venerdì 10 luglio 2009

Breve storia del progresso (Short History of Progress) - Wright Ronald

     
Breve storia del progresso

Wright Ronald
Editore - Mondadori 2006
Argomento- Progresso
Collana - Piccola Biblioteca Oscar
Traduttore - S. Denicolai



Il PROGRESSO NON E' FATALE

I tragici scoppi nucleari di Bikini (anni sessanta del secolo scorso) hanno fatto definitivamente crollare il mito sette-ottocentesco di un progresso necessario e inarrestabile. Deve essere a tutti chiaro, oggi, che il destino dell'umanità dipende dall'iniziativa e dalla scelta degli uomini


Test nucleare sull'atollo di Bikini - 24 luglio 1946

Il dibattito filosofico sviluppatosi intorno al concetto di progresso ha sempre o quasi sempre presentato chiari addentellati e sottintesi politici. Scrittori reazionari o conservatori hanno tenacemente negato che si possa parlare di un progresso intrinseco al divenire storico; scrittori "progressivi", portavoce di movimenti di avanguardia, hanno appassionatamente affermato, talora anche in modo ingenuo e semplicistico, la loro convinzione nell'avanzamento continuo dell'umanità.
Conviene però precisare che il concetto di progresso (in cui è sottintesa la possibilità di una misurazione quantitativa e qualitativa: più e meglio), è di origine e di formazione recenti. Esso fu sostanzialmente ignoto agli antichi e rimase in ombra per tutto il Medioevo. Nel mondo greco-romano, infatti, è largamente diffuso il mito di una primitiva età dell'oro, a paragone della quale tutta la storia successiva si configura come un processo di decadenza. Nell'età di mezzo, la concezione cristiana della "caduta", del peccato originale, viene in parte almeno a rinnovare quell'idea del peggioramento che era stata degli antichi; e se pur si ammette una forma di progresso umano, la si spoglia però di ogni valore autonomo ponendone il fine ultimo al di là del mondo e della storia.
Bisogna arrivare al XVII secolo per trovare i primi autentici barlumi del concetto di progresso. Un importante passo in avanti nella formazione di esso è dato dalle discussioni svoltesi tra il Cinquecento e il Seicento sulla questione degli antichi e dei moderni. GIORDANO BRUNO, BACONE, PASCAL, gli spiriti più acuti dell'epoca, contrappongono la sapiente "vecchiezza" del mondo moderno all'ingenua e sprovveduta giovinezza del mondo antico.
Senza tema di apparire paradossali, essi affermano che i veri antichi, quelli più ricchi di passato e quindi più esperti, più maturi, più colti, più consapevoli, sono proprio i moderni. La vita dell'umanità viene volentieri paragonata a quella di un individuo immortale la cui esperienza si accresce senza tregua. E' già visibile in queste considerazioni un primo avvertimento della storicità del patrimonio umano, che si costituisce, si allarga, si arricchisce nel tempo.
Quello che genericamente chiamiamo "civiltà" viene ora intravisto come un processo formativo e acquisitivo sempre più ricco e complesso, in cui ogni tappa è organicamente connessa alla precedente e alla successiva.


DOMINIO DELL'AMBIENTE

Ma che cosa rende possibile il sorgere dell'idea di progresso, di questa visione che stringe insieme, in un processo ascensionale, il passato, il presente e il futuro?

"La nascita e lo sviluppo dell'idea di progresso - scrive GRAMSCI - corrispondono alta coscienza diffusa che è stato raggiunto un certo rapporto tra la società e la natura (incluso nel concetto di natura quello di caso e di irrazionalità), tale per cui gli uomini sono più sicuri del loro avvenire, possono concepire razionalmente dei piani complessivi della loro vita".

In altri termini la crescente capacità dell'uomo di esercitare il suo controllo sul mondo circostante, il suo essere sempre meno in balia dell'ambiente (naturale e sociale), gli dà la consapevolezza di "andare avanti", di "guadagnare terreno"..., non solo, ma è la dimostrazione in atto che ciò effettivamente avviene.
Di conseguenza l'idea di progresso diventa il principio direttivo dell'indagine storiografica, il criterio, il metro indispensabile per la valutazione dei fatti storici.

"E' così - scrive il LABRIOLA - che noi parliamo di condizioni primitive e di condizioni avanzate, di relativo regresso e di arresto. Il concetto di progresso si converte quasi nell'idea di una scala, di una ascensione, di un venirsi perfezionando dell'uomo nel cammino della civiltà. Quando questo abito di comparazione si è formato, ci pare di poter misurare le differenze che corrono tra i Greci del mondo omerico e quelli della Atene periclea; tra i Romani del primo secolo dell'Impero e i barbari Germani che stanano loro di fronte".


DALL'ILLUMINISO AL POSITIVISMO

Ma il secolo in cui l'idea di progresso viene asserita e conclamata con maggiore ardore, in cui viene diffusa e "popolarizzata" tra squilli di fanfara, è il Settecento, il glorioso secolo dei lumi. Da CONDORCET a LESSING, i principali rappresentanti dell'illuminismo europeo considerano sinonimi le due fatidiche parole di rischiaramento e di progresso. L'umanità va avanti, nel benessere come nei valori dello spirito, nella misura in cui si libera dai suoi errori, dalle sue superstizioni, dalle stantie, oppressive tradizioni politiche e religiose; non sussiste il minimo dubbio, nella mente degli uomini dell'Enciclopedia, che i popoli siano destinati a fondare un regno universale di armonia, di reciproca tolleranza, di felicità, di dominio sulla natura mediante la scienza e l'industria.
Erede dell'illuminismo in questa concezione lineare e ingenuamente ottimistica del progresso (ma privo dei grandi meriti rivoluzionari di quella), è il positivismo della seconda metà del XIX secolo.
August COMTE, che ne è il padre, costruisce una specie di nuova religione e anzi di liturgia, elevando a santi del calendario i promotori del progresso umano. Intorno a quest'ultimo, però, sì hanno idee piuttosto generiche e confuse.
Il progresso tecnico e scientifico, che solleva ovunque vaste ondate di entusiasmo, viene tout court identificato con il progresso sociale, morale, spirituale, come se il primo comportasse direttamente e immediatamente il secondo! In questi anni, il clima euforico del progressivismo borghese e riformista nasconde le profonde contraddizioni della società (che esploderanno di qui a poco in un mondo travolto dalla guerra), mentre la metafisica evoluzionista di Herbert SPENCER fornisce la cornice teorica alla beata fede in un progresso altrettanto pacifico e graduale, quanto immancabile e ininterrotto.
Il positivismo, per questo aspetto, rimaneva molto al di sotto dell'idealismo postkantiano contro il quale era insorto qualche decennio addietro e non senza legittimi motivi. Ne rimaneva al di sotto perché l'idealismo postkantiano, con HEGEL, aveva avuto il gran merito - misconosciuto dal positivismo - di far coincidere il concetto di progresso con quello di processo o sviluppo dialettico. In esso ogni momento, ogni tappa per così dire, della realtà e della storia è negata da un'altra e attraverso questa negazione (che è però al tempo stesso una "conservazione"), si raggiunge una tappa superiore e più comprensiva. In questo modo, benché al posto degli uomini concreti si ponesse l'Idea o lo Spirito, veniva inserito nella visione della storia il momento della contraddizione, del contrasto. Il ritmo del progresso si faceva così più complesso, più drammatico, spezzato nell'urto della contraddizione e poi ricomposto nell'unità della sintesi. Ma a parte il fatto che vi è sempre il pericolo di una interpretazione conservatrice della dialettica (nel senso che il concetto del "superamento", cioè della negazione-conservazione, può tradursi, se male inteso, in ostilità verso le innovazioni radicali), il concetto di progresso, anche così modificato, non cessa di essere dogmatico, ispirato cioè ad una ingiustificata sicurezza nella necessità dello svolgimento progressivo.


REVISIONE DEL CONCETTO DI PROGRESSO

Il concetto di progresso quale possiamo elaborare noi, uomini del XXI secolo, si differenzia non poco dalle concezioni cui ho fatto cenno nella mia rapida e troppo schematica rassegna. E' vero che esso fa proprio lo spirito antitradizionalista e anticonformista del migliore illuminismo; è vero che esso dà un posto molto largo, nel quadro dei progresso generale, a quell'aspetto di esso che è il progresso tecnico e scientifico, su cui ha insistito il positivismo; è vero, infine, che esso fa proprio il carattere dialettico che la nozione di progresso riveste nell'idealismo hegeliano, ma è altresì vero che il concetto che ho elaborato tende ad essere assai più critico, e più prudente.
Anzitutto le tre direzioni in cui il progresso si articola (economico-sociale; tecnico-scientifica; morale-culturale in senso lato), non vengono astrattamente identificate, ma riconosciute nel loro intreccio, nei loro reciproci rapporti, che non sempre sono rapporti di coincidenza. L'unità del progresso infatti è una unità non compatta e "monolitica", ma profondamente differenziata nel suo interno. In secondo luogo si respinge il mito di un progresso avanzante con regolarità e sicurezza lungo binari prestabiliti.
Ho usato poco più sopra il termine: prudente. Ma si badi: prudente non vuoi dire incerto, dubbioso. Oggi, anzi, contro ogni forma di pessimismo irrazionalista, bisogna energicamente affermare la realtà del progredire umano, progredire che non è di natura soltanto "materiale", ma anche culturale e morale. Certo vi è oggi un grave, pericoloso squilibrio tra il progresso tecnico-scientifico e il progresso sociale e spirituale, il primo di gran lunga più rapido e sviluppato del secondo (se il progresso sociale e morale fosse ovunque avanzato quanto quello tecnico e scientifico, non vi sarebbe pericolo che i mezzi di cui dispone la civiltà venissero impiegati per distruggere la civiltà stessa); è un fatto però che in quegli organismi nazionali che si sono profondamente rinnovati, il progresso tende ad essere progresso umano totale, e a realizzarsi su tutti i fronti.
Verso la fine dell'Ottocento, Antonio LABRIOLA, con la sua "verve" abituale diceva...

"Quando noi affermiamo che siamo civilmente progrediti sugli uomini degli altri tempi... intendiamo per esempio dire che non vi sono più schiavi, che gli uomini sono tutti uguali davanti alle leggi, che le mogli non si comprano, che i figli non si vendono, che i preti non hanno diritto di mandarvi in Paradiso a loro arbitrio e così via, sino al fatto che la coscienza del progresso è diventata fede in esso e di fede proposito".

Oggi potrei aggiungere qualcosa, anzi molto, a convalida di queste parole; oggi anche una persona di modesta cultura non potrebbe che sorridere dinanzi all'ingenuità di un filosofo pessimista e antistoricista come SCHOPENHAUER, il quale paragonava il corso della storia - suo dire arbitrario e casuale - a quei bizzarri arabeschi che una giornata di gelo ricama sui vetri delle nostre finestre!
Al tempo stesso però è anche tramontata o sta tramontando, fra le aspre esperienze del nostro tempo, la dogmatica certezza in un infallibile destino progressivo dell'umanità. Il progresso non è assicurato contro i rischi; non è pregarantito; non c'è un "fatale andare delle cose", una marcia irreversibile della storia verso traguardi di civiltà sempre più alti e verso forme di libertà sempre più complete. Le "magnifiche sorti dell'umana gente", su cui amaramente ironizzava Leopardi, non hanno nessuna copertura metafisica; non hanno, a loro conforto, nessuna garanzia assoluta. C'é da dire anzi che questo modo di intendere il progresso nasconde sotto la scorza laica un residuo nocciolo teologico. "Mutatis mutandis", esso richiama alla mente la vecchia idea della Divina Provvidenza i cui piani si realizzerebbero infallibilmente nella storia.
Oggi abbiamo dinanzi a noi possibilità grandissime di progresso in tutti i campì (si pensi solo alle nuove immense fonti di energia utilizzabili a fini di pace), ma queste possibilità, affinché non rimangano mere possibilità, dobbiamo sfruttarle, tradurle in atto. E ciò esclude per l'appunto la concezione di un progresso automatico, che si compia sicuramente e quasi da sé; concezione che oltre ad essere illusoria, facilmente induce con la sua morale rassicurante alla passività e al quietismo. (Chi ha vivo invece il senso della "problematicità" del progresso, ed è ben consapevole che quest'ultimo non è un regalo della storia, è sempre pronto a tendere e a mobilitare le proprie energie).
Anche la tesi di un avvento inevitabile, fatale del socialismo appartiene ad un marxismo dogmatico, ad un falso marxismo. Noi sappiamo che la vittoria del socialismo è possibile solo se alla crisi interna del capitalismo si aggiunge l'impegno sociale, l'azione cosciente e organizzata della classe operaia e dei lavoratori.


EMANCIPAZIONE E AUTODISTRUZIONE

Richard CROSMANN, un laburista "neo-fabiano" inglese, aveva scritto...

"Non v'è progresso o miglioramento automatico.., vi è una quasi automatica accumulazione di conoscenze e di potere, e di questa accumulazione possiamo servirci sia per l'auto-emancipazione, sia per l'auto-distruzione".

Autodistruzione per me infatti è sempre un termine di moda. Mi ricordo delle esplosioni alle isole Marshall (oggi in Corea, in Iran e chissà dove altro ancora), che mi avevano messo brutalmente di fronte al pericolo, non solo di non andare avanti, ma di tornare indietro; di regredire paurosamente, di distruggere tutto quanto si è costruito in secoli di lavoro e di conquiste, e insieme di distruggere noi stessi, dell'una e dell'altra parte politica. I piccoli "soli" artificiali di Bikini "avevano" dato il colpo di grazia al mito di un Progresso necessario e inarrestabile.
Queste considerazioni debbono indurre alla sfiducia, allo scoraggiamento?
No, esse sono tali soltanto da disperdere ottimismi gratuiti e pericolosi e da porre in primo piano il problema della responsabilità e dell'impegno di ciascuno. Se non è vero che la Storia lavora per noi (la storia con la S maiuscola non esiste), tocca a noi lavorare per fare la storia. Nostro compito fondamentale è quello di conquistare il progresso su un fronte unitario, di eliminare i pericolosi squilibri esistenti tra i vari aspetti di esso, di difendere la civiltà e di farla avanzare. E' dalla nostra iniziativa, quindi, dalla nostra scelta che dipende l'avvenire dell'umanità.


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Ispirandosi alla nota battuta di Einstein... "Non so come si combatterà la terza guerra mondiale; posso però predire quali saranno le armi in uso nella quarta: i bastoni"..., il caricaturista inglese Vicky ha disegnato una vignetta (che non posso qui riprodurre), in cui si mostra la riscoperta della polvere da sparo (gun powder) da parte dei superstiti della guerra termenucleare ritornati allo stato di cavernicoli.


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Il celebre "Balle Excelsior", fu rappresentato al Teatro della Scala di Milano, nel 1881.
Era l'epoca in cui l'entusiasmo per le conquiste della tecnica e della scienza arrivava fino all'infatuazione e all'esaltazione retorica, ripercuotendosi anche nella letteratura e nel teatro.
Il "Balle Excelsior", tipico documento di questo stato d'animo, era costituito da una serie di quadri coreografici in cui si celebravano, con ditirambi al Progresso, il traforo del Moncenisio, l'introduzione della luce elettrica, la navigazione oceanica a motore, ecc.
Qualche anno prima, il Carducci aveva contrapposto all'oscurantismo clericale la figura di Satana, in cui simboleggiava lo spregiudicato dinamismo del progresso.




Conclusione: Le innovazioni tecnologiche stanno ponendo una pericolosa ipoteca sulle sorti del pianeta....



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