giovedì 17 aprile 2008

SORELLE MATERASSI (The Materassi sisters) - Aldo Palazzeschi

Nei dintorni di Firenze, nella frazioncina di Santa Maria, vivevano una quarantina di anni fa Teresa e Carolina Materassi, due zitelle sui cinquanta, notissime per la loro arte di ricamatrici.
Fin da ragazzine erano andate a scuola di ricamo da una famosa maestra fiorentina; a vent’anni già lavoravano in proprio, provvedevano al padre infermo e a tutti i bisogni familiari. Morto il padre, in pochi anni di lavoro senza respiro erano riuscite a svincolare dalle ipoteche le loro proprietà, raggiungendo condizioni economiche addirittura brillanti. La loro ricchezza era tutta nelle loro mani sapienti: da esse uscivano splendidi ricami che impreziosivano sontuosi corredi, facendone altrettanti opere d’arte. Si erano sempre rifiutate di andare ad abitare a Firenze per impiantarvi un laboratorio: l’aristocratica e ricca clientela le raggiungeva là, in quell’angolo verde e remoto dove erano nate.
Erano giunte così alla cinquantina senza accorgersene; vivevano la stessa semplice vita dei loro vent’anni, non si concedevano mai uno svago, un piccolo viaggio, qualche raffinatezza. Neppure all’amore avevano avuto il tempo di pensare, e ora era troppo tardi, anche se il rimpianto di qualche possibilità perduta talvolta si faceva sentire. Avrebbero potuto smettere di lavorare e vivere bene con le rendite delle loro proprietà, ma ormai non riuscivano più a staccarsi da quel loro modo di vivere; il lavoro era l’unico scopo della loro vita. Ma la famiglia Materassi non era tutta qui: vi erano altre due sorelle, che si erano sposate e vivevano altrove.
A un certo momento con Teresa e Carolina venne a vivere Giselda, che delle quattro sorelle Materassi era stata la più graziosa, quasi bella. Ora, a trentacinque anni, magra di corpo e sfiorita nel viso, sembrava coetanea delle sorelle maggiori, che nella maturità conservavano una giovanile freschezza. Dopo cinque anni di travagliatissima vita matrimoniale con un poco di buono che l’aveva alla fine abbandonata, Giselda aveva chiesto asilo alle sorelle. Ora viveva con Teresa e Carolina, covando in silenzio l’amarezza della sconfitta; non sapeva ricamare e si occupava dell’amministrazione dei beni. La sua acredine verso la vita, il suo perenne malumore, la sua durezza erano provvidenziali per amministrare il patrimonio senza debolezze. Teresa e Carolina non sapevano neppure a quanto ammontassero esattamente i loro averi, poiché badavano solamente al loro lavoro. In quella casa di sole donne c’era anche una domestica, Niobe, invecchiata insieme alle padrone e a loro fedelissima; da giovane la sua istintiva e ingenua sensualità l’aveva cacciata in molti guai e ora, vecchia e brutta com’era, prorompeva in entusiastici apprezzamenti quando le capitava di vedere un uomo bruno, giovane e forte. Teresa e Carolina ne sorridevano con bonaria superiorità, mentre Giselda, che odiava tutto il genere mascolino, guardava Niobe con fiero disgusto.
Ma ecco che nella piatta, ordinata esistenza delle tre donne si verificò un improvviso, radicale mutamento. La sorella Augusta, che abitava ad Ancona e che non vedevano da diciotto anni, morì, dopo un anno di vedovanza, e affidò loro il figlio Remo, quattordicenne. La grande novità di avere in casa quel bellissimo giovinetto del loro stesso sangue, affidato a loro, dipendente da loro, sconvolse le sorelle Materassi, prese in un vortice di sensazioni tutte nuove, di emozioni mai provate. Quanto a Niobe, era incapace di nascondere la gioia per la presenza del nuovo padrone: quei pantaloni piovuti miracolosamente fra tante “sottanacce” la rallegravano nel profondo. Solo Giselda resisteva al fascino dei bellissimi occhi di Remo: non soltanto si era astenuta da manifestazioni troppo tenere verso il nipote, ma criticava apertamente l’indulgenza e le smancerie delle sorelle e di Niobe. Con l’arrivo di Remo, in casa Materassi si erano introdotte molte innovazioni: si mangiava tutti i giorni nel salotto da pranzo, con una bella tovaglia, con belle stoviglie, degne dei cibi speciali che Niobe ammanniva con gioia evidente. La maggiore preoccupazione delle tre donne era la felicità completa, assoluta del ragazzo. Il suo sorriso, la sua stessa presenza, di cui ancora non riuscivano a capacitarsi, le compensava di tutto. Quanto alla vita futura del nipote, Teresa e Carolina accarezzavano aspirazioni molto elevate. Si accorsero però, con sincera preoccupazione, che Remo non possedeva nemmeno la licenza elementare. Rimediarono in gran fretta, facendogli imparare le lezioni necessarie e presentandolo agli esami appena possibile. Il ragazzo prese la licenza, ma la sua carriera di studente si fermò lì, malgrado i ripetuti tentativi di farlo applicare allo studio. Alla fine le zie vollero convincersi che Remo aveva più il carattere dell’uomo d’azione, che dello studioso. Ripiegarono sulla scuola agraria poiché, esse dicevano, Remo sarebbe stato un giorno il padrone del podere e delle case; con i soldi che gli lasciavano in eredità avrebbe potuto comperare altra terra e farla fruttare; era bene che imparasse come. Ma fu un altro buco nell’acqua. Talvolta le zie, deluse dopo tanti sogni, arrivavano alle sfuriate, alle crisi di nervi, ma Remo sorrideva, così pacifico, che a esse pareva di leggere nel suo sorriso la minaccia di andarsene, di abbandonarle per sempre. L’idea di vederlo scomparire all’improvviso le atterriva, le riduceva immediatamente al silenzio.
A vent’anni la bellezza di Remo era straordinaria: alto, armonioso di membra e agile nei movimenti, aveva il viso di un ovale marcato e aristocratico e lineamenti perfetti. Teresa e Carolina indugiavano a contemplarlo incantate. Remo le chiamava “zì Tè, zì Cà”, con un tono in cui vi era più motteggio che tenerezza; ma loro vi coglievano soltanto la tenerezza. Le fantasie d’amore, i tesori d’affetto, che la vita non aveva loro permesso di riversare su alcuno, li volgevano ora su Remo, in un groviglio di sentimenti in cui si mescolavano tenerezza materna e femminea dedizione, orgoglioso possesso e trepida gelosia. Si sentivano diverse, tutt’altre donne da quelle che erano sempre state.
Ma un giorno Remo incominciò a rientrare tardi la notte e le due sorelle rimanevano spesso alla finestra fino all’alba, col collo lungo e gli occhi sbarrati nel buio, facendo mille congetture, torturate da mille dubbi. Quando finalmente egli rientrava, gli esprimevano con rimproveri e lacrimala sofferenza dell’attesa, ma il giovane rimaneva imperturbabile; le lasciava sfogare senza batter ciglio e quando infine esse tacevano, svuotate di ogni energia, si accendeva una sigaretta e col solito tono mezzo tenero e mezzo irridente “zì Tè, zì Cà” le salutava e andava a dormire. Remo aveva una sola passione: adorava le automobili. Compiuti i ventidue anni, egli convinse le zie ad acquistare un’automobile nuova, di gran marca, costosissima. Disse che gli era necessaria per entrare in rapporti con la casa produttrice e ottenere la rappresentanza in Toscana. Teresa e Carolina non avevano mai sentito pronunciare con tanta tranquillità una cifra come quella; non volevano cedere, ma poi, di fronte al pericolo fatto balenare dal ragazzo che qualche ricca signora di sua conoscenza potesse fargli un “grazioso dono”, le due donne, accecate dalla gelosia, cedettero. Ebbero però la loro ricompensa: Remo le conduceva a spasso sulla macchina nuova, le faceva pranzare fuori, le portava a teatro. Ridicolmente impennacchiate, tutte luccicanti di lustrini, infagottate in vestiti fuori moda, le due sorelle sedevano impettite nella bella macchina, contente come pasque.
I soldi se ne andavano a fiumi, non bastavano mai. Quelle fughe in un mondo che per tanti anni avevano ignorato le esaltavano e le illanguidivano togliendo loro la forza di lavorare e quella fede nel lavoro che le aveva sempre sostenute. Diventavano distratte e indifferenti, disgustavano la clientela, che era abituata alla loro precisione e non le riconosceva più. Rifiutavano tutti i lavoro impegnativi e miravano solo all’utile immediato, perché il bisogno di denaro era sempre più urgente.
Remo spendeva moltissimo e di lavorare non parlava neppure; fece debiti per somme ingenti, costrinse le zie a pagarli, ne fece ancora, finché venne il giorno in cui le odiate parole “ipoteca”, “cambiale” furono un’altra volta tristemente attuali in casa Materassi.
Gli ultimi denari, prima che sopraggiungesse la rovina totale, servirono a Remo per far vacanze da gra signore a Venezia e attirare l’attenzione di una bella e ricchissima ragazza americana. Un mese dopo averla conosciuta la portò a Santa Maria, la presentò alle zie e la sposò. Prima che le poverette potessero riaversi dallo sbalordimento, Remo era già partito con la sposa per l’America, senza la minima preoccupazione dello stato miserevole in cui lasciava le zie. Pochi giorni dopo se ne andò anche Giselda, da tempo in pessimi rapporti con le sorelle. Soltanto la fedele Niobe rimase accanto alle due donne, che la partenza di Remo aveva lasciato annichilite e svuotate di ogni volontà. Non possedevano più nulla, neppure trovavano la forza di lavorare ancora; avevano, del resto, perduto tutte le loro clienti. Erano ormai ridotte alla fame, quando Niobe le convinse ad accettare di cucire il corredo a una ragazza del contado. La voce si sparse in un baleno…
“Le Materassi si degnano di cucire per noi!”
Le ragazze che andavano spose, sia a Santa Maria che nei dintorni, accorsero in numero sempre maggiore verso la casa delle due sorelle e commissionarono la loro biancheria di corredo, esigendo che la magica etichetta “Sorelle Materassi” fosse cucita su ciascun capo, proprio come un tempo lo erano sulle camicie delle duchesse.
Una volta abituate al cambiamento, Teresa e Carolina presero amore anche al nuovo lavoro, adatto alle loro diminuite capacità.
Quel poco che guadagnavano permetteva loro e a Niobe di vivere. Quando alzavano la testa dal ricamo, i loro occhi stanchi e arrossati si posavano con amorosa tenerezza su una grande fotografia di Remo, appesa alla parete di centro, nella stanza da lavoro. Il giovane vi appariva in tutta la sua bellezza, il corpo aitante coperto appena da succinti calzoncini da bagno. La fotografia era stata fatta sul limitare dell’acqua: Remo vi era ritratto in pieno sole, a testa alta, il viso sorridente e sereno.


UNA PAGINA

“Rientrando, Remo, era dovuto passare davanti a esse: dure, ancora chine sul lavoro a quell’ora quasi mattutina, ostentando la loro pena in un silenzio glaciale, fingendo di non accorgersi di lui, della sua presenza dalla quale erano prese fino all’ultima goccia di sangue, o alzando la testa severe, volgendosi dalla sua parte per mostrare gli occhi arrossati dal lavoro e dal pianto, senza aprir bocca. Erano rimaste dietro le persiane che lasciavano traversare la luce dalle gelosie, sola testimonianza di loro e del loro stato o, a seconda dei venti, erano scese insieme e in disordine, mezze nude e scarmigliate, avevano improvvisato una scena terribile avventandosi a lui urlanti e piangenti; lo avevano coperto di improperi, d’ingiurie, di minacce per farlo soffrire un po’ di quello che avevano dovuto soffrire. Avevano tentato tutti i toni per giungere al suo cuore, esperimentato tutte le vie.
Si sarebbe detto che il giovane non credesse minimamente a quella sofferenza, ma prendeva la scena, in qualunque modo si esplicasse, quale un fatto naturale, inevitabile, un esercizio a cui si concedeva rassegnatamente. Accendeva una sigaretta e la fumava lasciando capire come ogni sua facoltà fosse raccolta in quella, ogni pensiero….
Lasciava sfogare quell’ira senza interesse, senza influire con una sillaba, o fingeva di non vedere la luce nella camera attraverso le gelosie. E più la scenata era riuscita imponente, più appari essere rimasto lui in credito per essa.
Esaurite le furie venivano le domande: aveva mangiato? Sì. Remo aveva mangiato. Tale risposta contrariava visibilmente le donne. Avrebbero preferito vedere la povera Niobe arrabbiarsi, a quell’ora, per tirar fuori le stoviglie e apparecchiare la tavola, accendere il fuoco per scaldare un po’ di brodo e cuocere delle uova. Dopo la scena tragica ci sarebbe stato bene questo trambusto a ora illecita, questo incomodo per dargli da mangiare: una cena incominciata con antipasto di tragedia e che sarebbe finita con mal celata tenerezza per la frutta”…


COMMENTO

La caratteristica più saliente dello stile di Palazzeschi è l’analisi minuziosa e accurata dei particolari. Qualche volta la sintassi è un po’ balzana, il periodo diventa troppo lungo, perché sono troppe le cose che l’autore vuol dire d’un fiato, tutte in una volta. Lo stile è pieno di scatti, di sorprese, di toni che rivelano l’umorista nato.
In tutte le opere di Palazzeschi l’umorismo è infatti la nota dominante ed egli gioca spesso a nascondersi dietro il tono tranquillo di chi sa raccontare con la faccia seria le cose più strane e le situazioni più buffe.
La scena del ritorno di Remo è vivacissima e, malgrado la drammaticità degli atteggiamenti delle due sorelle, è impossibile non sorridere, poiché è fin troppo evidente che le zie godono a dimostrare la sofferenza che Remo procura loro.
Quel Remo sfuggente, assente, eppure così sicuro di sé, è dipinto con una mano da maestro. Sembra quasi una scena da operetta buffa: Remo impassibile, immobile, l’aria annoiata del “viveur” e la sigaretta accesa; le zie scarmigliate e frementi che gli danzano intorno.

“Sorelle Materassi” è il romanzo più valido di Palazzeschi; l’opera in cui appaiono più evidenti le caratteristiche qualità dello scrittore, che ama il grottesco, ma sa cogliere anche le sfumature del sentimento. Egli sembra conoscere a meraviglia i segreti dell’animo umano; e ce li scopre a uno a no in un continuo gioco di sorprese. Si passa così dall’allegria alla commozione, dalla nostalgia di un mondo passato alla caricatura di personaggi e di cose di quello stesso passato. Ma dietro il riso e la caricatura sta la segreta, umanissima pietà di Palazzeschi che ama i suoi personaggi e vuole, sia pur “In extremis”, salvarli.
Le sorelle Materassi si rovinano per troppo amore verso la vita. Abbandonate dal nipote, sembrano del tutto finite e ci si aspetta di vederle chiudere gli occhi per sempre. Ma a questo punto interviene a salvarle la complice simpatia, la segreta pietà dell’autore, che non vuole la rovina totale delle due povere “innocenti folli”. Si sono, è vero, comportate da folli, ma lo scrittore vuole farci intendere che quella loro follia non nera altro che desiderio inconscio e innocente di evasione dai pregiudizi, dalla meschinità, dalla malinconia di una vita troppo limitata. Insieme all’autore, che bonariamente assolve le sue mature “ragazze”, anche io (noi), dopo aver tanto sorriso, mi commuovo e gioisco per la loro riconquistata serenità, che è, in fin dei conti, un profondo atto di fede nella vita.


ALCUNE NOTE SU PALAZZESCHI


Vi è un libro di Palazzeschi, “Stampe dell’800”, che si può considerare autobiografico: lo scrittore presenta se stesso bambino e si dipinge “silenzioso, tranquillo, rassegnato, riflessivo”. A due anni se ne sta affacciato ore intere a una finestrella, così a osservare, senza uno scopo apparente, ma con una precoce curiosità della vita. Anche in età matura Palazzeschi parla poco e osserva moltissimo, gli occhi acuti intenti a scrutare il viso dell’interlocutore.
Nacque a Firenze il 2 febbraio del 1885; scrittore crepuscolare prima e poi esponente del futurismo, scrisse versi e romanzi dalla forte carica grottesca e fantastica. Abbandonato il movimento, di cui criticava il freddo tecnicismo, operò nei romanzi seguenti un recupero della tradizione e la sua forte carica dissacratoria assunse toni più pacati. Nelle prose più recenti si riscontra un ritorno della vena surreale, con influssi della neoavanguardia.
Morì a Roma il 17 agosto del 1974.


ALTRE OPERE DI PALAZZESCHI

IL CODICE PERELÀ (1911)
- Protagonista del romanzo è un omino fantastico, fatto di fumo. Un omino patetico, “leggero”, “leggerissimo” che si trova immischiato, suo malgrado, in una serie di avventure l’una più stramba dell’altra.

I CAVALLI BIANCHI (1905) – LANTERNA (1907) – POEMI (1909) – L’INCENDIARIO (1910)
- Sono LA raccolta poetica di Palazzeschi, il cui simbolo è racchiuso nella famosa frase “lasciatemi divertire”; lasciate, egli sembra dire, che io mi prenda gioco delle tradizioni letterarie, della pedante “rispettabilità” borghese e divertitevi con me, se vi è’ possibile.

STAMPE DELL’800 (1932)
- Sono una rievocazione tra ironica commossa della Firenze dell’ultimo Ottocento.

IL PALIO DEI BUFFI (1936)
- E’ una raccolta di novelle che hanno per protagonisti strani personaggi, ora bizzarri ora patetici, fuori della realtà e della logica.

FRATELLI CUCCOLI (1948)
- E’ un ottimo romanzo di piacevolissima lettura, di cui è protagonista un personaggio simpatico per il suo elettrizzante e contagioso ottimismo.

ROMA (1953)
- E’ questo l’ultimo romanzo di Palazzeschi e anche il meno bello, sebbene vi si possano trovare pagine molto vive in cui è felicemente rappresentata certa società romana contemporanea.


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SORELLE MATERASSI


Aldo Palazzeschi


1986 – Mondatori Editore


Collana – Oscar scrittori moderni





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