lunedì 15 giugno 2009

LIBERTA' (Liberty) - Giovanni Verga


 

LIBERTA'




PREMESSA - Rispetto alle altre novelle di Verga che ho letto e ascoltato, "Libertà" presenta alcune novità fondamentali: non ha un protagonista vero e proprio, perché l'azione è svolta da tutto il popolo di un paese siciliano (Bronte, in provincia di Catania), sullo sfondo di un fatto storico.
Vi è descritta la rivolta di popolani provocata dall'entusiasmo destato dalla discesa di Garibaldi nel 1860, durante la famosa spedizione dei Mille, che si concluse con la sconfitta dei borbonici e con l'annessione al Regno d'Italia dei territori del Regno delle Due Sicilie.
Il grido di 'libertà', che dà il titolo alla novella, e che era lo slogan lanciato dai garibaldini, viene inteso dai villani non in senso strettamente antiborbonico, ma come autorizzazione ad impadronirsi delle terre sottraendole con la violenza ai proprietari: la 'libertà' è intesa insomma come 'rivoluzione'.
Simili disordini, realmente avvenuti, furono repressi nel sangue dagli stessi soldati di Garibaldi, desiderosi di avere l'appoggio della classe dirigente locale più che fiduciosi nella plebaglia.
Da qui scaturisce il tema della continuità del potere, che ispirerà scrittori come De Roberto (nell'opera "I viceré") e Tomasi di Lampedusa (nel romanzo "Il Gattopardo"...già in bozza per un'opinione).
I fatti storici citati fanno da sfondo alla storia narrata da Verga, ma soltanto in maniera implicita, perché qui tutti gli avvenimenti sono esposti dal punto di vista dei contadini ribelli, secondo le loro reazioni ed aspirazioni elementari.
Di quanto accade attorno essi nulla capiscono: semplicemente in loro esplode un sentimento di vendetta covato dentro in anni di odio e di sottomissione.
Nulla capiranno nemmeno quando sul paese si abbatterà spietata la repressione e quando alcuni protagonisti della sommossa saranno trascinati in tribunale, in città.
Avverto che sarebbe arbitraria ogni sovrapposizione di significati politici allo scontro tutto prepolitico tra contadini e galantuomini (così si chiamano i proprietari, quelli che hanno avuto una educazione..., il termine è sinonimo di cappelli, dal nome del loro copricapo, in opposizione alla coppola del villano).
Soprattutto sarebbe errato credere che si tratti di una novella 'progressista' in cui io scrittore condanna la dura repressione dei moti popolari operata dai garibaldini, soggetto su cui punta invece un film girato su questa stessa vicenda, dal titolo Bronte.
Al contrario, Verga condanna la violenza della folla a tal punto che viene meno al canone dell'oggettività narrativa, intervenendo direttamente per esprimere i suoi giudizi.
Ciò non vuol dire che i contadini non abbiano sofferto dei soprusi e delle angherie..., ma la morale è che le rivolte sono inutili e poi tutto torna come prima, secondo un ordine immutabile che vuole padroni e servi al loro rispettivo posto.
Verga dunque non fa l'apologia della rivolta, né sta dalla parte dei contadini: semplicemente assume, con tecnica veristica, l'ottica elementare dei personaggi, e descrive il "fatto di sangue" attraverso scene realistiche e violente.
L'andamento del racconto ( al contrario che in "La roba") va dalla concitazione iniziale alla lentezza del finale ambientato nelle aule giudiziarie, dove una giuria di galantuomini annoiati si appresta a condannare i villani ribelli.
Sapientissima da parte dello scrittore è l'omissione della sentenza, che non ci viene detta, ma che noi conosciamo indirettamente attraverso la reazione smarrita di uno dei rivoltosi, il quale, disperato, rivendica per l'ennesima volta il valore di quella 'libertà' mal interpretata, rivelando ancora la sua assoluta incomprensione del senso della vicenda vissuta.


LIBERTA' - Sciorinarono dal campanile un fazzoletto a tre colori, suonarono le campane a stormo, e cominciarono a gridare in piazza: "Viva la libertà!".
Come il mare in tempesta. La folla spumeggiava e ondeggiava davanti al casino dei galantuomini, davanti al Municipio, sugli scalini della chiesa: un mare di berrette bianche; le scuri e le falci che luccicavano. Poi irruppe in una stradicciuola.
- A te prima, barone! che hai fatto nerbare la gente dai tuoi campieri (* i controllori dei lavori dei braccianti)! - Innanzi a tutti gli altri una strega, coi vecchi capelli irti sul capo, armata soltanto delle unghie.
- A te, prete del diavolo! che ci hai succhiato l'anima! - A te, ricco epulone, che non puoi scappare nemmeno, tanto sei grasso del sangue del povero! - A te, sbirro! che hai fatto la giustizia solo per chi non aveva niente! - A te, guardaboschi! che hai venduto la tua carne e la carne del prossimo per due tari al giorno!
E il sangue che fumava ed ubbriacava. Le falci, le mani, i cenci, i sassi, tutto rosso di sangue! - Ai galantuomini (* i proprietari terrieri)! Ai cappelli (* i benestanti)! Ammazza! ammazza! Addosso ai cappelli!
Don Antonio sgattaiolava a casa per le scorciatoie. Il primo colpo lo fece cascare colla faccia insanguinata contro il marciapiede. - Perché? perché mi ammazzate? - Anche tu! al diavolo! - Un monello sciancato raccattò il cappello bisunto e ci sputò dentro. - Abbasso i cappelli! Viva la libertà! - Te'! tu pure!  - al reverendo che predicava l'inferno per chi rubava il pane. Egli tornava dal dir messa, coll'ostia consacrata nel pancione. - Non mi ammazzate, ché sono in peccato mortale! - La gnà Lucia, il peccato mortale; la gnà Lucia che il padre gli aveva venduta a 14 anni; l'inverno della fame, e riempiva la Ruota e le strade di monelli affamati. Se quella carne di cane fosse valsa a qualche cosa, ora avrebbe potuto satollarsi, mentre la sbrandellavano sugli usci delle case e sui ciottoli della strada a colpi di scure. Anche il lupo allorché capita affamato in una mandra, non pensa a riempirsi il ventre, e sgozza dalla rabbia. - Il figliuolo della signora, che era accorso per vedere cosa fosse - lo speziale, nel mente chiudeva in fretta e in furia - don Paolo, il quale tornava dalla vigna a cavallo del somarello, colle bisacce magre in groppa. Pure teneva in capo un berrettino vecchio che la sua ragazza gli aveva ricamato tempo fa, quando il male non aveva ancora colpito la vigna. Sua moglie lo vide cadere dinanzi al portone, mentre aspettava coi cinque figliuoli la scarsa minestra che era nelle bisacce del marito. - Paolo! Paolo! - II primo lo colse nella spalla con un colpo di scure. Un altro gli fu addosso colla falce, e lo sventrò mentre si attaccava col braccio sanguinante al martello.
Ma il peggio avvenne appena cadde il figliuolo del notaio, un ragazzo di undici anni, biondo come I'oro, non si sa come, travolto nella folla. Suo padre si era rialzato due o tre volte prima di strascinarsi a finire nel mondezzaio gridandogli:- Neddu! Neddu! - Neddu fuggiva, dal terrore, cogli occhi e la bocca spalancati senza poter gridare. Lo rovesciarono; si rizzò anch'esso su di un ginocchio come suo padre; il torrente gli passò di sopra; uno gli aveva messo lo scarpone sulla guancia e glie l'aveva sfracellata; nonostante il ragazzo chiedeva ancora grazia colle mani. - Non voleva morire, no, come aveva visto ammazzate suo padre; - strappava il cuore! - Il taglialegna, dalla pietà, gli menò un gran colpo di scure colle due mani, quasi avesse dovuto abbattere un rovere di cinquant'anni - e tremava come una foglia. -  Un altro gridò: - Bah! egli sarebbe stato notaio, anche lui!
Non importa! Ora che si avevano le mani rosse di quel sangue, bisognava versare tutto il resto. Tutti! tutti i cappelli! - Non era più la fame, le bastonate, le soperchierie che facevano ribollire la collera. Era il sangue innocente. Le donne più feroci ancora, agitando le braccia scarne, strillando d'ira in falsetto, colle carni tenere sotto i brindelli delle vesti. - Tu che venivi a pregare il buon Dio colla veste di seta! - Tu che avevi a schifo d'inginocchiarti accanto alla povera gente! - Te'! Te'! - Nelle case, su per le scale, dentro le alcove, lacerando la seta e la tela fine. Quanti orecchini su delle facce insanguinate! e quanti anelli d'oro nelle mani che cercavano di parare i colpi di scure.
La baronessa aveva fatto barricare il portone: travi, carri di campagna, botti piene, dietro; e i campieri che sparavano dalle finestre per vender cara la pelle. La folla chinava il capo alle schioppettate, perché non aveva armi da rispondere. Prima c'era la pena di morte chi tenesse armi da fuoco. - Viva la libertà! - E sfondarono il portone. Poi nella corte, sulle gradinate, scavalcando i feriti. Lasciarono stare i campieri. - I campieri dopo! - Prima volevano le carni della baronessa, le carni fatte di pernici e di vin buono. Ella correva di stanza in stanza col lattante al seno, scarmigliata - e le stanze erano molte. Si udiva la folla urlare per quegli andirivieni, avvicinandosi come la piena di un fiume. Il figlio maggiore, di 16 anni, ancora colle carni bianche anch'esso, puntellava I'uscio colle sue mani tremanti, gridando: - Mamà! mamà! - Al primo urto gli rovesciarono I'uscio addosso. Egli si aflerrava alle gambe che lo calpestavano. Non gridava più. Sua madre s'era rifugiata nel balcone, tenendo avvinghiato il bambino, chiudendogli la bocca colla mano perché non gridasse, pazza. L'altro figliolo voleva difenderla col suo corpo, stralunato, quasi avesse avuto cento mani, afferrando pel taglio tutte quelle scuri. Li separarono in un lampo. Uno abbrancò lei pei capelli, un almo per i fianchi, un altro per le vesti, sollevandola al di sopra della ringhiera. Il carbonaio le strappò dalle braccia il bambino lattante. L'alto fratello non vide niente; non vedeva altro che nero e rosso. Lo calpestavano, gli macinavano le ossa a colpi di tacchi ferrati; egli aveva addentato una mano che lo stringeva alla gola e non la lasciava più. Le scuri non potevano colpire nel mucchio e luccicavanò in aria.
E in quel carnevale furibondo del mese di luglio, in mezzo agli urli briachi della folla digiuna, continuava a suonare a stormo la campana di Dio, fino a sera, senza mezzogiorno, senza avemaria, come in paese di turchi. Cominciavano a sbandarsi, stanchi della carneficina, mogi, mogi, ciascuno fuggendo il compagno. Prima di notte tutti gli usci erano chiusi, paurosi, e in ogni casa vegliava il lume. Per le stradicciuole non si udivano altro che i cani, frugando per i canti, con un rosicchiare secco di ossa, nel chiaro di luna che lavava ogni cosa, e mostrava spalancati i portoni e le finestre delle case deserte.
Aggiornava; una domenica senza gente in piazza né messa che suonasse. Il sagrestano s'era rintanato; di preti non se ne trovavano più. I primi che cominciarono a far capannello sul sagrato si guardavano in faccia sospettosi; ciascuno ripensando a quel che doveva avere sulla coscienza il vicino. Poi, quando furono in molti, si diedero a mormorare. - Senza messa non potevano starci, un giorno di domenica, come i cani! - Il casino dei galantuomini era sbarrato, e non si sapeva dove andare a prendere gli ordini dei padroni per la settimana. Dal campanile penzolava sempre il fazzoletto tricolore, floscio nella caldura gialla di luglio.
E come l'ombra s'impiccioliva lentamente sul sagrato, la folla si ammassava tutta in un canto. Fra due casucce della piazza, in fondo ad una stradicciola che scendeva a precipizio, si vedevano i campi giallastri nella pianura, i boschi cupi sui fianchi dell'Etna. Ora dovevano spartirsi quei boschi e quei campi. Ciascuno fra di sé calcolava colle dita quello che gli sarebbe toccato di sua parte, e guardava in cagnesco il vicino.
- Libertà voleva dire che doveva essercene per tutti! - Quel Nino Bestia, e quel Ramurazzo, avrebbero preteso di continuare le prepotenze dei cappelli! - Se non c'era più il perito per misurare la terra, e il notaio per metterla sulla carta, ognuno avrebbe fatto a riffa e a raffa! - E se tu ti mangi la tua parte all'osteria, dopo bisogna tornare a spartire da capo? - Ladro tu e ladro io. - Ora che c'era la libertà, chi voleva mangiare per due avrebbe avuto la sua festa come quella dei galantuomini! Il taglialegna brandiva in aria la mano quasi ci avesse ancora la scure. Il giorno dopo si udì che veniva a far giustizia il generale, quello che faceva tremare la gente. Si vedevano le camicie rosse dei suoi soldati salire lentamente per il burrone, verso  il paesetto, sarebbe bastato rotolare dall'alto delle pietre per schiacciarli tutti. Ma nessuno si mosse. Le donne strillavano e si strappavano i capelli. Ormai gli uomini, neri e colle barbe lunghe, stavano sul monte, colle mani fra le cosce, a vedere arrivare quei giovanetti stanchi, curvi sotto il fucile arrugginito, e quel generale piccino sopra il suo gran cavallo nero, innanzi a tutti, solo.
Il generale fece portare della paglia nella chiesa, e mise a dormire i suoi ragazzi come un padre. La mattina, prima dell'alba, se non si levavano al suono della tromba, egli entrava nella chiesa a cavallo, sacramentando come un turco. Questo era I'uomo. E subito ordinò che glie ne fucilassero cinque o sei, Pippo, il nano, Pizzanello, i primi che capitarono. Il taglialegna, mentre lo facevano inginocchiare addosso al muro del cimitero, piangeva come un ragazzo, per certe parole che gli aveva dette sua madre, e pel grido che essa aveva cacciato quando glie lo strapparono dalle braccia. Da lontano, nelle viuzze più remote del paesetto, dietro gli usci, si udivano quelle schioppettate in fila come i mortaletti della festa.
Dopo arrivarono i giudici per davvero, dei galantuomini cogli occhiali, arrampicati sulle mule, disfatti dal viaggio, che si lagnavano ancora dello strapazzo mentre interrogavano gli accusati nel refettorio del convento, seduti di fianco sulla scranna, e dicendo ahi! ogni volta che mutavano lato. Un processo lungo che non finiva più. I colpevoli li condussero in città, a piedi, incatenati a coppia, fra due file di soldati col moschetto pronto. Le loro donne Ii seguivano correndo per le lunghe strade di campagna, in mezzo ai solchi, in mezzo ai fichidindia, in mezzo alle vigne, in mezzo alle biade color d'oro, trafelate, zoppicando, chiamandoli a nome ogni volta che la strada faceva gomito, e si potevano vedere in faccia i prigionieri. Alla città li chiusero nel gran carcere alto e vasto come un convento, tutto bucherellato da finestre colle inferriate; e se le donne volevano vedere i loro uomini, soltanto il lunedì, in presenza dei guardiani, dietro il cancello di ferro. E i poveretti divenivano sempre più gialli in quell'ombra perenne, senza scorgere mai il sole. Ogni lunedì erano più taciturni, rispondevano appena, si lagnavano meno.
Gli altri giorni, se le donne ronzavano per la piazza attorno alla prigione, le sentinelle minacciavano col fucile. Poi non sapere che fare, dove trovare lavoro nella città, né come buscarsi il pane. Il letto nello stallazzo costava due soldi; il pane bianco si mangiava in un boccone e non riempiva lo stomaco; se si accoccolavano a passare una notte sull'uscio di una chiesa, le guardie le arrestavano. A poco a poco rimpatriarono, prima le mogli, poi le mamme. Un bel pezzo di giovanotta si perdette nella città e non se ne seppe più nulla. Tutti gli altri in paese erano tornati a fare quello che facevano prima. I galantuomini non potevano lavorare le loro terre colle proprie mani, e la povera gente non poteva vivere senza i galantuomini. Fecero la pace. L'orfano dello speziale rubò la moglie a Neli Pirru, e gli parve una bella cosa, per vendicarsi di lui che gli aveva ammazzato il padre. Alla donna che aveva di tanto in tanto certe ubbie, e temeva che suo marito le tagliasse la faccia, all'uscire dal carcere, egli ripeteva: - Sta tranquilla che non ne esce più. - Ormai nessuno ci pensava; solamente qualche madre, qualche vecchiarello, se gli correvano gli occhi verso la pianura, dove era la città, o la domenica, al vedere gli altri che parlavano tranquillamente dei loro affari coi galantuomini, dinanzi al casino di conversazione, col berretto in mano, e si persuadevano che all'aria ci vanno i cenci.
Il processo durò tre anni, nientemeno! tre anni di prigione e senza vedere il sole. Sicché quegli accusati parevano tanti morti della sepoltura, ogni volta che li conducevano ammanettati al tribunale. Tutti quelli che potevano erano accorsi dal villaggio: testimoni, parenti, curiosi come a una festa, per vedere i compaesani, dopo tanto tempo, stipati nella capponaia - ché capponi davvero si diventava là dentro! e Neli Pirru doveva vedersi sul mostaccio quello dello speziale, che s'era imparentato a tradimento con lui!
Li facevano alzare in piedi ad uno ad uno. - Voi come vi chiamate? - E ciascuno si sentiva dire la sua, nome e cognome e quel che aveva fatto. Gli avvocati armeggiavano fra le chiacchiere, coi larghi maniconi pendenti, e si scalmanavano, facevano la schiuma alla bocca, asciugandosela subito col fazzoletto bianco, tirandoci su una presa di tabacco. I giudici sonnecchiavano dietro le lenti dei loro occhiali, che agghiacciavano il cuore. Di faccia erano seduti in fila dodici galantuomini, stanchi, annoiati, che sbadigliavano, si grattavano la barba o ciangottavano fra di loro. Certo si dicevano che l'avevano scappata bella a non essere stati dei galantuomini di quel paesetto lassù, quando avevano fatto la libertà. E quei poveretti cercavano di leggere nelle loro facce. Poi se ne andarono a confabulare fra di loro, e gli imputati aspettavano pallidi, e cogli occhi fissi su quell'uscio chiuso. Come rientrarono, il loro capo, quello che parlava colla mano sulla pancia, era quasi pallido al pari degli accusati, e disse: - Sul mio onore e sulla mia coscienza!,..
Il carbonaio, mentre tornavano a mettergli le manette, balbettava: - Dove mi conducete? In galera? O perché? Non mi è toccato neppure un palmo di terra! Se avevano detto che c'era la libertà!...

(Tutte le novelle, Mondadori)


COMMENTO - Questa novella di Verga generalmente esclusa dal circuito delle letture scolastiche perché ritenuta troppo "violenta" (come se i mass-media e la realtà non ci mettessero giornalmente sotto gli occhi la violenza) illustra un aspetto del Risorgimento che la tradizione celebrativa e agiografica ha preferito ignorare.
Durante la "spedizione dei Mille", in vari paesi della Sicilia contadini e braccianti tentarono di dare pratica attuazione ad un proclama di Garibaldi che aveva ordinato la divisione delle terre comunali. Ne nacque uno scontro: da un lato ci fu l'opposizione rigida dei galantuomini (cioè i borghesi, i proprietari terrieri), dall'altro la violenza delle masse contadine che pensavano di rifarsi di una vita di miseria e di sopraffazioni. Si giunse a "fatti di sangue" anche molto gravi. A Bronte (vicino a Catania) dal 2 al 5 agosto 1860 la rivolta contadina si tradusse in saccheggi e uccisioni. Intervenne tempestivamente Nino Bixio con le truppe garibaldine e riportò l'ordine: parecchi "rivoluzionari" li fece fucilare, altri ne fece arrestare.
Il processo per i "fatti di Bronte" si trascinò per tre anni e, degli imputati, venticinque ebbero l'ergastolo, uno vent'anni di lavori forzati, due dieci anni, cinque dieci anni di semplice reclusione.
A differenza di tanti altri episodi simili e contemporanei, i fatti di Bronte hanno trovato un Verga che li ha salvati dall'oblio con queste pagine di grande livello artistico certamente ma, per varie ragioni, complesse e problematiche.


COMMENTO FINALE - Ma qual è la posizione di Verga nei riguardi dei rivoltosi? e nei riguardi del Risorgimento? 
La novella è composta di tre giornate e di un epilogo. Si apre con la giornata del sabato, che è quella dell'improvvisa rivolta e del lungo eccidio. Succede la domenica, e i villani, perplessi e sbigottiti, fanno capannello sul sagrato e cominciano a calcolare sospettosamente quanta terra toccherà a ciascuno. Il lunedì arriva Nino Bixio coi garibaldini e si procede all'esecuzione sommaria di alcuni rivoltosi. Dopo incomincia il lunghissimo processo, che dura tre anni e manda in galera un mucchio di gente.
È questo il solo scritto in cui il Verga affronti il motivo risorgimentale dei Mille. E coerentemente con il mondo etico-artistico dello scrittore, protagonista non è I'epopea garibaldina, ma è invece la vendetta degli oppressi. Ai garibaldini è assegnata solo una parte secondaria, e non hanno nulla di eroico. Arrivano quando il paese è già calmo; e i contadini, già virtualmente vinti, già tornati alla loro naturale passività, si lasciano prendere come pecore. Il Verga, che come patriota italiano ama i garibaldini, costretto dalla realtà oggettiva dei fatti a ritrarli in una circostanza così ingrata, così diversa dalla loro missione, si preoccupa di presentarli nella luce più benevola; e perciò lascia nella loro rappresentazione qualche cosa di convenzionale, una mal dissimulata unzione, e soprattutto non ci fa assistere alla fucilazione degli insorti, che non si vede, ma si sente, e termina con quella frase così strana: 
"Da lontano, nelle viuzze più remote del paesetto, dietro gli usci, si udivano quelle schioppettate in fila come i mortaletti della festa". 
Stranissima frase, densa di significati, i quali non tutti possono tornare a gloria dei garibaldini.
La parte di maggiore impegno, la più ricca di drammatica potenza e una delle pagine più grandi del Verga, è quella della prima giornata. Dal grido iniziale di viva la libertà, fino a quella chiusa col paese tornato silenzioso, e i cani che rosicchiano le ossa degli uccisi, e il chiaro di luna che lava ogni cosa e mostra spalancati i portoni e le finestre delle case deserte, tutto quest'episodio costituisce un'unita in se stessa conchiusa e perfetta.

Per il Verga quei rivoltosi erano sì ciechi e sanguinari; ma rimanevano pur sempre strumento della libertà. E c'era qui internamente postulato il pensiero che solo agendo sul terreno economico, e rendendo giustizia ai contadini defraudati, si potevano concretamente gettare le basi della libertà in Sicilia. Tutto il resto che i Mille erano venuti a portarvi, l'unità nazionale, la grandezza della patria e così via, apparteneva a quel sopramondo umano che al Verga artista del verismo, al Verga che lo guardava dalla sottostruttura economica, appariva come vita fattizia, come lussuosa efflorescenza, alla stessa guisa della società salottiera e degli amori romantici. Invece tutta la realtà della vita umana era quaggiù, nelle esigenze primordiali, in questo fondo di ingiustizia e di dolore; e solo operando qui la libertà poteva avere la sua concreta verità e realtà.
Tuttavia una così precisa e circostanziata illazione, e anche così sostanzialmente conforme al carattere specifico del verismo verghiano, siamo noi a tirarla, e non lo scrittore. Se il Verga avesse potuto trarre tutte le conseguenze logiche delle sue premesse, non questa sola novella, ma tutto il suo verismo sarebbe riuscito diverso. Qui, nella Libertà, per lo scrittore gli insorti sono certo dalla parte del giusto. E questo appare chiaro anche nella descrizione del processo, dove l'ironia, oltre a derivare dal sentimento generale del Verga per la macchina della giustizia, ha un preciso riferimento al fatto che i giurati, dai quali dipende la sorte dei villani, non potevano essere imparziali perché erano dodici galantuomini, ed essi "certo si dicevano che l'avevano scampata bella a non essere stati dei galantuomini di quel paesetto lassù". 
Tuttavia lo scrittore non prende partito. E questo non avviene già per quella superiore catarsi artistica che deve necessariamente trascendere I'angustia delle competizioni terrene; e non avviene neanche, non ci dovrebbe essere bisogno di dirlo, per una eventuale parzialità, per essere un "galantuomo", come quei giurati.

Riaffiora in questa novella quella perplessità morale che serpeggia in tutto il verismo verghiano e che in certo senso lo paralizza. 
Gli insorti hanno per lui ragione, ed hanno anche torto. E il loro torto non è nell'ingenua ignoranza loro, per cui essi avrebbero creduto che la libertà fosse una cosa diversa da quella che essa è. Il torto non consiste neanche nell'avere ecceduto dandosi a una carneficina così folle e indiscriminata. Anche a queste cose tanto enormi c'è rimedio e compenso a questo mondo; passato il trambusto tutti tornano in pace nel paesetto, e l'orfano dello speziale si piglia la moglie di Neli Pirru, uno che gli aveva trucidato il padre ed era andato in galera. Il torto dei villani è proprio nell'aver creduto che a questo mondo esistesse la possibilità di farsi giustizia. Ed è un torto che si potrebbe dire metafisico, giacché questo criterio di giudizio non vive effettivamente nella reale sostanza della novella; ma vi si può coglierlo solo come il riflesso vago e indiretto di un sentimento che sta solo nella coscienza dello scrittore. Il quale sa che la vendetta dei rivoltosi risponde a un'esigenza di giustizia; ma sa anche che codesta è un'esigenza astratta e irrealizzabile. Sa che I'ignoranza dei contadini è I'ignoranza di tutti gli uomini, i quali non sanno quanto sia inutile ogni atto inteso a mutare il corso delle cose; giacché le leggi fondamentali dell'umanità sono le leggi stesse della natura, che si possono anche violare, ma non si possono riformare.
Qui il problema si allarga a tutta I'arte veristica del Verga, che è arte di transizione dal romanticismo al decadentismo. C'era in lui, anche nel suo pessimismo, quell'interiore rivolta, quella spinta eroica e magnanima che era stata dei primi grandi romantici, di un Vigny o di un Leopardi. 
Ma questo sentimento, che meglio si manifestò nella prima parte della vita di Gesualdo, era però combattuto e sopraffatto da un invincibile senso di sfiducia nell'azione umana. 
Anche come scrittore egli finì con una sfiduciata rinuncia a continuare nel suo cammino. Che tutti gli uomini dovessero essere dei vinti non era solo una proposizione teorica del suo manifesto poetico. Era invece un articolo di fede profondamente radicato nella sua coscienza, dove, col fascino dell'ineluttabile e del fatale, viveva la persuasione dell'assoluta vanità di ogni tentativo inteso a mutare sostanzialmente la condizione umana. 
E questo pessimismo decadente delle coscienze smarrite, angosciate, passive, il senso fondo della solitudine morale e dell'inutilità della vita, il narcisismo della sconfitta, impedirono al Verga di scandire il suo mondo poetico sul ritmo ascendente dell'epopea, e lo indussero a rattristarlo nei modi perplessi di una gratuita e amara ironia, o di un umiliato e soffocato lirismo.
Parlando del decadentismo del Verga, naturalmente non si intende fare nessuna accusa; ma si vogliono solo riconoscere i limiti storici della sua poesia. E la poesia, entro qualsivoglia limite, non può mai essere negativa. Fermato infatti quello che fu il suo carattere dominante, ecco che ci appare con chiarezza come il narcisismo della sconfitta fosse, in quella situazione storica, l'unica via per la quale il Verga potesse giungere alla rivelazione artistica degli sfruttati e degli oppressi. 
E appunto in tale rivelazione sta il valore positivo della Libertà e di tutto il verismo verghiano.



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1 commento:

Julie Magers Soulen ha detto...

Wow! Beautiful photo!

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