mercoledì 16 gennaio 2008

IL FU MATTIA PASCAL - Luigi Pirandello

   

IL FU MATTIA PASCAL


Luigi Pirandello






LA TRAMA


La signora Pascal, madre di Roberto e di Mattia, era una santa donna, di carattere fin troppo placido, di una ingenuità quasi infantile. Perfino a vederla parlare, con quella vocetta nasale, sembrava una bambina. Quando rimase vedova Roberto aveva sei anni e Mattia quattro; ella si dedicò ai due figli, per i quali aveva una tenerezza morbosa.Il marito l'aveva lasciata ricca, padrona di terre e di case. La giovane vedova, sempre malaticcia, del tutto incapace di amministrare, si affidò ciecamente a Batta Malagna, uno del paese, che aveva ricevuto tanti favori dal suo povero marito e proprio per questo avrebbe dovuto, secondo lei, amministrare onestamente, almeno per debito di riconoscenza.

Altro che riconoscenza ! Batta Malagna, sebbene largamente remunerato per i suoi servigi, rubava a man salva, senza incertezze, senza rimorsi. Così la famiglia Pascal si impoverì, mentre Batta Malagna, il ladro, diventava sempre più ricco.
Quando Roberto e Mattia furono cresciuti, qualcosa si sarebbe potuto ancora salvare dalle grinfie del Malagna, solo che i due ragazzi fossero stati meno spensierati e la loro madre meno inetta. Invece, né Roberto né Mattia si curavano dei beni, paghi di vivere agiatamente, senza pensieri.
L'amministratore ebbe l'arte di non farli mancare di nulla, almeno finché visse la madre…., quel benessere serviva a nascondere l'abisso che ben presto li avrebbe ingoiati. Roberto riuscì a sfuggire alla miseria sposandosi giovanissimo con una ragazza molto ricca…, così il povero Mattia dovette sopportare tutto il peso della sfortuna familiare.
Mattia Pascal non era un bel ragazzo, ma il carattere gioviale e spensierato e l'intelligenza brillante facevano dimenticare la sua scarsa avvenenza.
Le donne erano attratte dalla sua estrosa parlantina, dalla sua impetuosa vivacità che sembrava rendere tutto più facile. Così, quando il timido Pomino, grande amico di Mattia, si innamorò della bella Romilda, supplicò Mattia di aiutarlo, di parlare per lui alla ragazza, i cui verdi occhi intensi e cupi gli avevano tolto la pace. Romilda era bella e giovane, ma aveva una madre perfida che le rendeva la vita impossibile.Mattia consolava la povera ragazza, le parlava di Pomino, che era tanto innamorato e la voleva sposare, ed ella lo ascoltava affascinata, quasi rapita.
Finché un bel giorno Mattia, davanti a Romilda che lo scongiurava di aiutarla a liberarsi dalla tirannia della madre, mentre le lacrime rendevano ancora più splendenti i suoi occhi verdi, si dimenticò del tutto dell'amico Pomino, tanto fiducioso, e un mese dopo si trovò costretto a sposarsela lui, la bella Romilda.
La vedova Pescatore, madre della ragazza, accettò a denti stretti il matrimonio della figlia con quel …discolo buono a nulla, ricco soltanto di debiti… che era Mattia Pascal. Non perdeva occasione di parlare male a Romilda, di aizzarla contro il marito; la vita in comune diventò ben presto per i due sposi un vero inferno.
Romilda inoltre attendeva un bimbo e i disturbi inerenti al suo stato ne avevano inasprito il carattere.
Mattia intanto era riuscito a ottenere un posticino di bibliotecario comunale e guadagnava appena appena da vivere, per lui e la moglie. Marianna, la suocera, aveva una piccola pensione, di cui non mollava un soldo.Una sera, appena arrivato sulla porta di casa, Mattia si sente afferrare per le spalle dalla vedova, che gli urlò in faccia :- Un medico presto ! Romilda muore !
Mattia sentì che gli mancavano le forze per l'emozione e l'ansia, ma corse come un pazzo in cerca del dottore. Infine, Romilda mise al mondo due gemelle e non morì. Pochi giorni dopo invece morì una delle due piccine, la più gracile.
L'altra, un amore di bimbetta, rosea, bionda, affettuosissima, visse meno di un anno.
Diede a Mattia il tempo di affezionarsi a lei, con tutto l'ardore di un padre che, non avendo più altro al mondo, vedeva nella propria creaturina lo scopo della sua vita, poi morì.
Le scenate familiari continuarono anche dopo la morte della piccina… la vedova Pescatore pareva si fosse messa d'impegno per rendere sempre più intollerabile l'esistenza al povero Mattia.
Finché il disgraziato, non potendo più resistere oltre, decise di fuggire dal paese natio.
Ed ecco che un giorno se ne va senza dir nulla, col poco denaro che ha in tasca e l'abito consunto dei giorni di lavoro. Pensa di imbarcarsi per l'America, così… alla ventura. Che può capitargli di peggio di quello che ha sofferto a casa sua? Il rischio di un incerto futuro gli sembra nullo in confronto all'oppressione che da troppi mesi lo soffoca, anzi in un certo senso il rischio lo attrae.
Salta sul primo treno per la Francia e scende a Nizza, quasi spinto da una forza ignota…, Montecarlo è lì a due passi, splendida e invitante. La tentazione di sfidare la sorte al gioco è troppo forte…, Mattia scende che "deve" provare. Pallido e sudato per l'emozione, entra nel grande palazzo, che sembra un tempio eretto alla dea Fortuna. Nella prima sala, così a casaccio, punta sul venticinque. Con gli occhi fissi sulla pallina della roulette, mentre uno strano senso di eccitazione lo assale, sente gridare un numero :- Venticinque ! Ha vinto ! Punta ancora, su numeri diversi, e continua a vincere.
Il giorno dopo torna a giocare…, ci torna per dodici giorni di fila…, vive come in un sogno, gioca alla disperata, vincendo e perdendo con alterna fortuna. Tornato finalmente in se dopo quella follia durata dodici giorni, Mattia Pascal si trova in tasca una bella sommetta…, è quasi ricco.
Decide allora di ritornare al paese…, sul treno fa e disfa progetti, sogna un avvenire tranquillo, una vita nuova, serena, al riparo dalla miseria. Potrebbe pagare i debiti, riscattare una parte delle terre, ritirarsi a vivere in campagna e fare io contadino. Chissà come rimarranno stupite la moglie e la suocera ! Gli pare di vederle, con gli occhi e la bocca spalancati, quando si metterà a contare tutti quei bigliettoni di banca…. - Dove li hai rubati ?… gli chiederanno. E lui lì, zitto, mentre la bile della vedova Pescatore salirà a farle scoppiare il fegato.
Così fantasticando Mattia Pascal non può fare a meno di ridacchiare tra sé, e i compagni di viaggio lo guardano stupiti, giudicandolo un po' matto. Alla stazione italiana Mattia compra un giornale e subito gli vanno gli occhi su un titolo in grassetto :- Suicidio - . Alla prossima riga si arresta sorpreso : qualcuno si è suicidato a Mirano, il suo paese. Chi mai…. Il cuore gli balza in gola : sì, il suicida è proprio lui, Mattia Pascal!
Allibito, con gli occhi che sembrano schizzargli fuori dalle orbite, Mattia legge e rilegge il trafiletto stampato in minutissimi caratteri, poi lo ripete tra se, quasi sillabando, fermandosi ad ogni parola .
- Nella gola del mulino, a Mirano, è stato ripescato un cadavere, subito riconosciuto dalla moglie disperata e dalla suocera per quello di Mattia Pascal, scomparso da parecchi giorni dal nostro paese. Si suppone che causa del suicidio siano i dissesti finanziari.
Mattia ha dapprima un moto di sgomento, quasi di terrore…, poi una strana e ironica esultanza si impadronisce di lui. Ecco finalmente la liberazione ! E' morto, Mattia Pascal morto ! Non ha più moglie, non ha più suocera, non ha più creditori…, nessuno ! E' libero! Libero! Libero! Tutti i pesi e i guai della sua vita precedente se li ha portati via quel poveraccio, trovato morto nella gora del mulino e così prontamente riconosciuto da Romilda e dalla vedova Pescatore. Ogni ricordo della vita di prima deve essere cancellato…, Mattia si sente colmo di una fresca letizia infantile. Sarà per lui una nuova vita….Mattia decide che d'ora in poi si chiamerà Adriano Meis. Con qualche accorgimento anche il suo aspetto fisico muta, e ben pochi ora potrebbero riconoscere in lui il fu Mattia Pascal, compianto bibliotecario di Mirano.
Tra viaggi e letture, per qualche mese Adriano Meis gode profondamente la sua libertà senza limiti.
Infine, stanco di vagabondare, decide di prendere stabile dimora a Roma e affitta una stanza affacciata sul Tevere.
La figlia del padrone di casa è giovane, graziosa e di dolcissimo carattere…, si chiama Adriana e questo sembra ad Adriano Meis un segno del destino. La ragazza gli ispira subito simpatia…, una simpatia ricambiata, che in pochi giorni si trasforma in un sentimento più profondo, ma come può Adriano Meis godere di questo amore? Egli non è nessuno…, non ha stato civile, non può offrire nulla alla donna che ama. A che cosa si è ridotta allora la libertà felice e spensierata del fu Mattia Pascal?
Adriano Meis non esiste…, non ha nessuno dei diritti che hanno i cittadini iscritti all'anagrafe. Se lo derubano non può denunciare il furto…, se lo minacciano non può reagire nel timore di venir scoperto. Ora ama una buona e bella ragazza, ma non la può sposare.
Che vita è mai la sua? Il fu Mattia Pascal deve confessare amaramente a sé stesso che la sua condizione di fantasma, di uomo-ombra gli è divenuta intollerabile.
La sua libertà è sinonimo di solitudine, e poi di che libertà si tratta, se egli non può vivere di una vita qualsiasi uomo normale? Non gli resta che"risuscitare", ritornare al paese e riprendersi i suoi diritti di cittadino. Ma perché Mattia Pascal possa resuscitare, deve morire Adriano Meis, l'uomo solitario e un po' misterioso che la dolce Adriana vorrebbe sposare.
Ecco che un giorno, su un ponte del Tevere, Mattia abbandona il bastone e il cappello, col nome e l'indirizzo di Adriano Meis, e se ne va per sempre. Adriana, suo padre e tutti quelli che l'hanno conosciuto, volontariamente annegato nel fiume, e mai troveranno una soluzione al mistero di quel suicidio.
Sono passati soltanto due anni e due mesi dalla supposta morte di Mattia Pascal, ma sembrano un'eternità, per i casi straordinari che in quel tempo sono accaduti. Al paese Romilda è rimasta vedova ben poco…, sposato il suo ex spasimante Pomino, ne ha avuto una figlia. Mattia torna in quella che era la sua famiglia e che ora è una famiglia di un altro. Romilda, Marianna, Pomino lo guardano stupefatti, allucinati, come si guarda un fantasma o qualcuno che viene dall'altro mondo.E allora egli capisce…. ha voluto essere morto? Sia, ma la vita è andata avanti senza di lui…., e i morti non hanno più diritti, ma soltanto il dovere di non risuscitare, per non creare fastidio ai vivi.
A Mattia Pascal non resta che lasciare la moglie a Pomino e tornare a fare il bibliotecario nell'umida chiesa sconsacrata e adibita a biblioteca comunale. Ogni anno fa una passeggiatina al cimitero…, dalla tomba del povero suicida del mulino nessuno ha ancora provveduto a togliere la lapide che vi era stata posta due anni prima a spese del comune….

COLPITO DA AVVERSI FATTI
MATTIA PASCAL
BIBLIOTECARIO
CUOR GENEROSO
ANIMA APERTA
QUI VOLONTARIO RIPOSA
LA PIETA' DEI CONCITTADINI
QUESTA LAPIDE POSE

Mattia legge compunto, con gli occhi socchiusi, a testa bassa…, depone i suoi fiori e rilegge ancora una volta la "sua" lapide. Un giorno, un curioso che lo osservava da qualche tempo, gli pone infine una domanda precisa :- Ma voi, insomma, chi siete?….. - Stringendosi nelle spalle egli risponde con rassegnazione :- Io sono il fu Mattia Pascal…!


COMMENTO

Ciò che colpisce nella prosa di Pirandello è il tono discorsivo, quel raccontare vivacemente, naturalmente, come si fa in una naturale conversazione.
La naturalezza è accentuata dalla narrazione in prima persona…, qui il protagonista del romanzo che racconta le sue esperienze , in un lungo monologo, ora doloroso ora ironico. Pirandello non cerca preziosità e raffinatezze letterarie, che riuscirebbero di rallentare il ritmo incalzante della narrazione.
Egli bada a rendere vivi i personaggi e l'ambiente in cui si muovono, con uno stile secco, scarno, sarcastico.
Il suo metodo di lavoro era singolare…, valendosi di una memoria portentosa, dapprima immaginava tutto il racconto, poi si metteva al tavolino e scriveva di getto, senza interrompersi.
Proprio da questa spontaneità deriva l'efficacia del suo stile, così colorito, anche se qualche volta un po' trasandato.
Lo stile vuol dire individualità, modo proprio di pensare, di sentire, di esprimersi…., ha stile chi ha proprie cose da dire e sa dirle in modo proprio, con un atteggiamento, con una maniera affatto personale, che può anche essere bella.


VALORE DELL'OPERA

Il romanzo "Il fu Mattia Pascal" uscì nel 1904 e rappresentò il primo successo europeo di Pirandello.
Inesauribile nell'inventare trame ora comiche, ora pietose, ora grottesche e insieme drammatiche, talvolta narra storie così assurde da sembrare inconcepibili. Ne "Il fu Mattia Pascal" la trovata, cioè la situazione chiave, sta nella falsa morte di Mattia.
Fino a quel momento sembra una storia come tante altre…, quella di un uomo le cui vicende sono avvenute per caso, non per sua scelta o sua volontà (per caso, si è innamorato di Romilda, è sceso a Montecarlo, ha vinto al gioco).
Ma ad un tratto, ecco la trovata che cambia il corso della vicenda semplice e lineare…, Mattia Pascal, creduto morto, si trova improvvisamente tagliato fuori dal mondo che aveva tentato di abbandonare.
E' una libertà nuova, tutta da gustare, quella che si presenta ad Adriano Meis, ma in realtà essa si rivela ben preso un'illusione. Ancora una volta caso interviene e si fa beffe di lui…, lo ha reso libero per fargli desiderare subito di riacquistare la no-libertà che gli dà modo di vivere almeno come un vero uomo. Sembra un'avventura inverosimile, ma è proprio nella vita, dice Pirandello, che si verificano le avventure più straordinarie, quali nessuna fantasia riuscirebbe a concepire. Conclusa la sua avventura, Mattia Pascal dovrà accettare con rassegnazione ciò che un saggio dice :- Fuori della legge e fuori delle particolarità, liete o tristi che siano, per cui noi siamo noi… non è possibile vivere….
Attraverso Mattia Pascal e tanti altri suoi personaggi, Pirandello esprime la sofferenza dell'uomo, angosciato dall'impossibilità di sfuggire alle convenzioni e ai vincoli della società, che sono insieme una catena ed un modo di esistere, e oppresso, nello stesso tempo, dall'impossibilità di farsi capire dagli altri, che come lui appartengono a questa società. Inutile illudersi di poter evadere, come Mattia Pascal ha tentato di fare, rompendo ogni legame. E' meglio restare nel posto in cui ci troviamo…, anche se continueremo a chiederci perché siamo lì piuttosto che altrove, perché siamo nati, perché amiamo, perché moriamo….. Il volto dei personaggi pirandelliani non può essere lieto…, è un volto senza maschera, quello che gli uomini non mostrano mai nella società cui vivono.
Pirandello non era ottimista…, egli aveva una visione triste della vita e nessuna fiducia nelle illusorie felicità che gli uomini inseguono in mille modi, peccando continuamente di ipocrisia.
Però lo scrittore non si mette mai nei panni del giudicante severo…., anzi, si china con profonda pietà a considerare le dolenti figure e i drammatici casi che animano le molte pagine della sua opera.
I primi romanzi di Pirandello furono di chiara ispirazione verista, ma di verismo assai diverso da quello di Verga e di Capuana. Nelle sue opere, infatti, non è tanto la condizione umana di una classe di diseredati, all'interno di una società dura e ingiusta, a sollecitare la sensibilità e la riflessione dell'artista, quanto uomo, il singolo e il contrasto che in lui si manifesta tra realtà e illusione.
Una realtà ora meschina ora tragica che si scontra drammaticamente con l'illusione che qualcosa di diverso sia possibile…, illusione che inevitabilmente si rivela come una sorte di penoso autoinganno.
Anche quando l'arte di Pirandello si distaccherà più nettamente dalle origini veriste, questo tema permarrà a caratterizzare la sua più importante e famosa produzione teatrale. Accanto al conflitto tra realtà e illusione si pongono, da un lato, quello che Pirandello definisce il "sentimento del contrario" (ovvero la capacità critica di ogni uomo di capire, di cogliere la vanità dell'illusione) e, dall'altro, il sentimento che le vicende di un individuo, degli uomini, non sono altro che eventi casuali e imprevedibili, capaci di sorprendere ogni volta, anche perché parziale ed effimera ogni volta, anche perché parziale ed effimera è la conoscenza che ogni essere ha di se stesso. Tanto che al limite, possiamo illuderci di essere un'altra persona, una sola anima mentre la realtà può disconoscerci, ad ogni momento, il contrario.
Il contrario, dunque, tra reale e illusorio, tra ciò che può apparire e ciò che invece è, sta, per Pirandello, alla base dell'arte umoristica, la quale trova nella delusione, …cioè nel risultato ultimo di tale contrasto, la sconfitta…, la chiave per giungere alla deformazione delle cose e dei personaggi.
In questa concezione è veramente segnata la separazione tra Ottocento e Novecento e si delinea la condizione dell'uomo nella società del XX secolo.
Si spiega in tal modo il peso che Pirandello ha avuto e continua ad avere nella narrativa europea e americana dei nostri tempi…, egli ha affrontato, infatti, il grande, doloroso problema dell'alienazione, della solitudine e delle sconfitte dell'uomo, in una società che non è fatta a sua misura.


LA VITA DI PIRANDELLO in breve

Luigi Pirandello nacque ad Agrigento nel 1867. Dopo aver studiato a Palermo e Roma, si trasferì in Germania, a Bonn. Qui si laureò, discutendo una tesi sui problemi linguistici dei dialetti greco-siculi, ai quali aveva rivolto sin dagli inizi il suo interesse di studioso. Rientrato in Italia, si stabilì a Roma, cominciando un'intensa collaborazione con giornali e riviste.In questo periodo, tuttavia, dovette affrontare dolorose vicende familiari, a causa del tracollo delle attività finanziarie paterne…, che lo privò d'ogni risorsa materiale, e della grave malattia mentale che aveva colpito sua moglie. Si avviò, così, alla carriera dell'insegnamento, ottenendo nel 1897 la cattedra di stilistica presso l'Istituto superiore di magistero di Roma.
Col successo, si acuì in lui in maniera determinante il conflitto fra le soddisfazioni e la responsabilità che gli venivano dall'essere un personaggio pubblico di rilievo, e le tensioni e i drammi della sua vita privata.
I temi, ricorrenti nelle sue opere, della pazzia, dell'essere e dell'apparire, nascevano sia dalla vita quotidiana ( sua moglie Antonietta, donna inquieta e legata ai modi di comportamento più tradizionalmente isolani, sposata in gioventù per un accordo tra famiglie, non si abituò mai alla dimensione pubblica di suo marito ) che dall'evoluzione di quel ribollente periodo storico, pieno di aspirazioni, velleità e mascalzonate, risoltosi con l'affermazione del fascismo. Pirandello aderì in un primo momento alle tensioni innovative della politica mussoliniana, ma poi se ne distaccò quando si scoprì il fondo retorico. Morì a Roma nel 1936, ormai autore di fama mondiale, dopo che nel 1934 aveva vinto il Nobel per la letteratura.





HARRY WILMANS – Edgar Lee Masters

* * *

Avevo appena ventun anni
e Henry Phipps sovrintendente della Scuola
fece un discorso al Teatro Bindle.
“L'onore - ci disse - della bandiera va difeso,
sia che venga assalita dai barbari Tagalog
o dalla potenza più forte d'Europa”.
E noi altri applaudimmo, applaudimmo il discorso e la bandiera
che lui sventolava parlando.
Così andai alla guerra nonostante mio padre,
e seguii la bandiera finché la vidi levarsi
nel nostro campo tra risaie vicino a Manila.
Tutti noi acclamammo, acclamammo,
ma là c'erano mosche e bestie velenose;
c'era l'acqua mortifera,
e il caldo crudele
e il cibo nauseante e putrido
e il fetore della latrina proprio dietro alle tende,
dove ci si andava a vuotare;
le puttane impestate che ci venivano dietro,
e atti bestiali tra noialtri e da noi soli,
e tra noi prepotenze, odio, abbrutimento,
e giornate di disgusto e notti di terrore
fino all'assalto traverso la palude fumante,
seguendo la bandiera,
quando caddi gridando con gli intestini trapassati.
Ora c'è una bandiera su di me a Spoon River.
Una bandiera! Una bandiera!

* * *

Edgar Lee Masters (U.S.A., 1869-1950)

* * *

IL CIRCOLO PICKWICK (The Pickwick Papers) - Charles Dickens

La struttura narrativa del Circolo Pickwick, l’opera che nel 1836 rivelò l’appena ventiquattrenne Dickens al grande pubblico, è estremamente libera e elastica…, più che di trama, si può parlare di una lunga serie di episodi sempre vivaci e esilaranti ma legati tra di loro in modo spesso non strettamente necessario.
Un esempio della quasi autonomia di certi episodi è il capitolo sulle elezioni a Eatanswill, irresistibile satira dei costumi elettorali britannici. Unità e continuità sono stabilite dalla costante presenza dei personaggi principali, in primo luogo Mr. Pickwick, presidente del circolo omonimo, un “rentier” di mezz’età, che decide di interrompere le sue abitudini sedentarie e si mette in viaggio accompagnato da tre membri del circolo, Tupman, Winckle e Snodgrass.
Viaggi ed avventure sono i tipici temi del romanzo picaresco.
Ma a dare le misure della riduzione caricaturale rispetto al modello basterebbe il fatto che gli spostamenti di Pickwick e soci avvengono in un raggio di poche miglia da Londra, con punte massime a Bath e Ipswich (un po’ come un milanese che si muove tra Lodi, Treviglio, Erba e Vigevano, spingendosi anche un paio di volte fino a Mantova e Sondrio).
Incontri, scoperte, disagi, rischi sono quelli che possono riservare le diligenze a cavalli, le ville, le locande della placida campagna inglese. Gli interessi di Pickwick spaziano dalla zoologia alla sociologia all’archeologia, Tupman intende esercitare le sue arti di seduttore, Winckle ha ambizioni sportive e Snodgrass letterarie.
Inutile dire che alla prova dei fatti i quattro soci si dimostrano penosamente sprovveduti. Ma gli esiti ingloriosi delle imprese non scuotono l’entusiasmo, l’ottimismo, l’inesausta eloquenza di Pickwick.

Né l’appetito.
Un altro colpo di genio è l’invenzione di Sam Weller, un popolano schietto e arguto, che entra al servizio di Pickwick, con il quale costituisce una delle più celebri coppie della letteratura di tutti i tempi. In effetti, il maturo, benestante, istruito Pickwick è esuberante e candido come un bambino, vittima predestinata di imbrogli e burle…, a trarlo d’impaccio provvede puntualmente il giovane ma esperto Sam Weller, legato al suo padrone da un affetto tanto sobrio quanto profondo.
Nella prima parte del libro il ruolo di “cattivo” è coperto da Jingle, un piccolo truffatore che seduce la fidanzata di Tupman, l’attempata signorina Wardle, acconsentendo poi a ritirarsi in cambio di un centinaio di sterline. Ma ben più temibili di Jingle si dimostreranno gli avvocati Dodson e Fogg.
Le vicende del libro si fanno meno rapsodiche e cominciano ad aggregarsi in una struttura romanzesca (o quasi) quando la vedova Bardell cita in giudizio Pickwick per rottura di fidanzamento.
L’innocentissimo Pickwick viene riconosciuto colpevole e condannato a risarcire la Bardell nella misura di settecentocinquanta sterline. Piuttosto che subire l’ingiustizia Pickwick sceglie il carcere.
Il soggiorno in carcere (un luogo ossessivamente presente in tutta l’opera di Dickens) produce a Pickwick una sorta di “perdita dell’innocenza”, una maturazione umana. Vi ritrova Jingle, che però suscita piuttosto la sua pietà. E in carcere finisce anche la Bardell, mandatavi dai suoi stessi avvocati Dodson e Fogg, che non è in grado di pagare.
Pickwick mette da parte il suo orgoglio e, previa dichiarazione scritta della Bardell che riconosce la sua piena innocenza e rinuncia al risarcimento, si accolla di pagare gli avvocati di lei.
La Bardell riacquista la libertà. E, naturalmente, Pickwick.
E anche l’affezionato Weller, l’arguto domestico del Circolo Pickwick, che aveva seguito il suo padrone in prigione.
Oltre al capitolo sulle elezioni a Eatanswill, irresistibile satira dei costumi elettorali britannici, ci sono molti brani che si riferiscono ad altrettanti incontri-scontri di Pickwick con gli avvocati Dodson e Fogg…, il primo precede la discussione della causa, il secondo conclude l’avventura giudiziaria. A confronto con i due avvocati, che rappresentano la disonestà tutelata dalla legge (quanto c’è insomma di più odioso), Mr. Pickwick evolve da figura comica a simbolo dell’umanità offesa, sconfitta, ma non domata.
Anche se l’avvenire appartiene purtroppo alla razza dei Dodson e dei Frogg, questo Don Chisciotte borghese disarmato e impavido continua, nonostante tutto, a resistere.

DUE NOTE SU DICKENS
Charles Dickens (Portsmouth, 1812 – Gad’s Hill, Kent, 1870). I nonni paterni erano stati domestici presso famiglie della nobiltà…, il nonno materno, colpevole di appropriazione indebita, si era sottratto all’arresto con la fuga. Il padre, un modesto impiegato con abitudini superiori alle sue possibilità, fu incarcerato per debiti. Il piccolo Charles dovette interrompere gli studi e mettersi a lavorare. Questa precoce esperienza di miseria, umiliazione e abbandono lo segnò in modo irreparabile.
Dopo un’istruzione sommaria, continuò a lavorare finché nel 1837 con “Il Circolo Pickwick diventò scrittore di successo.


I personaggi


Miss ALLEN, zia di Arabella Allen
ARABELLA ALLEN, sorella di Ben Allen
BENJAMIN ALLEN, fratello di Arabella, studente
Signor AYRELSLEIGH, un debitore di mezza età
JACK BAMBER, amico di Mister Lowten
ANGELO CYRUS BANTAM, maestro di cerimonie di Bath
MARTHA BARDELL, padrona di casa di Mr Pickwick
TOMMY BARDELL, figlio di Mrs Bardell
BETSY, domestica di Mrs Raddle
Principe BLADUD, figlio di re Lud
Signor BLOTTON, membro del Circolo Pickwick
CAPITANO BOLDWIG, un proprietario terriero
BUZFUZ, avvocato difensore
ELIZABETH CLUPPINS, amica di Mrs Bardell
COMMESSO VIAGGIATORE, uomo simpatico e spiritoso
Signora CRADDOCK, padrona di casa di Mr Pickwick a Bath
TOM CRIPPS, fattorino di Bob Sawyer a Bristol
Signor DODSON, procuratore della parte attrice
Signor DOWLER, ex ufficiale dell'esercito
Signora DOWLER, moglie di Mr Dowler
Signor DUBBLEY, capo degli agenti speciali di Ipswich
JOHN EDMUNDS, un galeotto
HORATIO FIZKIN, politico
WILKINS FLASHER, agente di borsa
Signor FOGG, procuratore
GOODWIN, domestica di Mrs Pott
GABRIEL GRUB, becchino
DANIEL GRUMMER, agente speciale di Ipswich
Signor GUNTER, invitato di Bob Sawyer
Signor HARRIS, fruttivendolo
GEORGE HEYLING, uno strano cliente
JACK HOPKINS, studente di medicina
LUD HUDIBRAS, re di Britannia
ANTHONY HUMM, presidente della Lega antialcolica
LEO HUNTER, marito di Mrs Hunter
Signora HUNTER, padrona di casa
JEM HUTLEY, attore, fratello di Job Trotter
Signor JACKSON, impiegato dello studio Dodson & Fogg
ALFRED JINGLE, attore
Signor JINKS, impiegato di Mr Nupkins
JOE, domestico di Mr Wardle
JOHN, attore
Signor LOBBS, sellaio
MARIA LOBBS, figlia di Mr Lobbs
Signor LOWTEN, impiegato di Mr Perker
PETER MAGNUS, spasimante di Miss Witherfield
Signor MARTIN, stalliere della zia di Arabella
JACK MARTIN, zio del commesso viaggiatore
MARY, domestica di Mr Nupkins e poi di Arabella Allen
Signor MILLER, ospite a Dingley Dell
Signor MILVINS, prigioniero nella Fleet
MUZZLE, al servizio di Mr Nupkins
Signor NAMBY, vicesceriffo
Signor NODDY, ospite di Bob Sawyer
Signora NUPKINS, moglie di Mr Nupkins
GEORGE NUPKINS, sindaco e magistrato capo di Ipswich
HENRIETTA NUPKINS, la figlia di Mr Nupkins
PASTORE di Dingley Dell
Dottor PAYNE, amico del dottor Slammer
SOLOMON PELL,procuratore presso la corte dei debitori insolventi
Signor PERKER, procuratore del Gray's Inn
Signor PHUNKEY, procuratore dell'avvocato Snubbin
SAMUEL PICKWICK, fondatore del Circolo Pickwick
NATHANIEL PIPKIN, maestro parrocchiale
Signor POTT, direttore della Gazzetta di Eatanswill
Signora POTT, moglie di Mr Pott
Signor PRICE, giovanotto rozzo e volgare
PRUFFLE, domestico
Signor RADDLE, marito di Mrs Raddle
MARY ANN RADDLE, sorella di Mrs Cluppins
Signora ROGERS, inquilina di Mrs Bardell
TOM ROKER, secondino della Fleet
Signora SUSANNAH SANDERS, amica di Mrs Bardell
BOB SAWYER, studente di medicina
FRANK SIMMERY, signore che ama le scommesse
Dottor SLAMMER, medico della caserma di Chatham
SAMUEL SLUMKEY, onorevole del Parlamento
Signor SLURK, direttore dell'Indipendente di Eatanswill
TOM SMART, amico dello zio del commesso viaggiatore
JOHN SMAUKER, lacchè di Angelo Cyrus Bantam
Signor SMOUCH, aiutante di Mr Namby
AUGUSTUS SNODGRASS, poeta
Avvocato SNUBBIN, difensore di Mr Pickwick
Signor STARELEIGH, giudice
Signor STIGGINS, vice pastore
Tenente TAPPLETON, il secondo del dr Slammer
Miss TOMKINS, direttrice del convitto per signorine
JOB TROTTER, domestico di Mr Jingle
Signor TRUNDLE, genero di Mr Wardle, marito di Isabella
Signor TUCKLE, lacchè a Bath
TRACY TUPMAN, uno scapolo di mezz'età
Signor WARDLE, proprietario di Manor Farm
Signora WARDLE, madre di Mr Wardle
EMILY WARDLE, figlia di Mr Wardle
ISABELLA WARDLE, figlia di Mr Wardle, moglie di Mr Trundle
RACHAEL WARDLE, sorella di Mr Wardle
SAMUEL WELLER, lustrascarpe e poi arguto domestico di Mr Pickwick
SUSAN CLARKE WELLER, padrona della locanda Marchese di Granby a Dorking
TONY WELLER, padre di Sam Weller, vetturino
Signor WHIFFERS, lacchè in livrea arancione
Signor WINKLE senior, mercante di Birmingham
NATHANIEL WINKLE, sportivo dilettante
Miss WITHERFIELD, signorina di mezza età



Qui si ride, il pianto è eccezionale….!

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I VIAGGI DI GULLIVER (Gulliver's Travels) - Jonathan Swift

INTRODUZIONE

La storia dei Viaggi di Gulliver fu creata dallo scrittore irlandese Jonathan Swift (1667-1745) dopo il 1720 e fu pubblicata nel 1726, quando lo scrittore aveva quasi sessant'anni.
Lemuel Gulliver, medico di bordo della marina britannica, durante un naufragio, finisce su una strana isola.
Comincia così, come un tradizionale romanzo d'avventure marinare, uno dei più celebri libri della storia della letteratura e come tutti i capolavori ha il dono raro di prestarsi a mille letture, a tutte le età.
Perché, come tutti sanno, il fantastico serve a Swift per tracciare una feroce satira all'umanità, con le sue illusioni, le sue perversioni, le sue ipocrisie.
Vissuto nell'epoca d'oro della cultura inglese, egli si distinse da tutti per la sua vena di polemista e per la lucida amarezza con cui guardava alle vicende del mondo.


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TRAMA

Gulliver racconta le proprie avventure in prima persona: messosi in viaggio e sorpreso da un naufragio, egli capita nel paese di Lilliput, dove vivono esseri minuscoli, alti quindici centimetri. Egli riesce ad attirarsi le loro simpatie e gli scienziati del luogo si assumono il compito di insegnargli la propria lingua. Gulliver si conquista l'amicizia dell'imperatore dei lillipuziani e gli offre i suoi servigi in caso di guerra. Per merito suo i nemici dei lillipuziani, gli abitanti di Blefuscu, vengono sbaragliati e costretti a chiedere la resa. Intanto, però, alcuni lillipuziani invidiosi ordiscono una trama contro di lui: Gulliver si dà alla fuga e va a Blefuscu. Di qui riparte perché è spinto dal desiderio di tornare a casa.Ma sull'amore per la propria terra prevale il desiderio di conoscere nuove genti e nuovi paesi. Di nuovo Gulliver si mette in viaggio ed ancora una volta viene colto da una terribile tempesta. Questa volta approda nella terra di Brobdingnag, dove gli uomini sono alti come campanili: lui che tra i lillipuziani sembrava un gigante, di fronte a questi uomini sembra un nanerottolo. Il re e la regina, volendo conoscerlo, lo invitano a Corte e anche qui Gulliver riesce ad accattivarsi le simpatie dei regnanti. Alla fine però, egli si stanca anche di questo paese e riparte per intraprendere un viaggio verso nuove terre. Capita così a Laputa, dove gli uomini hanno la testa inclinata da un lato, un occhio rivolto all'insù e uno all'ingiù.
Nel descrivere le condizioni di tutti questi uomini immaginari e le loro abitudini, Gulliver non perde nessuna occasione per ironizzare sugli uomini e sui costumi reali del tempo di Swift.
Nel corso dei suoi viaggi attraverso i paesi più strani Gulliver incontra persino Omero ed Aristotele, coi quali si intrattiene a conversare, rimproverando ad Aristotele gli errori che commise. Egli risponde che anche gli scienziati moderni commettono errori.
Infine Gulliver intraprende il suo ultimo viaggio, come capitano di una nave: l'equipaggio però si ribella contro di lui e lo fa sbarcare su un'isola sconosciuta. Quando egli incontra due Houyhnhhm, cioè due cavalli sapienti. Uno di questi cavalli lo invita a casa propria e Gulliver si trova molto imbarazzato quando si tratta di mangiare. Egli comincia a studiare la lingua degli Houyhnhhm e il cavallo che lo ha preso al suo servizio lo aiuta a imparare. In cambio Gulliver spiega al suo padrone la Costituzione e i costumi degli inglesi. Il cavallo fa le sue osservazioni su quanto Gulliver gli espone. Infine viene il giorno in cui il cavallo è costretto a dire a Gulliver che egli deve ormai allontanarsi dal paese. Gulliver ne è profondamente addolorato: si costruisce una canoa e si mette in mare. dopo un lungo e pericoloso viaggio, Gulliver viene raccolto da una nave portoghese che lo riporta in patria.


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COMMENTO

Per capire il significato di quest'opera, bisogna inquadrarla nella situazione storica in cui lo scrittore visse. Nella prima metà del Settecento la società aristocratica, poggiata su basi feudali, era ormai in piena crisi.
Il famoso romanzo di Swift si può considerare come una satira di quell'epoca, una caricatura di questo mondo in decadenza.
Tutto si è preso in giro: le lotte religiose dell'Inghilterra di Giorgio I (1661 - 1727), la Corte inglese, le istituzioni dell'epoca, le debolezze degli uomini del suo tempo, le teorie retrograde.
In contrapposto a tutto ciò, Swift si fa assertore delle nuove idee che si andavano affermando al suo tempo, cioè della fiducia nella scienza e nel progresso….. e, nel concludere il suo libro, compie quel viaggio tra i cavalli sapienti, prendendo in giro le teorie che alla scienza e al progresso si opponevano e predicando il ritorno alla natura, non per nulla, il primo che, fuori dell'Inghilterra, abbia capito l'importanza artistica e rinnovatrice dell'opera di Swift, fu Voltaire: egli vide in Swift un'espressione viva dell'Illuminismo.
In queste spassose avventure, spesso di irresistibile comicità, dietro le quali si avverte sempre l'irrisione dell'autore nei confronti dei costumi e dei potenti del suo tempo, e insieme la sorridente condanna senza appello di un genere avido e insensibile, e soprattutto sordo alle ragioni della natura.
Un libro che si legge con spassosa voracità per la suprema fantasia con la quale ci restituisce le verità sulle vicende del mondo, grazie proprio a questi allegorici viaggi.


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Jonathan Swift scrisse inoltre . . .

LA STORIA DI UNA BOTTE.. (che era una vera e propria parodia della storia del Cristianesimo).

LA BATTAGLIA DEI LIBRI.. (dove Swift ironizzava acutamente sugli scrittori a lui contemporanei)


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I VIAGGI DI GULLIVER
Jonathan Swift
1997 - Giangiacomo Feltrinelli Editore
Collana: Universale Economica - I Classici
Traduzione di Gianni Celati



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VEDI ANCHE . . .

JONATHAN SWIFT - Vita e opere (The Life and Work)



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A CIASCUNO IL SUO - Leonardo Sciascia

A ciascuno il suo” è apparentemente un giallo.
Si narra la vicenda di un duplice omicidio avvenuto in un paese della Sicilia e dell’inchiesta che svolge un giovane professore di italiano e storia, prima per pura curiosità intellettuale e poi con sempre maggior partecipazione morale.
Su tale trama Sciascia innesta una divertita descrizione della società siciliana in una zona di provincia…, le chiacchiere in farmacia, gli intrallazzi dei notabili, l’ossessione del sesso, le maldicenze, le stramberie, sciorinando un repertorio di trovate umoristiche che rendono deliziosa la lettura di questo libro.
Tuttavia questa è solo la superficie del romanzo e il lettore che si fermasse ad essa si lascerebbe sfuggire il pathos più vero che anima il racconto del nostro autore.
Vediamo, allora, di andare più a fondo.
Leonardo Sciascia è, a mio parere, il miglior narratore della sua generazione, in quanto ha sempre continuato per la sua strada intrapresa senza lasciarsi fuorviare dalle mode, senza temere di non restare sulla cresta dell’onda perché estraneo a certi chiassoso circoli letterari, senza cercare in sperimentalismi formali una nuova dimensione che solo un approfondimento umano e ideologico può dare, senza preoccuparsi di apparire invecchiato perché concepisce la letteratura come impegno civile.
Sciascia, insomma, è uno dei pochi scrittori di quella sua generazione che non abbia avuto un vero e proprio crollo ideale a causa degli avvenimenti che si sono susseguiti nel nostro paese e nel mondo dopo la guerra di liberazione.
Non già che egli sia rimasto insensibile…, in tal caso sarebbe stato uno sciocco, un cieco ottimista e un autentico imbecille. Al contrario… in lui l’amarezza per lo slancio di rinnovamento perduto è coerente, e aperte e dolorose sono le ferite per le cento delusioni subite, per gli schemi ideologici rivelatisi inadeguati, parziali o addirittura falsi, per i tanti episodi nei quali è sembrato che le forze della rivoluzione si macchiassero delle stesse di quelle della reazione.
Ma tali esperienze, così crudelmente sofferte, non hanno fatto venir meno in lui la fiducia in alcuni valori dell’uomo…, non voglio dire della natura esterna dell’uomo (che non esiste), ma dell’uomo così come si è formato nel mondo moderno. Che sono i valori di assetto razionale della società, fondato sulla giustizia e sulla abolizione dello sfruttamento, della necessità di una società civile che non sia sopraffatta dalla politica, della solidarietà fra gli uomini, di principi morali che non debbono essere calpestati per ragioni di parte (anche se apparentemente nobili), di affetti sinceri che possano davvero unire le persone tra loro.
Certo Sciascia non manca di dare giudizi anche severi verso le forze di opposizione del nostro paese (la sinistra nel suo tempo)…, ma lo fa col cuore di chi, reso attento da tante esperienze, guarda con apprensione fenomeni di debolezza, di arrivismo, di compromesso con la coscienza o con l’avversario che pure si manifestano in quelle forze.
Tuttavia la sua scelta non è mai equivoca…, egli si è schierato da quella parte e l’oggetto della sua denuncia è la classe dirigente con la sua azione corruttrice, la sua mancanza di ideale, la sua incapacità di creare un ordine giusto e umano.
Il delitto mafioso siciliano non gli appare. Così, il frutto attardato di una società semifeudale ancora ai margini di una civiltà capitalistica, ma appare come una conseguenza di quella corsa allo sfruttamento, alla speculazione e al profitto che caratterizza tutta la società borghese, che determina i disastri come Longarone, le migliaia di omicidi bianchi nelle industrie, le sciagure minerarie, il deperimento fisico di milioni di lavoratori. 
Che differenza c’è, di fronte alla legge morale e all’esigenza di un ordinamento umano, fra lupara e il supersfruttamento? Fra l’omertà di cittadina terrorizzata dai mafiosi e l’oppressione in una fabbrica sotto la minaccia dei licenziamenti e della fame? 
Certo anche Sciascia ha l’amara consapevolezza che la resistenza è stata strozzata…, ma questo né lo porta a negare la portata rivoluzionaria di quel movimento, né lo fa attardare in un tardivo sentimento di delusione (per cui risulterebbe inutile oggi ogni azione), né gli fa sognare le inutili rivalse di obbiettivi astrattamente “più avanzati”, che rappresentano solo l’alibi psicologico di chi si sente definitivamente sconfitto.
Ecco la chiave nella quale bisogna leggere questo libro di Sciascia che si presenta come un “giallo”, che può apparire un “divertimento”, che è ricco di umorismo e di pagine divertenti su ambienti e personaggi siciliani, ma che, in realtà, è un fermo atto di accusa alle classi dominanti e un richiamo per i deboli, per i delusi, per gli sconfortati alla passione civile e all’impegno morale.


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A CIASCUNO IL SUOLeonardo Sciascia
Anno 2000
Casa Editrice - Adelphi
Collana: gli Adelphi

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