martedì 22 settembre 2009

SCHIAVO D'AMORE (Of Human Bondage) - William Somerset Maugham

SCHIAVO D'AMORE 

William Somerset Maugham



Filippo Carey aveva nove anni quando sua madre morì. Suo padre, un medico ancora giovane e di grande talento, era morto sei mesi prima per setticemia, lasciando alla moglie e al figlio poco più della propria assicurazione sulla vita: un capitaletto di duemila sterline che poteva bastare a mantenere il ragazzo finché fosse in grado di guadagnarsi da vivere. L'unico parente di Filippo era un fratello di suo padre, pastore protestante e vicario di Blackstable, un paesino in riva al mare a sessanta miglia da Londra. Il reverendo Carey aveva più di cinquant'anni ed era sposato a una donna assai mite che non gli aveva dato figlioli e da trent'anni lo serviva con devozione. Era un uomo egoista e gretto e non aveva mai amato il fratello né la cognata; la prospettiva di prendersi in casa il nipotino non gli era gradita, ma non poteva fare diversamente; il piccolo Carey non aveva altri parenti e per di più, nato con un piede deforme, era zoppo. Che avrebbero pensato del vicario a Blackstable, se egli non si fosse preso cura di quel povero bambino? Fu soprattutto questa considerazione che fece accorrere a Londra il reverendo Carey appena fu avvertito che sua cognata era moribonda. Filippo si abituò presto a non manifestare i propri sentimenti: se piangeva ricordando sua madre, lo faceva di nascosto. Ma la signora Carey si accorse un giorno di quelle lacrime segrete e ne fu sconvolta; l'iniziale tenerezza per il nipotino diventò un sentimento assai più forte, che le diede perfino il coraggio di difendere Filippo dalla severità del Reverendo Carey.
Quando il bimbo compì dieci anni, lo zio decise di mandarlo come allievo interno al collegio di Tercanbury, dove tutto il clero dei dintorni mandava i propri figli, perché venissero incoraggiati a prendere gli Ordini Sacri.
Gli anni di collegio furono per Filippo una lunga sofferenza: le beffe crudeli dei compagni, che schernivano il suo penoso zoppicare, lo ridussero a una solitudine quasi completa, che esaurì il suo sistema nervoso e gli rese intollerabile l'ambiente di Tercanbury. Dopo lunghe discussioni con lo zio, riuscì a lasciare il collegio prima di terminarvi gli studi e partì per la Germania: voleva frequentare l'Università di Heidelberg e provare a vivere per un anno da solo, cercando di scoprire le sue vere inclinazioni.

Nell'estate del 1892 Filippo Carey ritornò dalla Germania e all'inizio dell'autunno andò a Londra, per iniziare il suo apprendistato in un ufficio di contabilità. Non ne era certo entusiasta. ma doveva pur provare, visto che in questo modo gli si sarebbe aperta una carriera onorata e ben retribuita. Almeno, così avevano detto lo zio Carey e il legale di famiglia. Ma in capo a tre mesi il ragazzo si rese conto di non progredire affatto e di aver preso in uggia quel lavoro arido e monotono, l'ufficio vecchio e polveroso, i colleghi indifferenti o sprezzanti. A Londra non aveva amici e non conosceva nessuno; la città gli sembrava fredda e ostile. Per la prima volta sentì la umiliazione della povertà: suo zio gli mandava quattordici sterline al mese e con quelle Filippo doveva vivere, perché essendo soltanto un apprendista non aveva diritto a stipendio. Quasi ogni sera guardava dal marciapiede l'entrata dei locali eleganti e dei teatri e invidiava le allegre brigate di giovani che entravano e uscivano.
In agosto Filippo prese la sua grande decisione: sarebbe andato a Parigi per studiare pittura. Fin dai tempi del collegio si era accorto di avere disposizione per il disegno e a Londra aveva trascorso molte ore a contemplare i quadri nei musei, indugiando a lungo davanti ai suoi dipinti preferiti. Aveva letto una quantità di libri su Parigi: tutto gli appariva meraviglioso.
Quando Filippo espose i suoi progetti allo zio si trovò di fronte a una recisa opposizione: non era ancora maggiorenne e non poteva disporre del suo modesto capitale; lui, il vicario, non gli avrebbe dato un soldo per andare a Parigi a studiare pittura.
Fu la tenera zia Luisa a risolvere il problema di Filippo: gli consegnò tutti i suoi risparmi, quasi cento sterline. Pochi giorni dopo la signora Carey accompagnò il nipote alla stazione; aveva gli occhi pieni di lacrime: sentiva che non avrebbe rivisto mai più il suo ragazzo.
A Parigi Filippo prese in affitto una stanzetta nel Quartiere Latino, nei pressi dello studio di pittura che contava di frequentare. Vi si recò il giorno dopo il suo arrivo e si presentò con molto imbarazzo e un'ansia indescrivibile. Sparsi per la stanza, in piedi o seduti davanti ai loro cavalletti, c'erano una dozzina circa di uomini e donne, per lo più giovani. Quasi tutti erano intenti a disegnare o a dipingere. Quando Filippo era entrato gli altri lo avevano guardato con curiosità e la modella, in piedi sulla pedana, gli aveva lanciato un'occhiata indifferente. Filippo si sedette al posto indicatogli da una signora che aveva evidentemente mansioni direttive. Steso un bel foglio nuovo sul cavalletto, il giovane guardò con imbarazzo la modella: non aveva mai visto una donna così poco vestita e doveva compiere uno sforzo per mostrarsi indifferente. Quindici giorni dopo Filippo Carey si sentiva a Parigi come se ci fosse nato. Aveva già degli amici e si recava con loro in un piccolo ristorante molto economico, dove gli studenti di Belle Arti si nutrivano con uguale entusiasmo di carne, formaggio e parole. Tante, tante parole. Gli sembrò meraviglioso avere dei veri compagni, camminare accanto a loro, sostare sotto gli alberi dei grandi viali e discutere di arte fino alle ore piccole della notte. E nessuno che badasse al suo zoppicare; Filippo si sentiva giovane e forte come loro: non era mai stato così felice.

Passò più di un anno e dopo lunghe e penose incertezze Filippo fu costretto ad ammettere che non valeva la pena di continuare a studiare pittura: aveva acquistato una certa agilità di mano e un discreto senso del colore, ma non sarebbe mai stato altro che un mediocre. Bisognava dunque che cercasse altrove la propria strada. A ventun anni non era troppo tardi per ricominciare da capo.
Una lettera del vicario Carey, che lo avvertiva della morte di zia Luisa, gli fece lasciare Parigi da un'ora all'altra: voleva essere presente ai funerali della zia, l'unica persona che dopo la morte di sua madre gli avesse dimostrato un affetto profondo e sincero. Il pensiero che non avrebbe più visto la buona zia Luisa lo addolorò e lo riempì di sgomento. Ebbe per la prima volta la sensazione della brevità della vita e ciò lo spinse a una scelta definitiva per il suo avvenire. Non si rammaricava di essere stato a Parigi: ne era ritornato più maturo; ora era davvero un uomo. A Parigi aveva acquistato la libertà di spirito e di giudizio; aveva imparato a comportarsi in mezzo alla gente con disinvoltura e a crearsi delle amicizie. Adesso non gli era più tanto difficile comunicare con gli altri. L'ultimo giorno di settembre, l'ormai maggiorenne Filippo Carey, portando con sé il suo capitaletto di milleseicento sterline, lasciò Blackstable per stabilirsi a Londra e iscriversi alla facoltà di medicina. Scelse quella di San Luca, presso la quale anche suo padre aveva studiato. Andò ad abitare in una stanza ammobiliata vicinissima all'ospedale. Il primo giorno entrò nell'aula di anatomia con un po' di nervosismo; zoppicava più del solito, perché tentava di correggere la propria andatura e di non farsi notare. Ma comprese subito che non aveva nulla da temere: tutti, professori e alunni, furono gentili con lui.
Filippo si sistemò comodamente nel suo minuscolo alloggio, che adornò con i pochi quadri dipinti a Parigi. Al piano di sopra abitava un altro studente di medicina, del quint'anno: un bel ragazzo, simpaticissimo e sempre allegro, di nome Griffith; uno di quei tipi che hanno la fortuna di piacere a tutti per la loro vivacità e il costante buonumore. Diventò amico di Filippo quando questi si ammalò di influenza...
"Ho sentito che state poco bene e sono venuto a vedere cosa avete"... disse semplicemente, entrando nella stanza. Di fronte al sorriso simpatico del collega la timidezza di Filippo cedette immediatamente. Il giorno dopo si trattavano già come fossero cresciuti insieme.

Un giorno Filippo si recò con un compagno a prendere il tè in un locale senza pretese e notò subito una delle cameriere per il pallore verdognolo della sua pelle delicata. Era anemica, senza dubbio; anche le labbra erano pallide e le piccole mani, a cui evidentemente lei teneva molto, erano bianchissime. Era alta e magra, coi fianchi stretti e il seno da ragazzina.
Filippo osservò come si muoveva lentamente fra i tavoli, quasi fosse seccata a morte di dover servire i clienti. Poco dopo, sentendo una compagna che la chiamava, seppe che il nome di lei era Mildred. Gli parve odiosamente pretenzioso. Tornò alla sala da tè il giorno dopo e per molti giorni ancora: la indifferenza che Mildred gli dimostrava, così contrastante con le gentilezze usate ai pochi clienti che le andavano a genio, indusse il puntiglioso Filippo a rivolgerle la parola. Cercò di essere galante, ma la ragazza lo guardò con alterigia e gli rispose male.
"Non è che una stupida maleducata"... pensò Filippo; il giorno dopo sarebbe andato altrove a prendere il suo tè.
Due giorni dopo si accorse che non poteva togliersi dalla mente il pallido viso della cameriera. Rideva amaramente di sé, si dava dello sciocco, ma, non poteva fare a meno di pensare a lei. Ritornò alla sala da tè. Questa volta fu Mildred a rivolgergli la parola per prima e Filippo si rese conto con furore che diventava rosso per l'emozione.
L'indomani fu inquieto per tutta la mattina: avrebbe voluto andare a far colazione nella sala da tè, ma era certo che Mildred non gli avrebbe parlato. Vi andò nel pomeriggio. Lei era seduta a un tavolino e conversava familiarmente con un cliente: un tedesco che Filippo aveva visto altre volte nel locale.
Era un uomo di aspetto comune, col viso gialliccio e grossi baffi ispidi; doveva raccontarle qualcosa di buffo, perché a un tratto lei si mise a ridere forte. Filippo trovò che quella risata 'era volgare e rabbrividì. Pensò che avrebbe fatto bene a non mettere più piede in quel locale, ma la idea di non rivedere più Mildred gli era insopportabile.
Una settimana dopo invitò la ragazza a teatro; lei accettò con molta degnazione. Prima si recarono a cena in un ristorante di lusso; Filippo non badò a spese, sebbene le sue modeste entrate gli proibissero simili follie.
Filippo notò che a tavola si comportava con affettazione, volendo a ogni costo fare sfoggio di signorilità: teneva il coltello come un portapenne e beveva arrotondando il mignolo.
Dopo lo spettacolo l'accompagnò a casa e poi ritornò lentamente verso la stazione della metropolitana. Si sentiva irritato, inquieto e infelice. Pensava a Mildred: era una donna volgare e ogni sua frase manifestava il vuoto della mente; i suoi modi erano odiosamente affettati e accentuavano la sua volgarità. Non era neanche bella: era troppo magra e quella carnagione malsana non era certo attraente. Ma improvvisamente Filippo fu invaso da un'ondata di commozione. Desiderò pazzamente di prendere fra le braccia quel corpo fragile e sottile, di baciare quelle labbra pallide e quelle guance scolorite. Ne fu atterrito: gli pareva impossibile che proprio a lui, giovane, colto e sensibile, fosse capitata la disgrazia di innamorarsi di Mildred. Questa non era la felicità estatica che aveva pregustato quando sognava l'amore: era una fame dell'anima, un desiderio doloroso, un'angoscia amara e irrimediabile che mai avrebbe immaginato di provare. Filippo non poteva perdonarsi di amare Mildred, eppure non trovava il coraggio di allontanarsi da lei, pur sentendo che mai avrebbe ottenuto il suo affetto. Forse la disgustava, il fatto che fosse zoppo? A questo pensiero si sentiva smarrire, per l'infelicità.
Filippo non riuscì più a studiare: l'amore assorbiva la sua esistenza così intensamente che gli impediva di trovare interesse in qualsiasi altra cosa. Vedeva Mildred ogni giorno, perché passava molte ore del pomeriggio nella sala da tè. Due volte la settimana la invitava a pranzo e a teatro, spendendo più di quanto i suoi mezzi gli permettessero. Offriva alla ragazza molti piccoli doni, e la gratitudine di lei era in esatta proporzione col valore del dono. Ma Filippo era troppo felice quando lei acconsentiva a dargli un bacio per riflettere sui mezzi coi quali otteneva quelle piccole concessioni. Più di una volta aveva pensato di sposarla, ma quel poco di buon senso che gli rimaneva lo faceva indietreggiare davanti a un simile passo. Era ossessionato dal desiderio di lei e capiva che non avrebbe avuto pace finché Mildred non fosse stata sua. Ma Mildred non teneva affatto a lui; si lasciava baciare con ritrosia, con distacco. Una sera fu lei a chiedergli di condurla a cena e Filippo si sentì sommergere da un'ondata di felicità. Andarono in un piccolo ristorante dove erano stati altre volte. Mildred era allegra e insolitamente gentile; lui la fissava estasiato...
"Debbo dirvi una cosa"...disse lei, facendosi improvvisamente seria.
"Avanti"... rispose sorridendo Filippo.
"Sabato prossimo mi sposo. Con Miller, sapete, quel tedesco che avete visto nella sala da tè. Ora guadagna parecchio: sette sterline per settimana. Una bella somma. Mi sono già licenziata".
Filippo si sentì improvvisamente stanchissimo, svuotato di ogni energia. Non trovò nulla da dirle. Non ebbe neppure la forza di accompagnarla a casa: la fece salire in una carrozza e pagò in anticipo il conducente. Cercò di sorriderle, facendole un cenno di saluto.
Nei primi giorni fu tremendo doversi abituare all'idea di averla perduta, poi Filippo cominciò a sentirsi come un serpente che muta la sua pelle. Pensava a Mildred con un senso di collera e di odio per le umiliazioni subite e considerava con disprezzo tutti i difetti di lei, esagerandoli.
Dopo un mese, gli sembrò di essere rinato: ricominciò a frequentare assiduamente le lezioni per prepararsi agli esami; doveva a ogni costo riacquistare il tempo perduto. Ritrovò con gioia gli amici così a lungo abbandonati e se ne fece di nuovi; tra questi, una dolce e cara ragazza, che si innamorò di lui. Ma Filippo non riuscì a ricambiare quel sentimento: gli sembrava di avere il cuore simile a un ramo secco.
Un giorno, tornando dall'ospedale, trovò la padrona di casa sull'uscio, in attesa.
"C'è una signora che vi aspetta, signor Carey"... - disse la donna - "Non avrei dovuto lasciarla entrare, ma sembrava così sconvolta che le ho detto di attendervi".
Era Mildred. Filippo ebbe l'impulso di voltare le spalle e fuggire, ma un gemito di lei lo trattenne.
"Vorrei essere morta"... - singhiozzò - "Non sapevo che Miller fosse già sposato... Ora mi ha piantata e io aspetto un bambino".
Filippo si sentì stringere la gola. Mai l'aveva vista così umile e avvilita. Comprese a un tratto che l'amava appassionatamente come prima, e non aveva mai cessato di amarla.
"Povera creatura!"... mormorò, col cuore pieno dell'amore più forte che avesse mai provato...
"Mi volete ancora bene?"... chiese Mildred, alzando su di lui gli occhi supplichevoli.
"Più che mai e sono felice di potervi aiutare"... disse Filippo.

Mancavano tre mesi alla nascita del bambino e Mildred non aveva un centesimo. Filippo pensò a tutto: trovò per lei una stanza comoda e ben riscaldata e un po' prima del parto provvide a una buona clinica, affidando Mildred alle cure di un medico esperto. Dopo la nascita della piccola Cecilia, Mildred era un po' indebolita e Filippo non esitò a mandare per qualche settimana al mare mamma e bambina, in una pensione modesta, ma fin troppo costosa per i suoi mezzi sempre più limitati. Spendeva senza esitare: mantenere Mildred e la bimba gli dava un senso di felicità e di orgoglio, come a un legittimo marito e padre. Provvide egli stesso ad affidare la piccina a una balia, perché Mildred era ansiosa di liberarsi al più presto dei suoi obblighi materni. Accettava l'aiuto di Filippo come fosse la cosa più naturale del mondo e sembrava decisa a vivere con lui per sempre.
Filippo era così felice che non poté fare a meno di confidarsi con Griffith, l'amico buontempone che non prendeva nulla sul serio, tanto meno l'amore. Griffith fu colpito dall'ardore con cui Filippo parlava del suo futuro insieme con Mildred; l'amico gli sembrava un po' folle. Era mai possibile che una donna così comune diventasse indispensabile come il cibo e l'aria che si respira? Sentì la curiosità di conoscere l'oggetto di una così straordinaria passione e una sera accettò l'invito di Filippo a recarsi a cena con lui e Mildred. Quella sera Griffith era di ottimo umore e in gran forma: aveva finalmente dato il suo ultimo esame e ottenuto la laurea; presto sarebbe partito per una lunga vacanza. Emanava da lui un'allegria comunicativa e Mildred ne fu presto contagiata. Filippo si divertiva a sentirla ridere così allegramente: ora la volgarità di lei non gli dava più fastidio.
Era costantemente in ginocchio davanti a quella donna. Due giorni dopo Mildred confessò a Filippo di essersi innamorata di Griffith e di averlo segretamente "incontrato".
"Non posso farci nulla".... - disse con insolente indifferenza - "Non so che cosa mi ha preso".
Così era finita. Tutto finito ancora una volta e nemmeno lui, Filippo, poteva farci nulla. Non soffriva soltanto per il tradimento di Mildred ma anche per il dolore di essere stato ingannato così crudelmente da Griffith, il suo migliore amico.
Si mise a bere per abbrutirsi: per due sere andò a letto ubriaco. Il terzo giorno andò a casa di Mildred, sperava soltanto di essere ricevuto con bontà. La padrona di casa gli disse che la signora era partita con tutta la sua roba.
Doveva rassegnarsi, anche se quel dolore era atroce da sopportare. Decise di cambiare alloggio, perché non poteva più vedersi in quella casa dove Mildred era stata tante volte. Affittò a prezzo molto basso tre stanze vuote e le ammobiliò con quel poco che aveva, completando l'arredamento con le suppellettili più necessarie. Fece mettere una tappezzeria nella stanza destinata a salotto e appese i suoi quadri alle - pareti: diventò subito una camera accogliente e Filippo vi si sentì a suo agio. Si rimise a sgobbare sui libri e ciò lo aiutò moltissimo a ritrovare un po' di pace. Erano trascorsi circa due anni dalla fuga di Mildred, quando Filippo la incontrò in una via di Londra. Per un attimo il cuore gli si fermò. Non pensava più a lei da molto tempo e ora gli sembrava di vedere un fantasma. La seguì per un tratto di strada: lei camminava lentamente, come se aspettasse qualcuno. Oltrepassò un uomo anziano piuttosto grasso, si fermò ad attenderlo e gli sorrise. L'uomo la fissò un istante, poi voltò la testa e continuò la strada. Allora Filippo comprese il significato di quel lento passeggiare e si sentì mancare le gambe per la sorpresa e l'orrore. Si avvicinò alla donna e la chiamò: lei si volse con un sussulto e rimasero per un attimo a guardarsi senza parlare.
Filippo era pieno di vergogna per lei e ne guardava con orrore le guance troppo dipinte, le sopracciglia annerite, lo sguardo torbido.
Mildred gli raccontò piangendo che il bisogno di mantenere la piccina e se stessa l'aveva condotta fino a quel punto. Filippo l'ascoltava col cuore stretto, ma si -rese conto improvvisamente che provava per lei soltanto una grande pietà. Capì che non l'amava più e fu felice di sentirsi finalmente libero. La guardava gravemente e si chiedeva come aveva potuto lasciarsi travolgere dal1'amore per lei: Poi la compassione fu più forte di ogni ragionamento: le offrì il suo aiuto, la ospitalità nella sua casa per lei e la bambina, facendole chiaramente capire che non desiderava nulla in cambio. Il suo amore ormai era morto. Ma questo rese Mildred pazza di furore: non poteva sopportare che egli non fosse ai suoi piedi come un tempo. Così, dopo due mesi di difficile convivenza, se ne andò con la piccina, senza lasciare una parola. Prima di abbandonare la casa distrusse con furia bestiale tutto ciò che era possibile distruggere: lasciò una rovina e un disordine che erano assai più che un insulto. Disperato, Filippo si chiese il perché di tanto odio, ma non seppe trovare una risposta. La mattina dopo fece venire un rigattiere, che gli offrì tre sterline di tutto ciò che rimaneva, rovinato o meno. Filippo lasciò il suo piccolo appartamento e andò ad abitare vicino all'ospedale. Si accorse che non pensava più a Mildred con ira, ma con un senso di liberazione. Sperava solo di non rivederla mai più.
Qualche anno dopo Filippo Carey si laureò e incominciò a esercitare la professione che già era stata di suo padre. Sposò una ragazza semplice e onesta che lo capiva e l'amava sinceramente. Egli aveva tanto bisogno di amore, ma soprattutto di comprensione e di bontà. Non avrebbe affrontato mai più la solitudine e la tempesta; ne era uscito sano e salvo, ma per nulla al mondo avrebbe voluto sottomettersi ancora a prove così dure. Perché aveva sofferto più di quanto un giovane possa sopportare, ora voleva dare alla sua vita la trama più semplice: lavorare, avere figli, essere amato e rispettato.


UNA PAGINA

"Non sapeva perché l'amasse. Aveva letto delle idealizzazioni che avvengono in amore, ma egli la vedeva esattamente come era: né divertente né intelligente: dotata di una mente volgare e di una furberia altrettanto volgare, che lo disgustava. Nessuna generosità, nessuna dolcezza. Uno scherzo di cattivo genere fatto a una persona in buona fede destava la sua ammirazione; poterla 'fare' a qualcuno le dava soddisfazione sempre. Ricordando la pretesa raffinatezza con la quale mangiava, Filippo si sentì preso da un brivido selvaggio; Mildred non sopportava i termini grossolani e aveva la passione degli eufemismi nella misura consentitale dal suo vocabolario limitato. In ogni cosa sentiva la sconvenienza; non parlava di pantaloni, ma diceva "la parte inferiore dell'abito"; le sembrava indecente soffiarsi il naso, e quando lo faceva sembrava che chiedesse scusa. Era molto anemica e soffriva di dispepsia. Filippo trovava spiacevole il suo seno piatto e i suoi fianchi troppo stretti e detestava la volgarità della sua pettinatura. Odiava e disprezzava se stesso perché l'amava.
Si sentiva smarrito. Era la stessa sensazione che aveva provato a volte in collegio e ricordava il languore delle membra che somigliava quasi a una paralisi. Come se fosse morto. Provava ora la stessa debolezza. Amava quella donna come non aveva mai amato prima. Non gli importava nulla dei suoi difetti. Comunque, non avevano alcun significato per lui. Gli sembrava come se una forza estranea agisse contro la sua volontà, contro il suo interesse; e nella sua smania di libertà esecrava le catene che lo legavano".

(da: Somerset Maugham - Schiavo d'amore - Editore: Adelphi / Narrativa straniera)


COMMENTO ALLA PAGINA

Il ritratto psicologico di Mildred è spietato, ma esatto. La forza della ragione, che è ancora ben viva in Filippo, gli mostra la donna qual è ed egli sembra considerarla con l'occhio del naturalista che contempla uno strano insetto.
Ancora gli sembra incredibile di poter amare una donna simile, ma è costretto ad accettare la realtà; con la stessa amarezza con cui viene accettata la diagnosi di una malattia grave, causata dalla nostra leggerezza.
L'amore di Filippo per Mildred rimane tuttavia un 'enigma.
Non potremo mai afferrare tutta la verità, avverte lo scrittore; cerchiamo soltanto di ricercarla sinceramente, badando ai fatti. Nello stile limpido, antiretorico, obiettivo e tranquillo si avverte l'antico medico che fu Maugham, sia pure per brevissimo tempo.


VALORE DELL'OPERA

La storia di Filippo Carey si avvicina molto a quella di Maugham, dall'infanzia all'epoca universitaria; ma non sappiamo fino a che punto le vicende di Filippo siano simili a quelle dello scrittore.
Si avverte nel libro l'amarezza lasciata da sofferenze e umiliazioni realmente vissute e le descrizioni di ambienti (il vicariato, il collegio, l'ospedale) sono assai realistiche; quanto ai personaggi, specialmente i minori, sono evidentemente usciti dalla lucida memoria dell'autore.
"I miei ricordi non volevano abbandonarmi"... - scrive lo stesso Maugham a proposito di questo libro - "divennero un tale tormento che decisi di trascurare ogni altra attività e raccontare ciò che perfino nel sonno occupava la mia memoria. Il libro mi costò due anni di lavoro e infine raggiunsi lo scopo: ...mi ero liberato da un'ossessione e non fui più molestato dai personaggi né dagli incidenti che li concernevano".
Il romanzo uscì nel 1915 e fu accolto con entusiasmo dal pubblico, a cui Maugham, era già noto come romanziere e commediografo.
Gli elementi autobiografici del racconto destarono un grandissimo interesse e i lettori credettero di scoprire il vero Maugham attraverso Filippo Carey.
Quanto al personaggio di Mildred, nasce anche in me la curiosità di sapere se è vero o inventato.
La perfidia di questa donna sembra a volte superare i limiti del credibile, ma vi è in molte pagine il senso drammatico di un'esperienza realmente vissuta.
Comunque non ha grande importanza che i fatti siano avvenuti come sono stati descritti o stiano stati trasformati dalla immaginazione dello scrittore...., "Schiavo d'amore" è un libro composto con evidente sincerità e ancora oggi lo si può considerare l'opera più significativa dello scrittore inglese.
Maugham ci offre una visione ampia e umanissima di dolorose esperienze.
Per questo la storia di Filippo Carey ci insegna molte cose..., malgrado il pessimismo da cui è pervasa.
La descrizione dell'egoismo umano, della frequente mancanza di carità e dell'ipocrisia non mette però in ombra gli ideali di onestà, di reciproca comprensione e tolleranza che Maugham difende qui e in tutta la sua opera con appassionato impegno.


DUE NOTE SU SOMERSET MAUGHAM

William Somerset Maugham, uno dei maggiori narratori e drammaturghi inglesi contemporanei, è nato a Parigi nel 1874 ed è morto a Saint-Jean-Cap-Ferrat nel 1965.
È considerato uno dei più ricchi scrittori che siano mai vissuti. Si calcola che siano state vendute cinquanta milioni di copie dei suoi libri in tutto il mondo, cui vanno aggiunte le innumerevoli riduzioni teatrali, cinematografiche e televisive. Grazie alla sua attività, gode oggi di un benessere economico non indifferente. Fra le sue proprietà vi è una meravigliosa villa moresca, sulla Costa Azzurra. Ha trascorso gran parte della sua vita viaggiando. Durante la prima guerra mondiale fu inviato in Francia con la Croce Rossa ed entrò anche a far parte dell'Intelligence Service: di questa sua esperienza fece tesoro e più tardi pubblicò alcuni libri sull'argomento. Nell'aprile del 1962, allo scopo di creare un fondo per aiutare i più bisognosi scrittori inglesi, ha fatto vendere all'asta la sua collezione personale di quadri: ha incassato circa un miliardo di lire; il più alto prezzo, ottantamila sterline, fu pagato per un Picasso dipinto sui due lati. Quando compì 88 anni disse che da quel giorno si sarebbe alzato alle 9,30, invece che alle sette, "per abituarsi all'immobilità della tomba".



ALTRE OPERE DI MAUGHAM

Fra gli altri romanzi di Maugham sono da ricordare...

LISA DI LAMBETH - 1897
LA TERRA DELLA VERGINE BENEDETTA - 1905
IL MANTELLO DEL VESCOVO - 1906
IL MAGO - 1908
SCHIAVO D'AMORE - 1915
LA LUNA E SEI SOLDI - 1919
VERTIGINE - 1922
UOMO E DONNA - 1930
PIOGGIA E ALTRI RACCONTI - 1934
RITRATTO DI UN'ATTRICE - 1937
IL RENDICONTO - 1938
VACANZE DI NATALE - 1939
CATALINA - 1948
IL TACCUINO DELLO SCRITTORE - 1949

Le principali opere teatrali sono...
UN UOMO D'ONORE - 1903
IL CIRCOLO - 1921
AD EST DI SUEZ - 1922
IL FILO DEL RASOIO
I NOSTRI MIGLIORI - 1923
CARTE IN TAVOLA - 1923
VITTORIA - 1923
GRAN MONDO - 1923
LA MOGLIE FEDELE - 1927
COLUI CHE GUADAGNA IL PANE - 1930


VEDI ANCHE ...

IL FILO DEL RASOIO - William Somerset Maugham

IL VELO DIPINTO - William Somerset Maugham


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