giovedì 17 gennaio 2008

E POI SULLA TERRA INTERA - David Maria Turoldo


* * *
E poi sulla terra intera a innalzare
monumenti "AI CADUTI" !
così felici di essere caduti!

Ma provate a fissare quei corpi squarciati,
fissare la loro smorfia ultima
sulle facce frantumate,
e quegli occhi che vi guardano.

Provate a udire nella notte
l’infinito e silenzioso urlo degli ossari:
- "Uccideteci ancora e sia finita"!
* * *
David Maria Turoldo 
(Coderno del Friuli 22 novembre 1916 - Milano 6 febbraio 1992)

* * *

DAVIDE COPPERFIELD - Charles Dickens

Charles Dickens (1812-1870) nacque a Landport, presso Portsmounth, ma dopo pochi anni si trasferì con la famiglia a Londra, nel popolare quartiere di Chatham. Ebbe un'infanzia assai difficile, e molti dei suoi romanzi nacquero appunto dalle esperienze di questi primi anni.
Il suo romanzo più famoso (ed anche quello che Dickens stesso preferì a tutti gli altri suoi libri) fu Davide Copperfield, pubblicato nel 1849-50.
Questa storia del piccolo orfano che cade nelle mani di un patrigno spietato, ha commosso e continua a commuovere il pubblico di tutto il mondo, dai grandi ai piccini.

Il romanzo ci presenta all'inizio il piccolo Davide con la giovane madre da lui tanto amata, una donna dolce ed affettuosa, ma di carattere debole, che, rimasta vedova assai presto, si risposa dopo non molto con Mr. Murdstone, un uomo crudele che si è dato una nmaschera di virile fermezza. Murstone, spalleggiato dalla sua degna sorella, è causa della fine prematura della ingenua sposa.
Davide si trova improvvisamente in un ambiente nuovo, che lo soffoca e lo opprime, e si ribella inutilmente. Anche a scuola, egli è costretto a subire i maltrattamenti del tirannico maestro Creackle. In seguito Davide viene condannato dal patrigno ad un lavoro servile nel magazzino di Murdstone e Grinby a Londra, e conduce un'esistenza materialmente e moralmente miserevole.
Il suo conforto è l'amicizia di Mr. Micaweber e della sua famiglia. Lo squattrinato commesso viaggiatore Mr. Micaweber è una delle creature più felicemente costruite da Dickens ed è ormai entrato a far parte dei personaggi più famosi della letteratura mondiale.
Ma Davide fugge da Londra a Dover a piedi, ed arriva estenuato alla villetta della zia Betsy Trotwood, una donna eccentrica che si era disinteressata del piccolo figlio dalla sua nascita, perchè avrebbe desiderato una nipotina. Ospite della zia è anche il povero Mr. Dick, un dolce maniaco che non riesce mai a portare in fondo un promemoria riguardante i suoi affari, perchè è turbato a volte dall'immaginaria apparizione della testa avolazzante di Carlo I. Davide continua la sua educazione a Canterbury, nella casa dell'avvocato di miss Trotwood, Mr. Wickfield. Poi va a fare pratica presso Mr. Spenlow, dello studio legale Spenlow e Jorkins.
Davide ritrova un antico compagno di scuola, Steerforth, per il quale egli aveva nutrito una fortissima ammirazione, e lo presenta alla famiglia della sua nutrice Clara Peggotty. Ma la serie di sciagure provocate nella povera famiglia di pescatori di Steerfoorth (che occupa una buona parte del romanzo) delude profondamente Davide.
In casa di Mr. Wickfield Davide aveva conosciuto Agnese, una dolce ed assennata fanciulla, ma era rimasto all'amore di lei. Il giovane sposa invece Dora Spenlow, una graziosa sciocchina, e al tempo stesso viene conquistandosi una sempre maggiore fama letteraria. Ma Dora muore e davide, dapprima sconsolato e abbattuto, comprende poi l'errore che ha fatto nel trascurare l'amore di Agnese. Il padre di lei è caduto nelle mani di un imbroglione, Uria Heep, che amministra il patrimonio ed aspira alla mano di Agnese. Ma le malefatte di costui vengono smascherate, ed egli viene condannato per falso e appropriazione indebita, e Davide sposa Agnese.

Nel suo capolavoro e negli altri romanzi, Dickens dimostra sempre una profonda e sottile conoscenza del cuore umano, del quale sa riprodurre tutte le più lievi vibrazioni. E al tempo stesso lo scrittore sa scoprire la città del suo tempo, in tutta la sua verità: la vita degli oppressi, gli slums, e così via.
In quste sue pagine si ritrova la rivelazione di verità politiche e sociali più che in tutti i politici e i pubblicisti messi insieme. L'opera di Dickens fu l'opera di uno dei maggiori scrittori progressisti, sempre sensibile alle sventure della povera gente e desideroso di lenirle e di combatterne le cause, anche se talora il suo atteggiamento è limitato da un certo sentimentalismo.


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FRANZ KAFKA - Vita e opere (Life and Work)

   
LA VITA DI FRANZ KAFKA


E' forse lo scrittore più grande, certo il più inquietante del secolo scorso. Eppure la sua fama è tutta postuma. Mentre visse, non ebbe che rari e stentati riconoscimenti, anche se tra gli amici qualcuno già lo considerava apertamente un genio. Ma a lui della gloria "mondana" non importava gran che. Considerava l'atto dello scrivere come una forma di preghiera, un modo di penetrare al di là dell'apparenza delle cose, di avvicinarsi all'Inconoscibile, a Dio.
Per questo, prima di morire, manifestò il fermo desiderio che i manoscritti che lasciava fossero interamente distrutti. Max Brod però, l'amico incaricato di compiere tale opera, non gli obbedì. In tal modo furono salvati, e via via pubblicati, i grandi romanzi incompiuti…:
- "Il castello"…, "Il processo"…, "America"…, che fecero "scoppiare" il "caso" Kafka.
E' necessario tuttavia precisare che questi libri non rappresentano da soli il genio dello scrittore.
Almeno un grande racconto (o romanzo breve) Franz Kafka lo aveva già pubblicato da vivo…, intendo riferirmi a "La metamorfosi", la terribile e allucinante storia di un uomo che un mattino si sveglia trasformato in un insetto immondo. Scrivendo appunto de "La metamorfosi", in anni in cui il nome di Kafka era conosciuto unicamente in una ristretta cerchia di "iniziati", Giovanni Papini disse che il racconto sapeva di zolfo, che era direttamente ispirato dal demonio. Ma la pittoresca definizione sfiorava appena la verità. Kafka attingeva le proprie inquietitudini da un "male" inguaribile che portava dentro di se e che lo faceva dolorosamente sentire straniero tra gli uomini.

"Tutto è fantasia…, la famiglia, l'ufficio, gli amici, la strada…, fantasia, lontana o vicina, la donna…, la verità più prossima è che tu premi la testa contro il muro di una cella senza finestre e senza porte".

Così egli scrisse un giorno nei suoi "Diari", e non poteva essere più esplicito nel rifiuto e nella condanna del mondo. Del resto, ecco come definì altrove se stesso… "Una immagine della mia esistenza sarebbe quella di una pertica inutile, incrostata di brina e neve, infilata obliquamente nel terreno, in un campo profondamente sconvolto, al margine di una grande pianura, in una buia notte invernale…".


UNA LEGGENDA SBAGLIATA

Kafka era uno di quegli uomini che nascono con impresso nello spirito il sigillo incancellabile di una vocazione bruciante. Tutto ciò che era letteratura, ma la letteratura nel modo assoluto e purissimo com'egli la intendeva, non lo interessava realmente.

"La mia sorte è molto semplice - confessò una volta. - La capacità di descrivere la mia sognante vita interiore ha respinto tutto il resto tra le cose secondarie e lo ha orrendamente atrofizzato".

Sulla base di dichiarazioni di questo genere, che paiono quasi far da contrappunto agli angosciosi "temi" dei grandi romanzi kafkiani, è nata la leggenda di un Kafka misantropo, brutto, infelice, triste. Benché suggestiva (si pensi, per esempio, al "gobbo" Leopardi), tale leggenda non ha alcun fondamento di verità. Nei suoi anni migliori, prima che la malattia che doveva condurlo precocemente alla tomba ne corrodesse il fisico robusto, Franz Kafka fu un giovanotto alto un metro e ottanta, dalle orecchie a sventola, i capelli divisi da una lunga scriminatura, le gambe lunghissime, il portamento eretto. Conversatore brillante, sapeva rendersi simpatico a chiunque, e aveva due occhi che stregavano le donne. La sua giovinezza è costellata da "folli" amori, che tuttavia "scoppiavano" presto come bolle di sapone, perché egli aveva il genio di complicarli e svuotarli con i suoi scrupoli incredibili.
La verità è che anche in amore Franz Kafka cercava l'assoluto, l'irraggiungibile. E questo anche se, sull'esempio del padre amato e odiato nello stesso tempo, il suo desiderio più vivo era quello di costruirsi una famiglia, di mettere al mondo dei figli. In uno dei documenti più drammatici della sua vita interiore, quella lunga "Lettera al padre" che noi oggi possiamo leggere ma che non pervenne mai nelle mani del suo destinatario, il giovane Kafka non esitò a scrivere…

"Sposarsi, fondare una famiglia, accettare tutti i figli che vengono, mantenerli in questo mondo incerto e magari anche un poco guidarli, è, a mio parere, il massimo che possa riuscire a un uomo".

A lui non riuscì, ma non certo per mancanza di buona volontà o impegno.
Era scritto nel suo destino che dovesse fallire in tutto, perché la sua arte acquistasse luce e forza.


IL TERRIBILE ANTAGONISTA

Franz Kafka nacque a Praga il 3 luglio 1883. Suo padre, Hermann, era una specie di gigante che s'imponeva tirannicamente a tutta la famiglia…, sua madre, Julie, era invece una creatura dolce e sensibile, che cercava in tutti i modi di proteggere i figli dall'eccessivo rigore paterno.
La fanciullezza e l'adolescenza di Franz si svilupparono all'ombra di queste due figure familiari in perenne contrasto. Naturalmente, egli teneva per sua madre che sentiva più vicina al proprio spirito, ma non poteva impedirsi di ammirare in suo padre tante cose e, soprattutto, la prorompente gioia di vivere che gli si accendeva negli occhi a ogni momento della giornata. Hermann Kafka era un uomo che si era fatto tutto da sé e che perciò aveva fondati motivi di proporsi come modello al proprio figlio primogenito. Dopo anni di miseria e di fatiche, aveva conquistato una solida posizione nel commercio ed era ormai considerato uno dei maggiori esponenti della comunità israelitica di Praga.
Primo di sei figli, Franz ebbe la sventura di veder morire in tenera età i suoi fratellini maschi, per cui si trovò fatalmente a occupare la non invidiabile posizione di erede e antagonista del padre, il quale avrebbe voluto fare di lui un esperto commerciante. Ma Franz non aveva attitudini alla vita pratica. E poi con gli estranei era di una timidezza e di una discrezione incredibili.
Un giorno, mentre si recava a fare visita a un amico, gli accadde di svegliarne involontariamente il padre, che si era appisolato su una poltrona…, allora, sollevando le braccia in un gesto di disappunto, gli sussurrò…
"Mi consideri un sogno", e proseguì il cammino in punta di piedi.


LA RICERCA DI UN IMPIEGO

La parola "kafka" in lingua ceca significa "cornacchia", e infatti una bella cornacchia faceva spicco, come stemma, sulle buste commerciali della ditta di Hermann Kafka. Tuttavia, in contrasto con le tradizioni di famiglia, Franz frequentò scuole tedesche, ebbe di conseguenza un'educazione tedesca e soltanto da grande e per propria esclusiva iniziativa acquistò una precisa conoscenza della lingua ceca.
Benchè dotato di una intelligenza nettamente superiore alla media, Franz non brillò mai molto negli studi. Se la cavò senza infamia e senza lode, compensando con il buon profitto nelle materie letterarie la sua irriducibile avversione alla matematica.
Comunque terminò regolarmente il Liceo e si affacciò alle soglie dell'Università. Non volendo"chiudersi" nel commercio paterno, gli si pose drammaticamente il problema della scelta di una carriera. Scelse la facoltà di chimica, ma resistette appena due settimane, giusto il tempo di rendersi conto di aver commesso uno sbaglio.
Che fare? Dopo aver perduto altri sei mesi a studiare germanistica, finalmente Franz si iscrisse alla facoltà di giurisprudenza, la cui laurea gli apriva dinanzi la possibilità di molte carriere ma, soprattutto, gli consentiva di rimandare di qualche anno la scelta definitiva.
Studente disciplinato ma privo di entusiasmo, Franz Kafka seguì la routine universitaria coltivando in segreto la passione della letteratura e a ventitré anni si laureò in legge. Quale fosse il suo stato d'animo in questo periodo è detto chiaramente da una osservazione che troviamo nei "Diari".
Alla vigilia di un esame importante, Kafka rimase una notte intera chino sui libri. All'alba, ormai esausto, fu vinto dalla sonnolenza e quando si risvegliò si accorse con stupore che la sua mano sinistra stringeva la destra in segno di compassione.


L'INUTILE FIDANZAMENTO

Franz Kafka non aveva un vero bisogno di cercarsi un impiego, perché il padre non chiedeva di meglio che assorbirselo nei suoi affari. Il desiderio di trovarsi un posto nasceva perciò in lui unicamente dalla ferma determinazione di costruirsi una vita autonoma, indipendente dalla famiglia. Se avesse potuto scegliere secondo la propria inclinazione, Franz avrebbe chiesto una cosa sola…, di essere lasciato libero di dedicarsi alla letteratura. Ma questo era proprio ciò che suo padre non gli avrebbe mai concesso.
Ecco perché, un anno dopo il conseguimento della laurea, il giovane Kafka entrò come impiegato nella filiale di Praga delle Assicurazioni Generali, dove tuttavia non rimase a lungo. L'orario di lavoro troppo intenso non gli permetteva di consacrare alle lettere tutto il tempo che avrebbe voluto. Il posto ideale, nella situazione in cui si trovava, poteva essere anche un impiego modesto in un ufficio statale o parastatale, visto che in tali uffici era in vigore l'orario unico, che consentiva praticamente libero quasi tutto il pomeriggio. Con un po' di pazienza, Kafka raggiunse il suo scopo.
Nel 1908 fu assunto dall'Istituto di Assicurazione contro gli infortuni dei Lavoratori del Regno di Boemia. Era la libertà dalla tirannia paterna e, insieme, la possibilità di coltivare i prediletti studi letterari. Ma a Kafka tutto questonon bastava ancora. Per sentirsi emancipato e completo, egli riteneva indispensabile crearsi una famiglia.
Dopo aver scartato parecchie candidate, finalmente gli parve di aver trovato la ragazza adatta.
La scelta cadde su una graziosa giovane della quale non ci8 è pervenuto il nome. Kafka la conobbe nell'estate del 1912 e la sottopose subito a una corte intensa che ella ne fu quasi spaventata.
La vicenda sentimentale si protrasse per circa due anni, tra continue alternative che facevano precipitare Kafka dall'altezza della gioia agli abissi della disperazione. Finalmente la ragazza parve accettare il matrimonio, e il fidanzamento ufficiale ebbe luogo a Berlino nel maggio 1914. Ma fu solo una breve parentesi di calma. Lo scoppio della Prima guerra mondiale e, soprattutto, l'eterna indecisione di Kafka, portarono nel giro di pochi mesi alla rottura della relazione. Sotto il peso del proprio fallimento sentimentale, Kafka abbandonò la famiglia e andò a vivere per conto suo in una stanzetta d'affitto. Da qui ricominciò a scrivere alla ragazza, la convinse che nonostante tutto erano fatti l'uno per l'altra, la raggiunse a Marienbad, dove trascorse accanto a lei alcune deliziose settimane di vacanza.
Luglio 1917..., i due sono di nuovo fidanzati ufficialmente. Kafka è come preso dalla smania di fare presto, di affrettare i tempi del matrimonio, di impedire alla ragazza (o a se stesso) un nuovo colpo di testa. Eccolo dunque impegnato a cercare un appartamento, a scegliere i mobili per arredarlo, a fare i conti col proprio stipendio. Ma è un fuoco di paglia. L'anno non è ancora terminato che egli già si sente stanco, sfiduciato, incompreso. Passa intere settimane chiuso in se stesso, senza vedere nessuno, preda della più nera malinconia. Invano la ragazza lo sollecita, gli ricorda i suoi impegni, il matrimonio imminente.
Egli non s'impegna, accampando mille futili pretesti per rimandare una decisione definitiva. E così il matrimonio va a monte. La ragazza scompare per sempre dalla sua vita e di lei i biografi dello scrittore non ci tramanderanno neppure il nome, accontentandosi di chiamarla "la berlinese", dalla sua città di origine.


L'AVVISO DEL DESTINO

Il mancato matrimonio con "la berlinese" non è però l'avvenimento più importante verificatosi nella vita di Kafka in quel drammatico scorcio del 1917 che vedeva l'Europa insanguinata dalla guerra. Il 4 settembre, infatti, i medici diagnosticarono che il giovane era affetto da tubercolosi. Kafka, tuttavia, prese l'annuncio alla leggera. Il male non sembrava avere un decorso maligno ed egli, per il momento, se ne servì come pretesto per chiedere lunghe licenze, durante le quali viaggiava o si dedicava al prediletto lavoro letterario. Aveva cominciato a pubblicare i primi racconti che, pur senza dargli una vera e propria notorietà.
Lo avevano fatto conoscere a una ristretta cerchia di amici, alcuni dei quali erano diventati subito suoi ferventi ammiratori. Kafka non si compiaceva troppo di questi successi limitati, che però in qualche modo lo lusingavano. Era curioso come un bambino di vedere che effetto facevano sugli altri i suoi scritti, anche se riteneva di non essere riuscito ad esprimere nemmeno la millesima parte di ciò che sentiva, del tormento che gli rodeva il cuore e l'anima.
Quando apparve il suo primo libro, intitolato "Meditazione", si racconta che Kafka, incontrato per strada un amico, gli disse…"Sono stato dal libraio Andrè, che ha venduto undici copie del mio volume. Dieci le ho comperate io…, mi piacerebbe sapere chi ha acquistato l'undicesima".
Intanto in segreto, portava avanti la stesura di ben tre romanzi ("Il castello"…, "Il processo"…, "America"), ai quali manoscritti non riuscirà mai a mettere la parola "fine". Ma in realtà questi libri non hanno bisogno di una conclusione. Essi pongono un problema, quello del destino dell'uomo che, nella concezione della vita che aveva Kafka, non poteva avere una risposta definitiva. Protagonista di tutti e tre questi romanzi è lo stesso Kafka, ora nelle vesti di un ragazzo che insegue una fortuna che sempre gli sfugge ("America"), ora nei panni di un non meglio precisato agrimensore K., che si consuma nella vana attesa di essere accolto tra gli impiegati effettivi di un misterioso castello ("Il castello"), ora infine nella tormentata figura di un giovane accusato di una colpa che nessuno si prende la briga di precisare ("Il processo").
La verità è che Kafka sentiva gravare su di se una sola "colpa", quella che ai suoi occhi accomunava tutti gli uomini in un unico destino… la "colpa di essere vivo". Privo di una fede che gli illuminasse il cammino, il suo cuore batteva al ritmo di un'angoscia senza speranza.


L'INCONTRO CON MILENA

Ma l'uomo che era in lui non era affatto rassegnato a cedere le armi alla disperazione. Cercava ancora e sempre qualcosa a cui ancorare la propria vita…, un amore se non una certezza. E quando al suo orizzonte apparve la giovane e ardente Milena Jesenska, si abbandonò alla nuova passione che la donna gli ispirò come a una specie di esaltante delirio. Colta, bella, malmaritata, Milena conobbe Kafka attraverso i pochi scritti di lui che erano dati alle stampe e desiderò tradurli in ceco. Solo per questo cercò il giovane autore che aveva imparato a stimare e gli chiese un incontro. Tra quelle due anime l'amore scoppiò improvviso, violento. Kafka aprì a Milena il proprio cuore, le rivelò i dubbi e le angosce che lo tormentavano. La donna gli corrispose pienamente, lo esaltò, lo illusero che fossero tornati i tempi più belli della "berlinese". Di questo amore farneticante, teso continuamente sul filo di una lucida disperazione e illuminato dai sinistri riflessi della malattia, che nel frattempo si era aggravata, rimane un documento, veramente prezioso, che non si può leggere a cuore freddo…, le belle "Lettere a Milena", ritrovate e raccolte in un volume nel 1952.
Due anni durò la relazione tra Kafka e Milena…, quando si dissero definitivamente addio, nel maggio del 1922, Kafka era ormai un uomo condannato, che vedeva davanti a se nient'altro che lo spettro della morte, e tuttavia non si arrendeva, non voleva arrendersi. E piaceva ancor di più alle donne, forse per quella strana luce che a tratti gli brillava negli occhi, resi lucidi dalla febbre…, forse per le sue improvvise timidezze di bambino, che lo facevano arrossire per un nonnulla…, e forse anche per i suoi cupi, prolungati silenzi, durante i quali era come se fosse infinitamente lontano dal mondo dei vivi.
Certo, l'antico sogno di contrapporsi al padre creando anche lui una famiglia solidamente piantata nella realtà, opra gli si rivelava un'illusione. E la propria vita non poteva non apparirgli come un fallimento. Ma il desiderio (e la ricerca) della felicità era in lui più forte di qualsiasi disperazione. E così dimenticò Milena per un'altra donna, una ragazza ventenne che conobbe nell'estate del 1923 a Muritz, una località balneare sul Mar Baltico.Si chiamava Dora Dymant. Era una creatura semplice, che chiedeva solo di amare e di essere amata. Kafka ne rimase incantato. Quando fece ritorno a Praga, disse un addio definitivo alla famiglia ne corse a Berlino, dove Dora nel frattempo si era stabilita. Privi quasi di mezzi, i due vissero in una specie di allegra miseria, finché la malattia di lui non li costrinse a cercare un clima mite. Eccoli dunque a Praga e poi a Vienna. Un terribile inverno si era intanto abbattuto sull'Europa, ma essi non se ne diedero pensiero, Kafka, per esempio, sfidò il proprio male andando in giro coperto di un soprabito leggero, che gli svolazzava sulle spalle. Era come se avesse ingaggiato l'ultima battaglia con la vita e non volesse cedere le armi.
Ma il male si abbatté. Dora e un amico, il dottor Robert Klopstock, riuscirono a farlo ricoverare nel sanatorio di Kierling, presso Vienna. Qui, lucido di mente fino all'ultimo istante, Franz Kafka visse la sua lunga, dolorosa agonia.
Un giorno, disperato, chiese al dottor Klopstock di porre fine al proprio tormento praticandogli un'iniezione mortale….
"Mi uccida, altrimenti lei è un assassino", gli grida.
Ma il medico scuote la testa di fronte alla richiesta che non può accogliere.


LA GLORIA DOPO LA MORTE

Franz Kafka morì il 3 giugno del 1924. Il suo corpo venne trasportato a Praga e il silenzio più assoluto parve scendere sulla sua vita e sulla sua opera di scrittore, che solo pochissimi amici ricordavano. Nessuno sapeva infatti, dell'esistenza dei grossi manoscritti inediti affidati a Max Brod perché li distruggesse. Ma in Franz Kafka tutto è mistero. Anche la sua gloria postuma, che al termine di una lenta maturazione è veramente "scoppiata" solo dopo la Seconda guerra mondiale, durante la quale i nazisti, penetrati nella sua casa di Praga, gettarono alle fiamme tutti i documenti che vi trovarono.
Kafka era ebreo, era uno scrittore distruttivo…, dunque ogni traccia di lui doveva scomparire. Il suo nome venne fatto togliere da tutti i libri di letteratura tedesca, fu proibito a tutti di nominarlo. Le sue sorelle furono rinchiuse in un campo di concentramento, dove morirono.
E in un campo di concentramento finì i suoi giorni anche la dolce Milena. Ma si può soffocare, non distruggere per sempre l'opera di un uomo che ha dato voce alle angosce dell'umanità. Ecco perché Franz Kafka è come risorto dalle ceneri dell'ultima guerra e i suoi grandi romanzi incompiuti, l'allucinante racconto "La metamorfosi", ci appaiono oggi in una luce nuova. Essi sono i primi autentici scritti dell'era atomica. Sono lo specchio, anche se deformato ed esasperato, delle nostre angosce e dei nostri dubbi, quando ci domandiamo il perché della vita, del nostro destino. E ora, per concludere, un ultimo mistero nella vita di quest'uomo pieno di misteri…, Franz Kafka, che sognò invano la "felicità infinita, calda, profonda, redentrice di star vicino alla culla di un bambino, di fronte alla madre", divenne padre, ma non lo seppe mai. Al tempo della sua relazione con la "berlinese" egli ebbe una breve avventura con una non meglio identificata M.M., dalla quale nacque appunto un bambino che morì nel 1921, all'età di sette anni, senza che il padre nemmeno sospettasse la sua esistenza.


IL MALE DEL SECOLO … NEI PERSONAGGI DI KAFKA

Nell'assurdo destino degli Joseph K., travolti da una forza misteriosa cui non è possibile sfuggire, si riflette, in una forma artisticamente suggestiva, la condizione di solitudine e di impotenza dei "piccoli borghesi" d'Europa tra le due Guerre.
Il nome di Franz Kafka è diventato il simbolo noto anche a coloro che non hanno letto niente di lui..., il simbolo del male del secolo, della condizione di insicurezza e di profondo disagio in cui vengono a trovarsi la piccola e media borghesia in seguito alla fase monopolistica del capitalismo e che questi ceti, per lo più incapaci di analizzare le ragioni reali, confondono col destino dell'uomo in generale.
Nessuno scrittore riuscì a esprimere questo sentimento in modo più preciso e drammatico di Kafka, perché nessuno lo visse più intensamente. Egli apparteneva a una minoranza sia linguistica (i tedeschi di Praga) che religiosa e razziale (era ebreo). Già questo lo predisponeva alla solitudine. Si aggiunga una famiglia patriarcale con un padre dotato di un'autorità oppressiva, ostile alla cultura, che voleva fare del figlio un commerciante come lui.. Franz, estremamente sensibile e alieno all'attività pratica, si adattò a malincuore a fare l'impiegato di una società di assicurazioni. Come mostrano i suoi diari, egli aveva parecchi amici, frequentava circoli culturali ebraici e slavi. Ma nel suo intimo egli viveva la tragedia di chi non riesce a trovare un vero rapporto umano coi propri simili.
Le sue opere travestono in forma fantastica questa impossibilità di trovare una comunicazione col prossimo, impossibilità che è per lui un destino che coglie l'individuo indipendentemente dalla sua volontà…, una specie di peccato originale di cui non ci si accorge nella vita di tutti i giorni, ma che a un certo momento interviene a rendere il mondo assurdo e privo di senso.

Per esempio il protagonista del famoso racconto "Le metamorfosi" si sveglia un bel giorno trasformato in un enorme scarafaggio, che i familiari trattano dapprima con compatimento, poi con indifferenza e disprezzo.

Il ragazzo protagonista del romanzo "America" viene sbalestrato, in un'America misteriosa e incomprensibile, per una colpa che non è sua (è stato sedotto da una cameriera).

Il procuratore del "Processo" Joseph K. Si vede un giorno arrestato senza sapere di che cosa lo si accusi e vaga nei tribunali nella vana speranza di scoprirlo, finché viene condannato a morte.

L'agrimensore chiamato a prestare la sua opera nel "Castello", che dà il titolo al terzo romanzo, deve fermarsi al villaggio, situato ai piedi della collina dove esso sorge, perché in alto nessuno sa di averlo invitato e non lo si vuole quindi ammettere. Egli fa ogni tentativo per cercare di mettersi in contatto con la complicata organizzazione burocratica che domina il castello e per chiarire la questione, ma tutto è inutile.

Questi strani simboli, ed altri che si trovano nei numerosi racconti minori, sono stati variamente interpretati, ed è probabile che essi siano spesso di ispirazione religiosa (la colpa del procuratore è il peccato originale, il castello è la Grazia cui l'uomo tende, ma che secondo Kafka non riesce mai a raggiungere).
L'essenziale non è però il loro significato filosofico o religioso, ma il fatto che Kafka se ne serve per descrivere la situazione dell'uomo che non perviene a comprendere ciò che lo circonda. Per questo egli non ha bisogno di creare un mondo del tutto immaginario…, prende anzi gli aspetti più comuni e banali della vita quotidiana per trasformarli, alla luce del simbolo fantastico (lo scarafaggio, il castello, ecc. ecc..), in qualche cosa di allucinante e di ossessionante perché insieme lucido, preciso, oggettivo.
A questo proposito si è anche detto che Kafka descrive ciò che Marx chiama "alienazione".
Poiché, secondo Marx, nella società capitalistica il prodotto del lavoro umano è staccato dall'uomo stesso e acquista un'esistenza autonoma (diviene cioè merce), le cose diventano a lui estranee ed incomprensibili. Il peccato originale, la colpa per cui si è processati e non si è ammessi al castello, senza mai capire il perché, sarebbe quindi un simbolo dell'alienazione…
Occorre però osservare che tra questa "alienazione" kafkiana e quella marxista passa una grande differenza. Per Marx l'alienazione è un fenomeno storico, transitorio e superabile…, le cose sono un prodotto del lavoro umano, delle relazioni tra uomini, e si tratta appunto di sopprimere le condizioni per cui esse si presentano in forma alienata, come merci. Invece per Kafka l'alienazione è un destino metafisico cui non ci si può sottrarre e che corrisponde a un mondo realmente e irrimediabilmente estraneo all'uomo.
Il grande successo di Kafka è in buona parte dovuto, come ho appena sopra indicato, al fatto che il sentimento della solitudine dell'uomo in un mondo ostile, in cui tutto può venire annientato da un momento all'altro (dallo scoppio di una bomba atomica, per esempio), è diventato dopo le due guerre mondiali comune a vasti strati della borghesia. Bisogna riconoscere che, a differenza di tanti suoi imitatori, egli ha dato alla sua opera quell'accento di implacabile sincerità che domina anche nella sua vita e che rende entrambe se non esemplari, certo commoventi e degne di essere meditate.


LA MIA BIBLIOTECA

KAFKA
Pietro Citati
2000 - Mondadori Editore
Collana - Letteratura straniera

AMERICA (Il Disperso)
Traduzione di Elena Franchetti
1996 - R.C.S. - FABBRI EDITORE
Sulla collana - Grandi Classici della Letteratura Straniera

RACCONTI (comprende La metamorfosi)
A cura di Giansiro Ferrata e Ervino Pocar
1970 - Arnoldo Mondadori Editore
Sulla collana - I Meridiani

IL PROCESSO
Traduzione di Giulio Schiavoni
1995 - R.C.S. - FABBRI EDITORE
Sulla collana LA GRANDE BIBLIOTECA

IL CASTELLO
Traduzione di Elena Franchetti
2002 - RIZZOLI EDITORE
Sulla collana - Bur classici moderni





LE AVANGUARDIE ARTISTICHE DEL XX SECOLO (The artistic avant-garde of the Twentieth Century) - Mario de Micheli

E’ un’opera in cui Mario De Micheli rappresenta uno dei contributi fondamentali offerti dalla critica marxista all’analisi e all’approfondimento dei grandi movimenti pittorici del nostro secolo. L’edizione economica è un fatto culturale di notevole importanza che rende accessibile un testo indispensabile per la comprensione delle grandi correnti artistiche.
Il volume LE AVANGUARDIE ARTISTICHE DEL XX SECOLO, uscito in un periodo in cui il sospetto verso il movimento pittorico così cifrato, estremamente soggettivizzato, aveva creato, da parte della critica dei paesi socialisti in particolare, se non un rifiuto vero e proprio, alcune critiche grossolane e di sbrigativa enunciazione, il saggio del critico italiano tracciò una via precisa e autenticamente marxista per l’approfondimento del fenomeno. Veniva respinta la definizione che l’Avanguardia fosse semplicemente un aspetto della cultura borghese e si metteva in luce come in gran parte di essa fermentasse, al di là di una registrazione di crisi della classe egemone, uno spirito di ricerca e una tensione rivoluzionaria autentica.
Il capitolo che apre il volume, dedicato all’ “Unità dell’Ottocento”, è la chiave di volta che regge tutta la costruzione critica successiva. In esso si sottolinea l’integrità tra individuo e società che sta alla base di tutta arte del xx secolo, un’integrità che il fallimento delle rivoluzioni democratiche e la scomparsa della Comune doveva portare a un punto di grave rottura. I segni della crisi appaiono evidenti, pur se in forme e con intensità differenti, in Vincent Van Gogh che rompe la matrice realista in direzione espressionista per ritrovare la verità e la lucentezza delle cose, in Ensor, tutto chiuso in un aspro, corrosivo moralismo, in Munch che il terrore di un disancoramento dalla natura travolge. Con i miti dell’evasione, la scelta della fuga per sfuggire all’alienazione, e che ha in Gauguin il suo più tipico rappresentante e come aspetti secondari il primitivismo e il negrismo, termina la prima parte del saggio intesa a preparare e a giustificare storicamente l’avvento delle Avanguardie.
Di esse De Micheli identifica due filoni principali, l’uno che dall’Espressionismo attraverso Dadà giunge al Surrealismo, l’altro che con Cezanne al Cubismo e al Futurismo approda all’Astrattismo.
L’analisi approfondisce dapprima l’Espressionismo che, sorto all’inizio del secolo come un movimento in antiresi al positivismo imperante, glorificazione della borghesia in ascesa, troverà la sua pagina più alta nel realismo espressionista tedesco, laddove l’artista ricostruisce la sua integrità nella lotta a fianco del proletario, di quella classe sociale che le crisi politiche dell’Ottocento avevano cacciato dal palcoscenico della storia. Nell’arco di tempo in cui opera L’Espressionismo i colloca il Dadaismo, nel quale la rivolta si realizza in chiave individualista, anarchica, e che troverà il suo sbocco, posteriormente, in soluzioni formalistiche. Con il riflusso dei grandi movimenti democratici europei del dopoguerra, ecco sorgere il Surrealismo, la traslazione, su un piano fantastico, sia figurativo che letterario, di qui sogni di rottura che il ritorno all’ordine, fascista o borghese, aveva sul piano della realtà per sempre cancellato.
Dalla posizione di critica cezanniana dei confronti dell’Impressionismo, dalla ricerca di definizione organica della materia che essa esprime, nasce, su un altro versante, il Cubismo che trova a Parigi, nelle personalità di Braque, Léger e Picasso, le sue espressioni più alte. Se il soggettivismo espressionista o surrealista è di origine emotiva o psicologica, il Cubismo è un soggettivismo di natura mentale. Esso tende a spogliare l’oggettività delle sue forme impure e a restituircela nei suoi lineamenti più organici e razionali; ricostruisce, in sostanza, l’universo secondo una fisicità indistruttibile, in grado di formare un punto d’appoggio che resista agli incidenti della storia e delle crisi psicologiche dell’uomo.
Un tentativo razionalistico che porterà fatalmente all’Astrattismo, dove il disancoramento completo della realtà si esprimerà attraverso costruzioni visive che terranno conto soltanto del mondo interiore; di esso, filoni principali appaiono quello legato all’opera di Kandinsky, ricco di elementi emotivi, e quello d’origine rigoristica di Mondrian che tende a superare passionalità e turbamenti mediante un accanito processo di spersonalizzazione.
Fondamentale episodio del movimento è quello russo che ritroverà in seguito i termini della realtà con il Costruttivismo, uno degli episodi più alti dell’arte moderna, espressione viva della Rivoluzione, che il riflusso staliniano doveva, con il suo conformismo ideologico, soffocare irreparabilmente.
Accanto al Cubismo e all’Astrattismo si colloca il Futurismo, il solo movimento italiano del XX secolo che rompe i limiti del provincialismo e ripropone, con Boccioni soprattutto, i termini di un’arte contemporanea che di prepotenza tende a inserirsi nel circolo più vitale della realtà.

La seconda parte del volume raccoglie una serie di documenti assai preziosi per illuminare le ragioni di ogni singolo movimento; e in particolare mi riferisco alle poetiche che per la prima volta appaiono in modo tanto organico. Pregio indiscutibile dell’opera e che può favorire la più ampia diffusione è la sua leggibilità, tipica, tra tanti estensori di geroglifici, dell’autore. Sicché una materia così complessa appare varia e piacevole come il più avvincente dei romanzi.

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In un prossimo futuro tratterò singolarmente ogni movimento pittorico.

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LE AVANGUARDIE ARTISTICHE DEL XX SECOLOMario De Micheli
Universale Economica Feltrinelli

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DONNA CON FIORE (Vahine no te tiare) – Paul Gauguin

   
 DONNA CON FIORE Vahine no te tiare (1891)
Paul Gauguin – Pittore francese – (1848-1903)
Ny Carlsberg Glyptotek Copenaghen
Olio su tela cm. 70 x 46



Il dipinto reca la firma dell’artista in alto a destra - P. Gauguin 91 -, posta con estro in posizione obliqua con intento decorativo a imitare l’andamento dei fiori.
Al centro in alto leggiamo chiaramente la scritta - Vahine no te tiare - (Donna con fiore) che suggerisce l’idea di un manifesto ideale dell’artista, quello di una fede incrollabile nella purezza del mondo primitivo dei cui valori è portatrice quella ragazza, quasi a rappresentare una attualizzazione del tema della Madonna.
Il quadro fu esposto nel 1892 alla Galerie Bousod e Valadon di Parigi e a Copenaghen al Bàtiment des Expositions Libres del 1893.
Del quadro esiste uno studio acquerellato ma "allo specchio".
L’opera è una delle prime espressioni artistiche che Gauguin realizza durante il primo soggiorno a Tahiti e manifesta ampiamente il genuino entusiasmo dell’artista di fronte a un mondo completamente nuovo rispetto a quello in cui era vissuto fino allora, dove si era sentito nulla più che un fallito sia come artista che come uomo.
Entusiasmo che si rivela nella scelta fiera ed orgogliosa di risolvere il dipinto con l’uso pressoché esclusivo di colori primari stesi in larghe zone piane in cui è quasi del tutto bandito il chiaroscuro.
Altrettanto fieri sono gli accostamenti tra le tonalità complementari che fanno risaltare maggiormente la figura femminile.
Lo stesso entusiasmo accompagna la disposizione dei fiori nello sfondo, talmente libera da annullare ogni riferimento realistico.
Anche il contenuto marcato e sintetico indica l’astrazione dell’artista dal contesto reale per volgersi a una realtà autonoma dove l’armonia lineare insieme a quella cromatica vale per se stessa. Ecco perché per il pittore non sono rilevanti le proporzioni del corpo della figura femminile, mentre prevale ciò che di quella modella lo ha colpito di più, ovvero i tratti marcati e dolcissimi del volto e le calde tonalità del carnato a cui si è poi ispirato per la composizione dello sfondo. E’ probabile che la donna ritratta sia la stessa modella de IL FIORE CHE ASCOLTA dello Spaulding di Boston, dove la composizione è più immediata e istintiva e la costruzione più semplificata.
Nel suo libro NOA NOA, Gauguin racconta che, colto da una passione improvvisa e fortissima per quel modo tutto particolare con cui la giovane teneva il fiore sull’orecchio, eseguì subito un ritratto (dovrebbe trattarsi della versione di Boston), operazione immediatamente ripetuta quando la ragazza ritornò da lui con un abito più elegante (in questo caso si tratta del quadro di Copenaghen).

Paul Gauguin nacque a Parigi nel 1848, ma, a seguito degli avvenimenti di quel periodo, trascorse l’infanzia in Perù, presso la nonna materna. Nel 1865 si arruolò in marina e lì sentì parlare per la prima volta in termini entusiastici dell’Oceania. Nel 1871, con la fine dell’Impero napoleonico, abbandonò la marina ed entrò in un’agenzia di cambio. Fu in quel periodo che iniziò a dipingere. Nel 1873 sposò Mette Sophie Gad che gli dette cinque figli.
Conosciuto Pisarro, Gauguin entrò a far parte del gruppo degli impressionisti e la prima mostra in cui vi comparve insieme fu tenuta nel 1880 in Rue des Pyramides. Nel 1883 fu costretto a lasciare il lavoro; per un po’ si illuse di poter provvedere alla famiglia con la pittura e la scultura, invece poco dopo fu costretto ad intraprendere una nuova attività in Danimarca, che purtroppo fallì rapidamente.
La vita dal 1885 si fece sempre più difficile, obbligandolo a dividersi dalla famiglia, e nel 1886, dopo aver partecipato all’ultima esposizione degli impressionisti, si spostò a Pont-Aven in Bretagna, dove conobbe Emile Bernard. In quello stesso anno conobbe Van Gogh a Parigi. L’anno dopo Gauguin si imbarcò per Panama, un altro fallimento che non fece altro che peggiorare la situazione. Il secondo soggiorno in Bretagna fu nel 1888, e in questo ambito furono gettate le basi per la nascita del simbolismo.
In quello stesso anno si consumava la triste convivenza con Vincent Van Gogh ad Arles.
Tra il 1889 e il 1890 Gauguin tornò ancora a Pont-Aven. Intanto aveva esposto al Caffè Volpini con il gruppo dei simbolisti sintetici.
Nel 1891 Gauguin partì per Tahiti; dopo un anno il su precario stato di salute lo costrinse a ritornare in Francia. Nel 1895 tornò di nuovo a Papete dove, vivendo tra mille difficoltà, tentò persino il suicidio.
Paul Gauguin morì l’8 maggio del 1903.




Lo strano caso del dottor Jekyll e di mister Hyde (The Strange Case of Doctor Jekyll and Mister Hyde) - Robert Louis Stevenson

IL BENE E IL MALE


Robert Louis Stevenson, autore di romanzi, saggista e poeta, nacque a Edimburgo nel 1850. Visse poco (morì nel 1894, alle Samoa..., appena quarantaquattro anni, caratterizzati però da un'intensa attività letteraria e, purtroppo, da una disgraziata instabilità di salute. Il suo stato fisico precario lo costrinse a viaggiare molto, passando da un a casa di cura all'altra e sempre costretto alla ricerca del clima più adatto (fu anche in Svizzera) a frenare i preoccupanti progressi del suo male.

Gli studi di ingegneria, ai quali, per tradizione di famiglia, era stato avviato, furono interrotti, un po' per la sua modesta propensione alle discipline tecno-scientifiche e molto perché la loro pesantezza mal si consigliava con la sua delicata natura. Conseguì peraltro la laurea in giurisprudenza, senza mai esercitare però l'avvocatura. Questo, fra l'altro, perché sin dalla fanciullezza si era sentito attratto verso la letteratura, cui si dedicò interamente (anche se con scarsa fortuna, almeno all’inizio). Comunque ebbe pubblicato in giovanissima età il suo primo lavoro di un certo impegno, un saggio d'indagine storica, e, sui ventun anni, cominciò a collaborare all'"Edimburgh University Magazine" e al "Portaolio".

La vita letteraria di Stevenson ebbe un'impennata con la pubblicazione dell'"Isola del tesoro" (la cui recensione la proporrò prossimamente), un romanzo d'avventure che gli assicurò le celebrità e che, con "Lo strano caso del dottor Jekyll e del signor mister Hyde", uscito nel 1886, e con "Il signore di Ballantrae" (1889), viene considerato il suo capolavoro. Va però detto che addirittura questa splendida opera, "L'isola del tesoro", portò i critici letterari del suo tempo, e anche molti di quelli venuti dopo, a considerare Stevenson per parecchi anni soltanto uno scrittore per ragazzi. Dopo la sua scomparsa, anzi, non mancò chi lo dipinse come un saggista di maniera poco originale e un modesto poeta, pur essendo già famosi quei romanzi che, più attentamente vagliati, avrebbero successivamente guadagnato all'autore la reputazione di scrittore dalla forte personalità e originale, come dimostra peraltro con chiarezza il magnifico stile che si riscontra nell'opera di cui ora vi parlo, un modo di narrare che è stato autorevolmente definito uno dei più validi del secolo scorso.

"Lo strano caso del dottor Jekyll e del signor Hyde", è un’opera singolare, fantastica (tanto più se ci si limita a "leggerla" soltanto) e interessantissima, vigorosa, significativa. Significativa, voglio ripeterlo, se la suggestione della storia non distoglie dalla sua essenza. Il tessuto narrativo è avvincente e splendido, impeccabile il linguaggio, ma importantissimo ne è l'insegnamento, vitale messaggio, profonda analisi dell'anima umana, della coscienza.

Il bene e il male, che sono parti essenziali dell'uomo, e fondamentali, eccoli, nel racconto, materializzati : sono il dottor Jekyll e il signor Hyde, l'uno e l'altro sono soltanto il primo dei due.

Via il fardello della coscienza, si dice lo stimato dottor Jekyll, via libera alla malvagia creatura che vive in me e che vuol vedere la luce..., ecco, nasce Hyde, quest'essere diverso dal dottore anche nel fisico, più piccolo, brutto, inspiegabilmente deforme, tale da suscitare un sentimento di disgusto su chiunque lo veda. Quest'essere che è "male puro", che via via domina Jekyll, lo minaccia, lo terrorizza, lo vince, ma che è Jekyll stesso... Uniti in un comune destino, che si chiude inesorabilmente su entrambi, ecco la loro fine... Jekyll muore nelle sembianze di Hyde, si uccide, ha quest’ultimo coraggio.

Oltre a quelli già citati, i più importanti romanzi di Stevenson sono "Il principe Otto", "Rapito", "Catriona", "Il riflusso", "La freccia nera". Scrisse inoltre molti saggi, le splendide pagine di "Nei mari del Sud", poesie, racconti e alcuni lavori teatrali.

"The Strange Case of Doctor Jekyll and Mister Hyde" è il titolo originale di quest'opera. La narrazione, magnificamente costruita, appassionante e fantastica, può distogliere (accadde ai contemporanei dell'autore) dalla semplice interpretazione che dell'opera si deve dare : come ho detto, Stevenson ha voluto spiegarci uno dei tanti temi essenziali della vita, continuamente combattuta tra il richiamo degli ideali e le tentazioni del male: questo è il significato di questo capolavoro.


VEDI ANCHE . . .



MASACCIO - Pittore del Quattrocento (Painter of the Fifteenth Century)

TOMMASACCIO


Un passo di Giorgio Vasari, l’autore di quelle “Vite” che rimangono uno dei primi e dei più suggestivi testi della nostra letteratura artistica, ci fornisce di Masaccio un ritratto indimenticabile:

“L’origine di costui fu da Castel San Giovanni di Valdarno. Fu persona astrattissima e molto a caso, come quegli che, avendo fisso tutto l’animo e la volontà alle cose d’arte sola, si curava poco di sé e manco di altrui. E poiché egli non volle pensar già mai in maniera alcuna alle cure o cose del mondo, e non che altro al vestire stesso, non costumando riscuotere i danari dai suoi debitori, se non quando era in bisogno estremo, per Tommaso che era il suo nome fu da tutti detto Masaccio. Non già perché ei fusse vizioso essendo egli la bontà naturale, ma per la tanta trascuraggine. Con la quale niente di manco era egli tanto amorevole nel fare altrui servizio e piacere, che più oltre non può bramarsi”.

Da queste righe viene fuori un Masaccio tutto preso dalla sua arte animato da un fervore profondo, tanto da trascurare ogni altro interesse. Ed è un Masaccio che ben s’accorda al carattere della sua pittura, così densa di sentimento, così concentrata, priva di eleganze e di preziosità, così antigotica, se si pensa specialmente alla raffinatezza decorativa di tanto gotico cortese. Eppure questo artista, che apre, si può dire, col suo severo e appassionato impeto, il Quattrocento fiorentino è quindi il Rinascimento italiano vero e proprio, ebbe una vita brevissima: Morì infatti a Roma prima ancor d’aver compiuto i ventisette anni.

Masaccio, di ser Giovanni di Mone Guidi, era nato il 21 dicembre del 1401. La prima notizia certa che di lui si ha è quella della sua iscrizione, nel 1422, all’Arte dei Medici e Speciali, a cui in Firenze dovevano aderire anche i pittori. Il Vasari indica come suo maestro Masolino da Panicate, col quale lavorò in collaborazione anche all’ultima opera della sua vita, la Cappella Brancacci.
Ma quale è il senso dell’arte di Masaccio nel contesto del primo Rinascimento? C’è un fatto che anche i critici di indirizzo più diverso sono concordi a sottolineare, ed è il legame preciso della sua pittura con la pittura di Giotto. Il Berenson scrive addirittura che Masaccio è “Giotto rinato”, un Giotto “che ripiglia il lavoro al punto dove la morte lo fermò…, che immediatamente fa suo quanto era stato trovato durante la sua assenza…, che approfitta delle nuove condizioni e delle nuove richieste”. E aggiunge… “Immaginate questo miracolo, e capirete Masaccio”
Del resto era tale anche il pensiero di Leonardo, che solo in Masaccio vedeva il continuatore di Giotto. Arnold Hauser riconosce che un simile legame nasce particolarmente dal riproporsi, all’epoca di Masaccio, di condizioni sociali ed economiche in qualche modo affini a quelle del periodo grottesco… “Dopo le scosse della crisi finanziaria, della peste e del tumulto dei Ciompi, questa generazione deve, si può dire, rifarsi da principio… A Firenze torna a dominare una mentalità obiettiva e realistica, aliena dal romanzesco…, e contro la concezione aristocratica e cortese dell’arte, un nuovo, fresco, robusto naturalismo riesce ad affermarsi, man mano che la borghesia torna a consolidarsi. Quella di Masaccio e di Donatello giovane è l’arte di una società ancora in lotta, benché profondamente ottimista e sicura della vittoria, è l’arte di un nuovo tempo eroico del capitalismo, di una nuova epoca di conquistatori”.
Se questo giudizio è vero, non è dunque difficile capire quel senso di virile e drammatica energia che i personaggi di Masaccio sprigionano col loro impianto, col loro spessore plastico, con la potenza dei loro caratteri, la fierezza e l’intensità delle fisionomie. Egli conosce la prospettiva, e le sue linee arrivano alle distanze dei monti, allargando gli spazi delle solenni composizioni. Il paesaggio è calmo, i gruppi si riuniscono con ordine dignitoso, ed i corpi mantengono la solidità delle forme nei portamenti eroici. L’accordo fra la luce e l’ombra, il chiaroscuro, fortifica il colore e si gradua nella successione dei piani per dare evidenza costruttiva ai volumi e unità all’atmosfera. Masaccio non fa eccezioni nello studio assiduo della natura…, scultoreo nella potenza del modellato, panneggia le figure sentendone i corpi…, i partiti delle pieghe hanno rilievo di dorsi e profondità di solchi…, l’anatomia e la muscolatura si affermano con esattezza, e la maturità tecnica sviluppa i movimenti con contorni semplici e sobri, che coordinano le parti in azione. Il sentimento si traduce nella schietta espressione delle facce…, il tipo è sostituito dall’individuo, e la comprensione dell’universale non copia schemi né adula immagini.
Tutto ciò lo si può vedere in sommo grado nel suo capolavoro, cioè negli affreschi della Chiesa del Carmine di Firenze. Masaccio fu chiamato a lavorare a quest’opera nel 1427 proprio da Masolino di Panicate, ormai non più suo maestro ma collega. Il lavoro consisteva nell’affrescare, per conto di un committente di nome Brancacci, una cappella. Tema… la vita di San Pietro. Masaccio eseguì sei riquadri, gli altri furono eseguiti da Masolino e più tardi da Filippino Lippi.

I soggetti di mano del Masaccio sono…

- IL BATTESIMO DI NEOFITI

- IL TRIBUTO

- SAN PIETRO GUARISCE GLI INFERMI CON LA SUA OMBRA

- LA DISTRIBUZIONE DEI BENI DELLA COMUNITA’ E LA MORTE DI ANANIA

- LA RESURREZIONE DEL FIGLIO DI TEOFILO E SAN PIETRO IN CATTEDRA

- LA CACCIATA DAL PARADISO TERRESTRE

Quest’ultimo affresco, che non fa parte delle storie di San Pietro, è dipinto fuori dal loro contesto.
Ciò che colpisce maggiormente in questi affreschi è l’essenzialità della rappresentazione… un’essenzialità che però non è rigidità e neppure schematicità, ma una essenzialità ricca, vibrante, che si dispone in composizioni sicure di personaggi, di gesti, di ritmi solenni e ciononostante aderenti alla verità quotidiana della vita, misurati sui sentimenti. Quella che poi sarà la grande vittoria della prospettiva rinascimentale, come un sigillo ordinatore, come un’istanza di dominio intellettuale sulla realtà, qui mantiene ancora un’emozionante forza intuitiva, anche se il problema è presente con chiara coscienza e intelligenza.

Queste doti di Masaccio si rivelano già in altre sue opere precedenti …

- SANT'ANNA, LA MADONNA E IL BAMBINO (1425 circa) - Masaccio - Uffizi a Firenze (vedi scheda)

- IL POLITTICO di Pisa

- SS. TRINITA' di Santa Maria Novella a Firenze (vedi scheda)

Ma non c’è un dubbio che la Cappella Brancacci resta l’esempio definitivo del genio masaccesco. Chiamato a Roma per affrescarvi un’altra cappella in San Clemente, Masaccio non fece più ritorno in Toscana. A Roma morì infatti nell’autunno del 1428.


VEDI ANCHE ...

SS. TRINITA' (1427 - 1428 circa) - Masaccio

CROCIFISSIONE (1426) - Masaccio

MADONNA IN TRONO (1426) - Masaccio

SANT'ANNA E LA VERGINE (1424 - 1425 circa) - Masaccio


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