domenica 3 febbraio 2008

LA BUONA TERRA ( The good earth ) - Pearl Sydenstricker Buck






LA BUONA TERRA

Pearl Sydenstricker Buck

1995 - Mondatori Editore

Collana - Oscar classici moderni




Il giorno degli sponsali era arrivato. Wang Lung, povero contadino solo al mondo con il vecchio padre,aveva deciso di prender moglie. Non conosceva la sposa. Gliela aveva trovata suo padre, comprando una schiava dalla ricca casa degli Hwang, una potente famiglia della città. “Non troppo giovane la cerco” aveva detto il vecchio “e neanche troppo graziosa”. Wang Lung, al sentire che la donna non doveva essere graziosa, aveva avuto un moto di ribellione.
Bello sarebbe stato avere una moglie carina, di quelle che stra
ppano congratulazioni agli amici….
Ma suo padre lo aveva rimproverato…. “Che cosa dobbiamo farcene di una donna bella?
Una donna che curi la casa e che procuri dei figli lavorando… ecco quello che ci occorre!
Le donne belle non hanno altro pensiero che scegliersi vestiti che s'intonino con la loro faccia.

Alla larga ! Noi siamo contadini. E poi, chi ha mai sentito dire di una schiava carina che sia ancora una ragazza a posto?
Meglio arrivare primi con una donna brutta che centesimi con una bella.”
E così il vecchio aveva acquistato la schiava O'lan, una ragazza semplice, tranquilla e lavoratrice.

O'lan si rivela subito una brava donna di casa e una buona madre. Con O'lan al fianco, a Wang Lung cresce la voglia di lavorare. Nascono i primi figli e il con
tadino riesce a mettere insieme un gruzzoletto con cui compra un appezzamento di terra proprio dagli Hwang, gli antichi padroni della moglie.

Giungono però la siccità e la carestia. Tutto distrutto nella campagna bruciata dal sole. Neanche sulle terre degli Hwang il cielo aveva mandato la pioggia, e anche a loro il raccolto era mancato.
Con l'ultimo danaro messo in serbo, Wang Lung compr
a intanto altra terra. Ma la siccità continua, spietata, implacabile.
Per sopravivere si uccidono perfino gli animali. Ma ad un certo momento non c'è più di che sfamarsi.
Lo spettro della fame incombe su tutto il villaggio.
Per non vendere la terra, Wang Lung emigra nel Sud dove si adatta a tutti i mestieri più umili e faticosi.
Lotta con i denti per riuscire a sfamare la famiglia e per non essere costretto a vendere la figlioletta, come schiava, a una famiglia di ricchi.

Nella massa degli affamati scesi al Sud si vanno intanto mescolando degli agitatori che aizzano la folla contro i ricchi e i potenti che possono mangiare quello che vogliono.
Un giorno, in un tumulto popolare, fra centinaia di poveri disgraziati che danno l'assalto a un palazzo, Wang Lung penetra ne
lla stanza di un ricco. Questi, temendo per la sua vita, prima di fuggire gli offre denaro a manciate.
Wang Lung resta solo con il suo oro. Non si ferma a contarlo…, pazzo di gioia, se lo stringe al petto ed esce di corsa all'aperto.
In breve, è di ritorno al suo ricovero, sempre stringendo a sé l'oro ancora caldo del corpo del ricco e continuando a ripetersi senza posa…”Torniamo alla terra, domani torniamo alla terra ! “.
La famiglia fa così ritorno al podere. In breve Wang Lung non solo riacquista l'antico benessere, ma riesce ad accrescere di molto le sue proprietà comprando la terra degli Hwang ormai in rovina. Le nuove inclemenze del tempo ( ancora una paurosa siccità e
quindi l'invasione di cavallette ) trovano Wang Lung ad affrontarle e a superarle.
Ma ora, diventato ricco, l'ex contadino si abbandona all'ozio e ai pi
aceri.
Si allontana dalla moglie, mentre i figli si allontanano da lui. Frequenta le case da tè e finisce col prendersi in casa una concubina.
Prima la morte di O'lan, poi quella del padre lo scuotono dalla mollezza alla quale si è abbandonato e gli fanno sentire come gli affetti e gli ideali siano più importanti della ricchezza. e il suo pensiero ritorna alla terra.
“In questa mia terra - dice dopo il funerale dei due - è sepolta la prima metà della mia vita.
E' come se avessero sepolto una metà di me. La vita, in casa, non è ormai più quella che era”.
Vecchio e ormai stanco, Wang Lung acconsente alla fine al desiderio dei figli e va ad abitare nel fastoso palazzo degli Hwang.
Ma pur fra gli agi, pur fra le carezze di "Fior di vaniglia" (una fragile e dolce
creatura che ha cercato in lui, già vecchio, protezione ed affetto), Wang Lung non dimentica la sua terra.
Un giorno di tarda primavera, vagando per i campi, capita sul dorso della
piatta collina dove sono sepolti i suoi morti.
Tremante e appoggiato al bastone, osserva le tombe. A uno a uno rivede gli scomparsi. Mentre medita, ha un netto presentimento….
”Ora tocca a me”. Wang decide allora di tornare alla vecchia casa dei campi, la casa dove aveva avuto inizio la sua vita.
Ormai vicino a morire, la sua ultima raccomandazione ai figli, decisi a vendere i campi per spartirsi l'eredità, è questa…
“Non vendete la terra. Quando si comincia a vendere la terra è la fine di una famiglia. Dalla terra siamo venuti e alla terra dobbiamo tornare. Se conserverete la terra vivrete…, nessuno potrà mai portarvela via”.



UNA PAGINA

”Ma un giorno per un breve tratto ( Wang Lung ) vide chiaro. Fu un giorno che i suoi due figli, venuti a rendergli visita, uscirono dopo averlo salutato rispettosamente, incamminandosi verso i campi. In silenzio, Wang Lung li seguì. A un certo punto essi si fermarono, ed egli lentamente li raggiunse prima che essi udissero il suono dei suoi passi e del suo lungo bastone appoggiato alla terra molle. Il secondogenito diceva con la sua voce melliflua…..
”Venderemo questo campo e quell'altro, e ci divideremo in part
i uguali il ricavato. Io prenderò a prestito la tua parte, dandoti un buon interesse, che ora, con la nuova ferrovia diretta, possa inviare il riso al mare, e io…. “.
Ma il vecchio udì soltanto le parole “vendere la terra”, ed un grido gli uscì dalle sue labbra. Tremante d'ira, disse con voce rotta..
”Che? Chi? Cattivi figli, volete dunque vendere la terra? “.
Soffocava, e sarebbe caduto, se essi non l'avessero sostenuto mentre egli cominciava a piangere. Con buone parole cercarono di calmarlo.
”No… no… via, … non la venderemo mai, la terra…. “
”Quando si incomincia a vendere la terra - disse egli con fatica - è la fine di una famiglia…. “.
Lasciò che le lacrime si asciugassero sulle gote scarne, dove formarono leggere chiazze salate.
Si curvò, raccolse una manciata di terra, e la mostrò ai figli borbottando… ”se vendete la terra, è la fine”.
E i due lo sorressero per le braccia, uno per parte. Nel pugno egli teneva sempre stretta la manciata di tiepida terra sciolta. Per calmarlo, i figli non si stancavano di ripetergli che stesse tranquillo, che la terra non sarebbe mai stata venduta.
Ma al disopra della sua testa si scambiarono un'occhiata, e sorris
ero.



COMMENTO ALLA PAGINA

Nei libri di Pearl Buck vi sono pagine drammatiche e pagine patetiche, splendide descrizioni di paesaggi e profonde osservazioni sull'animo umano, ma forse mai come in questa che ho riportato la scrittrice riesce a condensare in poche righe tutto il significato della sua opera. Prima di tutto l'amore per la terra…, un amore non "descritto", ma sentito come se fosse ella stessa una figlia della Cina.
Un amore che si manifesta attraverso la continua ripetizione della parola - terra -, seguita dagli aggettivi come… molle e … tiepida… che danno un senso di dolcezza e di intimità.
La "buona terra", insomma, che è come dire una madre, un rifugio sicuro, una certezza, qualcosa cui ci si può e ci si deve affidare con fiducia incondizionata. E poi va notata, nella pagina, la grande capacità della scrittrice di descrivere le situazioni più drammatiche con parole efficaci, ma semplicissime, senza ricorrere a nessuna frase ad effetto.
Il dramma del vecchio contadino cinese che si "sente" tradito dai figli, la lotta perenne e continua tra padri e figli, che non si capiscono più e hanno diverse e contrasta
nti ambizioni, sono messi in risalto con l'aiuto di pochissime parole, "cattivi figli", e soprattutto quel gesto di mettere sotto i loro occhi un pugno di terra "tiepida",proprio come se volesse far capire che quello, e solo quello, è un "tesoro" che non svaluta mai e guai a chi rinnega o se ne priva.
Non a torto è stato detto che quando la Buck scriveva i romanzi del ciclo orientale, la sua era una penna americana mossa da una mano cinese, per dire cioè che la sensibilità della scrittrice le aveva reso possibile "sentire" e di esprimersi proprio come avrebbero fatto i suoi personaggi.


VALORE DELL' OPERA

I maggiori pregi letterari di Pearl Buck sono la potenza e, insieme, il delicato senso di umanità con cui ha saputo rendere nei suoi libri gli aspetti, spesso crudi e primitivi, della vita cinese.
E' certo che nel nostro tempo nessuno ha maggiormente e più efficacemente contribuito ad avvicinare e a far comprendere l'oriente agli Occidentali. Ed è proprio per riconoscerle questo merito che nel 1938 le venne assegnato il Premio Nobel per la letteratura.
Aveva già ottenuto nel 1932 (con "La buona terra") il Premio Pulitzer e nel 1935 la Howells Medal.
Alcuni suoi libri (soprattutto quelli del ciclo cinese) sono stati ridotti per
lo schermo con successo.


BREVE BIOGRAFIA DI PEARL BUCK

Pearl Buck nacque a Hillsboro nella Virginia ( USA ) il 26 giugno del 1892, da una coppia di missionari americani che, poco dopo, si trasferirono in Cina. La solitaria fanciullezza che la bambina visse a Chin-Kiang, sulle rive del fiume Yang-Tse, fu riempita soltanto dai discorsi dei vicini e dai racconti della bambinaia cinese che le insegnò la lingua locale e insieme l'amore per la terra che la ospitava.
Completò la sua educazione in America e in Inghilterra e si stabilì poi in Cina con il marito, un missionario americano. Con lui trascorse lunghi anni nelle regioni settentrionali, soffrendo per le carestie e per il terrorismo dei banditi. Quelle sofferenze le fecero comprendere intimamente la vera natura del popolo cinese e glielo fecero amare.
Frutto di questa comprensione e di questa amore fu il ciclo dei suoi romanzi cinesi. Nel 1934, tornata in America, si interessò vivamente dei problemi della gente di colore e di quelli della vita americana contemporanea. Morì a Danby nello stato del Vermont il 6 marzo del 1973.


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Per Lena...
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TU VIPERA GENTILE (Dear You Viper) - Maria Bellonci




TU VIPERA GENTILE

Maria Bellonci

1998 – Mondatori Editore









La storia è piena di fatti di sangue, di delitti più o meno di Stato, di crimini e di soprusi.
E Maria Bellonci, in quest’opera, rivela ancora una volta la sua inesausta passione archivistica nel rispogliare i documenti che riguardano le antiche, famose famiglie lombarde dei Gonzaga e Visconti.
Si tratta di un “trittico”, che raccoglie tre romanzi brevi : Delitto di Stato, Soccorso a Dorotea e Tu vipera gentile, il titolo di quest’ultimo è ispirato allo stemma visconteo, al famoso “piscione”.

Il primo è un vero e proprio racconto “nero”. L’autrice si ispira ad una leggenda mantovana e questa volta non riporta documenti autentici, ma li reinventa, in modo diffuso ed esauriente.
Sono due confessioni diverse di personaggi diversi, dalle quali emerge, con calcolata suspence, la luttuosa storia del cancelliere Tommaso Striggi, storico di corte e confidente dei Gonzaga.
Un giorno del 1623 si decide di dare onorata sepoltura alla salma di Passerino Bonacolsi, antico nemico dei Gonzaga che giace da tre anni in un’urna della cappella del palazzo. La leggenda vuole appunto che a questo cadavere sia legata la buona fortuna dei Gonzaga.
Quindi si può immaginare lo sgomento del cancelliere quando si scopre che la salma è un ammasso di stracci, legna e polvere; anzi, è il buffone di corte che lo scopre, e sarà proprio lui, incomodo testimone di tanta ignominia e beffa, a prendere il posto di un cadavere che non può non esistere per la “grandeur” dei Gonzaga.
La spada di Tommaso Striggi incomincia a macchiarsi così di sangue, e a questo delitto altri ne seguiranno, altrettanto orrendi.

Il secondo racconto, Soccorso a Dorotea, è una storia patetica e sensibile, venata di timida malinconia.
Anche qui un’altra vittima della ragion di Stato: una fanciulla, Dorotea Gonzaga, promessa sposa a Galeazzo Maria Visconti, viene sacrificata per nozze più prestigiose e remunerative, perché sospetta di gibbosità (la malattia di famiglia dei Gonzaga era infatti la gobba).
Se la fanciulla fu veramente gobba non lo sappiamo, sappiamo solo che ne morì, dal dispiacere di essere abbandonata dal bell’innamorato, vittima di intrighi più grandi di lei.

Il terzo racconto, il più ampio, che dà il titolo al libro, è una specie di affresco animato della storia viscontea dalla fine del XIII secolo alla metà del XIV.
Utilizzando pagine di cronisti, poeti e novellieri, Maria Bellonci riesce a dare un quadro netto e preciso di un popolo che vive la sua avventura e il suo dramma nel “progressivo instaurasi di una signoria dispotica”.

DE RERUM NATURA (Sulla natura delle cose) – Lucrezio

Il poeta latino Tito Lucrezio Caro visse fra il 98 e il 55 a.C. (secondo san Girolamo nacque nel 94 a.C.).
Della sua vita sappiamo pochissimo: si ignora il luogo di nascita (che fosse campano è pura ipotesi): una traduzione vuole che egli sia impazzito per un filtro d’amore, e che sia morto suicida a 44 anni, e, sempre secondo San Girolamo, Lucrezio scrisse i suoi versi negli intervalli della follia e infine si uccise, lasciando incompiuta la sua opera, la cui pubblicazione fu curata da Cicerone.
Lucrezio ci ha lasciato un poema in versi, DE RERUM NATURA (Sulla natura delle cose), che introduce in Roma la dottrina del filosofo greco Epicuro (341-270 a.C.), ed è comunque certo che in questi versi non reca tracce di alterazione mentale. Appassionato di questa dottrina, volle additarla come farmaco supremo ai mali umani, dovuti a superstizioni e a falsi timori: nel poema, il filosofo di Samo è celebrato come l’eroico campione della razionalità liberatrice delle coscienze.
In questo poema Lucrezio propone esplicitamente di conquistare agli uomini sicurezza e serenità mostrando, grazie alla conoscenza della “natura delle cose”, quanto sia vano e infondato il timore degli dei e della morte. Il valore di esso, perciò, a parte il pregio artistico, è rappresentato dallo studio che Lucrezio si sforza di condurre sulla struttura della realtà vivente, sull’anima, sul pensiero, sugli dei.

Il DE RERUM NATURA comprende in totale 6 libri e si apre con un inno a Venere e si articola in tre parti, ciascuna di due libri:

PRIMA PARTE
- Nel primo libro si afferma che l’universo è un vuoto infinito popolato di atomi infiniti che associandosi, producono vita e morte.
- Nel secondo libro si descrivono le proprietà degli atomi.

SECONDA PARTE
- Nel terzo libro si caratterizza l’anima dell’uomo, di natura corporea e mortale.
- Nel quarto libro si parla di dottrina della conoscenza, basata sui “simulacra” che colpiscono i sensi secondo una meccanica che esclude qualunque finalismo.

TERZA PARTE
- Nel quinto libro si illustra la struttura del firmamento, l’origine e la preistoria dell’umanità, e l’origine della civiltà romana: a tutto ciò gli dei sono per la loro natura totalmente estranei.
- Nel sesto libro ed ultimo libro dell’opera si spiega che nessun fenomeno naturale, per quanto spaventoso, può aver origine soprannaturale: come la terribile e contagiosa peste del 430-429 a.C. che colpì Atene, provenendo dall’Egitto.

Anche dove la materia sembra più arida, si avverte un sentimento appassionato e teso, per cui l’attrazione e la repulsione degli atomi, il “clinamen” (o deviazione dalla normale: sul piano etico, il margine di libertà in un sistema deterministico), l’infinità dei mondi, ecc, sono sentiti come fatti drammatici, o svelati con l’eccitata consapevolezza di chi bandisce una serie di verità aderendo al messaggio liberatore di Epicureo con la mente e col cuore, e, in pari tempo, tentando di soffocare le superstiti istanze del dubbio.
Si può dire perciò che il DE RERUM NATURA rappresenta al tempo stesso la ricerca della serenità umana contro ogni paura e superstizione, e l’esaltazione della potenza e della bellezza della natura. In polemica con ogni forma di superstizione, Lucrezio mostra di avere un profondo culto per il pensiero rischiaratore dell’umanità. Ma Lucrezio raggiunge anche la poesia; non soltanto perché sa darci qua e là degli squarci lirici che si staccano dalla materia scientifica e filosofica (invocazioni, inni, episodi, ecc.), ma proprio perché rivive quella materia con profonda partecipazione: i suoi versi sono sempre animati dall’entusiasmo e dalla gioia di chi lotta contro la paura della morte e degli spettri per la liberazione spirituale dell’uomo.
La poesia di Lucrezio, per il suo palpito umano che racchiude, per l’intima compenetrazione tra pensiero e fantasia, per la grandezza della concezione che fa della natura la protagonista di un dramma cosmico, ha affascinato i lettori di tutti i tempi.

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* AUTORITRATTO CON CAPPELLO DI FELTRO (Self-portrait with felt hat) - Vincent Van Gogh





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CANTI ORFICI - Dino Campana

POETI DEL PRIMO NOVECENTO NELL'ETA' GIOLITTIANA.

A metà strada tra “crepuscolo” e futurismo e muovendosi ora nell’ambito del primo, ora nel secondo, vanno collocati alcuni scrittori che rappresentano le voci più alte della letteratura italiana del tempo.
Si tratta di Ardengo Soffici (1879 – 1964), di Aldo Palazzeschi (1885 – 1974), di Luciano Folgore (1888 – 1966), e di Dino Campana (1888 – 1932).


DINO CAMPANA

Tra i poeti che ho citato, Dino Campana deve essere considerato, forse, come il più valido e completo perché esercitò grande influenza sugli sviluppi della poesia italiana, in particolare sull’ermetismo, di cui fu considerato il precursore.. La sua opera, che si compendia in un solo volume di liriche, CANTI ORFICI (Orfeo, figlio del re di Tracia Eagro e della Musa Calliope, fu il più famoso poeta e musicista mai esistito della mitologia greca, fondatore della dottrina dell’orfismo [misteri orfici] a sfondo religioso) , riassume il travaglio di una intera generazione letteraria, alla vigilia della prima guerra mondiale, e anticipa le acquisizioni estetiche della stagione poetica successiva al conflitto.
In questa raccolta di versi e prose poetiche, supera la tradizione carducciana e dannunziana con uno stile intensamente lirico ed evocativo teso a frantumare i processi logici della razionalità, trasfigurando la realtà quotidiana in una dimensione simbolica, in cui l’orfismo si risolve in una allucinata trasposizione della realtà nel sogno.
Sulla poesia di Campana influirono il suo instabile equilibrio mentale (morì infatti nel manicomio di Castel Pulci dove era ricoverato per quattordici anni) nonché la vita errabonda che egli condusse, vagando da un paese all’altro, facendo mestieri di ogni tipo (perfino il “gaucho” in Argentina), compiendo mille esperienze. Poeta maledetto, da Nietzsche aveva tratto i fondamenti teorici della propria visione del mondo, da Rimbaud aveva ricevuto l’idea di una poesia che fosse rappresentazione ed esperienza totale, da raggiungere attraverso una tensione estrema e violenta della sensibilità.
Questa ansia di muoversi, di cambiare luogo, di girovagare senza meta e senza scopo, corrisponde ad un motivo profondo della sua poesia… il viaggio, il senso dell’inquietudine e della fuga, l’evasione dalla condizione presente, il vano inseguire qualcosa che non potrà mai essere raggiunto.



*


….ed ecco: selvaggia là giù sopra la sconfinata marina

e vidi come cavalle

vertiginose che si scioglievano le dune

verso la prateria senza fine

deserta senza le case umane…



*
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