martedì 15 gennaio 2008

FAUST - URFAUST - Johann Wolfgang Goethe


IL PRIMO FAUST

Al “Faust”, la sua creazione più alta, Goethe dedicò quasi interamente la sua vita. Iniziò ventitreenne, nel 1773-75, con un abbozzo francofortese, ritrovato solo molti anni dopo, nel 1887, con il titolo di Urfaust. Motivo occasionale fu forse la notizia dell’esecuzione di una povera ragazza, sedotta e abbandonata, colpevole di infanticidio. Trasposizione letteraria di quell’episodio, la tragedia di Gretchen, nell’Urfaust, riassumeva in sé anche quel minimo di vissuto personale che, per una curiosa associazione e analogia, lo scrittore vi aveva percepito, nel ricordare, forse con un senso di colpa, l’abbandono di Friederike Brion, conosciuta a Sesenheim.
Intorno a quest’idea Goethe continuò a lavorare durante il soggiorno romano (“Faust”. Un frammento, 1788-90), scrivendo nuove scene e rielaborando quelle precedenti, alla luce dei suoi mutati canoni e ideali estetici. Ma fu Schiller che lo indusse a riprendere sistematicamente questa sua fatica per la terza volta (1797). Il dramma uscì tuttavia in stesura definitiva, almeno nella prima parte (“Faust. Prima parte della tragedia) solo nel 1808, dopo la morte di Schiller, che ne era stato promotore e animatore tenace. Da quel momento Goethe non avrebbe mai smesso di dedicarvisi, per completarne la seconda parte, se non poco tempo prima di morire, nel 1831.

In questa imponente opera, autentica “summa” del sapere scientifico, etico, filosofico e politico, confluiscono alcuni dei grandi temi storici del tempo e della personale concezione di Goethe…, “il problema dell’uomo in se stesso e nei suoi rapporti con Dio, il problema della funzione dell’uomo nella natura e dell’individuo nei suoi rapporti con la società…, il problema di un’anima moderna nei suoi rapporti col mondo antico, e infine il problema dei limiti di ogni umana potenza.”
Faust è sinonimo emblematico di una vita che trova nell’attività incessante e frenetica, e nella consapevolezza di un supremo ordine generale, l’appagamento dei propri desideri e interrogativi. Nella versione goethiana rappresenta la tragedia dell’uomo moderno, che si riscatta da un’ esistenza noiosa e priva di scopo solo attraverso la volontà, l’Azione, in quanto creativa.

Prima di Goethe, una serie non esigua di autori, fra cui gli ultimi erano stati Christopher Marlowe ed Ephraim Lessig, sta a documentare il fascino che su tutti, con interpretazioni differenti, aveva esercitato la vera storia del Faust. E’ accertata infatti e documentata l’esistenza storica del personaggio…, il dottor Faust, mago, pseudomedico, alchimista e filosofo. Nativo del Württemberg, colpì nel Cinquecento l’immaginazione popolare con la sua vita nomade e sregolata, e le sue stranezze. La leggenda si è poi divertita ad imbastire attorno a questo probabile ciarlatano un contorno fiabesco (tra l’altro fu facile dire di lui che s’era venduto l’anima al diavolo). In particolare 4 sono nella tradizione i libri che ne divulgarono le imprese…, quello dello Spiez (1674) e l’anonimo, detto del “Buon Cristiano”, del 1725.
Quest’ultimo in particolare accarezzò la fantasia di Goethe durante bla sua giovinezza, insieme alle rappresentazioni di burattini che allora circolavano, sul Faust, durante fiere e mercati.

La storia del “Faust” goethiano trae origine dal famoso patto con Mefistofele. Questo è il fulcro di tutta l’azione.
Faust è un vecchio sapiente, disilluso dalla scienza e dalla magia, annoiato e scettico, ma non arreso al punto di non giocare un’ultima possibilità…, vendere la propria anima al diavolo in cambio di una giovinezza e di una vitalità che rendano intensa la sua vita e appetibile, oltreché realizzabile, qualunque esperienza.

La scena, tratta dalla prima parte del “Faust” (“Studio” II), contiene il postulato centrale goethiano dell’Azione e l’episodio fondamentale della leggenda faustiana, il patto con Mefistofele.
Questi, dopo alcune prodigiose metamorfosi (da un barbone a scolaro vagante, a cavaliere), appare finalmente a Faust e cerca di allettarlo con le più disparate promesse (gloria, amore, gioventù, ricchezze). Le resistenze di Faust poggiano sulla convinzione della vanità universale di tutte le cose…, con questa riserva e certezza, ma curioso di sfidare l’attimo cui dire “Arrestati! Sei bello!”, egli firma il patto (legata all’interpretazione di tale frase fatidica sarà l’abilità del colpo di scena a salvare Faust).

Mentre Faust si prepara ad affrontare la nuova vita, Mefistofele, contento in cuor suo di questa parziale vittoria, indossa la toga di Faust, intrattiene uno studente e intreccia un gioco di verità e finzione, intelligenza e ironia, serietà e menzogna, maestro nella propria arte dell’ambiguità e dell’equivoco.
Subito dopo, gettato il mantello sulle spalle di Faust, lo condurrà attraverso le tappe di un lungo viaggio, dominato, per tutta la prima parte, dalla figura di Margherita. L’incontro, drammatico, con la ragazza, che per Faust commetterà una serie atroce di delitti, pagando con la prigione e la morte la sua cieca passione, è solo l’assaggio di un “piccolo mondo”, preludio alla grande avventura che lo attende (nel secondo “Faust”).


LA GUERRA DI PIERO - Fabrizio de Andrè


* * *
Dormi sepolto in un campo di grano
non è la rosa non è il tulipano
che ti fan veglia dall'ombra dei fossi
ma sono mille papaveri rossi

lungo le sponde del mio torrente
voglio che scendano i lucci argentati
non più i cadaveri dei soldati
portati in braccio dalla corrente

così dicevi ed era d'inverno
e come gli altri verso l'inferno
te ne vai triste come chi deve
il vento ti sputa in faccia la neve

fermati Piero , fermati adesso
lascia che il vento ti passi un po' addosso
dei morti in battaglia ti porti la voce
chi diede la vita ebbe in cambio una croce

ma tu no lo udisti e il tempo passava
con le stagioni a passo di giava
ed arrivasti a varcar la frontiera
in un bel giorno di primavera

e mentre marciavi con l'anima in spalle
vedesti un uomo in fondo alla valle
che aveva il tuo stesso identico umore
ma la divisa di un altro colore

sparagli Piero sparagli ora
e dopo un colpo sparagli ancora
fino a che tu non lo vedrai esangue
cadere in terra a coprire il suo sangue

e se gli sparo in fronte o nel cuore
soltanto il tempo avrà per morire
ma il tempo a me resterà per vedere
vedere gli occhi di un uomo che muore

e mentre gli usi questa premura
quello si volta, ti vede e ha paura
ed imbracciata l'artiglieria
non ti ricambia la cortesia

cadesti in terra senza un lamento
e ti accorgesti in un solo momento
che il tempo non ti sarebbe bastato
a chiedere perdono per ogni peccato

cadesti interra senza un lamento
e ti accorgesti in un solo momento
che la tua vita finiva quel giorno
e non ci sarebbe stato un ritorno

Ninetta mia crepare di maggio
ci vuole tanto troppo coraggio
Ninetta bella dritto all'inferno
avrei preferito andarci in inverno

e mentre il grano ti stava a sentire
dentro alle mani stringevi un fucile
dentro alla bocca stringevi parole
troppo gelate per sciogliersi al sole

dormi sepolto in un campo di grano
non è la rosa non è il tulipano
che ti fan veglia dall'ombra dei fossi
ma sono mille papaveri rossi.

* * *

Fabrizio de André

(Genova-Pegli, 18 febbraio 1940Milano, 11 gennaio 1999)


* * *

LE AFFINITA' ELETTIVE - ELECTIVE AFFINITY - Johann Wolfgang Goethe

Una storia d'amore ambientata in Germania, nei primi anni del secolo scorso.In un castello antico e imponente, circondato da uno splendido parco, vivevano felici Edoardo e Carlotta, sposi da pochi mesi.
Edoardo era un ricchissimo barone di circa quarant'anni, di temperamento vivace e di aspetto assai attraente. Carlotta, di poco più giovane del marito, era ancora una splendida donna, dal carattere dolce e fermo a un tempo…, tutto in lei rivelava la dama di gran classe, ma la sua spontanea semplicità le rendeva simpatica a chiunque l'avvicinasse.


In gioventù si erano amati appassionatamente, ma poi le vicende della vita li avevano separati. Quando, dopo molti anni, si erano ritrovati, vedovi entrambi, Edoardo aveva chiesto a Carlotta di unirsi a lui per sempre. Si sposarono e andarono a vivere in campagna nel meraviglioso castello di Edoardo. Vivevano l'uno per l'altra e sembrava che niente al mondo non avrebbe mai potuto interrompere quella gioia tanto completa.


Un giorno Edoardo invitò al castello un caro amico, ex ufficiale, compagno d'armi e di viaggi.
Il Capitano arrivò. Ben presto Edoardo e il suo amico organizzarono le loro giornate in una vita "da uomini", nella quale non vi era posto per Carlotta…, sorvegliavano i lavori nei giardini, nelle serre, nell'immenso parco, cacciavano nelle riserve, si occupavano dell'allevamento e dell'addestramento dei cavalli. Stavano bene insieme, malgrado la differenza dei loro caratteri…, appassionato e fantasioso Edoardo, equilibrato e freddo ragionatore il Capitano.
Carlotta si sentì un po' abbandonata anche se ogni sera Edoardo e il suo amico trascorrevano con lei molte ore. In quelle serate si parlava molto, si discutevano i più diversi argomenti e Carlotta, donna di spirito acuto e riflessivo, era stimolata dall'intelligenza e dalla cultura del Capitano, a cui rivolgeva mille domande, ricevendo sempre la giusta risposta. Quelle serate tanto interessanti non riuscivano però a compensarla della sua solitudine.
Desiderò allora di avere un'amica, che stesse con lei e facesse parte del suo mondo femminile. Ciò avrebbe ristabilito l'equilibrio e reso meno tediose le sue giornate, almeno per il periodo in cui il Capitano si sarebbe trattenuto al castello. Pensò allora a sua nipote, la giovanissima Ottilia, che stava per concludere la sua educazione al collegio.Pochi giorni dopo Ottilia giunse al castello, accolta con grande tenerezza da Carlotta e con sincera cordialità dai due uomini, subito conquistati dalla grazia dei suoi modi e dalla straordinaria bellezza del suo viso. Vi erano in lei una dolcezza malinconica e tanto modestia che le davano un fascino particolare. Sia Edoardo che il Capitano non potevano fare a meno di ammirarla…, quella incantevole ragazza stimolava la naturale galanteria e facevano nascere in loro il desiderio di proteggerla. Diventavano più espansivi e premurosi…, non si facevano più aspettare né per i pasti, né all'ora del tè…, mai si affrettavano ad alzarsi da tavola. Insomma, con la venuta di Ottilia la compagnia, sotto vari aspetti, ci guadagnò…, una benevolenza reciproca, colma di attenzioni gentili, dominava i rapporti dei quattro amici.
Ormai vivevano assieme gran parte della giornata…, progettavano occupazioni e passeggiate in comune, manifestando un gran desiderio di essere sempre tutti e quattro nello stesso luogo. Carlotta notò il cambiamento prodottosi dopo la venuta della fanciulla e si mise ad osservare attentamente i due uomini, cercando di scoprire che dei due fosse più attratto dalla presenza di Ottilia. Non ci volle molto per accorgersi che nel cuore di Edoardo era nata una tacita, affettuosa simpatia per sua nipote. Una simpatia che Ottilia, senza ombra di malizia, ricambiava con spontanea cortesia. Era sempre attenta ai desideri di Edoardo, conosceva i cibi da lui preferiti e, poiché aiutava Carlotta nel governo della casa, badava a farglieli preparare con cura…, evitava tutto ciò che potesse farlo impazientire, occupandosi del suo benessere come un gentil angelo custode. In presenza di Edoardo, la silenziosa Ottilia diventava più comunicativa e vivace…, forse perché, nonostante la sua maturità, egli aveva conservato nel carattere qualcosa di infantile, che attirava la giovinezza di lei. Carlotta non se ne preoccupò…, era anzi lieta dell'atmosfera serena e amichevole stabilitasi al castello. Quanto a lei stessa, le sembrava di non aver nulla da temere dalla presenza del Capitano, di cui ogni giorno di più ammirava l'ingegno e la bontà. Erano diventati molto amici, Carlotta e il Capitano…, i loro caratteri si assomigliavano, e spesso capitava loro di esprimere la stessa opinione, quasi nello stesso istante. Quando ciò accadeva, ne sorridevano divertiti.

Qualcosa stava accadendo, ma nessuno dei quattro sembrava accorgersene…, erano meravigliosamente felici.
Non passò un mese e i sentimenti delle due coppie si determinarono…, il Capitano e Carlotta si sentivano, con crescente spavento, irresistibilmente portati l'uno verso l'altra e si rendevano conto che la loro reciproca attrazione aumentava esattamente come quella di Edoardo verso Ottilia. Il Capitano intuì per primo il pericolo che li minacciava e cercò di non incontrarsi da solo con la moglie del suo amico.
Sarebbe morto, piuttosto che tradire la fiducia di Edoardo.
Un giorno, rimasti per poco soli, Carlotta e il Capitano osarono accennare a quanto li turbava, senza cercare scappatoie. "Lei deve partire, amico mio…, e partirà"... Concluse mestamente Carlotta, dicendogli addio nel suo cuore.Era, come sempre, padrona di se, ma faticava a trattenere le lacrime. Confessò all'amico la sua inquietudine, per Edoardo e Ottilia, i cui sentimenti ormai non lasciavano più dubbi…, Edoardo non si controllava più…, neppure in presenza di estranei si tratteneva dal dimostrare il suo amore per la ragazza.
Dopo la partenza del Capitano, Carlotta parlò al marito con estrema franchezza…, voleva salvare il suo matrimonio, ad ogni costo…, avrebbe allontanato Ottilia, l'avrebbe rimandata in collegio, e a poco a poco tutto sarebbe forse tornato come prima.
Verso Ottilia non provava rancore…, lei stessa, donna equilibrata e matura, si era lasciata trascinare, sia pur per poco tempo, da un sentimento proibito. Edoardo rispose evasivamente alle appassionate e sincere parole di sua moglie.
Pur sentendo fino a che punto ella avesse ragione, non voleva che Ottilia fosse allontanata dalla sua casa…, non voleva che vivesse in mezzo a persone estranee, lei così fragile, così sensibile, che un nulla bastava a ferire. Edoardo sapeva che Carlotta voleva bene a Ottilia e sapeva quanto la ragazza fosse affezionata alla zia…, ebbene, le avrebbe lasciate sole al castello. Sarebbe stato lui ad andarsene, come se ne era andato il Capitano. Sarebbe tornato soltanto quando avesse trovato il suo equilibrio e la pace del cuore.
Partì all'alba, di nascosto, senza salutare nessuno…, se avesse rivisto Ottilia non avrebbe più avuto il coraggio di lasciarla. Fu un momento terribile per Ottilia, quando si rese conto che Edoardo era partito e non sarebbe tornato tanto presto.
Ella non riusciva a rinunciare al suo amore…, le sembrava impossibile vivere a lungo separata da Edoardo…, qualcosa sarebbe accaduto…, forse un giorno essi avrebbero potuto essere felici insieme, senza che altri avessero a soffrire….
Ma quando seppe che Carlotta attendeva un bambino, Ottilia non volle più sperare in una futura felicità. Costrinse il suo cuore al silenzio e quando nacque il bambino si dedicò tutta a lui, al figlio di Edoardo.
Dopo qualche mese Edoardo ritornò all'improvviso, senza avvertire nessuno. Il suo cuore non era mutato…, tornava a casa per chiedere a Carlotta il suo consenso al divorzio. Sapeva che gli era nato un figlio, ma neppure questo avvenimento aveva potuto soffocare il suo amore per Ottilia. Carlotta avrebbe capito che non era più possibile ritornare al legame di un tempo, e non l'avrebbe ostacolato ma, anzi, aiutato. La sua incrollabile fiducia nel buon senso di sua moglie lo faceva sperare in una soluzione buona per tutti…, anche per Carlotta e il Capitano, di cui conosceva i sentimenti.

Edoardo quasi corre lungo i noti sentieri del suo parco, spinto da un’irrefrenabile impazienza. Giunto al lago si ferma di colpo presso le antiche querce che ombreggiano l'approdo…, Ottilia è lì, a pochi metri da lui. Legge assorta, seduta accanto al piccolo addormentato. Ma non è la vista del bambino che commuove Edoardo…, egli vede lei, lei sola…, il colore del tramonto le indora una guancia e le spalle…, è ancora più bella di come lui l'ha sognata per tutti quei lunghissimi mesi.
Vola verso di lei, si getta ai suoi piedi, tentando invano di dominarsi. Appena può parlare, le chiede di volersi unire a lui, per sempre. Ottilia, oppressa dall'emozione, non riesce a rispondergli. Gli addita in silenzio il bambino.
Poi, giungendo le mani, lo supplica… "Allontanati, Edoardo! Abbiamo rinunciato per tanto tempo l'uno all'altra, abbiamo pazientato tanto! Pensa a quanto dobbiamo a Carlotta. E' lei che deve decidere il nostro destino. Ora va', ti prego. Carlotta mi attende, debbo riportarle il bimbo a casa !".
"Obbedisco ai tuoi ordini"... dice Edoardo, e la guarda appassionatamente. Si baciano, ed è la prima volta. Subito dopo Edoardo si allontana, facendo violenza a se stesso. Ottilia è sconvolta. Si fissa su un solo pensiero…, deve riportare subito il piccino a casa.
S'è fatto tardi e una nebbia umida e fredda sale dall'acqua. Pensa di attraversare il lago per fare più presto. Sale in barca, tenendo il bambino in braccio. Frettolosa e tremante, afferra il remo, ma perde il controllo dei suoi movimenti e scivola malamente sul fondo dell'imbarcazione…, il bimbo le sfugge dalle braccia, cade nell'acqua. Quando riesce ad afferrarlo, il piccino non respira più.

Nella morte del bimbo Ottilia vede la rivelazione della propria colpa. Le sembra che Dio abbia sacrificato il piccolo innocente per richiamare lei al proprio dovere. Fa allora voto di rinunciare all'uomo amato.
Si chiude in un silenzio disumano, da cui nessuno riesce a distoglierla, Edoardo è disperato e implora l'aiuto di Carlotta che, malgrado il recente dolore per la perdita del bambino, non sa negargli il suo affetto. Carlotta fa il possibile per scuotere Ottilia dal suo ostinato silenzio, da quella paurosa apatia…, ma ogni suo sforzo è inutile. Ottilia vuole essere soltanto un'ombra, si rifiuta di esistere…, è già lontana da loro, in un mondo che appartiene a lei sola. Soltanto in punto di morte ella rompe il voto del silenzio e supplica così Edoardo, con uno sguardo pieno d'amore… "Promettimi di vivere!". Ma Edoardo non può mantenere la promessa…, poco tempo dopo, la morte gli va incontro pietosa, senza che egli la cerchi.
Viene sepolto accanto a Ottilia. Carlotta stabilisce che nessun altro, mai, sia posto in quella cappella…, nulla turberà più la pace dei due innamorati.


UNA PAGINA

Salta nella barca, afferra il remo e spinge per staccarsi dalla riva. Deve fare forza, ripete la spinta, la barca oscilla e scivola per un tratto nel lago. Sul braccio sinistro il bimbo, nella mano sinistra il libro, nella destra il remo. Ottilia oscilla anche lei e cade nella barca. Il remo le sfugge da una parte e mentre cerca di reggersi le sfuggono il bambino e il libro dall'altra.
Tutto cade in acqua. Riesce ad afferrare la veste del bambino, ma l'incomoda posizione le impedisce di rialzarsi.
La mano destra che è libera non basta per voltarsi, per sollevarsi…, finalmente riesce a riprendere il bimbo dall'acqua, ma i suoi occhi sono chiusi, ha cessato di respirare! In quell'istante le ritorna tutta la sua presenza di spirito, ma tanto più grande è il suo dolore. La barca è quasi in mezzo al lago. Il remo galleggia lontano da lei. Non scorge nessuno sulla riva e del resto a che sarebbe servito vedere qualcuno! Isolata da tutto, vaga sull'infido e in scrutabile elemento. Cerca di aiutarsi da se.
Tante volte ha sentito parlare di salvataggi di annegati. Anche la sera del suo compleanno aveva assistito a un caso simile. Spoglia il bambino e lo asciuga con il suo abito di mussola, Si scopre il seno e per la prima volta preme sul suo puro e nudo seno un essere vivente, ahimè, no, non più un essere vivente!
Le membra gelide della povera creatura le agghiacciano il petto, fino in fondo al cuore. Lacrime senza fine le sgorgano dagli occhi e danno alla superficie del piccolo corpo irrigidito una parvenza di calore e di vita. Non desiste.
Lo avvolge nel suo scialle e con le sue carezze, le sue pressioni, col fiato, le lacrime e i baci crede di sostituire quei soccorsi che in quell'isolamento le sono negati. Si volge al cielo. Cade in ginocchio nella barca e con ambo le braccia solleva il bambino già rigido sopra il suo petto innocente, bianco e ahimè freddo come il marmo. Guarda in alto, con occhi umidi, implora aiuto da lassù, dove un tenero cuore spera sempre di trovarne in abbondanza, quando da ogni altra parte vien meno.


COMMENTO

Quando compone "Le affinità elettive" Goethe ha sessant'anni…, ha ormai raggiunto la piena padronanza della sua arte e usa i mezzi espressivi con la perizia dell'uomo di genio.
La pagina che ho riportato è un esempio mirabile dell'efficacia descrittiva del grande poeta tedesco…, le parole sono misurate e precise come colpi di scalpello e compongono un quadro perfetto in ogni particolare.
Con la morte del bimbo di Carlotta, il dramma che sta sconvolgendo la vita dei protagonisti tocca il culmine e di conseguenza anche lo stile diventa drammatico, nervoso, tutto periodi brevi e incalzanti. uno stile perfettamente aderente alla tragicità della scena, ma senza forzature…, non vi è una sola parola più del necessario.
La fulminea tragedia si svolge in una solitudine e in un silenzio paurosi, gelidi, a cui la natura stessa partecipa, muta. La donna inginocchiata tende al cielo il bimbo morto e dal gruppo doloroso emana una drammatica suggestione, quasi un'illusione di realtà. Ottilia che "implora aiuto da lassù" è tra le più commoventi immagini femminili che mai fantasia di artista abbia creato.


VALORE DELL'OPERA

Nel titolo insolito del romanzo, uscito nel 1829, si rivelano le inclinazioni scientifiche dell'autore, indagatore del profondo e attento della natura. Le affinità elettive sono, infatti, un fenomeno naturale, che il poeta.scienziato conosceva bene per averlo spesso sperimentato…, due elementi chimici tra loro congiunti si dividono quando subiscono l'attrazione di due altri elementi, dotati di maggior affinità.
Goethe trasporta il fenomeno chimico nel mondo degli affetti umani e immagina che la straordinaria legge delle affinità si compia anche tra i quattro protagonisti del romanzo.
Magnetizzati da una forza oscura e invincibile, Edoardo e Carlotta, malgrado il vincolo matrimoniale che li unisce, si sentono attratti rispettivamente da Ottilia e dal Capitano. Ma mentre nel mondo chimico il fenomeno delle affinità elettive è ben definito e si compie senza lasciare strascichi, quante battaglie e quanta sofferenza esso provoca invece nel mondo spirituale umano! La coscienza morale e il rispetto della legge si opporranno all'istinto amoroso…, nel conflitto tra ragione e sentimento si dibatteranno a lungo e dolorosamente le anime degli innamorati. Quando i quattro protagonisti del romanzo si rendono conto dei loro veri sentimenti è ormai troppo tardi per combatterli… il fenomeno dell'affinità si è compiuto. Ciascuno di essi reagisce al mistero dell'amore secondo le particolari qualità del proprio carattere… il Capitano e Carlotta sono i più forti e sanno resistere al sentimento che li attrae…, Edoardo e Ottilia, più deboli e disarmati di fronte alla passione, ne sono spiritualmente travolti e soccombono. E' una appassionata storia di anime, piena di poesia e di tristezza, mai sfiorata dalla volgarità e dalla violenza, tenuta sempre su un piano di assoluta spiritualità. Nella narrazione minuziosa, sia dei fatti esteriori che dei moti più intimi dello spirito, si rivela l'osservatore attento, lo scienziato-poeta…, ma l'analisi minuta e precisa dei personaggi e delle cose non toglie all'opera la sua sublime unità artistica.
Dei quattro protagonisti, quella che il poeta ha amato di più è senza dubbio Ottilia…, ogni gesto, ogni parola di lei sono riferiti con amore e rivelano la bellezza della sua anima. Ella rappresenta l'ideale femminile di Goethe, espresso nella sua massima purezza…, è una creatura fragile, eterea, avvolta dalla luce che emana dalla sua limpida coscienza.
L'amore per Edoardo è una fatalità…, ma Ottilia non soggiace al fato e diventa simbolo di bontà e di sacrificio. Goethe, con le vicende dei suoi protagonisti, vuole ricordarci che esiste in noi una legge morale più forte di tutto, anche della più travolgente passione umana, e che tocca a noi ricercarla e seguirla.


BREVE BIOGRAFIA DI GOETHE

Johann Wolfgang Goethe nacque il 28 agosto 1749 a Francoforte sul Meno.Ebbe una salute piuttosto cagionevole, specialmente nei suoi anni giovanili.

Recatosi a Lipsia piuttosto controvoglia per seguire gli studi di legge, ebbe, qualche tempo dopo, un'emottisi che lo costrinse ad abbandonare tutto e a ritornare nella città natale. 
Si fermò qui due anni, che furono i più difficili della sua vita. In seguito ad una lite col padre, cercò rifugio a Salisburgo, per completarvi gli studi di legge. Ebbe inizio in questo periodo a serie delle sue avventure amorose, che si conclusero tutte per stanchezza da parte di lui. Si innamorò, infatti, di una fanciulla, Federica Brion, alla quale promise amore e fedeltà eterni, ma che abbandonò non appena terminati gli studi. Si recò poi a Wetzlar, dove conobbe e amò la fidanzata di un suo amico, Charlotte Buff. Questo amore ebbe una certa importanza nella sua vita, se è vero che gli ispirò il romanzo "I dolori del giovane Werther". Quest'opera suscitò grande risonanza non solo in Germania, ma anche nell'intera Europa. Moltissimi giovani innamorati si identificarono nel protagonista e alcuni suggestionati dalle vicende di Werther, il protagonista del romanzo, giunsero fino al suicidio.Goethe passò poi al servizio di Carlo Augusto di Sassonia-Weimar e ne ebbe in cambio un titolo nobiliare e la nomina a ministro. Fu amico dell'altro grande poeta tedesco… Friedrich Schiller.

Nel 1808 sposò Christiane Vulpius, che gli aveva dato un figlio. La sua salute andò sempre migliorando, tanto che sopravvisse a tutte le persone che gli erano state care.Nel 1831 finì il suo capolavoro… "Il Faust".
Morì il 22 marzo del 1832.

Considerato il massimo scrittore di lingua tedesca, Goethe ha posto al centro del suo mondo spirituale e della sua esperienza artistica l'uomo all'eterna ricerca della verità e della pienezza dell'essere e, pur mosso nell'animo da profonde inquietudini e contrasti, ha saputo classicamente risolverli in forme artistiche di composta armonia.


EMILIO - ÉMILE - Jean-Jacques Rousseau


Il Concetto pedagogico

Jean Jacques Rousseau (1712-1778), ginevrino, è il massimo ideologo settecentesco della democrazia radicale, in contrapposizione tanto con l'assolutismo hobbesiano (dal quale derivano non pochi motivi e con il quale mostra non poche affinità), quanto con il garantismo liberale. Figlio di modesto artigiano (suo padre era orologiaio) elevatosi al rango di uno dei massimi pensatori del suo secolo, Rousseau ebbe vita avventurosissima, la vita di uno spirito geniale ed estremamente irrequieto, immorale e dotato di un'acutissima sensibilità morale (donde un continuo squilibrio nella sua personalità).

Il pensiero pedagogico di Rousseau si sviluppò e si svolse nell'ambito dell'Illuminismo e, per certi aspetti, in polemica con esso.
Alla fede assoluta nella ragione il Rousseau oppone il mondo della spontaneità e del sentimento..., allo stato sociale, lo stato di natura, fondamentalmente buono e non ancora alterato e corrotto da schemi artificiosi e guasti.
Così, "educare" significa per Rousseau soprattutto preoccuparsi di non deformare e opprimere con le convenzioni e i formalismi la spontaneità naturale del bambino...., significa aiutare questo a realizzare la propria naturale umanità. Di qui il principio dell'educazione negativa..., il maestro, come rappresentante di un sapere codificato nei libri, da impartirsi dall'esterno, deve scomparire, per lasciare il posto al compagno del fanciullo nella sua ricerca costante e attiva, a contato con la natura, di un nuovo sapere, più vivo e autentico, perché nasce dall'esperienza e dall'interesse.
Questa è la grande lezione che la pedagogia moderna ha accolto da Rousseau... far sì che il bambino sia attivo di fronte alle cose che apprende, che il suo sapere nasca da un'esperienza di vita e non da uno studio mnemonico e disinteressato. Nello stesso tempo la pedagogia moderna deve a Rousseau la prima considerazione dell'infanzia come fase di vita a sé stante, con le sue leggi e i suoi caratteri, avente cioè un suo valore autonomo..., con Rousseau, per la prima volta nella storia dell'educazione, il bambino è bambino e non "adulto in miniatura" o "uomo in potenza".
Tuttavia, se il suo famoso "Emilio" è opera ricca di felici intuizioni pedagogiche, che, come ho detto, hanno esercitato una grande influenza nella storia dell'educazione, non è difficile rilevarne o limiti alla luce della problematica educativa più recente. Soprattutto in due direzioni possiamo considerare superata la posizione di Rousseau..., innanzi tutto, dal punto di vista psicologico, per quel che riguarda le varie tappe dello sviluppo del bambino, che egli tende a separare astrattamente e rigidamente l'una dall'altra (per cui, ad esempio, il bambino prima dei dodici anni sarebbe esclusivamente "senso", e sarebbe incapace di moralità fino ai quindici anni), mentre la psicologia moderna concepisce il fanciullo come un tutto in ogni fase del suo processo evolutivo..., in secondo luogo, per la sua illimitata fiducia nella "buona natura", Rousseau tende a svalutare l'apporto dell'ambiente sociale in educazione. Così Emilio, il protagonista dell'opera omonima, viene allevato in un mondo astratto, dove l'assoluto isolamento, se lo salvaguarda dai pericoli di contatti diseducativi, lo priva anche della ricchezza dei motivi educativi provenienti dal rapporto con gli altri uomini.
Per questa ragione la pedagogia moderna, accogliendo da Rousseau l'istanza dell'autonomia del bambino e dell'attivismo pedagogico, cerca di integrare questi motivi costituendo la scuola come ambiente sociale, in cui tutte le complesse strutture etico-culturali della società intervengano a costituire la personalità individuale.


EMILIO
Jean Jacques Rousseau
Edizione - Laterza
Collana - Economica Laterza
Traduzione di A. Visalberghi
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PENSIERO POLITICO DEL XIX SECOLO – LIBERALISMO e SOCIALISMO

IL SOCIALISMO SCIENTIFICO (Scientific socialism)

MATERIALISMO STORICO

IL CAPITALE - THEORIEN UBEN DEN MEHRWERT - Karl Marx

MARX E L’ECONOMIA – IL CAPITALE - DAS KAPITAL - Kritider politischen Oekonomie

UTOPIA di Thomas More

LA CITTA' DEL SOLE di Tommaso Campanella

IL CONTRATTO SOCIALE - Jean Jacques Rousseau - On The Social Contract

CONTRATTO SOCIALE - Jean-Jacques Rousseau (Prima versione)

TRATTATO SUL GOVERNO - John Locke

SAGGIO SULL'INTELLETTO UMANO - John Locke

Storia del pensiero filosofico e scientifico - Ludovico Geymonat


Donato di Niccolò dei Bardi, detto DONATELLO

Per Donato di Niccolò dei Bardi detto Donatello si devono fare una serie di considerazioni che valgono anche per Masaccio, di cui vi parlerò in un prossimo futuro.
Egli infatti, scultore, insieme con Masaccio, pittore, è l’espressione più viva ed artisticamente più potente di quella borghesia fiorentina che l’inizio del Quattrocento vede attivamente impegnata a riaffermare la propria forza economica e la propria concezione realistica della vita.
Ecco perché Donatello, come Masaccio, appare un artista così energico e nuovo nel suo ripudio d’ogni goticismo cortese, di ogni raffinatezza aristocratica. In maniera assai sintetica ma efficace, il Berenson descrive l’apparire di Donatello sulla scena dell’arte fiorentina :- "Viveva a quel tempo un uomo pieno di forza per opporsi alla tradizione, e non meno ricco di potere visivo… Grazie a quest’uomo, Donatello, l’arte istantaneamente si liberò dalle tradizioni immediate, scagliando ai quattro venti il repertorio delle immagini medievali, e volgendosi con gagliardia e con zelo alla riproduzione delle cose come ora si veniva scoprendo che fossero… Ogni uomo aveva una sua forza individuale…, e non c’era ragione di non introdurre quella d’uno invece di quella d’un altro".
In questo brano, Berenson sottolinea il fatto che con Donatello l’arte rifugge da ogni vago idealismo per concentrarsi sulla verità del personaggio, il senso di una visione generale, storicamente fondata, è ben lungi dall’attenuarsi…, si deve anzi dire che proprio la ricerca della "singolarità" è il cardine stesso di tale visione.
Ma dove Masaccio dà vigore e presenza ai suoi personaggi attraverso un’immagine di rara solidità, di fermezza e imponenza, Donatello sprigiona invece una violenta energia, una concitazione dei sentimenti che investe dall’intimo la forma e la rende fremente.

Nella sua magistrale opera (edita da Einaudi) "Arte e umanesimo a Firenze", Andrè Chastel scrive:- E’ noto che i profeti scolpiti sulla porta della sagrestia di San Lorenzo verranno criticati dal Filerete per il loro gestire da "schermidori"…, è possibile che già l’Alberti li avesse presi di mira quando aveva rivolto la sua ironia contro coloro che danno ai personaggi un atteggiamento di "schermitori et istrioni senza alcuna dignità di pittura, onde non solo sono senza grazia et dolcezza, ma più ancora mostrano l’ingegno dell’artefice fervente e furioso"… In scultura era questo l’ideale del Ghiberti e non quello di Donatello, nel quale, insieme con la varietà nell’organizzazione dell’opera, il gusto per la violenza non ha fatto che aumentare sempre più".

Lorenzo Ghiberti è cioè un esempio di come anche in un artista rinascimentale potessero continuare a vivere motivi ancora spiritualmente medievali…, Donatello invece, col suo linguaggio plastico asciutto, forte, vibrante, carico d’impulso e di tensione morale, è tutto proteso verso la grandezza di un uomo nuovo, severo ed energico, spoglio di ogni finzione, un uomo di verità e di ardore.

Questi aspetti dell’arte donatellesca s’intuiscono già dalle prime opere, sin dal PROFETA FANCIULLO (1406-1408) e dal DAVIDE (1408-1409), anche se in queste opere giovanili resiste ancora una certa modulazione gotica. Ma Donatello è già per intero nel SAN GIORGIO (1416-1420). Qui non vi è più nulla del decorativo linearismo gotico, qui Donatello è riuscito ad animare intensamente l’intera superficie della statua imprimendole un moto interiore che si comunica all’atteggiamento della testa, alla lieve torsione del busto, al divarico delle gambe, all’ampia spirale del manto… Si avverte in questa scultura quasi una forza pronta a scattare, una decisa energia, che l’espressione del volto intento, coi sopraccigli appena aggrondanti, sottolinea vivamente.


Questi caratteri dell’arte donatellesca toccano un punto culminante nel profeta GEREMIA (1423-1426) e nel profeta ABACUC (1427-1436), la statua che i fiorentini chiamano popolarescamente lo "Zuccone". E’ soprattutto in quest’ultima scultura che Donatello dimostra l’assoluta indipendenza dai canoni precedenti, rinnovando con estrema libertà, nei gesti, nella fisionomia, nel panneggio, nell’intima struttura formale, i modi espressivi… la figura dura e ossuta del profeta è sormontata da una testa drammatica, marcatamente espressiva. Da tutto l’insieme si sprigiona un brusco e conscio vigore, quasi una sorta di aggressività, di impazienza. La verità del personaggio è scrutata fino in fondo, ed è una verità individuale, ben definita ed enunciata con inequivocabile evidenza.


Non in direzione così drastica e ribelle, ma sempre nel senso di una poetica dell’energia, dell’impulso, sono i famosi putti della CANTORIA eseguita per Santa Maria del Fiore (1433-1439). E’ chiaro che in questa grande composizione, Donatello si ispira ai putti eroicizzati e danzanti di molti sarcofaghi romani. Egli li ha scolpiti cercando di cogliere col movimento sfrenato della danza la terrestre vitalità della natura. La cultura umanistico-archeologica di Donatello era senz’altro vasta per la sua epoca, ma egli non ne è mai impacciato scolasticamente. E’, al contrario, una cultura che agisce su di lui come uno stimolo, come una suggestione fantastica.


Con il profeta ABACUC e con la CANTORIA del Duomo ecco dunque enuclearsi compiutamente la tendenza donatellesca ad esprimere la tensione straordinaria della forma nella duplice indicazione di un’aspra severità e di una elementare esultanza. Questa sua duplice ispirazione si continuerà da una parte nelle formelle della PORTA DEGLI APOSTOLI e della PORTA DEI MARTIRI (1435-1443), nel monumento equestre al GATTAMELATA, che egli portò a termine negli anni del suo soggiorno padovano, (1443-1454) (in cui condusse a compimento anche l’altare per la Basilica del Santo), nella MARIA MADDALENA e nella GIUDITTA E OLOFERNE (1455)…, e dall’altra nei putti del PULPITO esterno di Prato, eseguiti con la collaborazione di Michelozzo, nell’EROS, negli ANGELI MUSICANTI di Padova e nel bassorilievo della GIUDITTA E OLOFERNE.

Il soggiorno padovano di Donatello avrà un’importanza determinante per l’arte quattrocentesca dell’Italia settentrionale. Ma a parte questo soggiorno e la visita a Roma nel 1432-33, la sua vita e il suo lavoro si svolsero soprattutto in Toscana e a Firenze in particolare.
Qui, dove era nato verso il 1386, morì il 13 dicembre del 1466, nove anni prima della nascita di Michelangelo.


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DONATELLO - Vita e opere 

Donato di Niccolò dei Bardi, detto DONATELLO

DONATELLO SCULTORE




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