domenica 26 aprile 2009

* PIETER PAUL RUBENS - Vita e opere (Life and Work)





* AUTORITRATTO CON LA PRIMA MOGLIE (Self-portrait with his first wife) - Pieter Paul Rubens





* GIOVANNI PASCOLI - Vita e opere










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MANARA VALGIMIGLI

MANARA VALGIMIGLI

STUDIOSO e EDUCATORE


Il nome di Manara Valgimigli si è reso particolarmente popolare nell'ultimo dopo-guerra per le ripetute edizioni teatrali dei tragici greci, in particolare di Eschilo, da lui interpretati e tradotti: lavoro attentissimo e delicato, cui hanno contribuito oltre ad una conoscenza filologicamente e poeticamente profonda della lingua madre, una sicura sensibilità moderna e un autentico talento di scrittore.

Un altro pubblico, non meno vasto, ha conosciuto il Valgimigli collaboratore delle terze pagine, autore di rare ma cristalline prose di arte o erudite, raccolte in successivi volumi ("Uomini e scrittori del mio tempo"..., "Il mantello di Cebete"..., "La mula di don Abbondio"..., "Carducci allegro"..., ecc.): la cui tematica ci ha rivelato un lettore e critico di poesia antica e moderna che accompagna a un'illuminata metodologia una ricca umanità.

Ma il pubblico più autentico di Manara Valgimigli è stato certo quello dei suoi scolari, cui egli ha dedicato cinquant'anni di insegnamento dapprima nelle scuole medie, quindi nelle Università di Messina, di Pisa e di Padova.

Formatosi alla scuola di Carducci - come Pascoli, come Severino Ferrari - egli ha serbato nella sua opera di critico e di maestro un sicuro equilibrio fra le varie suggestioni della cultura umanistica della prima metà del secolo..., la retorica dannunziana, la pedanteria della filologia tedesca, le correnti letterarie e filosofiche trascorse fra le lue guerre non hanno intaccato la purezza interpretativa di questo critico poeta.

Valgimigli ha tenuto corsi di insegnamento e curato pubblicazioni fondamentali sui due poemi omerici, sui tragici, sui lirici, sui dialoghi di Platone, su Aristotele ecc. Le sue edizioni critiche, le traduzioni, i penetranti commenti ne hanno fanno il maggior grecista italiano del suo tempo.

Ma mi permetto di ricordare le doti particolari che hanno fatto di Manara Valgimigli uno dei rari maestri ed educatori della fine del secolo scorso: egli è stato veramente e sempre un libero pensatore durante e dopo il fascismo, il suo culto della poesia ha radici autentiche e disinteressate; nella professione dell'insegnamento egli ha dato prova di un'esemplare onestà, assiduità di lavoro e rigore di metodo.

Le lezioni di Valgimigli avevano spesso il tono di una mirabile interpretazione musicale: sarebbe stato impossibile dissociarvi la partecipazione ispirata e creativa del maestro dal valore obiettivo della ricerca dello studioso.
Egli dunque non va onorato solo come un grande grecista, ma come un educatore che ha insegnato a centinaia di giovani la via per scoprire nei suoi valori più intimi la bellezza della poesia, congiunta a quanto di più nobile essa offre all'uomo.



Manara Valgimigli (che è nato San Pietro in Bagno, presso Forlì, il 9 luglio del 1876 ed è morto a Vilminore di Scalve il 27 agosto del 1965), ha diretto la Biblioteca Classense di Ravenna e ha curato l'edizione dell'epistolario carducciano; egli ha militato per un lungo tempo nel Partito Socialista Italiano, e durante la guerra ha anche subito il carcere fascista.
Nel 1954 gli è stato attribuito il Premio Fila, destinato a "un'intera vita spesa al servizio dell'arte".
Poche volte un premio fu così meritato.
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venerdì 24 aprile 2009

* GUSTAVE CAILLEBOTTE - Pittore francese









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* CENA IN EMMAUS (Supper at Emmaus) - Caravaggio

VINCENZO MONTI


VINCENZO MONTI...

PROFESSORE
CAVALIERE
POETA DI CORTE

Cantó con lo stesso entusiasmo e lo stesso candore reazione, rivoluzione, restaurazione.



Il 13 gennaio 1793 veniva ucciso a Roma Ugo di Basséville, rappresentante della Francia rivoluzionaria nella capitale dello Stato Pontificio: la plebaglia sanfedista, spinta dalle autorità ecclesiastiche, presumeva così di fare giustizia di quell'inviato del demonio, di quell'uomo che osava a Roma portare sulla sua carrozza i simboli della Repubblica Francese sorta dalla rovina di ciò che era così sacro a Dio e al papa, l'ancien régime.
Qualche tempo dopo, presso l'editore Luigi Perego Salvioni, usciva un libro intitolato "In morte di Ugo Basséville, seguita in Roma il di' XIV Gennaio MDCCXCIII". Il lettore vi assisteva al prelevamento del defunto Basséville dall'Inferno da parte di un angelo, che lo portava verso il Purgatorio, passando prima per la Francia, affinché prendesse visione di ciò che vi stava avvenendo: le stragi rivoluzionarie, le persecuzioni ai nobili, le violenze, eccetera eccetera.
Il massimo dell'orrore era raggiunto al momento dell'esecuzione di Luigi XVI...

"In quel punto al feral palco di morte
giunge Luigi. Ei v'alza il guardo e viene
fermo alla scala, imperturbato e forte.
Alla caduta dell'acciar tagliente
s'aprì tornando il cielo, e la vermiglia
terra si scosse, e il mare orribilmente.

Sei anni dopo, il 21 gennaio 1799, nel Teatro alla Scala gremitissimo di pubblico, un coro intonava questo canto...

"Il tiranno è caduto. Sorgete
genti oppresse; natura respira:
re superbi, tremate, scendete;
il più grande dei troni crollò.
Lo percosse co' fulmini invitti
libertade, primiero de' dritti:
lo percosse del vile Capeto
lo spergiuro, che il cielo stancò...

Il vile Capeto era Luigi XVI. Niente di strano che nella giacobina Milano si parlasse dell'ultimo re di Francia, in occasione dell'anniversario della sua morte sul patibolo, in termini ben diversi da quelli usati sei anni prima a Roma. Ma la cosa che stupisce, un poco è il fatto che entrambe le composizioni poetiche fossero opera dello stesso autore, a Roma nel 1793, a Milano nel 1799, popolarissimo, vate ufficiale del regime nell'un caso e nell'altro: VINCENZO MONTI.

La sua vita fu tutto un'adattarsi alle situazioni, cercando di trarne vantaggio, o per lo meno, di accomodarcisi alla meno peggio. Certo che se fosse vissuto mezzo secolo prima, non sarebbe stato altro che un facitore di versi arcadici, un esponente della pastorelleria, esperto negli amori delle ninfe, sempre pronto a stender epitalami od epinici. Visse invece nel turbinoso periodo napoleonico, e dovette in un certo senso impegnarsi, prender partito, fare la sua scelta, mettersi o con gli uni o con gli altri: poetare per la reazione, poi per la rivoluzione, poi per la restaurazione; e lo fece con un opportunismo ingenuamente sfacciato. Nato due secoli e mezzo fa, grazie alla bravura con cui componeva versi a Ferrara, ottenne amicizie e protezioni a Roma, dove si recò nel 1778. Qui salì rapidamente agli onori di poeta acclamatissimo, una specie di divo dell'epoca, ripetendo, forse con meno frivolezza, ma certo con gli stessi vantaggi, i successi del Metastasio.

Roma era allora tutto un fervore d'arte e di studi: non in senso progressivo, s'intende - la cosa sarebbe stata impossibile, naturalmente, nella roccaforte cattolica: nessun posto per le idee illuministiche nello stato più reazionario d?Europa, l'unico che non aveva messo in cantiere alcuna riforma (e che l'Alfieri chiamava "vasta insalubre region - che Stato ti vai nomando"). Ma stanchi del barocchismo che aveva dominato per quasi due secoli, artisti e intellettuali (pur sempre legati alla vita della corte pontificia) cercavano un nuovo modello nell'arte classica greca e romana: fu in questo periodo che ebbero inizio scavi archeologici, che ci si mise a studiare i resti delle romanità sepolti sotto stratificazioni secolari. Venne così di moda un'arte più semplice, lineare, tutta armonia di belle forme. II suo contenuto era di maniera, nessun sentimento nuovo o profondo vi si trovava: ma quello che c'era (fosse il ritratto di qualche personaggio o il palazzo per qualche prelato) era presentato in una forma che voleva concretare, per sé sola, l'ideale della bellezza. Fu questa moda, detta del 'neoclassicismo': essa, di origine italiana, dilagò per tutta l'Europa, e trovò terreno fertilissimo per svilupparsi e dare anche grandi frutti, per improntare di sé, addirittura l'intero periodo napoleonico (lo stile "primo impero" nella classica semplicità delle sue forme, era appunto neoclassico).

Ebbene: il Monti, a Rama, fece rapidamente sua questa moda, e ne divenne, anzi, nella letteratura, il massimo esponente. Il barocchismo dei poeti del Seicento, il gingillarsi con scipite immagini pastorali di quelli del Settecento, sono completamente superati e dimenticati; e, d'altra parte, nel Monti non trovi il verso rotto e duro del Parini, o quello aspro, sferzante dell'Alfieri. Trovi una musicalità distesa, lineare, un po' fredda, adattata con grande maestria a tutte le occasioni. Così, in seguito al ritrovamento di un busto greco a Tivoli, il Monti scrive la "Prosopopea di Pericle" (1779); nell'1784, dopo un esperimento di volo aerostatico, l'ode "Al signor di Montgolfier", con una sincera, per quanto goffa, esaltazione del progresso...

"Che più ti resta? Infrangere
anche alta Morte il telo,
e della vita il nettare
libar con Giove in cielo.

Per le nozze del suo protettore Braschi scrive le terzine della "Bellezza dell'Universo", per la morte del Basséville il poema di cui ho citato all'inizio alcune strofe.
Nel 1796 calunnie e mene segrete di rivali cercano di farlo cadere in disgrazia presso il Braschi, e presso le autorità: e il Monti s'affretta a scrivere una lettera in cui riafferma la sua fedeltà di buon suddito...

"La calunnia e l'invidia mi fanno da molto tempo l'onore di lacerare il mio nome su questo punto; e non potendo attaccare le mie azioni, attaccano i miei pensieri, attribuendomi delle massime, l'iniquità delle quali è stata sempre smentita dall'onestà del mio carattere... ".

Era sincera questa sua dichiarazione di obbedienza? Essa porta la data del 24 ottobre 1796; qualche mese dopo, il 16 febbraio 1797, il Monti scrive ad un amico...

"Noi siamo alla vigi1ia della nostra redenzione, o di veder rotto un giogo che da diciotto secoli opprime la terra... Son mesi e mesi che il mio cuore non prova più che i palpiti del terrore, e mi scoppia in petto per allargarsi a quelli della libertà, che mi costa tanti sospiri".

La lettera era addirittura accompagnata da un sonetto, che il Monti pregava l'amico di pubblicare anonimo; un sonetto anticlericale "per uccidere la superstizione della moltitudine".

Nel 1797, ecco il gran passo. Basta con la Roma dei preti, addio all'abate Monti (egli era, infatti, abate: vecchia, modesta carica para-ecclesiastica che permetteva ai letterati di usufruire di prebende e di sinecure). Ecco, invece, il cittadino Monti, che si reca a Bologna, poi a Milano, mettendosi a disposizione della Repubblica Cisalpina. Incomincia la esaltazione del nuovo regime e, in particolare, di Napoleone ("Il Prometeo", 1797), la condanna dei reazionari italiani ("Il fanatismo"..., "La superstizione"..., "Il pericolo"), la celebrazione della libertà d'Italia ("Per il Congresso di Udine": ...voi cadrete, o troni...).
Messosi così apertamente dalla parte dei "rivoluzionari", quando sopravvenne la breve eclissi napoleonica, il Monti dovette battersela alla svelta e riparare a Parigi. Ne tornò nel 1801...e scrisse quei famosi versetti orecchiabili tanto popolari...

"Bella Italia, amate sponde
pur vi torno a riveder!
Trema in petto, e si confonde
l'alma oppressa dai piacer)

... e fino al 1814 la sua tranquillità non fu più turbata: incensato e lautamente pagato, fu il cantore ufficiale del Regno Italico.
Ecco alcuni titoli: "Il Bardo della Selva Nera", adulatorio di Napoleone: il Monti ne ricavò duemila zecchini, una tabacchiera d'oro e il titolo di istoriografo del Regno..., "La Jerogamia di Creta" per le nozze di Napoleone con Maria Luigia..., "La palingenesi politica" in occasione delle guerre in Spagna.., ecc.
Di questo periodo è anche la traduzione dell'ILIADE (1810).

Al crollo dell'impero napoleonico, nuovi guai per il nostro poeta, che si affanna a sistemarsi coi nuovi padroni. Per i quali scrive tre cantate ("Mistico omaggio"..., "Ritorno d'Astrea..., "Invito a Pallade") piene di lodi agli austriaci e di vituperi a Napoleone. Ma ormai la sua vena si è spenta quasi del tutto; egli si occupa di questioni linguistiche, scrive un poema sulle bonifiche dell'Agro Pontino fatte da Pio VI, e si schiera contro la nuova corrente letteraria, il romanticismo (che chiama audace scuola boreal: boreale perché di origine nordica, tedesca).

Morì a Milano, dimenticato e solitario, il 13 ottobre 1828.
La sua influenza letteraria si prolungò per tutto il secolo XIX, e favorì il risorgere di modi neoclassici verso la fine dell'Ottocento (Il Carducci guardò a lui come ad un maestro). Fu, indiscutibilmente, rappresentativo di tutto un periodo. Assumere nei confronti della sua figura di uomo un atteggiamento severo, di riprovazione e condanna, è certo giusto: ma, in nome di questa condanna estendere il giudizio negativo su tutta la sua opera, sarebbe sbagliato. Non è possibile ripensare a quel tormentato periodo della storia italiana, a quel momento della cultura e dell'arte nostra, in quella fase di transizione, senza pensare insieme alla "presenza" che vi ebbe Vincenzo Monti, letterato alla maniera tradizionale italiana, legato alla vecchia generazione "che se ne andava al suono dei poemi lirici di Vincenzo Monti, professore, cavaliere, poeta di corte" - come diceva il De Sanctis -, ma, dopo tutto, creatore di un patrimonio di belle forme poetiche, alle quali ci si può, dilettandoci, rivolgere con indulgenza. Né si può dimenticare che è a lui che la letteratura italiana deve la traduzione artisticamente pregevolissima dell'Iliade....

"Cantami o diva del Pelide Achille
l'ira funesta che infiniti addusse
lutti agli Achei... "

... intere generazioni di studenti italiani hanno conosciuto Omero così.


martedì 7 aprile 2009

S.O.S. Terremoto Abruzzo


Michela Intini ha inviato un messaggio ai membri di Il fumo uccide !!! - Lotta al fumo attivo e passivo.

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Oggetto: TERREMOTO ABRUZZO :( diffondetelo per piacere :(

Per offrire disponibilità di alloggio: l'UDU sta cercando posti letto telefonare allo 06.43411763 o scrivere a organizzaizone@udu.it

Per volontari da tutta Italia: telefonare alla protezione civile nazionale 06.68201

Per volontari da Pescara: telefonare al Centro operativo della Protezione Civile presso la Prefettura di Pescara 085.2057627

Per donare il sangue in Abruzzo: rivolgersi presso gli ospedali, per Pescara: Dipartimento di Medicina Trasfusionale PO "Spirito Santo" via Fonte Romana 8 – tel. 085.4252687

Per donare il sangue dal tutta Italia: rivolgersi presso le strutture dell’Avis più vicine: http://www.facebook.com/l.php?u=http://www.avis.it%2Fusr_view.php%2FID%3D1545

Per fare donazioni: Raccolta fondi Croce Rossa Italiana:
Conto corrente bancario C/C n. 218020 presso BNL - roma, intestato a CRI
codice Iban IT66 - C010 0503 3820 0000 0218020, causale: pro terremoto Abruzzo;

Conto corrente postale n. 300004 intestato a CRI causale: pro terremoto Abruzzo;

Versamenti on line sul sito:
http://www.facebook.com/l.php?u=http://www.cri.it%2Fdonazioni.html

Per enti locali e associazioni di volontariato, comitati, gruppi organizzati: è possibile attivarsi da subito con i corpi locali di protezione civile, con la associazioni prendendo contatti con i coordinamenti regionali, c’è bisogno di medici, tende, coperte, cibo e supporto logistico. Per informarsi: Dipartimento della Protezione Civile 06.68201

INOLTRE...


APPELLO x l'Abruzzo......abbiamo bisogno di posti letto...chiunque avesse una struttura alberghiera o similare in Abruzzo (costa, collina) chiamate 0854308309: vi prego di far circolare questo messaggio il più possibile, su questo ed altri server...grazie.
Il presidente della Regione Abruzzo Gianni Chiodi chiede che vengano sospese le donazioni di sangue.
Invece servono coperte, vestiti, pannolini, latte in polvere, casse d'acqua e tutti i beni di prima necessità..
Verranno raccolti da "Fare ambiente", Roma, in Via Nazionale, 243,tel. 06 48029924.
Mentre sul sito www.modavi.it tutte le istruzioni per far parte delle squadre di soccorso in Abruzzo

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mercoledì 1 aprile 2009

IL VELO DIPINTO (The Painted Veil) - William Somerset Maugham


IL VELO DIPINTO
William Somerset Maugham
Editore Adelphi
Collana Biblioteca
Anno 2006
Pagin 234





Kitty Fan aspettava che il marito tornasse a casa per la cena, aggirandosi inquieta per la stanza e guardando a tratti dalla finestra.
Nella luce del tramonto, i cespugli di ibisco del giardino splendevano come fiamme e il loro profumo si mescolava all'odore acuto delle vivande che il cuoco cinese stava preparando.
Le era accaduta una cosa orribile: quel pomeriggio, mentre tutti riposavano, sfiniti dall'afa, ed ella si trovava nella sua stanza con Charlie, la maniglia della porta era stata girata all'improvviso. La porta, chiusa a chiave, non si era aperta, ma quella maniglia che si era mossa in silenzio aveva terrorizzato Kitty. Si sarebbe messa a gridare, se Charlie non le avesse tappato la bocca con la mano. Erano rimasti per un po' così, senza osare muoversi; poi si erano fatti coraggio ed erano cautamente usciti sulla veranda.
Si erano chiesti chi avesse potuto tentare di aprire la porta, senza prima bussare e farsi riconoscere. Kitty era certa che fosse stato suo marito e Charlie aveva fatto del suo meglio per convincerla che a quell'ora Walter doveva trovarsi come sempre al laboratorio.
Kitty sospirò: le parole rassicuranti di Charlie non l'avevano tranquillizzata.
Walter sospettava di lei, non c'era dubbio; se, rientrato improvvisamente, aveva scorto in anticamera il cappello di Charlie il suo sospetto doveva essere divenuto certezza. Ma allora perché si era allontanato senza dir nulla? Cercò di calmarsi: pensò che Walter era un gentiluomo e che si sarebbe comportato in ogni circostanza come tale. Nel peggiore dei casi avrebbe chiesto il divorzio.
"Ebbene, meglio essere arrivati a questo punto"... si disse Kitty freddamente.

Kitty aveva un carattere allegro, spensierato; non era portata ad approfondire le cose né a preoccuparsi dei guai altrui. La sua vita, fino al matrimonio, era stata quella di una ragazza serena, a suo modo felice, allevata, insieme con la sorella minore, secondo le idee borghesi dei primi anni del Novecento; studiava musica e frequentava il teatro, ma preferiva di gran lunga giocare a golf o a tennis e, soprattutto, ballare. La sua superficialità la rendeva estranea all'atmosfera opprimente di casa sua, creata dai continui alterchi fra i genitori. Sua madre, donna dispotica e ambiziosa, accusava il marito di non essere capace di emergere.
Intanto le due fanciulle crescevano e Kitty si rivelò ben presto un'autentica bellezza. La madre allora spostò i suoi progetti ambiziosi su di lei, sperando di raggiungere attraverso la figlia quelle mete che non aveva conquistato a fianco del marito: Kitty doveva fare, sotto la sua guida, un grande matrimonio che le permettesse di inserirsi nell'alta società. Cominciò così a far convergere l'interesse della figlia su tutto ciò che poteva portarla a questo risultato: le fece frequentare, con gravi sacrifici, un ambiente raffinato e profuse denaro a piene mani. Kitty ebbe feste, abiti, balli, divertimenti. Eppure gli anni passavano senza che ella ricevesse una buona proposta di matrimonio. Aveva sempre un gran numero di innamorati intorno, ma nessuno di essi sembrava abbastanza nobile e abbastanza ricco. Quando compì i venticinque anni, Kitty era ancora nubile, ma non si preoccupava eccessivamente di questo, perché sapeva che la sua bellezza era tutt'altro che sfiorita. E poi, se avesse potuto scegliere, avrebbe continuato a farsi corteggiare. La madre, però, delusa nelle sue speranze, cessò improvvisamente di mostrarsi tenera con lei. La considerava una sciocca, ora, capace solo di dilapidare il gruzzolo familiare; e le metteva davanti l'esempio della sorella che, pur essendo bruttina e poco vivace, a soli diciott'anni si era fidanzata con un baronetto. Kitty comprese che sua madre desiderava ormai sbarazzarsi di lei e fu presa dal panico. Accettò allora la domanda di matrimonio di un medico, Walter Fane, che stava per rientrare in Cina. e lo sposò in tutta fretta.

Dopo tre mesi Kitty era già pentita di ciò che aveva fatto. Walter era un uomo chiuso innamoratissimo di lei ma tremendamente noioso. Perfino la sua professione (era batteriologo) le riusciva molesta: non ne capiva l'importanza. Per di più, una volta arrivata a Tching-Yen, s'accorse che il lavoro del marito era considerato poco importante ed era mal retribuito. Per fortuna, gli Inglesi in Cina erano ritenuti una casta superiore e riuscivano a vivere bene anche se non disponevano di grandi sostanze. Ma ciò non impediva a Kitty di avvertire il distacco con cui lei e Walter venivano accolti in società, a causa della loro modesta posizione. Ella ne soffriva moltissimo e si lamentava di ciò con il marito. Ma Walter non era uomo da preoccuparsi di queste inezie: a lui bastava il suo lavoro.
Solo con Kitty era gentilissimo e tenero, anche troppo; talvolta appariva ridicolo agli occhi di lei, con le sue eccessive premure.
Così gradatamente, Kitty s'allontanò dal marito, tanto che non le fu difficile accorgersi e compiacersi delle sempre più insistenti premure che le dedicava Charlie Townsend, l'aiuto segretario al governo della colonia. Quando Kitty lo conobbe, le parve di aver trovato finalmente l'uomo che aveva sempre atteso e se ne innamorò. Charlie era sportivo, simpatico, disinvolto e sempre elegantissimo. Era sposato e padre di tre figli già grandi, eppure sembrava ancora un ragazzo. I suoi occhi azzurri avevano una espressione tenera e la sua voce aveva un tono caldo e vibrante. Cominciarono a vedersi tutti i giorni, pur usando le cautele che la posizione di lui richiedeva. Se s'incontravano tra la gente, mantenevano un tono cerimonioso e formale, del quale ridevano poi quando si ritrovavano soli.


Quando Kitty sentì l'automobile del marito fermarsi davanti al cancello s'irrigidì: attese che egli giungesse nella stanza dove lei si trovava, col cuore che le batteva all'impazzata. Guardandosi allo specchio, si accorse di avere un aspetto sconvolto e tentò di assumere un atteggiamento più calmo. Poi Walter entrò. Lo sguardo dei suoi occhi neri era gelido e il volta sembrava di gesso. Kitty, che aveva trovato a stento la forza di levare gli occhi verso di lui, fu subito certa che egli a sapeva b e si sentì mancare. Eppure Walter non parlò che di cose indifferenti: una partita a carte che aveva fatto con gli amici, un invito che era stato costretto ad accettare per la sera seguente. Kitty aspettava che da un momento egli esplodesse, imprecando e ingiuriandola, ma Walter calmo e impassibile.
Quando dunque si sarebbe deciso a parlare? Accadde quale giorno dopo: Walter parlò e Kitty ascoltò atterrita, chiedendosi se egli non avesse per caso perso la ragione. Walter le comunicò che aveva deciso di partire per una città dell'interno della Cina, Mei-tan-fu, dove era scoppiata una spaventosa epidemia di colera. Il medico di laggiù, un missionario bianco, era morto ed egli proponeva di sostituirlo. Riteneva naturale che Kitty lo segui; sua moglie, no?
Kitty si sentì svenire. Ritrovò la voce a stento e balbettando disse che mai sarebbe andata luogo tanto pericoloso. Walter ribatté freddamente che se non lo accompagnava a Mei-tan-fu avrebbe presentato subito domanda di divorzio. A queste Kitty respirò sollevata. Disse solo che il divorzio avrebbe preferito chiederlo lei, per evita scandalo.
Walter sorrise e, con un'ombra di scherno negli occhi, le disse...
"Il divorzio devo chiederlo io. Mi sta troppo a cuore il tuo benessere e so che Townsend ti sposserà solo se risulterà correo e se la causa sarà così scandalosa da costringere sua moglie a divorziare da lui. Solo se egli si impegnerà a sposarti, non più tardi di una settimana dopo che sarà stata pronunciata la sentenza di divorzio, allora lascerò che sia tu a chiederlo".
Kitty arrossì per la rabbia: quel momento sentì di odiare Walter come non aveva mai odiato nessuno. Come osava suo marito mettere in dubbio l'amore che Charlie nutriva per lei!
Mentre Kitty cercava di dominare il tremito di furore che la pervadeva, Walter gettò un'occhiata all'orologio...
"Sarà meglio che ti affretti, se vuoi trovare Townsend ancora in ufficio...". Kitty lo guardò stordita.
"Vuoi che gliene parli subito?"...chiese con un fil di voce.
"Chi ha tempo non aspetti tempo"... rispose ironico Walter.
La reazione di Charlie fu un'atroce delusione per Kitty. Egli non volle nemmeno sentir parlare di divorzio: l'inevitabile scandalo e la fine della sua brillante carriera gli sembravano un prezzo troppo alto da pagare per averla.
Kitty lo ascoltava incredula: pensava che Charlie era un vile a tirarsi indietro, proprio quando ella aveva più bisogno di lui. Le parve allora di capire che il marito l'avesse spinta a recarsi subito da Charlie solo per farle comprendere quanto poco valesse il suo "grande amore".
Il giorno dopo, Kitty partì insieme a Walter per Mei-tan-fu, senza alcun rimpianto.

A Mei-tan-fu furono sistemati nel 'bungalow' del defunto missionario. Dall'altra parte del fiume, la città viveva nel terrore: il colera dilagava. Ogni giorno centinaia di cinesi agonizzanti si trascinavano per le strade e vi morivano, restando a lungo insepolti. Gli unici bianchi rimasti in città erano un ufficiale doganale inglese e le monache francesi di un convento, che da orfanotrofio era stato in parte adibito a ospedale. I primi giorni Kitty si chiuse in casa, sopraffatta dal terrore. Passava ore e ore su una sedia a sdraio, accanto alla finestra, e guardava la campagna: oltre gli alberi si scorgeva la città, dove spiccavano le alte mura del convento e il nastro luminoso del fiume, con i battelli ormeggiati alle rive. Quando Kitty uscì per la prima volta di casa, si diresse al convento delle suore francesi: si riprometteva molto da quell'incontro e non ne restò delusa. Le suorine erano allegre e ospitali e la madre superiora si comportava proprio come le avevano detto: era affabile, ma con distacco: anche nei suoi modi soavi c'era l'impronta della sua nobile origine.
Kitty visitò il convento: vide le ragazze cinesi che imparavano a ricamare, gli orfanelli adottati dalle suore, la cappella nuda di ornamenti. Non le fu permesso però di entrare nell'infermeria dove c'erano i colerosi: era uno spettacolo troppo orribile, le fu detto. Era suo marito che curava quei poveretti e le suore si dimostravano entusiaste di lui, della sua bontà e della sua pazienza. Quando ripensò a ciò che aveva appreso al convento su Walter, si rese conto che un sentimento di riconoscenza e di affetto per lui aveva pervaso la città: era chiaro che egli stava riversando sugli infermi la sua immensa capacità d'amare. Tutto questo la meravigliava; aveva sempre creduto che Walter sopportasse a mala pena il suo prossimo e ora scopriva che ciò non era vero. Ella ora provava nei suoi riguardi dei sentimenti confusi: non le odiava più, ma era perplessa e piena di timore, perché si accorgeva che egli possedeva "qualcosa di stranamente e sgradevolmente grande in sé".

La visita al convento, il contatto con la semplicità e la serenità di spirito delle suore ebbero un effetto inaspettato sull'animo di Kitty: le fecero capire quanto fosse sciocca e inutile.
Questi pensieri svegliarono in Kitty il desiderio di riordinare la propria vita e, per prima cosa, sentì la necessità di ristabilire rapporti più normali col marito. Decise di parlare a Walter con sincerità: non sperava che egli credesse subito al suo desiderio di redimersi, ma se gli avesse confidato che intendeva lavorare nel convento per alleviare la dura fatica delle suore, era certa che Walter avrebbe compreso.
Così una sera si decise ad affrontare il marito; gli parlò a lungo, aprendogli il cuore e dicendosi pentita per ciò che aveva fatto. Walter però rimase freddo, indifferente alle parole della moglie.... "Andrò domani stesso dalle suore francesi - pensò allora Kitty. - Troverò un po' di pace e Walter, accorgendosi che intendo realmente cambiare, muterà il suo atteggiamento".
Al convento il suo aiuto fu accettato con gioia e la madre superiora le affidò i bimbi più piccoli. Ogni giorno Kitty andava al lavoro e, quando la porta del convento si chiudeva alle sue spalle, s'illudeva di aver lasciato fuori tutte le sue ansie.
Si dedicò ai cinesini con entusiasmo; si accorse che i bimbi la distoglievano dalla sua angoscia e che il fatto di giovare a qualcuno riempiva il vuoto della sua vita. Le piaceva soffermarsi e chiacchierare con le suore; scoprì ben presto che la più simpatica e ciarliera era suora San Giuseppe, che la teneva aggiornata su tutto, discorrendo con quel suo fare scherzoso e ingenuo di contadina. A contatto con quelle anime semplici e serene sembrò a Kitty che la sua esistenza fosse trascorsa come sulle rive di uno stagno e che ora, improvvisamente, si aprisse davanti ai suoi occhi la visione del mare. Ne aveva paura ma era anche piena di esaltazione.

Una mattina, Kitty si sentì male. Un orribile pensiero le balenò nella mente prima di svenire: il colera! Quando rinvenne, le suorine le stavano tutte intorno con un sorriso indefinibile. Perché sorridevano, si chiese Kitty, mentre lei smaniava per il terrore? Glielo spiegò suora San Giuseppe, con gli occhi brillanti di gioia e le guance accese; e Kitty seppe così di attendere un bambino. Il marito accolse in silenzio la notizia. Pareva impietrito, mentre guardava la moglie con un'intensità dolorosa che per la prima volta, dopo tanto tempo, prendeva il posto della sua solita gelida impenetrabilità.
"Sono io il padre?"... chiese infine. Kitty si torceva le mani. Sapeva che se avesse potuto dire di si con certezza lo avrebbe reso felice: egli le avrebbe creduto, perché aveva bisogno di crederle.
Lacrime brucianti le inondarono il viso e il suo pensiero si volse agli ultimi avvenimenti: l'abbandono di Charlie, il colera, la disperata paura della gente, il lavoro al convento. Tutto questo l'aveva cambiata. Ma proprio per questo non poteva mentire, neppure per amore di suo marito, neppure per rendergli quella felicità che lei aveva distrutto. Walter attendeva la sua risposta, ma Kitty non poteva rispondergli, perché ella stessa non sapeva.
Una sera Walter non tornò a cena e Kitty l'attese invano, in preda allo sconforto. Neri presagi le passavano per la mente.
A notte avanzata, l'ufficiale doganale, Waddington, venne a svegliarla chiedendole di seguirlo immediatamente alla grande caserma oltre il fiume. Serio e angosciato, egli affrettava il passo, mentre Kitty si aggrappava al suo braccio senza osare rivolgergli la domanda che le pesava sul cuore; solo quando salirono sul "sanpan" per attraversare il fiume, Kitty chiese a Waddington perché andavano alla caserma. Egli rispose che dovevano arrivare da Walter prima che spirasse: aveva contratto il colera ed era in agonia. Quando Kitty fu lasciata sola col marito, si inginocchiò accanto al letto e lo supplicò di perdonarla. In quel momento, non pensava a se stessa, ma alla pace di lui; le pareva che se egli l'avesse perdonata avrebbe potuto morire serenamente. Inginocchiata accanto a lui Kitty gli parlò come mai aveva fatto prima; in quei pochi momenti riversò su di lui tutto l'affetto che gli aveva negato in vita. Walter si mosse come per rispondere alle accorate parole di lei; sussurrò con sforzo...
"Non è morto che un cane"... E rimase immobile.
Kitty provò una sofferenza atroce; non voleva convincersi che egli fosse morto dopo aver pronunciato quell'assurda frase senza senso. Chiamò Waddington e i cinesi che avevano assistito il marito e solo quando uno di essi chiuse gli occhi di Walter, Kitty si rassegnò a uscire dalla stanza, curva sotto il peso del rimorso.
Ora era veramente sola. Per qualche giorno ancora volle andare al convento, poi la madre superiora con dolce fermezza la convinse che quello non era più il suo posto e che doveva tornare a Tching-Yen e di là in Inghilterra: nulla l'avrebbe consolata più della presenza dei suoi cari.
Kitty ebbe, prima di partire, un colloquio con Waddington e gli chiese il significato delle oscure parole che Walter aveva pronunciato prima di morire. Era un verso, le fu risposto, l'ultimo verso dell'«Elegia» di Goldsmith. Dunque Walter aveva voluto comporre il suo epitaffio, invece di perdonarla; anche nel momento della morte, aveva voluto essere amaro e sprezzante, o forse aveva solo voluto gridare ancora una volta il suo acuto dolore per la solitudine alla quale lei lo aveva condannato.
Waddington aggiunse che Walter non aveva contratto il colera dai malati, bensì nel corso di un esperimento di laboratorio, e non si sapeva come; ma Kitty sapeva come ciò poteva essere avvenuto: Walter si era ucciso!

Il viaggio da Mei-tan-fu a TchingYen parve a Kitty brevissimo. Era partita perché questo solo le restava da fare: ma la sua mente era torpida e qualsiasi progetto per l'avvenire le pareva faticoso. Non appena il battello toccò Tching-Yen, la moglie di Charlie salì a bordo: Kitty fu assai stupita di vederla e di sentirsi abbracciare con sincera effusione. La signora Townsend si occupò dei bagagli e dei documenti e le disse che per il momento sarebbe stata sua ospite: quell'invito era davvero una sorpresa e la dolce compassione della donna, che un tempo aveva considerato severa e ritrosa, la coglieva alla sprovvista. Rivide anche Charlie: le riuscì strano incontrarlo a casa sua e parlargli, mentre stava seduta accanto alla moglie. Egli la trattò come se, invece di venire da Meitan-fu, la città del colera, arrivasse da una gita di fine settimana. Dopo poche frasi di condoglianza, cominciò a conversare con frivolezza: Kitty trovava quei discorsi tanto banali e falsi che quasi la disgustavano e l'offendevano. Quando rimase sola con Charlie, egli le sembrò ancora più spregevole: le si rivolgeva affettuosamente e perfino con malizia, come se non ricordasse affatto il loro ultimo terribile colloquio. Egli l'amava ancora, le disse, e considerava ciò che era avvenuto come un semplice errore al quale si poteva sempre rimediare. La prese tra le braccia e dopo un attimo Kitty si accorse di ricambiare il suo bacio: in lei si risvegliarono le stesse dolci sensazioni di un tempo. Fu un attimo, ma bastò a farle comprendere che la Kitty di un tempo non era ancora scomparsa: sconvolta e spaventata dalla propria debolezza, si svincolò e fuggì via. Capiva di dover partire al più presto, perché mai si sarebbe potuta liberare dal potere che Charlie aveva su di lei. Se ne vergognava terribilmente, ma la sua vergogna non poteva darle la forza che non aveva. Decise così di partire e scrisse ai suoi genitori che sarebbe ritornata a casa; poi s'imbarcò per l'Inghilterra.
A Porto Said ricevette la risposta dei suoi. Erano felici di riabbracciarla, ma le davano anche la notizia che sua madre era gravemente ammalata. Quando giunse a casa, sua madre era già morta. Suo padre pareva scosso dalla perdita della moglie. Ma non le sfuggì che egli non riusciva a nascondere un certo sollievo per aver riavuta la sua libertà, dopo tanti anni di infelicità coniugale. Finalmente, e proprio quando la moglie non avrebbe potuto più goderne, suo padre era stato nominato giudice e poi presidente del tribunale alle Bahamas. Avrebbe raggiunto prestissimo la sua nuova residenza e la casa, spiegò a Kitty, sarebbe stata affidata ad un amministratore. Avrebbe voluto vendere anche il mobilio, ma ora che la figlia era tornata, poteva dare a lei i mobili per arredare l'appartamento che certamente ella aveva intenzione di prendere.
A Kitty il cuore batteva forte; alla fine si sforzò di parlare e chiese...
"Non potrei venire con te, babbo?" ...
Vide la sua faccia oscurarsi e capì che lottava con se stesso, tra l'egoismo e la compassione. Allora gli si gettò tra le braccia singhiozzando e lo scongiurò di prenderla con sé. Non era più la Kitty di un tempo, gli disse: ora non chiedeva che di vivere sacrificandosi, tentando di rendere felici quelli che le stavano vicino.





UNA PAGINA

"Lo guardò. La luce del lume metteva in risalto il suo profilo come quello di un cammeo. Coi suoi fini e regolari lineamenti era un profilo nobilissimo, ma feroce, più che severo; e quella immobilità di tutto il viso, tranne degli occhi che si muovevano dietro alle parole stampate, rigo per rigo, pagina per pagina, quasi terrificava. Chi avrebbe pensato che quella faccia così dura potesse mai assumere una tenera espressione? Kitty sapeva che poteva...
Strano che, malgrado egli fosse bello di aspetto quanto era onesto, fidato e ricco d'ingegno, essa non fosse riuscita assolutamente ad amarlo... Walter non le aveva risposto, quando essa gli aveva chiesto se davvero avesse inteso portarla a morire nel costringerla ad accompagnarlo. Questo era un mistero che l'affascinava ed atterriva. Così buono, così straordinariamente buono d'animo lo sapeva: e le pareva incredibile che avesse potuto nutrire un'intenzione così diabolica...
Aveva detto di disprezzare se stesso. Che significava? E ancora una volta Kitty alzò gli occhi ad esaminare la sua calma fredda faccia. La presenza di lei gli era altrettanto estranea che se essa non fosse stata presente affatto.
- Perché ti disprezzi? - ella chiese d'un tratto senza quasi accorgersi di parlare, e allo stesso tempo come continuando, quasi che non fosse passata che una breve pausa, la conversazione di prima.
Egli mise giù il libro e la considerò, con aria riflessiva. Pareva raccogliere i propri pensieri da una remota distanza.
- Per averti amata.
Ella arrossì e volse altrove gli occhi. Non poteva sostenere il freddo, fermo sguardo di valutazione sotto il quale egli la teneva.
Capiva ora quello che aveva inteso dire. E vi fu una pausa prima che gli rispondesse.
- Credo che tu mi faccia torto - disse. - Non è bello biasimarmi perché sono stata una sciocca, una donna frivola e volgare. Mi hanno educata per essere così... Tutte le ragazze che conosco sono così...".


COMMENTO ALLA PAGINA

Lo stile di Maugham è tutto fatto di esplosioni e di silenzi, che riescono a creare un clima quasi di suspense.
Il colloquio fra moglie e marito, che qui riporto, è tragico e nello stesso tempo indifferente. L'abilità dello scrittore consiste soprattutto nel descrivere senza enfasi e con amara ironia sentimenti e azioni intensamente drammatici. Le frasi sono semplici e fredde, ma dietro ad esse s'intravede uno strazio mortale. In questo colloquio il dolore atroce di Walter e la sua sensibilità si scontrano con la leggerezza e la fatuità di Kitty, che non riesce a capire quanto sia stata grave la sua colpa. Più che pentirsi, ella vuole dimenticare e le sembra inconcepibile che il marito non ci riesca. In buona fede, Kitty ritiene che ogni donna le assomigli. Solo Walter è "diverso" e quindi "sgradevolmente grande".


VALORE DELL'OPERA

"Il velo dipinto" apparve nel 1925, quando Maugham era da tempo uno dei più noti romanzieri inglesi. Come tutti i suoi libri precedenti, anche questo ottenne un enorme successo, tanto da essere tradotto immediatamente in sei o sette lingue.
L'impero britannico era al culmine della sua potenza, eppure Maugham rimproverava alla società inglese di non essere più quella di un tempo: superficialità, errati metodi di educazione, egoismo e grettezza erano, secondo lo scrittore, i mali che l'affliggevano. Gli stessi mali egli volle attribuire ai personaggi de "Il velo dipinto", creando un riuscitissimo studio di caratteri. Una donna e due uomini: Maugham li descrisse nei minimi particolari, con il penetrante realismo che gli derivava dalle sue passate esperienze di medico. I personaggi dei suoi romanzi erano per lui altrettanti casi clinici, valutati con occhio esperto e obiettivo.
A Walter Fane, il medico sensibile e innamorato di una donna sciocca, lo scrittore diede molto di se stesso, facendone una delle sue creazioni più forti e originali. Proprio per questo Walter diviene una personalità contradditoria e affascinante, nella quale al sarcasmo e alla freddezza si contrappongono una passionalità intensa e una ricca vita interiore. Il suicidio per amore ne fa una vittima della passione che egli non è riuscito a dominare, nonostante l'apparente autocontrollo e la lucidità delle sue azioni.
Il suo opposto è Charlie Townsend, un arrivista ambizioso, che sa fingere con garbo. La donna, Kitty, sceglie con Charlie l'aspetto piacevole della vita, il più facile ed esteriore. Nata ed educata per un'esistenza senza scosse e senza drammi, è quasi naturale che si scontri con il marito e con tutto ciò che egli rappresenta: il lato difficile della vita, la supremazia dello spirito, il disprezzo per tutto ciò che è banale.
Quando Kitty "si sveglia" e si accorge con disperazione che le sue lacrime e i suoi vezzi non riescono più a far presa né su Charlie né sul marito, è ormai troppo tardi. Ella deve ammettere le falsità delle idee inculcate in lei dalla madre e si sforza di cercare qualcosa di alto e nobile; ma il suo tentativo fallisce.
Solo con gli anni, forse, Kitty potrà riscattarsi dalla sua colpa, dedicando la propria vita a suo padre e alla creatura che nascerà.
Oltre che nella scorrevolezza delle pagine ironiche, sapienti e ricche di colpi di scena, e nell'abile coreografia esotica, l'interesse de "Il velo dipinto" consiste anche nel chiaro ammonimento che lo scrittore dà ai suoi lettori: non ci si deve abbandonare alle piacevoli apparenze, alle rosee fantasie e ai sogni impossibili.
Solo guardando bene in faccia la realtà, quale essa sia, è possibile raggiungere quel sereno equilibrio interiore che ci mette in grado di lottare contro le numerose difficoltà della vita e anche, a volte, di riuscirne vincitori.


BREVE BIOGRAFIA DI MAUGHAM

William Somerset Maugham, uno dei maggiori narratori e drammaturghi inglesi contemporanei, è nato a Parigi nel 1874 ed è morto a Saint-Jean-Cap-Ferrat nel 1965.
È considerato uno dei più ricchi scrittori che siano mai vissuti. Si calcola che siano state vendute cinquanta milioni di copie dei suoi libri in tutto il mondo, cui vanno aggiunte le innumerevoli riduzioni teatrali, cinematografiche e televisive. Grazie alla sua attività, gode oggi di un benessere economico non indifferente. Fra le sue proprietà vi è una meravigliosa villa moresca, sulla Costa Azzurra. Ha trascorso gran parte della sua vita viaggiando. Durante la prima guerra mondiale fu inviato in Francia con la Croce Rossa ed entrò anche a far parte dell'Intelligence Service: di questa sua esperienza fece tesoro e più tardi pubblicò alcuni libri sull'argomento. Nell'aprile del 1962, allo scopo di creare un fondo per aiutare i più bisognosi scrittori inglesi, ha fatto vendere all'asta la sua collezione personale di quadri: ha incassato circa un miliardo di lire; il più alto prezzo, ottantamila sterline, fu pagato per un Picasso dipinto sui due lati. Quando compì 88 anni disse che da quel giorno si sarebbe alzato alle 9,30, invece che alle sette, "per abituarsi all'immobilità della tomba".


ALTRE OPERE DI MAUGHAM

Fra gli altri romanzi di Maugham sono da ricordare...

LISA DI LAMBETH - 1897
LA TERRA DELLA VERGINE BENEDETTA - 1905
IL MANTELLO DEL VESCOVO - 1906
IL MAGO - 1908
SCHIAVO D'AMORE - 1915
LA LUNA E SEI SOLDI - 1919
VERTIGINE - 192
IL FILO DEL RASOIO
UOMO E DONNA - 1930
PIOGGIA E ALTRI RACCONTI - 1934
RITRATTO DI UN'ATTRICE - 1937
IL RENDICONTO - 1938
VACANZE DI NATALE - 1939
CATALINA - 1948
IL TACCUINO DELLO SCRITTORE - 1949


Le principali opere teatrali sono...
UN UOMO D'ONORE - 1903
IL CIRCOLO - 1921
AD EST DI SUEZ - 1922
I NOSTRI MIGLIORI - 1923
CARTE IN TAVOLA - 1923
VITTORIA - 1923
GRAN MONDO - 1923
LA MOGLIE FEDELE - 1927
COLUI CHE GUADAGNA IL PANE - 1930


VEDI ANCHE ...

IL FILO DEL RASOIO - William Somerset Maugham

SCHIAVO D'AMORE - William Somerset Maugham

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