lunedì 29 giugno 2009

SULLA RELIGIONE (On religion) - Vladimir Lenin


I pochi scritti in cui Lenin si è occupato espressamente del problema religioso sono stati raccolti e pubblicati ripetutamente, anche in traduzione italiana.
Una prima volta negli anni '30, a Bruxelles, a cura delle "Edizioni di Cultura Sociale", la casa editrice del centro estero del Partito comunista italiano; poi nel 1949, a Roma, dopo la liberazione, dalle "Edizioni Rinascita"; e poi nel 1957, sempre a Roma, presso gli "Editori Riuniti" (Lenin, "Sulla religione", Piccola Biblioteca Marxista). Queste tre edizioni hanno avuto nel complesso una diffusione notevole, che a buon diritto può essere detta "di massa" : e hanno contribuito in misura rilevante alla formazione, su questo delicato e scottante problema, dei quadri dirigenti del movimento operaio italiano, nell'arco decisivo dell'ultimo quarantennio.
Nella cassapanca che ho ereditato da una mia prozia, ho trovato questo piccolo volume in lingua inglese, da titolo... Religion.


Mi sarebbe in gran parte facile, ma superfluo, in questa occasione, descrivere scolasticamente, con copiose e facili citazioni, a tutte queste pubblicazioni, che sono state ampiamente sfruttate anche da alcuni dei meno sprovveduti teorizzatori di parte confessionale, più portati al ricorso alle fonti dirette, nei limiti tuttavia di una meccanica semplificazione della questione, ad uso dei comitati civici e delle facoltà di scienze politiche e filosofiche: alludo in particolare, in Italia, a Cornelio Fabro (Introduzione all'ateismo moderno, Editrice Studium, Roma, 1964) e al volumetto di Henri Arvon (L'Atheisme, Presses Universitaires de France, Paris, 1967).

Mi sembra invece più utile, lasciando da parte ogni polemica sul cosidetto "ateismo"..., che per me è un argomento consunto e privo di senso, tale da sviare soltanto l'attenzione dal centro del problema, che è quello dell'uomo e non di una supposta entità extramondana, richiamare a grandi tratti l'essenza del pensiero di Lenin sulla religione, che non è mai disgiunto in lui, e tale dovrebbe restare per coloro che si attengono ai fatti concreti e non alle astrazioni, da una giusta interpretazione della dialettica marxista e dalla prassi della lotta di classe del proletariato. La sopravvivenza di miti e concetti che consolidano, sul terreno della religiosità, lo sfruttamento dell'uomo sull'uomo, è legata infatti all'esistenza di tutta una società che la classe operaia è chiamata a distruggere.

Il punto di partenza, naturalmente, è quello della concezione generale della natura e della storia, che Lenin ha tratto e sviluppato dal pensiero di Marx e di Engels. Non si tratta davvero, checché ne abbia discorso Charles Wackenstein, uno dei più noti postillatori antimarxisti che si sia misurato con l'argomento (La faillite da la religion d'aprés Karl Marx, Presses Universitaires de France, Paris, 1963), di far risaltare dalle posizioni filosofiche dei fondatori del socialismo scientifico il "fallimento" della religione: questa stessa impostazione è abbastanza strana, perché dagli scritti di Marx e di Engels, e poi da tutta la pubblicistica di Lenin in materia, risulta piuttosto che la religione, sino ad oggi, ha tutt'altro che "fallito" al suo scopo, essendo riuscita a imprigionare nella passività e nella rassegnazione, al di là talvolta delle stesse intenzioni dei suoi promotori, le masse decisive della società umana, dai riti totemistici e animistici del clan originario alle sottili evasioni delle dottrine dell'irrazionale e della filosofia esistenziale, che non sono mai uscite dal cerchio storicamente ristretto delle esperienze magiche dei primitivi.

Karl Marx
"Il fondamento della critica irreligiosa è... "l'uomo fà là religione", e non la religione l'uomo.
Infatti, la religione è la coscienza di sé e il sentimento di sé dell'uomo che non ha ancora conquistato o ha già di nuovo perduto se stesso. Ma "l'uomo" non è un essere astratto, posto fuori dei mondo. L'uomo è "il mondo dell'uomo", Stato, società. Questo Stato, questa società producono la religione, una "coscienza capovolta del mondo", poiché essi sono un "mondo capovolto". La religione è la teoria generale di questo mondo, il suo compendio enciclopedico, la sua logica in forma popolare, il suo "point d'honneur" spiritualistico, il suo entusiasmo, la sua sanzione morale, il suo solenne compimento, il suo universale fondamento di consolazione e di giustificazione. Essa è la "realizzazione fantastica" dell'essenza umana, poiché "l'essenza umana" non possiede una realtà vera.
La lotta contro la religione è dunque mediatamente la lotta contro "quel mondo", del quale la religione è "l'aroma" spirituale. La miseria a religiosa » è insieme "l'espressione" della miseria reale e la "protesta" contro la miseria reale. La religione è il sospiro della creatura oppressa, il sentimento di un mondo senza cuore, così come è io spirito di una condizione senza spirito. Essa è "l'oppio dei popolo". (KARL MARX)

Se mai, di "fallimento" della religione si potrebbe parlare, in chiave marxista, nella misura in cui la intera struttura economica, politica e culturale della società capitalistica è destinata a cedere il posto a una riorganizzazione razionale di tutta la vita degli uomini, essendosi essa rivelata del tutto incapace di risolvere i problemi dell'esistenza associata, che sono spirituali non meno che materiali: la libertà dall'oppressione e dal bisogno, la necessità di una reale eguaglianza di fronte al crescente sviluppo delle risorse dell'uomo e dell'illimitata espansione delle sue facoltà creative.

In una visione coerentemente scientifica della natura e della storia, non c'è posto per la religione come fattore esterno all'uomo. E' l'uomo stesso che ha proiettato nel cielo della irrealtà le proprie esperienze e le proprie esigenze; è dalla mente ancora offuscata dell'uomo che è nato il concetto di trascendente e di ultraterreno; è l'uomo che ha creato tutte le divinità a propria immagine e somiglianza, dai primi feticci al Dio della Bibbia. Su questo punto il pensiero di Lenin è lucido e preciso: e la sua polemica contro tutti coloro che, in un modo o nell'altro, anche all'interno del movimento operaio, hanno cercato di far rivivere delle interpretazioni "spiritualistiche" o si sono proposti di affinare la fede grossolana delle masse per utilizzarla in senso misticizzante sul terreno sociale, quasi si trattasse di un surrogato del divino, è stata sempre aspra e senza ipocrisie. Non c'è spazio, nella visione di Lenin, per una qualsiasi valutazione positiva del sentimento religioso, se non esclusivamente nei ristretti limiti in cui tale stato d'animo, ben individuabile nella storia delle masse umane e legato pur sempre all'insopprimibile aspirazione a una radicale trasformazione della società, tende a staccarsi dalle nebbie dell'aldilà e diventa strumento e impulso per una lotta reale, che alla religione può anche richiamarsi, ma sul terreno della religione e dell'organizzazione di classe conduce le proprie battaglie e definisce le proprie rivendicazioni.

Il fatto che in determinate epoche storiche, come ricorda Lenin, "la lotta della democrazia e del proletariato si sia svolta nella forma di una lotta tra un'idea religiosa e una altra" non toglie nulla al carattere sostanzialmente retrivo e reazionario dell'ideologia religiosa.

Ma proprio da questa valutazione obiettiva del fatto religioso, delle sue origini e del suo sviluppo nella storia, scaturiscono alcune conseguenze di grande importanza teorica e pratica.

La prima, che costituisce un elemento assolutamente nuovo nei confronti di tutta la precedente polemica antireligiosa di tipo illuministico e banalmente positivistico, è quella della impossibilità - non inutilità, si badi bene - di combattere i vecchi pregiudizi religiosi delle masse facendo ricorso a una predicazione basata sui diritti della ragione o attraverso la semplice divulgazione della cultura e della scienza. Le radici della fede non sono mai di tipo intellettivo, ma di carattere essenzialmente sociale. Le credenze religiose, in ogni società basata sulla divisione tra classi contrastanti, rinascono ogni volta in virtù della "miseria reale" dell'uomo e non della sua "miseria concettuale"..., la stessa alienazione dell'uomo moderno non trae origine da presupposti ideologici, anche se sul terreno dell'ideologia trova poi il suo campo fertile di' sviluppo. Essa è la traduzione fantastica dello stato reale di soggezione dell'uomo, in quanto dominato dalle "forze cieche" che lo circondano e che hanno assunto, sin dai tempi antichissimi, connotati essenzialmente sociali e aspetti certi di sfruttamento e di dominio da parte dei ceti privilegiati.

Nessuna opera di divulgazione o di propaganda, per intelligente ed abile che sia, è di per sé in grado di liberare lo spirito dell'uomo, alienato, dal rivestimento religioso del suo stato di subordinazione e di servitù. Impossibilità, dunque, ma non inutilità: che anzi Lenin ha sempre vigorosamente consigliato lo studio e la diffusione dei grandi maestri dell'età dei lumi, che hanno esaltato il valore della ragione umana e hanno cercato di dimostrare, con argomenti seri ed inoppugnabili, la nessuna consistenza dei miti religiosi, ai quali le masse subalterne hanno di volta in volta affidato la loro disperazione e i gruppi al potere la loro volontà di dominio.

"Sia per la nostra concezione del mondo, scientifica, materialistica, estranea ad ogni pregiudizio, sia per i nostri compiti generali di lotta per la libertà e la felicità di tutti lavoratori, noi socialdemocratici abbiamo un atteggiamento negativo verso la dottrina cristiana. Ma, dichiarandolo, ritengo mio dovere dire subito, esplicitamente apertamente, che la socialdemocrazia lotta per la completa libertà di coscienza e ha un atteggiamento di pieno rispetto verso qualsiasi sincera fede religiosa, se questa fede e le sue pratiche non vengono imposte con la violenza o l'inganno. (LENIN)

La seconda conseguenza che si può trarre dalle premesse ideali del pensiero di Lenin sulla religione è quella del rispetto assoluto della libertà di coscienza dei lavoratori, quale elementare forma di distacco delle masse dai propalatori ufficiali dell'oppio religioso, addormentatore di ogni spirito di indignazione e di rivolta, e della tolleranza assoluta da parte dello Stato democratico, e molto più dello Stato socialista, nei confronti di tutti i credenti. Se gruppi di lavoratori, tuttora soggetti alla plurimillenaria pressione dell'indottrinamento religioso, avvertono l'esigenza di una lotta in comune per la costruzione non più utopistica di un "paradiso in terra", ogni richiamo dogmatico alla preliminare rinuncia alla fede in un "paradiso in cielo" va condannato e respinto, come un aiuto obiettivo recato alla propaganda delle chiese e dei teorizzatori del sentimento religioso.

Sin dal dicembre 1905, sull'onda delle prime manifestazioni di massa degli operai e dei contadini russi contro l'oppressione zarista, Lenin ammoniva, nel suo magistrale articolo su "Socialismo e religione" (riprodotto nel già citato volumetto edito in inglese), che la schiavitù economica essendo la vera causa dell'asservimento religioso dell'umanità, non si doveva, esitare ad aprire le porte del partito della classe operaia ai lavoratori tuttora credenti e agli stessi ministri del culto, se dedicati alla lotta anticapitalistica e non alla diffusione della fede religiosa in seno al movimento politico di classe. E nel maggio 1909, dopo aver aspramente polemizzato con i fautori di un cosidetto "socialismo edificatore di Dio", e tra essi contro Maksim Gor'kij Lenin avvertiva tuttavia che una "guerra di religione", anziché chiarire la situazione, "sarebbe stata soltanto di aiuto ai preti e alla borghesia" ("Sull'atteggiamento del partito operaio verso la religione", nello stesso libretto).

Questi due principi basilari del pensiero di Lenin in materia di religione restano più che mai validi ai nostri giorni e devono ispirare la politica del movimento operaio internazionale nei confronti delle masse dei fedeli. [Lenin aveva fondato le sue esperienze concrete dentro ai confini della vecchia Russia, ma l'esperienza andrebbe diretta anche negli Stati capitalistici e nelle nazioni che hanno conquistato la loro indipendenza dal colonialismo, senza poter tuttavia districare la loro battaglia per l'emancipazione dall'imperialismo dalla tenace sopravvivenza di riti e costumi religiosi (per esempio, i paesi del mondo musulmano)].

"Diffondere la concezione scientifica del mondo è cosa che faremo sempre, combattere l'incoerenza di certi "cristiani" è per noi necessario..., ma ciò non significa affatto che bisogna portare la questione religiosa in primo piano, in un posto che non le compete, né che bisogna ammettere una divisione delle forze economiche e politiche effettivamente rivoluzionarie per opinioni e fantasticherie di terzo ordine, che perdono rapidamente ogni importanza politica e sono ben presto gettate fra le anticaglie dal corso stesso dello sviluppo economico. (LENIN)

Coerente con questa sua impostazione, subito dopo la vittoriosa rivoluzione dell'ottobre 1917, Lenin fu il principale ispiratore del primo provvedimento legislativo che il partito bolscevico si trovò a dover promulgare, in materia di rapporti con le chiese e con i credenti. Si tratta del decreto del 28 gennaio 1918, che proclamava in primo luogo la separazione della Chiesa dallo Stato e confermava la libertà per ogni cittadino di professare un culto di propria scelta o di non professarne alcuno, garantendo il libero esercizio delle cerimonie religiose che non comportassero attentato di sorta alla nuova realtà socialista. La scuola veniva essa pure separata dalla Chiesa e l'insegnamento religioso proibito in tutte le istituzioni scolastiche, lasciando naturalmente liberi i cittadini di istruirsi religiosamente a titolo privato (uno Stato che tolleri nelle proprie scuole ufficiali l'insegnamento di una qualsiasi dottrina religiosa può solo con grande approssimazione essere definito democratico). Allo stesso tempo, Lenin invitata i giovani a non dimenticare che la morale della nuova società..., l'etica comunista..., deve sempre dipendere "in tutto e per tutto, dagli interessi della lotta di classe del proletariato" ("Morale religiosa e morale comunista", discorso del 2 ottobre 1920 al III Congresso della Gioventù Comunista Russa).

Era questo il coronamento di lunghi anni di ricerche e di riflessione da parte di Lenin: e a questo modello si è sostanzialmente ispirato il nuovo Stato sovietico, dagli anni burrascosi della guerra civile alla drammatica costruzione del socialismo in un solo paese, dalla resistenza all'aggressione nazifascista all'ampio sviluppo di tutte le forze produttive e culturali, dopo la fine della seconda guerra mondiale e nel periodo della non facile politica della "coesistenza pacifica", che non è abbandono o rinuncia dei principi fondamentali del leninismo, ma sua tenace anche se contrastata applicazione, in un mondo che cambia e che suscita sempre nuovi problemi e richiede nuove soluzioni. (Poi Stalin ha distrutto un sogno...).

Problemi nuovi e soluzioni nuove - ma nello spirito della impostazione teorica e pratica data da Lenin al problema della religione. Questa impostazione, che affonda le sue radici nella metodologia marxista, non può essere sottoposta a revisioni senza intaccarne la validità storica e scientifica. Chi parla oggi dell'opportunità di un suo "aggiornamento ideologico" tende in realtà a sostituire al leninismo, che è una metodologia, e non una delle tante teorie filosofiche legate alla struttura delle diverse società che si sono succedute sino ad oggi, un altro metro di orientamento e di azione.
L'applicazione di questa visione globale della natura e della storia in epoche e paesi diversi, è una cosa; ma ciò non significa riportarsi indietro, al periodo delle incertezze premarxiste o del dogmatismo idealisteggiante, facendo ricadere nella subordinazione ideale e nell'azione subalterna la parte più avanzata della classe operaia, che è la forza motrice di ogni progresso umano.


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