mercoledì 9 luglio 2008

VITALIANO BRANCATI

Nel ventennio fascista la nostra cultura si mosse sostanzialmente tra due indirizzi: il conformismo di chi aveva tradito e si adeguava più o meno passivamente alla retorica ufficiale del Minculpop, e la "torre d'avorio" di chi si chiudeva in uno sdegnoso isolamento.
Ma intorno al 1930 accadde ad un gruppo di giovani intellettuali di "scoprire" la cultura di altri paesi, come la Francia e l'America, e questo incontro "aperse il primo spiraglio di libertà, il primo sospetto che non tutto nella cultura del mondo finisse coi fasci".
"Noi scoprimmo l'Italia - è Cesare Pavese che scrive - cercando gli uomini e le parole in America, in Russia, in Francia, nella Spagna"...*

Fu un'esperienza molto feconda per chi non si limitò a seguire una moda, ma seppe approfittare della lezione: così fu appunto per Vittorini (CONVERSAZIONI IN SICILIA, 1941) e per lo stesso Pavese (PAESI TUOI, 1942), che segnarono la prima frattura decisiva con quanto c'era di esaurito nella nostra tradizione letteraria; e così fu per Luchino Visconti, che nel 1942, con OSSESSIONE, seppe scoprire un'Italia popolare inedita, proibita dalla retorica di un ventennio.
Ma in quegli anni altre forze si risvegliavano; con IL TAPPETO VERDE ...e VIA DE' MAGAZZINI ('41-'42) Pratolini si avviava decisamente alla scoperta del mondo popolare che troveremo nelle CRONACHE, mentre Brancati si volgeva alla sua terra di Sicilia con la prima opera veramente significativa, GLI ANNI PERDUTI (1941), un romanzo che apriva un'intensa produzione narrativa, troncata nel 1954 con la sua morte.
C'era in tutti questi narratori (pur tanto diversi l'uno dall'altro) un desiderio comune di rompere l'isolamento, di ritrovare l'uomo, lontano dal conformismo della cultura ufficiale e dalla letteratura di suggestione decadentistica.
In Brancati ci fu un vero e proprio cambiamento di rotta, che si manifestò con la stessa fermezza sul piano politico e sul piano letterario.

Vitaliano Brancati era nato a Pachino, in quel di Siracusa, nel 1907, e dopo aver studiato a Catania, si trasferì a Roma, dove aveva conseguito brillanti successi nel campo giornalistico e letterario. Egli aveva aderito sinceramente al fascismo, ma a poco a poco si era maturata in lui la crisi che doveva portarlo a rompere decisamente col regime; e così, nel '36, il periodo di maggiore ascesa del fascismo, Brancati abbandonò Roma ed una carriera bene avviata per ritirarsi a fare il professore nella sua Catania.
L'antifascismo di Brancati fu sin dal primo momento una specie di "antieroismo" opposto alle fanfaronate sciocche del regime... "Buon senso - come dice egli stesso - ostentato piacere della vita tranquilla, disfattismo sistematico, difesa strenua non solo dei costumi del borghese, ma anche delle sue abitudini e usanze, e dei suoi vestiti, dei suoi baffi, dei suoi bastoni, ecc..." (I FASCISTI INVECCHIANO, 1946). E' l'antifascismo della bombetta, avversario irriducibile degli stivaloni, del "vi" e delle mascherate del sabato fascista. Un antifascismo "di gusto", che Brancati svilupperà sempre più chiaramente in una direzione liberale-crociana (come apparirà dal suo RITORNO ALLA CENSURA, del 1952, un vivace pamphlet polemico contro la censura teatrale in Italia).
Ecco che perciò Brancati ripudierà le sue prime prove letterarie, influenzate più o meno direttamente dagli insegnamenti "ufficiali", e si rivolgerà proprio al mondo delle bombette, del "lei" e delle buone maniere, al mondo senza orbace che passeggia "con il passo lento e strascicato" e "con il fiore all'occhiello" per la Via Etnea di Catania. Ed è proprio questo il mondo che troviamo nel suo primo romanzo veramente significativo, GLI ANNI PERDUTI, che egli venne scrivendo tra il 1934 e il 1936, e che pubblicò nel 1941.
Sono gli "anni perduti" degli "schiavoni" (i "vitelloni" benestanti e ricchi di Catania), che si lasciano morire lentamente in provincia. Brancati ci presenta un mondo sonnacchioso e pigro, con il suo corso centrale, con i suoi caffè pieni di uomini seduti; un mondo "dove non accadeva mai niente", dove "i cani randagi, con la loro corsa diritta, con la loro aria di chi ha uno scopo e una meta (tanto che i cittadini si domandavano con un senso di invidia: ma dove vanno questi cani?) erano i soli che tenessero alto il prestigio dell'Occidente".
Anche i giovani che più degli altri sono insofferenti di questa vita e sognano l'evasione, finiranno per adagiarsi in questo torpore, "perfezionando l'arte di dormire", finiranno per affezionarsi a questo stato, che permette loro di godersi il desiderio di evasione, senza affrontarne i rischi, di sognare la loro fuga, senza dover rinunciare al piacere del loro sogno. E quasi senza accorgersene, si troveranno con quarant'anni sulle spalle, ormai finiti e falliti come uomini.
La maggior parte dei critici ha ignorato questo romanzo.
Della sua importanza si era accorto Luigi Russo, e in una sua breve nota aveva colto felicemente la "vena di poeta eroicomico" che vi circola continuamente, "una vena dolente, amara, riflessiva, anche quando l'autore ci fa ridere". E' un atteggiamento che ritroveremo in tutte le opere di Brancati: "una atmosfera di affetto e di ironia, di commozione e di satira per tutto ciò che viene dalla Sicilia)**
Naturalmente in questo che si può considerare il suo primo romanzo ci sono ancora delle incertezze, delle discontinuità di tono, tra l'umorismo, la caricatura, la satira amara. Brancati, ad esempio, colpisce con il suo riso beffardo e caricaturale i principali esponenti del torpore cittadino, mentre la sua vena dolente e commossa si rivela soprattutto per i personaggi che soffrono e desiderano evadere. Ma si può dire in sostanza che con GLI ANNI PERDUTI Brancati ha ormai trovato il suo mondo ed ha definito il suo atteggiamento di fronte ad esso, il suo "serio umorismo" di moralista.
E' facile capire l'importanza di un libro simile nel 1941, quando esso uscì. Un romanzo che nel periodo del falso ottimismo e della retorica ufficiale presentava il mondo fannullone della élite di Catania, con i suoi giovani insoddisfatti ed incapaci di trovare una via di uscita alla loro insoddisfazione; un romanzo che scopriva una realtà e ne parlava ora con spregiudicata ironia, ora con dolente partecipazione.
Dal giovane scrittore degli ANNI PERDUTI ci si poteva aspettare un Gogol italiano; in quel romanzo c'era un mondo ricco e vario, suscettibile di sviluppi. Ne uscirà invece un Gogol minore, un umorista che prenderà di mira solo certi aspetti più esteriori del suo mondo; e nei romanzi successivi la sua satira resterà ristretta ad un certo costume regionale, senza levarsi ad una satira umana di più vasto significato. Questi limiti del mondo brancatiano sono in definitiva i limiti stessi del suo antifascismo "di gusto", rivolto contro gli aspetti più grossolani e superficiali del regime, ed incapace di capire i mali profondi della società italiana durante il ventennio.
Il protagonista del DON GIOVANNI IN SICILIA (1941-1942) è una diretta filiazione dei giovani "schiavoni" degli ANNI PERDUTI; in lui si trasferiscono molti motivi di quei personaggi, quel gusto per la vita comoda e pigra, quel passo strascicato sulle pietre di Via Etnea, quel modo sonnacchioso di vivere, quel continuo desiderio di dormire. In Giovanni ritroviamo uno di quegli "uomini di Catania, che da tanti anni non fanno nulla e non godono nulla, confortati dal pensiero che essi risparmiano le piccole occasioni per una migliore", una occasione migliore che non viene mai.
Brancati, però, non investe direttamente questo mondo, come aveva tentato negli ANNI PERDUTI, ma si abbandona al piacere di satireggiare uno degli aspetti più caratteristici del suo costume: il "gallismo", e cioè il desiderio della donna, e più ancora il "piacere del discorrere sulla donna" (al quale, nel '43, dedicherà alcune tra le pagine più felici dei suoi PIACERI), vantando avventure che non ci sono mai state. E questo desiderio e piacere di parlare e di fantasticare sulla donna non è in fondo che un aspetto di quel mondo pigro, sfaticato e sempre desideroso di riempire in qualche modo il "sacco vuoto" della sua vita.
Giovanni sposerà, se ne andrà a Milano, si adeguerà alla vita attiva della nuova città, alzandosi presto la mattina, facendo docce gelate e lavorando tutto il giorno, ma sentirà sempre in fondo a se stesso una vaga insoddisfazione e finirà per ritrovare nel caldo del suo letto di Catania tutto il mondo di soni a cui invano ha cercato di rinunciare.
Con il DON GIOVANNI, Brancati ha definito chiaramente la sua personalità di narratore. La sua vena eroicomica, il suo umorismo, raggiungono in questo romanzo i risultati più felici; "amenissimo", lo ha definito il Russo, "amenissimo per la musica di certi suoi periodi, per l'inflessione dialettale della sintassi, al tempo stesso liberati in una forma d'arte che non è di nessun paese".
Ma già nel DON GIOVANNI si avvertono i limiti della satira di Brancati; satira dei "piccoli difetti" di un costume regionale (come confesserà indirettamente egli stesso nei PIACERI), che poi nelle mani dello scrittore diventano "piccoli" e "amabili" anche quando in realtà sono grandi; satira indulgente e affettuosa, che rifugge da ogni approfondimento. E' un atteggiamento che nasconde in sé il pericolo di scivolare nel "divertimento", nella smorfia burlesca, nella caricatura, nella macchietta; e sono appunto queste le debolezze che troveremo qua e là anche nelle più felici opere di Brancati, come IL VECCHIO CON GLI STIVALI, un racconto lungo del '44, apparso sullo schermo con il titolo di ANNI DIFFICILI, ed IL BELL'ANTONIO del 1949, che gli fece vincere il Premio Bagutta del 1950.

Il suo racconto lungo è una felice satira del ventennio, fatta attraverso la storia di Piscitello, un piccolo impiegato comunale, fascista suo malgrado. Si tratta di una felice espressione letteraria del caratteristico antifascismo brancatiano, che tuttavia non aggiunge molto alla sua personalità di scrittore. Un discorso più approfondito merita invece IL BELL'ANTONIO, dove ritroviamo come tema centrale il "gallismo" meridionale.
Questa volta il protagonista è un impotente, che in quel mondo di maschi vanagloriosi si sente sperduto e pensa che meglio sarebbe "non essere nato". E tutta la fama ingiustificata di dongiovanni che si va addensando intorno alla sua figura di uomo bellissimo e desiderato dalle donne, serve a dare un risalto volutamente sproporzionato a quell'isolamento (ricordo la bella scena in cui Antonio racconta allo zio la storia della propria sventura: qui veramente la vena riflessiva ed amara dello scrittore, sempre presente in fondo al suo riso, acquista un significato più intimo). Ma questo coro così "catanese" di personaggi ossessionati dal pensiero della donna, il padre, lo zio, gli amici, arriva spesso a soffocare il personaggio centrale, che diventa allora una figura evanescente in mezzo alla vivacissima mimica degli altri.
E' tutta una città, tutta una regione che si anima e vive, satireggiata con la solita simpatia cordiale. E questa volta i due temi che ricorrono sempre nella narrativa di Brancati, il tema erotico e quello politico, trovano il modo di arricchirsi felicemente a vicenda; torna alla mente la scena del vie-federale fascista, che in una casa di tolleranza prova agli amici la sua "italica" virilità. Ma qui spunta più che mai il macchiettiamo, e si può dire che in tutto il "coro" le macchiette (spesso felicissime) sono numerose, mentre d'altra parte manca un personaggio che riassuma organicamente in sé i motivi del romanzo (come accadeva nel DON GIOVANNI).
Brancati stava lavorando ad un romanzo, quando morì... PAOLO IL CALDO.
E' la storia di un erotomane, come dice la presentazione, e nei due capitoli inizialmente pubblicati ci sono molte cose che fanno pensare ad un ritorno di Brancati al tema sfruttato del suo "gallismo", che qui sembra diventare addirittura "erotomania".
Naturalmente ogni giudizio definitivo a questo proposito sarebbe avventato, ma una cosa si può dire con sicurezza: Brancati si trovava ormai dinanzi ad una stringente alterativa... o continuare l'amplificazione del motivo erotico, con il pericolo di ridursi ad una ripetizione di se stesso, o approfondire il suo mondo e rivolgere il suo sguardo verso gli alteri aspetti della sua terra. E su questo soltanto lui avrebbe potuto darci la risposta decisiva.



* Citazioni raccolte da...
LA LETTERATURA AMERICANA e altri saggi - Cesare Pavese - Einaudi Editore

** Citazioni raccolte da...
I NARRATORI - Luigi Russo- Principato Editore

Conclusione: In fondo al riso di Brancati una satira pensosa ed amara.

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