domenica 27 gennaio 2008

MOVIMENTI DI AVANGUARDIA (Avant-garde movements) – Pittura e scultura

La persistenza della memoria (Orologi molli) Salvador Dalì

MOVIMENTI DI AVANGUARDIA
         
Per la pittura e la scultura, gli anni compresi tra il 1910 all’incirca e il dopoguerra rappresentano una svolta radicale e clamorosa. Le premesse già poste da quella che era stata un’operazione di rottura col passato, la pittura espressionista, si traducono in veri e propri rivolgimenti, in nuove conquiste estetiche e culturali. Se l’architettura evolve in funzione delle città e del ruolo di queste in una civiltà industriale, analoga evoluzione subisce la pittura, ma con una problematica sensibilmente diversa. Il quesito che si pone, semplificando il più possibile, è il seguente: si deve dipingere o scolpire aderendo a questo tipo di società, individuandone le contraddizioni e agendo eventualmente da “correttivo”, o si deve invece pensare ad un’arte posta al di fuori della società, non vincolata ad essa, nel tentativo di recuperare autonome energie creatrici?
Lungo queste due ipotesi ideologiche si muovono le più importanti correnti d’avanguardia:   CUBISMO…, COSTRUTTIVISMO…, DER BLAUE REITER (IL CAVALIERE AZZURRO) da un lato, DADA…, SURREALISMO…,la METAFISICA dall’altro. 
Vediamo, per linee molto generali, di consistano.

Alle origini del movimento cubista vanno poste la pittura dei francesi Paul Cézanne (1839-1906..., e la mostra che delle opere di questi si fece nel 1907) e Henry Rousseau (1844-1910), nonché lo studio dell’arte negra. Cézanne aveva cominciato a ritrarre gli oggetti componendoli e riproducendone sulla tela le varie parti, secondo un determinato ordine; Rousseau (detto il Doganiere) con la sua pittura “incolta”, istintiva (naïf) aveva dimostrato che era possibile realizzare capolavori pittorici prescindendo da una regola tecnica (prospettiva, rilievo, ecc.) ed estetica; la scultura negra suggeriva invece linee essenziali, pure, astratte rispetto alle forme comuni dell’ambiente.
Chi raccoglie queste esperienze e le trasforma in un’organica e rivoluzionaria proposta pittorica è il grande Pablo Picasso (1881-1973), cui si affianca Georges Braque (1882-1963). La pittura, per il cubismo (una definizione che evoca analogie con la forma geometrica del cubo) non è più riproduzione di ciò che esiste ma è di per se stessa un’azione, un avvenimento. Le domande “che cosa rappresenta?” e “chi l’ha fatto?” non hanno senso di fronte a un quadro cubista. Se pretesto di un quadro può essere un oggetto (una sedia o un volto, non importa) questo però viene riconsiderato, “disfatto”; le sue componenti vengono riproposte sulla tela non più secondo l’ordine originale, ma secondo una diversa struttura. Nel dipinto cubista non vi è senso della profondità e della prospettiva e tuttavia ciò che risulta è una sensazione tridimensionale (come se vedessimo l’oggetto contemporaneamente da diversi angoli visuali); il cubismo è pittura realistica, non nel senso della riproduzione di un oggetto reale, bensì della “presentazione”, anche provocatoria, di un oggetto.
Altrettanto innovatrice è la tecnica impiegata: si usa il colore come un intonaco, spesso frammisto a sabbia per aumentarne la corposità; si usano pezzi di stoffa o ritagli di carta (“collages”) e così via. Pittura e scultura si assimilano: Picasso e Braque sono anche scultori, e cubisti sono gli scultori Duchamp-Villon, Archipenko, Laurens e altri. Nell’ambito della pittura cubista operano numerosi e validi pittori tra i quali, anche se con una posizione autonoma e critica, i francesi Marcel Duchamp (1887-1968) Ferdinand Léger (1881-1955). Direi, a conclusione, che la carica rivoluzionaria del cubismo si attenuò nei primi anni del dopoguerra: l’esigenza di un ritorno all’ordine (così viva in letteratura) si fece sentire anche in questo campo. In Francia, tornò alla ribalta la pittura di Henry Matisse (Le Cateau, 1869-Cimiez, Nizza 1954)..
La corrente del COSTRUTTIVISMO riassume, in Russia, tutta l’esperienza dell’avanguardia dopo la Rivoluzione d’Ottobre. Kasimir Malevic (1878-1935) e Wladimir Tatlin (1885-1956), che furono i massimi esponenti, partirono dall’affermazione che la pittura (e la scultura) non devono “rappresentare” qualcosa ma devono essere “costruzione”, realizzata con criteri analoghi a quelli dell’architettura. Infatti tutto ciò che potrebbe essere rappresentato non può che appartenere all’ieri, al passato, mentre la pittura deve informare su quanto oggi si sta costruendo. Il COSTRUTTIVISMO – che non ebbe poi alcun seguito in Russia – influenzò notevolmente la Bauhaus (Bauhaus è l'abbreviazione di Staatliches Bauhaus, una scuola d'arte e architettura della Germania che operò dal 1919 al 1933). Nel suo ambito lavorano e si formano artisti come Wladimir Kandinsky e Marc Chagall (1887-1985)..
Appunto Kandinsky (1866-1944) fu il fondatore e ilo massimo rappresentante del movimento detto del .CAVALIERE AZZURRO derivato da quello tedesco del PONTE In antitesi con il cubismo (cui tuttavia questa corrente si ricollega), si afferma che l’arte non ha alcun rapporto con la natura esterna, con gli oggetti e le forme della vita reale: essa muove invece da impulsi interiori dell’artista e si manifesta come armonia di colori e di linee, i cui ritmi ricordano quelli musicali. E’ quindi una pittura astratta.
A questo indirizzo informano la loro opera diversi pittori tra i quali lo svizzero Paul Klee (1879-1940).
Ho così esaminato le caratteristiche di quelle tendenze che operarono, nei modi che furono loro propri, in funzione del rapporto con la civiltà delle industrie, all’interno, cioè, della logica di questa, della sua cultura.
Di segno del tutto opposto è invece la corrente dadaista. Il nome DADA deriva da una paroletta pescata a caso nel dizionario Larousse che la riporta quale tipico suono del linguaggio infantile. Una scelta bizzarra, che sottolinea proprio il fatto che non si vuol significare nulla. La pittura dadaista non ha, programmaticamente e provocatoriamente, nulla da dire: è impensabile, sconcertante, scandalistica.
“Poiché esiste un concetto di arte ed esistono oggetti artistici e tecniche artistiche, bisogna contestare tutto questo: la vera arte sarà l’anti-arte. Un movimento artistico che neghi l’arte è un controsenso: DADA è questo controsenso. Negando l’intero sistema dei valori, nega se stessa come valore e anche come funzione… DADA non vuol produrre opere d’arte ma prodursi in interventi a catena, deliberatamente insensati, assurdi… “ (Giulio Carlo Argan, 1909-1992).

Dal movimento DADA, sorto nel 1916 a Zurigo, in Svizzera, attorno a un circolo fondato dal poeta rumeno Tristan Tzara (1896-1963), furono immediati e diretti precursori I francesi Marcel Duchamp (1887-1968) e Francis Picaba (1879-1953) e maggiore interprete il tedesco Kurt Shwitters (1887-1948). La tecnica DADA prevede l’impiego anche della fotografia e del cinema; i dadaisti intervengono con irrisione su opere “consacrate”, come fa appunto Duchamp riproducendo la Gioconda di Leonardo munita di un bel paio di baffi.
Diretta conseguenza del DADA è il SURREALISMO  le cui basi teoriche furono poste dallo scrittore francese André Breton (1896-1966) in un celebre “manifesto” apparso nel 1924. Per Breton, che era anche psichiatra e psicanalista, sede dell’arte non è la coscienza bensì l’inconscio. La “logica”, se così si può dire, che presiede l’arte è quella del sogno dove le cose appaiono legate tra loro da relazioni del tutto “illogiche”. L’artista deve dipingere, in parole povere, come se stesse sognando. Il SURREALISMO (cioè superamento del realismo) usa una tecnica spregiudicata, al pari di quella DADA, sfruttando ogni mezzo, compresa la foto-cinematografia.

Tra i più celebri pittori surrealisti ricordo il tedesco Max Ernst (1891-1976), il francese André Masson (1896-1987), gli spagnoli Joan Mirò (1893-1983) e, notissimo, Salvador Dalì (1904-1989).
Va sottolineato che al surrealismo aderì, o meglio si “alleò”, Pablo Picasso – autentico protagonista di ogni tappa del cammino della pittura moderna – che si giovò anche di queste esperienze prima di giungere ai suoi capolavori storici-politici come GUERNICA , MASSACRO IN COREA, la GUERRA e la PACE.


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LA LUNA E I FALO' - Cesare Pavese


LA TRAMA

E' tornato, ma in paese non c'è più nessuno di quelli di un tempo.Virginia e Padrino, ai quali egli può dire grazie se è cresciuto in quel paese e non in un altro, sono morti da molti anni.
L'avevano allevato insieme con i loro figli, ma non sapevano chi fosse il piccolo per il quale ricevevano ogni mese cinque lire dal brefotrofio di Alessandria.
In quegli anni qualche compagno di scuola dispettoso o maligno lo chiamava "bastardo"…, ed egli rispondeva per le rime perché per lui quella era una parola come vigliacco o vagabondo. Neppure lo sfiorava il pensiero di non essere nato lì, in Gaminella, tra quelle colline e quei grandi prati che si arrampicano verso le cime.
La campagna, le vigne, le cascine sparse, l'acqua del Belbo erano stati tutto il suo mondo e mai, da ragazzo, si era chiesto se poteva essercene uno diverso. Ora che di mondo ne ha visto tanto, ha voluto tornare. Alloggia all'Albergo dell'Angelo, sulla piazza grande del paese…, tutti sanno che ha fatto fortuna…, gli offrono i loro poderi da comprare e le figlie per spose.
Non lo chiamano più bastardo o Anguilla, come quando serviva alla fattoria della Mora…, lo chiamano l'Americano e stentano a riconoscere in lui il ragazzetto scalzo d'un tempo. Tutto è cambiato…, anche Nuto, il falegname del Salto, suo maestro e modello, l'allegro complice delle prime scappate, s'è fatto un uomo maturo…, ha abbandonato il clarino, con cui per dieci anni allietava le feste dei dintorni, s'è sposato e ha continuato il mestiere del padre, in quella sua casa che ha sempre un odore di gerani e di trucioli.
E' lì che l'Americano torna più volentieri, a parlare con Nuto, a ricercare insieme con lui il tempo perduto dell'infanzia e della giovinezza.
Più spesso il discorso torna alla famiglia del signor Matteo, il ricco proprietario della Mora. Di loro non c'è più nessuno…, tutti finiti, trascinati da un oscuro destino di rovina e di morte.
Com'era grande e bella la Mora, col suo enorme cortile vicino allo stradone e quel giardino pieno di fiori, che Irene e Silvia, le figlie grandi del signor Matteo, coglievano ogni mattina. In mezzo a quei fiori splendeva la testa bionda della più piccola, Santa, bellissima ma bizzosa da far ammattire tutti quanti.
Irene, la maggiore, era tutta bionda e bianca e a lei, così dolce e fragile, non si poteva pensare come un ragazzo, le prime volte, pensa a una donna.
A Silvia, invece, si poteva pensare anche in quel modo. Anguilla non era allora che un servitorello della Mora, ma poteva guardare Silvia e ripensarla poi in solitudine, rivedersela davanti, coi capelli che le scendevano sugli occhi, tutta rossa e accaldata durante la vendemmia.
Quando Silvia morì, furono recisi tutti i fiori del giardino per il suo funerale e in quel mese di giugno di fiori ce n'erano tanti. Non molto tempo dopo, i maltrattamenti e la vita stentata uccisero anche Irene, sposata controvoglia a un giovane che se l'era presa soltanto per la dote.
E Santa ? Quando Anguilla serviva alla Mora, Santa era una bambina…, ma poi… Nuto, mentre parla di Santa, sembra sfuggire con gli occhi tristi un ricordo che si ostina a tornare.
"Tu Santa a venti anni non l'hai vista. Era più bella di Irene, aveva gli occhi come il cuore del papavero…" - Nuto sa com'è morta Santa, l'ha vista morire. Aveva fatto la spia per i fascisti e i partigiani l'avevano condannata a morte…, una scarica di mitra che non finiva più. Poi l'avevano coperta di sterpi, inondata di benzina e lasciata bruciare, finché non era rimasto altro che cenere… come i falò il giorno di San Giovanni. Non si poteva risparmiarla…, troppi ragazzi erano morti per causa sua. Morta Santa, alla Mora non c'era rimasto più nessuno di quelli d'un tempo.
Lui ora è tornato, è ricco…, ma di tanta gente che era stata viva, che aveva goduto e sofferto, non restano che lui e Nuto…, e anche Nuto non è più quello di un tempo… è un uomo ormai, col suo fardello di esperienze amare. Quante volte, in America, aveva fantasticato di tornare, di ripercorrere quello stradone, di suonare a quel cancello e farsi riconoscere…, la voglia di tornare lo faceva star male, ma ora sa che non ne valeva la pena...
Quelli che avrebbero dovuto riconoscerlo, guardarlo stupiti, fargli festa, non ci sono più. Sono tutti morti. E' come arrivare in una vigna dopo la vendemmia, quando tutti ormai se ne sono andati e i canti e le risa non risuonano più. La misera casa di Gaminella, dove era vissuto bambino, con Padrino, Virginia e le loro figlie, ora è abitata dalla famiglia del Valino, che è forse ancora più povera di quanto loro fossero mai stati. Nella casa vi è anche un ragazzetto di nome Cinto, scalzo e sbrindellato com'era lui, ma più infelice, perché sciancato e rachitico, terrorizzato dal padre, quel Valino, sempre rabbioso per la stanchezza e la miseria. L'Americano trascorre con Cinto molte ore, ama parlare con lui, intuirne i pensieri. In Cinto riconosce se stesso com'era un tempo…, gli stessi desideri inespressi, gli stessi dolori, la stessa fame, naturale come l'aria.
Una notte il padre di Cinto. Improvvisamente impazzito, uccide le donne della famiglia, dà fuoco alla casa e s'impicca. Cinto sfugge per miracolo alla carneficina e si trova da un'ora all'altra solo al mondo. Lo accoglie Nuto nella sua casa, dove Cinto potrà anche imparare un mestiere…, anche Anguilla, tanti anni prima, era entrato alla Mora e aveva incominciato ad imparare il mestiere di vivere.
Trovato il rifugio a Cinto e promesso il suo aiuto per il futuro, l'Americano sente che non gli resta più nulla da fare al suo paese. Non può rimettervi radici. Questo non è il "suo paese"…, appartiene ad Anguilla, a quei suoi sogni lontani. E' il paese di Cinto, di Nuto, che non ha mai abbandonato la sua casa del Salto. Ritornerà a Genova, ripasserà il mare chissà quante volte ancora. Ogni tanto di nuovo qui, a parlare con Nuto, a cercare se stesso e l'infanzia perduta, tra le vigne e l'acqua del Bembo.


UNA PAGINA - Capitolo XXVI

..." Di tutto quanto, della Mora, di quella vita di noialtri, che cosa resta? Per tanti anni mi era bastata una ventata di tiglio la sera, e mi sentivo un altro, mi sentivo davvero io, non sapevo bene perché. Una cosa che penso sempre è quanta gente deve viverci in questa valle e nel mondo che le succede proprio adesso quello che a noi toccava allora, e non lo sanno, non ci pensano. Magari c'è una casa, delle ragazze, dei vecchi, una bambina - e un Nuto, un Canelli, una stazione, c'è uno come me che vuole andarsene via a far fortuna - e nell'estate battono il grano, vendemmiano, nell'inverno vanno a caccia, c'è un terrazzo - tutto succede come a noi. Dev'essere per forza così. I ragazzi, le donne, il mondo, non sono mica cambiati. Non portano più il parasole, la domenica vanno al cinema invece che in festa, danno grano all'ammasso, le ragazze fumano - eppure la vita è la stessa, e non sanno che un giorno si guarderanno in giro e anche per loro sarà tutto passato. La prima cosa che dissi, sbarcando a Genova in mezzo alle case rotte della guerra, fu che ogni casa, ogni cortile, ogni terrazzo, è stato qualcosa per qualcuno e, prima ancora che al danno materiale e ai morti, dispiace pensare a tanti anni vissuti, tante memorie, spariti così in una notte senza lasciare un segno. O no? Magari è meglio così, meglio che tutto se ne vada in un falò d'erbe secche e che la gente ricominci. In America si faceva così - quando eri stufo di una cosa, di un lavoro, di un posto, cambiavi. Laggiù perfino dei paesi intieri con l'osteria, il municipio e i negozi adesso sono vuoti, come un camposanto."


COMMENTO ALLA PAGINA

Per me questa è una bellissima pagina, così accorata, scritta quasi con un nodo alla gola. La forma è sobria, il linguaggio volutamente dimesso, perché nel romanzo scritto in prima persona, è il protagonista che parla, usando le parole semplici, familiari a lui e alla gente del suo paese. Qua e là compare il gergo dialettale (…"quella vita di noialtri"…, "andare in festa"…), che Cesare Pavese usa sempre volentieri, anche negli altri suoi racconti…, ma non disturba affatto, perché rende il discorso più vivo, immediato e sincero. L'interesse dello scrittore sembra rivolgersi più al modo di raccontare che ai fatti narrati. Con quel suo stile scattante nelle frasi brevi ed espressive, coordinate fra loro senza ricercatezza, egli svolge il suo pensiero e ci offre una visione della realtà tutta intima e particolare.
La sua prosa ha spesso la cadenza di un ritmo ripetuto fin quasi all'ossessione, ed è proprio con questo mezzo che egli riesce a comunicarci la sua profonda angoscia e la sua esasperata ansia di chiarezza e di verità.


VALORE DELL'OPERA

La maggior parte dei temi cari a Pavese li troviamo in questo romanzo "La luna e i falò", l'opera della sua maturità artistica e certamente quella più riuscita.
E' questo il suo testamento spirituale, il risultato e la sintesi di tutte le sue passate esperienze, ma anche il suo libro più ricco di poesia.
Il personaggio simbolico è colui che è stato strappato dal suo paese d'origine, lo sradicato, l'emigrato trasportato violentemente lontano dai luoghi natii. Prevale così il ricordo nostalgico dell'infanzia, tempo mitico in cui l'uomo forma la sua personalità e da cui rimane profondamente influenzato. L'impossibilità di recuperare quel mondo, anche tornandoci, segna l'individuo, che ormai si sente privato di una collocazione autentica. Il bastardo Anguilla è l'esempio più significativo dello sradicato, nel quale Pavese narra se stesso e racconta il dramma del suo vivere…, ha disertato i suoi campi, le colline dell'infanzia e dell'adolescenza, ed è espatriato verso luoghi remoti, nell'America favolosa, dove a furia di lavoro ha realizzato una fortuna, impossibile al suo paese…, ha cercato lontano nuovi orizzonti di realtà, senza però mai recidere gli intimi legami con la realtà della memoria e del cuore…, e ora, più solo che mai, cedendo al richiamo nostalgico della terra, torna al suo paese in cerca dell'infanzia perduta e delle radici simboliche del suo destino. Quasi ogni pagina, nel commosso ritratto della vita semplice, rivela l'amore di Pavese per la propria terra, la Langa piemontese. Un magico mondo, in cui tutte le favole avevano la possibilità di nascere e diventare credibili…, terra "d'infanzia, di falò, di scappate, di giochi". Entro quei confini è circoscritto il mondo delle cose che "non passano mai", perché ciò che "sapevamo fin da bambini" rimarrà per sempre vero, anche quando, coi capelli bianchi, non sapremo più ritrovare nella nostra memoria i tanti avvenimenti trascorsi.
Questo è un tema che ricorre spesso nelle opere di Cesare Pavese, il quale, nel tempo e nei luoghi che videro la sua infanzia, cerca di scoprire le radici di tutta la sua vita. Al suo ritorno il paesaggio è immutato e sembra a Pavese lo specchio di una società senza avvenire…, ma mutato è lui, maturo di esperienza e d'anni, mutato è il corso dei destini individuali, nel crogiuolo della guerra civile. Quanti volti scomparsi, miti distrutti…, è passata la guerra e ha lasciato i suoi morti…, sono scomparse le belle sorelle della Mora, illuse e deluse nelle loro passioni disordinate e nelle loro ambizioni, inquiete, ardenti, travolte dal loro destino. Solo Nuto rimane al suo posto, sulla sua terra, con l'esile speranza di poter cambiare qualcosa…, il protagonista invece diserterà ancora, tornerà a cercare lontano, in solitudine, un "avvenire". Un presagio della tragica diserzione di Pavese, che sente il suo passato oramai anch'èsso bruciato per sempre, come in un grande falò.
Tutti i personaggi di Pavese conoscono una profonda solitudine spirituale che li rende estranei alla società in cui vivono…, dietro di loro c'è lo scrittore, con la sua amarezza, i suoi dubbi, la sua ricerca ansiosa di verità. Anche le figure femminili che incontriamo nel romanzo "La luna e i falò" hanno la caratteristica in comune con le altre donne dei romanzi di Pavese…, di loro si può sognare, si può sperare di averle, ma non le si ottiene mai veramente. Pavese non ha potuto credere nell'amore, perché ogni donna l'ha deluso e ferito nel profondo dell'animo…, e i personaggi dei suoi romanzi ripropongono l'angoscia di questo fallimento e di questa delusione.
"La luna e i falò" ci trasporta verso un finale sempre in crescendo, con una narrazione di tale liricità da stupire in profondo, per fermezza, rigore, ed insieme capacità di languore e d'abbandono.
In questo romanzo si sposano felicemente realismo e simbolismo, che si fondono in un perfetto equilibrio che esalta la filosofia "pavesiana" e rende il libro uno dei capolavori della letteratura italiana del dopoguerra.


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BREVE BIOGRAFIA DI CESARE PAVESE

Era il 27 agosto 1950 quando Cesare Pavese, nella stanza di un albergo di Torino, si tolse la vita. Sul tavolino accanto al letto trovano il suo libro "Dialoghi con Leucò", l'opera che egli forse amò sopra le tutte…, sulla prima pagina, ha scritto di suo pugno……"Perdono tutti e a tutti chiedo perdono. Va bene? Non fate troppi pettegolezzi."
.Il giorno dopo i giornali stampano con la notizia il suo ritratto…, un volto lungo e ossuto, lo sguardo assorto e lontano dietro le lenti spesse. Ci si chiede angosciati perché l'ha fatto. Due mesi prima aveva ricevuto il Premio Strega, battendo autorevoli concorrenti…, aveva ottenuto anche l'agiatezza.
Era crudelmente deluso in amore, ma nulla del suo atteggiamento esteriore lasciava supporre una decisione così disperata. La spiegazione la troveremo percorrendo passo passo le tappe della sua breve vita, intellettualmente troppo intensa e spiritualmente troppo travagliata.
E' nato a Santo Stefano Belbo, un paesino delle Langhe piemontesi , il 9 settembre 1908. Poiché la famiglia risiede a Torino, Santo Stefano è solo il paese delle vacanze. A Torino compie gli studi, con ottimi risultati. Rimane solo nel 1931, l'anno della sua laurea in lettere. Vive con la famiglia della sorella Maria, ma è come se vivesse solo, sempre di poche parole, di scarsa confidenza, chiuso in se stesso. Non può insegnare nelle scuole di Stato perché non aveva accettato la tessera fascista…, ripiega allora sull'insegnamento privato e le scuole serali.
Nel maggio del 1935 Pavese viene arrestato perché gravitante intorno alla rivista "Cultura" considerata antifascista e viene condannato dal tribunale politico a tre anni di confino a Brancaleone Calabro, (l'editore Giulio Einaudi sarà prosciolto in istruttoria). Graziato dopo un anno, fa ritorno a Torino, e apprende d'aver perduto la donna che ama, sposatasi con un altro durante la sua lontananza. E' un colpo troppo forte, da cui lo scrittore non si riavrà mai più.Poiché vuole "valere alla penna", si dedicherà allo scrivere con l'impegno totale di tutte le sue forze. Riuscirà a diventare un "grosso nome", ma questo non varrà a salvargli la vita.


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ALCUNE OPERE

LAVORARE STANCA - E' una raccolta di poesie e contiene tutti i temi che via via appassioneranno lo scrittore. In quest'opera sono rappresentate non soltanto le tradizioni paesane e l'infanzia cercata nelle vecchie storie di famiglia, ma anche Torino con le sue colline e le lunghe ore incantate trascorse sul Po, il mondo operaio della periferia, la solitudine spirituale di chi è incapace di comunicare con gli altri e si sente tra la gente come "una foglia battuta".
In questa sua opera sono inserite anche tre poesie ispirate a Fernanda Pivano, che era stata allieva di Pavese al D'Azeglio, che in seguito se ne innamora, e riconosce che "per la seconda volta nella sua vita si è cacciato in una prigione…"

FERIA D' AGOSTO - E' il titolo di un volume di racconti in cui Cesare Pavese, toccando con nostalgia il fondo dei suoi racconti d'infanzia, interpreta mirabilmente il mondo umano e naturale della collina piemontese a lui tanto cara.

IL COMPAGNO - E' il romanzo della vita cittadina e della vocazione politica…, l'autore, pur non indugiando in descrizioni, ci dà una schietta immagine della sua Torino, di cui con rapidi scorci ricrea la particolare atmosfera. Al centro del racconto è la figura di Pablo, il giovanotto spensierato che a poco a poco si renderà conto della sua responsabilità di uomo e di cittadino.

TRA DONNE SOLE - E' un romanzo breve, facente parte de "La bella estate" (Premio Strega 1950) insieme al racconto omonimo e con "Il diavolo sulle colline". Fra le altre figure femminili felicemente tratteggiate dalle mani dello scrittore, spicca quello della giovane Rosetta, la ragazza dal tragico destino. Il regista Michelangelo Antonioni trasse da "Tra le donne sole" il film "Le amiche".

IL MESTIERE DI VIVERE - E' il diario di Pavese, pubblicato dopo la sua morte. Egli stesso aveva dato questo titolo alle pagine a cui da molti anni confidava i propri dubbi, le lotte intime con se stesso. Sono pagine sincere, talvolta spietate, in cui è manifestata la sua solitudine spirituale.


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<> Un paese vuol dire non essere soli, sapere che nella gente, nelle piante, nella terra c'è qualcosa di tuo, che anche quando non ci sei resta ad aspettarti <>

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LUNA E I FALO' fa parte della collana - CESARE PAVESE - Romanzi e Racconti1997 - Edizione Euroclub - Mondolibri S.p.A.
Su licenza di Giulio Einaudi Editore - Torino
Edizione a cura di Lorenzo Mondo


Piano dell'opera

- VOLUME PRIMO - Il carcere - Paesi tuoi - La bella estate
- VOLUME SECONDO - La spiaggia - Il compagno - La casa in collina
- VOLUME TERZO - Il diavolo sulle colline - Tra donne sole - La luna e i falò
- VOLUME QUARTO - Notte di festa (Racconti)
- VOLUME QUINTO - Feria d'agosto (Racconti)


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VASO CON IRIS (Still Life - Vase with Irises) - Vincent Van Gogh




VASO CON IRIS (1890)
Vincent Van Gogh (1853-1890)
Rijkmuseum Vincent Van Gogh - Amsterdam
Olio su tela cm. 92 x 73,5

Risoluzione foto 2,55 Mb


Nel febbraio 1890, qualche mese prima di morire, Van Gogh si recò ad Arles. Le sua condizioni di salute non erano delle migliori, preda di un’ennesima crisi depressiva che lo costrinse all’inattività, tanto che nell’aprile dello stesso anno l’artista dovette essere ricoverato nell’ospedale di Saint-Rémy.
Appena ristabilito, nel breve periodo che precedette la sua dimissione dall’ospedale, alla metà di maggio, Van Gogh ritornò a dipingere con ritmo incalzante.
Per esercitare la mano e la mente, prima di dedicarsi a lavori più impegnativi, l’artista eseguì un notevole numero di nature morte, molte delle quali hanno come soggetto vasi di fiori.

Tra queste è il VASO CON IRIS, la cui composizione si caratterizza per la bassa e netta linea, che delimita il confine fra il tavolo e la parete. In questo quadro Van Gogh sviluppa la composizione in altezza, a differenza della NATURA MORTA CON IRIS (New York, Metropolitan Museum of Art) che invece propone una soluzione orizzontale, che permette al pittore di gestire, con maggior successo, lo spazio pittorico disponibile.

I tormentati petali degli iris sembrano sprigionare un estremo fremito di vita prima di appassire, quasi a voler emulare lo spirito inquieto di Van Gogh, e a presagire la sua prossima morte.
Da un esame più attento dell’opera si vede chiaramente che i fiori straboccano dal vaso, sulla destra della composizione, sono un’aggiunta posteriore: forse il pittore dovette ricorrere a questo stratagemma per controbilanciare la massa statica del mazzo centrale. Contro i toni solari dei gialli dello sfondo, del piano e del vaso, spiccano gli azzurri, i violetti e i blu dei fiori: un effetto luminoso e vivace tra i colori complementari intenzionalmente ricercato da Van Gogh (scelta che l’artista spiega in una lettera datata 1890), allo scopo di ottenere un risultato diverso da quello dei
VASO CON I GIRASOLI (Londra, National Gallery), datato 1888, dove aveva sfumature dello stesso colore.
Nonostante la mancanza della firma e della data, si è venuti a sapere che questo dipinto risale al 1890, probabilmente eseguito nel mese di maggio, quindi poco tempo prima della dimissione di Van Gogh dall’ospedale di Saint-Rémy.


DUE NOTE SU VAN GOGH - Per approfondire vedi la biografia completa di Vincent Van Gogh
Vincent Van Gogh nacque il 30 marzo 1853 a Groot-Zundert, un villaggio posto sulla strada che unisce Breda ad Aversa, vicino al confine tra l'Olanda e il vicino Belgio.
Tre suoi zii erano mercanti d’arte ed egli, a sedici anni, iniziò a lavorare presso la succursale della galleria d’arte parigina Goupil & Cie di La Haye. Nel 1873 suo fratello Theo fu assunto a sua volta da Goupil, e Vincent venne inviato a Londra e poi a Parigi. Tre anni più tardi, Van Gogh abbandonò le sue ambizioni di mercante d’arte e diede le dimissioni dall’incarico.
Negli anni successivi studiò teologia e divenne evangelizzatore; certo di questa nuova vocazione si stabilì in Belgio, nel villaggio di Borinage, dove visse in grande povertà insieme ai minatori, ai quali spiegava la Bibbia, condividendo le loro rivendicazioni sociali, fino ad essere esonerato dall’incarico da parte delle autorità religiose.
Dal 1880 Van Gogh iniziò a disegnare. A La Haye fu vicino al pittore Anton Mauve, suo parente, che lo incoraggiò verso questa nuova vocazione. Nel 1883 iniziò ad utilizzare le tinte ad olio, spronato dal fratello Theo, che gli regalò tutto il materiale necessario. Il pittore si stabilì allora presso la sua famiglia, a Neunen, e nel gennaio 1886 si iscrisse all’Accademia di Belle Arti di Anversa. Due mesi dopo si recò a Parigi, dove alloggiò presso il fratello che gli fece scoprire l’impressionismo.
Van Gogh rimase nella capitale per due anni, e successivamente si trasferì ad Arles. Gauguin lo raggiunse in dicembre, ma a seguito di una violenta discussione, Vincent ebbe la sua prima crisi di follia e si tagliò un orecchio. Dopo questo episodio drammatico, l’artista venne ricoverato a Saint-Rémy; dietro consiglio di Pissarro, Theo lo fece trasferire a Auvers-Sur-Oise, dove venne curato dal dottor Gauchet. Ma le crisi si facevano più frequenti e il 29 luglio 1890 il pittore tentò il suicidio sparandosi; morì due giorni dopo, assistito dal fratello.
Così Vincent Van Gogh abbandonava la terra... , lasciava un patrimonio di opere che un giorno sarebbero state disputate a base di milioni, ma che allora nessuno voleva.








IMMANUEL KANT

  
UN UOMO DI CATTEDRA CHE FU UN GRANDE RIVOLUZIONARIO



“Rimango seduto ogni giorno davanti all’incudine del mio leggio, e vibro con cadenza uniforme il pesante martello di lezioni sempre uguali… Tuttavia mi appago del plauso che altri mi danno, e così trascorro la mia vita”.
Davvero la vita di Kant, che egli così descrisse in un momento di confidenza, fu una vita incolore e monotona, meticolosa e un po’ pedante, tutta e soltanto dedita alla meditazione e all’attività accademica. Nessun fatto esteriore appariscente, nessuna partecipazione benché minima alle vicende politiche e alla vita pubblica del suo tempo;suddito ossequiente e sottomesso del re di Prussica; precettore dapprima presso alcune nobili famiglie prussiane, professore poi all’università di Königsberg, sua città natale, egli morì celibe, il 12 febbraio 1804, all’età di ottant’anni.
Sbaglierebbe però chi, basandosi su questa esistenza arida e solitaria, pensasse di poter intendere a fondo l’opera di Kant prescindendo dagli eventi politici e sociali che gli furono contemporanei. Certo: dati fondamentali per la comprensione del pensiero kantiano sono, come è noto, l’empirismo inglese con Hume, che lo “svegliò dal sonno dogmatico”; la scuola razio0nalistica di Leibniz e di Wolff; la scienza newtoniana di cui Kant fu profondo e originale cultore. Ma dall’opera del padre della filosofia classica tedesca non è assente l’ “esprit de l’époque”, quello spirito che sfociò nella Grande Rivoluzione.
La stessa tendenza che stava alla base dell’ILLUMINISMO, quella cioè di trascinare ogni cosa davanti al tribunale della ragione, è ravvisabile anche nel cosiddetto “criticismo kantiano”: criticismo nel senso che Kant si propose anzitutto di sottoporre ad un esame critico la ragione umana per accettarne le possibilità e fissarne i limiti.
I filosofi prekantiani avevano intessuto arditi romanzi metafisici su Dio, sull’anima, sull’essenza del mondo, pienamente convinti della validità di queste loro costruzioni: ma si trattava – Kant – di superbi sogni di visionari.
L’unica conoscenza autentica è infatti, secondo lui, quella rivolta al mondo della nostra esperienza, al mondo studiato dalla scienza, che egli chiama “fenomenico” per distinguerlo e contrapporlo a quello delle “cose in sé”, che egli chiama “noumenico”, e che non può essere oggetto di effettiva conoscenza, ma solo, se mai, dell’aspirazione dell’animo umano a trascendere la realtà empirica.
Nella conoscenza del mondo naturale, “fenomenico”, il pensiero umano non si comporta però come uno specchio passivo: al contrario esso ha una funzione attiva, formatrice e costruttrice. Kant crede di poter riconoscere in esso delle “condizioni a priori” (cioè non derivanti da esperienze e da abitudini) che accolgono e organizzano i dati del senso (la materia grezza, diciamo così, del conoscere) fissando la trama e dettando le leggi al mondo Fenomenico. Queste condizioni a priori, universali e necessarie, sono di due specie: le intuizioni sensibili, cioè “tempo e spazio”, che non appartengono alle “cose in sé stesse”, ma sono piuttosto un “modo nostro” di inquadrare l’esperienza, e le “categorie” intellettive, cioè i concetti di sostanza, causalità, pluralità ecc.
Con questa concezione Kant veniva a realizzare quella che egli stesso definì la “rivoluzione copernicana” in filosofia. E cioè: come l’astronomo Copernico difronte alle difficoltà in cui urtava il sistema geocentrico aveva pensato che la Terra non fosse immobile, ma girasse essa stessa intorno al Sole, così Kant, difronte alle difficoltà in cui si dibatteva il problema della conoscenza nella impostazione empiristica e razionalistica tradizionale, pensò di poterlo risolvere affermando che il soggetto ha una funzione attiva, formatrice, costruttrice.
CRITICA DELLA RAGION PURA – in cui sono ampiamente e profondamente trattate le teorie di cui ho dato un fugacissimo cenno – seguì la CRITICA DELLA RAGION PRATICA (1788) che contiene la morale di Kant.
Kant stabilisce un abisso tra ciò che è utile e ciò che è piacevole, da una parte, e ciò che è “morale” dall’altra. Egli afferma il carattere di comando, l’imperatività assoluta della legge morale, la quale, però, non è fuori di noi, ma è nel profondo di noi stessi: afferma cioè l’interiorità del volere morale che coincide col dovere. E’ questo l’ “imperativo categorico”.
Il significato rivoluzionario della morale kantiana sta nel fatto che l’obbedienza alla legge morale non è l’obbedienza a qualcosa di esterno all’uomo, ad un potere, ad un’autorità che sia fuori o al di sopra di lui, e nemmeno è ossequio al volere divino.
“Con Kant – ha scritto un filosofo italiano dell’Ottocento, Bertrando Spaventa – sono impossibili la casistica dei gesuiti, la soggezione ad ogni legge arbitraria in cui lo spirito non riconosca se stesso, la negazione della libertà individuale, la dipendenza della podestà laica da quella ecclesiastica…”.
Sia pure su un piano astrattamente rigoristico, la morale kantiana valorizza fortemente la personalità umana: e questo dimostra come Kant abbia fatto proprie, nel clima della società arretrata e semifeudale in cui viveva, quelle esigenze di libertà che trovarono la loro espressione negli ideali e nelle conquiste della Rivoluzione Francese.

Non a torto dunque il Carducci paragonò in due versi famosi la portata rivoluzionaria dell’insegnamento di Kant all’azione politica di Robespierre.



VEDI ANCHE . . .

CRITICA DELLA RAGIONE - Immanuel Kant

CRITICA DELLA RAGION PURA: TEORIA DELLA CONOSCENZA - Immanuel Kant

CRITICA DELLA LA RAGION PRATICA (Critique of Practical Reason) - TEORIA DELLA MORALE - Immanuel Kant

CRITICA DEL GIUDIZIO - Immanuel Kant

KANT... e i post-kantiani Schelling, Fichte, Hegel

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