sabato 9 febbraio 2008

IL BACIO (The Kiss) - Francesco Hayez

IL BACIO (1859)
Francesco Hayez (17941-1882)
Pittore italiano
Pinacoteca di Brera a Milano
Tela cm. 112 x 88

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Pixel 2500 x 1780 - Mb 2,12


Alla rassegna di pittura dell’accademia di Brera del 1859 Hayez presentò IL BACIO, eseguito per il conte Alfonso Maria Visconti di Saliceto che lo legò alla collezione della prestigiosa istituzione. Grazie al successo ottenuto l’artista si cimentò in una serie di repliche, fra le quali le più note sono una acquerellata e una eseguita per la sua collezione privata e presentata all’Esposizione Universale di Parigi del 1867. Una versione della scena è scolpita nella base del monumento a Hayez, eseguito nel 1890 da Francesco Barzaghi.

In un ambiente spoglio, vivacizzato solo dalle lunghe ombre, sono due giovani che si scambiano un appassionato bacio. Lui è avvolto in un ampio mantello mentre il capo è seminascosto da un capello piumato; lei, con i morbidi capelli biondi lasciati sciolti sulle spalle, è abbigliata con uno stretto abito celeste. Il tema e lo stile de IL BACIO rimandano al filone del romanticismo italiano e ha un duplice legame: con la storia e con gli ideali risorgimentali. Per questa composizione, Hayez si ispirò a un suo lavoro eseguito nel 1823, L’ULTIMO BACIO DI ROMEO E GIULIETTA (tramezzo, Villa Carlotta) che però presenta formalmente una maggior attenzione per i particolari. La scelta del luogo, un’ala di castello medievale, e la caratterizzazione dei costumi sono strettamente legati al gusto dell’artista per la pittura storica. Seppur la purezza formale e cromatica della composizione siano elementi assimilati nel periodo romano, qui trovano l’espressione più matura e, al di là delle esperienze giovanili, l’artista si dimostra aggiornato anche sugli esiti più recenti della pittura romantica tedesca, in modo particolare il rapporto più immediato sembra essere con la pittura di Feuerbach (1829-1880).

Francesco Hayez nacque a Venezia nel 1791. A causa delle precarie condizioni economiche la sua famiglia lo affidò a una zia materna, moglie del mercante d’arte genovese G. Binasco. In questo ambiente Hayez si accostò alla pittura e si scrisse all’Accademia, frequentando i corsi dei pittori attardati F. Maggiotto e T. Matteini. Grazie all’appoggio di Leopoldo Cicognara nel 1809 vinse una borsa di studio e quindi si trasferì a Roma, dove conobbe Antonio Canova una preziosa amicizia sia dal lato umano che professionale. Grazie alla protezione dell’influente scultore, nel 1821 Hayez vinse un premio con LA MORTE DI LACOONTE al concorso bandito dall’Accademia di San Luca, e nel 1815, con l’opera L’ATLETA TRIONFANTE (Roma, Accademia di San Luca) riuscì addirittura ad avere la meglio su In gres che Hayez definiva “il famoso purista”. Nel 1817 Hayez abbandonò Roma per trasferirsi a Venezia, lavorando fra la laguna e Milano, accolto nei salotti bene e dai maggiori rappresentanti della cultura locale, risalgono a questo periodo un nutrito numero di ritratti fra i quali quello di Giacomo Rossini e Alessandro Manzoni. Nel 1822 Hayez venne chiamato a sostituire L. Sabatelli alla cattedra di pittura dell’Accademia di Brera; attorno a lui si riunì un folto numero di giovani allievi, fra i quali i fratelli Induno che si dedicarono in prevalenza alla raffigurazione di temi patriottici. Grazie ai buoni rapporti instaurati con il governo austriaco, nel 1837 Hayez realizzò in Palazzo Reale l’affresco, oggi distrutto, raffigurante L’ALLEGORIA DELL’ORDINE POLITICO DI FERDINANDO I. Ormai artista di grande successo, nel 1832 Hayez ricevette da Carlo Alberto l’invito di trasferirsi a Torino per assumere la carica di “Ispettore delle scuole d’arte e architetto dei Palazzi Reali”.
Hayez morì a Milano nel 1882.

PENSIERO POLITICO DEL XIX SECOLO – LIBERALISMO e SOCIALISMO (Political thought of the Nineteenth Century - Liberalism and Socialism



                        
Liberalismo e Socialismo furono le due grandi correnti politiche e ideologiche che, a partire dalla Rivoluzione Francese e dalla rivoluzione industriale, informarono l’evoluzione della società e lo scontro politico e di classe per tutto l’Ottocento.


IL LIBERALISMO

Per quanto questo termine fosse stato adoperato per la prima volta, e nel senso in cui ancora oggi l’intendiamo, da Madame De Staël (dal punto di vista filosofico, il liberalismo ha le sue radici nel pensiero dell’inglese John Locke e degli illuministi come Montesquieu) e per quanto alcuni dei motivi di questa corrente di idee fossero presenti – come nuova concezione dei rapporti sociali – nella Rivoluzione Francese, il movimento liberale ebbe la sua prima certa origine in Inghilterra, nei primi anni del XIX secolo. Esso fu l’espressione politica di una classe – la borghesia mercantile inglese – che aveva fatto del liberalismo (la teoria economica del libero scambio e della concorrenza) il principio fondamentale su cui basare le proprie attività, e che naturalmente intendeva trasferire questo principio sul piano dei rapporti politici. In seguito si qualificarono liberali tutti quei movimenti che avevano posto la “libertà” a base del proprio programma, tenendo conto che per libertà si deve intendere – nelle specifiche circostanze storiche dei primi decenni dell’Ottocento – affrancamento da ogni residuo politico del passato feudale.
In particolare, nella sua prima fase, il liberalismo mirò a definire una teoria delle libertà e delle garanzie giuridiche quali dovevano essere assicurate a ogni cittadino nei suoi rapporti con lo Stato (da qui le Costituzioni, i sistemi di rappresentanza, i “contrappesi” all’autorità dello Stato). Da questo punto di vista – e fin quando ebbe come antagoniste le ideologie che propugnavano l’assolutismo dei sovrani e i poteri senza limiti dello Stato – il liberalismo svolse una funzione fortemente positiva. Ma quando, dopo la rivoluzione industriale e col susseguente sviluppo dell’economia capitalistica, cominciò a formarsi in Europa un vasto esercito di lavoratori nullatenenti, di proletari sfruttati che premevano e si rivolgevano contro gli sfruttatori, il liberalismo manifestò interamente la sua natura di ideologia della classe dei borghesi. Di fronte alle nuove tensioni sociali il liberalismo si divise in due tendenze: una, nettamente conservatrice, che non rinunciava alla originaria impostazione classista; un’altra di tipo radicale (possiamo dire di “sinistra”), che cercava invece di adeguarsi ai tempi e di fronteggiare con mezzi nuovi l’insorgente offensiva della dottrina politica e ideologica della classe lavoratrice, il socialismo.
Tra i grandi ideologi del liberalismo sono da ricordare: Wilhelm Von Humbldt (1767-1835), tedesco, che dedicò la sua attenzione al rapporto tra cittadini e Stato, considerando quest’ultimo un “male necessario”, da tenere rigorosamente chiuso entro confini di un’azione tesa a promuovere il libero sviluppo dell’”energia” individuale; Benjamin Constant (1767-1830), svizzero (ma vissuto in Francia), secondo cui la libertà moderna consiste nel garantire a ciascun individuo il perseguimento della felicità privata e, quindi, in una organizzazione della società vista in funzione di questa garanzia; Alexis de Tocqueville (1805-1859), francese, esponente di quella che ho definito tendenza radicale, che cercò di indicare un modello di società democratica nell’ambito della quale fosse rispettata la libertà individuale ma fossero anche, nello stesso tempo, armonizzati gli interessi sociali; John Stuart Mill (1806-1873), inglese, un rinnovatore, che cercò di adattare le idee liberali a una situazione europea in cui si faceva sempre più forte la pressione delle teorie socialiste. Per Mill solo un sistema di garanzie individuali può assicurare il libero dinamismo della società, pur avvertendo egli la presenza di “forze potentemente ostili all’individualismo”, come erano quelle rappresentate dal proletariato e dalla sua concezione “collettivistica" della società.
Il liberalismo costituì, senza dubbio, una delle idee motrici della storia e del cammino della società moderna. In seguito subirà i contraccolpi negativi di un tipo di sviluppo del capitalismo stesso che non lascerà più margini all’individualismo, nel senso originario della parola.


IL SOCIALISMO

Il termine “socialismo” appare per la rima volta in un manifesto pubblicato nel 1820 in Inghilterra e redatto da Robert Owen (1771-1858). Fino ad allora la parola più ricorrente, per indicare un certo tipo di organizzazione della società, era “comunismo”, che richiamava tra l’altro antiche teorie (come quella del filosofo greco Platone, fautore di un comunismo tra classi privilegiate) oppure modelli fantastici di società comunitarie (quali descritte nel romanzo UTOPIA di Thomas More, o nell’”Atlantide” di Fracis Bacon o nella LA CITTA' DEL SOLE di Tommaso Campanella).
Tra il 1820 e il 1835 il termine assunse un significato più preciso, indicando un sistema politico e sociale che si oppone all’individualismo dei liberali. E tuttavia, in questa fase, il socialismo verrà ancora definito “utopistico”, cioè propugnatore di una società ipotetica tanto auspicabile quanto irreale e irrealizzabile, espressione di un desiderio che mai potrà tradursi nel concreto. Il socialismo utopistico ebbe varie tendenze e sfumature, ma trovò la sua sistemazione teorica nell’opera di tre pensatori: i francesi Henry de Rouvroy, conte di Saint-Simon (1760-1825) e Charles Fourier (1772-1837), oltre al già citato Robert Owen.
Per Saint-Simon, fondamento della società è la funzione svolta dalla produzione industriale. Di fronte ai problemi posti dallo sviluppo dell’industria, le vecchie strutture politiche ed economiche si rivelano impotenti, per cui la società deve essere ricostruita su basi nuove, avendo come centro motore il nucleo industriale. Saint-Simon opera una distinzione tra produttori e non produttori: i primi sono non soltanto gli operai ma tutti coloro – industriali, mercanti, banchieri, scienziati – che partecipano direttamente al ciclo produttivo; non produttori sono i ceti sociali privilegiati, coloro che vivono di rendita. Ai produttori spetta il ruolo preminente nella società, che deve, ispirata a un “nuovo cristianesimo” (questa definizione corrisponde anche al titolo di una delle maggiori opere di Saint-Simon) e alla costruzione di un felice regno terrestre.
Charles Fourier, da parte sua, sviluppò una critica assai spietata delle miserie morali del mondo della borghesia, contrapponendo alle frasi altisonanti e alle mirabolanti promesse dei suoi ideologi, la realtà assai miserevole da esso costruita. Spirito arguto e mordace, Fourier denunciò la speculazione e la frode, la morale sessuale, la condizione operaia e femminile come mali tipici della società borghese. Nella sua “Teoria dei quattro movimenti e dei destini generali”, Fourier distingue quattro stadi della storia – stato selvaggio,barbarie, patriarcato, civiltà – l’ultimo dei quali (la civiltà, appunto, così come essa si è delineata a partire dal Cinquecento) non ha fatto altro che introdurre nei “vizi” di tutte le fasi precedenti la complicazione, l’ipocrisia, il doppio senso. Il mondo borghese sprofonda così nel mare delle contraddizioni che esso genera continuamente e dalle quali non riesce a venir fuori, incapace di raggiungere ciò che proclama di voler raggiungere.
Fourier pensò a una società organizzata in “falanstieri”, specie di grandi case – ciascuna dotata di tutto l’occorrente per la vita e i bisogni di 1600 persone (cioè di una “falange”) – senza tribunali e carcere, armonicamente collegate tra loro e dirette da un capo (“unarca”) eletto di volta in volta.
Robert Owen, che a dieci anni aveva lavorato come operaio in una fabbrica tessile, era diventato, a trenta, comproprietario di un’importante azienda del settore, dove aveva cercato di mettere in atto i suoi princìpi. Ridusse infatti la giornata lavorativa a dieci ore e mezzo (rispetto alle dodici normalmente imposte dai padroni), organizzò una scuola nei pressi della fabbrica, fondò una cassa mutua e una cooperativa di consumo, facendo di tutto per migliorare le condizioni di lavoro e di vita degli operai. Si batté per ottenere leggi che limitassero il lavoro dei ragazzi e, nel 1817, propose la creazione di villaggi per dare lavoro ai disoccupati. Successivamente pubblicò una serie di opere criticando l’intero sistema sociale vigente e proponendo la sua trasformazione su basi comuniste. Egli pensava, in particolare, alla costituzione di “colonie comuniste”, piccole comunità autosufficienti, legate all’agricoltura. Ogni individuo avrebbe apportato alla comunità una certa quantità di lavoro, a seconda delle sue possibilità, e avrebbe ricevuto in cambio una parte del prodotto, in rapporto ai suoi bisogni. Owen dette una completa sistemazione delle proprie idee nel suo “Libro del nuovo mondo morale”.
Accanto a questi eminenti assertori dell’ideale socialista, altri ve ne furono, e di rilievo, che proposero istanze, variamente argomentate, per il riscatto del proletario e la trasformazione della società. Il francese Pierre Proudhon (1809-1865), che pure deve essere collegato al filone “utopistico”, approfondì l’analisi economica e prospettò alcune soluzioni di ordine politico. Divenne celere con un’opera pubblicata nel 1840, “Che cos’è la proprietà”, ella quale denunciava i danni sociali derivanti dall’appropriazione privata della ricchezza. Sua è la frase: “la proprietà è un furto”.
August Blanqui (1805-1881), francese, affidava tutte le possibilità di affermazione degli ideali socialisti e di liberazione dell’umanità, alla realizzazione di congiure e colpi di Stato da parte di piccole minoranze di intellettuali; Louis Blanc (1811-1882), francese, propendeva piuttosto per un organico intervento dello Stato teso ad una organizzazione socialistica della produzione. Vanno ricordati, ancora, l’italo-francese Filippo Buonarroti (1761-1837) e i francesi Armand Bazard (1791-1832) e Bartolomeo Enfantin (1796-1864).
Grande merito degli utopisti fu quello di aver rivolto alla società capitalistica una critica serrata e convincente, mettendone spietatamente a nudo le contraddizioni. Tuttavia essi non riuscirono a fare delle loro idee un elemento di autentica rottura col capitalismo e a fornire quei lavoratori di cui avevano denunciato le miserevoli condizioni di una effettiva arma di lotta. Il socialismo utopistico restava tale proprio perché non riusciva a cogliere la natura di classe del capitalismo, la funzione che le classi hanno nella storia e la inevitabilità della lotta di classe come mezzo per trasformare la società.
A questo compito si accinsero, invece, due filosofi tedeschi, Karl Marx (1818-1873) e Friedrich Engels (1820-1895), fondatori del socialismo scientifico.


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