lunedì 23 giugno 2008

CRITICA DELLA RAGIONE (Critique of Reason) - Immanuel Kant

CRITICA DELLA RAGIONE - Kant illuminsta

Immanuel Kant
"La nostra epoca è la vera e propria epoca della critica, cui tutto deve sottomettersi. La religione mediante la sua santità e la legislazione mediante la sua maestà vogliono di solito sottrarsi alla critica. Ma in tal caso esse suscitano contro di sé un giusto sospetto e non possono pretendere un rispetto senza finzione, che la ragione concede soltanto a ciò che ha potuto superare il suo esame libero e pubblico".

Queste parole figurano nella prefazione alla prima edizione della CRITICA DELLA RAGION PURA pubblicata a Riga nel 1871 . Se la nostra epoca è l'epoca della critica, dice Immanuel Kant, non ci si potrà stupire che la ragione stessa, la capacità conoscitiva in genere, venga portata davanti ad una sorta di tribunale; venga in altri termini sottoposta ad un esame che ne accerti la possibilità e i limiti, che la "garantisca nelle giuste pretese, ma possa per contro sbrigarsi di tutte le pretensioni senza fondamento". Tale esame è appunto istituito nella CRITICA DELLA RAGION PURA, che sarebbe pertanto inconcepibile al di fuori "dell'epoca della critica".
Il passo sopraccitato è molto importante, a mio avviso, per collocare storicamente l'opera e la figura di Kant, per mostrare come il suo pensiero - in alcun i almeno dei suoi fondamentali motivi ispiratori - sia solidale con il proprio tempo e si inserisca in quell'orizzonte culturale illuministico prescindendo dal quale non potrebbe assolutamente essere inteso.

Claude Adrien Helvétius
Kant coglie chiaramente l'esigenza fondamentale della sua epoca, il suo programma di intransigenza critica, il suo rifiuto di accettare passivamente i modi di vita del passato, il suo antitradizionalismo, e vi aderisce sviluppandolo e portandolo avanti per contro proprio. Parla, convinto, un linguaggio volterriano. Nonostante la gravità e la pacatezza delle sue parole, lo spirito che le anima non è poi tanto lontano da quello di un Helvétius, uno degli illuministi più combattivi, il quale auspicava la comparsa della "stupida venerazione dei popoli per le antiche leggi e antiche abitudini" vedendo in tale venerazione l'ostacolo maggiore alle grandi riforme che egli reputava necessarie.
Del resto, tre anni dopo, nel 1784, in un breve saggio dal titolo "Risposta alla domanda: che cos'è l'illuminismo?" Kant è non solo esplicito ma eloquente e perfino enfatico nel tessere l'elogio dello spirito del suo tempo...
"L'illuminismo - egli scrive - è l'uscita degli uomini da una minorità a loro stessi dovuta. Minorità è l'incapacità di servirsi del proprio intelletto senza guida di un altro... *Sàpere aude!, abbi il coraggio di servirti del tuo proprio intelletto*, è il motto dell'illuminismo.

Immanuel Kant nacque nel 1724 a Königsberg, città della Prussia orientale presso il mar Baltico, e morì nella stessa città ottant'anni dopo. La sua vita trascorse in modo tranquillo e scrupolosamente metodico, tutta volta alla meditazione e all'attività di insegnante nella locale Università.

David Hume
Nella prima parte della sua carriera di studioso, si dedicò largamente a problemi di carattere scientifico; in filosofia esordì come seguace della scuola leibniziano-wolfiana, ma gradualmente l'influenza dell'empirismo di David Hume lo sottrasse al dogmatismo caratteristico di quell'indirizzo. Kant riconoscerà poi, apertamente, il suo debito intellettuale verso Hume attribuendo al pensatore scozzese il merito di averlo "svegliato dal suo sonno dogmatico",
Tralasciando i moltissimi scritti minori, le opere fondamentali di Kant, dopo la già menzionata CRITICA DELLA RAGION PURA che ebbe come una seconda edizione con notevoli varianti nel 1787, sono la CRITICA DELLA RAGION PRATICA in cui analizza le condizioni del volere (della condotta morale) e la CRITICA DEL GIUDIZIO, in cui studia la facoltà del sentimento la quale dà luogo al giudizio di gusto (cioè all'apprezzamento estetico) e al giudizio finalistico in riferimento ai fenomeni della natura.
Nonostante la sua vocazione di studioso appartato, non furono assenti nel filosofo tedesco interesse e attenzione per le vicende politiche a lui contemporanee, né mancò un attrito con le pubbliche autorità. Nel decennio dal '701 all'80 Kant simpatizza per le colonie americane nella loro lotta di indipendenza e nell'Ottantanove manifesta vivo entusiasmo per l'inizio e per le prime fasi della Rivoluzione Francese; nel 1794 viene a contrasto con il governo in seguito alla pubblicazione del suo scritto LA RELIGIONE ENTRO I LIMITI DELLA SEMPLICE RAGIONE. Da parte regale gli si ingiunge di non esprimere più le sue idee in materia di religione e Kant, pur protestando dignitosamente, si affretta ad obbedire. Il pensatore di Königsberg avversava gli arbitri del dispotismo, le intolleranze, i veti della censura: il suo ideale politico era favorevole alla libertà, ad una costituzione repubblicana, al cosmopolitismo di stampo illuministico, alla formazione di una federazione di Stati che mettesse al bando le guerre - e tali idee espose in uno scritto dal titolo PER LA PACE PERPETUA -, ma egli si professò sempre suddito devoto e fedele del re di Prussia, e come tale si comportò di fatto.


Isaac Newton
L'esame della situazione culturale del suo tempo permette a Kant di fare due constatazioni che sono decisive per l'impostazione de suo pensiero nella CRITICA DELLA RAGION PURA.
Egli sottolinea...

a) L'inconcludenza dei dibattiti metafisici in cui regna un insanabile conflitto di opinioni.
b) Il progresso sicuro e non contestato della scienza fisico-matematica della natura trova la sua esemplificazione maggiore nell'opera di Isaac Newton di cui Kant fu studiosissimo, in armonia con tutto l'ambiente colto del Settecento.

La prima constatazione porta Kant a chiedersi "se" la metafisica, nella sua accezione tradizionale, sia possibile come vero ed autentico sapere; la seconda lo conduce a porsi il problema del "come" sia possibile la conoscenza in genere e quella scientifica in particolare. Sono questi i due quesiti che, nella loro complementarietà, costituiscono l'essenza del criticismo.
Già assai prima del 1781, in un lavoro del 1763, Kant parlava della metafisica come di un "abisso senza fondo" , un "oceano tenebroso senza sponde e senza fari"; in uno scritto del 1766 paragonava sarcasticamente i metafisici ai sognatori e ai visionari e li definiva "architetti di svariati mondi ideali immaginari". Enunciando un programma di cautela critica a cui non verrà mai meno, scriveva che "per un piccolo paese importa più conoscere bene e tenere i propri possedimenti che andare alla cieca in cerca di conquiste". Ora, è proprio questo atteggiamento di opposizione verso le venture incontrollate della metafisica e la tendenza, insieme, a far coincidere il campo della conoscenza valida con l'ambito dell'esperienza, che autorizzano a parlare di un illuminismo kantiano. Il criticismo di Kant è un risultato e un aspetto della mentalità illuministica. Beninteso, esso ha caratteristiche peculiari ed un posto a se stante nel quadro dell'illuminismo; esso contiene anche (specie con la dottrina dell'appercezione trascendentale o "Io penso") alcune elaborazioni teoriche che faranno da premesse ai posteri sviluppi dell'idealismo romantico post-kantiano. Ma, contrariamente a quanto si è tante volte sostenuto, quegli sviluppi - da Fichte in poi - si realizzeranno non sulla linea del kantismo, non nell'ambito di una sostanziale fedeltà ad esso, ma seguendo un diverso e in fondo contrastane cammino.

Tornando ai due quesiti cui accennavo sopra (e la metafisica sia possibile come scienza e come la conoscenza sia possibile), al primo di essi Kant fa dunque seguire una risposta negativa.

In quanto speculazione intorno al sovra-empirico e all'"incondizionato", in quanto indagine rivolta ad oggetti noumenici (ossia... astrattamente pensabile, ma non conoscibile; sinonimo di soprasensibile) quali Dio, l'anima e il mondo (mondo inteso come totalità globale dei fenomeni, non come natura nell'accezione scientifica), la metafisica è priva di valore conoscitivo. L'aspirazione a trascendere l'àmbito dell'osservabile, il mondo dell'esperienza, è considerata dal pensatore di Königsberg come una tendenza insopprimibile della "natura" umana; ma è una tendenza incapace di portare a risultati teoricamente consistenti. Kant riconosce e rispetta la metafisica come interrogativo, come domanda; la rifiuta decisamente come sistema, come risposta.

Heinrich Heine
Più in particolare, una lunga scia di discussioni e di polemiche è stata sollevata dalla contestazione kantiana della teologia razionale e quindi dalla confutazione delle prove dell'esistenza di Dio. Sulla scorta di David Hume, Kant non dimostra l'inesistenza di Dio, dimostra la non validità di quelle presunte dimostrazioni. Ed è significativo, in tema di rapporti tra Kant e 'illuminismo, che la distruzione teoretica della metafisica dogmatica e della teologia razionale da parte di Kant sia stata paragonata (dal poeta e pubblicista Heinrich Heine) all'azione eversiva condotta dai rivoluzionari più conseguenti contro l'Ancien Régime. Ciò che è stato fatto "praticamente" in Francia, dove le condizioni economico-sociali e politiche lo consentivano e lo esigevano, è stato compiuto in sede "ideale" e "ideologica" in Germania, dove la società arretrata non permetteva movimenti e trasformazioni rivoluzionarie. Il radicalismo politico dei rivoluzionari francesi ha trovato un suo equivalente, in astratto, nel radicalismo teoretico di Kant. Confronto che troverà un sia pur ingenuo riecheggiamento in quei versi di Giosué Carducci in cui si dice che, diversi e lontani fra loro ma uniti da uno stesso "desio di veritade", Emanuele Kant "decapitò"Iddio e Massimiliano Robespierre il re.

Al secondo quesito, attorno a cui si svolgono nell'opera kantiana complesse indagini di cui mi è impossibile in questa opinione dar conto, Kant risponde che la possibilità (e la garanzia) del valore universale e necessario delle proposizioni scientifiche si fonda su un complesso di "forme a priori" (intuizioni pure della sensibilità e categorie dell'intelletto) di cui la facoltà conoscitiva umana è dotata. Tali forme a priori permettono di inquadrare e di ordinare i dati sensoriali acquisiti, dando così luogo a quel mondo di fenomeni che è oggetto della scienza.

Se l'ispirazione illuministica è innegabilmente presente nella CRITICA DELLA RAGION PURA, discorso diverso va fatto quanto riguarda le altre due grandi opere che sarebbe arbitrario far rientrare al pari della prima nell'orizzonte dell'illuminismo. La morale dell'imperativo categorico, morale che sottolinea così fortemente il conflitto tra l'ossequio al dovere e le inclinazioni naturali volte alla soddisfazione e alla felicità, si discosta di molto dalle concezioni etiche prevalenti nel Diciottesimo secolo: concezioni che fondano il bene e l'azione morale sul principio di utilità, sul sentimento di simpatia, sull'armonizzazione tra interesse individuale e interesse collettivo.

Jean Jacques Rousseau
Tuttavia è da notare che un caposaldo decisivo della morale kantiana è il principio dell'obbedienza alla legge interiore, al comando che proviene dalla universalità della coscienza, in contrasto con l'obbedienza ad una norma di origine esterna e trascendente. Orbene, tale principio rivela un'indubbia parentela con il concetto di autonomia affacciato in sede politica da quel Jean Jacques Rousseau di cui Kant fu fervido lettore ed ammiratore....

"Il popolo sottomesso alle leggi, deve esserne l'autore"...

... aveva scritto il ginevrino Rousseau nel CONTRATTO SOCIALE, e aveva così avviato a quel principio di libertà come autodeterminazione, a quel concetto di libertà come "obbedienza alla legge che ci si è prescritta", che su un altro piano trova una parziale rispondenza nella "ragione pratica" kantiana.


Inoltre il tono sostanzialmente laico della morale di Kant riduce la sua distanza, che resta comunque notevole, rispetto alle concezioni illuministiche.
La nozione di Dio, privato di valore sul piano conoscitivo nella CRITICA DELLA RAGION PURA, viene riammessa da Kant in sede morale come uno dei postulati della "ragione pratica", ma anche in questa diversa collocazione non si può dire che l'idea teologica abbia una parte essenziale o preminente. A conclusione della CRITICA DELLA RAGION PRATICA l'autore si preoccupa di lasciare sullo sfondo, per così dire, l'Essere supremo. Se il reggitore del mondo, egli argomenta, anziché lasciarsi soltanto "congetturare", ci fosse davanti agli occhi nella sua "terribile maestà", la maggior parte delle azioni avverrebbero per il timore, alcune avverrebbero per la speranza, nessuna per il dovere, cioè disinteressatamente. La condotta umana sarebbe irreprensibile, ma l'azione dell'uomo, impaurito o allettato, si trasformerebbe in una specie di meccanismo. Si farebbe automaticamente il "bene" per evitare i castighi o per guadagnarsi i premi ultraterreni; e tutto si svolgerebbe, dice ancora Kant, come al teatro delle marionette in cui ogni cosa gesticola in modo corretto, ma senza che le figure abbiano vita.Nella dottrina morale kantiana Dio non ha un posto di primo piano.




2 commenti:

Raggio di sole ha detto...

Ciao Loris , sempre interessanti questi post.....un saluto " caloroso " dalla riviera....

Melina2811 ha detto...

stò facendo un giro sui blog amici per salutare in quanto stò partendo per qualche settimana. Maria.

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