sabato 12 gennaio 2008

I PROMESSI SPOSI (The Betrothed) Alessandro Manzoni

INTRODUZIONE


Opera di storia o di invenzione? Poesia o propaganda? Arte o insegnamento etico-religioso? Questi gli interrogativi suscitati fin dal loro apparire dai "Promessi sposi".

Alessandro Manzoni cominciò a organizzare la stesura del romanzo nella primavera del 1821 e lo portò a termine nel settembre del 1823. Il titolo originario, "Fermo e Lucia", si era trasformato, al compimento della prima redazione, in "Gli sposi promessi". Non soddisfatto, Manzoni sottopose il romanzo a una scrupolosa revisione e lo ripubblicò, profondamente modificato, tra il 1825 e il 1827, in tre volumi e col titolo definitivo dei "Promessi sposi, storia milanese del secolo XVII, scoperta e rifatta da A. Manzoni". Ma restava ancora un problema, della cui soluzione Manzoni era fortemente preoccupato… quello della lingua. Per risolverlo, dette mano ad un minuzioso lavoro di lima, recandosi più volte, dopo il 1827, a Firenze allo scopo di "risciacquare i panni dell'Arno", ossia adeguare il linguaggio alla "parlata" fiorentina delle persone colte, che egli riteneva la più adatta a costituire la base della lingua nazionale italiana.
Scriveva infatti…
"… La scelta di un idioma che possa servire al caso nostro, non potrebbe essere dubbia… anzi è fatta. Perché è appunto un fatto notabilissimo questo che, non c'essendo stata nell'Italia moderna una capitale, che abbia potuto forzare in certo modo le diverse province e adottare il suo idioma, pure il toscano, per la virtù di alcuni suoi scritti famosi al loro primo apparire, per la felice esposizione di concetti più comuni, che regna in molti altri, e resa facile da alcune qualità dell'idioma medesimo…. Abbia potuto essere accettato e proclamato per lingua comune di Italia…"

Nell'impostare l'opera, Manzoni aveva in mente, non tanto come modelli ma piuttosto come punto di riferimento, i romanzi storici allora assai in voga in Europa, soprattutto per merito dello scrittore scozzese Walter Scott (1771-1832), autore del famoso "Ivanhoe". Manzoni, che aveva letto questo libro con attenzione critica, era giunto alla conclusione che un genere di racconto potesse contribuire a far luce su aspetti della realtà che la storiografIa ufficiale era solita ignorare, cioè la realtà della presenza e della condizione delle grandi masse che pure costituiscono parte viva della società.
Da questo punto di vista i "Promessi sposi" sono un romanzo storico, lontanissimo tuttavia dalla letteratura avventurosa e d'evasione dello Scott…, soprattutto perché nell'opera del grande lombardo vi è trasfusa autentica, altissima poesia.
Accennata in poche righe, la trama del romanzo, una storia che l'autore immagina di aver ritrovato in un manoscritto del 1600, da qui il sottotitolo "Storia milanese del XVII secolo", narra i casi di due umili giovani delle campagne di Lecco, Renzo e Lucia che, prossimi alle nozze, vedono contrastato il loro progetto dalla prepotenza di un signorotto locale, don Rodrigo, invaghitosi di Lucia, e dalla pavida acquiescenza a costui di don Abbondio, il curato che avrebbe dovuto celebrare le nozze. Dal veto iniziale posto da don Rodrigo e dai suoi uomini ("Questo matrimonio non s'ha da fare") fino alla conclusione, felice per i due giovani, si svolgono vicende e intrighi che hanno per sfondo storico la dominazione spagnola e la Guerra dei trent'anni, con le loro conseguenze sulla città e sulle campagne del Milanese. Attorno ai protagonisti, si muove una folla di personaggi, alcuni dei quali storicamente autentici, altri inventati, ma resi tutti con tanta precisione di caratteri, da divenire ben presto simboli quasi proverbiali delle qualità e dei difetti della natura umana.



LA TRAMA

A don Abbondio, curato di un piccolo paese nei pressi di Lecco, si presentano due "bravi", cioè due sgherri , uomini fidati di un potente signorotto del luogo, don Rodrigo, ad ingiungergli di non celebrare il matrimonio tra Renzo Tramaglino e Lucia Mondella, (lui filatore, lei contadina). Il povero prete, uomo pavido ed esitante, non sa che cosa fare…, e l'indomani, quando Renzo si reca da lui per gli ultimi accordi, cerca di prender tempo, di imbrogliare le carte. Renzo subodora qualche cosa, finché si rende conto della verità…, il signorotto don Rodrigo ha messo gli occhi su Lucia.
Va allora a chiedere consiglio ad un certo dottor Azzeccagarbugli, il quale al sentir nominare don Rodrigo, congeda in malo modo Renzo… non vuol aver a che fare con quel prepotente. I due giovani si rivolgono allora a padre Cristoforo, frate di un vicino convento. Padre Cristoforo era stato anni prima un nobile avventuroso e gaudente, che si era macchiato di un delitto e per espiarlo si era chiuso in convento. Questo frate si reca da don Rodrigo, ma inutilmente.
Non resta che sposarsi di nascosto…, tutto viene preparato per sorprendere don Abbondio e fargli pronunciare le formule rituali. Ma l'espediente non riesce. Rifugiatisi nel convento di fra' Cristoforo, Renzo, Lucia e la madre di quest'ultima, Agnese, vengono avviati dal frate verso Monza. Qui i tre si separano…, le due donne restano ospiti di un convento diretto da una dama fattisi monaca, la "Monaca di Monza"…, Renzo si reca a Milano. A Milano, càpitano a Renzo varie avventure…, c'è la carestia, e il popolo è in tumulto.
Per certe frasi un po' imprudenti, l'oste prende Renzo per un rivoltoso e lo indica agli sgherri degli spagnoli. Renzo rischierebbe di essere tradotto in galera, se strada facendo una nuova sommossa non lo liberasse. Stanco e impaurito per i pericoli che si corrono nelle grandi città, Renzo decide di espatriare e fugge a Bergamo, in territorio veneziano. Intanto da Milano il cerchio si stringe attorno a Lucia… don Rodrigo la vuole a tutti i costi, e mette in atto, con l'aiuto di un potente signore, che il Manzoni chiama l'Innominato, il rapimento di lei.
La ragazza viene portata nel cupo castello dell'Innominato. Qui avviene, proprio nella prima notte che la ragazza passa al castello, un fatto inatteso e imprevisto… l'Innominato è assalito dal pentimento e si converte. L'indomani mentre le campane della valle suonano a festa per la presenza del cardinal Borromeo in visita pastorale, l'Innominato scende dal castello e va dal cardinale, col quale ha un lungo colloquio. Ne esce purificato e convertito, e dispone che Lucia sia subito liberata…, don Abbondio ha l'incarico di andare al castello a prelevarla. Don Rodrigo, che ormai si è visto sfuggire di mano la preda, deluso torna a Milano, mentre l'Innominato congeda i suoi sgherri e dà cento scudi d'oro a Lucia. Le nozze ora si potrebbero celebrare… Senonché Lucia, nel momento del terrore suscitatole dal rapimento e dalla chiusura nel castello, ha fatto un voto di castità. D'altronde, come è possibile pensare al matrimonio, mentre comincia a dilagare la peste, e cominciano a scendere in Lombardia le soldataglie dei lanzichenecchi? La gente fugge davanti ad esse, che tutto depredano…, Lucia, sua madre e don Abbondio trovano riparo nell'ora ospitale castello dell'Innominato.
Dal castello ridiscendono a bufera passata, e trovano tutto distrutto, tutto saccheggiato. A Milano intanto infuria la peste…, ne resta vittima anche don Rodrigo. Ed è contagiato anche Renzo, che arriva al villaggio in cerca di Lucia, e apprende da don Abbondio ridotto ad uno straccio, che Lucia è a Milano, in casa di don Ferrante, uomo dotto e buono, che Agnese è presso dei parenti in un altro paese, che Perpetua, la fantesca di don Abbondio, è morta di peste.
Non resta a Renzo che recarsi anch'egli a Milano, dove rintraccia la casa di don Ferrante…, e mentre vi batte sopra per farsi sentire, viene preso dalla folla per un "untore", cioè uno che - secondo la credenza popolare - diffondeva a bella posta il morbo. Riesce a salvarsi, e finisce nel lazzaretto. Qui ritrova Lucia, e anche fra' Cristoforo, che scioglie la ragazza dal suo voto di castità. E il romanzo finisce con le nozze dei due giovani, e, un anno dopo, con la nascita di una bambina



CRITICA DEL SUO TEMPO

Che fa Manzoni? - ci si chiedeva negli ambienti intellettuali, non solo in Italia, ma anche , e, forse soprattutto, di fuori, intorno al 1825. Che fa Manzoni? C'era molta curiosità intorno al romanzo che si diceva egli andasse scrivendo, e ciò che suscitava le maggiori discussioni era il fatto che si trattasse di un romanzo storico.
Una caratteristica propria del romanticismo era quella di prendere ispirazione dalla storia… e che uno dei massimi scrittori italiani, noto in tutta Europa per le sua tragedie e i suoi "Inni sacri"… si mettesse a scrivere una vicenda legata alla storia lombarda del XVII secolo, era cosa che suscitava grandi aspettative.
Tra coloro che volevano sapere i più sul libro in gestazione era persino Goethe, che in una lettera allo scrittore e filosofo francese Victor Cousin chiedeva appunto che stesse facendo Manzoni. "Fa un romanzo storico, con l'intenzione di una maggior esattezza storica che non in Walter Scott, e di una applicazione precisa del vero metodo storico".
Quando poi finalmente i "Promessi sposi" uscirono, tutti si buttarono sopra per vedere come lo scrittore milanese se la fosse cavata. E la prima questione che questi critici si proposero fu… - Sono i "Promessi sposi" un'opera di storia o di arte ? Vi prevaleva l'esatta ricostruzione di un'epoca oppur l'invenzione? Chi diceva l'una, chi diceva l'altra…, e chi infine sosteneva che la bellezza del libro stava nel contemperamento delle due ! Tra questi ultimi c'era per esempio Nicolò Tommaseo (in un articolo pubblicato sull'Antologia nel 1827) e anche Giuseppe Mazzini (nell'Indicatore genovese, 1828). Quando Tommaseo, per la verità, il suo atteggiamento non fu molto cordiale verso i "Promessi sposi"…, lo disturbava un poco il fatto che l'autore si fosse "attaccato al destino di due villanucci".
Con questa sua critica, invece, il Tommaseo inconsapevolmente dava il miglior giudizio sul romanzo, ne metteva in luce la profonda novità… l'aver prelevato a protagonisti della vicenda due personaggi umili, semplici…, l'aver messo, sullo sfondo grandioso di un secolo, col contorno di figure di nobili e di aristocratici, la gente del popolo. Ci fu perfino chi, esagerando l'aspetto storico del libro, affermò che il Manzoni in definitiva non aveva fatto altro che illustrare "le cause per cui i lavoratori di seta nella prima metà del seicento emigrarono dalla Lombardia nel bergamasco" !

A questa prima fase, di giudizi più superficiali e spesso avventati, tenne dietro una seconda fase, in cui l'opera manzoniana fu studiata con maggior serietà, in cui si andò più a fondo nell'esame dei suoi valori e dei suoi limiti. Il dilemma… storia o invenzione?, lasciò posto ad un nuovo dilemma…, poesia o religione? Ci si accorse, in sostanza, che il contrasto latente dei "Promessi sposi" non era tanto quello tra la ricostruzione storica esatta e la libera creazione della vicenda, quanto tra l'intenzione etico-religiosa dell'autore, e la riuscita poetica delle sue pagine. In altre parole, si diceva… gran pregio del libro è certo quello di narrare una trama che affonda le sue radici nella storia, e che quindi rompe con la tradizione letteraria italiana, tutta fondata sulla fantasia e l'imitazione dei classici…, e significativo di qualcosa di veramente nuovo è il fatto che di questa trama siano protagonisti due "villanucci", ma ciò che conta è vedere se tutto ciò si traduce in vera arte, in vera poesia, o se non resti invece sul piano dell'insegnamento morale e religioso.
Chi impostò col massimo rigore la discussione in questo senso fu Francesco De Sanctis, il quale dedicò al Manzoni pagine e pagine di attenta ricerca, sia sulle tragedie, sugli"Inni sacri", sulle "Odi", che sui "Promessi sposi"…, pagine desunte dai suoi corsi universitari, da conferenze, da articoli.

Riporto ciò che il De Sanctis scrisse nel saggio "La materia dei Promessi sposi", là dove traccia magistralmente il riassunto del romanzo. Il modo stesso con cui questo viene presentato è significativo della posizione del De Sanctis…, ed estremamente significativa ne è la conclusione per avviarci a comprendere qual è la soluzione che egli dà al dilemma cui accennavo più sopra.

- "Tutto il secolo si sfila avanti nelle sue abitudini e attitudini, nelle sue opinioni, nelle sue tendenze, nelle sue classi, nelle sue violenze e nelle sue codardie, nelle sue forze le più grossolane e appariscenti e le più occulte e delicate, e in tutte le gradazioni e variazioni, dal più umile villaggio sino alla superba capitale. Trovi già nel villaggio il secolo del suo spirito e nei suoi elementi…, il nobile soverchiatore col suo castello e coi suoi "bravi"…, il borghese con la sua mezza cultura, strumento corrotto e basso di quello, com'è il dottore, il console, il podestà…, il popolino sotto la doppia servitù incolto, credulo, tutto quasi ancora natura, come Renzo, Lucia, Perpetua, o già attratto e parte assimilato in quell'atmosfera, imparatavi l'arte del saper vivere, come l'oste o il curato, e sino il monaco che va alla cerca, e sino anche un po' Agnese.
Tutto comincia e finisce nel villaggio…, pare non ci sia altro cielo, sia quello tutto il mondo…, Milano, è un nome grosso, come chi dica oggi America. Pure, assistendo all'orgia di don Rodrigo, tra quei discorsi e quelle dispute vedi come attraverso di un foro nuovi cieli, e pure gli stessi, vedi come in confuso e in immagine ridotta tutta la storia che segue. Da Lecco a Monza , da Monza a Bergamo, da Bergamo a Milano, l'orizzonte s'ingrandisce, le proporzioni si allargano, le viste si variano, i nomi sono più rotondi, i personaggi più grossi, pur trovi sempre quel nobile, quel borghese e quel popolo…, il villaggio è già tutta quella società in miniatura.
E tutto si spiega alla vista non successivamente, a modo di descrizione, come in una camera oscura, non per intreccio e antagonismo di forze umane, come in un vero dramma, insino a che, cessata ogni opera di uomini, e quando il racconto sembra finito, le fila si riannodano con epica solennità, entrati in scena i formidabili fattori della collera di Dio, fame, guerra e peste".

Per il De Sanctis, dunque, c'è la storia e c'è il motivo religioso (il villaggio, i fattori della collera di Dio), ma ciò che più conta è l'intreccio e l'antagonismo delle forze umane, è il "vero dramma" che fa del romanzo non un'opera di storia e di edificazione religiosa, ma di poesia.
"Tutto ti pare storia, egli dice in un altro punto, e tutto è poesia"
.Per di più, nelle descrizioni di scrittori italiani la grande preoccupazione è di trovare l'effetto artistico… invece nel Manzoni vedi l'uomo che descrive dal vero, quello che gli sta davanti agli occhi. Questo, di essere non un semplice esercizio calligrafico, ma una descrizione dal vero, fa dei "Promessi sposi" un libro nuovo, importante… tanto più che, se è pur vero che esso è un mondo poetico a tendenza e a propaganda, in servizio di idee morali e religiose, esso è tale in modo genuino, sincero…, se la tendenza di Manzoni è quella di inculcare gli animi il suo mondo morale, questa tendenza si fa intimamente e profondamente tutt'uno con la cosa narrata.
Essere un'opera di tendenza non è dunque un difetto, anzi, essa è grande appunto perché questa sua tendenza… la morale, la religione cattolica intimamente sentite e tradotte in termini artistici, è connaturata all'opera, la sottende sempre in modo originale, non astratto, ma concreto, reale.
Vedendo soprattutto gli aspetti negativi di questa morale, che indubbiamente vi sono… ma fermarsi ad essi è fare dell'astratto contenutismo…, il Carducci avanzò le sue critiche al romanzo manzoniano, la cui "morale" secondo lui si potrebbe riassumere e ridurre a questo…"a pigliar parte alle sommosse l'uomo risica di essere impiccato… torna meglio badare in pace alle cose sue, facendo quel po' di bene che si può, secondo la direzione, i consigli e gli esempi degli uomini di Dio".

Se dovessi, a questo punto, riassumere le osservazioni e le critiche al romanzo manzoniano fatte da scrittori e critici di ogni tendenza dovrei riempire ben più di una opinione…, tutto l'Ottocento, si può dire, si occupò largamente dei "Promessi sposi"…, interi saggi furono scritti sui più minuti aspetti del romanzo, sui suoi personaggi.
Particolarmente interessanti gli studi sulla religiosità manzoniana…, da un filone di critici considerata di tipo giansenista, da un altro, invece, prettamente Cattolica nel modo più ortodosso.



LA MIA CRITICA FINALE

La critica che muovo ai "Promessi sposi" parte da tutto un altro punto di vista, guardo all'atteggiamento del Manzoni nei confronti dei suoi personaggi, e da questo risalgo ad un giudizio complessivo sul carattere del suo cattolicesimo, e alla affermazione della "non popolarità" dei "Promessi sposi".
La novità del romanzo manzoniano, , sulla quale sin dall'inizio fu attirata l'attenzione, specialmente da studiosi cattolici e a tendenza liberale, non reazionaria tipo Tommaseo, che, come ho scritto sopra, se la prendeva con lo scrittore lombardo per aver messo protagonisti del romanzo due "villanucci", era appunto questa… di aver fatto entrare nella storia gli "umili".
Fatto innegabile che i protagonisti del romanzo siano gente del popolo, che i grandi avvenimenti della storia del mondo nel diciottesimo secolo fanno da sfondo a una vicenda di umili, di uomini e donne del contado milanese. E ciò era addotto a lode del Manzoni da parte dei critici cattolici, su ciò essi facevano leva per esaltarne il significato e il valore nel quadro della nuova letteratura italiana sotto il segno di un cattolicesimo liberale.
In realtà , se è vero che questi umili sono presentati nei "Promessi sposi", se è vero che essi ne sono i protagonisti, essi ci sono non come soggetti, ma come oggetti… essi non hanno una loro vita interiore, non hanno personalità profonda. Non esprimono niente di autonomo, di positivo di per sé…, implicati in avvenimenti più grandi di loro, ciò che a essi in sostanza si dice è che meglio è sempre starsene alla larga dagli intrighi, dagli interessi o anche solo dalle vicende dei "grandi".
L'atteggiamento del Manzoni nei confronti degli umili è dunque di carattere "aristocratico"…, esso è l'atteggiamento della Chiesa cattolica verso il popolo… di condiscendente benevolenza, non di medesimezza umana.
Ed è poi in sostanza, il modo di vedere gli umili tipico degli intellettuali italiani
Nell'intellettuale italiano l'espressione di umili indica un rapporto di protezione paterna e padreternale, il sentimento sufficiente di una propria indiscussa superiorità, il rapporto come tra due razze, una ritenuta superiore e l'altra inferiore, il rapporto come tra adulto e bambino nella vecchia pedagogia". Tra Manzoni e gli umili c'è distacco sentimentale, gli umili sono per il Manzoni un problema di storiografia, un problema teorico che egli crede di risolvere col romanzo storico. Perciò gli umili sono spesso presentati come macchiette popolari, con bonarietà ironica, ma ironica !!
Basta pensare a come sono entrati nella tradizione le figure di don Abbondio, di Perpetua, degli stessi Renzo e Lucia, cioè proprio come macchiette, o per lo meno come "povera gente", per rendersi conto di questa osservazione verosimilmente veritiera, la quale mi dice di non lasciarmi trarre in inganno da quel paternalismo dello scrittore, tipico della sua formazione culturale, della sua posizione di classe, per vedere come essa ponga dei limiti alla stessa resa artistica…, per sentire comunque, ma con maggior consapevolezza, la bellezza di molte pagine, per inquadrare infine l'opera nel suo tempo, nella sua temperie spirituale.…



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GIACOMO LEOPARDI - Vita e opere

LA SUA VITA

Al di là dei limiti del tempo entro i quali la sua opera si compì, oltre i confini di una pur evidente sua collocazione nell'ambito della ideologia e della poetica del Romanticismo, Giacomo Leopardi fu uno dei maggiori creatori di poesia che la nostra storia letteraria abbia mai avuto.

Nacque a Recanati, nelle Marche, il 29 giugno 1798, dal conte Monaldo e da Adelaide Antici. Una famiglia nobile ma dissestata nelle finanze e un paese, Recanati, appartenente a una provincia sotto la giurisdizione del più arretrato tragli Stati italiani, quello pontificio.

Un ambiente familiare difficile e privo di vero affetto, un ambiente sociale stantìo, inerte culturalmente..., entrambi peseranno sui primi anni della formazione di Giacomo. Questi, che aveva avuti per maestri il padre e due sacerdoti senza trarne motivi di particolare soddisfazione, si getta sui libri della biblioteca paterna e inizia "sette anni di studio matto e disperatissimo", che incidono assai negativamente sul suo fisico ma che fanno di lui un autentico prodigio di precoce erudizione. Oltre al latino e al francese, appreso da maestri, affronta da solo e con successo lo studio del greco e dell'ebraico, si dedica agli studi filosofici, traduce testi latini e greci, approfondisce complesse questioni di filologia. Scrive, in questo periodo, numerosissime opere, saggi, traduzioni... prive forse di valore ma assai importanti perchè attraverso di essi acquista padronanza della tecnica letteraria, matura un proprio stile, coltiva e prepara un terreno sul quale sboccerà in seguito la poesia dei canti più belli.

Non vi è dubbio, tuttavia, che in questi scritti eruditi egli trasferisce concezioni estetiche e politiche che rispecchiano il carattere retrogrado della provincia pontificia.
La formazione sua è di tipo settecentesco..., vi prevale l'azione, però, non fine a se stessa ma destinata a divenire sempre più l'elemento portante di un impegno ideale, di una volontà di intervento, di una tensione da "battaglia culturale" che approderanno, infine, a quella che Leopardi stesso definisce la sua "conversione" letteraria.
E' il 1815, Giacomo non ha che 18 anni..., avverte l'angustia degli studi filologici, e il suo interesse si sposta dalla erudizione al "bello poetico".
Egli scopre, cioè, la poesia, nella lettura che compie... per la prima volta... dei grandi poeti del Trecento ( Dante, Petrarca ) e del Cinquecento, intesi come modelli da studiare. Legge le opere dei neoclassici che hanno per lui il senso di una precisa lezione stilistica.

Alla conversione letteraria, segue, dopo qualche anno la "conversione filologica" ..., se il primo passaggio era stato dall'erudizione alla poesia, al "bello", il secondo sarà dal "bello" al "vero". Giacomo, in questa ulteriore personale evoluzione del Leopardi, l'amicizia con Pietro Giordani, l'ammirazione per l'Alfieri, la conoscenza e la polemica intorno alle idee romantiche. Emergono i segni di quella penosa inquietudine, di quel profondo pessimismo che lo tormenteranno per tutta la sua breve esistenza. In una nota dello "Zibaldone" Leopardi confessava...- "La mutazione totale in me e il passaggio dallo stato antico al moderno seguì, si può dire entro un anno, cioè nel 1819 dove, privato dell'uso della vista e della continua distrazione della lettura, cominciai a sentire la mia infelicità in modo assai tenebroso, cominciai ad abbandonare la speranza, a riflettere profondamente sopra le cose... a divenir filosofo di professione ( da poeta ch'io era ) e a sentire l'infelicità del mondo... ".

Alle due conversioni un'altra se ne aggiunge, di ordine politico e civile, infatti nel 1818 compone, tra le prime liriche,due canzoni ispirate a sentimenti patriottici.

Intanto si manifestano concretamente in Leopardi i segni d'un progressivo decadimento fisico, insieme all'intolleranza per la vita recanatese, accentuata forse da una sua prima esperienza di vita... l'amore per la cugina Geltrude Lazzarie nella quale scrive... -"Sono stordito dal niente che mi circonda... Non ho più lena di concepire nessun desiderio, neanche della morte... La noia mi opprime e stanca, ma mi affanna e lacera come un dolore gravissimo, e sono così spaventato dalla vanità di tutte le cose, e della condizione degli uomini, morte tutte le passioni, come sono spente nell'animo mio, che ne vo fuori di me, considerando ch'è un niente anche la mia disperazione...".

Matura così in Leopardi l'idea di fuggire da Recanati, proposito che cerca di mettere in atto nel 1819, senza riuscirvi però, a causa dell'intervento del padre. Il fallimento della fuga, alla quale tendeva non solo per ricercare un ambiente più moderno e vivo culturalmente ma per un bisogno insopprimibile di libertà e di azione, aggrava il suo pessimismo,la sua profonda, amara stanchezza.

L'occasione di fuggire di nuovo... e con tranquillità... gli si offre, tuttavia, nel 1822 quando il padre gli consente di compiere un viaggio a Roma. Qui rimane un anno, ma l'esperienza lo disinganna e ritorna a Recanati, convinto ormai che la realtà è cosa ovunque triste e dolorosa. Per due anni resta nel suo paese e vi conosce un periodo di intensa e felice attività creativa. Compone le OPERETTE MORALI, mentre già hanno visto la luce i primi "idilli" (scritti tra il 1819 e il 1821) tra cui, stupendo, L'infinito. Nel 1825 può ancora una volta lasciare Recanati... l'editore Stella di Milano gli propone di dirigere una collezione di classici latini e greci.
Leopardi accetta volentieri ma incontra una grave difficoltà nel clima milanese, estremamente dannoso alla sua salute,sempre più cagionevole. Cerca di porvi rimedio soggiornando ora a Bologna, ora a Firenze e Pisa.

Trascorrono così tre anni, durante i quali scrive (a Pisa, dove gli era sembrato di rifiorire un poco dai suoi malanni) il canto "A Silvia" e la canzonetta "Il Risorgimento". Ma nel 1928 le sue condizioni si aggravano, il male agli occhi si fa più acuto... è costretto a rinunciare al lavoro e a ritornare a casa. E' un ritorno disperato, che apre forse il periodo più cupo e tormentoso della vita del poeta, "sedici mesi di notte orribile" come dirà. Eppure da questa angoscia sorgeranno i canti più alti, i "secondi idilli"... "Le ricordanze", "La quiete dopo la tempesta", "Il sabato del villaggio", "Il passero solitario", "Il canto notturno d'un pastore errante dell'Asia".

Nel 1830, grazie all'aiuto economico di un gruppo di amici toscani... qualcosa che seppur compiuta con le migliori intenzioni appare assai vicina all'elemosina... si reca a Firenze e vi cura l'edizione dei suoi "Canti". Rimane nella città toscana per tre anni, in piena sofferenza fisica e morale. Frequenta circoli letterari e politici fiorentini, anche se con chiaro scetticismo nei confronti delle speranze e degli ottimismi patriottici dei liberali..., stringe amicizia con un giovane esule napoletano, Antonio Ranieri..., conosce Fanny Tozzetti, di cui s'innamora senza fortuna. Nel 1833, Leopardi accetta di accompagnare a Napoli Ranieri, che era stato richiamato dalla famiglia.
Il poeta pensa che il clima della città partenopea possa giovargli, ma anche questa speranza si risolve in una delusione. A Napoli, stringe nuove amicizie che non valgono tuttavia a confortarlo. Fisicamente provatissimo, si ritira in una località ai piedi del Vesuvio, nei pressi di Torre del Greco, dove continua a lavorare e a scrivere. Compone,tra l'altro, la maggior parte dei suoi scritti satirici e due canti... "La ginestra" e "Il tramonto della luna". Quest'ultima non riesce a concluderla..., a trentanove anni, il 14 giugno 1837, Giacomo Leopardi cessa di vivere.


IL PENSIERO DI LEOPARDI

"Il fondamento del pensiero leopardiano è offerto dalla filosofia settecentesca... vivere significa soffrire e l'origine di questa sofferenza è riposta nella ragione, che ci dà l'assillo di conoscere la verità, in contrasto con la natura provvida la quale s'adopera invece a nascondere agli uomini appunto la verità. Più tardi il poeta doveva giungere a una negazione ancora più cruda e totale, superando la fase sentimentale, o fantastica, con una affermazione freddamente razionale..., egli aveva concepito... gli uomini come creature della natura. Ora, se propria dell'uomo un'ansia continua di felicità, in contrasto con la ferrea legge del destino umano che nega ad ogni creatura la possibilità di essere felice, poiché l'uomo è stato creato dalla natura, si deve concludere che la natura stessa non è la madre benigna e pia che amorosamente provvede a celare il dolore di cui è contesta la vita, ma è anzi la matrigna crudele la quale ci ha fatti con questa inesausta sete di bene e di bello nel cuore, e poi ha finito per toglierci una a una tutte le illusioni e tutte le speranze. da questo pessimismo estremo discendono le conseguenze... di un pensiero irrimediabilmente desolato..., la vita, anche quando non è infelicità, è tedio, noia..., le creature umane non potranno mai giungere a intendere il tutto, e perciò il loro adoperarsi per sapere e conoscere, è spettacolo quantomai triste e mortificante..., poiché la vita è più ricca di dolori e di delusioni che di conforto, vale meglio non viverla,considerando la morte come l'unico bene di cui sia dato all'uomo di poter disporre".

Nonostante questa fosse la profonda convinzione di Leopardi... una convinzione che spalancava dinanzi al poeta un abisso di disperazione... egli tuttavia reagì con grande vigore, avendo il coraggio di guardare la realtà a viso aperto e cercando di salvare i diritti del sentimento, della bellezza, della poesia.


LEOPARDI E IL ROMANTICISMO

Ho posto in evidenza le linee fondamentali del pensiero leopardiano, che per quanto legato alla filosofia razionalistica del '700, appare tuttavia pervaso dalla sensibilità tipica di un romantico costretto a vivere in una realtà dalla quale dispera ormai di evadere.Sul piano più specifico delle sue concezioni estetiche, Leopardi accoglie le idee romantiche che si oppongono alla retorica del Classicismo, alla imitazione, al ricorso ai temi mitologici e che esaltano l'importanza del sentimento.Non è d'accordo, invece, con la tendenza del Romanticismo all'evasione nello strano e nell'orrido. D'altra parte egli non considera come novità la polemica dei romantici contro la tradizione classicista... "L'avere queste cose in dispregio - scrive - non ce l'hanno insegnato i romantici". Per Leopardi la poesia vera nasce dalle "rimembranze"e dall'"infinito", da una lontananza di tempo e di spazio che toglie alle cose la rigida struttura della realtà e le pone in un'atmosfera sospesa ed indeterminata, come quella dei sogni. Vera poesia è quella che rievoca in ciascuno qualcosa di primordiale, appartenente alla fanciullezza della umanità, un'epoca in cui lo spirito guarda con la tristezza e la nostalgia che si prova per ciò che è irrimediabilmente perduto. Una poesia che non deve raccontare dei fatti, che non deve imitare, ma solo cantare questi sentimenti.


LE OPERE

"ZIBALDONE" - L'opera che merita per prima una citazione credo sia lo "Zibaldone", un diario in sette volumi che Leopardi scrisse nel periodo compreso tra il 1817 e la fine del 1832, Non è un lavoro letterario, ma una raccolta assai vasta di annotazioni filosofiche, di appunti di critica letteraria, di filologia, di storia e di pensieri, tra i quali sono inframezzati abbozzi di versi che Leopardi poi utilizzò, inserendoli nelle "Operette" e nei "Canti".L'importanza dello "Zibaldone" sta nel fatto che esso fornisce una preziosa testimonianza delle inquietudini e della ricchezza intellettuale del poeta.

I primi "CANTI" - A partire dal 1818 Leopardi inizia la sua produzione poetica, rappresentata da quarantuno componimenti che egli raccolse sotto il nome di "Canti". I primi cinque di essi sono le cosidette "canzoni civili" ispirate a sentimenti patriottici... "All'Italia", "Sopra il monumento di Dante", "Ad Angelo Mai", "Nelle nozze della sorella Paolina", "A un vincitore nel gioco del pallone". Tra queste la migliore è la canzone "Ad Angelo Mai", meno enfatica rispetto alle altre e dove più acuta è la costruzione psicologica.
Comunque la grande poesia non è lontana..., essa si preannuncia in un gruppo di liriche, che la critica è solita definire "piccoli idilli" del periodo 1829 - 30. Sono cinque brevi poesie composte tra il 1819 e il 1821... - "L'infinito","La sera del dì di festa", Il sogno", "La vita solitaria". Si tratta di visioni campestri sulle quali incombe una sconfinata solitudine..., esse si riflettono nella fantasia e nell'animo del poeta, evocandovi ricordi, suggestioni, sogni.Un distaccarsi dalla realtà, un dimenticare per un momento le vicende dolorose della vita, l'accendersi di un barlume di speranza.

OPERETTE MORALI - Dal 1823 al 1825, scrisse la maggior parte delle "Operette morali" (dialoghi o prose di riflessioni sulla condizione dell'uomo), che costituiscono il suo più serio tentativo di elaborazione ideologica.Sono ventiquattro composizioni (diciannove delle quali scritte nel 1824), alcune in prosa, altre dialogate, qualcuna mista. Non si tratta ovviamente di una esposizione sistematica delle idee del Leopardi, ma piuttosto di una enunciazione di temi, dell'approfondimento di problemi che le sue meditazioni suggerivano, affidati a uno stile completamente libero da pesantezze retoriche. Lo stimolo maggiore al compimento dell'opera derivò probabilmente dalla convinzione maturatasi in Leopardi che "vero poeta è colui che medita filosoficamente l'anima,la natura, il mondo".

Le principali operette sono... "Storia del genere umano" (storia dell'infelicità umana)..., "Dialogo di un Folletto e di un gnomo" (dove si afferma che l'uomo non è indispensabile alla terra)..., "Dialogo di Torquato Tasso e del suo Genio familiare" (la noia e il dolore nella vita degli uomini)..., "Dialogo della Natura e di un Islandese" (la natura indifferente e nemica dell'uomo)...., "Il Parini o della gloria" (esaltazione della gloria letteraria e dimostrazione della sua vanità)..., "Il Dialogo di Tristano e di un suo amico" (una specie di testamento filosofico dell'autore).

I "grandi idilli" e gli ultimi "Canti" - Dopo un lungo periodo di "silenzio poetico", durato praticamente sei anni (dal 1822 al 1828), il poeta si ridesta e nell'aprile del 1828, in pochi giorni, scrive "Il Risorgimento" e "A Silvia". Quest'ultima apre di fatto la serie dei cosi detti "grandi idilli", la più alta manifestazione del genio leopardiano...,con "A Silvia", sono le "Ricordanze", la "Quiete dopo la tempesta", "Il sabato nel villaggio", "Il passero solitario",il "Canto notturno d'un pastore errante". Il tema degli idilli è lo stesso dei primi canti, la manifestazione del destino dell'uomo, ma più intensa è la commozione lirica che li anima, maggiore è la compostezza del messaggio, coraggiosamente distaccato dalla triste realtà quotidiana, semplice e solenne in forza del valore universale che il poeta attribuisce alle sue affermazioni.


L'ULTIMO LEOPARDI

Dopo i "grandi idilli", a misura che la vicenda umana del Leopardi si fa più aspra, cresce la sua forza morale,la sua ansia di ribellione, la coscienza orgogliosa del proprio ingegno. Il poeta è animato ora dalla volontà di lasciare un messaggio, sente di voler comunicare le sue convinzioni. Sa che nella filosofia senza speranza che egli propone, può esservi la molla capace di far scattare negli uomini l'eroismo, la capacità di affrontare senza viltà il destino, il germe di una solidarietà che affratelli tutti coloro che l'infelicità prima e la morte poi rende uguali.Non sono più i ricordi il tema della nuova poesia leopardiana, ma il presente, le sue difficoltà, le sue passioni. In questo quadro si collocano le ultime poesie, "Il pensiero dominante", una meditazione sull'amore, e "A se stesso".
Scrive ancora opere satiriche ("Palinodia a Gino Capponi" ) e, infine, le due conclusive grandi liriche... "Il tramonto della luna",... e "La ginestra". Quest'ultima rappresenta un estremo messaggio di solidarietà umana, verso quegli uomini che a Leopardi avevano riservato solo inimicizia e sofferenza, avendone in cambio il dono generoso d'una poesia destinata - ieri come oggi e per il futuro - a commuovere profondamente gli animi...


Nobil natura è quella

ch'a sollevar s'ardisce

gli occhi mortali incontra

al comun fato, e che con franca lingua,

nulla al ver detraendo,

confessa il mal che ci fu dato in sorte,

e il basso stato frale...

tutti fra sè confederati estima

gli uomini, e tutti abbraccia

con vero amor, porgendo

valida e pronta ed aspettando aita

negli alterni perigli e nelle angosce

della guerra comune....






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