venerdì 21 marzo 2008

MANIFESTI DELLA RIVOLUZIONE RUSSA (Posters of the Russian Revolution) 1917/1927 - Majakovskij, Lissitzky, Rodcenko e Moor


In una elegante cartella sono raccolti quaranta manifesti rivoluzionari pubblicati in Russia dal 1917 al 1927. Affiches di Majakovskij,Lissitzky , Rodcenko e Moor che fanno rivivere i tempi della prima rivoluzione socialista

Nella storia del manifesto politico, la Russia, insieme con la Francia, la Germania e l’Ungheria, ha indubbiamente un posto in primo piano. E’ stata quindi un’ottima idea quella degli Editori Riuniti di raccogliere in una cartella una quarantina di affiches rivoluzionari pubblicati negli anni che vanno dall’Ottobre 1917 al decennio successivo. Il pregio dell’edizione risulta dal fatto che i manifesti sono stampati in facsimile e quindi del tutto identici – formato e colore – agli originali. Ma non è questo il solo pregio: vi è anche quello della scelta critica dei vari esemplari, una scelta larga e intelligente, che consente di avere sotto gli occhi un paesaggio completo di quelle che sono state le tendenze della grafica nella giovane Repubblica Socialista, nonché di conoscere sia l’orientamento del gusto e delle ricerche figurative d’allora che il criterio della direzione politico-culturale del Potere del tempo.


TRA FOLCLORE E AVANGUARDIA

Quest’ultimo aspetto, sfogliando il repertorio della cartella, è in certo modo quello che colpisce con maggior evidenza. La varietà dei linguaggi che appare in questi manifesti è sorprendente: si va da una schietta ripresa del folclore russo ai modi avanzati delle avanguardie plastiche. Che significa ciò? Significa una cosa sola e cioè che, almeno nei dieci anni che hanno fatto seguito alla rivoluzione, la direzione culturale non agì in Russia in senso unilaterale ed esclusivo, ad unico vantaggio di quel naturalismo che diventò di programmatico rigore qualche anno più tardi, ma lasciò libero campo al rigoglioso proporsi delle più diverse ed efficaci soluzioni dei problemi figurativi.
E’ solo di questa libertà creativa, e nel fervore rivoluzionario, che ha potuto affermarsi tale ricca varietà di stili. Questi manifesti insomma ci rivelano, con un’immediatezza in altre materie impossibile, la verità di una situazione che noi non conosciamo abbastanza. Non si deve dimenticare che l’arco dei dieci anni erano entro i quali è racchiuso il “Materiale” della cartella, è quello che ha visto svolgersi l’astrattismo di Malevic, il costruttivismo di Tatlin, il surrealismo fiabesco e popolare di Chagall, gli arabeschi lirici di Kandinski. E’ quindi naturale che anche nei manifesti dell’epoca ci sia n’eco vivissima di tutto ciò, ed altro ancora: le suggestioni del futurismo, dell’espressionismo, del cubismo. Ma anche, nei tagli delle immagini, le influenze del grande cinema di Eisenstein, di Dovgenko, di Vertov.
Così, è pure naturale che molte delle firme che leggiamo in calce ai manifesti siano quelle di molti protagonisti delle avanguardie: da Majakovskij a Lissitzky, Rodcenko, Moor.


LE SATIRE DI MAJAKOVSKIJ





Moor è stato probabilmente il più fecondo autore russo di manifesti. In questa cartella ve ne sono alcuni di bellissimi e tipici, come quello eseguito per sollecitare la solidarietà verso i contadini delle regioni del Volga colpite dalla carestia: su di un fondo buio uniforme, dove sono graffite due spighe di grano spezzate, si leva al centro, allungata e deformata espressivamente, la figura di un mugico con le braccia alzate. Una sola parola di commento: Aiuto! … Si tratta di un mirabile esempio di grafica, essenziale e urtante, come deve essere un vero cartellone d’agitazione.












Stupendo è pure il manifesto di Lissitzky, stampato nel 1920 per l’Armata Rossa.
Anche questo è un manifesto celebre. “Con il cuneo rosso, colpisci i bianchi!”, dice la didascalia. E Lissitzky, con un semplice schema geometrico, in cui un acuto triangolo rosso, spaccandolo, penetra profondamente in un cerchio bianco, ci dà un’immagine strutturale di un effetto tagliente e lampante, dimostrando come anche il linguaggio astratto-costruttivista poteva essere adoperato con la più esplicita leggibilità.


I manifesti di Majakovskij sono invece dei veri e propri racconti satirici, che ricordano in parte il procedimento dei fumetti o delle vignette per i giornaletti infantili. Nel disegno ricordano anche certi giocattoli futuristi del nostro De Pero. Ma nel manifesto maiakovskiano ha una grande importanza la parola, il verso, la strofetta mordente. Majakovskij è stato anche un grande inventore di slogans politici e pubblicitari. Poesia visiva ante-litteram, dunque; ma di precisa funzionalità: caustica, allegra, aggressiva.


IL SOFFIO ARDENTE DELL’OTTOBRE ROSSO

Accanto ai manifesti che ho ricordato ve ne sono di più modesti, che derivano dalla tradizione dei disegnatori francesi d’ispirazione socialista, come Steinlein. Ma in tutti, nonostante la diversità dei linguaggi, si può notare una tensione, una passione, che infondono alla complessità del fenomeno uno slancio unitario.
Certo, non mancano neppure in questa cartella degli esempi minuziosamente descritti e didattici: sono esempi che più tardi avranno il sopravvento sugli altri, fino a tenere saldamente il campo, a diventare soluzione unica del problema. Ma, a quest’epoca, la loro presenza non è ancora ingombrante. Probabilmente, solo dopo il 1930, si è pensato che un tale modo di impostare il manifesto fosse più pedagogico, più accessibile alle masse. E’ con questa ragione che si è in tal modo bloccata una situazione straordinariamente fervida, e non solo nell’ambito della cartellonistica. A guardare oggi i manifesti accolti dagli Editori Riuniti si può tranquillamente affermare che quella ragione o preoccupazione era ingiustificata. I manifesti russi di questo periodo infatti restano i più belli, i più efficaci ed anche i più chiari. Da questi fogli il soffio ardente dell’Ottobre ci lambisce ancora e ci comunica che ora, a tanta distanza di tempo, qualcosa dell’ardore di quell’epica storia.

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MANIFESTI DELLA RIVOLUZIONE RUSSA DEL 1917 – 1927
A CURA di Giuseppe Garritano
Editori Riuniti – Roma 1967

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LA VERGINE DELLE ROCCE (The Virgin in the rocks) - Leonardo



LA VERGINE DELLE ROCCE

(1483-1486 circa)

Leonardo da Vinci
(1452-1519)

Museo del Louvre – Parigi

XVI secolo

Olio su tavola cm. 199 x 122












LA VERGINE DELLE ROCCE è probabilmente identificabile con la parte centrale dell’ancona commissionata a Leonardo e ai fratelli De Predis, suoi collaboratori, il 25 aprile 1483 dalla Confraternita della Concezione in San Francesco Grande a Milano, distrutta nel 1576.

La pala parigina fu terminata forse entro il 1486 e venne affiancata da due angeli musicanti di Ambrogio De Predis, ora alla National Gallery di Londra.
Il quadro di Leonardo nel 1625 era in Francia a Fontainebleau, anche se non sappiamo quando e come vi sia giunto con esattezza.

Questo famosissimo quadro di Leonardo prende il nome dallo sfondo fantastico di rocce, ripide e aguzze, quasi stalattiti e stalagmiti in pietra, che danno inconfondibile fascino alla misteriosa composizione.
In questo scenario, creato dalle stratificazioni geologiche in cui le figure sono immerse, circondate da una vegetazione rigogliosa, la cavità oscura della grotta si chiude a suggerire l’idea del mistero della natura e dell’origine della vita.

Il dipinto presenta, in primo piano al centro, la Vergine inginocchiata mentre avvicina il Figlio verso il piccolo San Giovanni, a sua volta sorretto da uno splendido ed elegantissimo angelo.
La Sacra Rappresentazione, muta e solenne, è tutta giocata su uno scambio sottile di gesti e di sguardi.
La Madonna osserva con tenerezza Gesù, avvolgendolo con il braccio ammantato, mentre allunga in avanti l’altra o come se benedicesse il piccolo Battista: essa è il punto focale della scena e l’elemento di congiunzione dei movimenti degli altri personaggi. Il Bambino si protende con le mani giunte verso Giovanni, il quale a sua volta lo benedice.
Alle sue spalle l’angelo osserva lo spettatore e, indicandogli con il lungo dito il Redentore, lo coinvolge nell’evento, denso di significati teologici.

I personaggi formano così una sorte di piramide i cui lati sono delimitati dalle parti dei volti, delle mani, dei corpi, evidenziati dalla luce diretta che crea vivaci effetti di chiaroscuro.

Tale schema sarà fondamentale per la cultura artistica cinquecentesca; fu infatti un punto di riferimento sia per il TONDO DONI di Michelangelo che per la MADONNA DEL CARDELLINO di Raffaello (Uffizi).






LA VERGINE DELLE ROCCE
(1495-1508 circa)

Leonardo da Vinci
(1452-1519)

National Gallery - Londra


XVI secolo

Olio su tavola cm. 189,5 x 120









LEONARDO E LA MEDUSA – Un giorno ser Piero da Vinci, padre di Leonardo, andò nella sua proprietà in campagna e lì incontrò un suo contadino che gli era molto caro.
L’uomo aveva tagliato da poco un fico e ne aveva ricavato una superficie rotonda che dette al padrone chiedendogli che la portasse a Firenze e la facesse dipingere.
Desiderando accontentarlo ser Piero la dette a Leonardo senza dirgli per chi era.
Il pittore la fece lisciare e trattare con il gesso e decise di dipingervi una Medusa.
La portò così nella stanza, dove teneva lucertole, ramarri, locuste, serpi e altri animali orrendi.
Copiando questi ultimi dipinse sulla rotella un mostro terribile, di cui fu molto soddisfatto.
Mise il pezzo di legno su un leggio, aggiustò la luce in maniera che risaltasse sull’immagine, e chiamò il padre.
Quando ser Piero entrò, credette di trovarsi davanti a una bestia realmente esistente tanto era fatta bene, e sobbalzò dallo spavento.
Incantato dall’abilità del figlio ser Piero regalò al contadino una rotella dipinta comprata da un rigattiere, mentre “astutamente” vendette quella di Leonardo presso dei mercanti per ben cento ducati.


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