domenica 7 giugno 2009

MUSSOLINI IL RIVOLUZIONARIO - Renzo De Felice


Il volume "Mussolini il rivoluzionario" di Renzo De Felice può essere considerata la migliore biografia dei dittatore, del quale tratteggia i primi anni di carriera politica. Benché infarcito di elementi socialisti, il pensiero del futuro 'duce' non fu mai rivoluzionario.


L'infanzia e l'adolescenza di Mussolini in periodo fascista furono mitizzate in misura assai notevole: l'origine popolare del duce diventò un importante elemento nella costruzione dei miti con cui si cercava di coprire i reali contenuti di classe dei fascismo. Ma, a parte i motivi propagandistici, resta aperta la questione dell'effettiva influenza che le sue origini poterono avere sul pensiero e sull'attività di Mussolini, e nello studio di questo problema una particolare importanza assume la figura del padre, Alessandra, Il De Felice, autore di quella che, anche se è solo alla sua prima parte, può essere considerata di gran lunga la migliore biografia di Mussolini (R. De Felice, Mussolini il rivoluzionario, Einaudi, 1965, pag. 773), ha scritto, a questo proposito... "Il fine l'anarchia, i mezzi il socialismo: questa, in sostanza, l'idea del socialismo di Alessandro Mussolini che egli, pratica, trasmise al figlio Benito con tutta il sua bagaglio di componenti e di contraddizioni".
Elementi socialisti, anarchici, sindacalisti sono certo assai numerosi nella attività giovanile di Mussolini, che il De Felice, prende in esame in questo primo volume. Ma la sostanza del pensiero di Mussolini non fu in realtà mai rivoluzionaria: in gioventù egli fu soprattutto un 'ribelle', in lotta contro il mondo che lo circondava. Le tumultuose esperienze di quegli anni, dal soggiorno in Svizzera a quella nel Trentino alla prima attività socialista, mi sembrano caratterizzate, più che da un progressivo accostamento al pensiero socialista (anche non marxista) dalla ricerca di un'affermazione personale (come tutti i premier nani). In quegli anni, certo, egli tentava di conciliare questa ricerca con gli elementi ideologici che aveva assorbito dall'ambiente in cui era nato e vissuto, ma nemmeno allora mancarono oscillazioni ed incertezze, soprattutto nei momenti difficili. L'acceso antimilitarista, per esempio, quando dovette prestare il servizio di leva, si mostrò un disciplinato soldato, tanto da far pensare, scrive il De Felice "nonostante le sue capacità (col tempo via via sempre più camaleontiche) di adeguarsi alle situazioni - ad un piano deliberato por fare cadere ogni sospetto nei suoi confronti e per non avere grane". Dal gennaio 1905 al settembre 1906 egli scrisse un solo articolo per L'Avanti! Ed anche quando riprese l'attività socialista continuò ad avere dubbi, tanto da scrivere... "Sono stanco di stare a Forlì, sono stanco di stare in Romagna, sono stanco di stare in Italia, sono stanco di stare al mondo (intendasi l'antico, non il lacrimorum valle). Voglio andarmene nel nuovo". La sua irrequietezza sembrò poi placarsi con i primi successi riportati in campa politico.

A Forlì ed in Romagna egli sì affermò rapidamente. L'attività svolta allora da Mussolini è divisa dal De Felice in due periodi: fino al 1810 egli lottò per divenire il leader del partito nella sua provincia mettendo "un'ipoteca sulla direzione del movimento socialista di tutta la Romagna..., nel secondo si affermò "come uno degli esponenti della frazione rivoluzionaria su scala nazionale". Ma anche in quegli anni, Mussolini voleva veramente una 'rivoluzione'.
A me pare che egli avesse idee sufficientemente chiare sulla azione politica che doveva condurre per affermarsi decisamente all'interno del partito, mentre le sue idee erano poi assai confuse non solo a proposito della società futura che, sarebbe dovuta nascere dalla rivoluzione, ma anche sullo stesso contenuto della propaganda rivoluzionaria che si sarebbe dovuta svolgere tra le masse. La sua attività sembra quasi essersi svolta su due piani: quello dell'affermazione personale, su cui si muoveva in modo lucido ed abile... e quello dell'azione di partito, contradditoria e confusa.
Mussolini, ricorda il De Felice, voleva diffondere il socialismo puntando "sulla suggestione idealistica e volontaristica di autori e pubblicazioni che trovavano la loro origine e la loro collocazione ai margini o addirittura fuori della sfera socialista ufficiale, fra i sindacalisti rivoluzionari, gli inarco-sindacalisti, i crociani".
La commistione delle ideologie, l'assorbimento nella sfera propagandistica di elementi diversi, che sarebbero state poi delle costanti dell'attività di Mussolini, apparivano già evidenti.

In realtà Mussolini era assai abile nel dare un'espressione, giornalistica, immediata (ed efficace, appunto, sul piano della tattica e della propaganda) ai problemi più urgenti del momento. In questo, egli aveva un notevole istinto politico. Al tempo dell'impresa di Libia, per esempio, si fece interprete dei sentimenti pacifisti, del senso di ribellione che la guerra suscitava tra le masse. "Se la patria" - scriveva - "menzognera finzione che ormai ha fatto il suo tempo, chiederà nuovi sacrifici di denaro e di sangue, il proletariato che segue le direttive socialiste risponderà collo sciopero generale. La guerra fra le nazioni diventerà allora una guerra alle guerre" . Ma queste parole rivelavano soltanto un atteggiamento demagogico. In realtà i socialisti non svolgevano nessuna azione diretta a fare insorgere il proletariato in caso di guerra ed affermazioni del genere non avevano nessun peso effettivo: facevano soltanto parte del bagaglio propagandistico comune in quegli anni ai gruppi della sinistra.

A Mussolini, questo tipo di agitazione serviva per affermarsi nel partito. A Reggio Emilia, infatti, egli riportò una grossa vittoria: i riformisti furono sconfitti, e Mussolini, che aveva anche portato la federazione forlivese fuori del partito, per poter manovrare meglio, conquistò in esso posizioni di forza. A Reggio Emilia, secondo Mussolini, il riformismo doveva scomparire e questo suo obbiettivo era condiviso da gran parte del partito. Ma per sostituirvi che cosa? A quest'ultimo riguardo le idee erano confuse nell'intero partito e proprio questa mancanza di chiarezza permise l'affermazione di Mussolini. Questi aveva in realtà una concezione piuttosto elementare del marxismo e soltanto esteriormente poteva sembrare avvicinarsi "al filone più dinamico del marxismo internazionale". La sua critica del riformismo infatti era puramente negativa, giacché egli non vi sostituiva altro che un disordinato attivismo ed una nebulosa concezione della 'rivoluzione'. Il proletariato doveva assumere il potere contro lo stato borghese: da ciò la lotta, accettata, come ho già detto, dalla grande maggioranza del partito, contro ogni forma di riformismo. Ma questo non significava svolgere una politica effettivamente rivoluzionaria e se ne accorse Serrati che nel 1913 mosse, da sinistra, un serio attacco a Mussolini... "L'opera che Mussolini chiama e crede rivoluzionaria"... egli scrisse "non è che - absit iniuria verbis-paradossale, iperbolica, ridicola non per se stessa ma per il contrasto che essa pone in evidenza fra la predicazione rivoluzionaria e la pratica possibilistica del partito".

Mussolini, inoltre, non mirava alla formazione di un nuovo gruppo dirigente, ma soltanto ad un suo successo personale, anche se per un certo periodo la sua attività non si distinse da quella dell'estrema sinistra.
"Dal novembre 1913 all'aprile 1914" - ricorda il De Felice - "tutta l'azione di Mussolini fu in funzione del congresso nazionale socialista di Ancona (...). In questi sei mesi si può dire che ogni atto di Mussolini fu dettato dall'esigenza di portare ad Ancona il gruppo rivoluzionario intransigente che faceva capo a Lazzari e a lui in una posizione di forza (..)". Ma appena apparve evidente la gravità della crisi provocata dalla guerra si ebbe il distacco di Mussolini dalla sinistra, e da Lazzari.
"Non ne posso più di tutta quella gente" - scrisse Mussolini. - "Vorrei guidare il partito in modo intelligente, pilotandolo come si deve fra i grandi avvenimenti che stanno maturando..., ma che si può fare con Lazzari? E' ignorante ed é anche ammalato di fegato".
Si trattava di un dissenso ideologico, dovuto alle divergenze sulla linea politica da seguire, o non c'era piuttosto in Mussolini la consapevolezza del fallimento dell'avventura personale in campo socialista ed una nuova ricerca di successo, orientata in altre direzioni, ancora confuse, ma che si andavano ad ogni modo allontanando da ogni linea socialista?

Il 1914 aprì, com'è noto, una profonda crisi nel movimento internazionalista. Fino a che punto essa investì, anche sentimentalmente, Mussolini? A giudicare dai suoi atteggiamenti non sembra in realtà che egli ne sia stato colpito. Mussolini, in quel periodo, appare piuttosto vicino a coloro che constatavano il fallimento dell'internazionalismo socialista non per trarne elementi critici utili all'azione futura, ma per respingere lo stesso socialismo. Mussolini ormai voleva fare una 'sua' politica, e per questo ebbe bisogno di un suo giornale, ed accettò, per esso, i finanziamenti della borghesia. Non importa che, per il momento, non gli si chiedessero prese di posizioni esplicite: in realtà tutta la lotta antisocialista condotta in nome dell'interventismo era sufficiente a ricompensare gli ambienti borghesi degli aiuti dati a Mussolini. Ma il partito socialista, nella grande maggioranza, non seguì Mussolini ed anche nel campo interventista egli non riuscì, per il momento, ad occupare una posizione di rilievo: l'intervento fu determinato, ricorda il De Felice, più dal "Corriere della sera" che dal "Popolo d'Italia". Non era facile per Mussolini conquistarsi uno spazio politico ed egli cercò di muoversi con prudenza, senza impegnarsi a tondo, temendo di isolarsi. Anche nel dopoguerra assunse in un primo momento atteggiamenti in certi e confusi: si avvicinò al futurismo, all'interventismo, accentuò la propaganda antisocialista, ma per qualche tempo rimase politicamente assai debole. La lotta era ancora in corsa e Mussolini non sapeva chi ne sarebbe stato il vincitore (ancora durante l'occupazione delle fabbriche egli non prese un atteggiamento nettamente antiproletario). Ma ormai, nonostante il camuffamento demagogico, le sue scelte di fondo erano sufficientemente chiare. Al secondo congresso dei fasci egli disse...
"Noi non rappresentiamo un punto di reazione. Diciamo alle masse di non andare oltre e di non pretendere di trasformare la società attraversa un figurino che non conoscono. Se trasformazioni devono verificarsi, devono avvenire tenendo conto degli elementi storici e psicologici della nostra civiltà".
Quando cominciò il riflusso del movimento proletario e la borghesia agraria, industriale e commerciale formarono un fronte unico, Mussolini era ormai pronto ad offrire ad esse lo strumento di repressione di cui avevano bisogno: il fascismo.


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MUSSOLINI IL FASCISTA . La conquista del potere (1921-1925) - Renzo de Felice
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