Giorgio De Chirico (1888 - 1978)
Galleria d'Arte Moderna di Firenze
Tela cm. 60 x 79
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Quest'opera appartiene al cosiddetto "periodo romantico", vissuto dall'artista tra Firenze, da lui considerata città metafisica per eccellenza, e Roma, dal 1922 al 1924; un nuovo periodo di ricerca che si apre dopo la collaborazione alla rivista VALORI PLASTICI.
Giorgio De Chirico si riavvicina a Böcklin per la tecnica (l'artista svizzero era infatti esperto di pittura a tempera) e per l'iconografia di "città", "personaggi antichi" e "nature morte", dove lo stile tradisce anche un'influenza dell'arte di Courbet.
In uno scritto del 1942 De Chirico chiarisce le sue idee sulla natura morta...
"La natura morta ha nella lingua tedesca e inglese un altro nome, molto più bello e molto più giusto.
Questo nome è... STILL LEBEN ... e STILL LIFE, "vita silenziosa".
E' infatti un quadro che rappresenta la vita silenziosa degli oggetti e delle cose, una vita calma, senza rumori e senza movimenti, un'esistenza che si esprime per mezzo del volume, della forma, della plasticità.
In realtà gli oggetti, la frutta, le foglie sono immobili, ma potrebbero essere mossi dalla mano umana o dal vento.
Le nature morte rappresentano le cose che non sono vive, nel senso degli uomini, degli animali e delle piante: queste cose stanno sulla terra, questa terra che respira intensamente la vita, piena di rumori e di movimento[...].
Una natura morta contiene tutta una geografia, tutto un mondo ridotto come nei dizionari".
NATURA MORTA CON UVA E PEPERONI è stato acquistato dalla Galleria d'Arte Moderna di Firenze, durante la personale dell'artista tenutasi in quella città nel 1932 a Palazzo Ferroni.
Giorgio De Chirico è un pittore e scrittore italiano, nato a Volos in Grecia nel 1888 dove il padre, ingegnere costruttore delle ferrovie, si trovava per lavoro.
Rimarrà segnato per tutta la vita dalla cultura classica e dall'atmosfera della Grecia.
I suoi studi, iniziati ad Atene, proseguono all'Accademia di Belle Arti di Monaco, dove De Chirico rimane influenzato dagli artisti e dagli scrittori romantici di fine secolo, che cercano di tradurre simbolicamente nelle loro opere il senso della morte e dell'aldilà.
Nel 1908 si trasferisce a Firenze.
Due anni dopo è a Parigi, al Salone degli Indipendenti i suoi lavori sono stati già notati da Picasso e da Apollinaire; di quest'ultimo eseguirà un ritratto in cui lo rappresenta, profeticamente, con la fronte ferita da una pallottola (come in effetti accadde in guerra dieci anni dopo).
La sua pittura è inizialmente caratterizzata dal tema dell'assenza.
I suoi paesaggi sono vuoti, le piazze deserte, immensi simulacri prospettici abitati da spettri.
In un periodo successivo la sua opera si popola di una umanità di manichini, di robot ciechi e sordi, di oggetti insoliti asserviti ad una incombente fatalità: la guerra.
Nel 1915 è a Ferrara, dove soffre di una grave depressione.
Continuando la propria ricerca, definisce la "pittura metafisica" che cerca di strappare alle cose, al loro silenzio, alla loro inerzia qualche segreto soprannaturale.
A partire dal 1930 egli vive fra Parigi e l'Italia; nel 1944 si stabilisce definitivamente a Roma.
Dopo aver riscoperto la pittura del Rinascimento italiano, vive un periodo neo-classico, durante il quale dipinge fiori, nature morte, cavalli al galoppo e autoritratti di eccellente fattura.
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