mercoledì 7 ottobre 2009

MARTIN LUTERO - Contro la rivolta contadina (Against the peasants' revolt)


Allegoria della Riforma di Peter Vischer il vecchio (1524)


Neppure è utile ai contadini
protestare che tutte le cose sono state create libere e comuni e che tutti siamo stati battezzati allo stesso modo;
Mosé non vale più né il Nuovo Testamento lo conserva;
v'è solo il nostro maestro Cristo, che ci pone corpo e beni sotto l'imperatore e il diritto secolare, quando dice:
« Date a Cesare quel che è di Cesare ».­
Analogamente anche Paolo dice a tutti i cristiani battezzati...
"Ciascuno sia soggetto all'autorità",
e Pietro: "Siate soggetti ad ogni potestà degli uomini".
Noi siamo a seguire questo insegnamento di Cristo, come il Padre celeste ordina e dice...
"Questi è il mio diletto Figliolo, ascoltatelo".
Infatti il battesimo non rende liberi corpo e beni, ma solo l'anima;
né il Vangelo rende comuni i beni, salvo quelli che alcuno di sua volontà voglia rendere tali, come fecero gli apostoli e i discepoli,
i quali non pretendevano che fossero comuni i beni di Pilato e di Erode,
come stoltamente vanno blaterando i nostri insensati contadini, ma solo i loro propri.
Inostri contadini invece vogliono che divengano comuni i beni altrui, pur continuando a tener per sé i propri;
mi sembra che dei bei cristiani davvero.
Io credo che non vi sia più alcun demonio nell'inferno, ma che tutti siano andati nei contadini.
Il loro delirio è veramente al di là e al di sopra di ogni misura. (Martin Lutero)


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LUTERO CONTRO LA RIVOLTA CONTADINA

Nel corso del 1521 incominciò una nuova fase della prima rivoluzione borghese; la lotta di classe si ina­sprì e si differenziò portando a dei conflitti d'interessi anche all'interno di quel “fronte nazionale” che, fi­no a quel momento era stato tenu­to insieme dalla necessità di una lotta unitaria contro Roma. Le for­ze della borghesia si scindono in mo­do sempre - più evidente in una de­stra, legata agli interessi delle au­torità politiche regionali, ed in una sinistra radicale che vuole portare le riforme fino alle loro estreme conseguenze. Contemporaneamente si hanno i primi sintomi del sorge­re di un movimento contadino e ple­beo che, benchè senza un program­ma ben definito, fa prevedere co­me anche l'uomo semplice, l'uomo che non conta nulla, l'uomo della “comunità umana”, non tarderà a far sentire la sua voce ed a por­re le sue rivendicazioni.
Questa complessa situazione so­ciale si manifestò già durante il for­zato soggiorno di Lutero nel castel­lo di Wartburg: a Wittenberg e suc­cessivamente anche in altre città si formarono dei gruppi che chiedeva­no un ‘approfondimento’ della Riforma ed una sua ulteriore evolu­zione tenendo conto delle esigenze e delle istanze poste dalla ‘base’. La borghesia più radicale si fece promotrice di un movimento ten­dente ad applicare gli insegnamenti di Lutero non solo alla vita spiri­tuale e religiosa, ma anche a quella sociale. Molti monaci uscirono dai monasteri e molti sacerdoti decise­ro di sposarsi: nella sola Wittenberg tredici monaci agostiniani gettarono la loro tonaca alle ortiche. Il teo­logo Karlstadt predicò durante la messa di Natale del 1521 in abito borghese e impartì la Comunione sotto le due specie, quella del pane e del vino. Il Consiglio comunale, nella sua veste di “rappresentante della comunità umana e di quella dei fedeli” votò un nuovo ordina­mento ecclesiastico che teneva con­to delle riforme introdotte e le aval­lava. Questo movimento, partito dal basso, si estese rapidamente grazie alla predicazione dei “Profeti di Zwickau” che erano dei religiosi di estrazione plebea, fanatici propugna­tori di un'evoluzione democratica del­la Riforma. Sotto il loro influsso, le folle prendevano d'assalto le parrocchie tenute da monaci e sacerdo­ti ligi a Roma ed asportavano dal­le chiese le immagini dei santi e tutti gli oggetti del “culto idolatra”.

Queste interpretazioni estremiste degli insegnamenti della Riforma e soprattutto le loro manifestazioni pratiche non potevano rimanere senza eco e non potevano rimanere prive di un ben preciso significato politico e sociale. Nè potevano non essere considerate pericolose per gli interessi della borghesia possiden­te, per l'ordinamento dello Stato, e per la stessa opera riformatrice di Lutero.
E infatti Lutero si affrettò a la­sciare il castello di Wartburg per accorrere a Wittenberg e prendere in mano la situazione. Nelle sue “prediche esortative” egli prese po­sizione contro ogni evoluzione ra­dicale della Riforma e contro ogni azione rivoluzionaria che potesse portare a dei fondamentali muta­menti nell'ordinamento politico e so­ciale allora esistente. I suoi lega­mi con la borghesia cittadina e con la Corte elettorale gli impongono di riportare la sua Riforma sui bi­nari dell'« ordine”. Egli si preoccu­pa di spiegare subito che “la liber­tà del cristiano” deve essere inte­sa in senso spirituale, non già in senso materiale o politico, e che non bisogna spingersi troppo oltre sulla strada delle ‘novità’ perchè “la nostra fede ed il nostro sape­re sono ancora troppo deboli e in­completi”. A Karlstadt viene proi­bito di predicare, mentre i “Profeti di Zwickau” vengono cacciati dal­la città; il servizio divino viene ri­pristinato quasi completamente nel­le sue forme tradizionali.
Alla fine di marzo del 1522 Lutero pubblica il suo scritto “Un sin­cero ammonimento a tutti i Cristia­ni sul modo di proteggersi dai di­sordini e dalle sedizioni”, in cui e­gli afferma che per l'elaborazione di riforme religiose o sociali sono competenti soltanto i più autorevo­li specialisti in materia e le auto­rità riconosciute.
E' a questo punto che Martin Lutero mette praticamente a disposi­zione delle “forze dell'ordine” del suo tempo il grande movimento po­polare da lui suscitato. Ogni radicalizzazione del suo pensiero avreb­be danneggiato quella classe socia­le di cui egli inconsciamente era il portavoce: la grande borghesia. Con le sue “Prediche esortative” egli blocca qualsiasi approfondimento della Riforma nelle Università dell’Elettorato di Sassonia e contempo­raneamente assume delle posizioni classiste ben precise perdendo co­sì quel significato politico che ave­va fatto di lui il portabandiera de­gli strati più umili della popolazio­ne e di quella irrequieta classe di piccoli nobili impoveriti e nemici della grande feudalità che erano sce­si a difenderlo in campo aperto con­tro l'arcivescovo di Treviri.
Nello stesso tempo Lutero abban­dona ogni apertura verso «l'unità della Chiesa e del sapere» ponen­do dei limiti ben precisi tra la sua opera e la rivoluzione umanistica. La sua lotta contro la Scolastica e contro l'indiscussa autorità di Aristotele, contro la degenerazione e la corruzione della chiesa di Roma gli avevano guadagnato la stima e la simpatia di molti umanisti. Ma quan­do Lutero ruppe con Roma e so­prattutto quando la sua azione fu coronata dal successo e dal plauso delle classi più abbienti, essi furo­no colti dal sospetto che, in fondo, accanto ad una potenza spirituale soffocata ormai dai compromessi della mondanità, la Chiesa di Roma, fosse sorta soltanto un'altra poten­za spirituale viziata, fin sul nasce­re, da altri compromessi e da altri interessi mondani da difendere con la stessa spregiudicatezza, la Riforma. Si iniziò quindi un periodo di progressivo raffreddamento tra U­manesimo e Riforma e questo pro­cesso portò ad una definitiva rottu­ra quando Lutero rispose con un libello intitolato “De servo arbitrio” (“Sulla volontà che è tutt'altro che libera”) allo scritto di Erasmo da Rotterdam “De libero arbitrio” (“Sulla libera volontà dell'uomo”).
Ma la prima rivoluzione borghese stava per raggiungere ormai la sua fase più acuta: la guerra dei con­tadini. La ribellione e la sedizione contro l'autorità costituita rappre­sentavano per Lutero una chiara manifestazione dell'opera del demo­nio; non c'è quindi da meravigliar­si se Lutero, profondamente imbe­vuto di ideologie borghesi, prese posizione contro le masse popolari che lottavano per il progresso socia­le e confutò con odio e acrimonia i loro rappresentanti e ideologi. Il suo odio fu particolarmente feroce nei confronti di un predicatore che aveva a suo tempo fatto parte del circolo di Wittenberg: Thomas Münzer.
Questi si era convertito nel 1519 alle idee di Lutero e le aveva diffuse nell'Elettorato di Brandenburgo eleggendo a sua residenza e a suo centro d'azione la città di Zwickau, centro minerario e dell'industria tessile. Ma ben pre­sto egli si discostò dagli insegnamen­ti del maestro: nella sua qualità di “figlio della classe lavoratrice”, e­gli era troppo legato all'uomo della semplice “comunità umana” e ne conosceva troppo bene le speranze e le esigenze. E' per questo che Zwickau divenne il centro di un insegna­mento religioso particolarmente ricco di contenuto sociale e progressi­sta. Un insegnamento che non pre­vedeva l'ossequio alle autorità co­stituite ma un coraggioso prosegui­mento della lotta e il raggiungimen­to di una “Riforma del Popolo”. Un insegnamento che indusse Lutero a condannare violentemente “lo spirito sedizioso di Zwickau”, e que­sta condanna fu provocata dallo scritto di Münzer “Discorso per pro­teggere i cristiani dallo spirito ma­terialista dei teologi di Wittenberg legati ai principi e alle autorità tem­porali”.

La terza fase della prima rivolu­zione borghese in Germania, la Guer­ra dei Contadini, traeva le sue ba­si ideologiche dalle Tesi di Lutero del 1517 che avevano messo in cri­si l'intero sistema dei rapporti feu­dali divenuti ormai anacronistici. Questa naturalmente era l'interpretazio­ne della borghesia più radicale e de­gli strati popolari ed è naturale che gli obiettivi di una rivoluzione ven­gano identificati con quelli della parte più avanzata dei gruppi socia­li che ad essa partecipano. Tuttavia la situazione non era tale da per­mettere ancora l'abbattimento com­pleto delle strutture sociali ormai invecchiate.
La guerra dei Contadini va quin­di vista, da un punto di vista sto­ricistico, soltanto come un eroico tentativo fatto dall'uomo della co­munità umana di entrare grazie alla forza delle armi, nel novero dei protagonisti e di assumere la direzione di una riforma veramente popolare. Tentativo che, in base alle obiettive condizioni storiche e­sistenti, era destinato all'insuccesso.
Il comportamento di Lutero in que­sta nuova fase della lotta di classe era perfettamente prevedibile sia per la sua mentalità classista che per i suoi legami con le classi diri­genti.
Quando la lotta delle masse con­tadine rivoluzionarie e dei loro al­leati per la radicale trasformazio­ne dei rapporti sociali, giuridici e politici era ormai entrata in una fa­se acuta, Lutero cercò di bloccarla con la sua “Esortazione alla pace”. Non essendo riuscito ad ottenere quanto si era proposto, il riforma­tore enunciò allora i suoi “Dodici articoli”, in cui, se da una parte ac­coglie le più elementari richieste del­la classe contadina, dall'altra con­danna decisamente come “opera del demonio e ribellione al legittimo po­tere” ogni rivendicazione sull'abo­lizione della servitù della gleba e del pagamento delle decime. Contem­poraneamente egli entra abilmente in polemica anche con le classi ab­bienti e con i signori feudali accu­sandoli di “condurre una vita pri­va di Dio ed egoistica”, tale da co­stituire un cattivo esempio per il popolo e da indurlo ad atti di irre­sponsabile ribellione: « E' assoluta­mente intollerabile che tanti signo­ri dilapidino enormi fortune per ve­stirsi, per mangiare in modo raffi­nato, per ubriacarsi oltre ogni limi­te... dimenticando che anche i pove­ri hanno le loro esigenze e hanno diritto di avere quanto è loro ne­cessario per vivere ».
La sua “Esortazione alla pace” non ebbe alcun successo. Un suo viaggio nella Turingia, dove potè constatare l'influenza raggiunta dal “Predicatore di morte” Tommaso Münzer, lo riempì talmente di odio e di rabbia da fargli dimenticare il più elementare senso della misu­ra. Il risultato di questo cieco odio fu uno scritto, “Contro le bande di contadini ladri e assassini” in cui e­sorta i principi a sterminare senza pietà i rivoltosi che avevano osato levarsi contro l'ordine sociale volu­to da Dio stesso.
Lutero, in definitiva, di fronte all’acuirsi delle lotte di classe, era ri­masto saldamente ancorato su quel­le posizioni che, fin dal 1521 coin­cidevano apertamente con quelle della borghesia possidente. Con il suo rifiuto di appoggiare ogni lotta rivoluzionaria concreta e ogni cam­biamento sociale troppo spinto, que­sto figlio di borghesi al servizio del­la Corte elettorale di Sassonia in­terpretava perfettamente gli interes­si d'«ordine» di, quella classe di borghesi che non costituiva ancora una vera e propria ‘borghesia’ e che quindi non era ancora in grado di conquistare il potere politico nè aveva ancora la necessità di farlo.
Martin Lutero cercò successivamen­te di placare e di attenuare il suo odio contro i contadini. Nelle sue “Postille ad un duro libello contro i contadini” egli ammonisce i vin­citori “a non comportarsi come dei tiranni sanguinari che continuano a spargere sangue anche dopo la bat­taglia” e a sospendere il macello dei rivoltosi concedendo il perdono ai superstiti. Ma egli predicava a dei sordi, perchè i vincitori si ven­dicarono terribilmente compiendo spaventose rappresaglie contro i contadini.


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I contadini
prepararono la rivolta, rapinarono e saccheggiarono con empietà conventi e castelli che non erano loro, perciò meritarono doppiamente la morte del corpo e dell'anima
come pubblici briganti e assassini da strada. Qualunque uomo che possa essere accusata di sedizione
è già al bando di Dio e degli uomini, così che chi per primo voglia e possa ucciderlo
agisce chiaramente in modo giusto. Contro chiunque
sia manifestamente sedizioso qualunque uomo è insieme giudice e carnefice, così come, quando divampa un incendio, migliore è colui che riesce a spegnerlo.
La sedizione infatti non è solo un orrendo delitto, ma come
un gran fuoco incendia e devasta un paese; essa porta pertanto con sé in un paese strage e
spargimento di sangue, rende molti vedove e orfani, distrugge tutto come la più tremenda delle disgrazie. Per la qual cosa chiunque lo possa deve colpire, strozzare, accoppare in pubblico o in segreto, convinto che non esiste nulla di più velenoso, nocivo e diabolico di un sedizioso,
appunto come si deve accoppare un cane arrabbiato, perché, se non lo ammazzi tu, esso ammazzerà te e tutta la contrada con te. (Martin Lutero)


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