giovedì 14 febbraio 2008

SALAMBO' - Gustave Flaubert

SALAMBO’

Gustave Flaubert


1981 - Rizzoli Editore


B.U.R. Bibiloteca Universale Rizzoli


Collana - Classici stranieri


Traduttore : Ezio Fischetti


Prefatore : Carlo Bo





Alla fine della prima Guerra punica (241 a.C.), nonostante l’opposizione di uno dei suoi massimi capi militari, Amilcare, Cartagine accetta di trattare con Roma, e paga ai vincitori un enorme tributo.

Di conseguenza, tarda a compensare i mercenari che hanno combattuto al fianco del suo esercito e che non esitano a rivoltarsi, sotto la guida del Libio Pathos e del Greco Spendio, suo astuto consigliere.
Alle vicende della guerra, che si conclude, dopo atroci stragi, con la sconfitta dei mercenari, Flaubert intreccia la storia di Salambò, figlia di Amilcare e sacerdotessa della dea Tanit.
Pathos s’innamora furiosamente di lei, penetra nel palazzo di notte e, sperando di acquisire così una forza soprannaturale, le sottrae il sacro velo della dea, lo zaimph. Per riconquistarlo, e riconquistare così alla città la protezione di Tanit, Salambò raggiungerà Pathos nella sua tenda, nel cuore dell’accampamento dei barbari, gli si concederà e gli sottrarrà nuovamente il sacro oggetto.
Dopo la vittoria, conquistata dai Cartaginesi a caro prezzo, Pathos verrà trascinato per le vie di Cartagine al supplizio…, andò a morire ai piedi di Salambò, di cui si stanno celebrando le nozze con il numida Narr’Havas.
Anche la giovane sacerdotessa però, dopo pochi istanti, cadrà morta a terra…
"Così morì la figlia di Amilcare per aver toccato il manto della Dea".

"Ci sono in me, sotto il profilo letteraio, due personaggi distinti…, uno perdutamente innamorato delle tirate clamorose, del lirismo, dei grandi voli pindarici, di tutte le sonorità della frase e delle vette dell’idea…, l’altro che scava e fruga il vero più che può, che ama mettere sotto accusa i piccoli avvenimenti non meno grandi, che vorrebbe far sentire al lettore quasi materialmente le cose che riproduce" Tutta l’opera di Flaubert, con i suoi elementi esotici e quotidiani, con i suoi personaggi africani e normanni, con le sue figure tratte dal mito e dalla cronaca, si può in qualche modo ricondurre a queste due polarità che egli lucidamente ravvisava in se stesso in una lettera del 1852. Intorno al primo "personaggio", sedotto dagli splendori dell’immaginazione ed incline agli slanci lirici, vengono a formare una costellazione ben riconoscibile… "La tentazione di Sant’Agostino"…, "Salambò"…, "Erodiade"… e "La leggenda di San Giuliano Ospitaliere", … opere in cui l’erudizione storica e teologica diventa una fonte inesauribile di suggestioni fantastiche.

Salambò è un romanzo ambientato nel terzo secolo prima di Cristo, per cui Flaubert va a documentarsi, nella primavera del 1858, sulle rovine di Cartagine. La sua ricostruzione tutta ipotetica della grande nemica di Roma e dei suoi abitanti suscita vive polemiche negli ambienti eruditi, ma il pubblico si appassiona alla vicenda sanguinosa e agli sfondi esotici del racconto, in cui si avverte un’eco dei romanzi proibiti del marchese De Sade.


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BIANCA MILESI


Una ardente “carbonara” tenuta d’occhio da due polizie.


“Giovane energumena, molto accarezzata dai rivoluzionari”: così era definita dagli sbirri piemontesi - in perfetto accordo con quelli austriaci – la coraggiosa patriota Bianca Milesi.


Fra le donne che parteciparono alle vicende del nostro Risorgimento, Bianca Milesi va ricordata soprattutto per il coraggio e lo spirito di libertà con cui si mise contro i pregiudizi della sua epoca.

Un suo biografo, Annibale Campani, scrisse di lei… “Bianca Milesi ci appare quasi fuori del tempo e dell’ambiente in cui le toccò vivere”. E questo non è del tutto esatto, perché il tempo in cui la Milesi visse, tra il 1789 e il 1849, fu veramente pieno di fermenti rivoluzionari. Sarebbe più giusto dire che, mentre questi fermenti restavano per lo più soffocati dai pregiudizi tradizionali e non si traducevano in un nuovo costume e modo di vita (specie per la donna), Bianca Milesi, uscendo dall’ipocrisia, scelse per sé una vita difficile ma coerente con il suo concetto di dignità femminile.

Forse molto del coraggio che ella mise nell’affrontare problemi e occupazioni insolite per una donna, le venne il disgusto per un’educazione bigotta. I ricordi della sua infanzia sacrificata in collegi dove suore sbrigative e ignoranti costringevano le fanciulle a lunghe preghiere, a digiuni, a correzioni crudeli, contribuirono a formare in lei il bisogno della sincerità e, insieme, il coraggio della ribellione.

Finché fu poco più che una bimba, lo sdegno contro quella vita claustrale, dominata dalla menzogna, ricca di piccoli e grandi inganni, si esauriva nella ingenua preghiera che ella rivolgeva al Signore ogni sera… “Dio mio, fa morire tutte le monache che picchiano mia sorella Luisa”.

La sorella Luisa, ragazza vivace e intollerante di ogni giogo, era la “cattiva” del collegio: doveva essere picchiata, sempre. Né le suore di Firenze né quelle di Milano riuscivano a fare di lei una ragazza “timorata” e raffinata allo stesso tempo, secondo i canoni che presiedevano allora all’educazione delle fanciulle borghesi.

Bianca assisteva con occhio critico a quest’opera di deformazione spirituale; vedeva le compagne più grandi tessere mille inganni e ricorrere a mille sotterfugi per corrispondere con innamorati segreti e comprendeva tutto l’assurdo di quella “prudérie” moralistica e il danno di quei metodi correttivi.

Il suo animo, bisognoso di tenerezza, di sincerità, di luce, pieno di entusiasmo per le cose belle, era dolorosamente compresso. Quando uscì dall’ambiente dei collegi cercò affannosamente, nella vita, un alimento adatto alla sua aspirazione; si mise a studiare con passione. La sua ribellione aveva bisogno di manifestazioni esteriori: si tagliò i capelli per non perdere tempo nelle lunghe toilettes, si vestì con stravagante modestia.

Nel 1810, quando aveva ventun’anni, Bianca accompagnò la madre a Roma che era allora governata dal generale francese Miollis; ma la giovane trovava intollerabile sottomettersi all’autorità straniera; mentre la madre frequentava i ricevimenti che si offrivano ovunque con grande sfarzo, lei faceva circolare il “Misogallo” dell’Alfieri che, come è noto, è un’opera scritta contro i francesi.

La sua attenzione era diretta verso i bambini e verso il popolo, e l’occasione per trasformare questa sua simpatia, ancora vagamente umanitaria, in un’azione concreta, le fu data dal movimento rivoluzionario capeggiato da Federico Confalonieri.

Quando tra il 1718 e il 1821 il gruppo dei patrioti formato dai Federati e dai Carbonari si dedicò alla fondazione delle scuole per il popolo, tra le molte signore che offrivano volontariamente il loro contributo all’impresa, la più attiva e preparata fu Bianca Milesi. Sfogliando l’epistolario del Gonfalonieri troviamo che Bianca Milesi, nel 1820, era già alla direzione del movimento. Il 21 febbraio ella scrive al patriota…

…”…la prego di indicarmi quali libri si possono acquistare in Milano che trattino di mutuo insegnamento. Debbo farne provvista per i “confalonieri” di Novara. Ella vede che questo nome mi equivale a zelante di amor patrio”.

L’amor patrio riassumeva per la Milesi le molteplici aspirazioni del suo animo: giustizia, educazione, libertà, lealtà di rapporti tra gli uomini. Per questo, sapendo che l’organizzazione delle scuole si accompagnava ad un’attività rivoluzionaria, ella volle star unita al gruppo dei patrioti anche quando cominciarono le persecuzioni della polizia austriaca.

Fu messo in luce, durante queste persecuzioni, che la Milesi, insieme con la Dembowski, la Freccavalli e la Besana apparteneva alla setta femminile delle “Giardiniere” derivazione della Carboneria. Quando i rappresentanti più noti dei congiurati furono messi in prigione, dalle confessioni di qualcuno di essi, fu rivelato che Bianca era l’inventrice di uno speciale sistema di corrispondenza segreta tra i detenuti. La casa di Bianca fu perquisita più volte, inutilmente; tuttavia la giovane donna fu invitata a restarsene chiusa nelle sue stanze sotto la sorveglianza della polizia e fu sottoposta a stringenti interrogatori da parte del famigerato Salotti. Eppure Bianca Milesi non si lasciò intimidire né confondere dall’astuzia degli inquisitori.

Passata questa tempesta credette necessario allontanarsi da Milano. L’interesse per l’infanzia la strinse di amicizia con la scrittrice inglese Edgeworth della quale aveva già tradotto le favole mentre lavorava per le scuole di Milano. Questa sua passione educativa si intrecciava sempre con i motivi più profondi del suo patriottismo. Anche a Genova, dove sposò il medico Mojon, e dove si occupò assiduamente degli asili infantili, fece parte di un circolo cospirativo carbonaro. La polizia austriaca l’aveva definita”rivoluzionaria caldeggiante in casa Confalonieri il pensiero di aiutare gli insorti e votata alla causa liberale…”. Quelle piemontese che non era meno rigida dell’austriaca, dette di lei questa definizione… “Questa giovane energumena è diventata un essere interessantissimo ed è molto accarezzata dai carbonari che qui si trovano”.

E più tardi fu aggiunto… “…bollente giardiniera, infetta di liberalismo”.

Più tardi la Milesi si persuase ad espatriare: il rifiuto che ebbe dal governo di aprire un istituto di ginnastica educatrice, con le parole… “Il Governo non vuole novità”… la confermò nella impressione che la sua opera sarebbe stata sempre ostacolata dalla ferrea volontà di reazione dei governi italiani.

L’insofferenza per quel regime tirannico trova espressione in una lettera che Bianca scrisse ad un amico quando si fu trasferita a Parigi… “Il rimanere (in Italia) ci diveniva ogni dì più insopportabile e l’impossibilità d’educar bene i nostri figli senza farne dei martiri futuri dei vari tiranni della nostra sventurata penisola è il motivo che ci condusse a spatriare…”.

Ma anche nella sua nuova residenza Bianca Milesi poté trovare un ambiente adatto alla realizzazione dei suoi ideali. Un grande fervore la scosse allo scoppio dell’insurrezione del 1847. Ma al ’48 seguì per l’Italia la sconfitta di Novara e l’aggressione delle truppe francesi alla repubblica di Roma.

Bianca Milesi prese allora il lutto: e in mezzo al lutto la morte la colse l’8 giugno del 1849. Le sue ultime parole, mentre il colera la spegneva rapidamente, furono… “Dite a mio figlio che ami sempre il suo dovere”. E per lei dovere significava lotta per la libertà.


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