venerdì 16 maggio 2008

LA MADRE (The mother) – Maksim Gorkij

мать - Горький

Maksim Gorkij scrisse LA MADRE durante la rivoluzione del 1905-1907, ma con riferimento preciso alle dimostrazioni operaie del 1902 e ai processi che ne seguirono. Di questo romanzo si è parlato molto: è stato lodato oltre al dovuto, e criticato altrettanto ingiustamente. Però non dobbiamo dimenticare che, per decenni, è stato il “libro” degli operai di tutte le Russie e delle loro lotte.
Dietro LA MADRE c’è pure una tradizione letteraria, la tradizione avente come “oggetto” di narrazione artistica speranze e vicende rivoluzionarie (ricordo tra i molti nomi il Turgeniev di ALLA VIGILIA). Ma Maksim Gorkij, come ormai ripetono tutti i manuali, introdusse per la prima volta la problematica precisa della rivoluzione proletaria-operaia e contadina. La chiarezza ideologica del romanzo, forse “eccessiva” e quindi un po’ schematica, aveva una sua funzione: il romanzo non doveva essere un oggetto di svago, di consumo, ma un libro di propaganda, carico di vitalità e di idee.

L’azione de LA MADRE si può riassumere in poche parole: si identifica con lo sforzo, le sofferenze, le incertezze e la conquista della certezza che tolgono una contadina dalla sua esistenza tradizionale, frammentaria e oppressa, e le fanno ritrovare la propria dignità umana nel vivo della lotta degli operai di fabbrica. Questo “itinerarium” conferisce al libro una sorta di sacralità rivoluzionaria, che del resto è una delle chiavi della sua presa sulle anime di tanti lettori.
La struttura fondamentale del soggetto, nell’ambito del rapporto tra i protagonisti (la madre, il figlio) e il coro (la massa proletaria), realizza la sostituzione del solito intreccio sentimentale (eroe/eroina collegati da un vincolo amoroso) con un altro tipo di intreccio, la madre e il figlio: non c’è soltanto la sostituzione dell’intreccio tradizionale, ma vi è anche il rovesciamento di una situazione, nel senso che è il figlio operaio che “educa” la madre contadina. Il coro non ha funzione puramente emblematica, ma partecipa attivamente all’azione figlio-madre; siamo anche in presenza di un aspetto simbolico, nel senso che, oltre la vicenda e i rapporti di lavoro, di partito, di ideale, che uniscano, figlio, madre, operai, nella coppia figlio-madre l’autore ha voluto (scopertamente ma anche in modo convincente) incarnare una posizione partitica (l’alleanza operai-contadini e la funzione educativa dell’operaio di città, e di fabbrica, sul contadino, più arretrato).
Questo romanzo aveva anche uno scopo polemico: opporsi a certi romanzi storici (o pseudo-storici) del tipo di quelli di Merezkovskij: questi, nel 1902 aveva pubblicato PIETRO E ALESSIO, ultima, sciala, parte della trilogia CRISTO E L’ANTICRISTO, in cui si raffigura, oltre la vicenda storica, e quindi in modo simbolico, la lotta tra la Russia rivoluzionaria, “anticristiana” (rappresentata dallo zar Pietro il Grande) e la Russia cristiana (rappresentata dallo zarevic Alessio che, com’è noto, morì in circostanze oscure e forse per volontà del padre Pietro il Grande, al quale si era ribellato).
Tuttavia Maksim Gorkij ha voluto evitare una contrapposizione così facile: ha cercato piuttosto di risolvere sul piano artistico una “proposizione ideologica”, e c’è (almeno in parte) riuscito: nel senso che centro del romanzo non è tanto il problema astratto dei rapporti (e dell’alleanza) tra operai e contadini, quanto quello (risolto quasi sul piano naturalistico e persino viscerale) della “filiazione” della classe operaia russa da quella contadina.
Fatto questo storicamente vero e attuato.


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KLIM SAMGIN - Maksim Gorkij

KLIM SAMGIN 

L’opera più grande e complessa di Maksim Gorkij

Questa capacità di evocare i caratteri negativi, e di trovare addirittura l’epicità attraverso la storia di un personaggio contorto e triste come l’avvocato Klim Samgin, è proprio al centro del romanzo che porta il nome di questo suo protagonista. Già ho intitolato che KLIM SAMGIN è l’opera più grande e complessa di Gorkij, valida per la forza di rappresentazione artistica. Ho etto pure che KLIM SAMGIN è uno dei capolavori della letteratura del Novecento. Klim Samgin è uno dei tanti intellettuali che popolano le pagine della letteratura russa, certo: ma la sua caratteristica fondamentale, come “eroe leggendario” è quella di rappresentare un “non eroe” (in un certo senso, come Živago). Ed ecco che il vasto affresco, cui Gorkij lavorò, all’incirca, dal 1926 alla morte, e che non compì, è la storia epica di una vicenda non epica, inserita però nel fiume di una storia drammatica del paese russo. Sabbia calpestata dal destino, Klim reagisce come può, e come può la sua anima sostanzialmente meschina, alle sollecitazioni sempre più violente del mondo.


ALLA VIGILIA DELLA RIVOLUZIONE

Il “tempo” in cui si svolge la storia di Samgin, è quello della vigilia della rivoluzione; perciò il romanzo assume un carattere universale, per la quantità di personaggi, di situazioni, di ambienti rappresentati: da quelli rivoluzionari, a quelli erotico-mistici di certe sette (magistralmente evocati, come nel COLOMBO D’ARGENTO di Belyj) a quelli semplicemente, grigiamente, filistei.
Nel romanzo di Gorkij, su uno sfondo epico, sono seguiti, evocati innumerevoli fatti storici, dalla catastrofe della Chodinka, il giorno dell’incoronazione dell’imperatore Nicola II (1896), fino alla guerra del 1914-1917, e alla rivoluzione di febbraio. La lotta intricata e aspra di tutte le classi sociali e degli individui, gli egoismi e gli altruismi, le ipocrisie e le sconfitte: tutto il mondo russo, per quasi quarant’anni, è ricreato in una potente sintesi artistica, in cui Gorkij fa, possiamo dire, la storia spirituale della Russia. Con il KLIM SAMGIN Gorkij si rivela erede degno del suo grande maestro Lev Tolstoj. Dentro questo mondo, agitato da violenti sommovimenti, scorre la vita dell’avvocato Klim Samgin, si attua (se vogliamo usare un termine mitologico) la sua dannazione eterna, il segno di individuazione della sua anima piccola. La sua infanzia annoiata, la sua grigia adolescenza, i suoi tentativi di aggrapparsi a questa o a quella ideologia: il tolstoianesimo, le varie esperienze individualistiche, l’eclettismo di chi non crede in niente; i rapporti con la moglie (diventa “sacerdotessa” di uno di quei culti che erano di moda alla vigilia della guerra e che poi morì tragicamente), alla morte di Samgin… Gorkij non poté concludere il romanzo: la terza parte termina con gli avvenimenti del 1907-1908; la quarta parte ha inizio dall’estate del 1906, e dovrebbe arrivare fino alla rivoluzione di Febbraio, fino al ritorno di Lenin. Tra i frammenti finali c’è un appunto di Samgin (valutazione di Lenin da parte di Samgin (valutazione e sensazione… “Lenin è un nemico personale”).
L’ultimo frammento si chiude sul sangue che esce dalla testa di Samgin e sulla donna che cerca di chiudergli gli occhi, non ci riesce, e pone sulla fronte del morto un pezzo di legno tolto da una cassetta rotta di munizioni. E’ improbabile che Gorkij volesse chiudere il romanzo con il suicidio di Samgin; non era da Klim Samgin uccidersi (c’è comunque anche questa versione). In realtà Samgin percorre tutti gli anni della sua vita e della storia del suo paese in preda al proprio egoismo e alla propria meschinità, che trova il suo simbolo (che è anche uno dei leit-motiv dell’opera) nella frase “ma c’era quel ragazzo, o forse non c’era?”: questa frase viene ripetuta da Klim nella coscienza, nella memoria, ed è indicativa del suo eliminare ogni sua colpa, ogni sua responsabilità: La frase si riferisce a un episodio della fanciullezza di Klim, invidioso del fratellastro, più forte, più buono, più generoso di lui; un giorno questo ragazzo cadde in acqua, per la rottura del ghiaccio, e invocò l’aiuto di Klim, ma Klim non lo aiutò; o meglio, lo aiutò a metà (Klim faceva sempre le cose a metà), gli dette, sì, la mano ma non in modo tale che l’altro potesse aggrapparsi, e così il fratellastro morì, con intima gioia di Klim. Poi, per tutta la vita, Klim fu come ossessionato da questa morte, che segnò il suo destino (cioè: indicò il suo carattere) e per questo Klim cercò sempre di allontanarne il ricordo, per cui l’episodio del ragazzo inghiottito dall’acqua divenne problematico, quasi come se non fosse mai avvenuto.
E “tutta la vita di Samgin fu così”.
Qui mi bastava riproporre il romanzo Klim Samgin, del quale ho dato solo un’indicazione iniziale. Per affermare la grande modernità e attualità di esso e del suo non eroico protagonista: il mezzo-intellettuale, il colto e ipocrita, misero e miserabile avvocato Klim Samgin.


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