mercoledì 30 settembre 2009

* CADUTA DEI CAPELLI (Hair loss) - CHE FARE?

  

Normalmente si perdono ogni giorno fino a 100 capelli, ma ne ricrescono altrettanti.
Si parla di caduta dei capelli quando il numero di quelli persi è molto maggiore e si protrae per un lungo periodo di tempo.
Nelle donne può essere causata da un'alterazione ormonale, per esempio durante la menopausa oppure in seguito al parto.
Anche elementi tossici (tallio, piombo o arsenico), medicinali (chemioterapici), micosi del cuoio capelluto, disfunzioni tiroidee, malattie infettive o stress possono provocare una perdita di capelli esagerata, che si riduce spontaneamente col tempo.
La calvizie ereditaria negli uomini, invece, non può essere arrestata; ciò è dovuto al fatto che la radice dei capelli è molto sensibile agli ormoni sessuali maschili.

La medicina naturale offre, comunque, vari rimedi per irrobustire i capelli e frenarne la caduta.

Una cura esagerata del capello può provocare la caduta.


CHE FARE?

Lavate il cuoio capelluto e i capelli possibilmente con uno shampoo non aggressivo ed evitate di asciugarli con aria troppo calda.
La caduta dei capelli può anche essere una reazione a permanenti, a frequenti colorazioni oppure ad acconciature che stressano i capelli, come una coda di cavallo troppo stretta.
Seguite una dieta alimentare equilibrata (ricca di frutta, di verdura e di prodotti integrali), poiché anche la mancanza di vitamine e oligoelementi (ferro e zinco) può provocare la caduta dei capelli.
Se essa è eccessiva è consigliabile consultare il medico perché possa identificare la causa del problema spesso in una disfunzione ormonale o in una malattia organica.


Sostanze che favoriscono la crescita dei capelli

Gelatina, biotine; acidi pantoteici e vitamine del gruppo B sono sostanze che stimolano la crescita dei capelli. Chiedete al vostro farmacista di fiducia preparati a base di queste sostanze.


Massaggi per stimolare l'irrorazione sanguigna del cuoio capelluto.

Un massaggio quotidiano del cuoio capelluto effettuato con la punta delle dita stimola l'irrorazione sanguigna e favorisce l'assimilazione delle sostanze nutritive da parte delle radici dei capelli. Per aumentarne l'effetto utilizzate una lozione a base di estratto di rosmarino, di ortica o di radice di lappola.


Essenza di tea tree per capelli forti e sani

L'olio essenziale di tea tree è un ottimo rimedio per frenare la caduta dei capelli. Massaggiate ogni giorno il cuoio capelluto con alcune gocce diluite, per esempio con olio d'oliva caldo, o aggiunte allo shampoo.
L'essenza di tea tree fortifica i capelli e il cuoio capelluto, normalizza i grassi nei capelli e apporta la giusta quantità di umidità.


RIMEDI OMEOPATICI

Assumete 3 volte al giorno 6 globuli del rimedio più indicato per i vostri disturbi:

* Acidum phosphoricum D6 per capelli bianchi precoci a causa di dispiaceri, preoccupazioni o stanchezza.

* Alumina D6 per capelli secchi, forfora e prurito.

* Natrium muriaticum D6 durante periodi di sbalzi ormonali (menopausa o allattamento).

* Sulfur D6 per eruzioni e pruriti del cuoio capelluto, pelle grassa e capelli stopposi.

* Graphites D6 per pruriti intensi, forfora e predisposizione a ingrassare.


TISANE MEDICINALI


Tisane di foglie di ortica o di equiseto contengono molto acido silicico, importante per la crescita dei capelli.
Versate 1/4 di litro d'acqua bollente su 2 cucchiaini di erbe e filtrate dopo 10 minuti.
Bevete 1 tazza di tisana preparata al momento 3 volte al giorno.


COSMESI NATURALE

* Lozione per la crescita dei capelli

50 g di foglie di rosmarino
50 g di radice di ortica
Versate sulle erbe 1 litro d'alcol al 40% e lasciate riposare per 8-10 giorni in un luogo caldo, poi filtrate.

30 g di radice di lappola
Lasciate la radice a bagno in 1 litro d'acqua fredda per 10-12 ore, portate a ebollizione e filtrate.
Aggiungetevi 1 cucchiaio di alcol al 90% (farmacia).


RIMEDI CASALINGHI


* Frizioni con la birra

La birra è un ottimo rimedio casalingo per la salute dei capelli.
Per capelli sani e lucenti ne è sufficiente 0,2 litri.
Dopo lo shampoo massaggiate il cuoio capelluto con 0,1 litro di birra e lasciate agire per circa 15 minuti.
Poi sciacquate.
Infine, frizionate con la birra restante.
L'odore scomparirà in breve tempo.



LA CIPOLLA STIMOLA LA CRESCITA DEI CAPELLI



La medicina naturale considera la cipolla un rimedio efficace e largamente sperimentato per stimolare la crescita dei capelli.
Essa, infatti, contiene molto zolfo, di cui è ricca la cheratina, una delle sostanze responsabili della crescita dei capelli.

Tagliate una cipolla a metà e massaggiate con essa il cuoio capelluto.
Prima di lavarvi i capelli con lo shampoo lasciate agire la cipolla per 10-15 minuti.





CONSIGLIO UTILE

Prima di coricarvi, 2 volte a settimana, massaggiate il cuoio capelluto con 10 cucchiai di rum, 5 di olio d'oliva e un tuorlo d'uovo.
Al mattino lavate i capelli.
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HUGO VAN DER GOES (1420 - 1482) Pittore fiammingo

     
Ritratto di un uomo - Portrait of a Man (1475)
HUGO VAN DER GOES - Pittore fiammingo
Metropolitan Museum of Art - New York

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Hugo van der Goes risulta essere nato a Gand intorno al 1420.

Incerte sono le notizie relative alla sua formazione artistica, i suoi lavori dimostrano comunque una profonda conoscenza di maestri come Robert Campin, Van Eyck, Rogier van der Weyden e Justus di Gand.

Il 5 maggio ho trovato che è iscritto alla Corporazione dei pittori di quella città.

Si interessò a svariate attività come si usava allora fra gli artisti: dipinse lo scudo papale sulle porte civiche e le vetrate della chiesa di San Giovanni.

Nel 1486 fu convocato a Bruges insieme a Hans Memling e Dierick Bouts per collaborare all'opera di decorazione in occasione del matrimonio tra Carlo il Temerario e Margherita di York.

Ricevette una commissione simile nel 1472 per la "Joyeuses entré"» della coppia ducale a Gand.

Divenuto Van der Goes decano della Corporazione dei pittori, nel 1473 Tommaso Portinari, ricco mercante fiorentino che viveva a Bruges, gli commissionò una grande pala d'altare per la chiesa di Santa Maria Nuova a Firenze.

Nella primavera del 1476 Hugo decise di lasciare la sua bottega per ritirarsi come "frater conversus" nel convento agostiniano di Rode Klooster, vicino Bruxelles.

Nonostante il voto monastico egli godette di privilegi speciali che gli permisero di continuare a viaggiare, tanto che nel 1480 si recò a Louvain per valutare una tavola che Dierick Bouts aveva lasciata incompiuta alla sua morte.

A Rode ricevette la visita di alcune persone di alto rango sue ammiratrici, incluso il futuro imperatore Massimiliano I.

Tra gli ultimi lavori dipinti nel monastero ricordiamo: la MORTE DELLA VERGINE (Bruges, Groeningemuseum) e l'ADORAZIONE DEI PASTORI (Staatliche Museen).

Secondo le notizie riportate da Gaspar Ofhuys, cronista del capitolo, pare che negli ultimi anni della sua vita Hugo van der Goes soffrì di gravi crisi depressive fino alla morte nel 1482.


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TRITTICO PORTINARI (1475 circa) Hugo Van Der Goes

La Compagnia di Gesù (The Society of Jesus) - Gesuiti celebri - Ignazio di Loyola


Gesuiti celebri
IGNAZIO DI LOYOLA



Avendo già parlato di San Roberto Bellarmino, nelle mie prossime opinioni traccerò alcuni profili di altri gesuiti celebri. Descriverò la figura e narrerò le sublimi gesta..., ciò non significa scrivere una storia della Compagnia di Gesù, ma, piuttosto, organizzare un modesto tentativo inteso a meglio far conoscere due cose: una in modo immediato, e cioè la fisionomia storica e morale di quei personaggi..., l'altra, in modo mediato, vale a dire i caratteri sostanziali del gesuitismo. A tale scopo credo sia bene premettere alcune notizie e considerazioni le quali permetteranno a chi legge di cogliere più facilmente, nei rapporti che seguiranno, il disegno fondamentale che li caratterizza.






L'AMMISSIONE DI UN PADRE GESUITA

Il padre gesuita Chagnon, canadese, una volta professore di etica naturale e di sociologia alla Pontificia Università in Roma, diceva...

"La grande sventura della Chiesa dirigente é stata quella, poco dopo la fine delle persecuzioni dei primi quattro secoli, d'esser trasportata, come Gesù da Satana, sulla cima di un monte ove, in basso, le furono additati e offerti i regni della terra. L'alto clero rimase abbagliato..., e scelse questa via, non accorgendosi che non si possono servire due padroni".

E aggiungeva...

"Era effettivamente un bivio..., e la Chiesa dirigente, invece di seguire il Vangelo, preferì avere uno Stato, una monarchia politica, eserciti, ricchezze..., insomma, il dominio della terra. E benché, a partire dal 20 settembre 1870 - quando Roma venne conquistata dalle truppe italiane - abbia perduto alcune tra le caratteristiche esteriori del potere politico, oggi ne conserva tuttavia, in maniera forse accresciuta e anche più efficace perchè meno ostensibile, l'intima sostanza".

La tattica dell'alto clero è stata sempre quella dell'assolutismo, esercitato sulle coscienze mediante la suggestione religiosa..., sui corpi mediante la forza. L'uno e l'altro mezzo furono e sono adoperati, quando è possibile, contemporaneamente..., il secondo nel caso che le circostanze storiche lo permettano.
Ecco i motivi per cui, nei secoli trascorsi, e anche oggi, gli uomini si sono distaccati e si distaccano da Roma, e la gente non li ama come vorrebbe.
In questo panorama storicamente vero, rientra come fattore di massima importanza la Compagnia di Gesù, che ne riassume, in misura ancor maggiore, le caratteristiche: le quali, piuttosto che la conquista degli spiriti al Vangelo, riguardano finalità d'ordine economico e politico interessanti i circoli preposti, nel mondo, a dirigere le questioni cattoliche.
Tali cose non rappresentano un mistero: e i gesuiti, primi tra gli altri, ne hanno coscienza.


Ignazio di Loyola (1491-1556) creò, unitamente ad alcuni suoi seguaci, un Ordine religioso di carattere quasi militare, simile alle "compagnie di ventura" di quel tempo (onde il nome caratteristico che, tra le altre organizzazioni religiose, lo distingue), al servizio, in tutto e per tutto, della Santa Sede: cioè del Papato, i cui interessi economici e politici, specialmente nell'Europa del nord e anche nella Germania orientale e meridionale, erano, in quel secolo, scossi dalle fondamenta dal luteranesimo avanzante.


AL SERVIZIO DI UNA CHIESA GERARCHICA

Tutti, ad esempio, sanno benissimo che, in ordine agli effetti accennati e al generale modo di condursi della Compagnia, questa obbliga i suoi 'professi' (cioè, quei gesuiti che ne formano il nucleo essenziale) a emettere un 'voto' speciale di "obbedienza al Papa": cosa che le altre famiglie religiose non fanno.
Del resto, il padre H. Boehmer, nel suo libro "Die Jesuiten" (II edizione, Berlino, 1918, n. 27) osserva che...

"Il nuovo Ordine si chiama "Compagnia di Gesù", e avrebbe potuto ugualmente bene chiamarsi "Compagnia del Papa" perché si è obbligato con voto speciale a un'ubbidienza militare e incondizionata al Pontefice, come a Vicario di Gesù Cristo".

Sempre in merito allo stesso oggetto, Ignazio de Lodola diceva sovente ai suoi...

"Se il Papa mi comandasse di andare sopra una nave senza timone, senz'alberi, senza vele e senza remi, e senza qualsiasi altra armatura, io ubbidirei subito lietamente". (P. Ribadeneira, "Vita Ignatii Loyolae, lib. 5, can. 4).

Tutto ciò, evidentemente, è indice di un asservimento agli interessi dell'ecclesiasticismo dirigente, che rasenta addirittura il fanatismo, la passione cieca. Che le cose stiano proprio così lo rileviamo da altri fatti.
Ignazio scrisse, ad esempio, le "Regole per sentire con la Chiesa", le quali ancora oggi vigono come "norma freschissima" per tutti i gesuiti.
Eccone qui un saggio...

"La prima regola è che, deposto ogni giudizio proprio, dobbiamo tener l'animo preparato e pronto a obbedire in tutte le cose alle vera Sposa di Cristo Signor nostro, la quale è la nostra Santa Madre, la Chiesa gerarchica".

Perciò, secondo Ignazio, la "vera sposa di Cristo" non è il "Corpo mistico", il complesso delle anime amiche di Gesù, ma la "Chiesa gerarchica", cioè, più semplicemente, il Vaticano.
Ed ecco la "Regola tredicesima"...

"Onde essere nel vero in tutte le cose, dobbiamo credere che quello che io vedo bianco è nero se la Chiesa gerarchica così lo definisce".

Né più, né meno.

In ordine a questa psicologia, e al conseguente modo di procedere, gli uomini della Compagna hanno volentieri assunto, nei tempi, il ruolo tipico e la fisionomia particolare di "lance spezzate", di "commandos", al servizio dei circoli ecclesiastici più reazionari. Certamente, le accuse rivolte nei secoli contro l'Ordine sono state talvolta esagerate e perciò ingiuste. Ma è un fatto indiscutibile che la Compagnia è stata ed è tuttora la rappresentante dottrinaria e religiosa dell'immobilismo sociale, dello "status quo", del "queta non movére », dell'opposizione ad ogni tentativo di ribellione degli oppressi.
Del resto, questo spirito della Compagnia, amorevole soprattutto verso i grandi della terra, lo troviamo prescritto a tutto l'Ordine da Ignazio stesso.
Egli, infatti, dice...

" ... si deve ritenere che l'aiuto spirituale, dato alle persone altolocate e pubbliche (come pure ai principi temporali, ai signori e ai magistrati, ai giudici, ai superiori ecclesiastici) e agli uomini che si distinguono per fama e per scienza, sono di valore più alto...". ("Constitutiones", parte VII, capitolo 2, D).

Secondo questo piano e ordine di intenti, come in succinto ho cercato di delineare, operarono quei gesuiti - ad esempio: Ignazio de Loyola, Roberto Bellarmino, Canisio, Borgia, Aquaviva, e via dicendo - di cui mi appresto a tracciare il 'profilo'.
Di certo, essi, come altri innumerevoli meno celebri di loro, fecero anche del bene. Ma ognuno rivela una fisionomia la quale, se è varia negli aspetti particolari, corrisponde, nella sostanza, agli scopi che la Compagnia intendeva e intende conseguire, e a questi scopi erano comunque subordinate le virtù personali.


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GESUITI CELEBRI - San ROBERTO BELLARMINO

GESUITI CELEBRI - FRANCISCO SUÀREZ

GESUITI CELEBRI - JUAN MARIANA

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TRITTICO PORTINARI (Triptych Portinari) Hugo Van Der Goes

TRITTICO PORTINARI (1475 circa)
Hugo Van Der Goes (1440 circa - 1482)
Pittore fiammingo del Cinquecento
GALLERIA DEGLI UFFIZI - FIRENZE
Tavola cm. 253 x 586 in totale
cm. 253 x 304 parte centrale
cm. 253 x 141 parti laterali

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Pixel 2550 x 950 - Mb 1,07


Il trittico, di imponenti dimensioni, è composto da uno scomparto centrale con la Natività con angeli e pastori e da due ali laterali in cui sono ritratti i membri della famiglia Portinari con i loro santi titolari.

Nella scena principale la Vergine, che costituisce il fulcro della scena, è circondata da ogni lato da figure in atto di adorare il Bambino.

A sinistra il vecchio San Giuseppe, al centro e in alto gruppi di angeli, a destra un gruppo di pastori resi con incredibile realismo nei loro poveri indumenti e nei loro umili attrezzi da lavoro.

Queste figure hanno volti intensamente espressivi, che uniscono sentimenti di meraviglia e di timore.

L'osservazione dei particolari minuti, la grande capacità nella resa dei dettagli, dovettero colpire profondamente i pittori fiorentini della seconda metà del Quattrocento che studiarono con attenzione la grande pala d'altare nella chiesa di Sant'Egidio.

Fra gli artisti che rimasero più impressionati vi fu senza dubbio Domenico Ghirlandaio, il quale ripropose un analogo gruppo di pastori nella sua "Adorazione" eseguita nel 1485 per l'altare della cappella Sassetti in Santa Trinità a Firenze.

Il gusto della attenta descrizione di stoffe, gioielli, elementi naturali, ritorna nei pannelli laterali e negli oggetti disposti nel primo piano della Natività: lo zoccolo, la fascina di paglia, il vaso in maiolica e quello in vetro, pieni di fiori che alludono probabilmente a simbologie oggi per noi incomprensibili.

Da notare che le figure dei committenti rispettano delle proporzioni gerarchiche, sono cioè raffigurati in scala minore rispetto alle grandi figure dei santi che li accompagnano.


L'OPERA

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Il grande trittico fu eseguito intorno al 1475 da Hugo van der Goes nella città di Bruges, su commissione di Tommaso Portinari, agente del banco mediceo nelle Fiandre.

Nel 1483 esso fu trasportato a Firenze e collocato sull'altare maggiore della chiesa di Sant'Egidio.

È pervenuto alla Galleria degli Uffizi nel 1900.


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HUGO VAN DER GOES (1420 - 1482) - Vita e opere


martedì 29 settembre 2009

IL CIARLATANO (The charlatan) - Pietro Longhi


IL CIARLATANO (1757)
Pietro Longhi (1702 - 1785)
Pittore italiano del XVIII secolo
Ca' Rezzonico a Venezia
Olio su tela cm. 63 x 50


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Pixel 1780 x 2250 - Mb 1,96


Il dipinto raffigura un ciarlatano che, dall'alto di un tavolo, affascina con la sua parlantina un gruppo di donne.

Alle sue spalle un teatrino di marionette, spettacolo assai diffuso a Venezia nel Settecento.

In primo piano due nobili sono vestiti in maschera, con abiti fedeli alla moda carnevalesca dell'epoca.

Quest'opera fa parte di un'ampia serie dedicata dal Longhi alle feste in maschera e agli spettacoli allestiti per le strade (soprattutto sotto i portici di Palazzo Ducale) da attori, indovini, ciarlatani e chiromanti, un allegro divertimento per l'aristocrazia locale e per gli stranieri in visita a Venezia.

Questo lavoro riflette la tendenza del Longhi nel corso della metà del secolo, di abbandonare la luminosa tavolozza, influenzata da R. Carriera, a favore di toni decisamente bruni, stesi sempre con una rapida pennellata.

È possibile che a determinare questa tendenza siano stati gli echi rembrandtiani giunti a Venezia grazie a Bartolomeo Nazari.


L'opera


Il dipinto è firmato e datato in basso a sinistra: «Longhi Pin.T. 1757».

Appartenuto a Teodoro Correr, passò insieme a tutta la collezione al Museo Correr.

Oggi il quadro si trova al Museo di Ca' Rezzonico, antico palazzo aristocratico, nel 1935 venduto dagli eredi della nobile casata al Comune veneziano, e quindi destinato ad ospitare i capolavori del Settecento veneziano.

Repliche de "Il Ciarlatano" si trovano in alcune Collezioni private.


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Pietro LONGHI (1702 - 1785) Pittore veneziano del Settecento

CACCIA ALL'ANATRA (1760) - Pietro Longhi


Pietro LONGHI (1702 - 1785) Pittore veneziano del Settecento

      
Pietro LONGHI (1702 - 1785)
Pittore veneziano del Settecento



Pietro Falca, poi detto Longhi, nacque a Venezia nel 1702, e si dedicò alle arti spinto dal padre Alessandro, famoso argentiere.

Il nome dell'artista appare menzionato per la prima volta in un documento del 1732, dove è citato come autore della pala d'altare "San Pellegrino condannato al supplizio" per la chiesa di San Pellegrino.

Il 27 settembre del 1732 sposò Caterina Maria Ricci e dal matrimonio nacque il figlio Alessandro, anch'egli pittore nonché primo biografo dell'artista.

Il nome di Pietro Longhi è citato nella Fraglia dei pittori di Venezia dal 1737 al 1773.

La sua attività si svolse costantemente al servizio della prestigiosa committenza locale: i Segredo, i Grimani, i Michiel e i Pisani.

Questi ultimi lo chiamarono nel 1763 a dirigere la neo Accademia del Disegno ed Incisione.

Dalle fonti son riuscito a sapere che il Longhi morì "dal mal di petto" nel 1785.

Pietro Longhi fu il massimo rappresentante della pittura veneziana del XVIII secolo.

Dopo una fase giovanile dedicata dapprima alla pittura sacra e poi a quella di storia sotto la guida del suo maestro Antonio Balestra, verso la fine degli anni Quaranta del Settecento egli divenne, insieme al Guardi, il più lucido e fedele cronista del suo tempo.

Egli seppe illustrare con disincantata ironia alcuni aspetti più interessanti della vita veneziana.

Fu particolarmente ammirato dai suoi contemporanei, molti dei quali ebbero con lui un ottimo rapporto..., fra questi voglio qui ricordare Carlo Goldoni che nel 1750, in occasione delle nozze Grimani-Contarini, gli dedicò un sonetto, e gli riconobbe la capacità di "descrivere i caratteri e le passioni degli uomini".

La sua fama giunse fino all'estero, soprattutto in Francia dove, paragonato a Watteau, godette dei favori del celebre collezionista Mariette.


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IL CIARLATANO (1757) Pietro Longhi

CACCIA ALL'ANATRA (1760) - Pietro Longhi
  

MADONNA COL BAMBINO, SANT'ANTONIO ABATE E UN DEVOTO (Virgin and Child with St Anthony the Abbot and a Donor) - Hans MEMLING

MADONNA COL BAMBINO, SANT'ANTONIO ABATE E UN DEVOTO (1472)
Hans MEMLING (1435 circa - 1494)
Pittore fiammingo del XV secolo
NATIONAL GALLERY OF CANADA a OTTAWA
Olio su tela cm. 93 x 55



Un ricco signore, vestito con abiti eleganti foderati di pelliccia e inginocchiato in preghiera, viene presentato da Sant'Antonio Abate alla Vergine e al piccolo Gesù.
Il Santo sembra in atto di proteggere il personaggio in preghiera, e quasi fare scudo con il suo corpo alle avversità che possono giungere alle spalle.
Contemporaneamente indica al suo protetto la giusta via per giungere alla salvezza dell'anima. Sant'Antonio è riconoscibile dai suoi due attributi caratteristici: il bastone da pellegrino e il maialino o cinghiale che spesso lo accompagna (voglio ricordarvi che il Santo è il protettore degli animali).
La Vergine, anche se fisicamente vicina agli altri due personaggi, è in realtà molto distaccata: il pittore ne ha accentuato l'aspetto solenne e ieratico, conferendole la sacralità di un'apparizione.
La veste leggermente staccata dal suolo dà l'impressione che la figura sia priva di peso.
La scena si svolge in un ambiente aperto sul lato destro verso un paesaggio dai toni verdi e azzurri, che si intravede attraverso una finestra ed una porta.
Sulla parete di fondo il geometrico trono ligneo della Vergine è sormontato da un baldacchino di color rosso vivo (che riprende il manto della Madonna), mentre un prezioso tessuto in velluto con motivi a melagrana su bastone ondulato, tipico della seconda metà del Quattrocento, riveste quasi completamente il muro.
Il pavimentò in piastrelle policrome è un elemento ricorrente nelle opere di Memling: si veda ad esempio quello, splendido, nella Annunciazione del Metropolitan Museum.


L'opera

Il dipinto reca la data 1472 sulla parete di fondo della stanza, vicino alla finestra.
L'opera apparve per la prima volta ad una vendita all'asta presso Gsell a Vienna, nel 1872.
Da quel momento entrò a far parte delle collezioni dei principi del Liechtenstein (Vienna e Vaduz).
Fu quindi acquistato dalla National Gallery of Canada nel 1954.
Da notare che quasi certamente la data iscritta non è autografa del pittore, ma più probabilmente è stata ricopiata in epoca posteriore da una data apposta anticamente sulla cornice originale, oggi perduta.



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POLIFONIA (Polyphony) Paul KLEE

 
    
POLIFONIA (1932)
Paul KLEE
Pittore svizzero
KUNSTMUSEUM di BASILEA
Tela cm. 66.5 x 106


Le immagini su temi musicali, come "Polifonia" o "Fuga in rosso", sono tra le testimonianze più essenziali dell'arte di Klee e della sua visione del mondo.
La musica è stata certamente uno dei modelli per l'architettura del Bauhaus data la sua severa esattezza compositiva e strutturale.
Il nuovo senso dello spazio assume un'importanza di primo piano soprattutto nel 1930.
Negli stessi anni emerge in Klee la concezione dei quadri "divisionisti".
Qui non è la costruzione di linee, strisce e superficie che fa scorgere lo spazio, ma la luce.
Piccole gocce di colori diversi tuffano la superficie delle immagini in una luce semovente, dal colore sorge la luce, dalla luce il movimento e dal movimento lo spazio.
Attraverso un trattamento libero degli elementi formali, attraverso l'invenzione di segni che danno forma ad un contenuto essenziale della natura senza riprodurne l'apparenza, Klee arriva al linguaggio dei segni che diviene per lui la chiave della realtà.
Il linguaggio dei segni forma con la tecnica seguita un accordo intimo. Klee usa le tecniche con molta cura: la sua pittura che ad un primo sguardo potrebbe sembrare improvvisata e quasi dilettantesca, è invece eseguita con molta cura, così che l'opera non sia soggetta a deterioramenti o alterazioni.
La rappresentazione visibile della realtà non ancora visibilmente afferrata, fa dell'arte figurativa la chiave ed il mezzo di espressione più importante di una nuova realtà, una visione che può essere nello stesso tempo interpretazione e alla quale il termine "visione del mondo" sembra essere esattamente conforme.

Il dipinto Polifonia è un'opera eseguita da Klee nel 1932.
Attualmente si trova esposto nel Kunstmuseum di Basilea.
Nello stesso museo possiamo trovare molte altre opere di questo artista che appartengono a periodi diversi della sua attività artistica, come per esempio...

"Composizione"... del 1914
"Villa R"... del 1919
" Suono antico"... del 1925
"Ad marginem"... del 1930
"Ad Parnassum"... del 1932
"Agglomerato di baracche"... del 1932
"Notte blu" del 1937
"Canto d'amore sotto la luna nuova"... del 1939.

L'arte non mostra il visibile, ma lo rende visibile

Nel saggio "Schöpferische Konfession" Paul Klee scrive...

"...prima si descrivevano cose che erano visibili sulla terra, che si vedevano volentieri o si sarebbero viste volentieri.
Adesso la realtà delle cose visibili è divulgata, e per generale, assoluta convinzione, il visibile in relazione alla totalità dell'universo è soltanto un esempio isolato ed esistono infinite altre verità latenti più grandi.
Le cose acquistano un senso più ampio, contrastando le esperienze razionali di ieri.
Si mira a rendere il fortuito".

E ancora in una nota del Diario al 17 luglio 1917...

"...Tutta la transitorietà è solo un'allegoria.
Ciò che vediamo è una proposta, una possibilità, un aiuto.
La verità giace prima nel fondo invisibile."


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EOLICO – Paul Klee


lunedì 28 settembre 2009

Sulla natura delle cose (De Rerum Natura) – Tito Lucrezio Caro

Il poeta latino Tito Lucrezio Caro visse fra il 98 e il 55 a.C. (secondo san Girolamo nacque nel 94 a.C.).

Della sua vita sappiamo pochissimo: si ignora il luogo di nascita (che fosse campano è pura ipotesi): una traduzione vuole che egli sia impazzito per un filtro d'amore, e che sia morto suicida a 44 anni, e, sempre secondo San Girolamo, Lucrezio scrisse i suoi versi negli intervalli della follia e infine si uccise, lasciando incompiuta la sua opera, la cui pubblicazione fu curata da Cicerone.

Lucrezio ci ha lasciato un poema in versi, DE RERUM NATURA (Sulla natura delle cose), che introduce in Roma la dottrina del filosofo greco Epicuro (341-270 a.C.), ed è comunque certo che in questi versi non reca tracce di alterazione mentale. Appassionato di questa dottrina, volle additarla come farmaco supremo ai mali umani, dovuti a superstizioni e a falsi timori: nel poema, il filosofo di Samo è celebrato come l'eroico campione della razionalità liberatrice delle coscienze.

In questo poema Lucrezio propone esplicitamente di conquistare agli uomini sicurezza e serenità mostrando, grazie alla conoscenza della "natura delle cose", quanto sia vano e infondato il timore degli dei e della morte. Il valore di esso, perciò, a parte il pregio artistico, è rappresentato dallo studio che Lucrezio si sforza di condurre sulla struttura della realtà vivente, sull'anima, sul pensiero, sugli dei.

Il DE RERUM NATURA comprende in totale 6 libri e si apre con un inno a Venere e si articola in tre parti, ciascuna di due libri:


PRIMA PARTE

- Nel primo libro si afferma che l'universo è un vuoto infinito popolato di atomi infiniti che associandosi, producono vita e morte.

- Nel secondo libro si descrivono le proprietà degli atomi.


SECONDA PARTE

- Nel terzo libro si caratterizza l'anima dell'uomo, di natura corporea e mortale.

- Nel quarto libro si parla di dottrina della conoscenza, basata sui "simulacra" che colpiscono i sensi secondo una meccanica che esclude qualunque finalismo.


TERZA PARTE

- Nel quinto libro si illustra la struttura del firmamento, l'origine e la preistoria dell'umanità, e l'origine della civiltà romana: a tutto ciò gli dei sono per la loro natura totalmente estranei.

- Nel sesto libro ed ultimo libro dell'opera si spiega che nessun fenomeno naturale, per quanto spaventoso, può aver origine soprannaturale: come la terribile e contagiosa peste del 430-429 a.C. che colpì Atene, provenendo dall'Egitto.


Anche dove la materia sembra più arida, si avverte un sentimento appassionato e teso, per cui l'attrazione e la repulsione degli atomi, il "clinamen" (o deviazione dalla normale: sul piano etico, il margine di libertà in un sistema deterministico), l'infinità dei mondi, ecc, sono sentiti come fatti drammatici, o svelati con l'eccitata consapevolezza di chi bandisce una serie di verità aderendo al messaggio liberatore di Epicureo con la mente e col cuore, e, in pari tempo, tentando di soffocare le superstiti istanze del dubbio.

Si può dire perciò che il DE RERUM NATURA rappresenta al tempo stesso la ricerca della serenità umana contro ogni paura e superstizione, e l'esaltazione della potenza e della bellezza della natura. In polemica con ogni forma di superstizione, Lucrezio mostra di avere un profondo culto per il pensiero rischiaratore dell'umanità. Ma Lucrezio raggiunge anche la poesia; non soltanto perché sa darci qua e là degli squarci lirici che si staccano dalla materia scientifica e filosofica (invocazioni, inni, episodi, ecc.), ma proprio perché rivive quella materia con profonda partecipazione: i suoi versi sono sempre animati dall'entusiasmo e dalla gioia di chi lotta contro la paura della morte e degli spettri per la liberazione spirituale dell'uomo.

La poesia di Lucrezio, per il suo palpito umano che racchiude, per l'intima compenetrazione tra pensiero e fantasia, per la grandezza della concezione che fa della natura la protagonista di un dramma cosmico, ha affascinato i lettori di tutti i tempi.


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L'ASCETISMO DEL PIACERE (The asceticism of pleasure) - Epicuro


LA FELICITA' E IL PIACERE - EPICUREISMO

Epicuro

Cicerone, che aveva scritto il libro dei doveri del buon cittadino e dell'uomo per bene (DE OFFICIIS), aveva mostrato di apprezzare, una decina di anni prima della composizione dei trattati di morale, cioè verso il 54 a.C., il poema sulla natura (De rerum natura) di Tito Lucrezio Caro, e anzi, se non era stato il curatore della sua edizione postuma, certo ne aveva visto il manoscritto, ne aveva espresso un giudizio positivo e forse aveva collaborato alla sua pubblicazione. Il poema di Lucrezio è un grande documento di filosofia epicurea, uno dei pochi che ci sia arrivato completo, ricuperato dai nostri umanisti nel XV secolo. Ma poco si sa della vita e della figura di Lucrezio. Fin dall'antichità circolarono sul suo conto misteriose notizie della sua pazzia amorosa, del suo poema scritto negli intervalli di lucidità, della sua morte per suicidio. Queste possono essere leggende e invenzioni calunniose, interessanti per conoscere la tradizione culturale avversa all'epicureismo; ma certamente quasi nulla sappiamo intorno alla vita di Lucrezio, ed è sorprendente che Cicerone, il quale pure discute ampiamente le dottrine epicuree, non menzioni Lucrezio.



Il "De rerum natura" non nasceva come un fungo senza radici nella cultura romana. I greci tentarono di esportare a Roma anche la filosofia epicurea, come avevano fatto con quella stoica, platonica e peripatetica; e anche gli esponenti epicurei, per altro oscuri personaggi come Alceo e Filisco, dovettero subire nel 173 o nel 154 a.C. le conseguenze di uno di quei decreti di espulsione con i quali Roma si difendeva contro la penetrazione intellettuale degli stranieri. Eppure l'epicureismo dovette aver successo a Roma. Cicerone c'informa che i primi trattati di filosofia scritti in latino furono appunto opera di seguaci romani di Epicuro, come quell'Amafinio del quale non sappiamo praticamente nulla, neppure se visse nel II o nel I sec. a.C. Cicerone non è benevolo verso questi epicurei, che pure avevano in qualche modo tentato la sua stessa operazione culturale, cioè la creazione di una letteratura filosofica latina: i loro scritti sono rozzi e facili, le loro dottrine semplicistiche. Ma Cicerone è costretto ad ammettere che la letteratura latina epicurea ebbe una vasta fioritura in Italia e divenne popolare. Non c'erano altri scritti filosofici a disposizione; e poi era una dottrina facile, l'esaltazione del piacere allettava tutti, l'appello alle più grossolane evidenze sensibili sembrava convincente. Tuttavia Cicerone sottolineava che questi epicurei costituivano una sorta di setta, praticavano un culto speciale per Epicuro, che li avrebbe liberati da terrori religiosi, agli occhi di Cicerone non poi così minacciosi.
Ma, accanto all'epicureismo popolare, tanto disprezzato da Cicerone, esisteva a Roma un epicureismo colto e sofisticato. Calpurnio Pisone, console nel 58 a.C., capo di una delle grandi famiglie romane, aveva riunito intorno a sé un circolo epicureo, del quale sono stati ritrovati libri e statue in una villa di Ercolano. In questo ambiente dovette operare Filodemo di Gadara, che era stato discepolo diretto di Zenone di Sidone, capo della scuola epicurea e uno degli ultimi grandi rappresentanti della filosofia epicurea. A Napoli dovette tener scuola epicurea verso la metà del I sec, a.C. Sirone, e forse presso i circoli dell'Italia meridionale passò pure Filanide di Laodicea, al quale veniva attribuita la conversione del re Antioco Epifane all'epicureismo. Del resto lo stesso Cicerone aveva ascoltato con rispetto gli ultimi grandi maestri epicurei ad Atene: Zenone di Sidone e Fedro; e, su sollecitazione di Patrone, del quale si diceva intimo, cercava di salvare la casa di Epicuro dalla speculazione edilizia dei romani. Ma di fatto Patrone è l'ultimo caposcuola epicureo del quale abbiamo notizie: forse Cicerone non riuscì a salvare la scuola epicurea dell'avidità degli affaristi.


CICERONE CRITICO DELL'EPICUREISMO

Non sappiamo quali fossero- i rapporti di Lucrezio con i circoli epicurei romani, anche perché Cicerone, che preferisce citare direttamente le fonti greche della filosofia epicurea, non parla di Lucrezio nelle sue pagine sull'epicureismo. In realtà Cicerone considerava nulla l'originalità dell'epicureismo latino, pur apprezzando l'ingegno e l'arte di Lucrezio. E in ogni caso considerava quella epicurea una filosofia per nulla adatta al mondo romano. Nell'opera Sui beni e sui mali Cicerone rimproverava agli epicurei di non poter dar conto dei grandi protagonisti della storia con la loro filosofia e la loro morale: le grandi imprese pubbliche non hanno giustificazioni per una filosofia essenzialmente privata, che va bene anche per le donne (insinua Cicerone). Una dottrina di questo genere può interessare í greci, ma non i romani. Un romano che intraprenda la carriera pubblica, che voglia adire alle cariche politiche non può abbracciare la morale epicurea: come potrebbe dire in pubblico che il fine unico delle sue azioni è il piacere? Piacere è una parola che non ha dignità, che non ha valore presso chi l'ascolta. E chi si accinge a riscuotere la fiducia del popolo non può neanche dire che agisce non per il piacere immediato, ma per il piacere a lunga scadenza, per l'utile.
In realtà il discorso politico romano è fatto di dovere, equità, valore, fedeltà, rettitudine, onestà, valore dell'autorità, valore del popolo romano, pericoli dello Stato, sacrificio della vita per la patria. Queste son cose che la filosofia peripatetica e quella stoica prendono sul serio; quella epicurea non può prenderle sul serio, perché son cose che non si giustificano sulla base del piacere. Perciò la filosofia epicurea implica una rinuncia alla vita romana o l'adozione dei comportamenti romani solo in mala fede. L'errore fondamentale di Epicuro era stato di aver posto il fondamento della sua morale nel piacere e di aver subordinato a esso anche la virtù: questa, se non è un mezzo per acquistare piacere, diventa una semplice convenzione. Ma per Cicerone i mezzi per acquistare piacere non coprono tutta l'area della morale autentica, e molto spesso ciò che convenzionalmente viene lodato è addirittura contrario alla virtù. Del resto, se la virtù è solo un mezzo per ottenere un certo fine; non la violazione della virtù ha importanza, ma la violazione che può provocare conseguenze spiacevoli e che è scoperta.
La morale epicurea metteva Cicerone di fronte alla sgradevole prospettiva di dover considerare come convenzionale tutta la morale tradizionale, le cose importanti per un romano che credesse in Roma e nei suoi ordinamenti; la morale autentica diventava solo quella che poteva mettere gli uomini in grado di raggiungere il piacere. Cicerone si ribellava a questa prospettiva. L'uomo non è nato per cercare il piacere: se questo fosse vero, non si capirebbero le cose migliori degli uomini, i loro rapporti disinteressati, l'ordine sociale, sarebbero senza senso le loro doti intellettuali e i frutti più belli della loro intelligenza e della loro operosità.


LE DISPUTE SUL PIACERE

Cicerone aveva ragione quando vedeva nella morale di Epicuro la detronizzazione della virtù a vantaggio del piacere. Nella sistemazione storiografica corrente nell'età di Cicerone, una sistemazione almeno parzialmente attendibile, sembrava che Platone e Aristotele avessero fondato una morale capace di equilibrare virtù e piacere, mentre le scuole post-aristoteliche avevano rotto quell'armonia, dando la palma gli stoici alla virtù e gli epicurei al piacere. L'etica aristotelica poteva sembrare la più realistica e giudiziosa: accettava la complessità dei comportamenti umani, la ricca famiglia delle virtù, e si limitava a stabilire una gerarchia di virtù, lasciando posto per tutti. L'etica stoica aveva un aspetto arcigno e rigoristico, muovendo da un concetto assoluto di virtù, senza tener conto che i comportamenti umani sono condizionati anche da beni e circostanze estranei alla virtù.
Gli stoici sembravano aver occhi solo per il sapiente, al quale predicavano un'apposita disciplina di vita, abbandonando gli altri uomini al regno della follia. Ma l'etica stoica era una scienza universale fondata sul riconoscimento di un ordine universale; rispetto alla morale corrente si poneva come una generalizzazione e purificazione delle verità già accettate e praticate: la virtù stoica poteva diventare il nucleo di un ordinamento sociale razionale e universale, nel quale tutti i beni fossero distribuiti in proporzione alla virtù.
Per certi versi l'etica epicurea poteva presentarsi come simmetrica e equivalente all'etica stoica. Anche essa partiva dalla presunzione, di eredità platonico-aristotelica, di essere una scienza; anch'essa rompeva l'equilibrio tra virtù e piacere, anche se in favore del piacere; anch'essa si presentava in partenza come un'etica per pochi. Tuttavia Cicerone, mentre vedeva nello stoicismo le condizioni per interpretare la grandezza di Roma, considerava la morale di Epicuro roba da greci e non da romani. E Cicerone aveva almeno in parte ragione quando coglieva la disimmetria tra stoici e epicurei. Nel momento in cui Epicuro (nato a Samo da coloni ateniesi nel 342/40 a.C., venuto ad Atene nel 322, tornatovi per fondare una scuola, chiamata il Giardino, nel 307 e mortovi nel 270) formulava la propria dottrina, il mondo culturale greco aveva imparato a distinguere e descrivere i comportamenti umani come virtù, piaceri, azioni, produzioni ecc. In realtà questo vocabolario era lo strumento per costruire gerarchie di comportamenti, e la scienza etica, come si era costituita nell'Accademia e nella scuola di Aristotele, si configurava come lo strumento per costruire razionalmente quella gerarchia. Ora, la tradizione platonica, aristotelica e stoica, pur nelle differenze notevoli dei contenuti, non aveva mai messo in dubbio le strutture con le quali si costruiscono le gerarchie, né il primato della virtù sul piacere. Epicuro invece operava proprio questo capovolgimento. Gli aspetti del comportamento umano classificati come piacere passavano per lui al posto più alto della gerarchia, mentre le virtù diventavano soltanto mezzi per l'acquisto del piacere.
Sul piacere avevano disputato a lungo le scuole filosofiche tra il V e il IV sec. a.C. Platone tendeva a considerarlo un'attività incompleta priva di misura, non autoregolata, diremmo noi, legata ai desideri e ai bisogni. Aristotele lo considerava un aspetto delle attività umane che accompagna qualsiasi azione, ma che può essere valutato appunto in riferimento all'azione che accompagna. Per gli Stoici era
una sorta d'inganno dovuto alla mancanza di sapienza e virtù, un legame con cose non essenziali. D'altra parte allo scolaro di Socrate, Aristippo di Cirene, si faceva risalire una scuola che insisteva sulla positività del piacere, che sarebbe movimento lieve, ordinato, armonico, contro gli sconvolgimenti violenti che generano dolore; sicché il saggio deve perseguire appunto il piacere. E perfino nella scuola di Platone l'astronomo e matematico Eudosso di Cnido aveva sostenuto il primato del piacere, unica molla che spinge ad agire uomini e animali.


PIACERE E DOLORE... BENE E MALE

Epicuro si ricollegava a questi indirizzi. Il piacere e il dolore sono l'unico modo in cui l'uomo può percepire il bene e il male, perché l'uomo, come ogni altro essere animato, può percepire solo mancanze di ciò di cui sente il bisogno e stati di soddisfazione. Il presupposto del piacere e del dolore è perciò il desiderio, e ogni soddisfazione di un desiderio provoca un piacere. Ma non tutti i piaceri hanno lo stesso valore: una delle novità dell'etica di Epicuro consisteva proprio nella tesi che i piaceri possono essere valutati in se stessi, senza ricorrere a criteri che presuppongano una gerarchia nella quale il piacere occupa l'ultimo posto. La virtù deve indirizzare gli uomini a coltivare i piaceri più sicuri e duraturi, cioè in primo luogo i piaceri che consistono nella mancanza di dolore. Per evitare dolori, cioè la percezione di uno stato di mancanza, occorre liberarsi da molti desideri, soprattutto da tutti quelli che non sono naturali. In secondo luogo ci si può liberare anche dai desideri naturali ma non necessari; in terzo luogo bisogna coltivare i desideri naturali e necessari, ma sapendo che alcuni sono necessari per il corpo, altri per il mantenimento della tranquillità dell'anima. La morale di Epicuro è un calcolo di piaceri, che insegna la liberazione dai piaceri passeggeri e superflui, la sopportazione dei dolori momentanei o inevitabili per raggiungere alla fine lo stato di tranquillità, che dà la forma più sicura di piacere, cioè l'assenza di dolore. In sostanza la morale di Epicuro finiva con l'essere una liberazione dal piacere, nelle forme illusorie e instabili, per perseguire il piacere forme più sicure.
Il presupposto di questa morale era l'assunzione che gran parte dei piaceri perseguiti dagli uomini sono illusori, ma che di essi è possibile liberarsi, perché i desideri naturali necessari sono pochi e non creano le delusioni da piacere. Ciò vuol dire che gran parte dei piaceri deludenti derivano dalle aspettative degli uomini: gli uomini cioè si attendono soddisfazioni di desideri non naturali (come quelli di vantaggi sociali, ricchezze, ecc.) o di desideri naturali non necessari (come quelli costituiti dal potenziamento dei desideri naturali, la buona tavola, le raffinatezze ecc. ), e dalla delusione di quelle aspettative hanno altrettanti dolori. Bisogna perciò liberarsi soprattutto da quelle aspettative e sopportare anche i dolori necessari per questa operazione.
Per Epicuro l'uomo per natura non ha bisogno dei piaceri derivanti da desideri non naturali: tutta la morale tradizionale, con le sue gerarchie, le sue classificazioni di merito, í suoi segni di riconoscimento diventa una fonte di piaceri illusori, e perciò di dolori, e una falsificazione della natura dell'uomo. L'uomo ha anche bisogni insopprimibili, che gli danno piaceri momentanei e dolori, e deve anche soffrire per procurarsi i mezzi per soddisfare quei bisogni. Ma la morale tradizionale ha privilegiato quel travaglio, ne ha fatto un fine in sé anziché un mezzo, lo ha celato sotto il conferimento di onori e di distinzioni sociali di nessun valore. Il cammino della civiltà, la conquista dei mezzi tecnici per facilitare la vita umana sono eventi difficili e dolorosi; e quando si tenta di occultarne le difficoltà, dando a essi un significato sociale, si moltiplicano le occasioni per avvertire attese deluse, cioè si aumentano le fonti dei dolori.


EPICUREISMO E RELIGIONE

Per certi versi quella di Epicuro poteva sembrare un'etica della liberazione dai beni superflui non molto diversa da quella stoica. Ma, nonostante tutto, l'etica stoica teneva aperta una via di compromesso con la morale tradizionale, con il mondo delle convenzioni sociali e con i suoi valori. Essa si presentava come una morale pura della virtù, cioè come il tentativo di sviluppare e depurare uno dei termini della morale tradizionale, quello che anche la tradizione poneva al vertice della gerarchia. La morale epicurea invece distorceva proprio i concetti fondamentali della gerarchia morale tradizionale: poneva il piacere al primo posto, vedeva nella virtù tradizionale un tentativo non riconosciuto e malaccorto di cercare piacere, e considerava la virtù autentica come la capacità di redigere uno spregiudicato bilancio dei piaceri e dei dolori, per decidere la condotta. L'etica stoica si reggeva sul presupposto di una concezione provvidenzialistica della natura e della divinità, si poneva come lo schema di una convivenza universale ordinata, e procedeva attraverso lo sviluppo sistematico di uno degli aspetti della morale tradizionale.
Epicuro aveva invece simpatia per il naturalismo di Anassagora e degli atomisti: credeva cioè nella sostanziale estraneità della natura agli uomini, e vedeva nella cultura la creazione dei mezzi di sussistenza dell'uomo nella natura, e nella morale una difesa dalla natura e dai mezzi artificiali creati dall'uomo. Di fronte alla morale tradizionale si poneva in posizione critica, ma la scienza morale epicurea riconosceva nella morale comune non una piccola fetta della morale filosofica, magari offuscata, bensì il tradimento della morale autentica, qualcosa da cui bisognava liberarsi. Difficilmente l'epicureismo avrebbe potuto presentarsi come lo schema di una comunità politica universale organizzata. Cicerone aveva ragione, dal suo punto di vista, dicendo che la morale epicurea poteva andar bene per i greci, non per i romani: egli riteneva che i romani fossero investiti di una missione universale, mentre vedeva nella morale di Epicuro una morale per privati. La liberazione predicata da Epicuro non conosce barriere, Epicuro si rivolge a nobili e a schiavi, a sapienti e a donne, ma sempre come a privati che si sottraggono ai pregiudizi della società esistente.
La comunità epicurea assunse caratteri religiosi, fondati sulla venerazione della memoria del maestro.
Eppure la filosofia di Epicuro fu spesso considerata una filosofia atea. Platone nella sua ultima opera, le LEGGI, aveva detto che una forma di ateismo consiste nel credere che gli dei non si occupino del mondo. Proprio questa tesi sosteneva Epicuro: in un mondo casuale, fatto di atomi e di vuoto, gli dei vivono beati negli spazi compresi tra gli infiniti mondi, e non si occupano delle faccende umane. Partendo da questa concezione della divinità Epicuro voleva liberare gli uomini dalla paura degli dei, che è fonte di ansie e speranze illusorie. Negare la provvidenza divina, vedere nel rapporto con la divinità la fonte di paure ingannevoli era quanto bastava per tacciare Epicuro di irreligiosità e di ateismo. Ma Platone, in quel passo delle Leggi, aveva anche parlato dell'ateismo che consiste nel fare degli dei gli esecutori di progetti umani, entità che si comprano con preghiere e sacrifici. Gli dei di Epicuro erano al sicuro da ogni pericolo di corruzione: la religiosità epicurea era una religiosità di liberazione, un'ascesi della serenità, che finiva con l'instaurare un rapporto sereno e rispettoso anche con la divinità. Cicerone ci testimonia che nel mondo romano, guidato da una classe politica ormai spinta verso problemi di scala mondiale, l'epicureismo si era diffuso, attraverso scritti latini rozzi e facili, presso il popolo. Qualcuno ha voluto vedere in questo un segno del carattere democratico dell'epicureismo, che sarebbe stato una sorta di marxismo dell'antichità, uno strumento di liberazione delle classi popolari dalla servitù religiosa. Queste trasposizioni violente non sono mai attendibili, e comunque questa interpretazione è smentita dai documenti a disposizione. L'epicureismo fu uno strumento di liberazione individuale e privata, condotta attraverso la fondazione di piccole comunità di amici; e proprio in queste comunità Cicerone vide un tradimento dello spirito pubblico romano. Il che non toglie che nella tradizione la filosofia epicurea sia stata poi, in altri tempi, utilizzata anche come strumento di demolizione della morale tradizionale con intenti politici; ma è stata anche utilizzata a scopi teologici per la singolare purezza della sua interpretazione della divinità.

Nel contesto più limitato della morale antica l'epicureismo offrì una morale scientifica che non si configurava più come razionalizzazione e generalizzazione della morale corrente, ma si presentava come il capovolgimento di essa. E tuttavia non era un capovolgimento attivo, un mutamento del mondo sociale e delle sue strutture, ma solo una liberazione privata, un accurato rifiuto di tutto il superfluo, una ascesi raffinata e serena dentro il mondo esistente.


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DE OFFICIIS - Cicerone

Sulla natura delle cose (DE RERUM NATURA) – Tito Lucrezio Caro

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domenica 27 settembre 2009

PIETÀ (Piety) Maestro della Pietà di Avignone (Enguerrand Quarton)

PIETÀ (1455 circa)
Maestro della Pietà di Avignone (Enguerrand Quarton)
Pittore francese del XV secolo
MUSEO DEL LOUVRE a PARIGI
Tavola cm. 163 x 218


La Pietà di Villeneuve-les-Avignon è una delle più alte espressioni della pittura medievale francese.

Gran parte della critica vi ha riconosciuto il capolavoro del pittore provenzale Enguerrand Quarton.

Contro un fondo di paese dal cielo dorato si stagliano le cinque figure dalle forme essenziali e disegnate nitidamente.

La severità e la monumentalità della composizione sembrano rimandare all'ambiente italiano, mentre l'intensità delle espressioni dimostra i debiti dell'artista verso la pittura fiamminga.

L'asprezza del tratto e la violenza della luce sono caratteri stilistici tipici della scuola provenzale.


L'opera

Il dipinto proviene dall'Hospice di Villeneuve-les-Avignon e fu donato alla sede attuale nel 1905 dalla Société des Amis du Louvre.

Con quest'opera entrò al Louvre uno dei massimi capolavori dei primitivi francesi.

Il Louvre, fra l'altro, è l'unico museo francese che possa vantare una raccolta organica di questo tipo di dipinti, molti dei quali furono distrutti durante la Rivoluzione francese.

La rivalutazione della pittura medievale francese risale solo all'inizio del nostro secolo.

Fra le opere più importanti conservate al Louvre sono da ricordare i quadri di Foquet e quelli del Maestro di Moulins.


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Enguerrand Quarton (Charreton) MAESTRO DELLA PIETÀ DI AVIGNONE


Enguerrand Quarton (Charreton) MAESTRO DELLA PIETÀ DI AVIGNONE

Enguerrand Quarton (Charreton)
MAESTRO DELLA PIETÀ DI AVIGNONE (1410 - 1466 circa)
Pittore francese del XV secolo


Il Maestro della Pietà di Avignone prende nome dallo splendido dipinto raffigurante il Compianto sul Cristo morto che si trovava a V illeneuve-les-Avignon in Provenza e che oggi è conservato al Louvre.

Un gruppo di opere omogenee per caratteri stilistici e attribuibili con certezza al pittore provenzale Enguerrand Quarton (o Charreton) è stato avvicinato dagli studiosi alla Pietà di Avignone.

La maggior parte della critica oggi crede perciò che l'anonimo maestro provenzale e Enguerrand siano la stessa persona.

Ho trovato alcune informazioni riguardanti la vita, l'attività e gli spostamenti di Quarton.

Egli nacque a Laon intorno al 1410.

Fra il 1441 e il 1466 risulta attivo in Provenza, prima ad Aix, poi ad Arles, infine ad Avignone.

La sua formazione avvenne quasi certamente nella cerchia del Maestro dell'Annunciazione di Aix (probabilmente Barthélemy van Eyck), da cui trasse la forte componente fiamminga e le forme ancora goticheggianti.

Tuttavia l'interesse per le forme piene e tridimensionali e per i giochi della luce ricollegano il pittore alla tradizione italiana e mediterranea più in generale.

La "Madonna della Misericordia" del 1452 (Chantilly, Musée Condé) e ancor più l'Incoronazione della "Vergine degli anni" 1453 - 1454 (Hospice di Villeneuve-les-Avignon) suggeriscono rapporti con la "pittura di luce" toscana, da Domenico Veneziano a Piero della Francesca.

La grande e articolata composizione della "Incoronazione" combina infatti elementi francesi e fiamminghi con una razionalità e una definizione delle forme tutte italiane.


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venerdì 25 settembre 2009

RUGGERO GRIECO

Vi sono militanti rivoluzionari la cui bio­grafia ad un certo momento si identifica to­talmente con il movimento operaio alla cui causa tutto hanno dedicato e sacrificato. Fra questi, in modo eminente, Ruggero Grieco la cui vita, come ha scritto Giorgio Amendola, …”si confonde, senza interruzione, con la storia del movimento operaio italiano, del quale, per quarant'anni, nel lungo arco di tempo che va dalla prima guerra mondiale alla caduta del fascismo, alla fondazione della Repubblica ed alle battaglie per la trasfor­mazione democratica e socialista del paese, egli è stato uno dei massimi protagonisti”.
Una vita esemplare è stata quella di Ruggero Grieco, una vita che lo ha visto, attra­verso un lungo e duro travaglio politico e intellettuale passare dalla prima romantica e volontaristica ribellione - che ha contrad­distinto l'adesione di tanti giovani alla causa e al movimento delle classi oppresse, - ad una coerente e consapevole visione della fun­zione storica della classe operaia, del compi­to nazionale che le compete per risolvere, avanzando verso il socialismo, i problemi di fondo del paese, di tutta la società nazionale. Nel secondo dopoguerra si è venuta affer­mando una immagine di Ruggero Grieco no­tevolmente parziale che ha messo in evidenza soprattutto la sua figura di combattente “per il riscatto dei contadini”, ponendo l'accento sul ruolo primario da lui svolto dopo la Li­berazione, ma trascurando quello più impor­tante di fondatore e di dirigente del Partito comunista. In questa maniera si è però pri­vilegiata una immagine parziale di un rivolu­zionario professionale che pure ha inciso pro­fondamente sulla natura e sugli indirizzi del movimento operaio italiano e del Partito co­munista portando alla loro azione politica un contributo personale e originale di primo piano.

Nato a Foggia il 19 agosto 1893, Ruggero Grieco aderì giovanissimo al movimento socialista, dopo una prima esperienza democratica e mazziniana, aderendo per tutto il primo periodo della sua carriera politica, per reazione all'opportunismo rinunciatario del socialismo tradizionale, alle posizioni estre­miste della “sinistra meridionale” che si venne costituendo attorno al circolo Carlo Marx di Napoli (alla cui fondazione egli par­tecipò nel 1914 insieme ad Amadeo Bordiga) dapprima e poi attorno al Soviet di Bordiga.

Chiamato nel 1919 al posto di segretario della segreteria nazionale del Psi, da questo posto centrale, egli diede un contributo fondamentale alla unificazione delle diverse cor­renti di ‘sinistra’ del partito che si realizzò al convegno di Imola dell'autunno 1920, che rappresentò il primo passo verso la costitu­zione del Partito comunista. A Livorno egli venne eletto nel Comitato centrale e nell'ese­cutivo del nuovo partito assumendo la re­sponsabilità dell'organizzazione. Spetta a lui il merito, nei primissimi anni di vita del par­tito, di aver saputo dare al partito una prima organizzazione nazionale da cui poi, nel gran­de dibattito del 1923-'24 che vide affermarsi la nuova linea sostenuta da Granisci (linea alla quale egli aderì non senza dolorose lace­razioni staccandosi dalle originarie posizioni bordighiane), prese l'avvio lo slancio del par­tito verso una posizione di primo piano ed egemonica in seno alla classe operaia ita­liana. Alla nuova linea egli portò il contri­buto della sua originale e diretta esperienza sui temi agrari e della questione meridionale.

Negli anni che vanno dalle leggi eccezio­nali al primo Patto di unità d'azione con i socialisti, egli partecipa attivamente, nelle condizioni eccezionali di illegalità, allo sforzo per mantenere il partito presente nel paese (svolta del '30) e per affermare la funzione dirigente della classe operaia nella lotta con­tro il fascismo. Negli anni fino al 1937, chia­mato Togliatti alla direzione dell'Internazio­nale comunista, Grieco assume la direzione del Pci prendendo una grande iniziativa uni­taria che rappresenterà la premessa per la politica di unità nazionale realizzata durante la Resistenza e nel dopoguerra. Durante la guerra è a Mosca da dove svolge, attraverso la radio, una efficace opera di propaganda contro la guerra fascista. Tornato in Italia, Grieco si impegna soprattutto con una fun­zione di primissimo piano nelle grandi batta­glie per la terra e per la rinascita del Mez­zogiorno. La morte lo ha colto, prematura­mente, a Massalombarda il 23 luglio 1955 al termine di un vibrante discorso nel quale era tornato a porre con particolare energia l'esigenza di una radicale riforma agraria per annullare gli scompensi nello sviluppo del nostro paese e per avviare la società italiana verso condizioni di esistenza più giuste, mo­derne, civili.

Il maggior contributo teorico di Grieco al movimento operaio e rivoluzionario italia­no, è offerto a proposito della “questione agraria”. Fin dalla sua prima adesione al movimento socialista egli si era attivamente impegnato nell'organizzazione delle lotte con­tadine. Ed è su questo piano che si concreta un incontro fecondo tra Grieco e Gramsci, il cui frutto più maturo sono da una parte le “Tesi sul lavoro contadino nel Mezzogiorno”…, stese da Grieco e approvate nella Conferenza meridionale comunista tenutasi clandestina­mente nei pressi di Bari nel settembre 1926, e, dall'altro, il saggio gramsciano sulla que­stione meridionale. Questo discorso pieno di promesse e di sviluppi venne brutalmente troncato dalle leggi eccezionali fasciste. Grieco lo riprese, dopo una interruzione di venti anni, nell'immediato dopoguerra, quando in­serendosi creativamente nella elaborazione dei nuovi, più avanzati indirizzi del Partito comunista e di tutta la sinistra italiana egli affermò con energia che la via della trasfor­mazione radicale della società italiana era quella segnata da Granisci, quella cioè dell’alleanzatra classe operaia e contadini, la lotta per dare una soluzione democratica, cioè rinnovatrice, alla questione meridionale e alla questione agraria. La sua instancabile attività in questo campo gli dà la fisionomia ormai consacrata di capo del movimento per la riforma agraria, con le cui battaglie, i cui sviluppi politici e organizzativi egli identifi­ca gli ultimi intensi anni della sua vita. Il punto culminante di questa sua battaglia coincise con il congresso costitutivo dell'As­sociazione dei contadini del Mezzogiorno che si tenne a Napoli i19 dicembre 1951.

“Qual­cuno di voi - disse nel suo appassionato discorso - ha detto ieri che qui è come se fosse e parlasse la vera patria. Ci vogliono dei contadini per dire cose così profonde e poetiche assieme. Si, la patria è la terra. Senza la terra non vi è patria, per nessun uomo. Voi custodite la terra dei nostri pa­dri, la amate, ne soffrite le vicende. Voi sie­te le scolte della patria. Difendete la terra, la patria, contro i suoi nemici che sono anche parassiti del lavoro. Difendete la terra dalla guerra che la insanguina e ne distrugge gli uomini e i frutti. Difendete il lavoro dalla distruzione. Non un uomo, non un soldo per la guerra. Salute a tutti gli uomini che lavo­rano su tutte le terre del mondo e lottano per la pace tra i popoli e per la propria li­bertà e la propria indipendenza! Terra, non guerra! Viva l'Associazione dei contadini me­ridionali! Viva la redenzione del Mezzogior­no, ad opera degli operai, dei contadini, dei tecnici e degli intellettuali d'avanguardia”.

Il suo contributo complessivo allo svilup­po del movimento operaio italiano è stato quindi non solo di ordine organizzativo ma anche e soprattutto politico. Egli ha portato in tutti i momenti della sua lunga lotta il rigore che gli veniva dalle prime radicali esperienze, sorrette da una comprensione sempre più profonda della realtà sociale del nostro paese, delle forze motrici fondamen­tali.
Il suo contributo originale, alla teoria e alla prassi comunista, è consistito nella elaborazione di una strategia che trovava il suo punto di forza nella alleanza rivoluzio­naria tra la classe operaia e i contadini, ma che poneva al suo centro anche il problema dei ceti medi e della loro collocazione nel contesto generale dell'avanzata delle masse lavoratrici, di tutto il popolo italiano, verso il socialismo.


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RODOLFO MORANDI

GIUSEPPE MASSARENTI - Le lotte sindacali di Molinella


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