante la guerra e il disastro della Germania, ciò che permette a Mann di stabilire un costante legame tra le vicende individuali del musicista e il destino del suo paese.

Questo legame dà un più ampio respiro ai problemi dell'attività artistica affrontati sin dal "Tonio Kröger"... la solitudine dell'artista, il suo distacco dalla vita, il suo rinchiudersi in forme inaccessibili al pubblico, sono visti ormai come la necessaria conseguenza dell'inumanità della società imperialistica, sfociante nel nazismo. L'artista vorrebbe sfuggire ad essa, ma non trovando appoggio negli uomini finisce anch'egli per creare qualche cosa di inumano e per anticipare nella sua catastrofe individuale la demenza collettiva del nazismo.

Conclusione: Non è difficile, nel corso della lettura, immedesimarsi nel
narratore...

VEDI ANCHE ...

Vita e opere di THOMAS MANN - Un grande saggio e amico di tutta l'umanità

LA MONTAGNA INCANTATA (Der Zauberberg) - Thomas Mann

LA MORTE A VENEZIA (Der Tod in Venedig) - Thomas Mann

GIUSEPPE E I SUOI FRATELLI - Thomas Mann

CONFESSIONI DEL CAVALIERE D'INDUSTRIA FELIX KRULL Thomas Mann

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lunedì 26 maggio 2008

GLI SCHIAVI SONO UOMINI COME NOI . “Lettere a Lucilio” - Seneca

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GLI SCHIAVI SONO UOMINI COME NOI


Dalle “Lettere a Lucilio"

Con piacere ho appreso dalle persone che vengono dalla tua casa,
che tratti familiarmente i tuoi schiavi: ciò s'addice
alla tua saggezza e alla tua cultura. Sono schiavi, sì, ma anche
uomini. Sono schiavi, sì, ma anche amici. Sono schiavi, sì, ma anche
compagni di schiavitù, se rifletterai che gli uni e gli altri
sono soggetti ai capricci della fortuna. Pertanto rido di costoro
che giudicano disonorevole pranzare col proprio schiavo: per quale
ragione, se non perché una consuetudine, prodotta
dalla più superba arroganza, mette attorno al padrone,
durante il pranzo, una moltitudine di schiavi
che stanno in piedi? Egli, il padrone, mangia più di quanto
è capace di contenere… Ma ai disgraziati schiavi non è lecito
muovere le labbra neppure per parlare. Ogni sussurro
è represso con la verga, e neppure quei fatti che avvengono
accidentalmente, la tosse, gli starnuti, i singulti,
sfuggono alle percosse: l’interruzione del silenzio dovuta
ad una semplice parola si sconta con una grave pena; durante
tutta la notte stanno in piedi senza mangiare, e in silenzio…
Si ripete poi il proverbio, conseguenza
Della stessa arroganza, che il numero dei nemici è uguale
a quello degli schiavi: essi non sarebbero nostri nemici, se noi
non li rendessimo li. Pel momento passo sotto silenzio
altri trattamenti crudeli, disumani: l’abuso che facciamo
di loro come uomini, ma come animali… Vuoi tu
considerare che costui, che chiami tuo schiavo, è nato
dallo stesso seme e gode dello stesso cielo e del pari
respira, vive e muore! Come tu puoi vedere lui libero, così
lui può vedere te schiavo. Allorché avvenne la disfatta di Varo
la fortuna abbassò molti di nobile origine, che attraverso
alla carriera delle armi aspiravano alla dignità di senatori:
chi fu ridotto alla condizione di pastore, chi a quella
di guardiano di una capanna: ora disprezza pure l’uomo
che si trova in tale stato, nel quale tu, mentre lo disprezzi,
puoi andare a finire. Non voglio affrontare un grave argomento
e trattare delle relazioni cogli schiavi, verso i quali
siamo molto arroganti, crudeli e facili all'ingiuria. Eccoti
in sostanza la mia regola: comportati con gli inferiori, come
vorresti che i superiori si comportassero con te.

LUCIO ANNEO SENECA
(Autore latino, 4 a.C. – 65 d.C.)


VEDI ANCHE . . .
  
 LA CRISI MORALE UNIVERSALE - Seneca

  

domenica 25 maggio 2008

Ernest Hemingway - Fernanda Pivano


Negli anni immediatamente successivi alla fine della prima guerra mondiale la letteratura americana stava di casa a Parigi. Romanzieri, poeti, saggisti erano calati nel vecchio continente alla ricerca di facili emozioni: "generazione perduta" li chiamarono, ma per molti di loro era una "perdita" accettata con molta disinvoltura e piuttosto piacevolmente, una soluzione turistica di una crisi spirituale i cui reali elementi non si volevano mettere in luce ( fa eccezione lo scrittore Scott Fitzgerald, soprattutto per il romanzo TENERA E' LA NOTTE, in cui interpretò con tono appassionato ambienti e personaggi dell'età del jazz. Autore di alcuni dei più bei racconti della letteratura americana del tempo, finì rovinato dall'alcool).
Tra questi intellettuali c'era anche chi era venuto in Europa qualche anno prima, non proprio da turista: ma in divisa di soldato Yankee, per la grande avventura della guerra. Finita questa, non aveva più voluto tornare. E si era fermato nella capitale francese, entrando in quegli ambienti cosmopoliti, spezzando i legami con la realtà del suo paese, e creandosi tutto un mondo letterario in cui confluivano le influenze più eclettiche.
Questo fu il caso di Ernest Hemingway.
Nato il 21 luglio 1898 a Oak Park, nell'Illinois, era venuto in Europa nel 1917 come corrispondente di un giornale di Kansas City; volontario, poi, nell'esercito italiano, era stato ferito e aveva trascorso una lunga convalescenza a Milano. Stabilitosi a Parigi nel 1921, era entrato nell'ambente dei letterati americani emigrati, le cui due più forti personalità, la scrittrice Gertrude Stein (1874-1946, nata in Pennsylvania, parigina di adozione, introdusse nella prosa americana un periodiare disarticolato, alogico, basato sulla ripetizione ossessiva delle parole e delle frasi, che fu poi imitato da altri scrittori americani, come Faulkner, Anderson, e lo stesso Hemingway) e il poeta Ezra Pound (nato nel 1885 nell'Idaho, visse in Europa fin dal 1908. Simpatizzante del fascismo, partecipò a trasmissioni radiofoniche per conto della Repubblica di Salò. Si salvò dal processo per tradimento perché riconosciuto infermo di mente) lo aiutarono, correggendogli addirittura i primi scritti. Frutto di questa specie di tirocinio fu il romanzo FIESTA del 1936.
FIESTA una storia ambientata in Spagna, tra fieste e corride, e i personaggi sono sempre molto ubriachi in una specie di "interessanti" avventure. Gente che l'autore vuole indicarci come tormentata da rapidi drammi psicologici, incapaci di vivere una vita normale; ma che tutto sommato sentiamo tendere continuamente a fare quella di vita un piacevole mito letterario.
Questa superficialità è dunque il principale difetto del primo romanzo di Hemingway.

Ma per fortuna sua Hemingway aveva dentro qualcos'altro, un vero talento che si palesò a poco a poco, e sempre nei suoi libri migliori. Hemingway non è mai stato lo scrittore adatto ad esprimere complicazioni psicologiche e incerti tormenti di "generazioni perdute". Non è solo il tono di una involuta drammaticità. Il suo tono più reale e più ricco è quello di una specie di epicità naturale, di gusto intenso per la vita, per le sensazioni vitali. Hemingway non è riuscito a creare tanti personaggi veramente convincenti (e questo forse proprio perché gli è mancato un ambiente suo proprio dove vivere e penetrare la vita di determinati uomini): ma ha saputo scrivere molte pagine piene di sensazioni, ricche di descrizioni di ambienti naturali assolutamente intense e vitali. Questa e quella di saper rendere forte efficacia visiva certi avvenimenti generali che egli descrive, sono le sue doti più ricche: e in fondo la prima spiega benissimo la seconda. Molti critici quando parlando di Hemingway insistevano sulla sua "passione" per la morte, sul senso della morte che c'è nei suoi libri: e citavano specialmente MORTE NEL POMERIGGIO (1932), l'interpretazione rituale e nonostante tutto un po' letteraria che Hemingway ha dato della corrida. Non c'è forse scrittore che sia portato a far uso dei suoi cinque sensi tanto intensamente quanto lui.

Il gusto di vivere, di assaporare, di sentire, di vedere, di ricordare: ecco quello che Hemingway sa rappresentare meglio di ogni altra cosa. E basta leggere proprio in MORTE NEL POMERIGGIO quelle ultime pagine, piene di disordinate sensazioni accumulate una sull'altra ("la gran cosa è resistere e fare il nostro lavoro e vedere e udire e imparare e capire; e scrivere quando si ha qualcosa"). E sempre in questo tono sono le belle pagine del soggiorno svizzero in ADDIO ALLE ARMI, il libro ispirato dall'esperienza della guerra in Italia (in cui venne ferito e poi decorato) e uscito nel 1929 (dove ci sono anche le pagine su Caporetto, che sono un bell'esempio di quell'altra dote di Hemingway - da grande "giornalista", potrei dire). E i racconti di pesca e di caccia nel libro dei 49 RACCONTI, quelli sulle giornate in campagna: più bello di tutti i racconti dove Hemingway cerca di creare personaggi e intrecci drammatici. E tutto il bellissimo lungo racconto di caccia che è VERDI COLLINE D'AFRICA (1935): dove quell'"epicità naturale" di cui parlavo prima fa le sue prove forse migliori.
Ho detto in sostanza che di Hemingway convivono relativamente ambienti e personaggi (anche per quel vizio di "gusto letterario" che è eredità delle sue prime esperienze di scrittore e di uomo); e che invece riescono più vere le rappresentazioni di sensazioni e le descrizioni di avvenimenti. Questo ci può dare elementi sufficienti per renderci ragione dei suoi limiti e del suo reale talento. Ma è evidente che, in questi termini, il punto da superare resta per Hemingway, alla lunga, quello di una sorta di naturalismo delle sensazioni, per quanto brillante esso sia. E bisogna dire che Hemingway è riuscito in alcune sue pagine a superare questo limite. Così si può ricordare in AVERE E NON AVERE (romanzo ambientato tra i contrabbandieri e turisti americani a Cuba, uscito nel 1937), al di là delle pesantezze dell'intreccio, la tragica e oscura dignità del protagonista in punto di morte. E certe pagine di PER CHI SUONA LA CAMPANA(1940): il discusso romanzo ispirato a Hemingway dalla guerra di Spagna, che egli visse come esperienza diretta schierandosi apertamente per la Repubblica contro i fascisti.
Ma, dopo le nebulosità del romanzo DI LA' DAL FIUME TRA GLI ALBERI, ispirato da un precedente viaggio in Italia e qui ambientato (la storia di un colonnello dell'esercito americano che vede avvicinarsi la morte), il superamento più conseguente e intimo di quel limite è forse realizzato da Hemingway nella sua opera uscita nel 1953: il lungo racconto IL VECCHIO E IL MARE.


E' la storia molto semplice di un vecchio e povero pescatore cubano che dopo mesi di sfortuna esce solo con la sua barca in alto mare e riesce a prendere all'amo un enorme pescespada; la storia della sua lotta di giorni e di notti contro la bestia dura a morire; e del suo ritorno con la gigantesca preda finalmente uccisa legata alla barca; e infine, della sua delusione: i pescicani si avventano contro la sua pesca straordinaria e la dilaniano brano a brano, e lui torna in porto con l'enorme scheletro che solo testimonia della sua lotta e della sua vittoria.
Inizialmente ho detto che qui Hemingway riesce ad andare oltre i limiti più pericolosi della sua stessa natura. E questo perché nel IL VECCHIO E IL MARE il gusto della vita diventa sovente austera coscienza di vita: come sforzo, e combattimento, e fatica dell'uomo.
Dice il pescatore, durante la lunghissima lotta col pesce...
"...gli farò vedere che cosa sa fare un uomo e che cosa sopporta un uomo".
Il racconto diventa una celebrazione di questa forza nella fatica, anche nella sofferenza, anche se alla fine viene sconfitta. E non sembra un caso che con questo suo racconto Hemingway si ricolleghi in un certo senso ad uno dei più grandi scrittori americani: a Melville, l'autore di MOBY DICK - dove nella storia della lunga lotta del capitano Achab contro la terribile balena bianca era cantata come in un poema la forza e la fatica e la titanica dignità dell'uomo.
Il definitivo riconoscimento della sua attività di scrittore e della sua importanza nel panorama letterario del dopoguerra si ebbe con l'assegnazione nel 1954 del premio Nobel per la letteratura
Morì a Ketchum il 2 luglio 1961.


VEDI ANCHE ...

ADDIO ALLE ARMI - Ernest Hemingway

PER CHI SUONA LA CAMPANA - Ernest Hemingway


sabato 24 maggio 2008

IL SUDDITO (Der Untertan) - Heinrich Mann

Heinrich Mann

DIEDERICH HESSLING, nazista "ante litteram".

Nel personaggio principale del suo romanzo IL SUDDITO, il grande scrittore tedesco Heinrich Mann ha disegnato il tipico borghese filisteo della Germania Guglielmina, servile verso il Potere, prepotente verso gli inferiori, razzista, gonfio di boria teutonica. In lui non è difficile riconoscere il diretto antenato del nazista.

Heinrich Mann, fratello di Thomas, nato a Lubecca nel 1871, autore di importanti roma\ nzi, come PROFESSOR UNRAT..., LA PICCOLA CITTA'..., LA GIOVINEZZA DI RE ENRICO IV..., LIDICE, morì, esule in America, dove si era rifugiato all'avvento del nazismo per sfuggire alle persecuzioni hitleriane.

"Un'ebbrezza, più nobile di quella che dà la birra, lo sollevava sulla punta dei piedi e lo innalzava nell'aria. Egli agitava il cappello sopra le teste, in una sfera di follia entusiastica, in un cielo dove muovono in giro i nostri sentimenti più esaltati. Là, sul cavallo, sotto l'arco delle sfilate trionfali, con i tratti marmorei e folgoranti passava il Potere! Il Potere, a cui baciamo i piedi se passa sopra di noi! Ciascuno di noi è niente, ma in masse ordinate, come esercito, come amministrazione, Chiesa, scienza, come organizzazione economica e associazioni di potere, noi ci innalziamo a piramide fino lassù, dove sta lui, pietrificato e folgorante!".

Siamo a Berlino, nell'Unter den Linden: e le emozioni qui riferite appartengono al giovane studente Diederich Hessling, spinto dal suo fanatismo a superare i cordoni dei gendarmi e a gettarsi avanti, per guardare negli occhi l'Imperatore, Guglielmo II che procede maestoso a cavallo.
Chi è Diederich Hessling?
Proveniente da una piccola città di provincia, figlio di un modesto industriale cartario, Diederich nutriva ambizioni di potenza e di grandezza. Studente all'Università di Berlino, si era messo anima e corpo nell'associazione I NUOVI TEUTONI: una specie di setta goliardica, i cui membri avevano alto lo spirito di corpo, si battevano a duello, e soprattutto facevano delle grandi bevute di birra. Essenzialmente vile, nell'associazione Diederich sentiva potenziato se stesso.
Conosciuta la figlia di un amico di suo padre che abitava nella capitale, egli la seduce, la maltratta: e quando il povero padre di lei gli chiede di fare il suo dovere sposandola, egli risponde...

"Il mio senso morale mi proibisce di sposare una ragazza che non si porti in dote la sua verginità".

Laureatosi in chimica, Diederich rientra nella sua cittadina e, essendogli morto il padre, assume la direzione dell'azienda...
"Operai! - proclama in un discorso alle maestranze - Poiché siete i miei sottoposti vi dirò soltanto che d'ora innanziqui si lavorerà sodo... Qui uno solo è il padrone, e quell'uno sono io. Devo rendere conto solo a Dio e alla mia coscienza. Avrò per voi sempre una benevolenza paterna. Ma eventuali velleità sovversive si frantumeranno contro la mia inflessibile volontà..."

Disciplina di caserma, dunque, nella cartiera Hessling. Un operaio, che ha commesso un'infrazione, viene licenziato. E poco dopo, in uno strano incidente che rimane inspiegato, quest'operaio viene ucciso da una sentinella: l'aveva forse provocata? Esasperato per il licenziamento, aveva compiuto un gesto inconsulto? Il povero giovane giace in mezzo alla strada in una pozza di sangue: la gente commenta. Diederich Hessling sta naturalmente dalla parte del potere: esalta il gesto della sentinella, e si fa promotore di un telegramma all'Imperatore. E imbastisce una grossa provocazione ai danni di un altro industriale di tendenze liberali, accusandolo di aver mancato di rispetto all'autorità per aver condannato il gesto della sentinella. Ne nasce un processo, dal quale Diederich esce trionfatore: l'industriale liberale è condannato a sei mesi di carcere, e i suoi difensori cadono nel ridicolo.
Così viene anche sconfitto colui che era stato per anni la massima autorità morale della cittadina: l'industriale liberale Buck, vecchio democratico che aveva combattuto durante la rivoluzione del 1848.
I successi politici di Diederich Hessling naturalmente si trasformano in vantaggi economici: con vari intrighi riesce ad ottenere ordinazioni di carta da parte del governo, e arriva ad impadronirsi delle cartiere di un concorrente. Un abile compromesso politico con il capo socialdemocratico, che egli appoggia in cambio di altri favori, lo porta al massimo della potenza nella sua città. Intanto si è sposato con una ragazza assai ricca; e il suo viaggio di nozze è un misto di esaltazione erotica e di fanatismo nazionalista A Zurigo viene a sapere che l'Imperatore compie un viaggio in Italia; allora ci si precipita, e a Roma lo segue fedelmente, in u delirio patriottico "tenuto su" da buone bevute di vino. Il tocco finale alla sua ascesa è la realizzazione - anch'essa ottenuta grazie alla corruzione e al compromesso - di un grande monumento a Guglielmo II, a Hetzing, sua cittadina natale. A lui tocca di fare il discorso inaugurale. Le grandi risorse della retorica patriottica sono da lui sfruttate al massimo...

"Noi siamo il fiore delle nazioni, segno di una grandezza raggiunta per la prima volta dalla civiltà germanica, civiltà di dominatori... I senza patria, i nemici dell'ordine universale instaurato da Dio, che vogliono sovvertire l'ordine del nostro stato, siano estirpati fin dalle radici, perché quando saremo chiamati all'appello celeste, ognuno di noi possa comparire davanti al suo Dio e al suo vecchio imperatore con la coscienza netta..."

E il discorso continua, pieno di vibranti appelli guerreschi e di odio verso i sovversivi... Ad un certo momento comincia a piovere, arriva un terribile uragano che tutti travolge; crollano le impalcature, il vento getta nel fango bandiere e festoni, infradicia le divise militari e riduce in cenci i frack. Tutti fuggono; Diederich Hessling solo resta, rannicchiato sotto il palco. Cessata la pioggia, rientra grondante acqua a casa, e nell'attraversare la città viene attratto da un assembramento di gente davanti all'abitazione del vecchio industriale Buck. Egli sale da lui, e lo vede nel suo letto. In agonia. L'ultimo suo sguardo è per Diederich; poi, è l morte. Diederich se ne fugge via.
Ma questo Diederich Hessling lo conosciamo bene! - viene fatto di dire, leggendone la storia. Le sue parole ci sono state nell'orecchio per anni, il suo modo di agire l'hanno addirittura sperimentato i nostri (miei) genitori nel periodo tra le due guerre, e lo vediamo rispuntare di nuovo... Ma sì: questo è davvero il ritratto, questa è l'immagine perfetta del nazista, diremmo persino di una SS!
Eppure Diederich Hessling fu creato una trentina di anni prima: egli è il personaggio principale del romanzo di Heinrich Mann, IL SUDDITO (Die untertan), scritto tra il 1906 e il 1914.
La storia di Diederich Hessling ci aiuta a capire quali sono le radici storiche del nazismo: ci fa vedere come le sue premesse fossero già contenute nella Germania del "cancelliere di ferro", nell'imperialismo di Guglielmo II e dell'oligarchia industriale costituitasi durante gli ultimi decenni del secolo XIX, nell'alleanza stretta tra alta borghesia e Junkers prussiani, nell'ideologia reazionaria del pangermanesimo, dell'odio di razza e di classe. Guglielmo II proclamava che la decisione sarebbe stata affidata alla "buona spada tedesca" e annunciava che l'avvenire della Germania era sul mare; dietro di lui, magnati dell'industria pesante, grandi banche e Junkers spingevano alla guerra di conquista, alla costruzione di una potente flotta per ingaggiare contro l'Inghilterra la lotta per le materie prime coloniali, per i mercati e gli investimenti di capitali; dietro di lui, i Krupp e gli Stumm si preparavano alle gigantesche ordinazioni di corazze e cannoni.

UN UOMO D'ONORE di Georg Grosz

Nel suo grande romanzo, Heinrich Mann prende da questa società tedesca il suo uomo, Diederich Hessling, e ne fa un personaggio tipico: il suo modo di pensare, pieno di boria teutonica, il suo modo di agire, fatto della viltà e della prepotenza caratteristiche del borghese arricchito, le sue parole gonfie di retorica nazionalistica, ci presentano davanti agli occhi la figura nazista ante-litteram. Nel racconto di Heinrich Mann, scabro, tutto cose, tutto fatti, c'è un terribile sarcasmo: dell'eroe Diederich si descrivono le imprese in modo da farne vedere il lato tragico e grottesco. Tutta la scena finale del discorso è una formidabile satira, così come, nel corso del romanzo, numerosi sono i momenti in cui di questa incarnazione dell'ideologia Guglielmina e nazista - con la violenza satirica che ha soltanto la matita di Grosz, il celebre caricaturista di quello stesso periodo viene messa in luce crudele la farsesca disumanità(Georg Grosz, il celebre pittore espressionista ha fatto una caricatura del capitalista tedesco...UN UOMO D'ONORE: come Heinrich Mann con la penna, egli ha disegnato con la sua matita il volto tragico della Germania prenazista).

IL SUDDITO poté essere pubblicato - e se ne tirarono centinaia di migliaia di copie - soltanto dopo la sconfitta, nel crollo generale della vecchia Germania. Esso avrebbe potuto contribuire a farne nascere una nuova se il popolo tedesco ne avesse ascoltato la lezione: se, dopo aver cacciato l'Imperatore, avesse cacciato anche i suoi generali, avesse ridotto all'impotenza i Junkers e i "sudditi" alla Diederich Hessling.


Conclusione: Il servilismo uccide....



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