domenica 10 maggio 2009

IL GIORNO - Giuseppe Parini

Questo poema è una delle opere di umanità e di arte più cospicue che abbia il secondo Settecento. Il poeta vi assume la parte di precettore di un nobile signore: che era stata tante volte la sua nella realtà; e insegna al suo alunno come passare la giornata (da qui il titolo del poema, che sa di parodia di quello del poema esiodeo "Le opere e i giorni"): e lo accompagna in tutti i momenti di essa, è presente a tutte le sue vanità e vigliaccherie. Si intende che il poeta-maestro è in un costante atteggiamento ironico, e parla con una calma, che perde poche volte, e con una solennità precettistica ed epica, che meglio fa risaltare la futilità di quel mondo; mentre la squisita fattura del verso sciolto, le frequenti immagini e gli episodi mitologici si intonano perfettamente alla signorilità e all'eleganza dell'ambiente aristocratico, dove, idealmente, vive il singolare precettore. Il quale mostra di conoscere a fondo, e di volere impeccabilmente eseguite tutte le regole dell'alta società; e più sono sciocche o inique, più egli se ne mostra zelatore; fingendo di far suo il disprezzo che per le leggi della morale e delle più venerande tradizioni ostentavano i belli spiriti del tempo.

Il poema si divide in quattro parti. Il Mattino, pubblicato nel 1763, il Mezzogiorno, nel 1765, completi; la Sera (o il Vespro) e la Notte, frammentari.

Nel Mattino il maestro vigila su tutto ciò che ha riferimento alle prime ore del giorno del giovane signore. Il quale si sveglia a mezzodì, pende incerto fra il caffè e la cioccolata, riceve a letto le prime visite - tra cui i maestri di ballo, di francese, di musica - e poi procede alla funzione più grave della giornata, che è quella dell'abbigliarsi; durante la quale, e sotto le mani e i ferri del parrucchiere, legge o scorre i suoi libri prediletti: per esempio la "Pucelle" di Voltaire o i "Contes" licenziosissimi di La Fontaine. Finalmente, nella sala degli antenati, che furono uomini utili alla società, e lo guardano ora duramente dai quadri, cinge la spada, e scende tra due file di servi e balza accigliato nella carrozza che lo attende. Il cocchiere sferzerà i cavalli, nulla importandogli di schiacciare i pedoni, e di macchiare di sangue plebeo la strada; le leggi vi sono; ma il suo padrone saprà ben difenderlo contro tutte le leggi. Con quella immagine di sangue termina il Mattino.

Nel Mezzogiorno il giovane è arrivato alla meta della sua passeggiata: alla casa della dama, di cui egli è il cavaliere servente riconosciuto. In questo costume - così diffuso tra i patrizi - il Parini vedeva l'ultima degradazione morale di una classe, che egli avrebbe pur voluto ricondurre alla dignità del suo passato; e sul motivo ritorna più volte, e con gli accenti più satirici. Il giovane signore è, dunque, ammesso nel cerchio dei giovani eroi, che fanno corona alla dama; non senza prima esser ricevuto sulla soglia dal marito. Dopo di aver rappresentato con essa la commedia dell'amore e della gelosia (ché la mancanza assoluta di passioni vere, anche malvagie, è ciò che rende ripugnanti questi inetti personaggi pariniani e fa di essi i documenti di una società morta), l'eroe conduce la dama al pranzo, in cui consiste la scena principale del Mezzogiorno; e le si siede vicino; a meno che, quel giorno, non vi sia qualche illustre invitato, qualche patrizio avventuriero cinico e ributtante; perché allora il posto di onore sarebbe per l'ospite.
Il poeta non ci parla neppure, o ci parla appena, dei cibi: l'argomento sarebbe triviale; bensì nota i vari tipi dei commensali: tra cui il mangiatore e, curiosa antitesi, il vegetariano; che disdegna di assaggiare le carni, per umanitarismo, e per apparire filosofo. Il quale declamando contro le barbarie dell'ammazzare le bestie, desta un ricordo funesto nella dama: il ricordo del giorno che un servo osò dare una pedata alla sua cagnetta, alla sua "vergine cuccia". Ma l'empio fu cacciato: da quella e da ogni altra casa; e terminò chiedendo l'elemosina sulla strada. Tra un uomo e la cagnetta, la cagnetta valeva troppo più di un uomo, per il cuore umanitario della signora! Nemmeno interessano gli altri discorsi che si fanno a mensa. Filosofia atea, commercio, esaltazione della Francia e dell'Inghilterra contro la stupidità italiana sono alcuni degli argomenti: ai quali partecipa la dama saputa; giacché c'era oramai una scienza anche per le dame, e sino la matematica aveva perduto per esse ogni astrusità. Poi si passa nella sala del caffè. I mendicanti, i vinti della vita, che una volta solevano venire alle porte ospitali, a ricevere gli avanzi delle mense, ora si accontentino di odorare da lontano: - immaginazione tremenda, piena di presagi e di minacce. Col rumoroso gioco del tric-trac, già inventato da Mercurio, per consentire a due amanti che si dicessero l'animo loro, senza che il marito geloso intendesse, termina il Mezzogiorno: più vivace, più agile, più pienamente satirico del Mattino. Si sente che il poeta è forte oramai della fiducia in sé e nel suo pubblico.

Della Sera, non abbiamo che un lungo frammento. Vi si rappresenta il Corso, ossia la passeggiata in carrozza del giovane signore e della dama: pittura animata da vari tipi di nobiltà antica e recente; e le visite: che ci introducono sempre meglio nella ipocrisia e nella falsità del mondo flagellato dal poeta.

Anche della Notte, che doveva rappresentare il protagonista al gioco al teatro, non restano che frammenti. Meraviglioso quello che ritrae la cupa e paurosa notte dei ferrei tempi andati, in antitesi con le notti luminose e gioconde del Settecento.

Perché il Parini lasciò incomplete né pubblicò mai queste parti del "Giorno", è difficile spiegare. Che fosse incontentabilità di artista, non si può escludere; sapendosi quanto egli travagliasse i suoi versi; tanto che anche delle parti pubblicate del poema restano parecchie redazioni. Ma forse prevalsero ragioni morali. Negli ultimi anni dell'attività del poeta, quando avrebbe dovuto uscire il rimanente del "Giorno", poteva sembrare crudeltà inutile perseguire una classe sociale, che nell'esilio, nelle carceri e sui patiboli di Francia espiava duramente i suoi misfatti e la sua dappocaggine.


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Giuseppe Parini

Nato a Bosisio, in Brianza, il 1729, da un filatore di seta, questo figlio del popolo, della classe lavoratrice e allora dispregiata, non smentì mai la sua origine, anzi da essa trasse le più profonde ispirazioni alla sua poesia di battaglia democratica, nel miglior senso della parola. Costretto da necessità domestiche a diventare prete, non fece mai nulla che disonorasse il suo abito; visse tutta la sua vita a Milano, amico del Passeroni, collaboratore del CAFFE', aperta l'anima a quanto di nuovo e di nobile aveva colto nella capitale lombarda, la povertà lo portò ad accettare l'ufficio di precettore di famiglie illustri; e a soffrirvi le umiliazioni inerenti allora a quell'ufficio. Così conobbe nella sua verità quel mondo aristocratico, di cui avrebbe nel suo poema fatto così allegra e lunga vendetta. Questo poema, "Il Giorno", lo rese celebre e temuto. Il conte di Firmian, ministro del governo austriaco per Maria Teresa, al quale importava di liberare il governo riforrnatore dagli impacci di una classe parassitaria e reazionaria, quale la vecchia nobiltà, prese a proteggere il poeta ardimentoso. Gli affidò la redazione della Gazzetta di Milano; ottenne da lui vari consulti riguardanti la riforma delle scuole, che il Parini voleva tolte agli ecclesiastici, incapaci, egli credeva, di intendere l'ufficio civile delle lettere; lo elesse professore di letteratura nelle scuole palatine; e, quando furono soppressi i gesuiti, nel ginnasio di Brera; dove il Parini poté bandire, con grande concorso di uditori, i suoi principi di letteratura e di critica. La morte del Firmian significò per il Parini la perdita di ogni protezione. Non gli fu tolta la cattedra; ma fu lasciato vivere, sciancato e mezzo cieco com'era, in gravi angustie: le quali non piegarono però mai il suo animo, e gli accrebbero l'amicizia dei buoni. Venuti a Milano i Francesi, il poeta della libertà, che s'era rifiutato di far l'elogio di Maria Teresa, fu assunto nel consiglio della municipalità della nuova repubblica. Ma non era quella la libertà che il Parini vagheggiava. Al disopra di ogni rivoluzione politica, c'era per lui una legge morale, un diritto umano, che bisognava rispettare. Lasciò quell'ufficio. La morte lo colpì, settantenne, nel 1799, quando gli Austro-russi avevano restaurato - ma fu solo per un anno, prima di Marengo - il vecchio governo austriaco. Gli ultimi suoi versi furono un sonetto di saluto e di ammonimento a quei feroci restauratori.


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1 commento:

stella ha detto...

Loris ho apprezzato molto questo post.
Buona domenica.

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