martedì 29 luglio 2008

LES DEUX PENICHES - André Derain

   
LES DEUX PENICHES (1906 circa)
André Derain (1880-1954)
Pittore francese
Musée National d'Art Moderne - Parigi
XX secolo
Tela cm. 80 x 97

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Pixel 1805 x 2500 - Mb 1,89


Anche se non datata, la tela sintetizza perfettamente gli elementi fauves di Derain, tanto da suggerire una collocazione intorno al 1906.
Una indubbia originalità caratterizza la composizione, con le due chiatte viste dall'alto, come fossero appena passate sotto le arcate di un ponte.
Abolita dal pittore la linea orizzontale, le barche puntano verso sinistra scivolando su una massa d'acqua leggera e trasparente, resa da toni vaporosi che ricordano esempi di Turner e Monet.
L'intensità dei colori e la loro distribuzione sulla superficie pittorica sono elementi che indicano l'influenza di Matisse, amico di Derain.
La resa bidimensionale dello spazio è desunta dalle stampe giapponesi, in voga fra gli artisti che operavano a Parigi all'inizio del Novecento.
LES DEUX PENICHES, opera datata intorno al 1906, fu acquistata dal Musée National nel 1972.
Essa è stata presentata all'esposizione dei MAESTRI D'ARTE CONTEMPORANEA allestita al Petit Palais nel 1937, dove erano esposte trenta opere di Derain; tra queste, oltre il nostro, anche il RITRATTO DI VLAMINCK..., il RITRATTO DI DIGNIMONT..., e quello di MADAME CATHERINE HESSLING.

Nato a Chatou il 10 giugno 1880 da una famiglia borghese, André Derain studiò a Parigi presso l'Accademia Carriere, dove incontrò Matisse e diventò amico di Vlaminck.
Finito il servizio militare affittò uno studio in Rue Turlaque. Fu il periodo nel quale sperimentò le ricerche compiute nell'ambiente della scuola fauve, utilizzando una tavolozza assai ricca di colore, come si può percepire da un'opera del 1905, il PONTE DI WESTMINSTER.
Esaurita questa fase, verso il 1908 Derain cercò di approfondire le lezione di Cézanne, arrivando ad una visione della natura più meditata.
Alla vigilia della guerra, grazie anche all'influsso dei primitivi francesi, e della scultura africana, Derain subì una nuova evoluzione, indirizzandosi verso un arcaismo piuttosto asciutto e monumentale.
Negli anni che vanno dal 1914 al 1918, l'artista si dedicò anche alla scultura.
Nel successivo passaggio del dopoguerra, in polemica col proliferare di movimenti come il DADA e il SURREALISMO, André Derain si volse verso un'osservazione della realtà legata all'arte del passato, da Caravaggio a Courbet.
Molto importante in questo senso fu un viaggio studio compiuto in Italia.
In un certo senso la sua ricerca si svolse parallelamente a quella dei maestri italiani del movimento novecentista.
Tra la vasta produzione della maturità ricordo la FORESTA DI FONTAINEBLEU del 1930 e la splendida TAVOLA DI CUCINA, opera precedente, del 1924, in cui sembrano accordarsi varie componenti assimilate dalla lezione di Cézanne, in una nuova sintesi di colore e forma.
Aperto a tutte le esperienze artistiche Derain disegnò anche costumi per balletti, come per la BOTTEGA FANTASTICA, opera realizzata su un tema di Rossini.
A causa di un incidente Derain morì a Garches il 10 settembre 1954.




SANTA GIOVANNA D'ARCO



MOMENTO STORICO

Morto Carlo IV, re di Francia, due suoi parenti, Filippo VI di Valois ed Edoardo III re d'Inghilterra, si contesero il diritto al trono di Francia. La guerra tra i Francesi che sostenevano la casa di Valois e gli Inglesi durò più di un secolo, dal 1339 al 1453. È la famosa "Guerra dei Cento Anni" della quale tutti gli storici hanno parlato.


GIOVANNA D'ARCO


In una notte dell'anno 1412, un furioso galoppo di cavalli svegliò i contadini del villaggio di Domremy, in Lorena. Ma i paesani si guardarono bene dall'uscir di casa: erano tempi brutti, quelli; la guerra, che da quasi un secolo vedeva in lotta Francesi e Inglesi, stava imperversando anche in quella regione. Meglio quindi essere prudenti.
Così il drappello di cavalieri (che portavano sulla corazza lo stemma del duca d'Orléans, fratello del re di Francia) poté raggiungere indisturbato una modesta casetta al centro del paese. Vi abitavano due contadini: Giacomo D'Arco e sua moglie Isabella. Qui i cavalieri si fermarono.
Alcuni cronisti del tempo sostengono che essi avevano avuto l'incarico di nascondere in quella povera casa colonica una bimba di sangue reale. E precisano che la bimba era figlia della regina di Francia Isabella, moglie di Carlo VI, e del suo amante (e cognato) Luigi d'Orléans.
Ancora oggi, dopo più di cinque secoli, l'origine di Giovanna D'Arco rimane sospesa tra verità e leggenda.
Quando Giovanna appare alla ribalta della storia, essa è, almeno ufficialmente, figlia di Giacomo e Isabella d?Arco. Tuttavia ci viene descritta dai contemporanei tutt'altro che come una figura di contadinella. I fini lineamenti del volto, incorniciato dai bei capelli, la voce gentile e delicata, il portamento aggraziato, le conferivano una naturale distinzione. Non sapeva né leggere né scrivere e aveva sempre vissuto la vita semplice del suo villaggio, come le altre fanciulle di Domremy. Eppure era una ragazza "diversa" dalle altre e Giovanna stessa non lo seppe fino a quel pomeriggio dell'anno 1425, in cui ebbe inizio la sua prodigiosa avventura.

"VÀ IN SOCCORSO DEL RE DI FRANCIA"

Giovanna si trovava nell'orto di casa, quando vide scendere dal cielo, improvviso e abbagliante, un raggio di luce. Pietrificata dall'emozione, la fanciulla udì una voce limpidissima, ultraterrena...

Sii buona e saggia, sempre! E recati spesso in Chiesa...".

Poi, silenzio; tutto tornò come prima. Riavutasi dall'emozione, Giovanna decise di non far parola a nessuno di quanto le era successo e attese.
Qualche tempo dopo, l'avvenimento miracoloso si ripeté. Questa volta, alla fanciulla apparve l'arcangelo Michele; il monito fu chiaro, quasi perentorio...

"Và in soccorso del re di Francia".

A quelle parole, Giovanna fu presa da smarrimento: quale aiuto avrebbe mai potuto portare una povera fanciulla inesperta, ignorante come lei? A malapena sapeva dell'esistenza del giovane re, succeduto due anni prima al padre, Carlo VI. Egli viveva a centinaia di chilometri da Domremy: né Giovanna né gli altri paesani lo avevano mai visto. Avevano sentito dire, dai soldati e dai cavalieri di passaggio, che era un giovane debole e che era in gran parte colpa sua se la Francia, invasa dagli Inglesi, stava andando verso lo sfacelo.
Giovanna cadde in ginocchio e disse all'arcangelo Michele...

"Signore, ma io sono soltanto una ragazza; non so nemmeno cavalcare...".

La voce riprese...

"Fa come ti ho detto. Recati dal capitano della guardia: egli ti condurrà dal re. E non temere perché Santa Caterina e Santa Margherita ti assisteranno".

Allora Giovanna non sentì più né timore né sgomento. Tutto era chiaro per lei: Dio le affidava la grande missione di salvare la Francia, ed ella l'accettava con umiltà. Fu con questo spirito che si presentò, qualche giorno più tardi, al capitano della guardia.

"È DIO CHE MI GUIDA"

Quando il rude capitano Baudricourt seppe che una giovane contadina voleva recarsi dal re per aiutarlo a cacciare gli Inglesi, diede una sonora risata...

"L'unica soluzione è quella di schiaffeggiarla ben bene - esclamò - così le passeranno le fantasie che ha per il capo".

Quando poi Giovanna riuscì a parlargli direttamente, il bravo uomo trasecolò.
La ragazza gli disse...

"È Iddio che mi manda. Riferisci al re che non attacchi gli Inglesi prima di Pasqua, che attenda il mio aiuto, altrimenti verrà sconfitto".

A questo punto il capitano, credendo di trovarsi di fronte a un'invasata, consegnò Giovanna a un curato, perché la esorcizzasse. Ma poco prima di Pasqua, come Giovanna aveva previsto, giunse notizia che le truppe francesi erano state sconfitte. L'avverarsi della profezia terrorizzò Baudricourt: egli decise perciò di accompagnare la fanciulla al castello di Chinon, dove il re si era rifugiato.
Carlo VII era un sovrano di nome ma non di fatto. Succeduto al padre in uno dei momenti più drammatici della storia di Francia, egli non era all'altezza del suo compito: non aveva saputo arrestare la marcia degli Inglesi invasori (che erano riusciti a giungere fino a Parigi), né imporsi ai nobili francesi in lotta tra di loro. Sarebbe occorso, in quel momento, un sovrano autoritario ed energico: il giovane Carlo VII era esattamente il contrario. La maggior parte dei Francesi non lo considerava neppure il suo re, perché non era stato incoronato nella cattedrale di Reims, come tutti i sovrani di Francia.
Il 6 marzo 1429 la contadinella di Domremy arrivava a Chinon. Quando fece il suo ingresso al castello, le parve di vivere una meravigliosa favola. La sala del trono era illuminata da cinquanta torce e trecento gentiluomini di Corte, in sgargianti costumi, l'attendevano. In mezzo ad essi, travestito da cortigiano, si era nascosto Carlo VII. Egli voleva constatare di persona se quella paesanella era veramente una"strega", come gli avevano riferito, e se quindi sarebbe stata capace di indovinare chi era il re.
Ed ecco che Giovanna, pur non avendo mai visto il sovrano, si diresse senza esitazione verso di lui. Gli si inginocchiò davanti e...

"Sono Giovanna - gli disse umilmente - mi manda Dio per incoronarvi, dopo la vittoria, re di Francia libera".

Poi, rivolgendosi alla Corte stupita, disse con grande semplicità...

"Santa Caterina e Santa Margherita mi hanno indicato chi, fra questi signori, era il re".

Certo Giovanna portava in sé un'ispirazione divina. Possedeva una fiducia incrollabile nella sua missione e nella protezione di Dio. Fu questa fiducia che le consentì di affrontare tutti gli ostacoli e anche il martirio: era sicura che Dio avrebbe premiato il suo sacrificio, dando ai Francesi la vittoria e la pace.

"DOMANI SARÒ FERITA"

Malgrado il fanatico entusiasmo che il popolo le tributò, Giovanna dovette subire lo scetticismo dei nobili e del clero che diffidavano di lei e la consideravano un'imbrogliona. Il sovrano fu costretto a far sottoporre alla fanciulla a una prova: per sette settimane gli inquisitori la interrogarono sulle sue convinzioni religiose, cercando di farla cadere in contraddizione. Ma Giovanna, pur mostrandosi umile e rispettosa, fu sempre sicura e chiara nelle risposte.
Gli inquisitori finirono per concludere che si poteva permettere alla giovane, com'era suo desiderio, di marciare con l'esercito contro gli Inglesi. Giovanna indossò elmo e corazza.
Poi disse...

"Mi armerò con la spada che Santa Caterina mi ha indicato. Andate a scavare sotto la Cappella di Fierbois. Vi troverete una vecchia spada che reca impresse sulla lama cinque croci".

Questa stupefacente profezia di Giovanna si avverò. Con tale spada la fanciulla si mise alla testa dell'esercito francese e sconfisse a Orléans le truppe inglesi. Durante la battaglia mostrò incredibili qualità strategiche, un sicuro potere di comando sui soldati e un coraggio eccezionale. La sera precedente lo scontro decisivo confidò al Padre Pasquarel, suo confessore...

"Domani siatemi vicino perché sarò ferita".

All'ultimo assalto, infatti, una freccia la colpì al petto. Una ferita simile sarebbe stata gravissima per qualsiasi soldato; ma Giovanna si fece estrarre il dardo e, medicata alla meglio, ritornò subito, miracolosamente, a combattere. I Francesi la proclamarono sul campo "Generale di Dio" e ben presto gli Inglesi non osarono più ridere con scherno, sentendo parlare della "Vergine guerriera che doveva salvare la Francia".
Di battaglia in battaglia le truppe francesi guidate da Giovanna avanzarono. La fanciulla faceva la stessa vita dei soldati: mangiava il rancio, dormiva per terra, indossava vestiti militari.
Il 12 giugno i Francesi assalirono la fortezza di Jargeau, occupata dagli Inglesi. Malgrado una grave ferita alla gamba, Giovanna scalò per prima le mura nemiche. Una settimana dopo, il genio strategico della contadinella di Domremy consentiva alla Francia la grande vittoria di Patay e il mese successivo Giovanna conquistava la fortezza di Troyes. Infine, sempre per merito suo, il 17 luglio 1429 Carlo VII poteva essere consacrato ufficialmente re di Francia nella Cattedrale di Reims. Ormai il popolo francese era convinto che Giovanna fosse una santa.
A tutti coloro che l'acclamavano, Giovanna rispondeva con semplicità...

"Santa Margherita e Santa Caterina mi hanno aiutata. Ma occorre ancora combattere per liberare Parigi. Però bisogna far presto: non mi resta da vivere che un anno ancora...".

VENDUTA PER DIECIMILA SCUDI D'ORO

Dieci mesi più tardi, il 23 maggio 1430, Giovanna uscì dalla fortezza di Compiègne per preparare un assalto di sorpresa contro gli Inglesi. Ma improvvisamente si trovò accerchiata. Cercò allora disperatamente di ritirarsi entro Compiègne; ma un generale traditore, De Flavy, chiuse le porte della fortezza. Riconosciuta dal nemico a causa della rossa veste che le sporgeva dalla corazza, Giovanna fu assalita da un arciere e catturata. Venne poi venduta per diecimila scudi al tribunale ecclesiastico: era un tribunale creato appositamente dagli Inglesi e presieduto dal Grande Inquisitore Cauchon.
La sorte di Giovanna era ormai segnata.

"ABBIAMO BRUCIATO UNA SANTA"

Per sette mesi Giovanna D'Arco subì il carcere. Infine nel gennaio del 1431 si aprì il processo contro di lei. Accusata di eresia, stregoneria e follia sanguinaria, la fanciulla non volle rinnegare la sua sacra missione: continuò a sostenere che era stata ispirata dal Cielo, pur sapendo che in tal modo sarebbe stata condannata a morte.
Il 9 maggio 1431, pochi giorni prima della conclusione del processo, i giudici tentarono di far confessare a Giovanna di essere stata spinta alla guerra da un istinto di sanguinaria vendetta contro gli Inglesi. Per atterrirla, predisposero in aula gli strumenti di tortura: catene per torcere i polsi, morse di ferro per frantumare le gambe, ferri roventi per accecare (Viva la Chiesa).
Ma Giovanna - questa fanciulla neppure ventenne - non si lasciò minimamente turbare. Disse soltanto assai semplicemente...

"Partecipai a tante battaglie, ma guidai gli assalti sempre disarmata. Unica mia spada fu lo stendardo di Cristo. Non servivano armi per uccidere, perché sapevo che Dio mi proteggeva. Anche se doveste torturarmi non potrei darvi altra risposta!".

Il 29 maggio 1431 i quarantatre giudici furono unanimi nel verdetto: morte sul rogo.
La mattina dopo, alle nove, Giovanna fu condotta nella Piazza del Mercato Vecchio a Rouen, il luogo dell'esecuzione. Le venne fatta indossare una veste cosparsa di zolfo. Poi il boia la legò sulla sommità della catasta di legno e dette fuoco alla pira. L'enorme cumulo di legna che era stato accatastato per consentire al popolo di osservare meglio il tragico rogo, bruciò assai lentamente, rendendo più straziante il supplizio.
Giovanna non emise un grido. Pregava a voce alta. Soltanto quando le fiamme l'investirono gridò...

"Acqua! Acqua benedetta!"

Poi, mentre avvampava come una torcia, disse...

"Dio!".

Fu la sua ultima parola. Il popolo piangeva e piangevano commossi perfino i soldati inglesi. Uno di essi disse...

"Siamo perduti. Abbiamo bruciato una santa!".

Dopo la morte di Giovanna si avverò la sua ultima profezia: aveva predetto che gli Inglesi si sarebbero presto ritirati dalla Francia. E ciò avvenne.
Il suo sacrificio e il suo martirio parvero ridare coraggio al re, ai soldati, a tutto il popolo: circa venti anni dopo (che cosa sono vent'anni, in una guerra che ne contò cento?) la Francia tornava ad essere libera.
Cinque secoli più tardi, Papa Benedetto XV proclamava Santa la contadinella di Domremy.


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Conclusione: ..catene per torcere i polsi, morse di ferro per frantumare le gambe, ferri roventi per accecare ...

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