martedì 29 gennaio 2008

* REALISMO OLANDESE DEL '600 (Dutch Realism)

* LE BAGNANTI ( The bathers - Les baigneurs ) – Gustave Courbet


* WILHELM MEISTER - GLI ANNI DELL’ APPRENDISTATO (Wilhelm Meister's Apprenticeship) - Wolfgang J. Goethe

 

 



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CENTO ANNI (Scapigliatura milanese) – Giuseppe Rovani

L’ARGOMENTO


“In una notte di febbraio 1750, a Milano, nella casa di un vecchio ricchissimo e avarissimo morto in quel giorno, un ex-lacchè soprannominato “il Galantino”, entrato furtivamente, sottrae il testamento. Scoperto e inseguito, riesce a dileguarsi, mentre gli inseguitori mettono le mani addosso a un altro: il tenore Amorevoli (realmente esistito), che si trova nel giardino di un’illustre dama dell’aristocrazia milanese (forse esistita, forse una Borromeo).

Questo duplice fatto di cronaca scandalosa milanese è il punto di partenza di una complicata rete di avventure in cui sono avvolti i primi protagonisti e poi i loro discendenti, sui quali in un modo o nell’altro i fatti di quella notte di febbraio hanno una ripercussione, per lo più triste, meno che sull’astuto e audace Galantino, che diventa ricco e potente banchiere”.
E così la narrazione ci porta fino a Roma subito dopo il memorabile assedio del 1849.


UNA PAGINA

Il Galantino, descritto che ebbe quella strana parabola, per la quale, dopo essere nato da un cocchiere nelle stalle del marchese F… ed essersi dilettato a frugare nelle saccocce del suo padrone protettore, ed aver mostrato la gamba più veloce dei lacchè di tutto il Ducato, ed aver fatto il ladro commissionario per compensi non vulgari, e avere indossato a Venezia la serica velada di “lustrissimo” per frodare l’altrui al gioco, e aver subito la tortura col coraggio onde quell’antico Romano mise la mano ad ardere nel braciere, e averla subita e vinta per uscir dalle mani della legge netto e purgato come un lebbroso da un bagno di zolfo, era pervenuto ad essere uno degli addetti alla Ferma (*), a possedere tre case in Milano, due grandi magazzini di varie merci nei Corpi Santi, due filande di seta tra Palazzolo e Bergamo, una villa ridente e voluttuosa tra Gorla e Crescenzago, un’altra villetta in Brianza; a nuotare insomma nell’oro, a dormire sotto il moschetto di damasco violetto, a portare uno splendido anellone di lapislazzuli sull’indice, ed un altro diamante della più pura e bianca goccia sul medio, e due orologi d’oro a ripetizione nel taschino, perché come voleva allora il costume, l’uno facesse la controllerai dell’altro, a calzare gli stivaletti di sommacco filettati d’oro col fiocco e gli speroni d’argento, per caracollare su un bellissimo puledro normanno color isabella, a lunga criniera nera e coda lunghissima che sommoveva la polvere nel corso di via Marina, lungo il quale, fra le file dei carrozzoni patrizi, faceva leggiadra mostra di sé, mentre le giovane dame gli lanciavano guardi furtivi, e i mariti bestemmie e dileggi che non trovavan eco nelle mogli (e qui ci sia permesso tirare il fiato, perché abbiamo fatto un periodo alla Guicciardini); molte dunque erano le ragioni per cui aveva messo l’occhio sulla fanciulla Ada, educanda nel monastero di San Filippo.

(*) – Nel 1750, il generale Pallavicini, ministro plenipotenziario nel governo austriaco a Milano, abolì i separati appalti delle regalie del sale, del tabacco, della polvere ecc. e formò la cosiddetta Ferma generale riunendo tutte le suddette regalie in un solo corpo, ed affidandole ad una società costituita da tre bergamaschi (Greppi, Pezzolio e Rotino), a cui si aggiunsero successivamente alcuni altri. Esercitando ogni sopruso, ogni ladroneria, ogni più turpe angheria riuscirono ad apparire agli occhi di Maria Teresa quali redentori del Regio erario, mentre macinavano milioni a loro vantaggio. Più volte il popolo tentò di ribellarsi. Solo dopo un’accanita lotta condotta da Dietro Verri la famigerata Ferma venne soppressa, quando già i fermieri avevano avuto campo di accumulare sterminate, favolose ricchezze. Nei CENTO ANNI le malefatte dei fermieri e la lotta del Verri sono descritte con colori vivissimi.


UNO DEGLI EPISODI PIU’ FAMOSI

L’eccidio del Conte Giuseppe Prina, ministro delle Finanze, napoleonico, ritenuto come il colpevole delle numerose tasse imposte dal governo francese, linciato dalla folla di Milano il 20 aprile 1814.
“Più nessuno ormai avrebbe potuto stornare la catastrofe della tragedia orrenda. Nell’interno del palazzo aveva cominciato a sfogarsi l’ira pubblica, diventata repentinamente una furiosa demenza. Con gli ombrelli aperti, coi bastoni, coi pugni, coi piedi percuotevano il ministro, lo trascinano nel cortile, lo denudano dei panni di cui è coperto, lo portano in una stalla, tutto sudicio e immelmato, lo mostrano per scherno alla folla da una lurida finestra della stalla medesima. Un urlo spaventoso, di gioia diabolica alza la turba a questa vista, mentre quelli che lo tenevano, lo lasciano cader4e a testa in giù tra quella turba stessa.



GIUSEPPE ROVANI (1812 – 1874) fu il personaggio centrale della Scapigliatura milanese.

Fu il Socrate dotto e mordace degli scapigliati milanesi; improvvisatore di vivaci e caustiche conversazioni, uomo di lampeggiante fantasia, suscitò attorno a sé gli entusiasmi della gioventù lombarda per due o tre generazioni, e per molti anni rimase il simbolo di una genialità creatrice, che i posteri gli hanno a poco a poco contesa e infine negata.

In questi ultimi anni, nel quadro di un generale risveglio d’interessi per la narrativa italiana, debbo dire che la fortuna del Rovani presso i posteri tende a un nuovo momento di favore, quando nel secolo scorso era diventata opinione pressoché concorde che i valori dello storico e del moralista avessero notevolmente superato quelli dell’artista.
Nocque indubbiamente al Rovani l’essere apparso troppo grande agli amici e troppo legato ad un ambiente particolare. Carlo Dossi, che fra questi amici gli fu specialmente legato, tracciò di lui nella “Ravaniana” un ritratto che può sembrare addirittura un monumento, e nello stesso tempo riportò notizie e aneddoti … "Rovani ad un tratto circondato da un’eletta schiera di letterati e d’artisti… Beve e fa loro una lezione d’estetica. Questo quadro darebbe occasione di osservare le sembianze di molti egregi, onor di Milano, quali il Cremona, il Grandi, Ranzoni, il Magni e Uberti, E il quadro potrebbe intitolarsi : Una cattedra all’aria aperta".

Proprio in queste “cattedre all’aria aperta” il Rovani è apparso a molti come una figura limitata; poi il successo mondano del Fogazzaro e dei più sciatti narratori del realismo borghese giungeva a condizionare i gusti del grosso pubblico nell’ultimo ventennio dell’Ottocento e fino alla prima guerra mondiale, cosicché non soltanto il Rovani, ma tutto gli scrittori delle due scapigliature, milanese e piemontese, venivano più o meno dimenticati in attesa di un giudizio critico che rialzasse le loro sorti.
Oggi noi sappiamo che lo schema della narrativa italiana del secondo Ottocento è in gran parte da rifare, e che dobbiamo rileggere con un nuovo spirito i De Marchi, i Rovinio, i Dossi, i De Roberto, i Faldella.
Tutto ciò, per quanto si riferisce al Rovani, perché non possiamo vedere la sua vita interamente risolta nella “cattedra all’aria aperta”; il che poi avrebbe già di per sé la sua importanza.
Fra le opere effettivamente scritte, e scritte per di più con alta coscienza di stile, figurano i CENTO ANNI, romanzo storico di vasta costruzione, che, uscito dapprima e irregolarmente sulla Gazzetta di Milano a cominciare dal 31 dicembre 1856, dà evidenza d’arte a un ampio quadro di costume rappresentando in movimento la società del Sette e dell’Ottocento.
“Vedremo le parrucche cadenti a riccio0ni tramutarsi in topè; vedremo il topè subire più svolgimenti e concentrarsi nel codino col nodo; vedremo i capelli alla Brutus e i ciuffi a campanile e la cerchia del rinascimento; vedremo il guardinfante del secolo passato che attraverso a più tramiti verrà a patti col guardinfante del secolo presente”; così scrisse lo stesso Rovani, caratterizzando un aspetto del suo romanzo, che ravvicinò quattro generazioni, svolgendosi, intorno alla vita di un uomo, che nacque verso la metà del Settecento e morì, nonagenario, quasi alla metà dell’Ottocento.
Distinguendo poi fra manzoniani e manzoniani, riconosciamo che per il Rovani il Manzoni, più che un modello formale, fu come uno specchio in cui egli riconobbe le sue qualità di spregiudicato e penetrante moralista.
“Il suo romanzo – ha scritto il Russo – non è più il semplice romanzo storico dei manzoniani, ma già si trasforma in una ricca galleria di quadri, dove il consueto intreccio monotono, con inserzione posticcia di digressioni storiche, viene abbandonato per una franca e coraggiosa ambizione dei panorami storici di più largo orizzonte”.

Tale ambizione fu accompagnata, nell’esposizione, da limpidità di stile, da acutezza di indagine psicologica, da varia vivezza degli episodi; tutte doti, queste, che furono, in ogni caso, riconosciute anche da quanti si mostrarono restii a riconoscere al Rovani più larghi meriti.
Fra le sue altre opere si ricordano principalmente LA LIBIA D’ORO e LA GIOVINEZZA DI GIULIO CESARE, nelle quali ritroviamo sempre le sue doti di artista e insieme la sua tempra di uomo che non scese mai a patti coi comodi della vita e seppe affrontare le più crude difficoltà per mantenersi moralmente coerente alla sua vocazione di libero scrittore.


Giuseppe Rovani nacque a Milano il 12 gennaio 1812.
Fu, nel 1849, coi volontari che difesero la Repubblica Romana. Emigrò, nel tragico agosto di quell’anno, nel Canton Ticino, e per attraversare la Lombardia (che era stata rioccupata dagli Austriaci) viaggiò da Como a Chiasso sotto un carro, disteso sulla branda del vetturale. Nel Canton Ticino strinse amicizia con Carlo Cattaneo, Giuseppe Mazzini, Giuseppe Ferrari, Carlo Pisacane ed altro patrioti emigrati.
Detestava gli Siori de Milan (i signori di Milano), e cioè i moderati nei quali vedeva i complici di Carlo Alberto e, quindi, i traditori delle Cinque Giornate.
“Scapigliato” anche nella vita, si abbandonò al vizio dell’alcool, che minò, negli ultimi anni, la sua salute.
Morì carico di debiti il 27 gennaio del 1874.



SAN TOMMASO D’AQUINO



La vita di San Tommaso d’Aquino non presenta nulla di esteriormente interessante. Figlio del conte Landolfo D’Aquino, nacque nel 1226 nel castello di Roccasecca, vicino a Napoli, ed entrò in giovane età nell’ordine dei dominicani, dove fu per vari anni discepolo di Alberto di Bollstadt (Alberto Magno).
Divenuto a sua volta maestro di filosofia, peregrinò per varie università d’Italia e d’Europa: particolarmente importante e fecondo fu l’insegnamento a Parigi durante il quale si trovò impegnato in un’aspra polemica contro gli "averroisti", cioè contro i seguaci della interpretazione che il commentatore arabo aveva dato dei testi di Aristotele. Fu poi per qualche tempo presso la corte papale, tornò infine a Napoli per insegnare teologia nello studio generale dell’ordine domenicano.
Morì nel 1274 nell’abbazia dei cistercensi di Fossanova, presso Terracina.
Le sue opere principali, oltre ai vari opuscoli tra cui quello sulla "Unità dell’intelletto contro gli averroismi", sono la "Summa contra gentilis" (cioè i pagani) e la "Summa teologica", la più celebre, rimasta però incompiuta.
Il problema fondamentale a cui San Tommaso consacrò, si può dire, tutta la sua speculazione fu quello della "conciliazione" tra i dogmi cristiani e il pensiero aristotelico che tra la fine del XII e l’inizio del XIII secolo aveva fatto il suo vittorioso ingresso nella cultura medioevale d’Occidente. La concezione filosofica dello Stagirita, debitamente emendata, reinterpretata e magari anche deformata, doveva insomma divenire, grazie ad un compromesso più o meno abilmente dosato fra esigenze della ragione ed esigenze della fede, la piattaforma su cui erigere l’edificio della cultura cristiano-cattolica, perfettamente aderente alla struttura feudale e gerarchica della società del tempo.
Le preoccupazioni che guidano San Tommaso nella sua "utilizzazione" e conseguente "riadattamento" di Aristotele, sono di natura squisitamente metafisico-teologica. Accennerò alle due più importanti: la dimostrazione dell’esistenza di Dio e della immortalità personale.
Per quanto riguarda la prima, San Tommaso afferma che si deve ricorrere ad argomentazioni puramente filosofiche, senza fare in alcun modo appello alla preesistenza della fede. Le argomentazioni di cui egli si serve sono cinque (le cinque "vie" tomistiche che riecheggiano con evidenza alcune nozioni fondamentali dell’aristotelismo) e procedono tutte a posteriori; partono cioè dall’esistenza del mondo per dimostrare o per tentare di dimostrare l’esistenza di Dio.
Esse sono:

1) la via "ex motu", che dall’esistenza effettiva del moto risale alla necessità di un "motore immobile"

2) 2) la via "ex causa", che dalla causalità vigente fra i fenomeni (per cui ognuno di essi è contemporaneamente causa ed effetto di un altro) risale o crede di poter risalire all’esistenza di una causa prima, a sua volta non causata

3) la via "ex contingentia" che dal carattere contingente del mondo ricava l’esistenza di un essere assolutamente necessario, ecc.

E’ chiaro che Dio, raggiunto attraverso questi argomenti razionali (ammesso naturalmente che li si possa prendere per buoni), non è l’essere personale di cui parla la religione; ma qui San Tommaso fa intervenire la fede che, completando la ragione, fornisce tutti gli attributi caratteristici del Dio cristiano (in particolare la creatività), attributi da cui la mentalità aristotelica era lontanissima.
L’altra preoccupazione che, ho detto prima, domina San Tommaso è quella relativa all’immortalità individuale, affermata categoricamente dalla religione. Per l’Aquinate l’anima è la forma del corpo (il suo elemento informatore e organizzatore) e l’essere umano, nella sua concretezza, è dato dalla unione intrinseca, sostanziale fra i due elementi. Ma San Tommaso si guarda bene dal trarne la conclusione che l’anima non può sussistere indipendentemente dal corpo (conclusione che trarranno invece più tardi, con coraggio e coerenza, gli aristotelici "alessandrismi", cioè i seguaci dell’interpretazione di Alessandro di Afrodisia venuta in luce nell’età dell’Umanesimo); egli per giustificare la sopravvivenza dell’anima al di là della morte, si serve del dogma della resurrezione della carne :
- Dopo la sua separazione dal corpo - egli scrive - l’anima si troverà in uno stato quasi innaturale, finchè non si riunirà nuovamente al suo corpo con la resurrezione di esso.
Benché San Tommaso non abbia esposto in un trattato organico una teoria della conoscenza, esistono nella sua opera spunti sufficienti per ricostruire la sua concezione gnoseologica. Ogni conoscenza, per lui, ha inizio dai sensi, ma operando sulla conoscenza sensibile, la mente umana può giungere ad una conoscenza superiore. Questa operazione si compie attraverso l’intelletto il quale ha il compito di astrarre l’"universale" dai dati sensibili. Contro la scuola "nominalistica", l’Aquinate sostiene che la validità dei nostri concetti è fondata sul corrispondente universale "in re", cioè esistente nelle cose, e infine sull’universale "ante rem" (prima delle cose), esistente in Dio.
La verità è data dalla adeguazione dell’intelletto all’essere : "Adequatio rei et intellectus" è appunto la formula dell’intellettualismo tomista e,. più in generale, di ogni intellettualismo gnoseologico.
E’ proprio sul modo di concepire l’intelletto che si è manifestato più acutamente il contrasto con gli averroismi: mentre questi ultimi lo concepivano come una attività autonoma al di fuori dell’individuo, l’Aquinate lo considera come un processo specificatamente umano inerente alla persona individuale.
L’importanza del pensiero tomista nella storia della filosofia e della teologia cattolica è superata forse solo da Sant’Agostino, benché esso da principio abbia incontrato molte difficoltà. Accaniti avversari del tomismo furono i teologi francescani che ebbero il loro insigne rappresentante in Giovanni Duns Scoto, e non mancarono condanne anche da parte di alcune autorità ecclesiastiche. Ma le opposizioni, all’interno del mondo cattolico, si affievolirono con la canonizzazione di Tommaso (nel 1323) e con la sua proclamazione a "Dottore della Chiesa"" (Doctor angelicus, si dirà comunemente). su iniziativa di Pio V (1567).
Più recentemente l’enciclica "Aeterni Patris" di Leone XIII (1879) innalzò San Tommaso a "patrono" delle scuole cattoliche e le notificazioni di Pio X, di Benedetto XV ecc., hanno collocato ufficialmente lo studio di San Tommaso al centro della filosofia e teologia cattolica.


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