sabato 26 gennaio 2008

ESPRESSIONISMO TEDESCO (Deutsch Expressionismus)

I pittori della Brücke (1925) Ernst Ludwig Kirchner
Olio su tela cm  125 x 167
Da sinistra: Müller, Kirchner, Heckel e Schmidt-Rotluff
I TRE MOMENTI DELL’ESPRESSIONISMO



Intorno a questo movimento che non agì soltanto nel campo delle arti figurative, ma che fu letterario, musicale e critico, l’interesse è sempre stato vivo. Ed infatti l’ESPRESSIONISMO nei suoi vari aspetti, è veramente degno di studio perché rivela con molta evidenza alcuni alti spirituali della nostra epoca nelle loro manifestazioni più acute.
Il termine ESPRESSIONISMO è un termine contrapposto a IMPRESSIONISMO     e con esso, appunto, gli artisti intendevano sottolineare la necessità di un’arte non più fatta di impressioni, di sensazioni ricevute dall’esterno, naturalistiche, bensì di un’arte che “esprimesse” l’interno dell’uomo, ciò che in lui vi era di più profondo.
Le radici o le cause dell’ESPRESSIONISMO, che è sì fenomeno principalmente germanico, ma anche europeo nel senso più largo della parola, vanno ricercate nel generale senso di sfiducia che colse, particolarmente negli anni precedenti la prima guerra mondiale, larghi strati degli intellettuali borghesi. Era una sfiducia generata dal crollo delle illusioni e dei miti del progresso così caldamente predicati dai “difensori dell’ordine”, dai custodi della dignità e morale dell’uomo. Il fatto è che questi intellettuali, non volendo seguire la propria classe nel suo processo di involuzione e di tradimento dei grandi ideli del suo passato rivoluzionario, si ponevano su un piano di rivolta e di protesta contro l’ipocrisia, la morale, le istituzioni borghesi. Era il loro modo di reagire, un modo confuso e anarcoide, individualistico, ma tuttavia, in parecchi casi, carico di un vero dramma umano.
L’ESPRESSIONISMO tedesco si può, grosso modo, distinguere in tre momenti anche se non cronologicamente successivi: il primo dominato dal gruppo cosiddetto del PONTE ("Die Brücke"), il secondo legato ad una polemica a sfondo sociale, il terzo capitanato da KANDINSKY, santone dell’ASTRATTISMO.
Del gruppo del PONTE, sorto nel 1905, facevano parte KIRCHNER, HECKEL, SCHMIDT-ROTTLUFF, OTTO MÜLLER, NOLDE. La base ideologica che teneva insieme questi artisti era assai vaga, si può dire che si trattasse unicamente di una insofferenza comune per ogni freno, di una sfiducia nella ragione, di un abbandono ai moti improvvisi dell’ispirazione. Niente di più, se non un bisogno di liberarsi dalle contaminazioni di una civiltà corrotta e corruttrice. Per questo alcuni artisti del PONTE fuggirono dalla Germania per andare tra i selvaggi delle isole dei Mari del Sud, ne imitarono i feticci, cercarono di assimilare idee e sentimenti primitivi.
E’ evidente però che la sfrenatezza dell’ispirazione era fatta per dare al quadro consistenza formale. In tal modo gli espressionisti del PONTE e tutti gli altri legati ad una analoga esperienza, davano ai loro quadri una forma provvisoria, casuale, approssimativa. In realtà “distruggevano” la forma sino a giungere alle macchie acide e crude, caotiche, delle tele di NOLDE:
Un espressionista tra i più importanti, che si può in qualche modo riportare a questa esperienza, è KOKOSCHKA.
La guerra del 1914 però, coi suoi orrori e le sue stragi, con la sconfitta poi della Germania, aveva costretto alla meditazione più di un artista. Così la rivolta degli espressionisti, almeno di qualcuno di essi, si fece più precisa, diventò un’accusa e una denuncia contro la borghesia dell’epoca Guglielmina. Tra questi artisti ricorderò soprattutto OTTO DIX, MAX BECKMANN, GEORGE GROSZ. Gli avvenimenti che portarono in seguito alla rivoluzione del 1918, avvicinò questi artisti ai movimenti popolari, anche se una vera unione con essi intimamente non si realizzò mai.
Sono noti, ad esempio, i disegni di GROSZ contro il militarismo prussiano, contro la grassa, gretta e insensibile borghesia berlinese, contro l’hitlerismo in formazione, in favore del proletariato. Sono disegni aggressivi, molti dei quali colpivano con estrema efficacia il bersaglio, provocando l’indignazione dei “benpensanti”, e procurando a GROSZ persecuzioni e processi.
Il terzo movimento è quello del CAVALIERE AZZURRO, il gruppo fondato nel 1912 da KANDINSKY. Di questo gruppo facevano parte FRANZ MARC, FEININGER, CAMPENDONCK, PAUL KLEE.
KANDINSKY nel suo libro sulla SPIRITUALITA’ DELL’ARTE, uscito nello stesso anno della fondazione del gruppo, gettava le basi “teoriche” dell’ASTRATTISMO. Per lui l’unica realtà esistente era la “realtà interiore”. Negava cioè l’esistenza del mondo, dei valori oggettivi, fuori dell’uomo, ribadendo l’impossibilità di “aderire” alla società del suo tempo: per lui non serviva più nemmeno la “fuga” nelle isole felici dei Mari del Sud. Egli cercava invece la pace interiore dello spirito, dove il tumulto del mondo non giunge. Una specie di TEBAIDE figurativa è dunque l’astrattismo di KANDINSKY: astrarre dalla realtà obbiettiva, elemento di distrazione dalla pura meditazione, e nutrirsi soltanto di segni, di ritmi, di colori non avviliti dalla rappresentazione del mondo esteriore.
Naturalmente, in questa posizione, veniva a svuotarsi ogni protesta, ogni rivolta: l’ESPRESSIONISMO perdeva ogni energia e si avviava a diventare fredda ripetizione di formule.
Oggi la corrente espressionistica, nei suoi epigoni, non ha più alcun vigore ha finito per diventare accademia, sfogo cromatico, ecc. Tuttavia il fenomeno dell’ESPRESSIONISMO, è senz’altro degno di attenzione perché da esso discendono gran parte delle tendenze contemporanee. La rivolta degli espressionisti fu una rivolta solitaria: perché potesse trasformarsi in rivoluzione era necessario agli espressionisti l’innesto vero in una forza storica nuova: le forze popolari. Questo innesco mancò. Di qui il limite e la sfortuna della loro protesta.


MARTIN EDEN - Jack London


"Ruth, questo è il signor Eden", disse Arthur Morse con un sorriso, presentando alla sorella il rozzo marinaio cui doveva la vita. Martin si volse e la guardò..., non aveva mai visto una così meravigliosa creatura..., i suoi capelli erano oro puro e i suoi occhi erano i più grandi e i più azzurri che si potessero immaginare. Un candido giglio, pensò, un pallido fiore su uno stelo sottile.

"Non vedevo l'ora di fare la sua conoscenza fin da quando Arthur ci raccontò... E' stato coraggioso da parte sua..." disse Ruth, e la sua voce sembrò a Martin Eden una musica dolcissima, celestiale.
Per la prima volta in vita sua si sentiva goffo, impacciato, cosciente della grossolanità dei suoi abiti, preoccupatissimo delle proprie mani che erano sempre troppo in vista.
Si guardava attorno e lo penetrava una sensazione di delizioso stupore..., ciò che vedeva l'aveva letto soltanto nei libri, e anche quelle persone, Ruth, Arthur e la loro madre, si comportavano e parlavano come si legge sui libri. Il loro linguaggio, così fine e preciso, lo incantava..., avvertì, con una fitta dolorosa, la sua incapacità ad esprimersi, la sua rozzezza. No, non poteva parlare il loro linguaggio..., non ancora, ma l'avrebbe imparato.
Gli si apriva un mondo nuovo, splendido, tutto da conquistare... il mondo di "lei". Sentiva che avrebbe vinto, solo che lo avesse voluto, avrebbe conquistato quella meravigliosa ragazza, quella divinità tutta azzurro e oro che gli sedeva accanto. Ruth sentiva su di se, come un brivido, lo sguardo sfolgorante di lui. In quel giovane bello e ardente non vi era quasi più traccia del rude marinaio dalle mani escoriate e dagli abiti rozzi... c'era in lui la forza e la luce di una grande anima, chiusa in prigione e desiderosa di esprimersi. La fragile ragazza ebbe paura della strana sensazione, mista di attrattiva e di sgomento, che a poco a poco si impadroniva di lei. Un presentimento la faceva tremare, ma non sapeva ancora di essere innamorata di lui, di averlo inconsciamente già accettato.
Quella sera in casa Morse segnò una svolta decisiva nell'esistenza del giovane Martin Eden.
Tutta la vita passata, piena di avventure, di pericoli, di fatiche disumane, di facili e volgari amori, gli apparve all'improvviso come qualcosa di spregevole, che doveva assolutamente dimenticare.
Decise di ricominciare tutto da capo, dallo zero assoluto. Avrebbe faticato sui libri, si sarebbe affinato, avrebbe costretto il proprio cervello a produrre tutto ciò di cui era capace. Nell'ultimo imbarco aveva potuto mettere da parte qualcosa..., gli sarebbe bastato per vivere, con estrema parsimonia, qualche mese, senza essere obbligato ad un lavoro manuale. Poteva così dedicarsi allo studio anche per venti ore su ventiquattro. La sua mente avida immagazzinava il sapere e non ne era mai sazia..., sempre nuovi e straordinari orizzonti si aprivano ai suoi occhi affascinati..., il suo entusiasmo lo aiutava a superare molte difficoltà e a non cedere alla fatica.
Per giorni e giorni si dedicò a letture intense, procurandosi i libri alla biblioteca pubblica.
Quando tornò a trovare i Morse, con la scusa di restituire due libri di poesia prestatigli da Ruth, egli appariva già tutt'altro uomo. Aveva letto anche un libro di galateo e conoscendo meglio le "buone maniere" si sentiva già meno impacciato, in quella casa di ricchi. Ruth non si rendeva conto di quanto Martin Eden già si fosse insinuato nel suo cuore e credette di obbedire soltanto ad un impulso altruistico quando si offrì di aiutarlo a studiare.
Nei mesi che seguirono, i rapidi progressi di Martin furono per lei una fonte inesauribile di sorpresa, di gioia, di emozione... quel ragazzo era davvero un tipo straordinario. Martin decise che sarebbe diventato uno scrittore. Aveva già imparato molto in quei mesi, ma avrebbe imparato di più, per esprimere quel che sentiva e descrivere le splendide immagini che illuminavano il suo spirito. In poco tempo un fiume di novelle sgorgò dalla sua penna. Aveva acquistato il dono della parola e poteva finalmente esprimere se stesso. Tutto era però subordinato al suo amore per Ruth... soltanto per lei lavorava, soltanto per lei voleva diventare celebre e ricco. Inviò le sue novelle a riviste e giornali, ma furono tutte rimandate. Tuttavia, continuò ad aver fede in se stesso. Ruth non lo incoraggiava di certo... avrebbe preferito per lui una carriera più sicura di quella, piuttosto nebulosa e incerta, dello scrittore.
Quando il denaro finì, Martin trovò lavoro in una lavanderia, ma in capo a poche settimane la fatica fisica lo abbruttì.., egli non riusciva più a leggere nè a scrivere una riga. Aveva guadagnato un po' di denaro, ma aveva perduto del tempo prezioso e ora si sentiva come dopo una malattia, fiaccato nel corpo e nello spirito.
Abbandonò la lavanderia e ritornò ai suoi libri. Vedeva spesso Ruth, c he ormai si era laureata all'Università e aveva più tempo da dedicargli. La madre di Ruth, preoccupata dell'amichevole intimità dei due giovani, cercò di intervenire presso la figlia..."Stà attenta - l'avvertì - Ho timore che tu veda troppo Martin Eden".
Ruth rise, sicura di sè. Infatti Martin non aveva il coraggio di dichiararle il suo amore, anche se ora la sentiva meno lontana. Aveva troppo timore di urtarla e non sapeva in che modo corteggiare una ragazza appartenente a un mondo così diverso dal suo.
Ruth sentiva di essere amata e ne godeva profondamente, inconscia della piega pericolosa che stava prendendo la loro relazione. C'era in lei una continua, vibrante attesa, di cui non si rendeva esattamente conto.
Accadde in un pomeriggio di autunno. Martin e Ruth sedevano vicini, in cima a una collina, la mèta abituale delle loro passeggiate..., la brezza muoveva i capelli fini di lei e Martin li sentiva sfiorargli il viso in una rapida carezza. Senza una parola, Ruth posò a un tratto la testa bionda sul petto di Martin, in un gesto impulsivo, più forte della sua volontà. Fu un momento meraviglioso... la rivelazione trionfante dell'amore.
Decisero che si sarebbero sposati il più presto possibile. La signora ed il signor Morse appresero con sbalordito terrore questa decisione..., discussero a lungo, non sapendo che fare per impedire a Ruth quella pazzia.
…”Lascia che lo veda quanto vuole - disse alla fine il signor Morse alla moglie - Scommetto che più lo conoscerà, meno lo amerà. E dalle modo di fare paragoni. Proponiti di avere sempre gioventù per casa.
Ragazze e giovanotti, una quantità di giovanotti. Gli altri lo mostreranno a lei per quello che è ! “.
Non passò molto tempo e i fatti diedero ragione al signor Morse. Ruth era debole e troppo timorosa di rompere la barriera delle convenzioni sociali che fin dall'infanzia l'aveva custodita come un fiore di serra.
Vinta, alla fine, dagli argomenti dei suoi genitori e persuasa dell'insuccesso di Martin Eden come scrittore, gli inviò una lunga lettera di congedo.
..."E' stato semplicemente uno sbaglio. Come il babbo e la mamma hanno dimostrato, noi non eravamo fatti l'uno per l'altra... E' inutile che tu cerchi di rivedermi".
Per tre volte Martin andò a casa Morse, sperando di poter rivedere Ruth, di poterle parlare, ma ogni volta fu inesorabilmente respinto dal servitore venuto ad aprire. Si sentì annientato. Nei giorni che seguirono lo prese una strana apatia..., non scriveva più nulla, nè leggeva nè studiava..., oziava per lunghe ore nei tranquilli parchi della città, senza pensare nè comunicare con anima viva. La sua vita era vuota ormai, senza progetti..., qualcosa in lui si era fermato. Non aveva bisogno di denaro..., proprio in quei giorni alcuni suoi racconti erano stati accettati e pagati da due riviste importanti. Un mese dopo, poichè la fortuna si era messa decisamente dalla sua parte, gli furono acquistate due opere scritte parecchio tempo prima e gli fu offerto un contratto da una casa editrice.
Allora aprì un conto in banca..., si concesse dei pasti sostanziosi e lunghe dormite..., fece enormi regali alla sorella, alla sua padrona di casa, a tutti quelli che gli stavano intorno. Ma quella spaventosa apatia non lo abbandonava. Era sano e forte, eppure non aveva voglia di nulla, in lui non vi era più alcuna emozione, neppure il più piccolo slancio.
In ottobre fu pubblicato il suo primo libro, ma quella pesante tristezza non cessò neppure quando lesse sui giornali le recensioni più lusinghiere dei critici. Non gliene importava più nulla..., nel suo cuore, dopo che Ruth l'aveva abbandonato, non vi era più una briciola di gioia. Dopo qualche mese la sua popolarità era giunta al culmine..., furono chieste le traduzioni di molti suoi scritti e il mondo cominciò a chiedersi chi fosse mai quello straordinario Martin Eden. In breve fu sopraffatto dalle richieste degli editori..., attinse allora al mucchio di manoscritti che giacevano abbandonati, da due anni, nella sua stanzuccia, dopo essere stati tante volte respinti dalle stesse persone che ora supplicavano per averli.
L'idea di riprendere in mano la penna lo faceva diventare pazzo furioso, perciò rifiutò recisamente di impegnarsi per cose nuove. Diventò così celebre che si faceva a gara per conoscerlo, per averlo a pranzo..., i circoli più ristretti e aristocratici se lo disputavano. Perché, pensava Martin Eden, non mi hanno dato da mangiare quando ne avevo bisogno? Che c'era di mutato in me, non sono forse la stessa persona? E li guardava, li ascoltava perplesso..., poi ricadeva nella sua indifferenza mortale.
A Ruth non pensava più..., era cosa passata, ormai. Fu lei che un giorno andò a cercarlo, ad offrirgli ancora il suo amore. Ma le sue lacrime non lo commossero, anche se sembravano sincere. Non l'amava più, era troppo tardi ormai..., non gli importava più di nulla.
…” Sono malato, molto malato - le disse con un gesto di pieno di stanchezza . La vita mi ha colmato a tal segno che sono rimasto vuoto di desideri”….

Era malato nell'anima e sapeva di non voler guarire. La vita lo feriva come una luce troppo forte, accecante.
Pochi giorni dopo il triste incontro con Ruth, salì a bordo del transatlantico Mariposa diretto a Tahiti.
Era il passeggero più in vista, il "grande uomo" di bordo. Ma a Tahiti non ci arrivò mai.
Una notte, disperato per l'insonnia, con i nervi a pezzi, si lasciò cadere nell'acqua e nuotò all'ingiù, giù verso il fondo, finché fu certo di non avere più la forza di risalire a galla.




UNA PAGINA


“Allora ella cominciò a parlare con rapidità e scioltezza sul tema da lui proposto. Egli si sentì meglio e si tirò leggermente più indietro dall'orlo della poltrona, tenendone stretto con le mani i braccioli, come se temesse che gli potesse sfuggire di sotto, scaraventandolo sul pavimento. Era riuscito a farle parlare il suo linguaggio, e mentre ella discorreva, si sforzava di seguirla, meravigliandosi di tutto il sapere immagazzinato in quella bella testolina e saziandosi gli occhi della pallida del suo volto. Seguirla poteva, sebbene intralciato da parole insolite che le uscivano con tanta scorrevolezza dalle labbra e da espressioni critiche e da ragionamenti che gli erano estranei, ma che non di meno lo stimolavano e gli facevano formicolare la mente. "Ecco la vita intellettuale", pensava..., ecco la bellezza, calda e meravigliosa come non se l'era mai neppure sognata.
Dimenticò se stesso e la fissò con occhi famelici. Ecco qualcosa per cui vivere, qualcosa da conquistare, qualcosa per cui battersi... sì, e per cui morire. I libri dicevano il vero. C'erano, certe donne, al mondo. Ella era una di quelle. Ella dava ali alla sua immaginazione e dinanzi a lui si spiegavano grandi tele luminose su cui passavano vaghe e gigantesche immagini di avventure amorose e romanzesche, di eroiche gesta per amor di una donna... d'una pallida donna, un fiore d'oro. E attraverso la visione ondulante e palpitante, come attraverso un miraggio fatato, vedeva la donna vera, seduta lì, che parlava di letteratura e d'arte. Ascoltava anche, ma guardava con tanto d'occhi, inconscio della fissità del proprio sguardo e del fatto che tutto quanto c'era di essenzialmente maschio in lui gli splendeva negli occhi. Ma lei che, pur sapendo poco del mondo degli uomini, era donna, era acutamente consapevole dei suoi occhi ardenti. Non aveva mai incontrato uomini che la guardassero in quel modo, e si sentiva imbarazzata. Cominciò a balbettare e s'interruppe Il filo del ragionamento le sfuggiva. Egli le faceva paura e, al tempo stesso, l'essere guardata così le tornava stranamente piacevole. “




COMMENTO ALLA PAGINA


Sono presenti in questa pagina due motivi che spesso ricorrono nell'opera di Jack London e possono chiarire molti aspetti della sua personalità. Vi è l'istinto della lotta per la conquista della donna... ”Ecco qualcosa per cui vivere, qualcosa da conquistare, qualcosa per cui battersi...”.., vi è l'inebriante e ambizioso desiderio di ascesa, di non essere secondo a nessuno, di possedere ciò che gli altri posseggono..., cultura, educazione, ricchezza. Martin Eden promette a se stesso che quella vita intellettuale diventerà la sua vita e quella fragile e delicata ragazza diventerà la sua donna. Lei trema di sgomento sotto lo sguardo scintillante del giovane e quel suo tremore mette maggiormente in risalto la maschia forza di lui, già pronto a battersi per conquistarla.



VALORE DELL' OPERA


"Martin Eden", pubblicato nel 1909, è per me il più bello dei romanzi di London. Lo scrisse a bordo dello Snarck, il battello di sua proprietà, durante la navigazione nei mari del Sud. Iniziato a Honolulu nell'estate del 1907, il libro fu terminato nell'isola di Tahiti, sette mesi dopo.
Il romanzo è quasi interamente autobiografico e ci trasmette l'emozione che tanti ricordi suscitavano nell'autore. Ritroviamo in Martin Eden il giovane London, che faticosamente si fa strada, deciso a tutti i sacrifici, pur di arrivare.
Divorato da un desiderio feroce di diventare qualcuno, studia come un pazzo, dorme pochissimo, mangia quando e come può. In pagine commoventi e delicate è rievocato l'amore di Jack, appena ventenne, per la bella, eterea Mabel, che nel romanzo prende il nome di Ruth. In lei Jack adorò l'angelo fatto donna, il sogno meraviglioso che poteva diventare realtà. La casa di lei fu per Jack, come per Martin quella di Ruth, un'oasi di raffinatezza, il simbolo di una vita superiore, alla quale egli voleva arrivare a ogni costo. Fu un amore infelice, che non giunse mai in porto, perché i caratteri e gli ideali dei due giovani erano troppo profondamente diversi.
In tutto il romanzo si avverte un tono di accorata sincerità, un sapore di vita vera, vissuta e sofferta.
Nei primi capitoli vediamo Ruth attraverso gli occhi adoranti di Martin Eden, per il quale la giovane donna dal pallido volto è quasi puro spirito e insieme una mèta sublime..., avere Ruth significa appartenere, con pieno diritto, alla classe sociale cui ella appartiene.
Così comincia la furiosa lotta di Martin Eden per elevarsi, per uscire dall'ambiente di marinai e operai in cui è nato e sempre vissuto. Quando sta finalmente per raggiungere il successo e la ricchezza, l'incanto di Ruth svanisce..., egli la vede con occhi snebbiati e riconosce in lei la piccola borghese piena di pregiudizi che in realtà è sempre stata.
Il disinganno è tanto più forte, perché, oltre al naufragare del suo sogno d'amore, un'altra delusione, altrettanto dolorosa, si abbatte su di lui. Con lo studio, l'applicazione, la volontà, il rozzo e ignorante Martin Eden ha rotto la barriera che lo separava da un mondo dorato, colto, raffinato.
Col successo egli è entrato di colpo in questo mondo che prima lo respingeva e che oggi lo ricerca e lo esalta. Egli l'ha conquistato con le sue sole forze, ma improvvisamente, dopo tanti sforzi, si accorge che questo mondo non fa per lui, che la società che egli ha creduto superiore è solo la roccaforte meschinamente chiusa nei propri pregiudizi. Il mondo sognato come un meraviglioso paradiso si è rivelato un miraggio, splendido ma falso. Martin deve ammettere di aver perduto..., non ha trovato il paradiso sognato e non può più tornare alla sua vita di un tempo. E' uno spostato, un uomo finito, che si è bruciato al fuoco divorante del suo slancio, della sua energia, della sua volontà. La vita gli ha dato troppo, ma senza ordine, senza offrirgli la possibilità di gustare ciò che gli dava. E ormai è troppo tardi... in lui non c'è più desiderio di vivere.
La volontà do morire nasce in lui dalla sofferenza fisica e morale e dalla sua incapacità a difendersene.
Sette anni dopo, lo stesso Jack London, logorato dalla sua stanchezza, bruciato da una vita troppo intensa, si lascerà volontariamente morire e la fine di Martin apparirà a tutti come una dolorosa profezia della fine di Jack.

"Martin Eden" è dunque assai più che un romanzo... è un documento di vita..., è la commovente e aspra storia di un uomo che vuol raggiungere il successo, lo ottiene, ma, deluso nei suoi sentimenti più profondi, non riesce a sopportare la propria solitudine spirituale.
Sia in "Martin Eden" che in tutta l'opera di Jack London, si avvertono i fifetti dello scrittore autodidatta, che brancola incerto tra diverse teorie, malamente e disordinatamente apprese. London è un misto di ingenuità e di arrivismo, di sentimentalismo romantico e brutalità. Concepisce la vita come una selvaggia e appassionante avventura, in cui la vittoria è sempre del più forte..., ma nello stesso tempo si china con amorevole compassione sulle sofferenze morali e fisiche della classe sociale da cui egli stesso proviene.
Con tutti i suoi difetti e le sue confusioni, non si può non amarlo. Gli siamo debitori di ore meravigliose trascorse con i suoi eroi... personaggi indimenticabili, ricchi di affascinante esperienza umana e di genuino coraggio.




UN PO' DI JACK LONDON


La vita di Jack London è un romanzo avventuroso, vissuto con drammatica intensità, in una costante ricerca di emozioni violente. Una vita turbolenta, vissuta nel disprezzo delle convenzioni sociali, e conclusa a soli quarant'anni col suicidio, dovuto probabilmente a un grosso esaurimento nervoso.
Quando egli nacque, il 12 gennaio 1876, a San Francisco, fu notificato col nome della madre..., non conobbe mai suo padre, un astrologo girovago di origine irlandese.
Il suo vero nome è John Griffith..., London è il cognome dell'uomo che la madre di Jack sposò otto mesi dopo la nascita del bambino. "Non ho avuto infanzia" .... dirà Jack più tardi, ricordando la miseria cronica della sua famiglia. Il disperato bisogno di leggere, di istruirsi, fu continuamente soffocato dalla necessità di lavorare per sfamarsi. Fece tutti i mestieri. A tredici anni fu sguattero di osteria e già si ubriacava come un adulto..., a quindici, andava a rubare le ostriche nei vivai del porto, per venderle di giorno sul molo, con la massima tranquillità. Due anni dopo, diciassettenne ardito e forte, si imbarcò su un veliero diretto prima in Giappone e poi in Siberia, per la caccia alle foche. Furono tre mesi di fatiche e disagi incredibili, ma l'intrepido americano gustò soltanto il sapore aspro e forte dell'avventura. Poi scaricò carbone sui moli di San Francisco e lavorò in una fabbrica di juta, in cui la giornata di lavoro era di sedici ore. Fu in quel tempo che, con un racconto di ambiente marinaio, scritto con vigore e freschezza straordinari, vinse il concorso bandito da una rivista e guadagnò venticinque dollari. Richiamato dal suo desiderio di avventura e dalla sua divorante curiosità, si mise a percorrere il continente americano in lungo e in largo, finché fu arrestato come viaggiatore clandestino e condannato a trenta giorni di carcere.
Visse con disinvoltura anche questa esperienza. A diciannove anni lo troviamo bidello in una scuola di Oakland, e a un tempo collaboratore del "Bollettino letterario" della stessa scuola. Vestito malissimo, coi capelli fulvi e arruffati, l'aria aggressiva e poco raccomandabile, era un bidello assolutamente fuor del comune. La pressante necessità di guadagnarsi il pane gli aveva impedito di frequentare l'Università, sebbene fosse riuscito, studiando come un forsennato, a superare gli esami di ammissione. Preso dalla febbre dell'oro, che richiamava nel Nord tanti cercatori speranzosi di arricchire, partì per l'Alaska in cerca di fortuna. L'oro non lo trovò, ma quel periodo avventuroso fu ugualmente la sua fortuna..., gli fornì nuovi ed inesauribili argomenti per nuovi racconti.
Nel 1900 apparve il primo volume dei racconti di Jack London... "Il figlio del lupo", che ebbe uno straordinario successo.
Era il primo dei cinquanta volumi che avrebbero composto, in soli quindici anni di lavoro, la vastissima opera letteraria dello scrittore americano più noto in tutto il mondo. Mise insieme somme enormi e spese tutto, con un'incoscienza incredibile, pazzesca. Volle vivere intensamente, godere fino all'estremo limite di quell'energia travolgente di cui la natura lo aveva dotato. Ma il suo culto della forza lo portò a strafare, a chiedere a se stesso l'impossibile, finché arrivò all'annientamento.
La morte, a Glen Ellen... il 22 novembre 1916, fu il tragico traguardo della sua folle corsa....



LA MIA BIBLIOTECA

IL RICHIAMO DELLA FORESTA (1903) - E' un libro di grande fascino, specialmente per i giovanissimi dallo spirito avventuroso. Il protagonista è Buck, cane eroico e fedele, in cui rinasce a poco a poco l'istinto atavico del lupo.

IL LUPO DI MARE (1904) - E' forse il suo libro più letto. Ben presto la figura del protagonista, il solitario capitano Larsen, diventerà popolare in America e in Europa come un favoloso personaggio vivente.

ZANNA BIANCA (1906) - E' la storia appassionante di un cane selvaggio ispirata all'autore dalla sua adorazione per la vita primitiva, violenta, fatta di puro istinto.

IL TALLONE DI FERRO (1908) - E' il romanzo ispirato a London dalle idee socialiste in cui credeva..., un libro che suscitò grandi polemiche, ma nessuno potè negare che fosse un buon libro.


MARTIN EDEN - (1909) 



TRE BAGNANTI (Three Bathers) - Paul Cézanne

TRE BAGNANTI (1875-1877)
Paul Cézanne (1839-1906)
Pittore francese
Museo d'Orsay Parigi
Olio su tavola cm. 22 x 19


Piuttosto modesta per dimensioni, questo dipinto reca sul verso la data 1875-1877.
Appartenuta per lungo tempo a un collezionista privato, nel 1986 è stata trasferita al Museo D’Orsay.
Il dipinto rappresenta una serie di molteplici prove con lo stesso soggetto delle bagnanti, a cui Cézanne si dedicò con infaticabile impegno a partire dal 1873.
Le opere di questo periodo registrano il lento abbandono del linguaggio impressionista e l’inizio di una pittura “costruttiva”, sempre più essenziale e che gradualmente sviluppa quelle caratteristiche già insite nei primi lavori.
In particolare Cézanne si dedicò al tema delle BAGNANTI, che può essere considerato come un vero e proprio genere, a fasi alterne.
Con LA CASA DELL’IMPICCATO, l’artista conquistò una visione dello spazio più denso e compatto e cominciò a dare pienezza alla forma solo attraverso il colore, eliminando così del tutto il disegno; forse questo mutamento si deve allo stretto rapporto di Cézanne con Pissarro, che l’artista frequentò assiduamente dal 1872 al 1874.
Comunque sia, questo piccolo studio mostra con evidenza il nuovo procedimento tecnico.
La composizione è costruita mediante l’inserimento delle figure su tre piani: la dona di spalle, che sembra appena estratta da un blocco di travertino, occupa il primo piano; la figura in piedi, che compie una leggera rotazione, come una colonna domina il centro della composizione; in posizione più arretrata, vi è una ragazza accovacciata, che ricorda la posa di un antico marmo ellenico.
Il disegno non esiste, o meglio è sostituito dalla pennellata densa e scura che corre lungo i contorni.
La luce colpisce queste figure granitiche, ma non le sfalda e non minaccia la loro solidità.
Il dato naturalistico è così filtrato dall’occhio dell’artista che ha depurato, scartandone gli elementi superflui.
Natura e figure sono oggetti della conoscenza che, per meglio coglierne gli aspetti più intimi, bisogna rivisitare.
Il modo di procedere di Cézanne, così plastico e al tempo stesso densamente cromatico, denuncia la profonda conoscenza del chiaroscuro, tanto che molti studiosi hanno paragonato questo grande maestro dell’arte francese a GIOTTO di Bondonee a MASACCIO.
Nonostante durante la sua carriera avesse trovato numerosi ostacoli, focalizzati nell’incomprensione della critica e del pubblico, Cézanne mantenne sempre viva una certa coerenza stilistica.

La sua difficoltà emerge in una commovente lettera, datata 26 settembre 1874, che inviò alla madre...
“Devo sempre lavorare, non certo per giungere al “finito”, che suscita l’ammirazione degli imbecilli. E questo, che normalmente si apprezza tanto, non è che il risultato di una abilità d’artigiano, e rende ogni opera poco artistica e banale. Non devo cercare di portare a termine se non per il piacere di fare cose più vere e più sapienti. Arriva sempre, credetemi, il momento in cui ci si impone e si hanno ammiratori molto ferventi e convinti di quelli che si lasciano lusingare soltanto da una vana apparenza”.


VEDI ANCHE ...




X X X

PIFFERO DI REGGIMENTO (The fifer) - Edouard Manet

PIFFERO DI REGGIMENTO
(1866)

Edouard Manet
(1832-1883)

Museo d’Orsay
Parigi

XIX secolo
Tela cm. 97 x 160





Dipinto nel 1866, il quadro fu rifiutato dal Salon insieme con L’ATTORE TRAGICO e anche la critica si espresse con severità quando, l’anno successivo, le due opere furono presentate all’esposizione di Alma. Emil Zola, che durante una visita allo studio di Manet ebbe modo di vedere il PIFFERO DI REGGIMENTO, ne rimase favorevolmente impressionato. Egli aveva scritto (con lo pseudonimo di Claude) nel giornale ”Evénements” del 1° maggio :- I nostri padri hanno riso di Courbet ed ecco che noi rimaniamo estasiati davanti alle sue opere. Noi ridiamo di Manet e saranno i nostri figli a rimanere estasiati davanti alle sue tele.
L’articolo suscitò ampie proteste e lo scrittore fu licenziato


Considerata unanimemente uno dei capolavori di Manet, quest’opera è una delle sue più alte espressioni artistiche, in quanto è possibile ritrovarvi in sintesi tutte le caratteristiche del suo linguaggio pittorico.
Vi è raffigurato un piccolo suonatore della guardia imperiale, per il quale Manet si ispirò ad un personaggio reale che era stato portato nel suo atelier dal comandante Lejosne, che era un comune amico del pittore e di Baudelaire.
La figura è campita sullo sfondo di color grigio, ritratta nella divisa resa con pochi colori a toni molto accesi, su cui risaltano il bianco della bandoliera e delle ghette, l’oro e il nero delle guarnizioni in un contrasto di colori che dà consistenza al giovanissimo suonatore, costruito in armonia con le sue acerbe forme così intraviste.
E’ qui evidente l’interesse che Manet nutriva per l’arte giapponese, basata appunto sull’appiattimento delle forme, definite dal solo contorno. L’uso della linea che disegna l’immagine, senza delimitare i piani, l’arditezza dell’inquadratura mostrano anche la passione per la fotografia che il pittore coltivò con Degas.
Queste influenze rendono l’immagine ancor più viva, perentoria e di grande contemporaneità. E’ evidente poi, nel modo di isolare la figura su un fondo monocromo, il ricordo di Velazquez, di cui Manet ebbe modo di conoscere più approfonditamente l’arte durante il suo viaggio in Spagna compiuto nel 1865.
Manet in quest’opera è andato oltre le ricerche spaziali del pittore spagnolo: è riuscito a dimostrare come figure e spazio formino un solo contesto, per cui la figura non è nell’ambiente, ma con esso.


MANET, BAUDELAIRE, ZOLA

Baudelaire scriveva a Manet:
- Non sanno renderti giustizia […]. Credi di essere il primo uomo in questa situazione? Hai maggior genialità di Chateaubriand o di Wagner? Anche essi tuttavia sono stati derisi. Non ne sono morti.
Baudelaire dedicò a Manet un breve poema in prosa, LA CORDE, ispirato alla morte tragica di un giovane modello del pittore.

Quando Zola difese l’ OLYMPIA di Edouard Manet (1863) dai feroci attacchi della critica, che accusava il pittore di dipingere immondizia, perse il posto al giornale dove lavorava.
I due scrittori riconobbero in Manet un loro pari:- Tiziano, Velazquez, Goya erano i suoi antenati, tutta la pittura moderna discende da lui.


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