mercoledì 6 febbraio 2008

CRISTO MORTO (Christ died) - Andrea Mantegna


CRISTO MORTO (1480 - 1490)
Andrea Mantegna (1431 - 1506)
Pittore italiano del XV secolo
Pinacoteca di Brera a Milano
Tela cm. 68 x 81



Si tratta di uno dei più incredibili quadri raffiguranti Cristo morto: il punto di vista originale, con i piedi in primo piano, testimonia la padronanza prospettica dell’artista, che è perfettamente consapevole della propria bravura e che ci tiene a dimostrarlo.
L’effetto dello scorcio è stato ottenuto dal pittore suddividendo il corpo in sezioni orizzontali, curve e susseguenti, non rispettando completamente le norme della prospettiva geometrica; infatti la testa del Cristo, che è la parte più lontana del corpo, non risulta ridotta.
Mantenga ha apportato una correzione ottica, ottenendo così una figura scorciata con proporzioni naturali, per non privare il dipinto dell’impatto espressivo emozionale.
La datazione dell’opera è assai controversa; per il realismo e le delicate tonalità cromatiche, il Cristo di Brera potrebbe collocarsi poco dopo il SAN SEBASTIANO del Louvre. La critica più recente tende a datare l’opera tra la fine degli anni 1480 e l’inizio degli anni 1490.
Un “Cristo scurto” è elencato, con altri dipinti che si trovano in casa del Mantenga alla sua morte, in una lettera del 2 ottobre 1506, scritta dal figlio del pittore al marchese Francesco Gonzaga. Il dipinto, giunto in possesso del cardinale Sigismondo Gonzaga, è segnalato per l’ultima volta nel 1627 a Mantova, dove si trovava nel camerino delle dame di Palazzo Ducale. Fu acquistato, forse nel 1806, a Roma dal pittore Giuseppe Bossi e venne ceduto dai suoi eredi all’Accademia di Belle Arti di Brera nel 1824.
La storia delle varie copie di quest’opera è alquanto complessa, anche se l’autografia della versione di Brera è accolta da tutti gli studiosi. Sussistono, invece, alcune divergenze circa la sua datazione.



Andrea Mantenga, nato nel 1431 a Isola di Carturo, un paesino vicino a Padova, all’età di dieci anni venne adottato dal pittore Francesco Squarciane, presso il quale iniziò a dipingere.
A soli diciassette anni si allontanò dalla bottega del padre adottivo e accettò l’incarico di affrescare, insieme ad altri pittori più affermati di lui, la cappella Ovetari nella chiesa degli Eremitani a Padova. Gli affreschi di quella cappella, che poi terminò da solo, lo resero subito celebre e gli fecero ottenere alcune importanti commissioni, come la pala di San Zeno per la basilica di Verona. Dopo essersi sposato con Nicolosia, sorella dei pittori Gentile e Giovanni Bellini, nel 1460 si recò a Mantova, divenendo pittore di corte del marchese Ludovico Gonzaga. Da allora il nome di Mantenga rimase sempre intimamente legato a quello dei Gonzaga, costituendo uno dei binomi più importanti della cultura del tempo.

Alla corte dei Gonzaga, nonostante il suo pessimo carattere, fu sempre colmato dei più grandi onori, e si trovò in compagnia di poeti, scultori, musicisti e letterati provenienti da tutta Europa. Amava in maniera smisurata le opere dell’antichità; quando morì, il 13 settembre a Mantova, qualcuno arrivò a dire che era morto dal dispiacere per aver dovuto regalare alla marchesa Isabella Gonzaga un busto romano al quale teneva moltissimo.




ANDREA MANTEGNA - Vita e opere

Andrea Mantegna, nato a Isola di Carturo nel 1431, si forma nella bottega dello Squarcione, dove già l’esilità dei motivi tardo-gotici cede il passo all’appello per un severo impegno morale e per lo studio e la ripresa dei modelli antichi. Mantegna si volge perciò al robusto senso storico di Donatello, di cui analizza attentamente i vigorosi valori plastici e il disegno duro dei contorni, che spesso definiscono le forme attraverso l’andamento tormentato e spigoloso delle linee.
Basta guardare una sola opera di Mantegna per accorgersi di quali siano i particolari stilistici della sua espressione figurativa: la nitida fermezza del disegno, il comporre statico e solenne, gli spazi prospettici, la qualità della materia pittorica, unita, plastica, lapidea. Ma ciò che emoziona di più nelle sue opere è lo scoprire ad un tratto, all’interno di un linguaggio di eccezionale rigore, di una classica compostezza formale, una straordinaria energia, una forza indomita e talvolta una violenza addirittura brutale.
Si è parlato a lungo del concettualismo mantegnesco, e certo tutta l’opera del Mantegna è dominata da una profonda concezione ideale, da una coscienza morale che enuncia nei gesti e negli atti dei suoi personaggi, nell’austerità e severità della loro rappresentazione; ma non si è sottolineato a sufficienza, accanto alla forte vocazione intellettuale, il prepotente e impulsivo istinto del pittore, la forza tutta terrestre dei suoi movimenti, l’ostinazione emotiva dei suoi propositi. L’astrazione concettuale se ordina, dispone e racchiude l’empito degli impulsi creativi, tuttavia non li elimina. Si potrebbe dire che li concentra. E’ per questo che anche nelle opere più “immobili” del Mantegna, anche nei paesaggi ridotti quasi ad uno schema geologico, nei volti più tesi e pietrificati, si avverte questa forza, questa carica d’urto emozionale.
Un’arte complessa quindi quella del Mantegna. E’ sufficiente circoscrivere l’analisi a qualche ritratto, al RITRATTO DEL CARDINALE CARLO DE’ MEDICI, per esempio, o a quello del CARDINALE MEZZAROTA, o all’insuperabile serie di ritratti della famiglia Gonzaga nella CAMERA DEGLI SPOSI, la famosa pittura murale del Palazzo Ducale di Mantova. In tutti questi ritratti la fissità, il sintetismo, la stilizzazione tendono ad una definizione distaccata dei personaggi, ma d’altra parte la penetrazione realistica delle fisionomie, la tagliente e implacabile concisione dei profili, la durezza frontale di certi volti virili, riportano immediatamente gli stessi personaggi ad una vicenda ben concreta e vitale.
In Mantegna dunque, come in pochi altri artisti del Quattrocento, si fondono le due istanze basilari del Rinascimento: l’istanza naturalista e l’istanza del dominio razionale della realtà.
L’uomo e la sua storia, l’uomo e la natura sono diventati il centro dei nuovi interessi: ricercati e indagati sia nel presente che oltre il Medioevo, nella civiltà classica. Non segni di vano culturalismo sono dunque i vetusti ruderi archeologici, gli archi e le colonne infrante, o la ricreazione degli interi ambienti, che si incontrano nei quadri di Mantegna, bensì l’espressione di una viva esigenza culturale, la ricerca di una continuità storica negli esempi e nei modelli di una società non mortificata nelle sue manifestazioni umane e civili.
Padova, dove il Mantegna appena decenne fu condotto dal padre, carpentiere di Isola di Carturo, e ceduto in adozione al pittore Francesco Squarcione intorno al 1441, era allora uno dei centri rinascimentali più vivi dell’Alta Italia, dove le scienze, le arti e le lettere, umanisticamente intese, venivano coltivate con entusiasmo. Accanto a Padova bisogna mettere Venezia e Ferrara. All’origine della visione e dei modi mantegneschi si pone indubbiamente la lezione di alcuni artisti toscani che hanno lavorato in terra veneta nella prima metà del Quattrocento: Lippi, Paolo Uccello, Andrea del Castagno e Donatello, che proprio a Padova portava a termine la famosa mole “criso-cupro-elefantina” dell’altare del santo e il monumento equestre del Gattamelata; ma insieme a ciò, e insieme con la frequentazione degli uomini di cultura dell’ambiente padovano, occorre mettere il fervore e le discussioni spregiudicate nella bottega dello Squarcione:…
…”Tutto quanto avvenne fra Padova e Ferrara e Venezia tra il ’50 e il ’70 – scrive il Longhi - dalle pazzie più feroci di Cosmé Tura e del Crivelli alla dolorosa eleganza del giovane Jacopo Bellini, alla apparentemente rigorosa grammatica mantegnesca, ebbe la sua origine in quella brigata di disperati vagabondi, figli di sarti, di barbieri, di calzolai e di contadini, che passò in quei vent’anni nello studio dello Squarcione”…
Infine, alla formazione e maturazione del linguaggio del Mantegna, si deve presumere che abbia avuto un peso gli affreschi di Piero della Francesca. Oggi perduti, eseguiti nel Castello Estense a Ferrara, dove il Mantegna si recò, pare, nel 1499. E c’è anche qualche studioso che accenna alle influenze che sul giovane pittore padovano possono aver avuto, all’epoca di questo suo viaggio, taluni esempi fiamminghi che ebbe certamente occasione di vedere: opere di Jan van Eyck e di Roger van der Weyden.

La carriera artistica del Mantegna è stata rapida e sicura: gli affreschi per la Chiesa degli Eremitani di Padova, dipinti prima dei vent’anni e andati distrutti durante la seconda guerra mondiale, rivelano un pittore già pienamente in possesso dei suoi mezzi e soprattutto già dotato di un’inconfondibile personalità. Sin da questi affreschi si dichiara esplicitamente la poetica mantegnesca dello scorcio, della prospettiva dal basso, della necessità di creare immagini d’impianto monumentale in corrispondenza della concezione eroica che egli aveva dell’uomo.

La volta della Camera degli sposi >

Tali affreschi sono il punto di partenza che avranno nella CAMERA DEGLI SPOSI, eseguita nel 1474, il loro logico sviluppo. E diciamo che è proprio in questa grande opera che il genio del Mantegna si dispiega potente e largo, non trattenuto dalla dimensione del quadro minore e quindi meno impegnato nella minuta e preziosa ricerca degli smalti cromatici e dei particolari analitici. E’ proprio in quest’opera che l’arte di Mantegna tocca l’apice della sua grandezza.
Ma l’insistenza su questo capolavoro, non deve far dimenticare quel gruppo di quadri a cui ugualmente è affidata la fama del Mantegna, quadri come la MADONNA COL BAMBINO, del Poldi-Pezzoli, il CRISTO MORTO di Brera, il POLITTICO DI SAN LUCA, l’ORAZIONE NELL’ORTO di Londra, la PALA DI SAN ZENO, la CROCIFISSIONE di Parigi, il TRITTICO di Firenze, la MADONNA DELLA VITTORIA.

Nello stile del Mantegna la forma dunque è rigorosa, ma all’interno di questo rigore si muove sempre una fervida fantasia, un’invenzione libera dagli schemi. Neppure il problema della prospettiva è un obbligo costrittivo per lui, dal momento che è sempre pronto a sacrificarla all’efficacia dell’espressione.

Questo grande artista, che testimonia come il Rinascimento si fosse ormai definitivamente affermato anche fuori di Toscana, passò quasi tutta la sua vita alla corte dei Gonzaga di Mantova. E qui morì il 13 settembre del 1506, all’età di settantacinque anni.


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