domenica 20 gennaio 2008

LA LETTERA SCARLATTA (The Scarlet Letter) - Nathaniel Hawthorne


"In una giornata di pioggia mi accadde di fare una scoperta di qualche importanza. Rovistavo quei documenti, leggevo di uomini e di cose passate, di battelli che da gran tempo giacevano in fondo al mare, di mercanti dei quali non era rimasto che il nome su qualche pietra sepolcrale; e questo bastava ad esercitare la mia fantasia impigrita dall’ozio ed a resuscitare le immagini di quelle lontanissime età, quando l’America era stata scoperta da poco.

Finché non ebbi tra le mani un piccolo fascio di documenti avvolti in una pergamena; pensai che si trattasse di carte d’ufficio, che in quei tempi si era soliti avvolgere nella pergamena".
Così ci spiega come venne a conoscenza della lettera scarlatta lo scrittore americano Nathaniel Hawthorne.

Era impiegato alle dogane della cittadina di Salem, nel Massachussets, intorno agli anni 1846-1850, e quindi gli era capitato di trovare antichi documenti che ricordavano quella lontana storia della fine del Seicento. Naturalmente questo della scoperta dei documenti non è che un espediente letterario che serve da introduzione: ma è interessante, perché ci dà notizie autobiografiche dello scrittore, ci immette nell’ambiente in cui la storia si svolge, e cioè la colonia puritana di Salem, nel secolo XVIII.
Sappiamo bene che sulle coste occidentali degli Stati Uniti, durante tutto il secolo seguito alla scoperta dell’America si fossero stabilite delle colonie di emigranti dall’Europa, in particolare, era profughi di razza anglosassone, e di religione protestante. Erano i cosiddetti puritani; essi conducevano una vita dominata dai loro rigidissimi principi morali, avevano costumi severi, e punivano con durezza anche i peccati più lievi. Naturalmente in questi loro costumi c’era anche moltissima ipocrisia, ed era inevitabile che essa fiorisse, dato che spesso il loro rigorismo giungeva ad estremi innaturali, mortificando tutto ciò che di sincero, libero, gioioso vi era nella vita.
Ebbene, proprio in una di queste colonie puritane, quella appunto di Salem, fin dalle prime pagine di Hawthorne , noi assistiamo ad un episodio tipico di una crudele mentalità.

Una donna, Ester Prynne, viene esposta sul palco della gogna, con in braccio la sua bimbetta. Essa, sposata con un medico che era rimasto in Europa, aveva avuto quella figlia da un suo amore adulterino. Per questa colpa, veniva costretta ad offrirsi al ludibrio del popolo, e condannata a portare una grande lettera scarlatta, una A (adultera), cucita sul petto.
Nella folla che osserva e commenta e grida invettive , c’è un vecchio sconosciuto, misterioso. Veniamo presto a sapere che è il marito dio Ester, che mille avventure avevano tenuto lontano da Salem. Egli si propone come unico scopo di far vendetta del tradimento della moglie, scoprendo chi sia stato il suo amante. Uomo astuto e maligno, fa amicizia col pastore della piccola comunità, il reverendo Arturo Dimmesdale, va ad abitare con lui, gli offre i suoi servigi come medico, e non tarda a rendersi conto che l’uomo che cerca è proprio lui, il pastore.
Arturo Dimmesdale e Ester Prynne, si erano infatti amati teneramente. Nata la bambina, Ester non aveva voluto che il loro peccato travolgesse anche il pastore, e ne aveva da sola sopportato le conseguenze
, permettendo così a Dimmesdale di continuare a predicare i suoi sermoni in chiesa, venerato da tutti.
Ora che il marito conosce la verità, la sua presenza è un continuo tormento per i due. In una bellissima scena, che si svolge in un bosco, Ester ed Arturo si incontrano. e la donna, cui gli anni di mortificazione non hanno cancellato l’indole sana, coraggiosa, non hanno offuscato il carattere forte, invita il pastore a fuggire da quel luogo di pregiudizi, per dedicarsi agli studi e alla scienza. Lei e la bambina fuggiranno con lui.
Ma Dimmesdale, tormentato da quello che egli sente come peccato, lacerato da una parte dalla sua convinzione di avere da compiere la missione di pastore e dall’altra dal suo senso di colpa nei confronti della donna e della figlia, esita, ha paura. Spinto da Ester ha quasi tutto combinato col capitano di una nave, che dovrebbe portarli lontano, quando viene a sapere che anche il medico ha stabilito di partire con quella stessa nave. Ciò determina in lui il crollo. E mentre sta svolgendosi nella cittadina una festa, egli sale sul palco della gogna, e proclama davanti a tutti che lui, il pastore, è l’amante della donna che porta la terribile A scarlatta sul petto. Poi cade fulminato.

Pur compiacendosi nel corso del romanzo di calcare la mano sui motivi romantici della storia (l’amore-colpa della donna, il tormento del pastore, il satanismo del marito, i segni misteriosi del cielo, ecc.) e abbondando in pagine misticheggianti, Hawthorne tuttavia ha saputo darci un quadro fedele dell’America del ‘600, della vita delle colonie puritane, dei loro costumi, che tanta traccia lasciarono poi nella storia dell’intero Paese. Ed ha saputo anche levare una protesta contro le irragionevoli e innaturali mortificazioni legate a pregiudizi religiosi, a presunti principi morali astratti e inumani. Per questo Hawthorne merita uno dei primi posti nella storia della letteratura americana.

Nato a Salem nel 1804, egli morì a Plymouth nel 1864, lasciando numerose opere, come "I racconti detti due volte", Muschi del vecchio presbiterio", "La casa dei sette comignoli", ecc., di cui "La lettera scarlatta" è senz’altro il capolavoro.



IL BACIO (The kiss) - Gustav Klimt


IL BACIO (1907 – 1908)
Gustav Klimt (1862 – 1918)
Osterreichische Galerie – Vienna
Tela cm. 180 x 180

IL BACIO, opera firmata da Klimt in basso a destra, fu acquistato dalla Osterreichisches Staatgalerie nel 1908. Fu considerato il capolavoro dell’esposizione “Kunstschau Wien 1908”, prima manifestazione ufficiale del gruppo degli artisti uscito nel 1905 dalla Secessione Viennese, detto anche “gruppo di Klimt”. L’esposizione ebbe luogo in una sede provvisoria progettata da Josef Hoffmann ed edificata sul terreno della vecchia sala dei concerti viennesi. All’esposizione partecipò anche Oscar Kokoschka che eseguì uno dei manifesti.

IL BACIO è considerata l’opera più matura e ricca del rigoglioso “periodo d’oro” dell’attività artistica di Gustav Klimt.Gli elementi che troviamo in questa composizione rimandano ad altri dipinti precedenti.
Il tema dell’abbraccio era un tema già trattato da Klimt nel FREGIO DI BEETHOVEN ed anche nel FREGIO STOCLET. Gli elementi decorativi quadrati, rettangolari, triangolari, spiraloidi, e il campo fiorito sono già stati usati ma il motivo centrale, in questo particolare dipinto, è sicuramente l’uso intenso del fondo dorato che conduce ad affrontare la questione della simbologia del colore…

“…l’oro, come colore di un altro mondo, più propriamente come non–colore, riempie il quadro con contrasti raffinati, ha oro opaco e oro brillante”.

IL BACIO, come L’ALBERO DELLA VITA e L’ATTESA, sono opere in cui i rari volti, di un contrastante naturalismo, si incastonano come gemme in un intrico di materie preziose e rilucenti.Gustav Klimt ancora una volta si consacra pittore dell’erotismo per eccellenza. Il tema della fusione amorosa e del potere risanatore dell’eros e dell’arte, è risolto con un eccesso lirico-decorativo.

Anche l’opera di Munch, IL BACIO, del 1897, gli amanti i cui volti sono fusi in uno solo, sono congiunti in una campana tragica dal colore fosco dove risuona un tocco amaro di perdizione e di colpa. Nel quadro di Klimt la campana rende in forma visiva un’utopia d’amore, congiunge la qualità protettiva del grembo con il sogno verticale dell’ascesa. In questo matrimonio cosmico l’unica vera protagonista è la donna…, nel suo volto delicato si può leggere tutta la dolcezza dell’abbandono. L’estasi erotica per Klimt non può che essere coniata al femminile ed è in quella capacità di ricettività e di abbandono che gli appare la chiave di una presunta “superiorità” femminile.

Gustav Klimt nacque il 14 luglio 1862 a Baumgarten, un sobborgo di Vienna.
Nel 1876 si iscrisse alla Kunstgewerbeschule di Vienna, che frequentò fino al 1883.
Nel 1888 gli venne consegnata la Croce d'oro al merito.Nel 1898 ebbe la sua prima mostra. Nel 1903 Klimt viaggiò a Venezia, Ravenna e Firenze. Rimase molto impressionato dalla luminosità dei mosaici bizantini.
Nel 1911 ricevette il primo premio dell'Esposizione Internazionale di Arte di Roma.
Morì il 6 febbraio del 1918, a séguito di un attacco apoplettico.


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IL BACIO - Gustav Klimt

IL PARCO DI SCHONBRUNN - Gustav Klimt

VENERE D'URBINO (Venus of Urbino) - Tiziano Vecellio


VENERE D’URBINO (1537-1538)
Tiziano Vecellio (1488-1576)
Galleria degli Uffizi – Firenze
Olio su tela cm. 119 x 165


Nel Cinquecento l’interpretazione dei soggetti pittorici in chiave allegorica è molto diffusa, perciò la maggior parte dei critici ritiene che questa tela raffiguri la celebrazione dell’amore coniugale.

Il vaso di mirto alla finestra è l’attributo caratteristico di Venere e rappresenta anche la costanza in amore; le rose, che la giovane donna tiene in mano, sono un’ulteriore simbolo dell’amore duraturo, così come il cane è simbolo di fedeltà, il tutto immerso in un’atmosfera familiare e rassicurante.
La VENERE D’URBINO può essere paragonata alla VENERE di Dresda, attribuita a Giorgione, o anche alla collaborazione tra Tiziano e Giorgione.
Se il tema e la composizione di queste opere sono molto simili, lo spirito che pervade è del tutto diverso: in Tiziano si trova un carattere intimista, caloroso, sensuale e un’unità compositiva che manca alla VENERE del Giorgione, posta in primo piano e non integrata nel paesaggio, in modo da offrire un aspetto un po’ teatrale alla scena.
Nell’opera di Tiziano la materia è vibrante, i colori si fondono delicatamente gli uni con gli altri, mentre in Giorgione i rapporti tra forma e colore sono più taglienti e rendono più fredda l’atmosfera della tela.
Nella VENERE D’URBINO lo sguardo viene subito attirato dalla luminosità della dea, ravvivata dal rosso dei cuscini e dalla gonna della domestica.

Nel 1538 Guidulbaldo della Rovere, duca di Camerino e futuro duca d’Urbino, invia un suo rappresentante, Girolamo Fantini, a Venezia per ritirare il quadro con la “Donna nuda”, oltre al proprio ritratto, opere che gli erano state promesse da Tiziano. Il dipinto entrerà in possesso delle ricche collezioni medicee nel 1631, assieme ai beni di Vittoria de’ Medici, moglie di Federico Ubaldo della Rovere. Oltre alla interpretazione allegorica del soggetto, la critica ritiene che il dipinto possa essere stato commissionato per celebrare il matrimonio dello stesso Guidulbaldo (1530) o addirittura per la ricorrenza trentennale delle nozze dei suoi genitori, Eleonora Gonzaga e Francesco della Rovere, già immortalati dallo stesso Tiziano in due ritratti oggi conservati agli Uffizi.

Il decennio 1530-1540 segna un periodo esuberante e creativo nella lunghissima e feconda vita di Tiziano che, ormai famoso, entra in contatto con Carlo V e diviene pittore ufficiale di corte. Nel 1530 esegue un ritratto dell’Imperatore, opera che però non è giunta fino a noi.
Nel 1533 un secondo ritratto di Carlo V (Museo del Prado, Madrid) gli vale il titolo di conte palatino.
In quel periodo i personaggi più importanti dell’epoca passano nello studio dell’artista, confermando ulteriormente la stima raggiunta (IPPOLITO DE’ MEDICI, 1532, Palazzo Pitti, Firenze: IL DOGE ANDREA GRITTI, 1540, National Gallery, Washington).
La celebre VENERE D’URBINO è commissionata da Guidulbaldo della Rovere nel 1538, nello stesso anno Tiziano realizza il RITRATTO DI FRANCESCO I, conservato al Louvre, riprendendolo da una medaglia di Benvenuto Cellini.

DUE NOTE SU TIZIANO
Tiziano Vecellio nacque a Pieve di Cadore intorno al 1488, e operò tuta la vita a Venezia., con ripetuti viaggi presso le corti italiane ed europee.
Della sua prima attività si conoscono la decorazione del Fondaco dei Tedeschi e gli affreschi della Scuola del Santo a Padova, datati 1510. Per intercessione di Pietro Bembo, nel 1513 venne chiamato da Leone X Roma, ma Tiziano declinò l’invito, dichiarando di volere lavorare esclusivamente per la Repubblica di San Marco.
Morto nel 1516 il Bellini, l’artista più attivato a Venezia, Tiziano ne diventa il naturale successore. Nello stesso periodo inizia il suo rapporto con Alfonso d’Este, signore di Ferrara, desideroso di ricevere da lui delle tele per completare la decorazione del suo CAMERINO D’ALABASTRO per il quale eseguì poi tre BACCANALI. L’esecuzione nel 1533 del ritratto dell’imperatore Carlo V contribuì a consolidargli la fama in patria. Per Francesco Gonzaga eseguì la serie dei CESARI, giunta in città nel 1537.
Sono gli anni questi durante i quali Tiziano si stacca dal naturalismo giovanile per aderire, con una personalissima reinterpretazione, alla MANIERA. I quadri che meglio esprimono la nuova tendenza stilistica sono l’INCORONAZIONE DI SPINE (1540, Parigi, Museo del Louvre) e la DANAE (1544, Madrid, Museo del Prado).
Nel 1545 Tiziano fece un viaggio a Roma, dove venne accolto da Vasari e Sebastiano del Piombo che lo accompagnarono a rendere omaggio al vecchio Michelangelo.
Tornato a Venezia, per Tiziano ebbe inizio una frenetica attività al servizio delle corte europee, ma soprattutto assillato dagli Ausburgo da continue commissioni. Enrico III re di Francia, di passaggio a Venezia nel 1574, volle rendergli onore recandosi nella sua bottega.

Tiziano morì il 27 agosto 1576 vittima dell’epidemia di peste e venne sepolto nella chiesa di santa Maria de’ Frati a Venezia.



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ANDRE' FOUGERON e il realismo francese (French Realism)

    
Lampade di minatori nelle tele di Fougeron


Il mondo del lavoro, con le figure di operai, di contadini, offre una vasta tematica al maggiore pittore realista francese del dopoguerra.

André Fougeron è nato a Parigi nel 1913. Egli è stato il più noto rappresentante del realismo figurativo francese, l’artista che più conseguentemente e con più coraggio s’è battuto nel suo Paese per un’arte civile e umana.
Fougeron non ha potuto frequentare accademie…, allo studio della pittura però dedicò, da giovane, tutte le ore che il lavoro d'operaio alle officine Renault gli lasciava libere.
La sua attività ufficiale di pittore incomincia nel 1938. Si tratta tuttavia di un’attività legata ancora agli schemi del formalismo moderno. Ma anche all’interno di questi schemi, per l’autentica energia pittorica che è in lui, Fougeron riesce a rivelarsi come uno dei migliori talenti artistici francesi di quella generazione.
La critica infatti ne sanzionò l’apparizione con un largo consenso, includendolo nelle più importanti manifestazioni nazionali e internazionali, accanto ai nomi di quegli artisti che sono considerati i maestri della moderna scuola francese.
E’ durante la Resistenza, a cui attivamente partecipa, che in Fougeron si svegliano motivi, sentimenti e ragioni che lo spingono a rivedere tutta la sua posizione di artista e di uomo.
Il risultato di questa revisione spingerà Fougeron a lasciare le secche del formalismo per dedicarsi interamente e accanitamente alla ricerca realista.
E’ questa sua decisione che farà parlare dello scandalo di Fougeron.
Tutti gli daranno la croce addosso, soprattutto i critici che poco tempo prima lo avevano salutato come una delle forze vive della giovane pittura francese. A tutta questa gente però Fougeron risponde in maniera quanto mai energica e precisa sia con le opere che con gli scritti…

“La pittura fu, da principio, sui muri delle caverne, l’immagine delle bestie, spaventevole nutrimento dei nostri antenati…, poi l’immagine delle divinità che gli uomini credevano propizie a scongiurare il disastro degli elementi scatenati…, e infine tutto ciò diventò una donna che offre il seno a un bambino incoronato da un’aureola… simbolo anch’esso della vita che si rinnova incessantemente, dell’avvenire sempre più bello. Ma oggi a quale evoluzione umana è legata la sorte della pittura? Alla mia, risponde una voce. Ma quale? Quella dello schedario degli indirizzi di una buona galleria. Ciò equivale a 1500 nomi ben scelti. Tra gli onesti amatori che si dilettano degli accordi proposti dal pittore, quanti sono quelli che pensano… La pittura è veramente un buon impiego del mio denaro? Che cosa varrà tra dieci anni? Questa è l’élite. Quelli che lo proclamano hanno la bocca piena. Ma oggi l’élite bisogna cercarla altrove. Essa è là dove si trova la sorgente dell’ispirazione necessaria alla rinascita artistica… nel popolo, nella forza del popolo, perché quelli che vivono sono quelli che lottano e perché l’arte è sempre dalla arte della vita”.

Fougeron ormai non ha più esitazioni. Tutto il suo impegno adesso è quello di creare una pittura che trovi l’innesto nella grande tradizione nazionale del suo Paese, una pittura che racconti le gesta del suo popolo, che ne esprima le idee e le aspirazioni… una pittura di storia.

Fougeron crede fermamente che una larga prospettiva si apra per una nuova pittura di storia, senza che ciò impedisca per nulla altre inclinazioni rivolte verso il paesaggio, la natura morta o le scene di genere. Proudhon ha potuto essere contemporaneo di David ed ottenere grandi successi. La pittura di storia conosce la sua ora quando la storia si scrive col sangue e le lacrime di quelli che vogliono cambiare il suo corso seminato di troppe ingiustizie. Questo era il suo pensiero.

Da queste ragioni e da questi propositi nascono le sue opere più importanti, suscitando polemiche, dissensi e approvazioni, persuadendo altri numerosi giovani artisti a mettersi sulla via del realismo…, dall’ASSASSINO DI ANDRE’ HOULIER sino ai CONTADINI FRANCESI DIFENDONO LA LORO TERRA . I temi patriottici della lotta per la pace e per l’indipendenza nazionale sono i temi a cui egli di preferenza si rivolge. Così puree è la vita del suo popolo che gli ispira una folta serie di quadri, come quelli sul PAESE DELLE MINIERE, quadri che egli ha dipinto vivendo per sei mesi tra i minatori del Passo di Calais, tra i più belli della sua produzione.

Negli anni passati erano state allestite due ricche mostre personali di Fougeron a Milano e a Roma, ma non ha portato nessuno dei suoi grandi quadri, tuttavia si può dire che le tele finora esposte siano un compendio di tutta la sua fatica di pittore, in quanto in esse si condensano sia i suoi motivi di ispirazione che i suoi modi pittorici…

- La contadina che prepara i formaggi
- Il garzone di fattoria
- Le lampade dei minatori
- Il minatore morto
- Una riunione nel 1844
- Il funerale del figlio di Victor Hugo nei giorni della Comune.

Questi sono i titoli di alcune delle tele che sono state esposte…, come si può constatare si tratta di quadri che appartengono apertamente alla tematica fougeroniana.
Fougeron è un pittore solido, preciso, compiuto. Egli riesce a dare il senso delle cose, degli oggetti, il loro peso, la loro materia. La sua pennellata robusta, la sua forza cromatica piena di consistenza. Dal 1948 fino agli anni sessanta la staticità classicheggiante appresa da David si è andata modificando in una visione più animata. Nelle nature morte, in cui gli strumenti dell’operaio vivono quasi come ritratti, si fa sentire la lezione di Courbet, una lezione di contenuto vigore, di immediata evidenza plastica. In Fougeron tuttavia si notano pure, abbastanza frequentemente, elementi politici che rimangono esteriori alla pittura, più intenzionali e programmatici che trasformati in compiuta immagine figurativa.





Nelle sue grandi composizioni, specialmente, si scontrano spesso rigidità e incongruenze di stile, slegature, un certo frammentarismo e semplicismo ideologico. Su questi aspetti negativi della sua opera, in Francia c’è stata una discussione vivace e aperta dal poeta Argon a proposito del quadro di Fougeron CIVILTA’ ATLANTICA.
Comunque anche con questi lati negativi l’arte di Fougeron costituisce senza dubbio il risultato più avanzato del realismo francese di tutto il secolo scorso.
Nel 1946 gli è stato consegnato il premio nazionale per la pittura. E’ morto il 10 settembre del 1998

Fougeron è stata la personalità più forte sorta in Francia nel dopoguerra nel campo della pittura e, sia pure con una certa immaturità, la personalità più viva e attuale.



BACCO (Bacchus)- Michelangelo Merisi CARAVAGGIO

BACCO (1596) Caravaggio (1517-1610)
Galleria degli Uffizi – Firenze
Tela cm. 95 x 85


Per la prima volta nella storia della pittura europea il tema di Bacco, dio del vino, diventa un pretesto per raggruppare frutta e oggetti d’uso quotidiano, i veri protagonisti della scena che circonda un adolescente coronato da tralci di vite.
In un’altra opera Bacco viene rappresentato come un ragazzo di bettola malnutrito e malaticcio (BACHINO MALATO, Roma, Galleria Borghese).
Nei molteplici aspetti della realtà che ispirano Caravaggio non esiste né la gerarchia dei valori né la differenza di classe.
E’ uno dei primi in assoluto ad avere una visione profana e provocatoria riguardo alle tematiche ritenute tra le più sacre, così la sua MADDALENA PENTITA è vista come una donna del popolo, sola con la sua sofferenza all’interno di una povera camera spoglia.
Sarà questa poesia realistica ad affascinare Courbet, Manet e Cézanne.
Il BACCO è un’opera giovanile, dove però l’artista esibisce già una straordinaria abilità nella resa della bellissima natura morta in primo piano. Nel volto dell’adolescente è stato individuato un possibile autoritratto, ma probabile che possa aver posato l’amico Mario Minniti, come nel SUONATORE DI LIUTO (oggi all’Ermitage di San Pietroburgo) e nella BUONA VENTURA (oggi al Louvre di Parigi).

Questo dipinto appartiene probabilmente al gruppo di opere eseguite da Caravaggio per il cardinale Francesco Maria Del Monte.
La tela giunse a Firenze forse come dono del Cardinale per il Granduca di Toscana. Ritrovato nei depositi degli Uffizi nel 1916, il dipinto è stato riconosciuto come autografo del Caravaggio dal Longhi.

Michelangelo Merisi nasce a Milano, nel 1517 e ripara a Caravaggio solo per sfuggire alla peste scoppiata nel 1576, Ritorna a Milano nel 1584 e frequenta la bottega di Simone Peterzano.
Nel 1592 parte alla volta di Roma e lavora presso la bottega del Cavalier d’Arpino.
Le prime opere romane risentono ancora della cultura naturalistica, radicata in Lombardia sin dal Quattrocento grazie alla presenza della pittura fiamminga. Per Roma questa esperienza è una novità, e suscita l’interesse del cardinale Del Monte, il più fervido sostenitore del Caravaggio, che lo introduce alla committenza più qualificata. Grazie al prelato, nel 1599 arriva la prima commissione pubblica: la decorazione della Cappella Contarelli in San Luigi dei Francesi.
La maniera anticonvenzionale di trattare il tema sacro lascia perplessi i committenti, tanto che il primo dipinto, raffigurante il SAN MARTINO e L’ANGELO (distrutto durante i bombardamenti di Berlino), viene rifiutato. L’ostilità di una parte del clero e i numerosi guai giudiziari causati dal carattere irascibile, vengono superati da Caravaggio grazie all’appoggio del cardinale Del Monte, ma nel 1606 l’artista è costretto a fuggire dopo aver ucciso, nel corso di una rissa, Ranuccio Tommasoni. Aiutato dai suoi protettori ripara dapprima a Napoli, influenzando gli artisti locali, poi in Sicilia, dove esegue opere di grande suggestione tra le quali il SEPPELLIMENTO DI SANTA LUCIA ed infine approda nell’isola di Malta. Qui il Caravaggio si rimette nei guai e ripara in Sicilia.
Intanto a Roma il cardinale Gonzaga preme sul Papa per fargli ottenere la grazia, ma Caravaggio il 18 luglio del 1610, durante una sosta a Porto Ercole, è colpito da febbre alta e muore.


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CARAVAGGIO - La riforma del Caravaggio ed i caravaggeschi

La vita di Michelangelo Merisi detto CARAVAGGIO

LA MORTE DELLA VERGINE - Caravaggio

DECOLLAZIONE DEL BATTISTA - Caravaggio

BACCO - Caravaggio

SAN GIOVANNI BATTISTA - Caravaggio

SUONATORE DI LIUTO - Caravaggio

GIUDITTA E OLOFERNE - Caravaggio

SETTE OPERE DI MISERICORDIA - Caravaggio

SEPPELLIMENTO DI SANTA LUCIA (1608) - Caravaggio 


RIPOSO NELLA FUGA IN EGITTO - Caravaggio

CENA IN EMMAUS - Caravaggio

BACCHINO MALATO - Caravaggio

CANESTRO DI FRUTTA - Caravaggio

RAGAZZO MORSO DA UN RAMARRO - Caravaggio

MARTIRIO DI SAN MATTEO - Caravaggio


I MISERABILI (Les Miserables) - Victor Hugo

    
Victor Hugo (1802 – 1885) scrisse I MISERABILI nel 1862, quando era ormai nel pieno della sua maturità letteraria.

La vicenda narrata in questo romanzo, si svolge in Francia, nella prima metà del XIX secolo. E’ un periodo caratterizzato da gravi contraddizioni sociali…, le classi più umili sono sottoposte ad uno sfruttamento insostenibile e versano nella più squallida miseria…, le insurrezioni popolari contro le ingiustizie delle classi dominanti, vengono crudelmente soffocate nel sangue.
Hugo nella prefazione dichiara esplicitamente la tesi centrale della sua opera : rivelare la “dannazione sociale” causata dalle leggi e dai costumi, e tratteggiare un quadro dei tre grandi problemi del popolo, “la degradazione dell’uomo attraverso il proletariato (dell’uomo, cioè, ridotto alla condizione del proletario), la decadenza della donna affamata, l’appassire del fanciullo che vive senza sole”.

Da questo atteggiamento di sincera partecipazione alla miseria dei diseredati nasce la storia di Jean Valjean, un povero popolano imprigionato per aver rubato del pane e trattenuto in carcere per vent’anni, in seguito ad alcuni tentativi di evasione che prolungavano continuamente la sua pena.
E quando finalmente riesce ad evadere, è oramai abbruttito dalla convivenza con i veri delinquenti dell’ergastolo…, la libertà farebbe certamente di lui un criminale, se egli non avesse incontrato il monsignor Myrel, purissima figura di fervente cristiano (nella quale non è difficile sentire una condanna alla gerarchia ecclesiastica che da tempo aveva perduto la pratica della fraternità).
Ospitato da lui, Jean Valjean fugge rubando due candelabri d’argento…, viene arrestato e messo a confronto con il sacerdote, il quale dichiara serenamente di aver donato egli stesso quei candelabri al suo ospite (e glieli dona realmente).
Questo atto di bontà colpisce profondamente l’animo di Valjean, che ritroviamo alcuni anni dopo, profondamente diverso.
Qui la storia si intreccia con quello di Fantine, una disgraziata sedotta da uno studente e costretta a fare la prostituta per mantenere la figlia Cosetta. La bimba è affidata ad una losca coppia di coniugi, che la sfruttano indegnamente…, da questa situazione la libera Jean Valjean (che ora si fa chiamare Madeleine), prendendola sotto la sua protezione.
Diventata grande, Cosetta conosce Marius (un giovane che ha abbracciato la causa del popolo e combatte sulle barricate)…, tra i due nasce un amore fresco e sincero, di cui Valjean sarà l’affettuoso tutore.
Ma un fatto improvviso viene a turbare la nuova vita dell’ex forzato. La polizia crede di aver riconosciuto l’evaso Jean Valjean in un povero deficiente, e questi sta per essere imprigionato. Valjean si sente in dovere di costituirsi per salvare l’innocente…, viene condannato ed affidato a Javert, il poliziotto – intransigente interprete delle leggi – che da anni è alla sua caccia.
Riesce a fuggire ancora una volta, ma l’implacabile Javert continua a seguirlo.
Ad un certo punto Valjean si trova nella possibilità di uccidere il suo persecutore, liberandosene definitivamente, ma preferisce salvargli la vita. Dinanzi ad una così grande prova di umanità, Javert comprende quanto sia stata cieca la sua intransigenza…, lascia fuggire Valjean e si toglie la vita.

E’ stato spesso osservato che in questo romanzo il sincero interesse di Victor Hugo per gli umili e per le loro pene rimane entro i limiti di un generico umanitarismo, e che il “socialismo” dello scrittore è astratto e puramente sentimentale. Sono osservazioni giuste…, Hugo resta in definitiva un borghese progressista, che considera la sua classe come la sola forza sociale capace di costruire un mondo0 giusto e felice, e capace di guidare anche il popolo ad un vero benessere.
Con tutto ciò il romanzo ha una grande importanza, I MISERABILI rappresentano nella storia della narrativa il culmine del romanzo sociale ottocentesco. Ogni personaggio è una tesi vivente, in lotta con le altre. Vi domina un senso vivo e pietoso dell’umanità sofferente, che fa di Jean Valjean il simbolo di tutte le persecuzioni che leggi e costumi rendono ancora possibili nella civiltà borghese.



Delle altre numerose opere di Victor Hugo, ricordo…, tra i drammi, CROMWELL, ERNAI, MARION DELORME, IL RE SI DIVERTE, LUCREZIA BORGIA, RUY BLAS…., tra le raccolte di poesie, ORIENTALI, LEGGENDA DEI SECOLI…, tra i romanzi, NOTRE DAME DE PARIS, CLAUDE GUEUZ, I LAVORATORI DEL MARE, NOVANTATRE, L’UOMO CHE RIDE…, gli scritti polemici contro Napoleone III (NAPOLEONE IL PICCOLO).



CARMEN - Prosper Merimée

  
La famiglia lo avrebbe voluto prete, ma a José piacevano troppo le armi, le ragazze e, soprattutto, il gioco della pallacorda. Come moti ragazzi navarresi, quando giocava una partita di pallacorda dimenticava ogni altra cosa. Un giorno, don José Lizzarrabengoa (il “don” gli spettava di diritto, perché era di famiglia nobile) vinse in un torneo assai combattuto un giovinastro che non aveva mai incontrato prima. Vennero a lite e di nuovo José ebbe la meglio; ma ridusse l’altro in tal modo che gli convenne lasciare il paese per non incorrere in guai molto seri.
Era la primavera del 1828. Nella Spagna, in quel tempo, non era difficile ad un nobiluomo essere arruolato in un reggimento di cavalleria, purché dimostrasse di sapere adoperare le armi; quanto al resto non si stava a guardare troppo per il sottile e non si facevano troppe domande. A don José Lizzarrabengoa non mancava proprio nulla per far carriera in un reggimento di dragoni… come tutti i giovanotti baschi, conosceva l’uso delle armi ed era coraggioso. Era anche un bel ragazzo, agile e robusto, aveva un portamento naturalmente fiero e un viso aperto, simpatico, di nobili lineamenti. In divisa e a cavallo don José faceva una bellissima figura e anche questo aveva una certa importanza.
Fu promosso brigadiere quasi subito e stava per diventare ufficiale quando un incontro non mutò il suo destino.
Fu a Siviglia, una delle più belle città della Spagna, ma anche delle più pericolose; tutto poteva accadere, a Siviglia.
Il brigadiere don José era stato messo di guardia alla Manifattura dei tabacchi, un grande e tetro fabbricato fuori delle mura, presso le rive del Guadalquìvir. Nella Manifattura erano occupate quasi cinquecento donne e al pomeriggio, nell’ora in cui le operaie rientravano al lavoro, molti giovanotti andavano a vederle passare, lanciando frizzi alle più belle.
Don José non vi partecipava: le andaluse non gli piacevano granché; preferiva le ragazze del suo paese, tanto belle e altrettanto modeste e tranquille. Queste di Siviglia, con la loro parlantina e i loro modi svelti, gli mettevano soggezione.
quel giorno, José sentì qualcuno che diceva:
…”Ecco la gitana”…e si fece avanti anche egli a guardare. Vide una ragazza piccola di statura, ma assai ben fatta; nel viso, di uno splendido color ramato, le brillavano gli occhi neri e grandi, di taglio mirabilmente obliquo. Le labbra, un po’ tumide ma ben delineate, scoprivano nel sorriso denti piccoli e bianchissimi. I capelli, lunghi e neri, avevano riflessi azzurro come ali di corvo e qualche ciocca svolazzava sul suo seno magnifico, prosperoso….
Era una bellezza strana e selvaggia. tutto in lei colpiva e non si poteva fare a meno di guardarla a lungo.
“Carmen! Carmencita! Gitanilla!” La chiamavano da tutte le parti. Ella nel camminare scostava la mantiglia per far vedere le spalle e un gran mazzo di gaggia che usciva dallo scollo della sua camicia. Aveva un fiore di gaggia anche all’angolo della bocca e procedeva muovendo i fianchi in modo civettuolo.
Rispondeva ai frizzi con lunghe occhiate in tralice, il pugno sull’anca; sfacciata come una vera zingara, quale infatti era.
José distolse gli occhi quasi con fastidio; se avessero visto al suo paese una donna come quella, si sarebbero fatti il segno della croce. Sembrava un’autentica figlia del demonio. Due o tre ore dopo, piombò nel corpo di guardia un usciere della Manifattura, trafelato, con la faccia stravolta: nello stanzone delle sigaraie c’era stata una rissa e una giovane giaceva a terra gravemente ferita. Il giovane brigadiere don José fu incaricato di prendere con sé due soldati e di andare a vedere.
La faccenda apparve subito chiarissima: tutte avevano visto Carmen, la zingara, colpire la compagna col tagliente coltellino che le serviva per spuntare i sigari. Don José prese la colpevole per un braccio e la esortò garbatamente a seguirlo. Ella indossò la sua mantiglia e si coprì la testa in modo da non lasciar vedere che gli occhi, straordinariamente grandi e neri.
Poi, apparentemente docile, seguì i soldati al corpo di guardia. Il maresciallo, sentito il resoconto del brigadiere José, ordinò che la zingara fosse condotta immediatamente in prigione.
Ma Carmen non mise neppure la punta del suo grazioso piede nelle carceri di Siviglia: al suo posto in prigione ci andò José, dopo aver subito l’onta della degradazione.
La zingara malandrina, con quattro dolci paroline sospirate in dialetto basco (la lingua della sua terra, povero José), l’aveva commosso a al punto di persuaderlo a lasciarla scappare.
Don José s’era sentito come un uomo ubriaco; la voce, gli occhi di lei, i gesti eloquenti delle sue piccole mani avevano prodotto su di lui lo stesso effetto di un liquore inebriante. Don José ebbe un bel dire al maresciallo che la zingara gli era “guizzata di mano come un’anguilla”; il maresciallo conosceva Carmen e poteva benissimo immaginare come erano andate le cose.
Addio promozione a ufficiale: ora José era di nuovo soldato semplice e avrebbe dovuto sfacchinare dieci volte di più per riabilitarsi agli occhi dei superiori. Malgrado ciò, non poteva impedirsi di pensare a Carmen con uno struggimento che lo rendeva furioso. Attraverso le sbarre della prigione contemplava il via vai della strada e tra tante donne che passavano non ne scorgeva nemmeno una che valesse quella diavola di una femmina. Se esistevano le streghe, Carmen lo era davvero: l'aveva stregato.
"Tenete - disse il secondino - questo ve lo manda vostra cugina." José prese il bel pane bianco e, sebbene stupito, non fece domande. Non aveva cugine a Siviglia. Chi poteva aver pensato a lui? Lo seppe appena vide ciò che stava nascosto nell'interno della pagnotta: una limetta inglese e una moneta d'oro da due scudi. Era senza dubbio un regalo di Carmen. Per gli zingari la libertà è tutto: darebbero fuoco ad un a città, pur di sottrarsi alla prigione. Carmen non era un'ingrata e gli offriva a sua volta il mezzo per fuggire. Ma egli non se la sentiva; aveva il suo onore di soldato e non voleva disertare.
Tuttavia, il pensiero che la ragazza si fosse ricordata di lui lo aiutò a superare con minor malinconia il periodo di pena che doveva ancora scontare.
Quando José, uscito di prigione, fu messo di servizio nella residenza del colonnello, si sentì umiliato come mai in vita sua.
Il colonnello era un uomo giovane e ricco, smanioso di divertimenti: capitavano da lui, accompagnate da azzimati ufficialetti, le donne più belle di Siviglia. Sembrava a José che tutte quante lo guardassero irridendolo.
Un giorno, era di guardia proprio alla porta della residenza del colonnello quando vide scendere da una carrozza la bella Carmen, ornata come un reliquiario, tutta oro e nastri. Indossava un ricco costume da gitana e teneva in mano un tamburello basco. Erano con lei altre due zingare e un vecchio con la chitarra. Evidentemente erano stati chiamati per divertire con musica e danze gitane gli ospiti del colonnello. La festa si tenne nel patio e José, attraverso le sbarre della cancellata, poté vedere Carmen che danzava freneticamente agitando il suo tamburello sopra la testa. Gli ufficialetti le stavano intorno indirizzandole frizzi audaci, ai quali ella rispondeva ridendo, senza alcun imbarazzo. Fu allora che don José si accorse di amarla sul serio: si trattenne a stento dall'entrare nel patio, prendere la sua zingara per un braccio e portarsela via.
Odiava tutti quegli uomini che le parlavano liberamente e si sentiva ardere in viso per l'ira e la gelosia. Finalmente quel supplizio ebbe termine. Carmen uscì, lo salutò con lo sguardo, poi lo sfiorò con intenzione passandogli accanto e gli sussurrò…
“Se vuoi mangiare un buon fritto di pesce, vieni a Triana, da Lillas Pastià”.
Appena smontato di guardia José si precipitò a Triana e vi trovò Carmen che lo attendeva. Quella sera la zingara volle pagare a suo modo il debito che aveva con José: ballò soltanto per lui e l’amò con tutto l’ardore di cui era capace.
All’alba lo congedò con queste parole… ”Senti, Joseito, ora siamo pari. Vattene, è meglio. Non pensare più a me, io sono il diavolo. Credo di amarti, ma vicino a me finiresti male: cane e lupo non si sono mai fatti compagnia”.
Ma oramai do José era preso di lei senza scampo: il suo destino era segnato. Non rivide la zingara per alcune settimane, sebbene l’avesse cercata in ogni angolo di Siviglia. Finalmente, una sera, mentre si aggirava intorno alla casa in cui era stato con Carmen, la vide arrivare in compagnia di un giovane tenente del suo stesso reggimento. L’ufficiale, trovandosi all’improvviso davanti a José, ne fu contrariato e gli intimò sgarbatamente di andarsene. Ma José non si mosse: gli sembrò di essere diventato di sasso. Allora il tenente si infuriò e trasse la spada. José non capì più nulla: sguainò fulmineamente la sua sciabola e colpì al petto il giovane superiore, uccidendolo.
Poi non gli restò che fuggire: se l’avessero preso, sarebbe stato fucilato immediatamente. Carmen non lo abbandonò. Lo tenne nascosto per qualche giorno e popi gli fece questo discorso…
“Sei troppo tonto per rubare con garbo, ma sei agile e forte. Puoi farti contrabbandiere. Rischi la forca, ma è sempre meglio che farti fucilare. E poi… niente è più bello di una notte al bivacco, quando il contrabbandiere si ritira con la sua donna sotto la piccola tenda, formata da tre cerchi con una coperta intorno…”.

Carmen non ebbe da sprecare molto fiato per convincere don José a farsi contrabbandiere: egli voleva assicurarsi l’amore di lei e avrebbe accettato, per farle piacere, cose molto più gravi di quella vita rischiosa di fuorilegge. Dopo qualche mese ci prese anche gusto: poteva scialare come un principe; i compagni lo trattavano bene e gli dimostravano una certa considerazione, soprattutto perché sapevano che era stato nell’esercito ed era fuggito per aver ucciso un superiore.
Ora José riusciva a vedere spesso Carmen, che nella banda aveva un ruolo importantissimo: era lei che procurava la merce, contrattava le vendite, teneva a bada le guardie. Quel diavolo di ragazza valeva quattro dei contrabbandieri più esperti. Ora combinava affari a Malaga, ora a Cordova, ora a Granata. Ma bastava un richiamo di José e Carmen piantava tutto e lo raggiungeva: in una locanda isolata, oppure al bivacco, in montagna. Era come una moglie fedele, o quasi. Ma quanto sarebbe durato? Si chiedeva José con angoscia.
Conosceva ormai il carattere bizzarro e ribelle della sua zingara e il terrore di perderla gli sciupava ogni momento di felicità.
Un giorno, venuto a sapere che Carmen stava per raggiungere un mercante ricchissimo che si era invaghito follemente di lei, don José corse a Malaga e obbligò la zingara a seguirlo immediatamente: nemmeno una somma favolosa l’avrebbe compensato dello strazio di immaginarla fra le braccia di un altro. Ma Carmen reagì brutalmente…
“Sai – gli disse – che quando sei il mio compagno ti amo meno? Non voglio essere tormentata e tanto meno comandata. Bada di non spingermi agli estremi: se mi darai ancora noia, troverò qualcuno che mi libererà di te”.
Non erano parole che si potessero dimenticare: da quella volta, tra loro non fu come prima.
C’era una festa a Cordova e Carmen volle andare a vederla: le piacevano molto le corride, soprattutto quando toreava Luca, un bel giovane di cui si era incapricciata. José la lasciò partire, fingendo di nulla; ma il giorno dopo la raggiunse a Cordova e andò ad attenderla nella casa in cui sapeva che ella avrebbe pernottato. Carmen rientrò verso le due di notte.
“Vieni subito via con me” disse José, senza aggiungere altro.
“Va bene, - disse lei – partiamo!”
Montati sullo stesso cavallo, viaggiarono per tutto il resto della notte senza scambiarsi una sola parola. All’alba sostarono in una locanda solitaria, in mezzo ad una campagna desolata. José aveva il cuore gonfio e parlò a Carmen con dolorosa sincerità…
“Dimenticherò tutto – le disse – Non ti chiederò nulla di quanto è avvenuto tra te e Luca; ma giurami una cosa: mi seguirai in America e là cambieremo vita…”
“No! - rispose lei imbronciata. – Non voglio andare in America. Sto tanto bene qui!”
“Bada Carmen, - disse José – non posso uccidere tutti i tuoi spasimanti: finirò con l’uccidere te!”
Carmen lo fissò con lo sguardo selvaggio, pieno di sfida.
“Ho sempre saputo che mi avresti uccisa – disse. – E’ destino. Prima morirò io, poi tu. So bene che deve succedere così.”
“Carmencita, ti supplico! Non ho più pazienza né coraggio” … disse José. Poi la lasciò, perché sentiva che stava per piangere. Si allontanò abbastanza da perderla di vista e si sdraiò sull’erba. Avrebbe voluto pregare Dio, ma ormai non ne era più capace…
Quando tornò alla locanda sperò di non trovarvi più Carmen né il cavallo; almeno fosse fuggita, avesse cercato di porsi in salvo! Invece era lì, impavida: non voleva che si potesse dire che un uomo le aveva messo paura. Durante l’assenza di José aveva scucito l’orlo della sua gonna per togliervi il piombo; l’aveva fatto fondere e poi lo aveva gettato in una ciotola piena di acqua: ora contemplava il fondo della ciotola e mormorava misteriose parole nel suo incomprensibile linguaggio zingaresco. Era così intenta che neppure si accorse del ritorno di José.
“Carmen, - le disse l’innamorato – vuoi venire con me?”
Ella non rispose, ma buttò via la ciotola e si avvolse il capo nella mantiglia. sembrò pronta a seguirlo in capo al mondo. Dopo un tratto di strada, José fermò il cavallo in un bosco solitario.
“Sei davvero disposta a seguirmi, Carmencita?”… chiese.
“Ti seguo verso la morte, sì. Ma non vivrò più con te”… rispose la zingara con voce ferma. Poi smontò da cavallo d’un balzo: si levò la mantiglia e la gettò in terra; rimase immobile, un pugno sul fianco, guardando fisso José negli occhi.
“Non ti amo più – disse – e tu hai il diritto di uccidermi. Ma Carmen sarà sempre libera: è nata zingara e zingara morirà. Odio me stessa per averti amato!”
José si gettò ai suoi piedi, le prese le mani, pianse, supplicò.
“E’ impossibile! - ripeteva lei ostinata, guardandolo con occhi selvaggi. – Non posso più vivere con te!”
Allora José trasse il coltello e la minacciò col viso stravolto: avrebbe voluto che ella si spaventasse e gli chiedesse grazia. Niente. Quella donna era un demonio.
“No! no! e no!”… gli gridò sul viso, battendo furiosamente il piede in terra. Poi si sfilò l’anello che le aveva regalato José e lo gettò con sdegno in un cespuglio…
Carmen cadde al secondo colpo, senza un grido e senza distogliere lo sguardo dal volto di José. Poi i suoi grandi occhi neri si annebbiarono e si chiusero per sempre. José scavò una fossa nel folto della macchia e vi depose il corpo di Carmen. Cercò a lungo il suo anello e quando l’ebbe trovato lo pose presso di lei, insieme con una piccola croce. Colmò la fossa con cura e la ricoprì di zolle erbose. Poi José risalì a cavallo e galoppò fino a Cordova. Al primo corpo di guardia si costituì e confessò il suo delitto. Poiché era di nascita nobile, don José Lizzarrabengoa non subì l’onta dell’impiccagione, ma venne ucciso mediante la garrotta. Quel privilegio, l’ultimo, gli spettava di diritto, anche se era un assassino. Una questione di forma, ma gli Spagnoli tengono molto a certe cose.

VALORE DELL’OPERA

Il maggior fascino dello stile di Mérimée sta nel contrasto tra la drammaticità degli avvenimenti narrati e il tono tranquillo, quasi impassibile del,narratore. Col suo sereno distacco lo scrittore raggiunge una straordinaria potenza espressiva e non ha bisogno di insistere sui particolari per suggestionare il lettore.
Qua e là una nota beffarda, volutamente crudele, come… “Scemo d’un canarino!” dice Carmen irridendo l’amante. E quasi ci sembra di udire la sua sprezzante risata.
Mérimée caratterizza i personaggi con tagliente immediatezza, più efficace di una minuta analisi.

Più che un romanzo, “Carmen” (data alle stampe nel 1845) è una lunga novella. un piccolo capolavoro, da cui trent’anni dopo il musicista francese Georges Bizet fu ispirato a comporre un’opera lirica in quattro atti, che rese la zingara spagnola celebre in tutto il mondo. L’opera ha lo stesso titolo della novella di Mérimée e ne segue la trama, ma vi è attenuata la veristica crudeltà degli avvenimenti. Ciò non toglie nulla alla sua drammaticità: anche per Bizet amore e morte sono le forze motrici di tutta l’azione. Le emozioni dei protagonisti, così primitive e selvagge, sono magnificamente espresse da una musica appassionata e colorita, sempre aderente alla drammaticità del soggetto.
Nella novella di Mérimée vi è però qualcosa di più. l’atmosfera cupa di un paesaggio desolato e l’autentica violenza del carattere di Carmen.
José e Carmen, entrambe vittime del loro tragico destino, sono due personalità opposte, tra cui non vi è possibilità di intesa. Il brigadiere dei dragoni è ardente e ingenuo, crede nell’amore e spera di ottenere la donna tutta per se. Non può neppure pensare di abbandonare la sua zingara e accetta per lei la diserzione, la rapina e l’assassinio. L’unica cosa che non sa accettare è di dividere Carmen con un altro uomo: per questo la uccide: morta, la sentirà finalmente tutta sua, per sempre.
José ha un carattere semplice, assolutamente privo di complicazioni, la passione lo travolge senza scampo. in lui non vi è difesa, quasi neppure istinto di conservazione. La sua disperata energia prorompe come una elementare forza della natura.
Carmen invece è una malefica versione dell’eterno femminino: in lei si concentrano tutte le seduzioni, le malizie e gli inganni che da millenni sono appannaggio delle donne “fatali”. E’ affascinante e crudele, ignora la tenerezza e la pietà. Ritiene l’incostanza un suo diritto e preferisce morire piuttosto che arrendersi all’uomo che l’ama. Pur sapendo amare con passione, Carmen rifiuta di concedersi spiritualmente: la libertà le è necessaria come l’aria che respira. Creatura solitaria e selvaggia, accetta solo il suo tragico destino. Ne è consapevole e non fa nulla per evitarlo: sfida la morte con spavalda sicurezza e con brutale energia, che esasperano l’uomo fino al delirio.
“Sei il diavolo” …le dice José. E lei: “Sì, sono il diavolo!”. E ride, sfidandolo.
Non poteva finire che così.
E’ una storia amara che trova il suo sfondo naturale in una Spagna segreta e squallida, superstiziosa e crudele.


DUE NOTE SU PROSPER MERIMEE

Prosper Mérimée (1803 – 1870) apparteneva a una ricca famiglia parigina e poté seguire fin da giovane le proprie inclinazioni, interessandosi a fondo di archeologia e di studi linguistici.
Divenuto scrittore, guardò con distacco ogni ambiente in cui gli capitò di vivere e fece sua una regola a cui non venne mai meno: osservare, descrivere, ma non giudicare.
Nominato Ispettore delle Antichità, fu costretto a viaggiare moltissimo in Francia e all’estero: a questi viaggi dobbiamo alcuni dei suoi migliori racconti, nati dal contatto con personaggi e luoghi pittoreschi, ben diversi dal sofisticato ambiente di Parigi in cui Mérimée era ricercatissimo. Scrittore di grande cultura e di finissimo gusto, Mérimée fu tra i primi francesi a interessarsi di letteratura russa: si debbono a lui alcune traduzioni di Gogol, Puskin e Turgheniev.




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