martedì 13 maggio 2008

GLI ATTI DEGLI APOSTOLI (Acts of the Apostles) – Luca evangelista


Gli ATTI DEGLI APOSTOLI contengono la narrazione dei primi anni del cristianesimo, dall’”Ascensione in cielo” di Gesù Cristo fino all’anno 60 della nuova era. Attribuiti all’evangelista Luca, gli ATTI DEGLI APOSTOLI fanno parte dei ventisette libri canonici che compongono il NUOVO TESTAMENTO (cinque libri storici: i quattro VANGELI e, appunto, gli ATTI DEGLI APOSTOLI; - ventuno libri didattici: le quattordici lettere di Paolo e sette lettere “cattoliche”; un libro profetico: L’APOCALISSE), fanno cioè parte di quel complesso di testi che la Chiesa cattolica ha definito “ispirati”, di origine divina, in contrapposizione a numerosi altri testi definiti “apocrifi”.
Gli ATTI sono stati attribuiti dalla tradizione cristiana, la quale ha trovato come sostenitore inatteso in Adolf Harnack, allo stesso Luca “autore” del terzo Vangelo, e la loro composizione viene fatta risalire ad una data anteriore al 64 dopo Cristo. Secondo gli autori cattolici “ciò che sappiamo degli ATTI è compendiato da San Girolamo in queste parole…
“Luca scrisse anche un altro egregio libro intitolato ATTI DEGLI APOSTOLI, il racconto del quale giunge fino al secondo anno della dimora di Paolo in Roma, cioè fino al quarto anno di Nerone. Si comprende bene che il libro è stato composto a Roma e che Luca lo ha scritto dopo essere stato testimone oculare dei fatti raccontati”.
Il 12 giugno 1913 la Commissione biblica pontificia in un suo documento ha garantito che l’autore degli ATTI è senz’altro l’evangelista Luca, che l’opera va attribuita a un solo autore e che quindi l’opinione contraria è destituita di ogni fondamento.
In realtà le cose sono ben più complicate di quanto non ritenessero San Girolamo e i padri vaticani. Con un accurato lavoro di scavo la critica neotestamentaria è giunta ad escludere che l’autore del terzo Vangelo e degli ATTI siano la stessa persona, anche se la prefazione del terzo Vangelo e quella degli ATTI DEGLI APOSTOLI mostrerebbero che i due libri formavano originariamente due parti di una stesa opera. Come ha notato il Loisy, “la prefazione degli ATTI è stata mutilata in un lavoro di rimaneggiamento che è stato esteso, a quel che sembra, a tutta l’opera; e il Vangelo dev’essere stato rifuso e completato in modo analogo. Non sembra possibile ammettere che il primo autore sia stato colui che in alcuni passi degli ATTI dice “noi”, e che s’identificherebbe con Luca, il compagno di Paolo”.
A Luca, che comunque non va identificato con l’autore del terzo Vangelo, la critica attribuisce solo il diario di viaggio degli ATTI. Il primo nucleo degli ATTI può essere fatto risalire alla fine del primo secolo, e la sua stesura definitiva, frutto di mutilazioni, rimaneggiamenti, aggiunte, interpolazioni successive, va situata tra il 125 e il 140 dopo Cristo.
Il libro degli ATTI DEGLI APOSTOLI, quale ci si presenta nella sua forma canonica, è un amalgama di dati primitivi sui primordi della predicazione cristiana e sui viaggi missionari di Paolo, di finzioni mitiche e leggendarie e di discorsi costruiti artificialmente, alla maniera della storiografia antica. Esso si divide in due parti e copre con la sua narrazione lo spazio di circa trent’anni. La prima parte (12 capitoli) comprende lo spazio di dodici anni e racconta come il cristianesimo si sia diffuso sotto la guida di Pietro a Gerusalemme, in Giudea e nella Samaria. La seconda parte (16 capitoli) copre l’arco di venti anni e dopo aver narrato i progressi della Chiesa tra i pagani, specialmente in Antiochia, nelle isole e in Asia, segue Paolo di Tarso nei suoi viaggi missionari in Asia e in Europa e si conclude con il suo arresto e il suo trasferimento a Roma per esservi giudicato.


IL GIUDIZIO DI ENGELS SUL CRISTIANESIMO PRIMITIVO

Secondo gli apologeti cattolici “gli ATTI sono il seguito, il complemento, la corona del Vangelo; si possono dire il Vangelo in compendio e in pratica, perché narrano la vita della Chiesa, i trionfi della grazia e delle virtù cristiane”. Altra, naturalmente, la valutazione marxista.
Questo, come gli altri testi neotestamentari, contiene al lato di molti elementi leggendari, anche la raccolta di preziose tradizioni antiche, utili per la ricostruzione della storia del cristianesimo primitivo. Già Engels ha notato che “una religione che ha sottomesso a sé l’impero mondiale romano, e che ha dominato per 1.800 anni la massima parte dell’umanità civile, non si liquida spiegandola puramente e semplicemente come un insieme di assurdità originate da impostori; si liquida, semmai, solo quando se ne sappia spiegare l’origine e lo sviluppo delle condizioni storiche nelle quali è sorta ed è giunta a dominare. Ciò vale in modo speciale per il cristianesimo. Si tratta di risolvere la questione come accadde che le masse popolari dell’impero romano preferirono questa assurdità, per di più predicata dagli schiavi e da oppressi, a tutte le altre religioni, tanto che alla fine l’ambizioso Costantino poté vedere nell’adozione di questa assurda religione il mezzo migliore per affermarsi come unico dominatore del mondo romano”.
In questa prospettiva gli ATTI restano un documento di notevole interesse da tre punti di vista: per quanto riguarda i rapporti del cristianesimo primitivo con il giudaismo; per quanto attiene al problema dei rapporti tra Pietro e Paolo, tra il cristianesimo ebraico cioè e quello pagano; infine per quanto si riferisce alla dottrina sociale del cristianesimo primitivo.


LA POLEMICA ANTIGIUDAICA

Anche gli ATTI DEGLI APOSTOLI, come gli altri libri neotestamentari, contengono una decisa polemica antigiudaica. Solo che, come è stato notato dal Loisy, negli ATTI questa polemica assume una forma particolarmente tendenziosa, giacché il cristianesimo viene presentato nel solco della tradizione giudaica e, anzi, come la forma più autentica di giudaismo. Gli apostoli e i loro seguaci “erano assidui nel frequentare ogni giorno tutti insieme il Tempio” (Atti, II, 46) e solo collateralmente si riunivano nelle case private per la comunione e l’agape. Il primo miracolo di Pietro, dopo le Pentecoste, avviene nel Tempio dove il “principe degli apostoli” si era recato insieme a Giovanni per la preghiera (Atti, III, 1-11). Anche dopo il giudizio davanti al Sinedrio, gli apostoli “ogni giorno non cessavano d’insegnare e di annunziare la buona novella di Gesù Cristo sia nel Tempio che nelle stesse case” (Atti, III, 42). Infine, quando Stefano viene tratto in giudizio davanti al Sinedrio, egli rivendica ai cristiani la tradizione giudaica, da Abramo a Davide, e accusa i sacerdoti di persistere nella tradizione degli idolatri che sempre si erano rifiutati di ascoltare lo Spirito Santo (“Duri di cervice e incirconcisi di cuore e di orecchie, voi sempre resistete allo Spirito santo: come furono i vostri padri, così siete voi. Quali dei profeti non perseguitarono i vostri padri? Essi uccisero coloro che predicevano la venuta del Giusto, di cui voi, in questi giorni, siete stati i traditori e gli omicidi. Voi che avete ricevuto la Legge per ministero di Angeli e non l’avete osservata”).
La spiegazione di questa “tendenziosità va ricercata sia nel fatto che il cristianesimo non si sentiva ancora come una religione a parte, separata dal giudaismo, sia anche perché, come ha suggerito il Loisy, presentandosi come la forma più autentica di giudaismo, il cristianesimo poteva pretendere di ottenere dalle autorità romane la stessa tolleranza di cui godeva il giudaismo ufficiale.


SAN PIETRO E SAN PAOLO

Per quanto si riferisce al problema dei rapporti tra Pietro e Paolo, tra il cristianesimo ebraico e quello pagano, gli ATTi tentano di avvalorare un’immagine edificante dalla quale viene accuratamente soppressa ogni traccia delle antiche controversie. Pietro e Paolo sono i protagonisti degli ATTI e si direbbe quasi che l’autore (o gli autori) della narrazione si sia sforzato di equipararli, ingegnandosi ad attribuire loro gli stessi miracoli (ciascuno dei due risuscita un morto, guarisce un paralitico, e compie un gran numero di miracoli). Al fondo, però, il testo tende a subordinare Paolo (che pure va considerato come il vero artefice del cristianesimo, che egli ha saputo trasformare da setta ebraica in una vera religione autonoma, universale) agli antichi apostoli e in particolare a Pietro, al quale, per sminuire l’importanza universale dell’apostolato paolino, si attribuisce anche l’iniziativa della conversione dei gentili (cfr. il capo X degli ATTI, e quello XI, nel quale Pietro si giustifica davanti agli apostoli di aver predicato il Vangelo anche a uomini “incirconcisi”, cioè a non Ebrei.

Nonostante tutti gli sforzi di avvalorare l’idea fittizia di una tradizione apostolica, custodita dai Dodici, finzione che pure domina la rappresentazione della Chiesa primitiva, tuttavia il ruolo di Paolo è, negli ATTI, dominante. E mentre per poter attribuire a Pietro l’iniziativa della conversione dei Gentili l’autore deve ricorrere al pio centurione Cornelio, ben altro e più universale respiro ha l’apostolato paolino tra le genti del mondo allora conosciuto.
Di grande interesse appaiono gli ATTI per una valutazione del comunismo cristiano che è stato uno dei caratteri del cristianesimo primitivo. Nei suoi scritti sulla storia del cristianesimo Engels ha riconosciuto che “la storia del cristianesimo primitivo offre notevoli punti di contatto col movimento operaio moderno. Come questo, il cristianesimo era all’origine un movimento di oppressi: si manifestò dapprima come religione degli schiavi e dei liberti, dei poveri e dei senza diritti, dei popoli soggiogati o dispersi da Roma. Entrambi, cristianesimo e socialismo operaio, predicano un imminente riscatto dalla schiavitù e dalla miseria; ma il cristianesimo pone questo riscatto in una vita dell’al di là, dopo la morte, in cielo; il socialismo lo pone in questo mondo, in una trasformazione della società. Entrambi sono perseguitati e braccati, i loro seguaci messi al bando, colpiti da leggi eccezionali, gli uni come nemici del genere umano, gli altri come nemici dell’Impero, come nemici della religione, della famiglia, dell’ordine sociale. E nonostante tutte le persecuzioni, anzi proprio favorite da esse, entrambi avanzano vittoriosamente, irresistibilmente. Trecento anni dopo il suo sorgere, il cristianesimo è religione di Stato, riconosciuta dall’Impero mondiale romano, e in appena sessant’anni il socialismo si è conquistata una posizione che gli assicura assolutamente la vittoria”.


IL COMUNISMO DEI PRIMI CRISTIANI

La prima comunità apostolica era fondata sulla comunione dei beni…
“Tutti quelli che credevano stavano insieme e avevano tutto in comune. Vendevano i loro beni e ne distribuivano il prezzo fra tutti, secondo il bisogno di ciascuno” (ATTI, II, 44-45). Certo il cristianesimo primitivo non rappresentava, con il suo comunismo, una novità per quei tempi. In Grecia i pitagorici vivevano in comunità; Platone aveva sostenuto un ideale comunistico che contemplava la comunanza dei beni e delle donne; e, in Palestina, gli Esseni vivevano in un regime di rigoroso comunismo. Quello che appare caratteristico del comunismo cristiano è che esso rappresentava uno degli elementi costitutivi della Chiesa.
Il Giordani il quale afferma, nella sua opera sul MESSAGGIO SOCIALE DEL CRISTIANESIMO, che “non si può sostenere che il movente economico, assistenziale, creasse la Chiesa: [giacché] fu la Chiesa che, per eseguire il comandamento di Cristo, curò anche l’assistenza materiale”, è tuttavia costretto ad ammettere che i poveri “accorsero alla Chiesa, tanto più volentieri in quanto trovavano una tavola, un cuore aperto, una casa, con una dottrina che li pacificava ai ricchi e beatificava la loro condizione”, e che i poveri rappresentavano la maggioranza dei primi cristiani. E’ un fatto che i primi seguaci di Gesù, che già vivevano comunisticamente, videro ingrossare le loro fila dall’afflusso dei poveri che trovavano nella collettività “una sorta di assicurazione contro la fame e un’assistenza nella vecchiaia e nelle malattie”. E’ anche un fatto che questa comunità entrò in crisi quando si dimostrò incapace di soddisfare le esigenze di tutti i suoi membri e che, per ovviare agli inconvenienti lamentati, venne creato il diaconato con la nomina di un gruppo di sette uomini con l’incarico preciso di assicurare a tutti la soddisfazione dei bisogni materiali (ATTI, capo VI).
Quanto fondamentale fosse il ruolo del comunismo nella Chiesa primitiva è dimostrato dall’episodio dei coniugi Anania e saffica puniti con la morte per aver versato alla cassa comune solo una parte della somma ricavata dalla vendita di un loro campo. Naturalmente il racconto degli ATTI giustifica la punizione dei coniugi col fatto che avevano “mentito a Dio”, ma è significativo che la menzogna fosse in connessione con le norme della vita in comune, liberamente accettate ma non per questo meno vincolanti.


UN PASSATO CHE DA’ FASTIDIO

Particolarmente significativo appare il fatto che gli autori cattolici siano in genere portati a minimizzare il significato del comunismo nel cristianesimo primitivo. Anni fa, commentando i passi relativi al comunismo cristiano, il curatore di una edizione di massa delle Edizioni Paoline del NUOVO TESTAMENTO ha creduto di poter correggere il significato scrivendo…
“Questa pittura (sic!) [del comunismo cristiano] dimostra come diventerebbe il mondo, se tutti fossero veramente cristiani, e se il Vangelo divenisse codice della società. Ma questo santo comunismo esige alta perfezione, e non può mai abbracciare tutta la società”.
Dal canto suo il Giordani ha sostenuto che non “si può vedere in quella vita comune l’attuazione d’un programma economico materialisticamente rivoluzionario: il suo movente è spirituale e il suo obiettivo è religioso; in conseguenza la sua realizzazione è contingente, e manca di una norma determinante”, infine, ma le citazioni potrebbero durare a lungo, il padre Van Gestel, a suo tempo, ha ricondotto tutto alla carità e ad un problema assistenziale. In realtà proprio il programma e la prassi sociale del cristianesimo primitivo, ne hanno fatto, nella crisi della società schiavistica, il movimento rivoluzionario delle classi oppresse e sfruttate, e gli hanno dato quelle eccezionali capacità di espansione che nello spazio di circa te secoli ne hanno fatto l’ideologia e il modello sociale dominanti dell’umanità allora civilizzata. Quando il cristianesimo ha cessato di essere una ideologia rivoluzionaria per identificarsi con il nuovo ordine sociale fondato, non sulla comunanza dei beni, ma sull’assetto proprietario, prima feudale e poi capitalistico, il cui fondamento era l’elevazione della proprietà privata a elemento costitutivo della società, allora il comunismo primitivo è divenuto un ingombrante bagaglio da riporre in soffitta tra gli arnesi smessi.


IL CRISTIANESIMO IERI E OGGI

Negli ATTI DEGLI APOSTOLI, laddove, non senza un intento apologetico, viene sottolineata l’inaggressività politica nei confronti del potere costituito della vita dei cristiani, si può già scorgere il germe del compromesso costantiniano. Tuttavia sino all’apparizione del comunismo marxista, è proprio agli ideali comunistici delle origini cristiane che si richiameranno i movimenti rivoluzionari delle classi oppresse. Oggi la riproposizione degli ATTI DEGLI APOSTOLI può avere solo un valore di curiosità e serve solo a testimoniare di quanto il cristianesimo attuale sia lontano e diverso da quello delle origini.


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