martedì 5 febbraio 2008

I DEMONI (The Demons) - Fedor Dostoevskij

Scritto fra il 1871 e il 1872, è il romanzo prevalentemente politico di Dostoevskij, e più ricco forse di figure protagoniste: il sinistro Stavrogin, l’ateo Kirillov, lo strusciante assassino Verchovenskij, la vittima Satov.
La tesi di fondo, che non riesce perfettamente a fondersi nell’azione vera e propria del romanzo, nasce dalla condanna del nichilismo terroristico nel quale Dostoevskij volle vedere il minimo comune denominatore dei movimenti rivoluzionari diffusi in Russia tra il 1870 e il 1880, sulla scia di fermenti liberal socialisti e anarchici.
La vicenda, frantumata in una serie di episodi minori che non è facile riassumere brevemente, si dipana da un’idea centrale: lo sconvolgimento portato, nella media e piccola borghesia di una cittadina di provincia, da una organizzazione di delitti con il quale un capo fanatico, Stavrogin, cerca di legare con patto ferreo i cospiratori. Un demone, lo spettro della stessa rivoluzione, semina ovunque assassini, incendi, sommosse, di cui l’esecutore materiale, sorretto dalla diabolica mente ispiratrice di Stavrogin, è Verchovenskij. Kirillov e Satov rappresentano invece gli ideali allo stato puro, gli estremismi darammatici della fede, pagati di persona con la vita, l’uno uccidendosi (la lotta), l’altro venendo ucciso (la colpa).
Kirillov, la figura forse meglio delineata del romanzo, costruisce sul proprio suicidio una vera teoria: la negazione dell’esistenza divina. Persuaso che il significato universale della storia sia nella continua invenzione di dio per sopravvivere, per non uccidersi, egli al contrario consacra nel proprio gesto, sacrificio volontario di sé a profitto degli altri, il culmine del libero arbitrio. Qualcosa vagamente ci riporta allo stravagante disegno di Raskolnikov (Delitto e castigo), nel quale però il profitto, il bene altrui era perseguito attraverso l’eliminazione degli empi o degli inetti, vittoria della ragione sul sentimento. E’ chiaro che il significato ultimo della vita umana dovette essere per Dostoevskij eccessivamente problemizzato in funzione della negazione o affermazione di Dio, quasi che paradossalmente lo scrittore, creando personaggi che negano con recisione Dio, ne volesse affermare e dimostrare l’effettiva, in conoscibile essenza.
Sotto questo aspetto il personaggio di Kirillov rassomiglia da vicino forse più a Ivan (I fratelli Karamazov), il quale rifiuta l’esistenza divina e nega il mondo medesimo in nome della sofferenza, in particolare la sofferenza inflitta ai bambini innocenti (da un episodio realmente accaduto ebbe spunto il romanzo).
Ma il loro ateismo scivola verso due opposte concezioni, le stesse che agitarono la coscienza di Dostoevskij: Dio è necessario per Ivan, in quanto esiste appunto il male; Dio è necessario per Kirillov, poiché ogni uomo è potenzialmente Dio, come dimostra poco prima della superba scena del suicidio, rappresentata nelle ultime pagine di questo stupendo romanzo. Non a caso l’epilessia di Kirillov, come quella di Myskin ( L'IDIOTA ), di Smerdjakov (I fratelli Karamazov), e dello stesso Dostoevskij, contiene in sé una oscura componente superumana.


IL DOPPIO SEGRETO (Double Secret) - René Magritte

 
    

IL DOPPIO SEGRETO (1927)
René Magritte (1898-1967)
Pittore belga
Museo Nazionale d’Arte Moderna – Parigi
Tela cm. 114 x 162
Risoluzione Pixel 2.544 x 1.788 - Kb 734


Ancora una volta il pittore interroga quella che noi chiamiamo la realtà. Sullo sfondo di un paesaggio marino, il viso impassibile di un uomo (o di un manichino di cera?) è stato tranciato e spostato lateralmente. La lacerazione mostra una spaccatura profonda, molto diversa dal volto liscio, senza espressione né sguardo, che la dissimulava. 
La maschera è stata proprio strappata, ma ciò che celava è ancora più misterioso e si rimane perplessi di fronte a questa ampia cavità dalle pareti umide e scure, avvinte da sonagli (probabilmente legati a ricordi infantili e che ritornano spesso nelle opere del pittore).

Magritte svela il baratro che separa l’essere dalla sua apparenza e conferma che la realtà resta enigmatica. Nello stesso modo, l’occhio che contiene il cielo che sta osservando (IL FALSO SPECCHIO), il vetro rotto della finestra (LA CLÉF DES CHAMPS) che continua a rimandare l’immagine del paesaggio, il dipinto (LA CONDITION HUMAINE) che nasconde il paesaggio che vorrebbe mostrare, o ancora la sostituzione dei personaggi del BALCON di Manet con bare (PERSPECTIVE) esprimono chiaramente il suo messaggio: bisogna diffidare delle apparenze, degli oggetti reali, ma anche delle immagini e dei dipinti.

Magritte ha rinunciato alle seduzioni evidenti del suo mestiere: i colori senza vivacità, la tecnica accademica e fredda che si priva anche del brio enfatico di un Dalì. 
Il fascino di questa opera è dovuto essenzialmente a ciò che trasmette; si presenta come riflesso della vita volutamente piccolo-borghese del pittore, una vita apparentemente tranquilla, senza incidenti né drammi manifesti se non quello del suicidio della madre, quando egli era appena quattordicenne.


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IL SOGNO: Fiaba d'amore all'ombra di una cattedrale (THE DREAM: Fairy tale of love in the shadow of a cathedral) - Emil Zola

Una storia d'amore... al limite tra sogno e realtà.


Durante il rigido inverno del 1860, il fiume Oise gelò e tutta la bassa Piccardia fu coperta da abbondanti nevicate. A Natale, la piccola città di Beaumont appariva quasi sepolta dalla neve.
Alle otto del mattino il silenzio era ancora assoluto. Rannicchiata contro il portale della cattedrale c’era una bimbetta di circa nove anni, vestita di stracci, con la testa avvolta in un lembo di scialle e i piedini nudi dentro un paio di vecchie scarpe da uomo. Intorpidita dal freddo, la piccola stava per abbandonarsi alla sonnolenza quando lo sbattere di una persiana contro il muro la fece sobbalzare. L’improvviso rumore veniva da una piccola casa a un solo piano, saldata al fianco stesso della cattedrale, come se ne facesse parte. A sinistra della porta si vedeva un’insegna, su cui era scritto: "Hubert – Arredi sacri"... in vecchie lettere di un nero stinto. Un uomo do circa quarantacinque anni e una bella donna di poco più giovane si erano affacciati alla finestra quadrata del pianterreno; rimasero per qualche istante a guardare la povera piccina. Era una bellissima bambina bionda con grandi occhi azzurri. I coniugi Hubert si ritirarono dalla finestra e pochi minuti dopo la bella signora bruna si portava in casa la bimba, che si era lasciata prendere senza opporre la minima resistenza. Sotto la veste lacera della piccina, i coniugi Hubert trovarono un libretto di riconoscimento, rilasciato dall’Ospizio dei Trovatelli del Dipartimento della Senna. Dalle scarse note risultava che la bambina si chiamava Angelica e aveva circa nove anni. Padre e madre ignoti, nessun documento allegato, neppure un atto di nascita.
Poco dopo, rianimata da una tazza di latte caldo, angelica raccontò la sua povera storia: dall’Ospizio era passata nelle mani di certi Rabier, gente cattiva e senza scrupoli, che la tenevano soltanto per i quattro soldi del sussidio mensile. Non potendo più sopportare i maltrattamenti cui era sottoposta, era fuggita da quella casa due giorni prima, portando con se il suo libretto di trovatella. A questo punto la bimba cessò di parlare e scoppiò in singhiozzi. Afferrò la mano della signora Hubert e la baciò balbettando una supplica disperata:
- Oh, vi prego, vi prego! Non riconducetemi là!
Gli Hubert si guardarono con gli occhi pieni di lacrime e si intesero all’istante: non avevano figlioli, Angelica sarebbe rimasta.
Il signor Hubert, aiutato dalla moglie, ricamava pianete e stole, seguendo l’antica tradizione della sua famiglia. tutti ricamatori, di padre in figlio, da più di quattro secoli, e sempre in quella casetta che sembrava sbocciata dal fianco della cattedrale e ne riceveva il profumo di incenso, come una cappella. I coniugi Hubert, sposati da vent’anni, erano noti a tutta la cittadinanza per la loro rettitudine e per l’amore che li univa. Ottennero facilmente la tutela di Angelica e da quel momento la considerarono figlia loro. La signora Hubert si assunse il compito di istruire la bimba e in poco tempo ottenne ottimi risultati.
Un giorno, frugando sulla mensola del laboratorio di “papà” Hubert, Angelica scoperse un antichissimo esemplare della “Leggenda aurea”, una raccolta di storie di santi, scritta in francese antico e arricchita da stupende immagini. Quel libro ebbe una grande influenza sulla formazione spirituale della fanciulla. In principio, ella si occupò soltanto delle immagini, che la incantavano; poi la prese la curiosità di leggere il testo, e in pochi mesi fu in grado di comprendere tutte le sfumature di quel linguaggio. Le si rivelò allora un mondo pieno di luce, di anime belle, vittoriose. In seguito a quelle letture si radicò in Angelica la convinzione che qualsiasi prodigio poteva accadere, purché Dio lo volesse: le straordinarie avventure dei santi ne erano una prova. La vita poteva da un momento all’altro trasformarsi in un sogno meraviglioso.

A sedici anni Angelica era una ragazza incantevole.
Gli Hubert l’amavano come una figlia nata da loro e andavano orgogliosi della sua singolare bellezza. Angelica era diventata una ricamatrice abilissima: tra le sue mani, le sete e gli ori si animavano; le splendide figure di santi e di angeli creati da lei sembravano innalzarsi in un mistico slancio. Riuniti tutti e tre nel laboratorio al piano terreno, gli Hubert e Angelica lavoravano insieme per molte ore, immersi in un’atmosfera così serena da sembrare incantata. Hubert raccontava volentieri alla sua figliola le leggende della Piccardia, specialmente quelle che riguardavano i marchesi di Hautecour, i più potenti tra gli antichi feudatari della regione.

“Ditemi, babbo, - chiese un giorno Angelica – il nostro nuovo vescovo, monsignor d’Hautecoeur, discende da quella famiglia? Mi hanno detto che è stato ammogliato e ha un figlio già grande, di venti anni”.
“Oh, sì! – intervenne la signora Hubert – E’ una storia molto triste. Me l’ha raccontata l’abate Cornille. Dimessosi dall’esercito a ventiquattro anni, il marchese d’Hautecoeur condusse una vita dissipata fino alle soglie della quarantina; era famoso per il lusso, le stravaganze, i viaggi, i duelli. Poi, una sera, incontrò in casa di amici la contessina Paoletta di Valencay, che aveva diciannove anni. Se ne innamorò perdutamente e la sposò. Purtroppo, la loro felicità durò poco: Paoletta morì dando alla luce un figlio. Una settimana dopo i funerali, il marchese d’Hautecoeur entrò in convento. Sono trascorsi ormai venti anni e oggi egli è il vescovo della nostra diocesi. si dice che fino a pochi mesi fa si sia sempre rifiutato di vedere il figlio, causa della morte di sua moglie. Ora si è deciso a chiamare il ragazzo presso di sé: forse, tutti questi anni di preghiera e di penitenza lo hanno condotto alla rassegnazione…”.
“E lui, - chiese con voce commossa Angelica – com’è lui, il figlio di monsignore?”
“Dicono sia un bellissimo giovane. – rispose la signora Hubert – E’ ricco come un re per tutti i milioni che sua madre gli ha lasciato”.
“E voi, babbo, che altro sapete sui marchesi di Hautecoeur?” – interrogò Angelica, dolcemente.
“Conosco una leggenda che si racconta qui a Beaumont… - rispose Hubert – Durante una terribile pestilenza, tanto tempo fa, Giovanni V di Hautecoeur ricevette da Dio il potere di risanare i malati. A piedi nudi, si recava di casa in casa, si inginocchiava, baciava il malato sulle labbra e poi diceva:- Se Dio vuole, io voglio. – Il malato guariva. Quelle parole sono diventate da allora il motto degli Hautecoeur.”
Quella note, nel grande letto in cui la figuretta scompariva, Angelica giacque a lungo con gli occhi spalancati.

Era un rumore di passi, non c’era da dubitarle: passi leggeri che sembravano appena sfiorare il suolo. Affacciata al balcone della sua stanzetta, Angelica scrutava nel folto dei cespugli, tra gli alberi dell’orto della cattedrale. Qualcuno era la nell’ombra, ne era sicura.
La notte seguente Angelica scorse al chiaro di luna l’ombra di un uomo che si muoveva tra i salici. Due sere dopo, quando si affacciò al balconcino, si sentì mancare il cuore per l’emozione: nel vivo chiarore lunare, a pochi metri dalla casa, vide u giovane alto, di una ventina di anni. Appena si accorse di lei, il giovane alzò le braccia e le protese verso l’alto, in un gesto di saluto e di adorazione. Angelica non pensò neppure a ritirarsi e gli sorrise senza alcun timore. Era proprio come lo aveva sognato: simile all’arcangelo della grande vetriata, coi capelli d’oro, la barba lieve, gli occhi neri e la figura altera. Non importava chi egli fosse in realtà: era lui che usciva finalmente dall’ignoto, dal mistero che da tante notti l’avvolgeva. Il prodigio si compiva, finalmente!
pochi giorni dopo, Angelica poté vedere il giovane alla luce del sole. ritto su di una impalcatura, con un camiciotto da pittore, sembrava intento ad osservare una vetriata della cattedrale, bisognosa di restauri. Quando egli si volse e i loro occhi si incontrarono, il giovane diventò rosso e Angelica si sentì smarrire. Per l’emozione, non riuscirono a scambiarsi neppure un saluto. Li aiutò poco dopo il vento, buttando all’aria il bucato steso da Angelica sul praticello a lato della chiesa.
Ella correva, correva tra il candore dei lenzuoli e delle tovaglie, inseguendo la biancheria minuta che si posava a volo sui cespugli. Lui saltò giù dall’impalcatura e si mise a correre per aiutare Angelica. Le riportò uno scaletto e due fazzoletti che si erano posati fra le ortiche. Quando la fanciulla gli sorrise ringraziandola, il giovane si fece coraggio rivelandogli il suo nome, Feliciano, e la sua professione di pittore di vetriate.
A partire da quel giorno, ogni volta che spalancava la finestra, Angelica scorgeva Feliciano ritto sull’impalcatura e apparentemente intento al lavoro. Si scambiavano un sorriso e uno sguardo colmo di tenerezza, godendo deliziosamente di quel saluto a distanza.
quando, una notte, Feliciano giunse fino a lei scavalcando la ringhiera del balconcino, parve ad Angelica la cosa più naturale del mondo. Egli non posò entrare nella stanza. rimase nella luminosa incorniciatura della finestra; ; la sua alta figura spiccava nel chiarore lunare. Angelica stava seduta nell’ombra, presso il balcone. Feliciano fece un passo verso di lei, poi ebbe un brivido e cade in ginocchio…

“Non chiedo che di potervi guardare - disse – Di rimanere in ginocchio davanti a voi. Da quanto tempo vi amo? Voi non sapete. Quante notti ho vagato qui intorno, senza avere il coraggio di parlarvi… se potete capire come vi amo! Per questo ho osato salire fino a voi, spinto da non so quale forza…”
“Ma io, io vi voglio bene! – rispose Angelica tremando _ Vi aspettavo da tanto tempo…”
E si protese verso di lui, offrendosi in uno slancio di tutto il suo essere. Feliciano tremò di fronte all’appassionata innocenza di Angelica. La trattenne con dolcezza e per qualche attimo la contemplò, senza cedere nemmeno alla tentazione di baciarla. Prima di scendere dal balcone la guardò ancora a lungo, quasi volesse portarsi via l’immagine di lei.
Sotto il baldacchino, tra i diaconi, il vescovo procedeva a testa scoperta reggendo in alto il Santissimo Sacramento. Per qualche minuto Angelica rimase a guardare affascinata, il nobile volto di monsignore, i suoi occhi neri, il naso alquanto pronunciato. Non riusciva a staccare lo sguardo da quei lineamenti che gliene ricordavano altri infinitamente cari. D’un tratto, si sentì quasi venir meno per l’emozione dell’improvvisa scoperta: Feliciano era il figlio di monsignore! Eccolo, infatti, il suo amore: in abito da cerimonia, seguiva la processione in mezzo al gruppo delle personalità cittadine. Passando davanti alla casetta degli Hubert, il giovane marchese di Hautecoeur alzò gli occhi e guardò con ansia Angelica, quasi implorando perdono. La ragazza rispose allo sguardo con un sorriso luminoso, colma di tenera fiducia. Tra la folla qualcuno riconobbe nel bellissimo giovane il figlio di monsignore.
La signora Hubert, che aveva colto a volo lo sguardo di Feliciano e il sorriso di Angelica, si volse alla ragazza chiedendole se lo conosceva quel giovane. Angelica arrossì..
La madre adottiva intuì in un lampo la verità e ne fu sconvolta. Più tardi, rimasta finalmente sola con la figlia, la signora Hubert volle sapere tutto e Angelica, senza alcun impaccio, le raccontò ogni cosa. Poi le si fece più vicina e l’accarezzò teneramente.
“Mamma, - disse – non dovete rattristarvi, Feliciano parlerà a suo padre, poi verrà a sistemare ogni cosa con voi. ci sposeremo, saremo felici…”
Allora la signora Hubert si decise… “Angelica, tu sai quanto ti amo e come non vorrei vederti infelice, ma ora bisogna che ti dica ciò che ho saputo recentemente dall’abate Cornille, il segretario di monsignore: i giovane marchese di Hautecoeur dovrà sposare tra due mesi la signorina Clara di Voincourt. Così ha deciso il vescovo, e suo figlio, puoi esserne certa, gli obbedirà: non oserà mai ribellarsi alla volontà paterna!”
“Mi ha mentito, allora! – gridò Angelica – Non me l’ha detto! Perché, perché non me l’ha detto?” E si aggrappò alla madre, cercando rifugio nelle sue braccia.
“Mi prometti – chiese con fermezza la signora Hubert – che non lo rivedrai più quel giovane e non farai nulla contro la volontà di monsignore?”
“Sì, mamma, lo prometto” rispose Angelica a testa china, per nascondere alla madre gli occhi colmi di lacrime.
Pochi giorni dopo la processione del 28 luglio, gli Hubert dovettero rendersi conto che Angelica non era più la stessa, dal suo viso, fattosi sottile, traspariva una pena incessante, che il dolce sorriso di lei non riusciva a nascondere. Le sue lunghe mani non avevano più forza, nemmeno per estrarre dal tessuto un ago spezzato. Poi tutto precipitò: in due settimane Angelica giunse al punto di non poter scendere dalla sua camera. Gli Hubert, disperati, si rivolsero ai medici, ma questi non riuscirono a fare una diagnosi.

Angelica giaceva da molte ore immobile nel suo letto, senza più conoscenza. Il viso affilato era così bianco nel nimbo d’oro dei capelli da farla sembrare già morta. Il respiro le usciva rapido e lievissimo dalle labbra livide. Il medico aveva detto che non sarebbe arrivata alla sera. Gli Hubert avevano chiesto che le fossero portati gli Oli santi e ora, inginocchiati ai lati del letto candido, attendevano piangendo e pregando. alle dieci. un suono di campana li avvertì che il sacerdote stava uscendo dalla cattedrale. Poco dopo, pieni di stupore, videro entrare nella stanza di Angelica il vescovo in persona. Dietro a lui, come un semplice chierico, veniva l’abate Cornille, che reggeva un crocifisso. Feliciano era con loro, ma non entrò: si inginocchiò sul limitare dell’uscio, coprendosi il volto pallidissimo con le mani. Poche ore prima aveva saputo che Angelica stava per morire e, disperato, si era presentato a suo padre. Non per supplicarlo ancora una volta di dare il suo consenso alle nozze, ma per gridargli in viso la sua pena e accusarlo di assassinio: lui solo era il colpevole della morte di Angelica!
Davanti alla violenza del figlio, il vescovo pensò per un momento che egli fosse impazzito, poi, comprendendo la verità, con improvvisa decisione si era recato in sagrestia a prendere gli Oli Sacri, per portarli egli stesso alla moribonda. Feliciano aveva seguito il padre in silenzio. Sentiva che ormai non contavano più né le loro persone né i loro contrasti: Dio solo avrebbe deciso. In ginocchio, davanti all’uscio spalancato, il giovane supplicava Dio di un miracolo.
Compiuto solennemente il rito, monsignore fissò il volto cereo di Angelica, spiando con ansia se almeno un fremito annunciasse il ritorno della coscienza: nulla. quel viso era rigido e gli occhi rimanevano chiusi. Allora il vescovo fu preso da un grande tremito. Quella poveretta moriva per amore di suo figlio, ed era egli stessa ben degna di amore e di pietà. Invocò Santa Agnese, che aveva guidato Giovanni V d’Hautecoeur al capezzale degli appestati; pregò Di0o con tutte le sue forze, poi si chinò su Angelica pronunciando le antiche parole: - Se Dio vuole, io voglio!
Immediatamente Angelica sollevò le palpebre, risvegliata dal suo lungo deliquio. Un attimo dopo si alzò a sedere nel gran letto bianco, tese la mano e strinse il cero acceso che monsignore le porgeva. Con un grido altissimo Feliciano si rialzò e corse accanto al letto.
“Sono vostro – disse singhiozzando – e mio padre ne è contento, perché Dio l’ha voluto.

Il matrimonio venne fissato per l’aprile. Angelica, però.malgrado la gioia che traspariva da tutta la sua persona, non stava affatto bene. Poiché riusciva a nascondere le sue sofferenze, Feliciano e gli Hubert potevano crederla ormai fuori pericolo. Angelica, invece, sentiva che il miracolo era avvenuto unicamente perché potesse avverarsi il suo sogno; le era stata concessa una tregua, ma in realtà ella non apparteneva già più a questo mondo.
Si sposarono in una chiara mattina di metà aprile. Quando gli organi della cattedrale intonarono la marcia nuziale, un lungo fremito percorse la folla che attendeva gli sposi sul sagrato e lungo la via degli Orafi. Il grande portale fu spalancato e tutti poterono vedere Angelica avanzare lentamente accanto a Feliciano. Così grande era la debolezza di lei, che il marito doveva quasi portarla di peso. Angelica, pallidissima, era al limite estremo delle sue forze, eppure sorrideva, abbassando un poco le palpebre alla luce abbagliante del sole che la colpiva in pieno viso. Nel lungo abito bianco trapunto di perle, tutta avvolta in un velo prezioso, la giovanissima sposa apparve alla folla come una visione: emanava da lei una grazia misteriosa che faceva tremare il cuore. Sulla soglia della cattedrale, in cima alla gradinata che scendeva sulla piazza, Angelica vacillò: sentì che il momento era giunto.
Con uno sforzo supremo alzò il viso, premette le sue labbra su quelle di Feliciano e in quel bacio morì.
Come nelle antiche leggende la piccola Angelica uscì dalla vita nell’attimo stesso in cui toccava l’estremo limite della felicità.


COMMENTO

Emil Zola non è scrittore che indugi molto in sottili ricerche di stile, preferisce la pennellata forte, il grandioso effetto dell’insieme. Non è difficile trovare nelle sue pagine qualche frase cruda, a volte qualche rozzezza; una straordinaria potenza descrittiva e una grande abilità nell’evocare ogni sorta di ambienti e nel creare caratteri suppliscono tuttavia a tutte le manchevolezze.

IL SOGNO fu pubblicato nel 1888 e sbalordì i lettori del “crudo” Zola per la delicatezza di sentimento. espressa in ogni pagina. Con questo libro lo scrittore francese dimostrò che nulla gli era impossibile e che nessun aspetto della vita umana sfuggiva al suo occhio di artista. Egli poteva passare, senza esitare, dalla realistica violenza dei libri precedenti alla purezza delicata e sognante di questo romanzo d’amore. Guidato da una felice ispirazione, vi lavorò per molti mesi, documentandosi con cura su un particolare ambiente artigiano: quello dei ricamatori di arredi sacri. Voleva, come sempre, creare intorno ai suoi personaggi un mondo autentico, “naturale”, che non desse motivo al minimo dubbio. Sono noti la pazienza e il tempo impiegati da Zola per documentarsi; era capace di stare per ore seduto dietro il telaio di una ricamatrice, o di seguire con estrema attenzione tutti i particolari della cerimonia di una funzione religiosa. Soltanto così riuscì a dare alle sue pagine la ricchezza di colore della vita reale.

Un libro così semplice, puro e delicato qual è appunto IL SOGNO, Zola poté scriverlo perché era un uomo buono e c’erano in lui il candore e la semplicità delle grandi anime. Infatti, insieme con la decisa volontà di denunziare i vizi e le colpe, egli aveva un’innata e ostinata fede nella bontà e nella giustizia. Era anche convinto che l’ambiente ha sempre un influsso assai importante sugli esseri umani; perciò insisteva tanto sui particolari aspetti che compongono una determinata atmosfera.

Angelica, per esempio, cresce e si fa donna in un ambiente idillico, così sereno e ordinato da sembrare una piccola oasi di pace, rispetto all’aspra crudeltà del mondo che Zola è solito descriverci. L’atmosfera in cui vivono Angelica e i suoi genitori adottivi è tutta luce e estasi: non vi si può neppure immaginare il peccato.
La fanciulla appartiene alla tragica famiglia dei Rougon-Macquart, ma, grazie all’influsso dell’ambiente in cui vive, riesce a sfuggire alla legge crudele dell’ereditarietà e si sottrae ai violenti imperativi del proprio sangue.
Angelica rappresenta quindi il trionfo del bene sul male, della spiritualità sulla materia. In questo dolcissimo personaggio femminile, Emil Zola ha voluto per un poco dimenticarsi, lasciarsi andare al sogno, ritornare adolescente; rivivere i sentimenti e i romantici voli della più bella età dell’uomo. Dopo, la vita sarà tutta un’altra cosa: i veli del sogno saranno lacerati dalle forze crudeli della realtà. Per non distruggere il sogno di Angelica, l’autore la fa scomparire quando ella è al vertice della felicità, ancora intatta e pura: prima che la brutalità della vita la sfiori. Gli ardori delle passioni terrene, la maternità e la vecchiaia non si addicono all’eterea protagonista del romanzo.
Perciò Angelica muore sulla soglia della cattedrale, limite simbolico tra sogno e realtà.


ALCUNE NOTE SU EMIL ZOLA

Emil Zola, figlio di un ingegnere italiano trasferitosi in Francia, nacque a Parigi il 2 aprile 1840. Rimasto orfano di padre a sette anni, crebbe in Provenza, accanto alla madre francese.
Diciannovenne, ritornò a Parigi e si trovò un impiego presso una casa editrice, dove in poco tempo passò da commesso a capo dell’ufficio stampa.
Già in quegli anni era nata in Zola la passione dello scrittore-sociologico, che lo condusse più tardi a scrupolose inchieste in tutti gli strati della società francese. Egli non ammetteva che si potesse scrivere altro che la verità, per quanto dolorosa o turpe potesse apparire. Volle considerare con tutta franchezza i vari aspetti della società umana e descriverli senza retorica né falsi pudori.
Divenne così il caposcuola del “naturalismo” letterario.
I suoi energici interventi nelle questioni morali e civili della vita pubblica aumentarono e valorizzarono la sua fama di scrittore.
Ebbe una grandissima influenza sulla letteratura mondiale dell’ultimo Ottocento, ma ancora oggi la sua opera è estremamente viva e ricca di motivi attualissimi. Non a caso si è detto che Zola rappresenta “un momento della coscienza umana”.
Il 6 giugno 1908, sei anni dopo la sua morte, le ceneri di Zola furono traslate nel Pantheon di Parigi: fu questo l’estremo omaggio della Francia a chi l’aveva onorata con la sua opera forte e coraggiosa.


VEDI ANCHE . . .

L'ASSOMMOIR - Emil Zola

IL SOGNO (Fiaba d'amore all'ombra di una cattedrale) - Emil Zola

RITRATTO DI ZOLA - Edouard Manet

CANZONE DI MADRE COURAGE - Bertolt Brecht



CANZONE DI MADRE COURAGE


O comandante basta i tamburi,
dategli requie alle fanterie.
Madre Courage è qui con le scarpe
che dentro meglio ci si cammina.
Con quelle loro lèndini e pulci,
con i carriaggi, i cannoni e i traini,
se la battaglia devono marciare
di scarpe nuove hanno bisogno.


Vien primavera. Sveglia, cristiani!
sgela la neve. Dormono i morti.
Ma quel che ancora morto non è
sugli stinchi si leverà.
O comandanti, le vostre genti
senza salsiccia alla morte non vanno.
Per tutti i guai di corpo e d'anima
Courage col vino se li conforti.
O comandanti, a digiuno il cannone
alla salute non fa troppo bene;
ma se non sazi, benedetti voi,
e fin in fondo all'inferno portateveli.

Vien primavera sveglia, cristiani!
sgela la neve. Dormono i morti.
Ma quel che ancora morto non è
sugli stinchi si leverà.
Da Ulm a Melz da Melz all'Order!
Madre Courage è sempre qua!
chi fa la guerra guerra lo campa
ma le ci vuole polvere e piombo.
Di piombo solo non riesce a vivere,
neanche di polvere le ci vuol gente!
Dunque segnatevi ai reggimenti
che se no crepa! ma oggi e subito!
Vien primavera. Sveglia, cristiani!
sgela la neve. Dormono i morti.
Ma quel che ancora morto non è
sugli stinchi si leverà.

Bertolt Brecht 
(Germania, 1898-1956)


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