giovedì 5 giugno 2008

EUGÉNIE GRANDET - Honoré de Balzac


EUGÉNIE GRANDET fu pubblicato verso la fine del 1833. Il suo autore, il grande scrittore francese Honoré de Balzac (1799-1850), aveva allora trentaquattro anni.

Felice Grandet, un ricco ex bottaio di Saumur, ha una giovane figlia, Eugénie, tenera creatura dall'animo delicato e gentile. Grandet - tipico rappresentante della nuova borghesia che si è affermata con la Rivoluzione - ha saputo arricchirsi grazie ad una serie di felici speculazioni, ed ora va aumentando la sua ricchezza con feroce avarizia. Intorno alla ricca ereditiera Eugénie si danno da fare - in concorrenza tra di loro - due grandi famiglie della città, i Cruchot e i De Grassin, che sperano di combinare un matrimonio vantaggioso.
Una sera, in occasione del compleanno di Eugénie, vien data una piccola festa in suo onore, ma improvvisamente arriva in casa Grandet il cugino Carlo.
È un giovane parigino allevato nel lusso e nell'ozio, figlio di un fratello del vecchio Grandet, il quale - in seguito ad un grosso fallimento - si è ucciso facendosi saltare le cervella. Felice Grandet apprende tutto da una lettera del fratello, che lo prega di occuparsi della liquidazione e di dare al figlio Carlo i mezzi per tentare la fortuna in India.
Il giovane è sconvolto dalla disgrazia, ed Eugénie si innamora di lui. Carlo sembra contraccambiare, e quando finalmente parte, stringe con Eugénie giuramenti di eterna fedeltà.
Il vecchio avaro, venuto a sapere che Eugénie, per aiutare il cugino a partire, gli ha consegnato tutto il piccolo tesoro che il padre le aveva regalato, decide di punirla e la condanna perciò a starsene rinchiusa nella sua camera senza mai uscirne Si riconcilierà con lei solo quando la propria moglie sarà vicina a morire, spinto sia dalla pietà, sia dall'interesse, temendo infatti che la figlia rivendichi la arte che le spetta del patrimonio. Alla sua morte Eugénie erediterà comunque la sua immensa fortuna.
Pur non ricevendo notizie da Carlo, Eugénie resta sempre tenacemente fedele al suo amore per lui.
Finalmente il cugino torna, dopo essersi arricchito attraverso una vita avventurosa. Egli si è ormai dimenticato di Eugénie, la signorina di provincia di cui ignora l'enorme patrimonio, e si piega ad un matrimonio mondano di interesse.
Eugénie lo ama ancora, ma accondiscende a sposare un o degli antichi pretendenti. Vedova a trentasei anni, finisce la sua vita in solitudine, usando le sue ricchezze per aiutare gli umili e gli oppressi.

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Dei numerosissimi romanzi che compongono tutti insieme LA COMMEDIA UMANA, uno dei più celebri è EUGÉNIE GRANDET, ritenuto da molti il capolavoro di Balzac.
In questo romanzo Balzac ha dipinto la storia di Eugénie e del suo terribile padre; e ha dipinto mirabilmente l'ambiente provinciale in cui i personaggi si muovono. Un ambiente tranquillo solo in apparenza, dove i drammi si svolgono in silenzio e il dolore si ammanta di dignità.
Due motivi dominanti si intrecciano nel tessuto narrativo di EUGÉNIE GRANDET: l'amore e l'avarizia. Il primo motivo nasce dal personaggio di Eugénie: con mano delicata e umanissima simpatia, Balzac ci descrive i sentimenti più segreti di una incantevole ragazza di provincia, tutta semplicità e candore. Sulla figurette gentile della ragazza si protende l'ombra gelida di Papà Grandet, l'avaro. Un personaggio così importante da diventare egli stesso, malgrado il titolo del romanzo, il protagonista. È presente quasi in ogni pagina, perché, anche quando è fuori scena, gli altri personaggi vivono e si muovono nell'atmosfera grigia di rispetto e di terrore che egli ha creato intorno a sé.
Attraverso l'angoscia e il continuo stato di allarme di Eugènie e di sua madre, noi sentiamo in ogni attimo la massiccia presenza di Grandet, il despota a cui nulla può essere nascosto. L'odioso Grandet è la personificazione dell'avarizia, descritta con ammirevole ricchezza di motivi e di toni. Il suo ritratto morale è lo specchio dei gravi peccati a cui l'avarizia inesorabilmente conduce: l'egoismo, la crudeltà e l'indifferenza religiosa.
Grandet è una figura immortale; uno di quei tipi letterari a cui, parlando di avari, ci si riferisce nel linguaggio quotidiano; ..."è un Grandet", si dice, come si direbbe..."è un Don Chisciotte" di un idealista generoso e sognatore. Poiché un tipo, Papà Grandet varca addirittura i limiti del reale: tutto ciò che egli fa e dice è terribile, enorme, supera ogni misura. Ma proprio qui sta la sua forza di suggestione: in questa eccezionalità e quasi inverosimiglianza dei suoi casi e delle sue reazioni, attraverso cui il personaggio balza straordinariamente incisivo. Grandet è chiamato alla ribalta de LA COMMEDIA UMANA per dare al pubblico di tutti i tempi una magnifica lezione morale che rimarrà senza dubbio indimenticabile.
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Honoré de Balzac è un grande scrittore realista (Engels lo definì "maestro del realismo"). Comunque noi sappiamo bene che egli in politica era un legittimista e che sosteneva la monarchia, ma nelle sue opere lo scrittore lascia parlare - più che le sue opinioni personali - la realtà storica. Così può presentarci la società francese dalla Restaurazione al '48 con una impressionante obiettività: la decadenza della nobiltà, i vizi e gli egoismi della borghesia che si era arricchita dopo la Rivoluzione. Soprattutto contro il mondo borghese Balzac esercita la sua critica spietata, e ce lo descrive come un mondo di atrocità in cui gli uomini si divorano l'un l'altro, in cui il denaro è il più forte di ogni sentimento.
Infatti in EUGÉNIE GRANDET il vecchio Grandet è il tipico borghese che si è arricchito e che continua ad accrescere la sua fortuna, passando sopra ad ogni affetto; non soltanto punisce così crudelmente la figlia, ma è lui a cacciare di casa il nipote Carlo, rovinato - come si è visto - dal dissesto del padre.
Balzac è uno scrittore che io sento vivo ancora oggi, non solo perché la sua grande arte non avverte il passare degli anni, ma anche perché le sue critiche alla società borghese non hanno perduto nulla della loro attualità.


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ALCUNE NOTE SU HONORÉ DE BALZAC

Honoré de Balzac nacque a Tours il 20 magio 1799 da una famiglia borghese, originaria del Mezzogiorno francese. Dal 1807 al 1813 studiò nel collegio degli Oratoriali a Vendôme. Poi si trasferì a Parigi dove nel 1816 iniziò gli studi di giurisprudenza. Nel 1819 ottenne dai genitori il permesso di dedicarsi alla letteratura per un periodo di due anni. Se non fosse riuscito, avrebbe abbandonato per sempre il sogno di diventare scrittore e si sarebbe dato all'avvocatura.
Cominciò il suo lavoro di scrittore con una biografia di Cromwell, che gli diede però gravi delusioni.
Fu così che decise di scrivere soltanto romanzi. Poiché la letteratura non gli dava guadagni sufficienti a vivere, tentò di diventare editore, ma questa impresa si rivelò un vero fallimento.
In seguito continuò a scrivere e ottenne grandi successi. La sua opera più importante è senza dubbio il gruppo di romanzi compresi nel titolo complessivo de LA COMMEDIA UMANA.
Tentò anche il teatro, ma senza molta fortuna.
Ebbe come amici altri importanti scrittori del suo tempo quali Victor Hugo, Gorge Sand e Téophile Gautier.
Balzac soggiornò per qualche tempo in Italia: nel 1836 fu a Torino, nel 1837 a Milano e Venezia.
Morì il 18 agosto 1850.

Honoré de Balzac ha scritto molte altre opere famose, come...


PAPÀ GORIOT..., in cui si narra l'amore di un padre, vittima dell'ingratitudine delle figlie.

IL GIGLIO DELLA VALLE..., in cui si parla di una donna innamorata, che lotta contro l'amore per non venire meno ai suoi doveri di moglie e di madre.

IL MEDICO DI CAMPAGNA..., in cui si narra la storia del dottor Benassis, un medico che dedica la propria vita a lenire le sofferenze degli uomini umili.

E poi...LE LLUSIONI PERDUTE..., L'ALBERGO ROSSO...

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LA GRANDE TORRE DI BABELE (The great tower of Babel) - Pieter Bruegel il Vecchio



























LA GRANDE TORRE DI BABELE (1564)Pieter Bruegel (1526-1569 circa)
Pittore fiammingo
Kunsthistorisches Museum - Vienna
Tavola cm. 155 x 114

Risoluzione 1.788 x 2.552 - Mb 1,27

Il tema della torre di Babele è tratto dal libro della Genesi dove si narra che a seguito del diluvio universale gli uomini, per salvarsi da altre catastrofi, decisero di costruire una torre alta fino al cielo; per punire tale superbia Dio confuse il loro linguaggio tanto da rendere impossibile loro comunicare, e quindi, per bloccare definitivamente il progetto, li disperse sulla terra.

Che si tratti di un'opera eseguita da Bruegel al suo ritorno dal soggiorno a Roma si avverte dal fatto che la pianta della grande torre che occupa la parte centrale della composizione, recupera quella del Colosseo, anche se costruita con grandi incongruenze progettuali; attorno alla mastodontica costruzione a sinistra si estende la città, delimitata sullo sfondo da un lungo acquedotto che ricorda quelli romani, mentre a destra è il porto dove sono ancorati alcuni vascelli. Ovunque sulla costruzione sono disseminati ingegnosi macchinari e attrezzi edili, manovrati da uomini la cui figura è appena accennata, molti dei quali intenti a trasportare materiale. In primo piano è la cava popolata dagli spaccapietre occupati a procurarsi la materia per la costruzione, controllati direttamente da Nemrod, leggendario re conquistatore di Babilonia.
L'intento morale di Bruegel appare chiaro: l'artista condanna il progresso, che a suo giudizio era da considerare come la massima espressione dell'orgoglio umano. Il riferimento alla situazione politica e religiosa dell'epoca appare più che evidente: Nemrod incarna Filippo II, colpevole di governare con grande autorità, mentre la confusione di Babele allude al lusso della corte pontificia. Alla luce di questi intenti moraleggianti è possibile quindi pensare che Bruegel, fortemente influenzato da Erasmo da Rotterdam, abbia voluto con questo dipinto condannare la chiesa romana.

Il quadro, firmato e datato, è menzionato per la prima volta nel 1565 nella collezione di Nicolas Jongenlinck. In epoca imprecisata entrò a far parte delle collezioni imperiali asburgiche, sicuramente acquistato dall'imperatore Rodolfo II di Praga; nel 1659 la tavola era già a Vienna, esposta nella galleria d'arte dell'arciduca Leopoldo Guglielmo, e in seguito, insieme a tutte le opere d'arte della casata, passata al Kunsthistorisches Museum. Una versione di ridotte dimensioni è conservata presso il Museo Boymans van Beuningen di Rotterdam.



RODOLFO II AMMIRATORE DI BRUEGEL

La collezione d'arte di Rodolfo II (1552-1612) ospitata nel castello di Praga, comprendeva un considerevole numero di opere di artisti fiamminghi, fra i quali una dozzina di Bruegel di cui ricordo, oltre LA TORRE DI BABELE, anche GRETA LA FOLLE e IL PAESE DELLA CUCCAGNA, oggi tutte esposte in una sala dedicata al grande maestro fiammingo, al Kunsthistorisches Museum.
De rapporto privilegiato di Bruegel con la corte asburgica ne godettero soprattutto i suoi allievi, alcuni dei quali si trasferirono a Praga; fa questi Roelandt Savery originario di Contrai, specialista in paesaggi alpini.
Per espresso desiderio di Rodolfo II, alla preziosa galleria di Praga erano ammessi pochi e privilegiati visitatori; egli stesso amava trascorrere intere giornate ad ammirare i capolavori della sua collezione, tanto da dimenticare gli importanti affari di stato. Tale folle passione indusse la famiglia a intervenire: Rodolfo II, dichiarato pazzo, dovette cedere il trono al fratello Mattia. L'amata collezione seguì la triste sorte del suo proprietario, in parte trasferita a Vienna nel 1612, e quella rimasta a Praga dispersa durante il saccheggio della città a opera dell'esercito svedese.


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