domenica 12 ottobre 2008

NATURA MORTA CON VIOLINO (Still Life with Violin) - Jean Baptiste Oudry


NATURA MORTA CON VIOLINO (1730 circa)
Jean Baptiste Oudry - Pittore francese
Museo del Louvre - Parigi
Tela cm. 87 x 102

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Pixel 1500 x 1800 - Mb 1,26


Il dipinto NATURA MORTA CON VIOLINO raffigura una serie di elementi, tra cui un violino, davanti a un caminetto.
Il soggetto si differenzia dalla maggior parte di quelli trattati da Oudry, ovvero scene di caccia e di animali come lepri, fagiani, uccelli vari, appesi o appena uccisi.
Esso appartiene comunque ad una commissione ufficiale, forse destinato ad esaltare la passione per la musica alla corte di Luigi XV.
Il violino è un elemento che ricorre anche in altri dipinti eseguiti da Oudry, a volte abbinato ad altri strumenti musicali, oppure mescolato a frutta, fiori o animali esotici come scimmie e pappagalli, presenti nei giardini reali come "oggetti" da collezione.

Eseguito probabilmente intorno al 1730, NATURA MORTA CON VIOLINO è una replica di un altro dipinto, venduto a Parigi il 26 febbraio 1942.
Appartenuto a Emile Wauters, fu donato al Museo del Louvre nel 1934 ed è in questa sede che attualmente si trova esposto.


Figlio di un doratore e mercante d'arte, membro dell'Accademia del disegno e direttore della comunità di San Luca, Jean Baptiste Oudry nacque a Parigi il 17 marzo 1686.
Imparò i rudimenti dal padre, e in seguito fu allievo di Michel Serre e di Nicolas Largillière.
Egli iniziò la sua carriera come ritrattista e pittore di storia.
Al 1705 risalgono le sue nozze con Madamoiselle Froisse, lei stessa pittrice e sua allieva.
Dedito alla pittura di paesaggio e a ritratti animali, Oudry nel 1722 espose una scena di caccia che colpì particolarmente il re che lo nominò nel 1730 suo pittore ufficiale, commissionandogli scene di caccia e dei suoi cani preferiti.
In questo senso Oudry continuò la tradizione di Alexandre Desportes che aveva a sua volta trattato scene di caccia, influenzato soprattutto dalla pittura fiamminga e olandese.
Protetto dal re, Jean Baptiste fu nominato direttore dei lavori della manifattura di arazzi delle fabbriche di Gobelin e Beauvais.
In particolare salvò dalla rovina quest'ultima fabbrica realizzando una fortunata serie di cartoni da tradurre in arazzi.
Nel 1734 disegnò anche i cartoni raffiguranti scene di caccia commissionati da Luigi XV.
Sotto la sua direzione le arazzerie reali conobbero un incredibile successo, tanto che furono invitati artisti di successo quali Natoire e Boucher a fornire cartoni.
A causa di un colpo apoplettico, Oudry morì il primo maggio del 1775 nella sua residenza di Beauvais; il suo corpo fu inumato nella parrocchia di San Tommaso, e, dopo la rivoluzione, la pietra con l'epitaffio fu trasportata nella chiesa di Saint-Etienne dove si trova tutt'oggi.



CAVALLI E PULEDRI PRESSO UN FIUME (Mares and Foals in a River Landscape) - George Stubbs


CAVALLI E PULEDRI PRESSO UN FIUME (1762 - 1768)
George Stubbs (1724 - 1806)
Pittore inglese
Tate Gallery di Londra
XVIII secolo
Olio su tela cm. 102 x 162


Cavalli e puledri contro un paesaggio inglese, verdissimo e ricco di acque: non si tratta solo di un omaggio alla passione britannica per l'allevamento di cavalli per l'equitazione, ma è anche un pretesto per creare una splendida ed equilibrata composizione utilizzando soggetti tratti dal mondo naturale.
Ciò che interessa a Gorge Stubbs è disporre con variazione ritmica e alternanza cromatica una serie di forme dai contorni sinuosi contro un frontale quieto e fantastico.
I cavalli si alternano con le loro masse ora chiare ora scure, coliti dalla luce sul pelame lucido e cangiante, luce che esalta le folte criniere e le lunghe code.
E' evidente la grande ammirazione dell'artista per la bellezza formale di questi animali, per la loro perfezione anatomica, per l'armonia dei loro movimenti.
Il soggetto animalista è in certo modo nobilitato dal pittore con la disposizione orizzontale, che fa immediatamente pensare a un fregio classico.

Il dipinto è pervenuto alla Tate Gallery di Londra dalle collezioni della famiglia Earls di Middleton, nelle quali si trovava da diverse generazioni.
Come molti altri dipinti di soggetto analogo esso può essere datato intorno al 1760.
La Tate Gallery conserva altre opere di George Stubbs, fra le quali merita di essere ricordata I MIETITORI, del 1785.
Il quadro mostra la particolare inclinazione del pittore nel realizzare scene rappresentanti attività campestri senza cedere alla retorica e al sentimentalismo ma, proprio come nei soggetti dedicati agli amati cavalli, impostando la composizione sull'equilibrio e sul ritmo delle masse, delle forme, dei colori.


George Stubbs nacque a Liverpool nel 1724 e morì a Londra nel 1806, al termine di una carriera lunga e prolifica.
Alla metà del XVIII secolo egli insegnava anatomia agli studenti di medicina di York.
A partire dal 1760 si stabilì a Londra.
Le sue approfondite ricerche anatomiche, che contemplavano anche le dissezioni, lo portarono nel 1766 a pubblicare un trattato sull'anatomia del cavallo.
A Londra diventò in breve tempo molto conosciuto; in particolare fu apprezzato da una lunga cerchia di aristocratici britannici che lo ricercavano come pittore di animali, soprattutto cavalli.
La sua maniera personalissima e anticonvenzionale di osservare la natura ne fa uno degli artisti più alti del Settecento inglese, vero e proprio precursore di talune istanze che si affermeranno nel secolo successivo.
I suoi paesaggi di invenzione, ispirati alla campagna inglese, preludono a quelli di Constable.
Il mondo animale non è osservato soltanto attraverso una visione idilliaca, ma talora è indagato anche negli aspetti più crudi e drammatici, come si può vedere ad esempio nella sua opera più celebre, il CAVALLO ASSALITO DA UN LEONE della Yale University Art Gallery di New Haven, memoria di una scena a cui aveva assistito durante un viaggio nel Nord Africa.
Qui la violenza dell'evento e la grandiosità terribile del paesaggio incombente indicano una visione della natura già prossima alla sensibilità romantica e poetica del Sublime.
Non a caso le opere di Stubbs furono particolarmente ammirate dai pittori romantici, Delacroix in testa.
Gli interessi scientifici dell'artista compresero anche la chimica, in parallelo con gli studi sulla pittura su smalto, su metallo e su ceramica; per quest'ultima tecnica egli fu in stretto contatto con il celebre ceramista John Wedgwood.


Curarsi con IL CAVOLO VERZA (Cured with cabbage)


Il cavolo appartiene alla famiglia delle Crocifere ed è da tempo conosciuto per le sue proprietà terapeutiche.
Vi sono diverse varietà di cavolo... : quello bianco..., quello verde..., il cavolfiore..., il cavolo rapa..., cinese..., cappuccio..., i cavoletti di Bruxelles..., la verza..., e i broccoli.
Il cavolo è un alimento che si può acquistare in qualsiasi periodo dell'anno, è poco costoso e può essere cucinato in vari modi.
A seconda del tipo di cavolo vengono cucinate le foglie oppure le infiorescenze.
Questo ortaggio è indispensabile per un'alimentazione sana e, grazie alle vitamine e ai sali in esso contenuti, è indicato in caso di malattie dell'apparato gastrointestinale.
In esso sono presenti anche la clorofilla e composti di zolfo.
Particolarmente ricchi di queste sostanze sono il cavolo bianco, quello verde e la verza.

Il cavolo è ricco di sali minerali, soprattutto composti sulfurei e magnesio.
Per tale motivo è indicato in caso di carenza di questi elementi e può essere d'aiuto per aumentare il rendimento fisico e la vitalità.
Non è ricco di calorie ed è quindi un alimento ottimo per diete dimagranti e per combattere la pigrizia intestinale.
Inoltre il cavolo ha un effetto calmante sui nervi, rilassa e favorisce il sonno.
Mangiato crudo ricopre le pareti dello stomaco di un muco protettivo.


COMPOSIZIONE (Note raccolte dall'enciclopedia)

"100 grammi di cavolo bianco crudo contengono 1,3 g di proteine..., 0,2 g di grassi..., 4,2 g di carboidrati..., 3 g di amidi..., 13 mg di sodio..., 208 mg di potassio..., 49 mg di vitamina C ..., e circa 25 Kcal.
I broccoli, la verza e il cavolo verde hanno un alto contenuto di sali minerali e di vitamine".


SUCCO DI CAVOLO - Nel succo di cavolo sono presenti legami biologici attivi di rodanina e zolfo che influiscono positivamente sul funzionamento tiroideo.
In caso di ipertiroidismo essi impediscono l'assimilazione di iodio e diminuiscono il gozzo provocato da disfunzioni della tiroide.
In ogni caso consultate sempre il medico di fiducia: se il gozzo non dipende da ipertiroidismo non bevete il succo di cavolo!


PREVIENE IL CANCRO - I cavoli di qualunque tipo, consumati crudi, possono essere d'aiuto nella prevenzione del cancro, poiché contengono sostanze in grado di purificare l'intestino dalle tossine e oli di senape che proteggono dalle infezioni.


SPREMUTA DI CAVOLO - Per ottenere un litro di succo di cavolo sono necessari circa 2 Kg di cavolo bianco.
Sminuzzate il cavolo e fatene una spremuta.
Impiegato per uso esterno il succo favorisce la guarigione di ulcere gastriche.
Bevetene 200-250 ml 4 o 5 volte al giorno.
Per irrobustire le vie aeree bevetene quotidianamente 1 bicchierino con 1 cucchiaino di miele e il succo di uno spicchio d'aglio.


IMPACCO DI CAVOLO SULLE FERITE

1 cavolo verde o 1 verza (preferendo le foglie verdi)
1 garza
1 fascia

Lavate le foglie con acqua fredda, asciugatele, mettetele sopra un tagliere di legno e pressatele con il matterello.
Ricoprite la ferita con le foglie, ponete su du esse la garza e fasciate il tutto.
Lasciate agire l'impacco per tutta la notte.
Il mattino seguente toglietelo e, se necessario, ripetete l'operazione.
Questo tipo d'impacco è molto utile nella cura delle ferite che stentano a rimarginarsi.
Il cavolo disinfetta la parte lesionata favorendo l'espulsione di eventuali secreti.
Per questo motivo le foglie vanno utilizzate una sola volta!


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Il cavolo è efficace in caso di ipertiroidismo, mal di testa, emicrania, infiammazioni delle articolazioni; per dimagrire, per pigrizia intestinale e per carenza di sali minerali.


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Se avete lo stomaco sensibile potete condire i cibi con il cumino o i semi di finocchio, spezie che non provocano gonfiori.


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ATTENZIONE - Acquistate, se potete, solamente cavoli prodotti in coltivazioni biologiche e con foglie di colore verde vivo.
Quando li cucinate non togliete le foglie perché esse contengono una grande quantità di sali minerali e sono ottime sia per un'alimentazione sana sia come base per cure naturali.




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DIANA E CALLISTO (Il bagno di Diana - The bath of Diana) - Palma il Vecchio


DIANA E CALLISTO - Il bagno di Diana (1525 circa)
Palma il Vecchio (1480 - 1528)
Kunsthistorisches Museum di Vienna
Tela cm. 77 x 124

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Pixel 2500 x 1780 - Mb 1,99



Il soggetto, tratto dalle "Metamorfosi", del poeta latino Ovidio, si riferisce alla storia di Callisto, ninfa di Diana, sedotta da Giove.
La dea, accortasi della gravidanza di Callisto decise di punirla tramutandola in orsa e lanciando dei cani sulle sue tracce. Giove la salvò portandola in cielo, dove divenne una costellazione.
La figura centrale, Diana adagiata sul prato, è molto simile alla figura di VENERE ED AMORINO (Cambridge) e anche, in senso speculare, alla VENERE di Giorgione (Dresda).
Nella ninfa, in piedi a sinistra, si è voluto identificare Callisto e vedere, nella sua posa, un riferimento alla statuaria classica.
IL paesaggio ha diversi spunti che richiamano altre composizioni dell'artista.
La critica è propensa a ritenere che l'opera, per la massima parte autografa, sia stata eseguita intorno al 1525.

DIANA E CALLISTO, altrimenti conosciuto come il BAGNO DI DIANA, si trovava in origine a Venezia, nella raccolta di Bartolomeo della Nave.
Fu portata in Inghilterra da Lord Feildin, duca di Hamilton, nel 1693; venti anni più tardi passò nella collezione dell'arciduca Leopoldo Guglielmo e nel 1930 arrivò a Vienna, dove attualmente si trova, presso il Kunsthistorisches Museum.




Jacopo Negretti, detto Palma il Vecchio, nacque a Serinalta presso Bergamo, intorno al 1480.
Non è documentato con esattezza quando il pittore si stabilì a Venezia, ma è certo che vi era residente dall'8 marzo 1510.
Difficile è anche chiarire la sua formazione artistica; risulta essere iscritto a due scuole, quella grande di San Marco e quella di San Pietro.
L'unica opera firmata è la MADONNA, oggi al Museo di Berlino.
A Venezia Palma il Vecchio conobbe un notevole successo grazie a due tipi di produzione: le SACRE CONVERSAZIONI di grande formato, un genere poco praticato dopo la morte di Giovanni Bellini e del quale si era interessato solo sporadicamente Tiziano, e le "figure di genere", personaggi femminili piuttosto provocanti e seducenti, spesso idealizzati, ispirati sicuramente all'esempio di Tiziano.
Il primo dipinto certo dell'artista è l'ASSUNZIONE DELLA VERGINE, oggi all'accademia di Venezia, eseguito intorno al 1512.
Fra le tappe documentate della carriera di Palma si ricordano: la pala d'altare per la chiesa di Sant'Antonio di Castello a Venezia, che raffigura lo sposalizio della Vergine e della quale rimane solo un frammento; l'ADORAZIONE DEI MAGI, dipinta nel 1525 e destinata alla chiesa conventuale degli Olivetani di Sant'Elena, oggi alla Pinacoteca di Brera.
Il polittico di SANTA BARBARA (Santa Maria Formosa a Venezia) è sicuramente tra le opere più significative dell'artista che morì il 30 luglio del 1528.
I dipinti da lui lasciati incompiuti furono terminati dagli allievi della sua fiorente bottega, tra i quali Bonifacio e Cariani.


I RACCONTI DI CANTERBURY (The Canterbury Tales) - Geoffrey Chaucer - The Canterbury tales

Geoffrey Chaucer, poeta della strada

I RACCONTI DI CANTERBURY

Sulla riva destra del Tamigi, di fronte alla City, nella vecchia Londra di cinquecento anni fa, c'era un'antica, accogliente osteria: l'Osteria del Tabarro.
Oltre alla gente del porto e del fiume, l'Osteria del Tabarro dava ospitalità alle comitive che, nella stagione primaverile, si recavano in pellegrinaggio da Londra a Canterbury, a rendere omaggio e a far atto di devozione sulla tomba del gran santo Thomas (Tommaso) Beckett (Vescovo di Canterbury [1115-1170] acerrimo nemico del potere monarchico, sostenitore della supremazia della Chiesa, ucciso dai seguaci di re Enrico II).
Erano qualcosa come 33 miglia di strade di campagna: e la gente, approfittando del bel tempo, del dolce paesaggio, delle piacevoli soste che si potevano fare mangiando e bevendo nelle locande, impiegava a percorrerle quattro giorni.
Accadde una sera che padron Bailly, l'oste del Tabarro, vedesse il suo locale invaso da un gran numero di pellegrini: un cavaliere con il suo scudiero, una priora, un monaco, un frate, un mercante, uno studente di Oxford, un "sergente della legge", un tessitore, un allodiere, un tappezziere, un carpentiere, un marinaio, un "dottor fisico", una donna, un parroco di borgo, un contadino, un fattore, un mugnaio... e via via, gente simpatica e cordiale d'ogni età e condizione sociale.
Padron Bailly decise allora di mettersi anche lui nel branco, l'indomani, e di andare a Canterbury con loro.
Per render meno monotono il viaggio, allegro compagnone com'era, propose ai suoi compagni di trascorrere il tempo raccontando novelle: due ciascun all'andata, e altrettante al ritorno.
A chi avrebbe raccontato la storia più bella, gli altri dovevano, finito il pellegrinaggio, offrire una lauta cena.
Che cosa questi pellegrini si siano raccontati durante la pia cavalcata - perché, naturalmente, la proposta di padron Bailly fu subito accolta con piacere - anche a noi è dato di conoscere, almeno in parte: ci è dato di saperlo perché tra quei viandanti c'era un poeta che, con le novelle ascoltate dai compagni, scrisse un libro in versi, il primo libro importante, anzi, della letteratura inglese... I RACCONTI DI CANTERBURY.

Il suo nome era Geoffrey Chaucer.
Tuttavia la storia dell'oste del Tabarro e della sua proposta è naturalmente inventata da lui, così come i racconti dei pellegrini nascono dalla sua fantasia e dalla sua cultura: ma tanta è la vivezza di quei personaggi, tanto realistica la descrizione dei tipi, tanto strettamente legata alla sua epoca la caratterizzazione dell'ambiente, che davvero non facciamo difficoltà a immaginarci la gaia brigata, a pensare che, in quello scorcio di Trecento inglese, le cose, tra Londra e Canterbury avvenissero proprio così tra i devoti di San Tommaso.
Durante quel secolo la borghesia inglese era venuta assumendo sempre maggior peso nella vita del paese: su di lei era appoggiato, nell'eterno conflitto con i baroni feudali, il gran re Edoardo III (1327-1377), durante il cui regno la borghesia conquista l'istituzione della camera dei Comuni, apportando un profondo mutamento nella compagine del Parlamento, fino allora costituito soltanto dalla aristocratica Camera dei Lords.
Mentre la nobiltà inglese si indeboliva sui campi di battaglia di Francia (nel conflitto tra la dinastia inglese e francese che dette origine alla GUERRA DEI CENTO ANNI), mercanti, artigiani, professionisti, diventavano sempre più forti nelle città dell'Isola.
Del loro ceto faceva parte la famiglia di Chaucer; e Chaucer stesso, anche se per buona parte della sua vita fu al servizio della monarchia (e, in particolare, di Giovanni di Gaunt fratello del re) rimase sempre legato alla sua classe.
Valletto di corte, poi funzionario e diplomatico, ebbe come sua aspirazione prima quella di fare il letterato, il poeta: e perciò preferiva farsi assegnare compiti meno connessi con l'attività di cortigiano, come quello di controllore doganale per i dazi sulle lane, le pelli e i vini nel porto di Londra, onde avere più tempo libero.
Dei suoi stretti rapporti, tuttavia, con la corte, la sua produzione letteraria risente grandemente.
L'influsso francese, in questo periodo (sia per contatti precedenti, sia, durante il Trecento, per il fatto che gran parte della nobiltà viveva praticamente sul continente, a contatto coi signori feudali francesi, contro i quali combatteva, ma con cavalleresca cortesia, tanto da diventare, se fatta prigioniera, ospite graditissima) è rilevante.
Chaucer traduce in inglese la massima opera della letteratura cortese e cavalleresca di Francia, il ROMAN DE LA ROSE, compone poemi allegorici e d'occasione (da ...LA CASA DELLA FAMA ..., al LIBRO DELLA DUCHESSA..., al PARLAMENTO DEGLI UCCELLI..., ALLA leggenda delle buone donne), si diletta, insomma, per far piacere al suo pubblico colto e Nobile, di tutto un mondo libresco tratto fuori dalla letteratura latina e greca.
Nei RACCONTI DI CANERBURY, invece, la sua fonte d'ispirazione cambia: dal mondo dei libri a quello della realtà.
L'introduzione alle novelle - quella che, in un certo senso, ho riassunto all'inizio - è davvero una galleria di tipi tratti dal vero: gente del popolo, ben concreta, sanguigna, ridanciana, intesa sempre ai propri bisogni, ai propri interessi reali e terreni.
In parecchi racconti, è vero, si sente ancora la presenza di quella cultura classica: o nella stessa trama (come il racconto del cavaliere su Polemone e Arcita innamorati della stessa donna, ai tempi di Teseo), o nelle continue reminescenze, nelle similitudini tratte dai poeti latini e greci.
Ma lo spirito con il quale le vicende vengono narrate è del tutto nuovo: dal miscuglio di motivi classici, medioevali, religiosi e pagani, vien fuori un atteggiamento spregiudicato e critico nei confronti della società del suo tempo.
I racconti in cui ciò si rivela maggiormente sono quelli più salaci, di una sana, grossa comicità: la burla dello studente di Oxford al legnaiolo per godersene la moglie (racconto de mugnaio), il tiro giocato da due studenti a un mugnaio che li voleva truffare sul grano (racconto del fattore), l'allegra, sfacciata autobiografia della donna di Bath che si ebbe quattro mariti, uno per uno morti estenuati dalla sua insanabile lascivia e dalle sue pretese (la quale poi imbastisce una storia atta a dimostrare come i mariti debbano soddisfare i desideri delle mogli!).
Alcune novelle, poi, se la prendono con il clero cattolico: e qui, i pellegrini che vanno alla tomba di San Tommaso non hanno davvero peli sulla lingua!
In ciò che Chaucer fa loro narrare c'è tutta la sua avversione per la corruzione della Chiesa, per i privilegi, i vizi, le superstizioni di cui essa dava prova: avversione che gli è stata ispirata dalla chiara visione di come stessero le cose e, probabilmente, dall'influenza esercitata su di lui dalla predicazione di Wycliff, il grande eretico inglese del Trecento, di cui era stato amico il protettore di Chaucer, Giovanni di Gaunt.
(Giovanni Wycliff, 1320-1383, attaccò bruscamente i dogmi cattolici, l'autorità papale e la ricchezza ecclesiastica, ma non superò mai i limiti posti dalle classi dominanti e non si mutò mai in una vera agitazione politica).

Tre sono i punti sui quali Chaucer attacca il clero: i costumi lascivi e corrotti (si leggano i racconti dell'apparitore e del marinaio); le prediche superstiziose (racconto del famiglio del canonico); lo scandalo delle indulgenze(racconto dell'indulgenziere, che ricopio per intero a fondo pagina***).
In questo vasto affresco della società inglese del Trecento qualcosa manca: manca il mondo contadino.
Quel mondo contadino pieno di fermenti di rivolta, che si sollevò contro la sua miseria nel 1381 (era re Riccardo II), sotto la guida di Vat Tyler, gettando il terrore nelle campagne.
E' possibile che Chaucer, così attento alla realtà del suo tempo, non avesse preso un esponente di quel mondo, per farlo protagonista di una sua novella?

I RACCONTI DI CANTERBURY sono incompiuti e lacunosi: delle numerosissime novelle annunciate nell'introduzione, ce ne sono giunte solo ventiquattro.
E' dunque verosimile che ciò che manca, manchi perché andato perduto.

Leggendo, comunque, ciò che dice il "sergente della legge" nel prologo della sua storia...

"O miseria, male odioso, afflitto da sete, freddo, fame; tu ti vergogni in cuor tuo di domandare aiuto, e se anche non lo chiedi, così sei pigiata dal bisogno che esso rivela le tue nascoste ferite.
Il bisogno, tuo malgrado, ti costringe a rubare, ad accattare, o a prendere a credenza"...

...non posso non pensare a quelle turbe affamate di contadini della cui disperata sollevazione egli fu testimone.


***LA PREDICA DEL VENDITORE D'INDULGENZE

"Signori - egli disse - quando predico in Chiesa, cerco di farmi sentire più che posso e la mia parola vibra piena e sonora, come una campana; perché quello che dico lo so tutto a memoria. L'argomento delle mie prediche è, ed è sempre stato uno solo Radix malorum est cupiditas.
Comincio col dire da qual luogo vengo: poi faccio vedere tutte le mie carte e sulla mia patente il sigillo del nostro signore feudale. Lo faccio, per salvarmi le spalle, perché nessuno, qualche prete o qualche chierico, non osi disturbarmi nella sacra funzione di Cristo. Quindi racconto le mie solite storie. Tiro fuori bolle di papi, di cardinali, di patriarchi e di vescovi, pronunciando qualche parola in latino, per drogarne la mia predica ed eccitare alla devozione. Poi metto fuori i miei scatoloni di vetro colmi di stracci e di ossa, che sono reliquie come tutti credono. Poi ho una scapola in ottone che sarebbe stata di una pecora d'un santo ebreo: "Buona gente - dico - fate attenzione alle mie parole. Se quest'osso s'immerga in alcun pozzo, ove una vacca, un vitello, un bue, che si gonfi per aver mangiato qualche verme, o per essere stato morso, prenda acqua da quel pozzo e vi lavi la lingua, la bestia è bell'e guarita. Per di più guarirà subito dal vaiolo, dalla scabbia, e di ogni altra malattia ogni pecora che un sorso beva a quel pozzo. State attenti a quel che dico.
Se chi ha del bestiame, tutte le settimane prima che il gallo faccia chicchiricchi beva, a digiuno, un sorso da quel pozzo, come quel santo ebreo insegnò ai nostri vecchi, in capo all'anno avrà le stalle piene ed i granai zeppi. Finalmente, signori, quell'acqua cura anche la gelosia, perché se pure alcuno cada in furia gelosa, si faccia quest'acqua bevanda, non avrà mai alcun sospetto della moglie, quand'anche conosca il vero delle sue colpe e s'abbia goduto due o tre preti.
E qui è un mezzo guanto, come potete vedere, chi v'infili la mano vedrà la sua messe moltiplicare, e grano ed avena che seminasse, così che offra scudi e solducci".
Con questa trappola, da che faccio il mercante d'indulgenze mi sono sempre guadagnato cento marchi l'anno. Me ne sto bravamente sul mio pulpito come un chierico, e quando la gente ignorante ha preso posto, faccio la mia predica in quel modo che vi ho detto, e racconto un altro centinaio di frottole. Le mie mani e la lingua vanno allegramente così che è gioia vedere le mie attività. La mia predica non tratta che dell'avarizia e di simili malvagità, per indurre i fedeli ad essere liberali dei loro soldi e appunto verso di me. Poiché il mio scopo non è che far quattrini, e non di correggere peccati anche se le loro anime vadano raminghe in malora".


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