giovedì 28 febbraio 2008

IVANHOE – Walter Scott

Walter Scott (1771-1832) ha dato alla letteratura inglese una vastissima produzione poetica e narrativa. Ma sono stati soprattutto i suoi “romanzi storici” a procurargli una grandissima popolarità.

Fin dagli anni della sua giovinezza, Scott aveva manifestato un grande interesse per le tradizioni della sua terra, ne aveva studiato con passione la storia ed aveva cercato e raccolto leggende, ballate popolari, antiche poesie, che dovevano offrirgli ricca materia per i suoi romanzi. Egli cominciò la sua produzione narrativa con una serie di romanzi ispirati alla storia scozzese; tra i più famosi… Waverley…, Guy Mannerlring…, Rob Roy…, Il monastero…, L’Abate…, La bella fanciulla di Perth…, ecc. Successivamente Scott scrisse un altro gruppo di romanzi, che hanno per argomento l’Inghilterra antica: ne fa parte quello che si può considerare il più famoso, IVANHOE.


La sua vicenda si svolge alla fine del XII secolo e si impernia sui conflitti fra i sassoni e i dominatori normanni. Wilfredo d’Ivanhoe, figlio del nobile sassone Cedric, ama la pupilla di suo padre, lady Rowena, e ne è riamato. Ma Cedric, che aspira alla restaurazione della stirpe sassone sul trono inglese (ora occupato dai normanni), pensa di poter raggiungere il suo scopo facendo sposare romena con Atelstano, l’una e l’altro sassoni di sangue reale. Per questo disereda e bandisce il figlio.


Ivanhoe si fa crociato al seguito del re Riccardo Cuor di Leone e si guadagna la sua stima e il suo affetto. Durante l’assenza di Riccardo, il principe Giovanni, suo fratello, cerca di togliergli il trono. Allora il re ed Ivanhoe tornano segretamente in Inghilterra e si presentano al torneo di Ashby-de-la-Zouche con il volto coperto dall’armatura; il “Cavaliere Nero” e il “Cavaliere diseredato” (così si presentano Riccardo e Ivanhoe) sconfiggono nel torneo tutti i cavalieri del partito di Giovanni, tra cui il feroce templare sir Brian de Bois-Guilbert e sir Reginald Front-de-Boef. Ma nel corso dei vari assalti, Ivanhoe resta ferito e alla fine del torneo viene raccolto dall’ebreo Isacco e dalla sua bellissima figlia Rebecca.

Attraverso varie vicende, Ivanhoe, Cedric, Rowena, Atelstano, Isacco e sua figlia finiscono col trovarsi prigionieri dei nobili normanni nel casello di Torquilstone. Una schiera di banditi e di sassoni, guidati da Locksley (il leggendario Robin Hood), dal re Riccardo e da Cedric, che è riuscito a fuggire travestito da frate, prende d’assedio Torquilstone e lo espugna, liberando tutti i prigionieri, ad eccezione della bella Rebecca. Il templare, infatti, fuggendo, la porta con se a Templestowe e cerca di sedurla. Rebecca riesce a resistergli, ma viene da lui accusata di stregoneria e condannata al rogo. Sopraggiunge a liberarla Ivanhoe che si batte per lei con Bois-Guilbert: il templare muore nel corso del combattimento, ma non è la lancia di Ivanhoe ad abbatterlo, bensì la violenza stessa delle sue malvagie passioni.

Ivanhoe sposa Rowena, e Rebecca, soffocando il suo amore per lui, abbandona l’Inghilterra con il suo padre. I ribelli guidati dal principe Giovanni, vengono esiliati, giustiziati o piegati all’obbedienza, ed il re Riccardo torna a stabilirsi saldamente sul suo trono.

Walter Scott si legge con piacere ancor oggi per la semplicità e la schiettezza con cui sa narrare le vicende storiche e le leggende della sua terra. Nei suoi romanzi il racconto passa con grande vivacità e scioltezza da una battaglia o da una camera di consiglio alla casetta o alla strada o alla locanda, e tutti i personaggi, re o soldati, nobili o contadini, vengono seguiti con eguale interesse dallo scrittore.

Ma Scott non si limita a darci la vivace rappresentazione di un’epoca; egli si interessa sempre del “perché” dei fatti che viene narrando, siano essi un episodio minore o un grande avvenimento storico. Parlando ad esempio di una battaglia, Scott raffigura gli atteggiamenti dei campi opposti, mediante piccoli avvenimenti comuni che fanno comprendere perché debba vincere una parte piuttosto di un’altra.

Per tutto questo, Walter Scott occupa un posto importante nella tradizione del romanzo realista, anche se resta inferiore ai grandi narratori che gli successero nel tempo, da Hugo a Balzac, da Tolstoj a Verga, per la sua incapacità di un vero approfondimento dei grandi problemi storici e delle passioni umane.

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MORTE DI SARDANAPALO - Eugène Delacroix - DEATH OF SARDANAPALO

  

MORTE DI SARDANAPALO (1827)
Eugène Delacroix (1798-1863)
Pittore francese
Museo del Louvre
Tela c. 392 x 496
Risoluzione 2.544 x 1.788 - Kb 985


Assediato dai rivoltosi Sardanapalo è chiuso nel suo palazzo. Sdraiato sull’ampio letto ricoperto di lenzuola rosse, il re sorveglia che gli eunuchi eseguano il suo ordine di sgozzare le schiave, i paggi e persino i cavalli e i cani preferiti, affinché non cadano nelle mani del nemico.
Una serva sulla sinistra, incurante del massacro, serve delle vivande, mentre sulla destra Aisceh pur di non piegarsi alla volontà del re, preferisce togliersi la vita impiccandosi; insensibile spettatore del crudele bagno di sangue, il re sembra non accorgersi delle donne che si accasciano prive di vita sul suo letto, dell’invocazione di aiuto a lui rivolto dallo schiavo raffigurato sull’estrema sinistra, dello sguardo pietoso della bellissima schiava in primo piano che sta per essere uccisa dal soldato.
Il tema narra la tragica fine dell’ultimo re della seconda dinastia assira, avvenuta nel 788 a.C. e s’ispira a un racconto di Byron pubblicato in Inghilterra nel 1821, forse conosciuto da Delacroix durante il suo viaggio a Londra, dove si era recato nella primavera del 1825.
Alla presentazione al Salon del 1827 la grande tela (cm. 392 x 496) fu oggetto di feroci attacchi, tanto da meritarsi l’appellativo derisorio di “massacro della pittura”; è vero che Delacroix ha agito in piena libertà (vi sono palesi errori di prospettiva e di disegno, lo spazio è reso sommariamente e l’interno è descritto troppo minuziosamente, tanto che i corpi e gli oggetti si confondono), ma che, comunque, al disinteresse per le regole accademiche si oppongono la straordinaria resa cromatica e la raffinata cura dei particolari, tanto che il quadro offre una delle più suggestive visioni della pittura del Romanticismo francese.
Le critiche, comunque, addolorarono profondamente Delacroix che il 26 aprile del 1828 scriveva con grande amarezza…
…”Possiedo una rara genialità che non mi permette di vivere come un commesso…. Lavori e incoraggiamenti non se ne devono attendere…”
Dopo la sua apparizione al Saloon del 1827, l’opera scomparve per un lungo tempo dal mercato d’arte fino a quando non riapparve nella collezione di Maurice Audéoud; acquistata nel 1921 dallo Stato francese è oggi esposta al Louvre insieme allo schizzo preparatorio che raffigura il volto di Sardanapalo colto in primo piano.

Eugène Delacroix nacque a Charenton-Saint-Maurice il 26 aprile 1798 (secondo alcune fonti sarebbe il figlio naturale di Talleyrand, che l’aiutò molto agli inizi della carriera). Nel 1816 entrò nell’atelier di Guérin e l’anno successivo si iscrisse all’Accademia di Belle Arti, dove fu fortemente attratto dalla pittura di Gèricault, tanto che il primo importante dipinto di Delacroix, LA BARCA DI DANTE (1822), rivela chiaramente l’influenza subita. L’artista raggiunse grande fama e ricevette numerose commissioni: la biblioteca del Palazzo Bourbon, gli affreschi della chiesa di San Sulpicio, il soffitto della galleria di Apollo al Louvre, la cupola della biblioteca del Palazzo del Lussemburgo e il Salon de la Paix all’Hotel de Ville di Parigi. Nel 1855 presentò 42 tele all’Esposizione Mondiale; nel 1857 aprì il suo atelier al n. 6 di Place de Furstemberg (oggi Museo Delacroix).
La salute iniziava a peggiorare e l’artista fu costretto a lunghi soggiorni in campagna; morì il 13 agosto 1863.


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