venerdì 2 ottobre 2009

LE ORIGINI DEL NATALE (The Origins of Christmas)


Interpretazione e spiegazione di un millenario mito religioso



Nella festività cristiana sono
confluite e si sono fuse, attraverso i secoli, antichissime tradizioni rituali, tenaci pratiche magico-cultuali, usi e costumi che danno ancor oggi a questa festa una nota pittoresca e familiare.


La storia comparata delle religio­ni ha potuto mettere in luce, at­traverso una vasta e affascinante documentazione, che quasi tutte le anti­che popolazioni dell'emîsfero settentrio­nale della terra - dal continente cen­tro-americano alla penisola indiana, dai paesi scandinavi all'Africa del nord - hanno di volta in volta celebrato la nascita delle loro divinità negli ulti­mi giorni del mese di dicembre, più o meno in coincidenza con il perio­do del solstizio d'inverno (21-25 di­cembre). È questa la data che da tempi immemorabili ha segnato, nel calenda­rio, l'inizio di un nuovo ciclo solare, con il graduale prolungarsi della du­rata del giorno in confronto alla notte; le civiltà pastorali vi avvertono già la speranza della primavera e le genti de­dite all'agricoltura sanno che di qui in­comincia il lento processo di ‘nascita’ dei prodotti dei suolo, dopo le semina­gioni autunnali.
Decine di migliaia di anni di attente, rinnovate osservazioni hanno così con­dotto gli uomini a delineare, in forme sostanzialmente affini, il grande mito della “nascita del sole”, che il cristia­nesimo del IV secolo ha spregiudicata­mente identificato con il mito della “nascita di Cristo”, ormai considerato dai padri della chiesa come il nuovo “sole della salvezza e della giustizia”.


IL NATALE NEI VANGELI

Dei quattro vangeli ufficialmente ri­conosciuti dalle autorità ecclesiastiche come ‘canonici’, cioè ‘ispirati’, e giunti sino a noi nel testo greco dopo oltre un secolo di lavoro redazionale, soltanto il terzo, attribuito a Luca, pur senza entrare nei dettagli, traccia un idilliaco, gioioso racconto della nascita del Messia a Betlemme, “avvolto in fasce, adagiato in una mangiatoia” (II, 12). Degli altri, il primo, che va sotto il nome di Matteo, si preoccupa soprat­tutto della tragica ira di Erode, dell’omaggio dei ‘magi’ d'oriente, della strage degli innocenti e della fuga in Egitto: tutti episodi ricalcati quasi alla lettera sui vecchi passi dell'Antico Te­stamento. Marco, il secondo evangeli­sta, non dice assolutamente nulla sulla natività e sull'infanzia di Gesù; e quan­to al quarto, Giovanni, solo preoccupato di teorizzare la pre-esistenza del ‘Logos’ (la ‘ragione’ operante di Dio, il, ‘Verbo’ della teologia latina), nell’identificarlo con il Messia d'Israele non pensa nemmeno che le circostanze della sua nascita terrena possano interessare i fedeli.

I dettagli, che mancano in questi quattro vangeli, ci sono invece abbon­dantemente forniti dagli innumerevoli vangeli che ancor oggi sono detti "apo­crifi”, mentre dovrebbero semplicemen­te venir definiti “non canonici” (il Protovangelo di Giacomo, il Vangelo di Tommaso, il Vangelo dell'infanzia, il Vangelo dello pseudo-Matteo ecc.). Ma é anche per questo che essi vennero poi scartati dalle comunità cristiane, at­traverso un secolare processo di sele­zione, quando il dogma della divinità del Messia, così estraneo alla mentalità ebraica palestinese, incominciò a preva­lere tra le popolazioni del mondo me­diterraneo, abituate ai miti dei culti solari e di mistero, al di fuori di ogni precisazione di tempo e di luogo e di ogni particolarità terrena.

Il sobrio racconto di Luca, tuttavia, con l'accenno ai pastori che pernottano a cielo aperto “in mezzo ai campi per fare la guardia al proprio gregge” (II, 8), suggerisce la primavera o l'autunno, non certo la fine di dicembre; nelle zone che circondano Gerusalemme e Betlemme, la temperatura nei mesi inver­nali scende sotto lo zero e le piogge durano incessanti sino a marzo. È dif­ficile pensare a bestiame pascolante di notte all'addiaccio.


INVERNO O PRIMAVERA


Non sorprenderà quindi che i primi padri della chiesa, sino al IV secolo, abbiano cercato di trovare una data per il Natale nel periodo successivo all’equinozio di primavera (21-25 marzo). In diverse comunità tale giorno era diversamente festeggiato il 28 marzo, il 2 o 18 aprile, e persino il 29 maggio. Un po' più tardi, in oriente, dove la natività di alcune grandi e popolari divinità dei culti solari e di mistero veniva a cadere il 6 gennaio, si sug­gerì questa data, già nota come la “Epi­fania”, o giorno della ‘rivelazione’ del dio sulla terra; questa prassi pre­valse, ad esempio, nella chiesa armena e nella chiesa egiziana, non senza op­posizione da parte di alcuni scrittori ecclesiastici occidentali (Tertulliano, Arnobio).

E fu proprio qui, in occidente, che l'influenza della festa dell'equinozio d'inverno, associata alla leggenda di un parto miracoloso di una vergine celeste, “regina del mondo” e della nascita del suo divino infante, il “dio del sole” - mito astronomico comune ai popoli del bacino del Mediterraneo - contribuì a far accettare la data del 25 dicembre.

Anche Dioniso era nato da una ver­gine il 25 dicembre; il dio egiziano Oro, figlio di Iside, era stato concepito in marzo e nato alla fine di dicembre; il salvatore zoroastriano, o “Saosyant”, era nato in una grotta, nel nevoso in­verno persiano, ad opera di una ver­gine; il 25 dicembre, secondo vecchie tradizioni anteriori di almeno cinque secoli al cristianesimo, sarebbe nato an­che il Budda, per parto verginale; e nella mitologia nordica la stessa epoca è prescelta per la nascita di Freyr, il ‘signore’, figlio di Odino e di Frigga.

Già ai tempi di Aureliano (270-275 d.C.), il 25 dicembre era celebrato come festa nazionale dell'impero, consacrato al culto del “dio sole invitto” (Mithra). E a Costantino e ai suoi teologi, non parve vero, dopo il riconoscimento della religione cristiana sino allora persegui­tata, nei primi decenni del TV secolo, di trasferire i simboli solari al nuovo culto, gli attributi del “dio-sole” a Gesù e quelli di Iside e di altre divi­nità femminili alla vergine Maria. E alla festa pagana del 25 dicembre si sostituì lentamente la festa cristiana della natività.

Tale procedimento non mancava di audacia e di abilità, così come è tante volte avvenuto nella storia della chie­sa, sino ai tempi nostri. Certo più di quanto non si possa dire del goffo ten­tativo operato dalle autorità ecclesiasti­che, sotto Pio XII, per cercar di svuo­tare il contenuto sociale e protestatario della festa del Primo Maggio, sostituen­dola con quella di S. Giuseppe ‘arti­giano’, o addirittura ‘operaio’ (il mestiere del padre di Gesù non è spe­cificato nei nostri vangeli e al ‘fale­gname’ si è arrivati attraverso una er­rata traduzione di un'espressione e­braica)!

Alle due date rivali del 6 gennaio e del 25 dicembre, ben presto, i teologi cercarono di giungere anche attraverso un complicato calcolo rituale, capace di sovrapporsi al vecchio mito solare.

Bastino poche precisazioni. Secondo la tradizione, Gesù era morto a 30 anni (o a 33 anni), nella settimana della Pa­squa ebraica, che cade in primavera, nei mesi di marzo-aprile; il giorno esatto era stato variamente fatto risalire al 6 aprile o al 25 marzo. Per la regola magica della perfezione numerica, oc­correva che la sua esistenza sulla terra abbracciasse un numero tondo di anni, 30 o 33 che fossero, non un giorno di più né un giorno di meno. E poiché l'inizio della vita di un uomo veniva fatto risalire al momento del concepi­mento, e non del parto, la data dell'an­nunciazione a Maria fu fissata al 6 apri­le o al 25 marzo e quella della natività, naturalmente, nove mesi dopo, il 6 gennaio o il 25 dicembre.

In conclusione, le due date rivali si contesero a lungo il primato: il 6 gen­naio in oriente e il 25 dicembre in occidente. Prevalse poi, con il prevalere dell'autorità imperiale, la seconda, quel­la dell'attuale Natale. L'altra si sdop­piò nella festa dell'Epifania, che ricor­da la ‘rivelazione’ del bambino Gesù ai famosi saggi d'oriente, di cui i van­geli canonici non precisano né il nu­mero né il nome, ma che vennero poi computati in 12, 10 e finalmente 3 (nel Vangelo armeno dell'infanzia, ad esempio) e identificati con tre ‘grandi’ (i magi o mahatma, sacerdoti iranici o veda) o tre ‘re’ del mondo asiatico-africano (Melchior, sovrano della Persia; Gaspar dell'India e Balthazar dell’Etiopia)

Il nome greco dell'Epifania si de­formò, nel volgare italiano, in quello di Befana, fondendosi con l'antica leggen­da extra-cristiana di una “vecchia stre­ga benefica”, portatrice di doni, sem­pre in rapporto con la festa dell'aper­tura dell'anno nuovo (nei miti agrari, infatti, si parla di una «”vecchia del grano”).


LA FESTA DI CAPODANNO

Tutte queste raffigurazioni mitologi­che e culturali sono naturalmente il frutto della pietà religiosa di genera­zioni e generazioni di uomini. Ma la loro spiegazione reale va ricercata nel modo di vivere dei gruppi primitivi, é non nelle fantasticherie della loro co­scienza « deformata ».
E la realtà è questa: ben prima che si sentisse parlare di Dioniso o di Budda, del ‘salvatore’ persiano e del figlio di Iside, di Gesù e di Mithra, la festa più importante per i nostri lon­tanissimi progenitori è sempre stata quella del Capodanno; che sembrava chiudere un ciclo produttivo, pastorale o agricolo, e aprirne uno nuovo.

Nei miti religiosi si riflettono sempre, sia pure in modo inconsapevole e alte­rato, i diversi modi di vivere e di pro­durre degli uomini, nelle particolari con­dizioni determinate dalla loro esistenza associata e dal grado di sviluppo delle loro forze produttive. La stessa cono­scenza dell'apparente spostarsi del sole sulla linea dell'orizzonte, dal solstizio all'equinozio, presuppone un tipo di residenza fissa, che permetta l'osserva­zione ripetuta dei fenomeni celesti, do­po centinaia di migliaia d'anni di vita errabonda; senza dimora stabile, le so­cietà primitive, dedite alla raccolta di erbe, di bacche, di insetti e poi alla caccia dei grandi animali preistorici, non sarebbero neppure arrivate alla con­cezione del ‘calendario’.

Fattori climatici e agricoli hanno ri­chiamato l'attenzione degli uomini sul ricorrente ciclo temporale che costitui­sce l'anno luno-solare. A seconda del loro diverso modo di vivere e di pro­durre, l'anno sembra incominciare, per gli uomini, in primavera o in autunno.
La Pasqua ebraica era originariamen­te una festa pastorale di Capodanno, le­gata alle tarde piogge di primavera (marzo-aprile): l'uccisione e la consu­mazione dell'agnello rituale ne è uno dei residui più evidenti. Ma con l'evol­vere delle tribù nomadi verso forme sempre più regolari di lavoro agricolo, il ciclo produttivo si collegò all'inizio delle semine autunnali e delle prime grandi piogge di settembre-ottobre: in questo periodo di tempo cade ancor oggi il Capodanno ebraico, che varia di anno in anno a seconda dei complicati calcoli rituali, basati sul corso della luna oltre che del sole. L'anno 5770 del calendario ebraico si aprirà quest’anno nella notte tra il 6 e il 7 ottobre.

In Atene, sino al 163 a.C., l'anno incominciava con la prima luna nuova, dopo il solstizio d'estate, cioè tra il 22 giugno e il 9 agosto; le grandi feste solari dell'inizio d'estate (per esempio, i “fuochi di San Giovanni”, diffusi in tutta l'Europa e in particolare nei paesi nordici) ne rappresentano una lontana reminiscenza.
Anche i romani, quando si sentivano ancora legati alle esperienze della vita pastorizia, facevano incominciar l'anno in primavera: il primo mese era quello di marzo e il decimo, come lo ricorda il nome, dicembre. Quando, nel 153 a.C., si decise di far coincidere l’inizio dell'anno civile con il giorno in cui i consoli, eletti per un anno, assumevano il loro ufficio, e cioè il 1 gennaio, i nomi dei dodici mesi restarono immu­tati; settembre, ottobre, novembre, di­cembre sono detti così, sebbene siano rispettivamente il nono, decimo, undi­cesimo e dodicesimo mese dell'anno. Il prevalere del mito solare anticipò il Capodanno romano alla seconda metà di dicembre, caratterizzato dalle grandi feste dei Saturnali, intese a celebrare il rinnovarsi della natura; il giorno del “Sole invitto”, il Mithra del tardo impero, concludeva il 25 dicembre tali celebrazioni di una nuova età di feli­cità, di pace e di fratellanza tra gli uomini.

La verità è che il Natale, il Capodan­no, l'Epifania, la Pasqua e lo stesso Carnevale sono tutte state, originaria­mente, delle feste dell'inizio dell'anno, in questa o quella regione della terra, di­versamente modellate a seconda dei di­versi livelli di sviluppo economico e sociale delle civiltà a livello etnologico.
È questa la “grande festa”, che si ritrova anche tra le popolazioni dell’emisfero meridionale della terra, dove il ciclo delle stagioni è rovesciato, in confronto al nostro, e che sono state così brillantemente studiate da uno dei nostri migliori etnologi, il prof. Vittorio Lanternari, nel suo volume dedicato al Capodanno nelle civiltà primitive (“La grande festa”, Milano, Il Saggiatore, 1959). Tale ricorrenza cade sempre alla fine di un ciclo lavorativo, in rapporto al prodotto predominante nell'economia locale, e segna una “cesura rituale” tra due annate di lavoro. Nella Melanesia, ad esempio, essa ricorre alla fine del raccolto dei tuberi ‘ignami’, preva­lente mezzo di sostentamento delle po­polazioni di quelle isole; e cioè tra l'agosto e il settembre, che per loro è primavera. Tanto è vero che alcuni mis­sionari avevano proposto di anticipare a quel periodo in quelle zone, la cele­brazione del Natale cristiano, che altri­menti rischiava di non essere né com­preso né tanto meno accettato.


IL CEPPO NATALIZIO, L'ABETE E IL VISCHIO

Le caratteristiche di tutte queste fe­ste di Capodanno sono essenzialmente le stesse: l'offerta delle primizie del gregge o del raccolto agli spiriti degli antenati, di cui si celebra il ritorno an­nuo, e poi alle divinità personalizzate; l'accensione di grandi fuochi (si pensi al ceppo natalizio, le cui ceneri ven­gono disperse sui campi per proteggerli e favorirne la fecondità); l'orgia ali­mentare (i nostri dolci natalizi, il ceno­ne di mezzanotte, il banchetto del sol­stizio d'inverno presso gli antichi Ger­mani); lo spreco rituale (gettare nel fuoco o distruggere comunque gli og­getti vecchi - si ricordi l'uso di buttar dalla finestra, nella notte di Capodanno, vecchie pentole, mobili usati, bottiglie e peggio, come saluto per l'anno nuovo) e lo scambio di doni, con la distribu­zione di regali ai bambini.

Nelle civiltà nordiche, legate al con­cetto della continuità della vegetazione nel nuovo anno, a questi riti si aggiun­ge il culto dell'abete sacro (l'albero di Natale, che dalla Germania è disceso recentemente anche nel folklore reli­gioso dell'Europa meridionale) e l’o­maggio del vischio sempreverde, del mirto, del lauro, simboli tra i Celti della vitalità perenne della natura e delle sue forze generative.
Non è dunque difficile vedere, attra­verso questa rapida rievocazione, come nel Natale cristiano siano confluite e si siano fuse, attraverso i secoli, antichis­sime tradizioni rituali, tenaci pratiche magico-cultuali, usi e costumi che dan­no ancor oggi a questa festa una nota pittoresca e familiare.


IL BABBO NATALE E LA BEFANA

Sanctus Nicholaus
Il nordico “vecchio dei boschi”, dalla fluente barba bianca e dall'abito a strisce rosse e bianche, simboli del sole, si è a poco a poco trasformato nel “Babbo Natale” (in Russia, oggi, a Capodanno, arriva “Nonno gelo”).

Ma quanta strada ha dovuto compie­re, per raffigurarsi come tale!
In oriente, dall'Asia minore alla Russia, alla Grecia e poi all'Italia meridio­nale e all'Europa centrale, si era diffuso nel medioevo il culto di un venerato taumaturgo, Nicola di Mira, le cui reli­quie si diceva fossero state trasferite a Bari, verso la fine del secolo XI, dopo che i saraceni avevano occupato la sua città natale. Era il protettore dei bam­bini, delle ragazze da marito, degli stu­denti e dei marinai, e persino dei ladri; in sua memoria, nel giorno della sua festa, il 6 dicembre, si elargivano doni ai piccini e ai poveri.
Emigrando nell'Europa anglosassone il buon Sanctus Nicholaus della liturgia latina si vide diventare, per fonetica trasformazione, Santa Claus e si confuse con il tradizionale “vecchio dei bo­schi”, di origine pre-cristiana; fu facile trasportare poi la sua venuta dal 6 di­cembre al 25 dicembre, al Capodanno e addirittura all'Epifania. La Befana esercita, in fondo, la stessa funzione del Santa anglosassone, che fa la delizia dei piccini nei paesi di lingua inglese e so­prattutto negli Stati Uniti d'America, di dove sta arrivando anche in Italia, grazie alla interessata pubblicità com­merciale della “civiltà dei consumi”.

Non meno ricca di spunti popolari è la storia di altre tradizioni natalizie, che i fedeli considerano di origine antichissima, ma che sono in realtà il frutto di elaborazioni abbastanza recenti.


IL PRESEPIO E FRANCESCO D’ASSISI

Il presepe di Greggio
Il presepio, ad esempio, riproduzione plastica della scena della nascita di Gesù a Betlemme, con le figurine dei pa­stori, delle pecorelle, e i due animali nella grotta, e i cammelli, e tanti altri dettagli folkloristici, è stato ideato solo nel secolo XIII e quasi certamente ad opera di Francesco di Assisi, a Greccio, nel 1223, tre anni prima della sua mor­te. E non tanto, come si legge abitual­mente, per rinvigorire la pietà dei fedeli, richiamandoli alle primissime origini cristiane, quanto per un motivo sugge­rito dai sentimenti di pace e di fratel­lanza che esprimeva, ai suoi inizi, il movimento religioso e sociale istituito dal ‘poverello’ di Assisi.
Testimone, in oriente, delle atroci crudeltà cui le Crociate continuavano a dar sfogo, sotto il pretesto di ‘libe­rare’ i luoghi consacrati alla nascita del Cristo, in realtà per scopi di con­quista e di saccheggio, San Francesco volle probabilmente ricordare ai suoi seguaci che ciascuno poteva tranquillamente ri­farsi da sé, in casa, una ricostruzione della natività, senza bisogno di andare a spargere sangue in levante tra gli ‘infedeli’.

Questa suggestiva ipotesi, tutt'altro che infondata, è stata formulata da Ernesto Buonaiuti, molti anni fa, nel suo profilo di Francesco d'Assisi (Roma, Formiggini, 1925, pp. 58-59). Ed io amo farla mia, oggi, di fronte all’insorgere di nuovi istinti belluini e di falsi miti razziali proprio in quelle terre di Palestina, che sono legate alla leggendaria venuta del Messia d'Israele, Gesù il Cristo, nell'antichissimo sfondo di una tradizionale natività solare.


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In attesa del..."NATALE!!!" - Scritto da Giuli - energiavitale

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153 commenti:

Yvy ha detto...

Arte, arte e mais arte. Parabéns !

Bacio

cristal de uma mulher ha detto...

Meu belo amigo que é te encontrar e sorrir tuas palvras de carinho..Me tenha como tua em longas palavras de aleluia...Meu beijo de luz

giuli ha detto...

grazie Loris:) interessante il tuo blog ed anch'io, con piacere, ho inserito te tra gli amici preferiti:D
ho il mio pc che fa i capricci, sto utilizzando quello di mio figlio, tornerò a sfogliare le tue pagine quanto prima!!
buon pomeriggio e felice domenica...bacioabbraccio**
giuli...a presto;)

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